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Ganja Fiction (2013 - 2015) di Mirko Virgili

23 Agosto 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #musica

Ganja Fiction (2013 - 2015) di Mirko Virgili

Regia: Mirko Virgili. Soggetto: Mirko Virgili. Sceneggiatura: Guido Ludovici. Fotografia: Samuel Masi. Musiche: Emanuele Bossi. Produzione: Spoilt srl. Produttore: Samuel Masi. Organizzatore Generale: Claudio Caminito. Genere: Commedia thriller. Interpreti: Andrea De Rosa (Becchino), Renato Solpietro (Sasà), Francesco Venditti (Mr. Nice), Eros Barbieri (Mr. Grady), Crisula Stafida (Bianca), Ludmilla Radchenko (Luna), G-Max (Bomba), Claudio Caminito (Spadino), Gianluca Tocci (Conte), Duke Montana (Salvo Rotella), Giorgio Grasselli (Vito Rotella), Francesco Primavera (Bazooka), Marco Mancini (Spettro), Fabrizio Sabatucci (Mago), Francesco Sabino (Geko), Andrea Conte (Ciccio), Gianluca Cortesi (Spillo), Pierfrancesco Botti (Mocio), Gabriele Reale (Baracchetta), Marco Maria Della Vecchia (fidanzato di Mr. Grady), Mario Nicolini (Minkio), Valeria Alessandri (Tania), Flavio Carnevali (Mr. Skunk), Ernesto Maieux (O’ Varano), Remo Remotti (signore anziano), Alfio Sorbello (Chiacchiu), Raffaele Vannoli (Fiato), Edoardo Pesce (ragazzo), Claudio Camilli (ragazzo), Antonio Tallura (capitano), Ciro Petrone (Foglia), Janet De Nardis (moglie baracchetta), Noyz Narcos (nel ruolo di se stesso). Durata: 120’ (Versione YouTube del 2015: 82’).

Visibile in rete: https://youtu.be/pQTxcFKHmSs.

Ganja Fiction è un’opera prima girata in un anno e mezzo, tra scenari che vedono protagoniste Roma e Amsterdam. La scelta della capitale olandese, oltre per i meravigliosi scenari che offre, è dovuta alla sua famosa politica di tolleranza, luogo ideale per gli argomenti trattati. La possibilità di girare in veri coffee shop, con tutto quello che ne concerne, ha permesso di fotografare appieno l’atmosfera che solo posti del genere riescono a trasmettere, cercando in chi lo vede una buona dose di empatia. A veicolare questa empatia c’è la costante compagnia di una voce narrante che sembra voglia far capire come delle scelte sbagliate portino inesorabilmente a compiere sempre altre scelte sbagliate.

Sinossi. Roma. Becchino è alle prese con un amore non corrisposto nei confronti di Bianca, la bella titolare del negozio di pompe funebri dove lavora. Ad approfittare di questa debolezza è il suo collega e amico napoletano Sasà, sempre incline a piccoli furti, con due chiodi fissi: il gioco d’azzardo e la marijuana. Sasà convince Becchino che per far breccia nel freddo cuore di Bianca è necessario possedere una sol cosa: i soldi! In men che non si dica Becchino si ritrova catapultato in un nuova realtà: tanto per cominciare un debito da ben centomila euro con un pericoloso strozzino: O'Varano. Questi soldi non sono altro che la posta per sedere a un tavolo da gioco, una partita a porte chiuse di Texas Holdem. Con la sicurezza che si tratti di una partita truccata, di una vincita sicura, Becchino si lascia trasportare dal suo amico, ignaro che la realtà sia un’altra. Al tavolo da gioco siede una banda di abili imbroglioni che in una mano sola si porta a casa l’intero malloppo. Costretti a dover restituire in brevissimo tempo il grosso debito, Becchino e Sasà scelgono una strada veloce: rubare un enorme quantitativo di marijuana dalla casa di un certo Mr. Nice, famoso per la sua erba al gusto di fragola. Con l’aiuto di Spadino, scaltro scassinatore, mettono in atto il colpo, ma anche qui qualcosa va storto. Anziché trovare la marijuana, si ritrovano una casa svaligiata con Mr. Nice imbavagliato e ammanettato su letto. Qualcuno che ha avuto la loro stessa idea è stato più veloce! Quel qualcuno si chiama Mr. Grady, un gay col vizio dei cavalli e protagonista di una delle storie parallele. Costretto anche lui a compiere quel furto per saldare un violento allibratore. Tutto si complica quando entrano in scena tre giovani prepotenti guardie, poco inclini alla divisa e molto inclini a quella che ormai sembra essere la regina della scacchiera: la marijuana. La scoperta di questa famosa erba al gusto di fragola li porta in quello che è l’obiettivo di tutti, ovvero casa di Mr. Nice. Tutte le storie finiscono per amalgamarsi e fondersi verso un’unica strada, quella che porta ad Amsterdam, dove tra coffee shop e tanti canali della capitale olandese, si concluderanno le disavventure degli ultimi due personaggi rimasti.

Andiamoci a prendere la libertà, così recita Becchino nell’ultima scena. Ganja Fiction vuol dire una ricerca perenne di libertà. Un’incessante fuga da scelte sempre sbagliate, dove le paure diventano realtà e più di qualcuno viene inghiottito. A tener banco sono i vizi che, come nella realtà, esaltano le personalità dei personaggi, facendone uscire il loro lato più nascosto, quello più oscuro. Manie sessuali, debolezze, esaltazioni. Non esistono distinzioni, né buoni né cattivi. Tutte le emozioni, da quelle positive a quelle negative, passano attraverso un’unica testimone, impassibile, silenziosa. Una particolare tipologia di marijuana al gusto di fragola. Il soggetto è di Mirko Virgili, anche regista dell’opera. La sceneggiatura, di proprietà della Spoilt srl, è scritta da Guido Ludovici.

Le riprese iniziano nel marzo 2010, comprendono un anno e mezzo di lavoro tra Roma e Amsterdam, prima di passare alla post audio e video. Il film è stato girato in digitale con Panasonic HPX171 e Canon 5D. Il costo totale dell’opera è di circa 50 mila euro, oltre a una formula di co-produzione con la maggior parte del cast tecnico e artistico. Il titolo stesso rappresenta l’obiettivo principale di questo film. Ganja Fiction è un prodotto giovane che vuole parlare ai giovani. L’ingrediente principale, la marijuana, è in realtà la chiave per riuscire ad aprire una porta resistente e complicata come quella che può essere l’interesse nei giovani. A condire questi ingredienti, una selezione di brani musicali, dal reggae al rap, con una scaletta di nomi di un certo spessore. La Spoilt srl può servirsi come promozione di una larga e diversificata diffusione di gadget promozionali, nonché di una capillare rete di passaparola, concentrata in quello che può essere il target del film. Si avvale peraltro della collaborazione degli artisti che hanno partecipato nella formula della co-produzione, con interventi e promozioni ognuno nel proprio campo, eventi, concerti, interviste in tv e radio. L’apparizione stessa di alcuni personaggi rapper garantisce un certo tipo di promozione in ambienti difficilmente raggiungibili dai media tradizionali: Noyz Narcos: noto rapper conosciuto da gran parte dei giovani di tutta Italia (già nel cortometraggio Ganja Fiction, la sua presenza ha garantito visite tutt'oggi copiose sul sito web del corto. Nel film recita un cameo di se stesso all’interno del coffee shop Greenhouse di Amsterdam); Duke Montana: altro famoso rapper (anche lui nel cortometraggio); G-Max, rapper dei noti Flaminio Maphia, da tempo sulle scene del palcoscenico televisivo. Un ruolo importante in Ganja Fiction ce l’ha la musica: musica giovane. Si passa dal reggae al rap fino ad arrivare alle musiche composte dal maestro Emanuele Bossi, studiate soprattutto per i momenti di maggiore tensione. per non farsi mancare nulla, una cover dei Nirvana nel punto principale dell’opera. Vediamo alcuni gruppi.

