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cinema

Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

12 Marzo 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

 

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

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Il tempo del ritorno (1993) Regia di Lucio Lunerti

23 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

Misconosciuto film italiano datato 1993 dell’altrettanto (mi)sconosciuto Lucio Lunerti, il quale gira un film drammatico, con lievissime venature thriller e mistery, che ha come cornice i post Anni di Piombo, con tanto di immagini di repertorio, al fine probabilmente di ricreare un lungometraggio con qualche elemento documentaristico.

Il tempo del ritorno l’ho trovato un po’ lento, sebbene la storia risulti interessante, tuttavia il film non riesce a coinvolgere ed emozionare più di tanto, nonostante, nella parte finale, avvenga una decisa virata verso situazioni comunque già inflazionate, con lo scotto, ahimè, di perdere la “carica eversiva.” Infatti, a tal proposito, poche volte ho visto soluzioni e sintesi efficaci, e non si è nemmeno cercato di sfruttare a pieno le implicazioni psicologiche. Soltanto una buona padronanza della macchina da presa ha permesso al sottoscritto di non criticare troppo il film e la dizione sopra la media degli attori, specie i confronti tra i vari personaggi, che senz’altro rendono più che verosimile la storia, tra l’altro senza mai divagare, però azzerando o quasi le figure di contorno.

Il film, comunque, non si basa solo ed esclusivamente su una matrice politica, poiché si dedica pure ad altre cose, ad esempio a svelare aspetti sorprendenti dell’“indagine” da parte di Luca Ansaldi, (Stefano Abbati), il protagonista, che accetta un pericoloso e scottante incarico da parte di Giovanni Duranti (Alberto Di Stasio), amico e regista televisivo, in primis per chiudere il suo passato “rosso”, in cui “manifestava” assieme ad un gruppo di amici/dimostranti, di cui ognuno ha cambiato vita per non dire “partito.”

Al film contesto per lo più quella mancanza di coraggio nel raccontare in maniera più incisiva, a cominciare dal fatto che si potevano rendere più "cazzute" alcune sequenze di morte che, per ovvi motivi, non posso, anzi non voglio, spoilerare.

Che altro dire?

Il cinema italiano degli anni 90, nonostante risulti globalmente di scarso lustro, aveva in egual modo parecchio da dire, producendo di fatto film di vario genere e attingendo a migliaia di contesti. A livello intellettuale lo si può suddividere in due filoni, ovvero uno "alto" ed uno "basso," in questo caso direi di orientarci in una via di mezzo e senza quella pretesa di focalizzarsi eccessivamente sulla storia.

Da segnalare come Il tempo del ritorno in certe sequenze mi abbia ricordato Concorso di colpa di Claudio Fragasso, interpretato da Francesco Nuti, per via della sequela orientata sullo “rispolverare” eventi passati al fine di trovare e sbattere davanti allo spettatore la verità su un piatto d’argento, con le dovute e tragiche conseguenze.

In conclusione, Il tempo del ritorno non è una di quelle pellicole memorabili, merita una semplice visione e con la consapevolezza poi che difficilmente in futuro si andrà a riguardarlo, difatti una volta basta e avanza.

 

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CINEMA E DRINK - ispirato a 'Odio l'estate', con Aldo, Giovanni e Giacomo il drink BUBBLES NEGRONI del bartender Andrea Pomo del The Jerry Thomas Speakeasy di Roma

22 Febbraio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #ricette, #cinema

 

 

 

 

 

DRINK: BUBBLES NEGRONI
(ispirato a 'Odio l'estate' di Massimo Venier, con Aldo Giovanni e Giacomo, 2020)


BARMAN: Andrea Pomo, bartender del The Jerry Thomas Speakeasy di Roma, classificato al numero 50 della classifica The World's 50 Best Bars 2019

 

INGREDIENTI:

45 ml Crocodile Gin 
30 ml Vermouth Del Professore Classico
25 ml Bitter Del Professore 

45 ml infuso Lemon Grey (tè nero a base di pompelmo e limone)
7.5 ml succo di melograno chiarificato 
2 drops di soluzione salina
1 scorza di pompelmo


Bicchiere: Collins
Garnish: peel di pompelmo


PREPARAZIONE:

Miscelare tutti gli ingredienti, tranne la scorza di pompelmo e raffreddare fin quasi al punto di congelamento. Applicare la carbonatazione a 2.9 bar di pressione. Versare in un bicchiere collins ghiacciato con ghiaccio chunk e spremere la scorza di pompelmo sopra il drink.

