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Scene da un matrimonio

8 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scene da un matrimonio

Scene da un matrimonio (1974)
di Ingmar Bergman

Titolo Originale: Scener ur ett äktenskap. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Siv Lundgren. Scenografia: Björn Thulin. Costumi: Inger Pehrsson. Trucco: Cecilia Drott. Suono: Owe Svensson, Arne Carlsson. Produzione: Larse-Owe Carlberg, Ingmar Bergman (non accreditato) per Cinematograph AD, Svenski Filmindustri. Distribuzione Italiana;: Italnoleggio Cinematografico. Riprese: 24 luglio – 3 ottobre 1972 (Fårö, Stoccolma). Prima proiezione: 21 settembre 1974 (New York). Durata: 282’ (versione televisiva); 170’ (versione cinematografica). Origine: Svezia, 1974.

Interpreti: Liv Ullmann (Marianne), Erland Josephson (Johann), Bibi Andersson (Katarina), Jan Malmsjö (Peter), Gunnel Lindblom (Eva), Barbro Hiort af Ornäs (la signora Jacobi), Anita Wall (Palm, la giornalista), Bertil Norström (Arne, collega di Johan), Wenche Foss (madre di Marianne), Rasanna Mariano (Eva a dodici anni), Lena Bergman (sua sorella), Ingmar Bergman (voce fuori campo del fotografo).

Scene da un matrimonio è un film straordinario, prima di tutto perché non è cinema, ma teatro, - infatti l’idea iniziale di Bergman era quella di scrivere una pièce sulla crisi del matrimonio - ma un teatro così grande da risultare piacevole per quasi tre ore di spettacolo. Abbiamo visto la versione per il cinema, ritagliata da Bergman sulla lunghissima produzione televisiva (circa 5 ore) che fornisce un’idea di massima sulle intenzioni del regista, che giungono a compimento solo sul piccolo schermo, ottimo visti i tempi dilatati. Bergman parte da un’intervista a una coppia di sposi felici per poi approfondire, grazie a sei scene che rappresentano tempi diversi della relazione, la crisi matrimoniale, la dissoluzione di un sentimento fino all’autodistruzione, per poi risorgere - con uno stupefacente colpo di scena - in una nuova relazione extraconiugale. Ingmar Berman disse a proposito di questo film: “Girarlo è stato una gioia assoluta. Ogni regista che ha l’opportunità di lavorare con attori simili è un uomo fortunato”. Non aveva tutti i torti, perché vista la teatralità dell’azione, è importante un soggetto forte, ben sceneggiato e ricco di dialoghi scritti senza la minima sbavatura, ma servono anche attori straordinari. Liv Ullmann (Marianne) e Erland Josephson (Johann) lo sono: prestano corpo e anima a due caratteri diametralmente opposti che non si riducono mai a stereotipi e a prefigurazioni stanche di un’idea costruita a tavolino. Un simile film, pensato negli anni Settanta, poteva finire per abbandonare la strada dello spettacolo e intraprendere quella ideologica di una critica al matrimonio come istituzione. Bergman - da grande regista e scrittore di cinema - racconta una storia complessa e lascia parlare gli eventi per far trapelare il messaggio tra le righe dei dialoghi e nei meandri delle vicissitudini. Marianne è una donna innamorata, tendente al masochismo, credente, spaventata dal cambiamento, intenzionata a non cedere l’uomo che ha sposato, ma alla fine vinta dalla sua stessa repressione sessuale. Johann è un vanitoso egoista, che pensa prima a se stesso e dopo agli altri, ambizioso, velleitario, farfallone, pronto a mollare tutto per la prima ragazzina che incontra. Per assurdo i due coniugi si ritroveranno dopo il divorzio, da amanti fedifraghi, tradendo la fiducia dei nuovi compagni e risolvendo i loro problemi sessuali a relazione ormai finita. Ingmar Bergman costruisce una storia complessa che racconta tutte le sfaccettature dell’animo umano: affetto, amore, risentimento, odio, sadomasochismo, violenza, sottomissione. Il difficile rapporto uomo - donna è sempre in primo piano, così come viene sviscerata la complessità dell’animo femminile in rapporto alla superficialità del protagonista maschile. Liv Ullmann ha uno sguardo intenso che buca l’obiettivo, i suoi occhi azzurri, un’espressione disperata e assorta, sono il ritratto che resta al termine di circa tre ore di grande cinema. Una piccola storia privata viene presa come esempio universale per affrontare il tema stringente della crisi di coppia. Marito e moglie hanno due bambine, ma lo spettatore se ne rende conto soltanto dai dialoghi dei protagonisti, il regista non le mostra mai, visto che il suo interesse è incentrato sull’analisi caratteriale dei coniugi e ad approfondire la relazione interpersonale. Bibi Andersson (Katarina) e Jan Malmsjö (Peter) sono i soli attori che per un intero quadro contendono la scena ai protagonisti, rappresentano gli amici in crisi coniugale, il primo evento negativo che tocca da vicino Marianne e Johann. Il resto del cast è secondario, molti personaggi di contorno (come i genitori dei coniugi) si conoscono soltanto grazie a lunghe telefonate e commenti indiretti.