Villada Posse: crew di artisti romani che da oltre quindici anni contribuisce significativamente alla storia della scena musicale reggae e raffa muffin italiana. Sempre attivo con serate in tutta Italia e con partecipazioni agli eventi di musica reggae in tutta Europa.

Lion D: altro cantante reggae dell'Emilia Romana e della stessa etichetta dei Villada Posse, nato a Londra e con musiche in lingua inglese giamaicano.

Radici nel cemento: noto gruppo reggae nato in prossimità del litorale romano conosciuto da gran parte dei giovani e divenuto famoso non solo a Roma ma in ambito nazionale.

Pmk: nuovo gruppo reggae proveniente da Pignataro Maggiore, piccolo centro della provincia di Caserta, nel cuore della Gomorra raccontata da Saviano e proprio dalla loro terra traggono ispirazione per le loro musiche.

Rasta Ciccio: unica canzone fatta da questo cantante dal titolo Fumo tanta erba nota a tutti i giovani dei licei dal 1999 a oggi.

Quartiere Coffee: reggae band di Grosseto che nell’ultimo anno ha collezionato importanti risultati in numerose piazze italiana grazie anche al singolo Sweet Aroma e dal suo videoclip, pezzo cantato in lingua inglese.

Noyz Narcos: noto rapper già citato sopra per il suo cameo nel film.

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Erba Celeste (2016) di Valentina Gebbia

20 Agosto 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Erba Celeste (2016)  di Valentina Gebbia

Erba Celeste (2016)

di Valentina Gebbia

Conosciamo Erba Celeste dalle parole della sua autrice (scrittrice, regista, sceneggiatrice e tecnico del montaggio):

Il film è tratto da uno dei miei romanzi. Se hai visto il sito, saprai il miracolo produttivo che rappresenta, realizzato senza budget, con i tempi di una normale produzione, solo grazie a volontà e passione. Saprai anche che siamo stati invitati, finora, in tre Festival e che il film non è ancora uscito nelle sale. Dovrebbe essere una questione di settimane, ovviamente in un circuito di cinema indipendenti. Daniela Giordano è una delle gioie che questo film mi ha dato”.

Leggiamo la sinossi: “Celeste è una musicista che vive in una residenza per artisti nell’assolato entroterra siciliano, il Baglio Acquecalde. È ammalata di cancro e ha scelto di rompere col pensare comune per curarsi con l’alimentazione naturale, la fitoterapia, i libri e la cannabis. Amaranto, proprietario della residenza, è un affascinante architetto deluso dall’amore, con un carattere spigoloso e con grandi difficoltà a leggere nella propria anima. Insieme a loro, vivono il dottor Camillo, medico amante dell’alcol che ha girato il mondo, e artisti che in quel luogo hanno ritrovato una famiglia, immersi nel verde incontaminato e nell’amore di Celeste. Il loro microcosmo è violato da alcuni eventi: Daniela, scrittrice bizzarra e un po’ fuori di testa, è certa che proprio fra quelle mura, le abbiano rubato il suo ultimo manoscritto, mentre nel comportamento di alcuni anziani, c’è qualcosa di strano e inspiegabile. Amaranto cerca di scoprire cosa accada e, nell’indagare, si troverà a diffidare proprio della sua amica Celeste che, nei pomeriggi domenicali, offre agli amici un tè a base di erbe non identificate. L’uomo crede che Celeste droghi la gente e che i mali del posto scaturiscano da lei. Un anziano attore muore per un apparente attacco di cuore e la situazione si fa sempre più tesa perché anche Doriano, il direttore d’orchestra, si sente male nella notte. Il Baglio Acquecalde finirà per diventare una metafora del mondo, un mondo che spaccia per verità atroci bugie e chiama droghe solo alcune sostanze condannate dalla convenienza della storia. Nell’intrecciarsi di sentimenti forti, storie d’amore, colpi di scena e tenerezza, e soprattutto nell’amicizia tra Amaranto e Celeste, nel loro incontro-scontro, c’è tutta la speranza di chi crede ancora nel futuro della vita”.

Erba Celeste è un buon film indipendente dove la Giordano recita qualche posa, dopo trentacinque anni che non calcava le scene, poco utilizzata nel ruolo della degente Adele, quasi sempre ripresa seduta e con un ruolo non molto influente nell’economia della storia. Un tema difficile come l’uso terapeutico della marijuana ha reso complessa la pratica di autorizzazione legislativa. A nostro giudizio le parti peggiori, quelle più didascaliche e ridondanti, narrate come una lezione scolastica, sono da ricercarsi nelle poche sequenze in cui la regista - attrice tenta di giustificare l’uso della cannabis. Il film gode di molti pregi e di una confezione sontuosa a livello di fotografia e di colonna sonora, una messa in scena pregevole e una recitazione - pur non perfetta - più che passabile visto che gli attori non sono degli affermati professionisti. Molto bravo il protagonista Daniele Musso nei panni di Amaranto, credibile voce narrante e importante presenza come deus ex machina della storia che si sviluppa all’interno della residenza assistita e vede come filo conduttore l’amicizia tra il ragazzo e la degente Celeste. Bene Valentina Gebbia, sia come regista che come interprete, buona la sua performance (a parte le sequenze troppo didascaliche) e interessante la direzione degli attori. Ottimi piani sequenza, suggestive panoramiche, rapide dissolvenze, colore intenso nelle riprese diurne ed efficace fotografia notturna giallo ocra, espressivi volti di anziani ripresi in primo piano. Straordinaria la colonna sonora - una delle cose migliori della pellicola - che accompagna immagini fotografate con mirabile intensità poetica. Note di merito per Ugo Flandina (fotografia) e Maurizo Bignone (colonna sonora) che con il loro lavoro conferiscono alla pellicola un valore aggiunto importante. Non condivido una parola del tema portante del film ma questo non inficia il giudizio estetico che resta molto positivo, inoltre, a parte l’uso della cannabis, resta il condivisibile tema dei valori caduti e degli anziani ormai ritenuti inutili e abbandonati a loro stessi. Difetto di fondo una recitazione teatrale, troppo impostata, e una sceneggiatura - soprattutto i dialoghi - che risente di una scrittura lirica, a tratti persino retorica. La storia riesce comunque a decollare, sollevandosi dalle pastoie di un eccesso didascalico, terminando con un finale da film giallo. Restano pesanti come macigni le parole del protagonista: “Non cambierò il mondo ma d’ora in poi voglio cercare di cambiare un po’ il mio mondo”.