 

ISPIRAZIONE:

I miei comici preferiti chiamano il loro anziano regista per occuparsi di loro che negli ultimi tempi non stavano più tanto bene per recuperare la vecchia alchimia, ne viene fuori un film spontaneo, in memoria dei vecchi tempi: un vero proprio twist on classic! La mia reinterpretazione si basa proprio su questo. Ho voluto reinterpretare un grande classico intramontabile come il Negroni, IL Fenomeno Italiano. Ho scelto il Negroni perché tre sono gli ingredienti che hanno creato questo drink unico, come tre sono i comici che hanno creato a loro volta una comicità unica. Il drink è una semplice rivisitazione del Negroni che si basa sul terroir e la stagione durante la quale è stato ambientato il film: l'estate. Quindi un drink fresco e con prodotti freschi. Tutto nasce dal The Jerry Thomas Speakeasy, primo 'secret bar' italiano, quest'anno in  posizione 50 nella lista del The World Best 50 Bars, nato a Roma dieci anni fa con l'idea di riportare alla luce uno stile di miscelazione ormai dimenticato. Nel 2010 un gruppo di bartender decide di dare vita a questo piccolo Club nel cuore della Capitale mettendo a disposizione di colleghi, appassionati e curiosi un luogo dove sperimentare e condividere le loro particolari esperienze. Gli anni che seguono sono fatti di viaggi, ricerca, studio, scambi culturali, seminari e tanta determinazione che permetterà al The Jerry Thomas Speakeasy di entrare per ben cinque volte nella classifica dei “50 World Best Bar”. Nel 2013 dopo una lunga e minuziosa ricerca storica e tecnica, vede la luce il “Vermouth Del Professore”, primo di una lunga serie di prodotti ideati in collaborazione con le “Distillerie Quaglia”, compresi tre gin di altissima qualità. E lo scorso anno esce anche “Twist on classic – I grandi cocktail del Jerry Thomas Project”, volume edito da Giunti, che vede raccontati i quattro protagonisti di questa storia: Roberto Artusio, Leonardo Leuci, Antonio Parlapiano e Alessandro Procoli. Un libro che si fregia della prefazione di un cliente affezionato d'eccezione, Jude Law - che durante le riprese delle due stagioni di The Young Pope e The New Pope si affacciava spesso al locale - e la prefazione dello storico dei cocktail David Wondrich. 

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Sidus

13 Febbraio 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #cinema

 

 

 

 

Cinzia Diddi e la promessa a suo padre Ray Abruzzo nel cast La Storia della Stilista Cinzia Diddi. Regia Stefania Rossella Grassi.

 

Cinzia Diddi è un’apprezzatissima stilista fiorentina, nota per aver vestito importanti personaggi del mondo dello spettacolo. Il suo Luxury brand è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Sono terminate le riprese di Sidus, il nuovo film di Stefania Rossella Grassi, tratto dall'omonimo libro della stilista. Un sogno, una promessa fatta un padre, l’amore che supera anche la morte.

Nel cast Ray Abruzzo, Lorenzo Flaherty, Chiara Iezzi, Barbara Kal, Cinzia Diddi, Martina Marotta, Serena Baldaccini. "Il film 'Sidus’- ha dichiarato Cinzia Diddi - è una storia quasi surreale, in cui la bellezza e la meraviglia combattono contro le “tenebre” della terra. Il film che abbiamo appena terminato di girare è però anche una storia d’amore appassionante, un grande viaggio fisico e sentimentale, che parla di argomenti che devono appartenere sempre più al sentire comune: i valori, l’amore per il proprio lavoro, l’amore eterno che supera anche la morte e l’importanza della memoria".

Scritto da Stefania Rossella Grassi, direttore alla fotografia Bruno Cascio. Sidus è una produzione Bic production in coproduzione con Cinzia Diddi. Si ringraziano tutte le persone che hanno permesso la realizzazione del film per il prezioso supporto in fase di riprese.