Scene da un matrimonio doveva essere un dramma teatrale sulla storia di un uomo che una sera torna a casa dalla moglie, le comunica che ha conosciuto un’altra donna e decide di troncare un rapporto coniugale da tutti considerato esemplare. La storia crebbe tra le mani del regista che decise di trasformarla in un lavoro televisivo di ampio respiro (quattro ore e quarantadue), ma anche di sintetizzarla in un prodotto cinematografico (due ore e trentacinque) che in parte tradisce l’ampia costruzione narrativa. Leggiamo una dichiarazione autentica del regista: “Scrissi Scene da un matrimonio in un’estate, in sei settimane. L’intenzione era quella di realizzare un prodotto più bello per la Tv. Praticamente non avevamo alcun piano finanziario. Dovevamo fare le prove di ciascuna parte in cinque giorni e poi filmare durante i cinque giorni seguenti: avremmo insomma dovuto realizzare un film di circa cinquanta minuti in dieci giorni. Le sei parti dovevano quindi essere pronte entro due mesi. Quando passammo alla carica, si andò più in fretta. Erland Josephson e Liv Ullmann erano contenti dei loro ruoli e li impararono velocemente. All’improvviso ci trovammo per le mani un film in pratica senza spese. E questo andava bene, visto che non avevamo soldi. Sussurri e grida giaceva ancora invenduto. Scene da un matrimonio fu dunque una produzione per la Tv e lo facemmo senza sentire il peso paralizzante di dover fare un film per il cinema; era una cosa piacevole”. (Immagini, Garzanti, Milano, 1992).

Il tema dell’inferno coniugale è uno dei cavalli di battaglia del regista, insieme alla sua crociata antireligiosa e al discorso erotico (altro elemento presente), il malessere all’interno del matrimonio è analizzato nei minimi particolari, così come lo ritroviamo in lavori precedenti (L’ora del lupo, 1967 e L’adultera, 1971), e prende in esame la crisi di una coppia di estrazione alto - borghese. “Johann e Marianne sono figli di norme fisse e seguono l’ideologia del benessere. Essi non hanno mai sentito la loro maniera borghese di vivere come qualcosa di opprimente o di falso. Si sono conformati a un modello che sono pronti a portare avanti”, afferma il regista. Infatti si tratta di due personaggi normali nei quali non è difficile identificarsi, magari parteggiando per l’uno o per l’altro. Un film sulla dissoluzione di un rapporto, dal momento in cui all’interno della coppia scoppia il caos e si va verso la distruzione di un legame messo in piedi con fatica e durato molti anni. La scrittura è poetica e intensa, ma il linguaggio dei corpi e l’espressività dei due attori protagonisti completano un’opera memorabile. “Non c’è niente di peggio di un marito e una moglie che si detestano”, è il motto di Strindberg che aleggia fin dalle prime sequenze e che Bergman fa proprio con una costruzione scenica a base di camera fissa e rapide zumate per inquadrare volti in primo piano ed espressioni intense. La crisi matrimoniale è narrata a piccoli passi, fino alla fine inesorabile, chiedendosi il motivo di un errore, per capire di essere analfabeti sentimentali, perché “non sappiamo niente di noi, sugli altri, sulla nostra anima”. Troppi rimorsi uccidono un amore, la noia, il quotidiano, ma anche le repressioni sessuali, la tenerezza che contrasta con la sensualità. La moglie conclude: “Ho il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno abbia amato me”. L’amore umano è una cosa terrena, di per sé imperfetta, non è possibile scambiarselo se non in maniera umana, imperfetta. I due ex coniugi finiscono per diventare amanti dopo aver ottenuto il divorzio, chiudono la scena abbracciati, consapevoli di aver perduto qualcosa di importante, per inseguire la totale imperfezione dell’esistenza.

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Duccio Tessari: le sceneggiature giovanili e "Arrivano i Titani"

5 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Duccio Tessari: le sceneggiature giovanili e "Arrivano i Titani"