Il film vince con merito il Premio del Pubblico all’ottavo Sciaccia Film Festival, inoltre viene presentato alla sessantaduesima edizione del Taormina Film Festival e nella sezione Sguardi Altrove del Womens Film Festival. Erba Celeste è realizzato con passione e volontà, grazie a molti sponsor e a una produzione composta dagli stesi attori. Girato nella zona di Palermo, con suggestive riprese della spiaggia di Mondello, fiumi montani, palazzi storici e spaccati di lungomare della città sicula. Citazione cinefila da A qualcuno piace caldo di Billy Wilder con un brano del film durante una proiezione, il famoso finale dove si recita la battuta: “Nessuno è perfetto!”.

Regia: Valentina Gebbia. Soggetto e Sceneggiatura: Valentina Gebbia (dal suo romanzo omonimo). Fotografia: Ugo Flandina. Assistenti Fotografia: Duilio Scalici, Salvo Cataldo. Montaggio: Valentina Gebbia, Ugo Flandina. Aiuto Regista: Ugo Flandina. Colonna Sonora: Maurizio Bignone. Assistenti Regia: Duilio Scalici, Antonio Forestieri, Francesco Gebbia. Costumi: Manuela Velardo. Trucco: Salvo Bartolone. Operatore alla Macchina: Duilio Scalici, Ugo Flandina, Salvo Cataldo, Marco Di Stefano, Nicola Virgilio. Scenografia: Manuela Velardo, Maurizio Riotta, Andrea Vita. Fonico: Davide Buglisi. Produttore Esecutivo: Micro Film Associazione Culturale. Direttore di Produzione: Anna Li Muli. Fotografo di Scena: Gero Cordaro. Effetti Speciali: Ivan Monterosso. Musiche: Maurizio Bignone. Pezzi Musicali: Il vento e le rose, La giostra delle favole, Melanconia e conforto, Lo scrigno dei piccoli tesori (eseguite dal Trio Siciliano: Fabio Piazza, pianoforte - Silvio Dima, violino - Giorgio Gasbarro, violoncello); Into the dark, The rason of the soul (eseguiti da Luca Pincini, violoncello e Gilda Buttà, pianoforte); Dancing in the clouds, The restaurant, Forever friends (eseguiti da Sicilia String Orchestra). I brani Baglio e Celeste sono di Fabrizio Fortunato. Brano S’iddu moru: musica e voce di Laura Lala, testo da Cavalleria Rusticana e Anonimo Tradizionale, pianoforte di Sade Mangiaracina, basso Diego Tarantino, batteria Claudio Mastracci. Brano L’urtimo ri l’urtimi: testo e voce Laura Lala, musica e pianoforte Sade Mangiaracina. Brano Nonnuzza: testo, musica e voce Laura Lala, pianoforte Sade Mangiaracina, basso Giacomo Buffa. Brano Flowers di Duilio Scalici e Valerio Panzavecchia, eseguito da Manmuswak. Brano Erba Celeste (titoli di coda): testo Valentina Gebbia, musica Rosario Castelluzzo, voce e arrangiamento Giorgio Spica, Alessandro Mirabella. Interpreti: Daniele Musso (Amaranto), Valentina Gebbia (Celeste), Fabio Gagliardi (Camillo), Daniela Lampasona (Daniela), Luigi La Rocca (Luigino), Pippo Montedoro (Doriano), Daniela Giordano (Adele), Giuseppe Battiloro (Mario), Roberta Murgia (Lucrezia Ballotta), Giorgio Spica (Marcello), Roberta Impallomeni (Laura), Giusy Ferrante (Loredana), Angela Iacomeni (Teresa), Giuseppe Santostefano (Demetrio), Francesco Boscia (Nora Li Puma), Margot Pucci (Giuditta Li Puma), Salvo Ficano (Mirelli), Maurizio Juso (Casimiro), Marina Fragale (Gilda), Adriana Dolce (Altera), Gino Bonanno (Rosario), Marilia Chiovaro (Cecilia), Giuseppe Nicastro (Alfredo), Mirko Ingrassia (Alfredo), Piero Gebbia (Direttore Libreria), Renato Magistrato (Paolo), Marco Maria Correnti (Michele), Daniela Vita (Sara), Antonio Valguarnera (Ruggero), Giuseppe Celesia (amico Amaranto), Marina Provenzano (Vittoria), Patrizio Rizzo (barista), Aldo Messina (medico), Valentina Tilotta (segretaria), Stefano Billante (Leonardo Dorini), Francesco Gebbia, Elena Gebbia, Nicoletta Arena, Ludovico Genuardi, Federico Scrima (ragazzi libreria), Livia Arena Schonberger (turista tedesca), Rosanna Pirajno, Gaspare la Grassa, Toni Catania, Giovanna Ribaudo, Giuseppe Visconti, Vincenzo Gianbanco, Piero Russo, Marcella Abbate, Angelina Gertrude Pace, Antonio Pia Alagna, Giuseppe Caiozzo, Francesco Callari (ospiti residenza), Caterina Buscemi, Maria Terzo (cameriere), Manuela Velardo, Gaspare Catania, Francesco Valguarnera (impiegati residenza), Benedetto Modica, Federico Portelli (trasportatori), Rosario Andrea Lio, Alessandra Benigno (figli Demetrio), Davidel Basile (falegname).

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Corrado Farina, regista dei miei sogni

13 Luglio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #personaggi da conoscere

Corrado Farina, regista dei miei sogni

Muore Corrado Farina e per me muore un amico, non il regista di Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. Muore l’intellettuale colto, gentile e raffinato che conobbi a Livorno, in occasione di un Joe D’Amato Horror Festival dove incontrai un sacco di gente sgradevole e poco interessante, al punto che fu in tale occasione che decisi di non frequentare più i festival di cinema. Il solo bel ricordo legato a quelle tre giornate livornesi di quasi quindici anni fa resta Corrado Farina, che presentò al Cinema Gran Guardia il suo Hanno cambiato faccia su grande schermo. Adesso quel che resta del Gran Guardia è solo il nome, non è lo stesso cinema ma una tristezza. Muore Corrado Farina e io ricordo l’umiltà di un grande regista nello scendere a Piombino per ritirare un Premio Cappelletti alla carriera, parlare di cinema in una saletta di periferia, raccontare i suoi sogni. Muore Corrado Farina e io mi ricordo tutti i libri che ci siamo scambiati nel corso di tanti anni passati a vergare passioni sui fogli. Ricordo la sua rubrica su Nocturno, dove scrisse molto bene di un mio libro su Fellini e la lunga intervista che mi concesse per la Storia del Cinema Horror Italiano volume 4 (“Cosa cavolo c’entro io con l’horror?” mi chiedeva stupito). Ma tra di noi era scoccata una scintilla, una sorta di affinità elettiva, un reciproco concederci che entrambi qualcosa di interessante l’avevamo fatto, lo stavamo facendo. Certo, lui molto più di me, in tutti i sensi. E se c’è una cosa di cui vado orgoglioso è di aver pubblicato la sua autobiografia, Attraverso lo specchio - film fatti e film visti, che nasce da una mia idea, da un mio input. Ci vedemmo in uno squallido bar di Venturina, in una giornata di pioggia per firmare il contratto, come se tra me e lui fossero serviti i contratti, ma Corrado era un uomo preciso, al limite della pignoleria. E il contratto andava firmato. Venne da me a Venturina, in compagnia della sua signora, ci vedemmo per l’ultima volta, gli detti il mio libro su Franco & Ciccio, poi ci siamo messi a fare il libro, che per fortuna è uscito. Ricordo che a un certo punto lo chiamò al telefono suo figlio Alberto e lui con la grande modestia che lo contraddistingueva gli disse: “Sai che c’è un editore folle che vuole pubblicare un libro sulla vita di tuo padre?”. Ecco tutto quel che mi resta di Corrado, a parte i suoi film, i suoi libri, le sue parole. Ecco che mi viene ancora a mente il suo stupore: “Ma tu pensi che ci sia davvero qualcuno disposto a leggere quel pensa Corrado Farina sul cinema?” Penso proprio di sì, Corrado. Penso proprio di sì. Come so che mi mancherai.