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"License to Wed" (2007) Regia di Ken Kwapis

12 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Ho visionato proprio stamattina Licenza di matrimonio ("License to Wed" titolo originale in inglese) e, francamente, non si può certo definirlo un capolavoro né uno dei migliori film con Robin Williams, in quanto non porta nulla di innovativo.

Non è un brutto lungometraggio, semmai risulta nella media, e per di più godibile quanto basta. Se dovessi riassumere il prodotto cinematografico in due parole direi… irregolare e (troppo) bizzarro.

È doveroso fare un accenno alla trama: Sadie e Ben si amano e vogliono sposarsi con la benedizione e con la celebrazione dello stravagante reverendo Frank, il quale chiede, pardon, ordina, alla coppia di completare un corso di preparazione al matrimonio, formato da una serie di test veramente bislacchi, dalla durata di tre settimane. A complicare le cose i due fidanzati devono attenersi all’astinenza sessuale fino al giorno del loro sposalizio. Mica robetta, eh!

In sostanza, il susseguirsi narrativo mi è apparso decisamente prevedibile (pur senza spoilerare si capisce dove si vuole andare a parare), per non parlare di specifiche parti o sequenze tra noiosette e incredibili, fra cui il folle test “della guida alla cieca”, che si orienta su dell’apprezzato metaforico, visto che viene adeguatamente espresso il discorso "fede", nonché sul fatto che in un matrimonio ne possono accadere di cotte e di crude e, di conseguenza, bisogna avere coraggio e temperamento per affrontare la qualsiasi.

Come assistente, il reverendo dispone dell’aiuto di un adolescente paffuto, una specie di chierichetto o “perpetuo”, a metà tra l’angioletto e il diavoletto, che  ho trovato piuttosto simpatico e quindi ben inserito.

Soffermandomi sulla recitazione, Mandy Moore e John Krasinski, i “partner” principali, non risultano affatto due cattivi interpreti, al più un po’ anonimi; (non credo siano attori blasonatissimi), in compenso dispongono di quella necessaria chimica per far sì che il film proceda (quasi) senza intoppi. Ma è Williams colui che fa la differenza, sebbene il nostro caro “Sudy Nim” (così soprannominato a Hollywood e dintorni) non sia assolutamente quello degli anni novanta, si mantiene sullo standard con un atteggiamento da cabaret e, in un’occasione, addirittura da simil presentatore televisivo, ovvero quando si cimenta con una lezione di catechismo ai bambini della chiesa di St. Augustine.

Insomma, il noto e compianto artista raramente arriva a delle vere e proprie eruzioni comiche.  Si ha la sensazione che Williams si sia “controllato”, (ricordiamoci che non di rado la sua recitazione risultava improvvisata), forse a causa del fatto che interpreta un reverendo, oppure semplicemente ha dovuto adattarsi il più possibile al canovaccio, ehm, al copione imposto dagli autori e dal regista Ken Kwapis.

Circa le ambientazioni siamo sull’ok, l’unica critica sarebbero le sequenze ambientate in Giamaica sicuramente un po' troppo forzate. Si salvano pochissime gag, e un paio di frasi intrise di quell'humour che assai gradisco.

Ad esempio quando l'hostess dell'aereo diretto ai Caraibi si rivolge ai passeggeri dicendo:

--- Su questo volo è vietato fumare, ma una volta atterrati in Giamaica vi potrete accendere qualsiasi cosa! ----

Parliamoci chiaro: nel film non si ride mai in maniera sguaiata, peraltro negli ultimi quindici minuti la trama assume una tonalità seria/riflessiva,poiché lascia spazio al comparto romantico che commuove giusto un pochettino.

In conclusione, consiglio il film a voi spettatori? In verità vi dico: sì… ma non arriverete a consumare il DVD, ve lo garantisco.

 

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"James ou pas" (1970) Regia di Michel Soutter

8 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Dopo La Pomme, il regista Michel Soutter ci riprova un anno dopo con James ou pas, un film che ho trovato più assimilabile e più interessante rispetto al lungometraggio poc’anzi citato.