Tra le sceneggiature di Duccio Tessari prima del debutto alla regia, ricordiamo: Pezzo, capopezzo, capitano (1958),Cartagine in fiamme (1959), Gli ultimi giorni di Pompei(1959), Le legioni di Cleopatra (1959), La vendetta di Ercole (1960), La rivolta degli schiavi (1960), La regina delle Amazzoni (1960), Il colosso di Rodi (1960),Femmine di lusso (1960), Chiamate 22-22 tenente Sheridan (1960). Messalina venere imperatrice (1959) lo vede solo assistente alla regia. Il 1961 è l’anno in cui Tessari debutta alla regia, scrivendo pure il soggetto di Arrivano i Titani e facendo debuttare un giovane di belle speranze come Giuliano Gemma che diventerà una star del cinema italiano. Arrivano i Titani è una parodia di un genere al quale ha dedicato tutta la prima parte della sua carriera. La pellicola anticipa il western all’italiana, che sarà un altro degli amori di Tessari, ma soprattutto il western comico e scanzonato di Enzo Barboni. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Duccio Tessari ed Ennio De Concini, le musiche di Carlo Rustichelli, il montaggio di Maurizio Lucidi, la fotografia di Alfio Contini. Produce Franco Cristaldi. Interpreti: Pedro Armendáriz (Cadmo), Giuliano Gemma (Crios), Jacqueline Sassard (Antiope), Antonella Lualdi, Serge Nubret, Gérard Séty, Tanya Lopert, Ingrid Schoelle, Franco Lantieri, Monica Berger, Maria Luisa Rispoli, Isarco Ravaioli, Aldo Podinottì, Fernando Rey, Fernando Sancho, Alfio Caltabiano, Ileana Grimaldi ed Erika Spaggiari. L’azione si svolge a Creta, governata dal folle tiranno Cadmo, che ha avuto una terribile profezia: perderà il trono se la figlia Antiope si innamorerà. Cadmo si autoproclama Dio, rende immortale anche la moglie, quindi rinchiude la figlia in una prigione dorata, privandola di contatti con l’esterno. Giove, che non sopporta miscredenti e tiranni dispotici, si adira con Cadmo e manda sulla Terra il Titano Crios con il compito di uccidere il signore di Creta. Al termine di una serie di avventure mirabolanti, Crios corona il suo sogno d’amore con Antiope e l’intervento degli altri Titani provoca una rivolta popolare contro il tiranno. Duccio Tessari dopo aver sceneggiato molti peplum seriosi e avventurosi si dedica alla smitizzazione del genere, chiamando a interpretare la pellicola un insolitamente biondo Giuliano Gemma, alla prima prova come attore dopo anni di gavetta. La pellicola può dirsi riuscita anche per merito dell’interpretazione sopra le righe di un ottimo Giuliano Gemma. L’attore rende credibile un personaggio scaltro e acrobatico, che lotta per la libertà e per conquistare il suo amore. Il regista e lo sceneggiatore compongono un calderone di ricordi mitologici che vanno da Polifemo alle Parche, passando per la Gorgone, Plutone e il regno negli inferi, ma ben amalgamato e ancora oggi godibile in un contesto ironico e di pura azione. Le sequenze che vedono Giuliano Gemma e i suoi fratelli Titani impegnati in solenni scazzottate anticipano il clima da spaghetti - western e il cinema comico anni Ottanta di ambientazione western. Arrivano i Titani è un interessante esempio di commistione dei generi, perché al suo interno troviamo il peplum classico rivisto alla lente dell’ironia tipica di Tessari, il melodramma, l’action - movie, suggestioni horror, elementi di cinema fantastico e parti di puro romanticismo. Un film sperimentale, una provocazione a metà strada tra il mitologico e il melodramma sentimentale. Le scenografie sono spesso di cartapesta colorata, ma si segnalano ottimi esterni e parti suggestive girate all’interno di grotte che compongono una buona atmosfera infernale. Il clima da horror fantastico è evidente nelle scenografie cupe, nella discesa negli inferi e in alcune sequenze che vedono protagonisti ciclopi, esseri mitologici e divinità dell’Olimpo. Puro cinema fantastico quando Giuliano Gemma ruba l’elmo di Plutone che lo rende indivisibile ai soldati del signore di Creta. Le sequenze di azione sono spettacolari e Giuliano Gemma fa sfoggio di tutta la sua prestanza fisica e abilità di acrobata. Il messaggio politico è presente come in tutti i peplum, anche se molto sfumato: “Le parole di un uomo libero nessuno può imbrigliarle”, dice Giuliano Gemma in una delle prime sequenze. Segnaliamo diversi falsi storici e commistioni di usanze che non hanno niente a che vedere con la Grecia, come quando il regista mette in scena una sorta di corrida tra tori e amazzoni, che sembra un inserto riempitivo prelevato da un’altra pellicola. Il personaggio interpretato da Giuliano Gemma è un abile ribelle dalla lingua sciolta, che sfida il signore di Creta per amore e per compiere il volere di Zeus. Il suo messaggio è non violento e cavalleresco: “Basta vincere. Non c’è bisogno di uccidere”. Jacqueline Sassard è bella ed espressiva, perfetta nella parte della ragazza ingenua, sacrificata al volere di un dispotico padre. A un certo punto si intravede, molto sfumato, pure un seno nudo. Il massimo dell’erotismo per i tempi, insieme ad alcuni baci sensuali. Il finale vede la consueta sfida tra buono e cattivo con conseguente liberazione della bella in pericolo, ma anche un velato romanticismo con la storia d’amore che giunge a compimento. I Titani liberano Creta da un signore dispotico e si abbandonano alla consueta ironia: “Questa è stata proprio un’impresa titanica!”. Da riscoprire.