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Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

1 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #cinema

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

Oggi conosciamo il Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, un’associazione culturale di promozione cinematografica (senza scopo di lucro) nata 4 anni fa, il 22 Febbraio del 2012, affiliata alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC). Una piccola ma attiva realtà maremmana che conta un buon numero di soci e tante iniziative di alto livello culturale che l'hanno portata all'attenzione dei media nazionali, rendendola un centro di aggregazione del territorio. Abbiamo avvicinato Matteo Racugno, uno degli ideatori di questo sogno cinefilo, per sentire dalla sua viva voce prospettive e bilanci.

Come nasce il Piccolo Cineclub?

Tutto parte da un’idea di sei amici. di età, studi e lavori diversi, uniti dalla passione per il cinema. Da tanti anni coltivavamo un sogno: creare una piccola sala capace di riportare sul grande schermo i capolavori del cinema ma anche di rendere visibili grandi film contemporanei lasciati ai margini, per contorte logiche industriali, alcuni lungometraggi vincitori di prestigiosi Festival cinematografici, molte opere di giovani autori italiani dimenticate dai distributori.

Un progetto ambizioso e non di facile realizzazione...

E invece è diventato realtà. Poche settimane fa abbiamo ospitato Francesco Ghiaccio, che ha presentato in anteprima provinciale la sua opera prima Un posto sicuro, un film importante, che parla di amianto e del dramma di Casale Monferrato. Un film invisibile per la sciagurata distribuzione che ha avuto. Abbiamo presentato anche Non essere cattivo di Caligari, che nonostante la presentazione agli Oscar non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato.

Sono state molti gli ostacoli da superare?


Sembrava tutto troppo complicato. Un giungla di norme burocratiche assurde pareva rendere impossibile la realizzazione del progetto. È stato l’entusiasmo dei soci - che si sono moltiplicati nel giro di poche settimane - a darci la spinta per continuare a credere nella nostra idea. Pare impossibile, ma in poco tempo siamo diventati 1500 soci e stiamo per tagliare il traguardo delle 10.000 presenze totali.

Come si diventa soci del Cineclub? Godete di contributi e sovvenzioni?


Basta una tessera annuale dal modico costo di 5 euro - un prezzo simbolico – che consente di partecipare alle attività del Piccolo Cineclub Tirreno da Gennaio a Dicembre. Ogni anno rendiamo pubblico il bilancio e lo sottoponiamo alla votazione dell’assemblea. Non abbiamo contributi o sovvenzioni. Per scelta. Vogliamo avere piena libertà nella programmazione e nella gestione del Cineclub.

Proiettate soltanto film o programmate incontri con registi, attori e addetti ai lavori?


Quando è possibile cerchiamo di far entrare i soci in contatto con registi e attori, invitandoli alle proiezioni per parlare dei loro film. Abbiamo avuto ospiti i registi Salvatore Mereu, Andrea Segre, Daniele Segre, Costanza Quatriglio, Francesco Ghiaccio, Manetti Bros, Stefano Liberti, Alessandro Rak, Roan Johnson, Antonio Augugliaro, Sabina Guzzanti, il collettivo John Snellinberg, l'attore Dario Cantarelli, i critici cinematografici Giulio Sangiorgio e Alessandro Baratti, gli sceneggiatori Daniele Ranieri, Ottavia Madeddu e Antonella Gaeta.

Come si svolge la proiezione?


Il giorno del cinema è il venerdì, ore 21 e 30. Come ogni cineclub che si rispetti le proiezioni sono accompagnate da una breve presentazione per introdurre lo spettatore alla visione e da materiali critici di approfondimento offerti gratuitamente agli spettatori. Vogliamo che il Piccolo Cineclub Tirreno sia non solo una piccola sala dove vedere dei bei film, ma anche uno spazio di aggregazione, un luogo di scambio, di confronto e di ritrovo.

Che genere di film proiettate al Cineclub? E con quale scopo?

I lungometraggi che presentiamo al Cineclub sono, in genere, film che molto difficilmente potrebbero essere visti nelle normali sale della zona. Siamo un’associazione e, come in ogni associazione, si prova il piacere di condividere un interesse comune. Quindi vedere un film al Cineclub significa socializzazione, condivisione e garanzia di qualità.

Come scegliete i film? Che tipo di pubblico segue le proiezioni?

Ci teniamo molto aggiornati attraverso i quotidiani e le riviste specializzate, cartacee e on line. Stiliamo una prima lista di massima che perfezioniamo in un secondo tempo, escludendo i film presentati nel cinema della nostra città o in altre sale delle città più vicine (Grosseto e Piombino), cercando di diversificare quanto più possibile la programmazione, per soddisfare gusti ed esigenze diversi. Il nostro pubblico è unito dalla passione per il cinema. I gusti non necessariamente sono comuni.

Il Cineclub segue una linea programmatica? Fate soltanto cinema colto e - per usare una parola che alcuni usano in senso negativo - intellettuale?

Esistono dei buoni film e dei brutti film, come esistono dei buoni libri e dei brutti libri, della buona musica e della brutta musica. Noi cerchiamo di suggerire buoni film. Tutto qui. Lo facciamo senza pretendere di dare certezze. Crediamo che i nostri soci, essendo così tanti, lo abbiano capito. E non hanno proprio niente dell'accezione negativa del termine intellettuale.

Noi vi consigliamo di fare un salto al Piccolo Cineclub Tirreno, soprattutto se vivete in Maremma, così come vi consigliamo di frequentare il piccolo cinema del dopolavoro ferroviario a Grosseto. Sono questi luoghi che ancora ci consentono di respirare aria di vero cinema, perché non danno spazio soltanto ai fenomeni del momento, alle mode passeggere e ai film di cassetta. Non solo, si tengono lontani anche da tanta odiosa spocchia intellettualistica che profuma di snobismo fine a se stesso, esibito soltanto per colmare un triste vuoto culturale.