Soutter comunque non tradisce il suo marchio di fabbrica: non una Svizzera fatta di banche, di cioccolato e formaggio Emmental, ma un focalizzarsi su quel tipo di provincialismo estetico dove la routine è un piatto freddo tradizionale e quotidiano. Un paese neutrale, popolato da persone neutrali. Tutto è in bianco e nero oppure bianco o nero per cui il black & white implementato in questa opera filmica direi che è ideale.

Nel susseguirsi, o comunque nella narrazione, a parte lo stile e i dovuti collegamenti ed elementi presi in prestito dai precedenti film, si evita qualsiasi tentativo di costruire una vera e propria storia, mantenendo piuttosto quelle inflessioni drammatiche e introspettive che generano a momenti del surrealismo, specie nel finale. Hector, il protagonista interpretato dal veterano attore Jean-Luc Bideau, si ritrova a fare i conti con un omicidio di cui magari non è responsabile, oppure lo è solo dentro la sua testa. C’è quindi qualche elemento crime, viene addirittura chiamata in causa la polizia, l’indagine però spetta allo spettatore che, in base all’attenzione prestata al film in maniera indipendente, può tracciare, delineare, o comunque farsi un’idea di come sono realmente (o oniricamente) andate le cose. Chiavi di lettura, quindi? Umh, semmai chiavi di visione.

Ad ogni modo dall’incipit in poi seguiamo Hector, di professione tassista, che si imbatte (forse) casualmente in James, un enigmatico scapolo che vive in una abitazione collocata in un villaggio isolato. Improvvisamente Hector si ritrova coinvolto con degli sconosciuti e in situazioni che non riconosce ma in cui si lascia trascinare, a cominciare da Eva.

James ou pas  ha indubbiamente un suo (insolito) perché. Le sequenze, tra la varie cose, rappresentano campioni visivi della vita di allora, preparati con cura da un regista capace di tale indipendenza e coraggio. Numerose idee si intrecciano a formare un caleidoscopio di varie emozioni, a cominciare dai quei castelli in aria con dei tocchi di realismo.

Fondamentalmente il régisseur confeziona un'ispirata pellicola che possiamo definire indipendente e, per certi versi, anche sperimentale. Un viaggio mentale, un misto fra cinema e teatro d'avanguardia, per via di certi monologhi o, per meglio dire, la fusione di questi due elementi. Inutile scavare a fondo per cercare di estorcere i significati: l'opera va fruita senza farsi troppe domande e, di conseguenza, apprezzata per il lavoro di ricerca del linguaggio visivo totalmente al di fuori dei canoni cinematografici di allora e soprattutto di oggi, con una recitazione mai monocorde, sebbene certe sequenze possano risultare poco verosimili. Del resto i personaggi, anzi, Hector sulle battute finali sembrano essere pervasi dal dubbio. Ciò indubbiamente contagia lo spettatore, per di più generando incomprensioni, incomunicabilità, fallimenti interiori e quella routine di cui si è vittime che, “finalmente” una scossa “spezza.”

Promosso… fino all’ultimo fotogramma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

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"La pomme" di Michel Soutter

29 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

La pomme, in un pomeriggio uggioso come questo, direi che si colloca perfettamente col black/white di un film di Michel Soutter che, francamente, rispetto a La lune avec les dents mi è piaciuto molto meno.

Il discorso del prologo sembra fatto apposta per pronosticare un film terribilmente monologante e dalle sequenze noiose, difatti, i confronti tra i personaggi avvengono a suon di espressioni e frasi da teatrante, che al giorno d'oggi risultano francamente insopportabili.  

Come nel primissimo lungometraggio del già citato regista svizzero, l’ambientazione si svolge a Ginevra: si percepisce quel tedioso tipo di esistenza lenta e arbitraria. Tre i personaggi cardine, tra loro si sviluppa un dramma di amaro triangolo, comprendente Laura, Simon e Marcel.

In qualche modo il regisseur (per dirla in francese o in francese svizzero) trova il pretesto per rappresentare quell’inerzia compiaciuta che si incentra sulla classe media svizzera, per poi virare su una sottile accusa alla professione giornalistica.  La Svizzera rappresenta il rifugio dei rivoluzionari, tanto da mettere in evidenza una poco gradita parentesi (ma forse necessaria, chi lo sa!) chiamata Lenin, dove vengono menzionati i luoghi in cui egli interagiva. Ed è anche collocata in un particolare Terzo Mondo, inteso non come "povero" ma in qualità di Terzo Incomodo, insomma, un paese che sta geograficamente in mezzo, e soprattutto per i cavoli suoi.