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Duccio Tessari

4 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Duccio Tessari

Amedeo Tessari, detto Duccio, nasce a Genova l’11 ottobre 1926 e muore a Roma il 6 settembre del 1994 dopo una lunga malattia. Marito della bella attrice Lorella De Luca, sposata in seconde nozze nel 1971, interprete di molte sue pellicole, che gli dà una figlia, anche lei attrice, Fiorenza Tessari. Vive a Genova fino al 1955, produce cortometraggi, si trasferisce a Roma dove comincia la carriera come aiuto regista e sceneggiatore di film mitologici. Collabora con Carmine Gallone e Vittorio Cottafavi, infine, dopo anni di gavetta debutta alla regia con l’ottimo Arrivano i titani, esordio anche per il biondo attore protagonista, lo sconosciuto Giuliano Gemma. Il genere western è la specialità di Tessari, comincia sceneggiando Per un pugno di dollari diretto da Sergio Leone, ma continua con numerosi titoli di una certa importanza, al punto di essere considerato, insieme a Sergio Corbucci e Sergio Leone, uno dei padri dello spaghetti-western. Negli anni Sessanta Tessari inventa il personaggio di Ringo, interpretato per due pellicole, dall’attore Giuliano Gemma. Il successo personale di Tessari è segnato da Una pistola per Ringo (1965), incasso di oltre due miliardi, e Il ritorno di Ringo (1966), entrambi interpretati da un sempre più convincente Giuliano Gemma. I bastardi (1968) è uno dei suoi capolavori, ma non dobbiamo dimenticare Tony Arzenta (1973) e uno Zorro (1975), interpretato da Alain Delon e Ottavia Piccolo, tanto famoso da aver generato una parodia interpretata da Franco Franchi. Negli anni Ottanta si dedica alla televisione come sceneggiatore di fiction e di Arrivano i vostri, un documentario dedicato al western italiano. Tex e il signore degli abissi (1985) è il suo fallimento più eclatante, un film che voleva preparare un ritorno dello spaghetti-western e al tempo stesso omaggiare il popolare eroe dei fumetti ideato da Gianluigi Bonelli. Giuliano Gemma è il protagonista, ma il cinema western è ormai fuori tempo massimo e il pubblico non premia il coraggio del regista. I suoi ultimi film sono il fiabesco C’era un castello con 40 cani (1990) e Beyond Justice (1992). Si ricorda Duccio Tessari come un uomo che fa grande il western all’italiana, un artigiano che ammette i debiti con i maestri della letteratura: “Noi non inventiamo niente di nuovo nelle nostre storie, hanno già inventato tutto Omero e Tolstoj!”.

Duccio Tessari è un autore a tutto tondo del nostro cinema di genere, prima prolifico sceneggiatore di pellicole mitologiche e documentarista, quindi regista di fiction capace di muoversi con disinvoltura tra peplum, western, commedia, poliziesco, melodramma, thriller, film d’avventura e di guerra. La sua cifra stilistica è l’ironia, che anticipa gli anni Ottanta e un western comico interpretato da Bud Spencer e Terence Hill. Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo sono due western del 1965 che si ricordano con piacere, ma è notevole anche il poliziesco La morte risale a ieri sera, ispirato a un romanzo di Scerbanenco con protagonista Duca Lamberti. La critica è unanime nel dire che il suo film più riuscito è Tony Arzenta (1973), un noir interpretato da Alain Delon. Tessari si dedica a smitizzare i generi, trattandoli con ironia, ma nell’ultima parte della carriera gira molti film televisivi affrontando argomenti più seriosi. Il suo unico errore è stato aver tentato di portare al cinema un mito come Tex nel poco apprezzato Tex e il signore degli abissi (1985), interpretato da Giuliano Gemma.

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Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

1 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

Fabio Melelli - Kiss Kiss... bang bang - Il cinema di Duccio Tessari

http://www.ibs.it/code/9788890898600/melelli-fabio/kiss-kiss-bang.html

Quarta uscita per la collana "I Ratti" di Bloodbuster, guide introduttive a generi e protagonisti del cinema commerciale. Il volumetto è dedicato a Duccio Tessari, uno di quegli "artigiani del cinema popolare" che, benché abituati a passare senza troppi problemi da un genere all'altro, hanno forse più di altri - qualche diritto ad essere considerati "autori", per la riconoscibile cifra stilistica che permea la loro opera e per l'assoluto controllo che ne avevano. Conoscevo Fabio Melelli dal bel libro su Orchidea De Sants (possiedo la mitica Edizione Art Core, non quella di Coniglio), amica personale e un mito della mia adolescenza. Melelli è bravo, si documenta, raccoglie tante interviste: Benvenuti, Gastaldi, Ferrio, De Luca, Celeste... forse la parte dedicata ai film è ridotta all'essenziale, ma lo spazio della collana I Ratti ha ben precise esigenze. In ogni caso Melelli compila un'ottima filmografia comprensiva di tutti gli interpreti e i tecnici delle pellicole. Approfitto dell'uscita di questo buon libro per pubblicare una ventina di cartelle inedite che tempo ho scritto su Tessari. Magari a qualcuno viene voglia di comprare il libro di Melelli. Il link per acquistarlo l'ho indicato...

(Gordiano Lupi)

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Un film di Natale: Colpi di fortuna

29 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Un film di Natale: Colpi di fortuna

Colpi di fortuna (2013)

di Neri Parenti

Regia: Neri Parenti. Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni, Volfango De Biasi, Nerio Parenti. Fotografia: Tani Canevari. Montaggio: Claudio Di Mauro. Musica: Produttore: Maurizio Amati, Aurelio e Luigi De Laurentiis. Casa di Produzione: Filmauro. Durata: 100’. Commedia. Interpreti: Paolo Kessisoglu, Luca Bizzarri, Fatima Trotta, Marek Hamsik, Christian Maggio, Christian De Sica, Francesco Mandelli, Pasquale Petrolo (Lillo), Claudio Gregori (Greg), Barbara Folchitto, Raffaella Carrà.