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
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Silvana Pampanini

15 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Silvana Pampanini

Era bellissima, e sfido chiunque a dichiarare - tra quelli della mia età - che nella sua giovinezza non abbia ammirato, desiderato ed amato l'attrice.
Basti pensare al film che ricordiamo al di sopra degli altri, girato a fianco dell'altra stupenda ragazza che si chiamava Delia Scala, per andare con la mente alle due bellezze acqua e sapone - il termine allora ancora non si usava - di cui lei forse era la "maggiorata", e la prima maggiorata del cinema italiano per le sue forme procaci.
Ma quello che più è rimasto nei nostri occhi, di allora, è il suo viso pulito e paffuto con due labbra ineguagliabili a quei tempi, labbra che chiedevano baci, baci e baci.
Silvana se n'è andata qualche giorno fa, il giorno dell'Epifania.
Non lo sapevo, ho visto per caso, girando tra i vari canali Rai, in un programma dal titolo "attori e divi italiani" , un omaggio a..., e c'era lei, ospite di Tiberio Timperi, ma mai avrei immaginato...
E vedendola là con la sua molta età, ho gustato i vari filmati mostrati nel programma. Quant'era bella!
Era del '25, quindi era nel suo novantunesimo anno di vita, certo, non era più la splendida ragazza che a ventuno anni vinse il concorso di Miss Italia. Ma conservava nel viso, un poco sfatto, e nel suo modo di esprimersi, tutta la grazia e l'avvenenza di allora.
Nella prima metà degli anni cinquanta era lei (insieme a Silvana Mangano di Riso amaro) a rappresentare la bellezza italiana; la Loren e la Lollobrigida erano di là da venire. Aveva studiato musica al conservatorio, e questo le fu utile, ché le fecero incidere dei dischi, mai più riproposti in avvenire.
Arrivò il 1951, e il suo film per eccellenza Bellezze in bicicletta, diretto da Carlo Campogalliani, con Totò, Carlo Croccolo e Aroldo Tieri, in cui pedalava con la sua amica Delia Scala, lei bruna e Delia bionda, lei statuaria, Delia più minuta ma vivacissima, tanto da diventare una delle più stimate e apprezzate soubrette del teatro italiano.
Non ricorderemo qui tutti i film che ha girato, sono circa una settantina, e Silvana appare a fianco dei più grandi attori dello schermo, anche stranieri. Pensate, quando lavorò in Francia veniva chiamata Nini Pampan.
Mentre leggete vi invito ad ascoltate la sua voce nella canzone bellezze in bicicletta che allora divenne un successo nazionale.
Se n'è andata, sola, senza nessuno intorno, non un collega, non un amico, non un ammiratore. La camera allestita nella Protomoteca in Campidoglio a Roma, è restata sempre vuota, neppure un rappresentante delle autorità statali.
Peccato.
Addio cara Silvana, mito per noi ragazzi che nel 1951 avevamo poco più di una decina d'anni.
Ti rendo omaggio io, con questo modesto saggio, al posto di chi ti ha dimenticato.

Marcello de Santis

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Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

9 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cinema

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.

Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

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Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe

29 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe



Marilyn Monroe l'abbiamo ammirata in molti, l'abbiamo amata in moltissimi, l'abbiamo rimpianta e la rimpiangiamo ancora tutti. Quelli di una certa età, intendo, quelli non più giovanissimi né giovani sono sicuro l'avranno sempre nel cuore.
Se ne andò nel mezzo dell'età (quei trentacinque del grande poeta della Commedia) e, ad oggi, ancora nessuno ha saputo spiegare il mistero della sua morte: suicidio, omicidio, disgrazia, o che. O forse sì, si è scoperto e, come altri tantissimi misteri insoluti, non si vuole che il mondo sappia. Il suo decesso, alla fine, venne ufficialmente classificato come "probabile suicidio".
Si parlò di rapporti affettuosi (?) (ma anche carnali), in quell'ultimo anno di sua vita, col presidente degli stati uniti John F. Kennedy, poi (o prima) col fratello di lui Robert, e si vociferò che in quella morte ci fosse implicato l'uno e/o l'altro. Voci. Per cui si ricorse al segreto di stato, uno dei tanti, dei troppi, che costellano la storia della più grande nazione del mondo.
Io non sono qui per cercare di sciogliere l'arcano; sono qui per ricordare, con un breve saggio, una figura tanto cara alla gente; per la sue genuina bellezza, forse anche troppa, tanto che la ragazza veniva dipinta dai critici che contano come una ochetta che si era fatta largo sgomitando, pur di arrivare: ché di classe ne aveva pochina, si è detto e ripetuto. E forse era vero. Ma ciò non toglie che la sua dolcissima figura, è vero che fu costruita, (il biondo dei capelli, le particine da ochetta, la maniera di muovere le sue grazie) ma è vero anche che, senza i requisiti essenziali propri di una sensualità innata, propria solo di lei, non sarebbe mai ascesa alla fama che raggiunse, e che tanto mestamente fu costretta a lasciare.
Tanto i media dell'epoca hanno fatto per buttarla giù da quel modesto e pur brillante piedistallo, dove era a fatica arrivata a godersi il briciolo di fama, tra le star più famose di Hollywood, che le bastava per sentirsi appagata e vivere felice, tanto la gente del cinema l'ha amata e osannata per la sua spontaneità, per la sua pura vaporosità.
Già la sua doppiatrice italiana Rosetta Calavetta fece un miracolo vocale portandola nelle nostre sale cinematografiche, su quegli schermi bianchi dai quali essa scendeva ogni sera tra di noi, per entrare nei nostri cuori (e così penso anche le doppiatrici di tutti gli stati del mondo abbiano fatto, e al meglio anche, perché è indubbio che Marylin infondeva in loro stesse, femmine come lei, un particolare calore). Rosetta, pensate, cominciò con Walt Disney dando la voce alla dolcissima Biancaneve (nel 1938, quando aveva solo 20 anni, ed aveva iniziato appena a doppiare l'attrice Deanna Durbin, bionda anche lei, dolce anche lei; ma quanto a fascino, non era davvero Marilyn!) Curiosità: Deanna era stata scartata tra le aspiranti doppiatrici per Biancaneve. Poi, nel tempo, oltre agli altri cartoons di Disney (Lilly e il vagabondo, Mary Poppins, e, ne La carica dei 101, la perfida Crudelia Demon), doppiò le più grandi attrici di Hollywood. Solo nel '50 passò ad essere la doppiatrice ufficiale italiana di Marilyn Monroe. E la sensualità sprigiona tutta nella sua inconfondibile sensualissima voce in originale, nelle sue poche canzoni che ha portato inusitatamente al successo; un successo da fare invidia ai dominatori della musica leggera americana. Su tutte, due canzoni: quella bye bye baby che cantò nel film Gli uomini preferiscono le bionde, nel quale aveva accanto l'altra bomba sexy Jane Russell, con cui costituì un duo che raggiunse una fama che dura ancora oggi, e l'altra, altrettanto celebre, dal titolo I Wanna Be Loved By You, interpretata nel film A qualcuno piace caldo
Ci basta questo - dicevamo - per innamorarci di lei, ché era per tutti la più sensuale donna del mondo; un fenomeno sexy verificatosi quando ancora in giro non c'erano - o almeno non c'erano ancora - i mezzi d'informazione di oggi, internet compreso, che ci portano costantemente davanti agli occhi attrici nude e pornostar, languide, sì, belle e bellissime, sì, ma che "fascino" non sanno neppure cosa voglia dire.
E' vero, Marilyn, quando ancora non era Marilyn, ma solo una comunissima ragazza di nome Norma, posò nuda per dei servizi fotografici, ma la sua celebrità e il suo fascino da calamita non si devono affatto a quelle fotografie; si può dire che nessuno o quasi, al di fuori dei pochi addetti ai lavori, le conosca o le abbia mai viste. C'è da dire che la sua infinita bellezza e la sua grazia risaltavano in maniera eccezionale molto di più da dentro i vestiti, che per lavoro indossava, che quando non li aveva affatto.