A parte l’espressività dei personaggi, che ritengo più che buona, a cominciare dalla bellissima e magnetica Laura, interpretata da Elsbeth Schoch, in verità non c'è stato, per tutto il film, neppure un momento particolarmente avvincente o degno di nota. La narrazione soporifera peggiora ulteriormente le cose.

La “pomme” non mi ha quindi catturato, a momenti stavo quasi saltando degli spezzoni, oppure mi sentivo propenso a velocizzare il run-time con l’apposito tasto (chiamato Speed up), poiché mi stavo rompendo i maroni, ma l'andare avanti è stato solo un modo per capire come sarebbe andata a finire. È probabile che io non abbia capito il vero significato della storia oppure quella sorta di metafora che vi si nasconde dietro.

Il lungometraggio a momenti entrerebbe nella personale cineteca di Guidobaldo Maria Riccardelli (famoso personaggio fantozziano), da mostrare a Ugo Fantozzi e ad altri impiegati della Megaditta, senza l’ausilio dei sottotitoli in tedesco poiché ovviamente sono stati tradotti in italiano. Oddio, pensandoci bene, non sarebbe possibile, poiché non ha i cosiddetti nove tempi come L'uomo di Aran, altro incubo del nostro ragioniere.  

Le uniche cose che salvo sono la regia ed anche la fotografia che, sebbene non regalino grosse sorprese e possano risultare anonime, riescono in qualche modo ad essere professionali, in un film che comunque ha quel taglio decisamente indipendente.

Da segnalare come la narrazione sia schematica, ad esempio non ci sono dei veri e propri protagonisti maschili, proprio come in La lune avec les dents, difatti la telecamera lascia principalmente spazio a Simon per poi passare a Marcel ed infine a entrambi. Una tecnica che apprezzo.

Non ho altro da aggiungere, se non quello di mangiare la cioccolata più fondente possibile (non importa se svizzera o meno) che, come sappiamo, sgancia del sano buon umore, scrollandomi di dosso quel senso di apatia che il film mi ha trasmesso.  

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"Caccia Grossa", regia di Lello di Palma

20 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema

 

 

 

 

Avendo interesse per i film ambientati in Sardegna, (beh, essendo isolano, visto che digito dalla Sicilia, precisamente dalla provincia di Messina), da settimane mi sono messo a "procacciarli" su Youtube nel cercare di visionarne il più possibile.

Caccia grossa, ambientato nella bucolica Sardegna con i suoi panorami ancestrali e fuori dal tempo, ha catturato fin dai primi minuti il mio interesse, complice pure il fatto che è stato realizzato negli anni ottanta, il decennio prediletto dal sottoscritto sia nella letteratura, sia nella musica che, ovviamente, nella cinematografia.

La pellicola, girata squisitamente in 16 mm, mi permetto di associarla a Il Cinghialetto un film concepito dalla RAI, che visionai qualche anno fa e che più avanti rivedrò con tanto di disamina.

Ad ogni modo, Caccia grossa, per essere un prodotto indipendente, è stato realizzato con cura. Lo reputo un prodotto da cinema a tutti gli effetti e, nonostante all'epoca abbia goduto di buona diffusione, (principalmente "interna", cioè di tipo regionale) non ha avuto la possibilità di essere proiettato a livello nazionale nelle sale italiane. E affermo ciò in base a quanto ho appreso sul web.

Ed è grazie a Youtube e al regista Raffale di Palma che c'è la possibilità di rendere il film fruibile a tutti, tuttavia, allo stato attuale, manca quello sharing che merita. Ma tornerò su questo nella fase conclusiva della review.

Come dicevo, l'aspetto indipendente dell'opera non è da ritenersi amatoriale o "casereccio", in quanto gli attori recitano con un mix di professionalità e naturalità, rendendo il lungometraggio genuinamente realistico.