Neri Parenti e De Laurentiis festeggiano trent’anni di cinepanettone facendo il bis di Colpi di fulmine (2012), stesso cast e identica idea di fondo, solo che al posto dell’amore improvviso questa volta c’è l’inatteso colpo di fortuna. Tre episodi invece che due. Confermati: Christian De Sica, Greg e Lillo. Nuovi ingressi: Luca e Paolo, Francesco Mandelli. Colpi di fortuna non ha la stessa freschezza di Colpi di fulmine, ma è un buon film, un prodotto commerciale per niente volgare che cita a piene mani la vecchia commedia all’italiana e molto cinema internazionale. Vero che spesso le gag sono risapute, che certe situazioni comiche sono già state sfruttate all’inverosimile, ma è anche vero che l’episodio finale ripaga il prezzo del biglietto per freschezza e originalità. Vediamo in breve i vari segmenti.

Luca e Paolo sfruttano il cliché del biglietto vincente perduto, ma anche il motivo cinematografico della ragazza contesa tra due amici. Brava e bella Fatima Trotta, che se la cava a dovere, citando persino Laura Antonelli in una sequenza storica di Malizia. Christian De Sica è un fortunato e superstizioso uomo d’affari che deve superare la sfiga arrecata da un menagramo di professione. Francesco Mandelli, reduce da i soliti idioti, non è male nella parte di un surreale traduttore dal mongolo che sputazza, parla con la lisca e soprattutto porta male a chiunque si avvicini. Echi di Totò, lugubre iettatore nel pirandelliano La patente, se non altro per il modo di vestire. Mandelli ricorda anche Tomas Milian nelle diverse interpretazioni da mongolo nel corso della sua carriera, valga per tutte Delitto al ristorante cinese. Lillo e Greg sono due fratelli che si ritrovano a causa di un’eredità, il secondo è piuttosto strano, per non dire completamente matto, e viene dato in adozione al primo. Lillo è un ex ballerino di Raffella Carrà che si è ridotto a fare l’istruttore per anziani in una casa di riposo e fatica a mantenere la famiglia. Alla fine il fratello bislacco guadagna una fortuna per aver investito il denaro in azioni e realizza i desideri di tutti, persino quello di Lillo di ballare ancora con Raffaella. In questo episodio si citano Edward mani di forbice (Greg intaglia il giardino improvvisandosi artista) e Blow Up (partita di tennis immaginaria). Greg e Lillo sono stratosferici. Tempi comici perfetti, battute surreali, gag strampalate, personaggi sopra le righe. Insomma, per fortuna il regista ha messo il loro episodio alla fine del film, così lo spettatore esce dal cinema con un buon ricordo dell’intera pellicola. Resta la curiosità di vederli all’opera - prima o poi - in un intero film da protagonisti.

Molti critici hanno trovato puerili e scurrili i primi due episodi, ma non mi pare che abbiano colto nel segno. Parlerei - caso mai - di idee vecchie riciclate e di scarsa originalità, ma non ho notato pesantezza verbale né momenti di volgarità gratuita. Sono molto fastidiose le pubblicità indirette, soprattutto nel primo episodio, vero e proprio spot prolungato di un’azienda marittima che organizza crociere. Non è il solo sponsor del film, ma la presenza delle altre aziende è molto più discreta. Valga per tutte la Provincia Autonoma di Trento, che - come in Colpi di fulmine - è la location di numerose sequenze. La pellicola si è giovata anche dei contributi statali per il cinema culturale e obiettivamente non sembrano così giustificati. Un buon cinepanettone. Importante è che lo spettatore (o il critico) non entri in sala convinto di assistere a un film di Bergman.

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Killer Joe (2011) di William Friedkin

2 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Killer Joe (2011)  di William Friedkin

Regia: William Friedkin. Soggetto e Sceneggiatura: Tracy Letts. Fotografia: Caleb Deschanel. Montaggio: Darrin Navarro. Musiche: Tyler Bates. Scvenogtrafia: Franco - Giacomo Carbone. Costumi: Peggy Schnitzer. Trucco: Krystal Kershaw. Produttori: Nicholas Chartier, Scott Einbinder, Patrick Newall, Eli Selden, Doreen Wilcox Little, Christopher Woodrow, Molly Conners, Vicki Cherkas, Zev Foreman, Roman Viaris. Casa di Produzione: Voltage Pictures, Pictures Perfect Corporation, Ana Media, Worldview Entertainment. Distribuzione Italiana: Bolero Film. Durata: 103’. Genere: Thriller - Noir. Interpreti: Matthew McConaughey (Killer Joe), Emile Hirsch (Chris Smith), Juno Temple (Dottie Smith), Thomas Aden Church (Anselm Smith), Gina Gershon (Sharla Smith). Mouse d’Oro al Festival di Venezia 2011 - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, Saturn Award come Miglior Film Indipendente e Miglior Attore.

Tutti ricordano il geniale William Friedkin (1935) per Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), regista innovativo nel cinema horror e poliziesco, autore di lavori crudi e sperimentali come Cruising (1980).