Cominciò a fare film quasi subito, ma voglio riportare davanti ai vostri occhi la scena che l'ha immortalata, e che è tra le più belle della storia della cinematografia mondiale: quella tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di quel grande regista che era Billy Wilder. Lei, in piedi su una delle grate a terra, scena girata all'incrocio di Lexington Avenue e la 52° strada, a New York, davanti a centinaia di fans entusiasti. Sembra che l'allora marito della Monroe, il giocatore di baseball (si dice il più grande di sempre, di origini italiane) Joe Di Maggio, mentre veniva girata, rimanesse molto turbato e contrariato dal fascino sprigionato dalla ragazza, e che tra i due scoppiasse una lite furiosa; di lì a poco si separarono dopo solo otto mesi di matrimonio; ma forse le cose non andavano già tanto bene tra i due.
Marylin era una ragazza semplice e ancora oggi la ricordiamo così, in tutta la sua dolcezza e fragilità. Ma aveva curve mozzafiato che, pur esposte quasi sempre in maniera molto parziale, ce la mostravano nella sua micidiale esplosività. Portava ancora il suo nome Norma, quando nella sua città approdò al cinema che contava, in cerca di una pur modesta affermazione, almeno nei suoi primi intenti; oggi molti ancora non sanno che Norma era il suo vero nome, Norma Jeane Baker; ma non importa poi molto.
Quando fu rinvenuta riversa a terra senza vita, Norma-Marilyn aveva poco più di trentacinque anni; troppo giovane e troppo bella per morire. Che peccato! Le trovarono in corpo tracce di idrato di cloralio, miste a nembutal, per usare le parole dei tecnici, una mistura di barbiturici che lei era solita assumere per tentare di sconfiggere l'insonnia (normale per chi è stressato, e Marilyn lo era.)
Era il 5 agosto 1962: ricordiamola questa data, ché segna la dipartita di una delle più affascinanti attrici mai conosciute, una bionda deliziosa, ma non era il suo colore naturale; l'oro nei capelli ce lo mise la sua parrucchiera, dopo molti tentativi per renderla "visivamente" perfetta, e sistemati subito a mo' di permanente che non abbandonò mai nel corso della sua breve carriera. Era un colore che ispirò qualcuno a portarlo sullo schermo in un film in cui aveva accanto un'altra maggiorata hollywodiana, "mora di capelli" quella Jane Russell, in Gli uomini preferiscono le bionde, film che sconvolse i sensi di molti di noi, allora giovani, giovanissimi e uomini fatti.
Se proviamo a pensare alle molte grandi attrici del cinema mondiale, dal prototipo francese Brigitte Bardot fino alla nostra Sofia Loren, passando per Elizabeth Taylor fino all'altra bomba-sexy, la rossa per eccellenza, l'indimenticabile e indimenticata Rita Hayworth, (quando oggi si dice Gilda, si pensa solo a Rita), bene: la donna che più di tutte resta nella nostra memoria più viva che mai, è Marilyn.
Io avevo diciotto, diciannove poi vent'anni, e, quando a sera passavo davanti agli allora famosi "cartelloni" del cinema del paese insieme agli amici, ricordo che non potevamo non fermarci ad ammirare quelle fotografie fantastiche, leggere, sensuali, bellissime in bianco e nero, di questa attrice che ci avrebbe cullato di lì a poco nei nostri sogni.
Norma Jane Baker vide la luce a Los Angeles, e, ironia della sorte, a Los Angeles finì la sua vita. Non ebbe una infanzia facile, passò da una famiglia a un'altra in affidamento, (la madre non poteva pensare a lei, andò presto in tilt con la mente, rasentò la pazzia, venne internata), qualcuno e più d'uno scrisse di questa fragile ragazza che fosse una donna nevrotica, dall'umore balzano, e che aveva ripreso qualcosa del suo carattere da quello della madre. Forse era vero; ma non voglio parlare di "quella" sua vita. Nevrosi e sex appeal, è il miscuglio che ha caratterizzato Marilyn. Che cercava - per non pensare ai suoi mille problemi di vita - l'affermazione nel cinema, passando - per poco, va detto - per il mondo delle modelle (qui la fecero posare nuda, e lo faceva col sorriso sulle labbra ma con una gioia triste nel cuore).
Venne il successo, poi la gloria, poi la fama, che dura ancora oggi: dopo alcuni filmetti senza importanza, ella prese a rifiutare copioni su copioni, dove la si voleva far passare per oca.
Allora vennero Niagara, Fermata d'autobus, A qualcuno piace caldo, oltre ai due cui abbiamo accennato più sopra.
Sui set di Hollywod dominavano ormai una bionda Mariyn e il suo corpo mozzafiato! Ma la sua inquietudine mentale la faceva da padrona; amò e sposò Arthur Miller, ma non durò, ché non poteva durare. E lei ben lo sapeva (se lo ripeteva spesso: mi lascerà, mi lascerà, e così fu); forse fu lei stessa che lo costrinse a lasciarla, del resto non seppe mai accettarlo completamente, lei che sapeva di non saper accettare neanche se stessa.
Abbiamo detto della sua immensa fragilità, ma era anche una ragazza forte, e, soprattutto, sensibile come nessun'altra. Si mostra sempre con un viso pulito nella sua, ogni volta fresca, innocenza, ma il suo fascino prevale su tutto, insieme alla incontenibile "sensualità". Sensualità che attrae gli uomini come una calamita; uomini che vorrebbero averla, magari per una notte, ma che si rodono di rabbia per la consapevolezza di non poter realizzare la loro brama.
Anche noi allora ragazzi covavamo dentro questo desiderio; ma - confesso - non per farci in qualche modo all'amore; no! Per noi era pura e troppo bella, volevamo averla vicino solo per ammirarla, per potercene vantare con gli amici, e, se possibile, farle carezze sulle guance di bambina.
Qualcuno, in una delle tante manifestazioni post mortem, ebbe a definirla in diversi modi, da angelo biondo a venere contemporanea, da bomba sexy (ma così veniva definita anche in vita) a icona popolare.
Il cantante inglese Elton John, all'apice del suo successo, anni dopo la sua scomparsa, in ricordo di questa creatura divina, (così la definiva) comporrà per lei, e per lei canterà, la sua migliore canzone di sempre, Googbye Norma Jean!
Marilyn, una delle ultime cose che fece, e fece scalpore, fu esibirsi davanti al presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, in occasione del compleanno di questi, e, con la sua voce bassa e maliziosa, indefinibile in altra maniera, sussurrò con una carica sensuale impressionante "Happy Birthday to you, mr. President".
Era definitivamente nato - anche per i posteri - il più grande sex symbol d'America. Di allora. E di tutti i tempi!


marcello de santis

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Malafemmena

29 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #cinema

Malafemmena

No signore! Non è come pensate voi. Io 'sta canzone qua non l'ho scritta per quella bellissima donna che era Silvana Pampanini.
Però ve l'ho fatto credere, ehhh? Per tutti questi anni i giornalisti non hanno fatto altro che divulgare questa notizia, e io zitto, a leggere, e mi dicevo: voglio proprio vedere come va a finire! ma, in fondo, a me stava pure bene.
La donna del mistero rimaneva veramente del m
istero.