Infatti, il regista riesce a trovare un compromesso idoneo: una regia asciutta, attenta, che rispetta il regionalismo/idioma del posto, che si allinea a qualunque personaggio (specie in alcuni, in termini positivi piuttosto marcati) e che quindi non stona mai. Nei dialoghi, a seconda di chi parla, il linguaggio utilizzato cambia (chi è più colto e chi invece è poco istruito, senza però perdere quella identità che contraddistingue ciascuno) ma senza stravolgerne il registro e ciò non è da ritenersi banale in un racconto cinematografico di tale portata.

Non mancano termini o momenti "duri" nelle sequenze, così come è presente quel taglio documentaristico che non stona affatto. Ad esempio, quando il padre spiega al figlio, assai costernato dall'uccisione del cinghiale,  che l'uomo nasce cacciatore nonché carnivoro, fino ad arrivare alle fasi di "scotennamento."

Giusto per sottolineare ancora, tale elemento non lo considero un intralcio, in quanto aiuta a incorniciare la storia e a sganciare informazioni utili ma non invadenti.

Sempre a proposito della sceneggiatura, o comunque delle linee di dialoghi peraltro mai arzigogolate o "fuori luogo", da notare come viene affrontato l'argomento "omosessualità", ovvero quando il marito di Giovanna viene accusato da quest'ultima di essere fedifrago, e per di più con un altro uomo, oppure l'argomento "sessualità", in cui una espressiva Lia Careddu si confida con una comare per via che il suo uomo non è abbastanza uomo, poiché da tempo poco propenso ai doveri coniugali.

Insomma, i personaggi sono particolarmente e realisticamente vividi. Nonostante non vengano raccontati con particolare dettaglio, restano concreti, trasmettono e mettono in risalto a loro volta la stessa atmosfera della storia.

Anche l'aspetto inerente alle superstizioni, precisamente il malocchio, non fa che rendere il film ancora più in parte.

Lo svolgimento lo si segue assai volentieri, dispone anche di qualche leggera venatura scanzonata ed umoristica e non mancano quei “colpi” di scena che vengono costantemente raccontati con l'umiltà di sbalordire lo spettatore. Per non parlare del finale che ho trovato originale. Tuttavia il lungometraggio finisce sul più bello, quindi lascia allo spettatore immaginare il ritorno dall’ultima e desiderata battuta di caccia da parte del personaggio cardine di Caccia grossa.

In ultimo lodo la musica, sia quella "esterna", ovvero la colonna sonora, e sia quella interna, “orchestrata” dai personaggi, che si adatta perfettamente e folkloristicamente a rispecchiare le sfaccettature del film tipicamente anni ottanta, anzi, meravigliosamente anni ottanta.

In conclusione, un film che ha come cornice la caccia, e NON basato esclusivamente sulla caccia, inoltre non casca nell'errore di rappresentare uomini perennemente con fucili in spalla ed evita anche aspetti surreali e soprattutto grotteschi, assai comuni in diversi film made in Sardinia.

Il regista e gli attori hanno colpito nel "segno", ragion per cui non posso che ritenere la pellicola una delle più rappresentative del cinema sardo anni ottanta (e non solo).

L'unica nota negativa? Meriterebbe maggiore diffusione, e quindi un maggiore pubblico, in quanto il film lascia "impronte" importanti e rappresenta, tra le varie cose, una sorta di istruttiva testimonianza.

Assolutamente da recuperare e visionare.

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Tre drink ispirati a Fellini

19 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #ricette, #cinema

 

 

In occasione del Centenario della Nascita di Federico Fellini ecco tre drink di tre famosi bartender (tra cui una donna), ispirati a tre suoi film. 

 

 

 

 

 

 

DRINK: AMARCORD
(ispirato al film “
Amarcord”, di Federico Fellini, 1973)

 

BARLADY: Roberta Martino, co-fondatrice del collettivo ShakHer

INGREDIENTI:
15 ml Amaro Formidabile
15 ml Hine Cognac VSOP
30 ml rum Pappagalli Remember Trinidad
15 ml Dry Curacao Pierre Ferrand
3 drop Amargo Chuncho
Peel di arancia


Bicchiere: Napoleon

PREPARAZIONE:
Versare gli ingredienti in un mixing glass precedentemente raffreddato e miscelare con cura fino a quando il drink non sarà correttamente diluito. Una volta versato all'interno del bicchiere, cospargere con gli oli essenziali dell'arancio.