L’esorcista è stata la fortuna e la maledizione di Friedkin, perché il grande successo della pellicola horror più paurosa degli anni Settanta - che generò sequel, imitazioni, persino un vero e proprio sottogenere italiano - ha segnato la fine delle sue produzioni ad alto budget. Fiedkin ha continuato a girare ottime pellicole indipendenti ma il grande pubblico non è quasi mai riuscito a vederle. Friedkin ha lavorato per la televisione, si è inventato direttore di opere, ricordiamo l’Aida (2005 - 2006) al Teatro Regio di Torino, e ha continuato a fare film interessanti.

Killer Joe è uno di questi, basato su un soggetto teatrale scritto dal premio Pulitzer Tracy Letts (che lo sceneggia). Racconta la storia torbida di una famiglia di disperati texani che per cambiare vita decide di far uccidere la madre per spartirsi i soldi della polizza vita. Joe Cooper, detto Killer Joe, un poliziotto che nel tempo libero si trasforma in uno spietato assassino a pagamento, viene incaricato di compiere il delitto. Non ci sono personaggi positivi, da buon noir che si rispetti. Chris è un giovane spacciatore che deve soldi a un boss della malavita, il padre Anselm è un ubriacone perdigiorno, la matrigna Sharla una prostituta, il killer è un poliziotto depravato. Unica luce che rischiara un ambiente marginale, ma fin troppo ingenua, la giovane Dottie, ancora vergine, che ricorda come un sogno un fidanzato dei tempi del liceo. Killer Joe chiede la ragazzina come caparra per compiere il crimine, perché la famiglia non può pagare il lavoro in anticipo. Tra i due nasce un torbido rapporto d’amore che condurrà lo spettatore verso un finale violento, anticipato da rivelazioni inaspettate, tra schizzi di sangue ed esplosioni di follia.

Killer Joe è un film intenso e cupo, recitato benissimo da attori ben calati in un’interpretazione teatrale, fotografato in una scenografia texana decadente, tra notti piovose e giornate torride, in un clima da noir metropolitano e thriller claustrofobico, pieno di flashback onirici e paesaggi degradati. Orrore, sesso malato, depravazione, eccessi gore e splatter, pestaggi realistici sono la cifra stilistica di un’opera che non sembra girata da un regista alle soglie delle ottanta primavere. Friedkin racconta una storia ironica e dura, amara, desolante, senza speranza infarcita di dialoghi surreali e di sequenze erotiche perverse che anticipano una carneficina.

Bene ha fatto il Festival di Venezia a premiare un lavoro che ricorda il nostro miglior cinema noir, opere come La belva col mitra (1977) di Sergio Grieco, ma anche l’opera omnia di Fernando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969 - La mala ordina, 1972). Premiato anche al Toronto International Film Festival. In Italia si è visto poco e male, uscito a ottobre 2012, si è aggirato per qualche multisala delle maggiori città, per poi finire del dimenticatoio, come ogni produzione non sponsorizzata dalle major.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
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Il Divo di Paolo Sorrentino

27 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino.Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucco: Vittorio Sodano. Durata: 110'. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori:Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d'Oro, 4 Nastri d'Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.

Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po' prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell'onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant'anni di storia italiana. In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all'inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un'interpretazione grottesca di Toni Servillo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso. Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un'interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tesi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista. Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po' di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l'abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri.

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Weekend tra amici di Stefano Simone

25 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D'Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62'.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un'angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d'autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l'attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l'abbonamento in tribuna d'onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un'idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d'autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell'uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

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"Sophia" di Stefano Simone

23 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Fotografia: Antonio Universi. Montaggio: Stefano Simone. Interpreti: Barbara Vescovi, Teresa La Scala, Dario Bernasconi, Fabrizio Boo. Scritto da: Teresa La Scala. Musiche: Luca Auriemma. Origine: Svizzera. Durata: 19'