Silvana, la grande Silvana, come era bella! e se ve lo dico io, che sono grande intenditore di donne e grandissimo fruitore specialmente di quelle belle, e perché no, anche bellissime, ci potete credere. Silvana Pampanini era 'nu babà, era - che vi devo dire - 'na serenata sciuè sciué, era 'na cosa grande, nel vero senso della parola. E poi che v'aggi' 'a di'? A me le donne mi piacciono! Le adoro, Tutte. Le racchie (be', insomma!), e le belle bellissime!
A me m'hanno rovinato le femm
ine…

"Totò era un vero signore, una persona di una gentilezza incredibile. E parlo non di Totò attore, no, quello lo sappiamo tutti quanto era bravo, era un grande della scena in quegli anni là, e col tempo è diventato un'icona vera e propria della storia del cinema italiano. No, parlo di lui come uomo, e come compagno di lavoro: davvero insuperabile per cortesia e garbo. Lo ricordo al mio fianco (meglio: io ero al suo fianco) nel film "47 morto che parla"; bene dentro quella pellicola c'era un po' di tutto, dalla comicità alla satira, ma c'era soprattutto un grandissimo Totò.

Credo di avere imparato molto, a girare quel film insieme a Totò; sono diventata grande tutto insieme, a stare vicino a lui; io che ero giovanissima, ho avuto i suoi incitamenti, i suoi insegnamenti; ma quello che più contava per me, tutta la sua stima. E la sua ammirazione. Era innamorato di me? Che vi debbo confessare? che sì? e che si è dichiarato? e che la cosa non è andata in porto? Immaginate pure quello che volete, io non ve lo dico di certo. Del resto la verità è molto vicina a quello che i giornali hanno raccontato. Mi voleva sposare? Forse sì, ma io ripeto, ero una ragazzina, e i miei genitori in ogni caso non mi avrebbero (hanno?) dato il consenso. Mi colmava di gentilezze, mi faceva recapitare in camerino mazzetti di fiori, oppure scatole di cioccolatini, ma con una discrezione che poi nel corso della mia lunga carriera non ho riscontrato in nessun altro uomo. Vi confesserò solo questo: lui, sì, mi voleva bene; e anch'io, gliene volevo; e un giorno gli lessi negli occhi il desiderio di me; glielo dissi: ti voglio bene, ma come si vuole bene a un padre.
Capì. Ma continuò a volermi bene in silenzio, a farmi regalini, a starmi vicino… Scrisse quella bella canzone. Era per me? Mist
ero!"

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun te pozzo
scurdà...

La canzone è dell'anno 1951. Sia le parole che la musica sono di Totò, che, badate bene, non sapeva scrivere di musica e non la conosceva, non avendola mai studiata. La scrisse in un momento di sconforto (o di meditata allegria? non lo sapremo mai), nella sua lingua, il napoletano, lingua nella quale compose una infinità di poesie molte delle quali d'amore. In napoletano malafemmena sta indicare una donna di malaffare, e per usare il termine più volgare, anche una prostituta. Totò però lo usa in senso diverso, e le da un significato particolare, quello più morbido e più appropriato al suo caso di "donna che fa soffrire", una femmina che fa soffrire le pene d'amore a chi la ama.

Stavo a Formia, per girare un film… (era il mese di aprile del 1951, il film era: Totò terzo uomo, per la regia di Mario Mattoli; anche qui Totò aveva vicino una bomba sexy dell'epoca Franca Marzi la prima supermaggiorata del cinema italiano; e nel cast c'era il meglio della cinematografia di allora: Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Mario Castellani che per anni fu la sua spalla nelle gag anche televisive, Alberto Sorrentino, l'eterno morto di fame, lugubre e dal viso affilato come un morto, e una Bice Valori alle prime armi)…e mi vennero spontanee queste prima parole, femmena, tu si' 'na malafemmena… erano belle, dense di significato,. mi piacquero e le scrissi sul retro di un pacchetto si sigarette (un pacchetto di Turmac), ma poi accartocciai l'involucro per gettarlo, e con esso gettai involontariamente anche quel mio principio di canzone. Ma i versi mi giravano sempre in testa; tanto che ci fischiettai sopra una musica, semplice, leggera, Ci stava proprio bene. Quando uscimmo dal set tornando all'albero le feci sentire al mio autista (il signor Salvatore Cafiero) che si schifò, mi disse che "… è 'na lagna, dotto'…".
E tu si' 'nu fesso, e nun capisce proprio niente!. Tie'…
Continuai a fischiettare e a comporre mentalmente.
Una volta tornato a casa a Roma, poi, mi accomodai al pianoforte con un dito solo, seguendo il fischio cercai le note relative, e piano piano nacque la musica. Alla quale aggiunsi le parole che già tenevo, poi le completai con altre, che vennero spontaneamente a galla dal fondo dell'anima mia. Posso dire che nacquero insieme, parole e musica, le une a complemento dell'altra; e viceversa.
Forse sono 'nu poco tristi, 'sti pparole, ma che cci vuo' fa'. io sono un attore comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale
di I classe.