ISPIRAZIONE:
Amarcord (in romagnolo “io mi ricordo") è la rievocazione in chiave nostalgica dei drink di vecchio stile e struttura alcolica con i quali i miei Maestri mi facevano misurare quando ho iniziato questo lavoro. Morbido ed elegante, ma di grande carattere, diventa così un cocktail universale che, come i protagonisti del film di Federico Fellini, va oltre la dimensione temporale "per diventare – come scrisse Mario Del Vecchio - immortale come la poesia".

 

 

 

DRINK: 8 e mezzo
(ispirato al film “
8 e 1/2”, di Federico Fellini, 1963)

BARMAN: Alessandro di Fabrizio, bartender de La Nuova Lavanderia, di Pescara

 

INGREDIENTI:

50 ml VII Hills Italian Dry Gin
1 dash Assenzio Versinthe
20 ml cordiale di camomilla e cardamomo
20 ml succo di limone
10 ml succo di mandarino
1 dash genziana
Fill up tonica al melograno

 

Bicchiere: Collins
Garnish: crusta di rosa e melograno disidratato

 

PREPARAZIONE:
Versare tutti gli ingredienti, eccetto la tonica, in uno shaker e agitare. Filtrare in un bicchiere Collins pieno di ghiaccio e colmare con la tonica al melograno. Decorare con crusta di rosa e melograno disidratato.

ISPIRAZIONE:
Ispirato al capolavoro di Federico Fellini, 8 e 1/2 è un susseguirsi di flashback e parti oniriche, incubi che sembrano strade senza uscita, sogni megalomani, voglia di purezza e di fuga. Un omaggio alla romanità, che VII Hills Italian Dry Gin porta con fierezza fra le sue botaniche.

 

 

 

DRINK: MARCELLO, COME HERE!

(ispirato al film "La Dolce Vita”, di Federico Fellini, 1960)

BARTENDER: Carmelo Buda, proprietario e bartender di Oliva.co Cocktail Society di Catania

 

INGREDIENTI:

40 ml VII Hills Italian Dry Gin
35 ml cordiale di mandarino chiarificato
25 ml soluzione citrica di Verdello
1 barspoon di Chartreau

Bicchiere: Old Fashioned
Garnish: bucce di mandarino essiccate

PREPARAZIONE:
Versare gli ingredienti in uno shaker, quindi shakerare per 20 secondi e versare all'interno di un bicchiere Old Fashioned, precedentemente decorato con un rimmel di bucce al mandarino essiccate, aggiungere un cubo di ghiaccio e servire.

ISPIRAZIONE:
Drink ispirato al film del Maestro Fellini, considerato uno dei capolavori del cinema italiano, vincitore della Palma d'Oro al 13° Festival di Cannes e del Premio Oscar per i costumi. Dedicato a una Roma degli anni Sessanta tutta da vivere, dove regna l'armonia e il piacere di godersi i caldi pomeriggi primaverili, seduti nei caffè con le persone che si amano. Il barman si ispira al film, ammaliato da tanta bellezza e passione in una pellicola in Bianco e Nero, qualcosa che ci ha reso unici nel mondo per la sua semplicità, oltre le mode, oltre il tempo. Il Drink si ispira nello specifico a Sylvia (Anita Ekberg) con un twist di uno dei cocktail più eleganti conosciuti, il White Lady, servito on the rocks. Qui la freschezza degli agrumi rispecchia la compianta attrice svedese, dal sapore magico e intrigante. Il VII Hills Italian Dry Gin con il suo tocco di ginepro rappresenta in pieno Marcello, il personaggio interpretato da Marcello Mastroianni, carismatico e affascinante, che riesce a sedurre e a conquistare la giovane Sylvia. L'uso dello Chartreau con le sue erbe nasce immaginando una passeggiata sulle rive del Tevere in Vespa, immersi in una Roma senza tempo. Ah eccolo, Marcello, Come Here!

 

 

 

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Ha-Shoter Azulai (1967) Regia di Ephraim Kishon

18 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La mia prima incursione nel cinema israeliano non poteva che essere delle migliori, in quanto ho avuto la possibilità di visionare uno dei film più rappresentativi della storia del cinema ebraico, o comunque made in Israel.  