Sophia (2012) - episodio del film collettivo Amores, che probabilmente non sarà realizzato - è l'ultimo lavoro di Stefano Simone, che gira un corto di 19', dal taglio fantastico, ben fotografato nel suggestivo paesaggio montano della Svizzera Italiana. La storia parte da un vecchio libro di leggende del Canton Ticino, riecheggia Lovecraft con la tesi del volume maledetto, ma anche certi film di Lucio Fulci e Dario Argento. Una ragazzina si lascia con il fidanzato, prende in prestito dalla biblioteca un volume di leggende e - poco a poco - si rende conto che ogni storia letta provoca un'incredibile scomparsa o un omicidio efferato. I passi del libro maledetto recitati in sottofondo introducono una storia tenebrosa che segue le tracce d'una leggenda, sia quella del tosatore, dei folletti che popolano il fiume o di un killer imprendibile che uccide e nasconde i corpi in un sacco. Ottimo il soggetto, meno brillante la sceneggiatura, troppo impostata e didascalica, vittima anche di un montaggio lento e a tratti confuso. Il tono è suggestivo, le riprese esterne sono molto buone, sembrano citare Cappuccetto rosso (2009), un vecchio medio metraggio del regista, ma anche il notevole Unfacebook (2011). La musica sintetica accompagna un crescendo di tensione, spesso stemperato e poco efficace, come non dovrebbe accadere in un thriller fantastico. Interessante l'uso della soggettiva, con la macchina da presa che segue il protagonista dell'evento macabro per sfumare al momento opportuno. Il regista sceglie di non mostrare i delitti ma lascia intuire, accompagnando lo spettatore fino al momento terminale, per poi staccare sulla lama, sul corpo che cade, sul killer che uccide. L'amante del cinema horror più efferato resterà deluso dal taglio non esplicito che il regista ha voluto dare alla sua ultima opera, anche perché Simone aveva abituato il pubblico a particolari gore e splatter molto cruenti. Teniamo conto che Sophia è un corto nato all'interno di un progetto scolastico che doveva coinvolgere altri autori, quindi è condivisibile non aver insistito sul macabro. La recitazione merita un capitolo a parte. Premesso che nessuno vuol gettare la croce addosso a tanti ragazzi volenterosi che hanno dato il massimo, riteniamo che il regista debba rendersi conto che per fare un buon film servono buoni attori. Impossibile uscire da questa lapalissiana realtà. Sophia è mal recitato, zeppo di dialoghi impostati, di sequenze lentissime che vedono personaggi uno di fronte all'altro intenti a dire battute delle quali sono i primi a non essere convinti. Peccato, perché l'idea del corto è valida, la storia interessante, la fotografia suggestiva, la musica intensa e il montaggio sufficiente. Il regista mostra di saperci fare con la gestione delle immagini, soprattutto nelle riprese in esterno, mentre è meno abile nella direzione degli attori (un difetto che lo accomuna a Dario Argento!). Attendiamo Simone alla prova di un nuovo lungometraggio, consideriamo Sophia una pausa di riflessione, un lavoro di passaggio, che presenta elementi positivi da sviluppare in pellicole di più ampio respiro.

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My name is Tanino

30 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

My name is Tanino (2002)

di Paolo Virzì

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì. Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori. Casting: Lisa Parasym. Suono in Presa Diretta: Mario Iaquone. Costumi: Alex Reda. Scenografia. Ian Brock, Sonia Peng. Montaggio: Jacopo Quadri. Fotografia: Arnaldo Catinari. Musiche: Carlo Virzì. Canzoni: Cello Song (Nick Drake), La descrizione di un attimo (Tiromancino), That's Amore (Warren/ Brooks), You Make Mee Feel So Young (Gordon/ Mirow), You Won't See Me Cry (Sinclair/ Falsia), Moonlight Kisses (Ron Goodwin), Va' Pensiero Sull'Ali Dorate - dal Nabucco (Giuseppe Verdi). Organizzatore Generale: Giovanni Lovatelli. Aiuto Regia: Rocco Gismondi, Francesco Pavolini, Marco Limberti. Direttori di Produzione: James Power, Vincenzo Testa, Carlo Carpentieri. Operatore alla Macchina: Michael Carella. Interpreti: Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Jessica De Marco, Frank Crudele, Barry Flatman, Lori Iallier, Don Francks, Mary Lons, Robert Bockstael, Daniele Bouffard, Beau Starr, Marina Orsini, Salvo Compagno, Licinia Lentini, Mimmo Mignemi, Domenico Starnone, Frank Falcone, Genio Carbone, Jerry Sprio, Roy Meleca, Neville Edwards, Benedetto Raneli, Paride Benassai, Faro Como, Frank Alonzi, Craig Lund, Meredith Ostrom, Giovanna Criscuolo, Stefania Biandeburgo, Caterina Romano, Benedetta Di Chiara, Luca Michele Cirasola, Sascia Ugenti, Antonio Palumbo, Giuseppe Sollecito, Rodolfo Statte, Johnie Chase, Rothaford Gray, Gerry Salsberg, Francesco Sineri, Ilke Hinger, Luba Schiller, Julian Grant, Eric McNabb, Alexander Chapman, Giorgio Catalano, Ornella Giusto, Irene Lopez Kuchilan, John Suresh, Peter Marino, Carmela Albero, Anna Starnino, Pietro Giammanco, Francesco Confalone, Gaspare Magaddino, Barbara Bacci, Giovanni Cipolla.

Paolo Virzì afferma: "My name is Tanino è il mio film più stupido, ma forse anche il più lieto. Non è un romanzo di formazione perché il protagonista non cresce, anzi, tutte le volte che è sul punto di capire qualcosa della sua vita sviene oppure si dimentica". (Accardo - Acerbo "My name is Virzì", pag. 113).