A lungo si è parlato di chi fosse il soggetto di questa canzone, si è indagato senza riuscire a scoprire chi fosse la donna che ha fatto penare il grande attore comico. E siccome era terminato il film 47 morto che parla, e in quella pellicola Totò aveva lavorato con una ragazza di una bellezza indescrivibile, si pensò che la malafemmena delle parole della canzone, fosse proprio lei, la Silvana Pampanini.
Si è scritto che Totò le avesse chiesto di sposarlo, ma che lei - ancora troppo giovane per il grande passo della sua vita - avesse - forse a malincuore - respinto la proposta.
Del resto Silvana allora aveva solo 25 anni e Totò - essendo nato alla fine del secolo, nel 1898 - ne aveva già 52, più del doppio quindi, e così anche se fosse vera la storia della sua dichiarata passione d'amore e della sua richiesta di matrimonio, va da sé che la domanda del comico aveva in sé già la risposta; non poteva essere che un "no".
Si vocifera anche che i genitori dell'attrice erano contrari a questa unione, pure se niente avevano contro quel gran signore che era un principe: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, e come usava presentarsi più brevemente: principe Antonio De Curtis.
La canzone divenne anche un film, che Totò girò insieme a un altro grande del cinema di allora, quel Peppino De Filippo, uno dei fratelli della celebre famiglia di attori napoletani che nessuno potrà mai dimenticare: Peppino, appunto, Eduardo, e Titina. Il film era intitolato Toto, Peppino e la malafemmina, dove la donna cattiva era interpretata dall'attrice Dorian Gray, per la regia di un altro grande regista di quegli anni Camillo Mastrocinque.
Vale la pena di riportare brevemente la trama.
Due fratelli campagnoli, i fratelli Capone Antonio e Peppino, possidenti di terre nel napoletano: uno è donnaiolo e dalle mani bucate (e non poteva essere che Antonio/Totò) l'altro al contrario (Peppino) è avaro e sempliciotto (e per questo Antonio lo sottomette ai suoi voleri facendo valere ai suoi occhi la cultura che in effetti non ha). Hanno un nipote che studia per diventare medico, a Napoli, ma che, invaghitosi di una ballerina di avanspettacolo, la segue e a Milano. La giovane attrice (che poi è la malafemmena) circuisce il giovane studente e gli fa perdere la testa; e, una volta a Milano, informa sua madre, la signora Lucia, sorella dei due Capone, che il figlio è fuggito con lei a Milano.
I tre fratelli, temendo uno scandalo che possa rovinare la reputazione della famiglia e, soprattutto, che il ragazzo non seguiti più a studiare per colpa di quella malafemmena, decidono di andare nella capitale lombarda per cercare di convincere la ragazza a lasciare che il nipote torni alla sua vita; e lo stesso a ritornare a casa. E cercano di fare avere alla giovane soubrette anche dei soldi (di Peppino, chiaramente, che versa in cuore lacrime amare per quella somma che avrebbe dovuto abbandonarlo) perché lasci il nipote al suo destino.
Insomma, dopo molte vicissitudini, alla fine prevarrà l'amore tra i due innamorati; e anche i tre fratelli si convinceranno che sì, va bene così.
Vale la pena di riportare il testo della lettera che Antonio detta a Peppino, lettera da inviare alla "cattiva signorina" che sta facendo deviare dalla retta via il nipote Gianni.

«Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che scusate se sono poche ma sette cento mila lire; noi ci fanno specie che questanno c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete: questa moneta servono con l'insalata a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo [la scatola con i soldi] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo; Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)»


La gente venne a sapere chi si celava dietro il mistero della donna che fece perdere la testa al principe, solo molto dopo la sua morte, avvenuta a Roma nell'anno 1967. E fu proprio la figlia, Liliana De Curtis a svelare il mistero.

"E' risaputo che Totò era un grande conquistatore di cuori femminili, fu - come dicono a Napoli - 'nu grande sciupafemmene. Ma amò profondamente solo una donna, che poi divenne sua moglie, mia madre Diana (Dina Bandini Luchesini Rogliani), che gli dette una sola figlia, me appunto.
Era destino che mio padre si innamorasse solo di donne che avevano la metà della sua età, infatti quella bella ragazza che stava in collegio di suore a Firenze, aveva appena 15 anni, e lui più di trenta. Da lì scappò e raggiunse quello che sarebbe diventato suo marito - anche se per poco - a Roma, e con lui visse nonostante tutto un'esistenza felice, anche se a tratti burrascosa; perché Totò non aveva remore a mostrare di amare qualsiasi femmina capitasse dalle sue parti; decisero di sposarsi (Totò era impegnato nel frattempo con un'altra attrice, ma non glielo disse).
Mia nonna respinse la richiesta dell'attore di volere come sua sposa la figlia, un po' perché non voleva che avesse una vita girovaga appresso a un attore, e per di più comico, e poi perché era troppo piccola per quel passo; allora mio padre passò alle maniere forti: scrisse una lettera alla ragazza nella quale ribadiva il suo grande amore per lei e le diceva che l'aspettava a Roma. Mia madre Diana non si fece certo pregare, e senza dire niente a nessuno prese il primo treno e venne a Roma.
Nacqui io, Liliana, nel 1933, che i miei non erano ancora sposati; vivevano insieme, e solo due anni dopo, due anni che mamma e io passammo in alberghi, ora qua ora là, perché seguivamo Totò nei suoi continui spostamenti per lavoro, convolarono, come si dice a giuste nozze.
Papà era felicissimo; mia madre addirittura r
aggiante.
Iniziarono quasi subito a litigare, sempre per le scappatelle di Totò, ma più per la sua gelosia. Il matrimonio durò poco, appena cinque anni, perché nel 1940 decisero consensualmente di separarsi definitivamente. Pure se voleva un bene da morire a mia madre, ne era gelosissimo; pensate che fu a causa di questa sua gelosia, e per paura di essa, che volle divorziare dalla moglie, - si era nell'anno 1940 - e lo fece all'estero, in Bulgaria, (dove stava girando l'ennesimo film) con una clausola ben precisa, che anche lei accettò di buon grado: la convivenza doveva continuare, almeno altri dieci anni, cioè fino a che io non avessi raggiunto la maggiore età, per evitare che soffrissi troppo il loro distacco. Andarono avanti come meglio poterono ma mia madre soffriva troppo; e ci piangeva, a sentire le voci e a leggere ciò che i giornali riportavano intorno alle mille donne che Totò amava e cercava e circuiva.

Alla fine anche questa convivenza ebbe fine, io avevo ormai sette anni, e cominciavo a vedere e capire; e a soffrire insieme a mamma che non riusciva più a sopportare le scappatelle del marito mentre a lei quella sua sfrenata gelosia non permetteva nessuna avventura.
Fu così che mia madre ruppe quella promessa - fatta all'atto di firmare le carte del divorzio - divorzio che avvenne quando si seppe in giro che Totò, l'inguaribile sciupafemmene Totò - ancora oggi quando penso a questo sostantivo che lo qualifica come un grande amatore agli occhi del sesso, maschile e femminile che fosse, per noi significava una rottura di vita comune - aveva proposto a Silvana Pampanini di sposarlo; mamma ne venne a conoscenza; allora non ne poté più, lo lasciò definitivamente e si sposò con un avvocato; ma questa è un'altra storia.
Ciò nonostante, mia madre volle sempre bene a quel fedifrago di professione.
E anche T
otò a lei.

E' per lei, dunque, che scrisse questa stupenda canzone.

Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme
st'ommo t'avesse acciso,
tu vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce h
anna sta pé n'ommo
onesto comme a me!...

Femmena
Tu si na malafemmena
Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..
Lacreme e
'nfamità.

Femmena,
Si tu peggio 'e na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cch
iù campà.

Femmena
Si ddoce comme 'o zucchero
però sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...

Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
pecchè l'unico ammore
si stata tu pe me...

E tu pe nu capriccio
tutto 'e distrutto,ojnè,
Ma Dio nun
t'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Le confessò quello che forse non ebbe mai il coraggio di dire a parole, che era la donna più bella del mondo, che l'amava perdutamente, ma che l'odiava per tutto quello che le aveva fatto (l'abbandono - va detto - gettò Totò in un estremo sconforto), e che adesso non poteva scordarla…

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun
te pozzo scurdà...

marcello de santis

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