Il lungometraggio Ha-Shoter Azulai è conosciuto globalmente e semplicemente come "Il poliziotto". Secondo alcune info reperite su internet, in italiano viene titolato col bruttissimo e squallido "Basso moro scalcagnato e... con i piedi piatti", giusto per rendere ancora più ridicolo Abraham Azulai, il personaggio interpretato da Shaike Ophir, una delle icone della cinematografia israeliana. A mio avviso bastava tradurre con "L'agente Azulai", sicuramente meno... "degradante".

Ad ogni modo, per i temi trattati, lo spettatore capisce cos'ha di speciale questo film. Tra le varie cose ci si focalizza sul sotteso senso filosofico. I personaggi, specie il protagonista, fanno parte effettivamente di una scalcagnata commedia umana, composta da piccole e grandi tragedie, che si dimena e sguscia via come un’anguilla. 

Direi che la pellicola è abbastanza ricca di elementi di satira, e s'incentra sulle disavventure di Abraham Azulai, un pacifico poliziotto di mezza età che opera a Giaffa, spesso in qualità di pattugliatore o ronda notturna, un uomo che si dimostra "tontolone" in più occasioni, che prova a bilanciare il suo senso del dovere con la sua gentilezza. Un poliziotto buono, quindi? Semmai un poliziotto troppo o eccessivamente buono, considerato da più di vent'anni lo zimbello della polizia. Il lato sentimentale, senza eccedere, viene messo in mostra, specie quando il protagonista si accorge di provare attrazione per una giovanissima prostituta che aveva cercato di far fuggire da una retata.

Il futuro dell’agente diventa via via più preoccupante, in quanto l’eventuale mancato rinnovo del contratto, nonostante una buona pensione, significherebbe non poter più svolgere il mestiere che, pur senza gratificazioni, ama da morire. Benché riesca ad avere qualche riscatto professionale legato al "risolvere" due casi, tra cui uno orchestrato da alcuni “amici” criminali, con tanto di promozione al grado di sergente, nel finale agrodolce e quasi commovente, è costretto ad appendere la divisa al chiodo, con un fermo immagine che vale la visione del film.

Giusto per sottolineare, la conclusione è una svolta amara e l'espressione straziante della soddisfazione/afflizione di Azulai nell'ultima scena rappresenta l'essenza principale di questo film, ovverosia  quando nel cortile le reclute salutano il superiore, proprio lui appena congedato, con la mano a paletta rivolta al copricapo.

Shaike Ophir è davvero bravo nel ruolo, con il suo sorriso infantile, la sua scarsa arguzia nel contrastare i criminali, combinati con un sacco di chiacchiere non di rado argute, poiché il protagonista è un profondo conoscitore della Bibbia, per non parlare del suo genuino francese, con cui fa inaspettatamente bella figura con una delegazione di gendarmi transalpini.

Fondamentalmente tali elementi fanno sì che il film si regga sulle spalle. Anche gli altri attori/attrici sono validi, per carità, ma la trama si impernia principalmente sul protagonista. 

Da segnalare come l'eterno conflitto politico-ideologico di natura israelo-palestinese venga trattato con originalità. Per certi versi c’è un assottigliamento, basti pensare il confronto tra Abraham Azulai e l’arabo israeliano Amar.

C’è da dire che realizzare un film in cui si vogliono trattare varie tematiche, per ovvi motivi risulta un’impresa ardua, difatti il rischio di banalizzazione è alto. Secondo il mio sentire, Ha-Shoter Azulai provoca un effetto strano: si sorride davanti al dramma e si piange davanti alla commedia. 

La colonna sonora poi è straordinaria, per non dire perfetta, tant’è che il brano è assai malinconico, incasella le scene iniziali sganciando quel senso di solitudine. Per chi lo desidera, nel web è possibile reperire il lyrics tradotto dall'ebraico all'inglese. Le note parlano di un uomo che smonta dall’ennesimo servizio notturno e, durante l'albeggiare, si perde in mille riflessioni, in mille amarezze e in mille rimpianti, dove, tra l'altro, si evince l'impossibilità di cambiare il mondo e il proprio passato.

Non aggiungo altro se non "Gut Shabbes" (buon sabato) a tutti nel consigliare questa pietra miliare del cinema israeliano.

 

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