A parte quel che dice il regista, la sola definizione che ci viene a mente a proposito di questo lavoro di Virzì è proprio storia di formazione, vicissitudini di un ragazzo che tenta di scoprire l'America. Valzerino americano è il racconto - scritto dal regista nel 2000 - dal quale Virzì, Bruni e Piccolo estrapolano la sceneggiatura di My name is Tanino. Le suggestioni sono nobili - Proust, Celati, Mark Twain - i risultati inferiori, anche se la storia tiene e il film risulta invecchiato bene. I nostri autori raccontano le avventure eroicomiche di Tanino Mandolia (Fortuna), figlio di una parrucchiera siciliana(Lentini), che prima parte per Roma con l'ambizione di fare il regista, poi opta per gli States alla ricerca del primo amore (McAdams). Un altro motivo di fuga, meno nobile, è quello di sottrarsi agli obblighi di leva. In America conosce un sacco di amici e parenti siciliani che si danno un gran da fare per il suo futuro, anche se lui non gradisce. Ne succedono di tutti i colori: la ragazza è fidanzata, la famiglia borghese che accoglie Tanino non è perfetta come sembra, il ragazzo conosce un'orrenda italoamericana che i parenti siciliani vorrebbero fargli sposare, ma lui fugge, incontra un regista in disgrazia che ammira da sempre e assiste alla sua morte, infine viene sbattuto in galera…In mezzo a tanti eventi paradossali ci sono gli svenimenti di Tanino, incapace di affrontare la vita e i problemi, sempre confuso e inadeguato. Alla fine viene rimpatriato in Italia e decide di scrivere un film su quello che gli è accaduto, anche se non l'ha ancora capito bene.

Bravissimo Corrado Fortuna, attore esordiente non professionista scoperto da Carlo Virzì (autore di splendide musiche), inventato protagonista da un Paolo Virzì capace di far recitare chiunque. Il film viene girato tra Trapani, Palermo, New York, Toronto, costa abbastanza, ma non moltissimo, il problema è che l'impero Cecchi Gori sta scricchiolando e la produzione si blocca ripetutamente. My name is Tanino viene girato proprio in mezzo alle beghe giudiziarie di Vittorio Cecchi Gori e per un certo periodo di tempo corre il rischio di non uscire. Per ultimare la pellicola, il regista spende il meno possibile, modifica il finale ed elimina una scena complessa ambientata nel porto di New York. Il film finisce sotto sequestro a causa del fallimento del produttore ed esce solo il 30 maggio del 2003, a fine stagione. Incassa poco, nonostante la distribuzione Medusa, supera appena un milione di euro. Negli Stati Uniti è un trionfo, anche se la distribuzione è indipendente.

My name is Tanino è raccontato con il consueto stile narrativo della voce fuori campo, con azzeccati riferimenti politici, accuse alla globalizzazione e ottime parti oniriche. Virzì cita persino Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini immortalando il volo surreale del protagonista che ripercorre la sua infanzia.

Realistico e in linea con i tempi - pur con toni comici - il rapporto tra Tanino e il compagno politicizzato, un vero reduce del passato. Licinia Lentini proviene dalla commedia sexy e il suo ruolo ammicca a un blando erotismo, come madre di Tanino e amante di un personaggio che il figlio non sopporta. Lo scrittore Domenico Starnone è il professore di Storia del cinema che vorrebbe aiutare Tanino ma non ottiene nessuna risposta sufficiente. Tanino sviene, scappa dalla realtà, vola verso il passato, rivede la madre, il padre ucciso dalla mafia, vorrebbe sapere tante cose che non ha avuto tempo di chiedere. Le parti oniriche e i flashback sono la cosa migliore di un film dal tono dolce e romantico, stile commedia sofisticata nella parte americana, molto commedia all'italiana nei momenti di raccordo. Virzì critica la famiglia borghese statunitense, la facciata rispettabile che nasconde i problemi, fa capire che dietro l'apparenza si nascondono tradimenti e pulsioni distruttrici. Gli italoamericani vengono trattati da mafiosi e maneggioni e anche se il taglio è grottesco il regista coglie spesso nel segno. Alcune sequenze sembrano prelevate da un noir americano, un poliziesco rapido che fotografa le strade di New York in maniera essenziale. L'incontro con Chinasky (Franks), il regista in disgrazia che Tanino venera come un maestro è un momento molto poetico che termina con la morte del mito, in tutti i sensi. Un film non del tutto riuscito, ma che si rivede volentieri, spaccato di una società che cambia, ritratto di un personaggio inadeguato alla vita, incapace di affrontarla.

Rassegna critica. Pino Farinotti concede tre stelle: "Virzì fa viaggiare il suo personaggio dentro paesaggi da film, accompagnato dalla macchina da presa, come se, nel raccontare la vicenda di Tanino fosse riuscito a non mettere mai piede fuori dal cinema". Molto meno entusiasta Morando Morandini che assegna una stella e mezzo senza sprecare un briciolo di motivazione. Paolo Mereghetti arriva a due stelle: "Virzì aggiorna divertito una vecchia formula (l'italiano all'estero), facendo precipitare il suo antieroe in un mondo ancora più provinciale di quello che si è lasciato alle spalle. Nell'affollarsi di personaggi, si ritrovano pregi e difetti della commedia all'italiana di una volta: capacità di osservazione, talento per il bozzetto satirico, indugio caricaturale, tendenza a smussare gli angoli. Ma Virzì sa anche rappresentare in modo non acritico una certa disponibilità cialtrona, emblematica di una generazione". Il critico milanese è convincente nella puntuale analisi critica. Resta da dire - a parziale scusante del regista - che i guai produttivi comportano tagli, rapidità di esecuzione nella parte finale e contenimento dei costi per riuscire a terminare la pellicola. Tutto sommato My name is Tanino è una storia ben raccontata.

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