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Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

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Joan Fontaine

9 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Joan Fontaine




Joan Fontaine, Tokyo 22 ottobre 1917 - Carmel by the Sea 15 dicembre 2013. Alfred Hitchcok, non ancora celebre per i suoi racconti thriller, chiamò questa quasi sconosciuta ragazza per interpretare un film che sarebbe diventato un'icona della storia della cinematografia americana: Joan Fontaine.
Aveva ventitre anni e da soli cinque aveva cominciato a girare qualche film, ma nessuno fino ad allora di una qualche importanza.
E Rebecca la prima moglie le dette quella notorietà che forse neppure lei si aspettava così improvvisa; il film era diretto dal regista Alfred Hitchcok che era al debutto nella regia nella sua attività in America. Il suo partner era, e scusate se è poco, il poi grande grandissimo Laurence Olivier. E i risultati non potevano essere diversi da quelli che furono, il film ebbe la nomination all'Oscar, il massimo riconoscimento per tale genere di arte, in America. Non vinse è vero, ché la vittoria andò alla bellissima Ginger Rogers, ma il successo lo conseguì con una magistrale interpretazione due anni appresso, quando fu dichiarata la migliore attrice protagonista per Il sospetto - nuovo film di Hitchcok, che girò a fianco di Cary Grant, e che le valse appunto la famosa statuetta d'oro.
L'attrice, avvenente come nessun'altra, non so se lo sapete, non era americana; nacque infatti in Giappone, anche se è vero che all'età di due anni, i genitori inglesi si trasferirono negli Stati Uniti e la bimba con loro. Nel 1943 fu naturalizzata americana.
Conosciamo anche sua sorella, anche lei attrice di rilievo in America, l'altrettanto famosa Olivia de Havilland, con la quale ha avuto, specialmente negli anni migliori delle loro carriere, una accesa rivalità. Olivia, maggiore di lei di un anno, è sopravvissuta alla morte di Joan, avvenuta nella sua villa di Carmel sul mare in California, alla bell'età di 96 anni.
E' tutta da raccontare la storia del nome d'arte delle due sorelle attrici.
E dunque: Joan si chiamava Joan, e per la sua carriera prese il cognome d'arte della madre - che si chiamava Lilian Augusta Ruse (era anche lei un'attrice e il suo nome d'arte era Lilian Fontaine; e quando Joan si avvicinò al mondo dello schermo le vietò di usare il cognome di famiglia e lei optò per il cognome di lei quando faceva l'attrice), da cui dunque Joan Fontaine.
Olivia, da parte sua, mantenne invece il suo cognome, de Havilland, (il padre infatti era un avvocato di grido dal nome Walter de Havilland). Il matrimonio dei genitori non fu felice tanto che si separarono e Joan, all'eta di 15 anni, tornò a stare col suo padre in Giappone, col qual visse due anni prima di fare ritorno in America.
Non stiamo qui a ricordare tutti i suoi film, che furono circa un centinaio distribuiti in ben sessant'anni di carriera.
Joan e Olivia non andarono mai d'accordo, fin da bambine, si narra, quando si litigavano i vestiti da indossare; e poi quando la più giovane volle seguire le orme della sorella più grande.
Poi avvenne l'irreparabile, per così dire, Joan vinse l'Oscar e lo sottrasse alla sorella anch'essa candidata; e da allora non si parlarono più per più di trent'anni anni; fino agli anni ottanta, quando si incontrarono per l'ultima volta in occasione del funerale della madre.

marcello de santis

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Lorella de Luca

7 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Lorella de Luca

Erano gli anni belli della mia gioventù, quelli della fine anni 50, quando stavo per finire il liceo e di lì a poco avrei mosso i primi passi nella facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma.
La televisione era ancora in bianco e nero, e così i sogni miei e dei giovani come me; e le nostre speranze, fatte di niente, ché non sapevamo ancora che cosa il destino ci avrebbe riservato. Né tanto meno pensavamo alla nostra vita di oggi, ultrasettantenni più o meno realizzati, alcuni con mogli e figli, altri con le loro solitudini invecchiate, allora impensate.
Erano, quelli, gli anni di Lorella De Luca, che imparammo a conoscere, ad ammirare, ad amare, forse ancora prima della sua comparsa nel film "Poveri ma belli" che la lanciò nel mondo tutto italiano della cinematografia, nella trasmissione televisiva di Mario Riva, Il Musichiere, dove svolgeva il semplice ruolo di "valletta", affiancata da un'altra giovanissima bionda, e carina come lei, Alessandra Panaro.
Ricordo che Mario Riva amava chiamarle le "cognatine".
Le due amiche furono inseparabili nel ciclo dei tre film Poveri ma belli, (1956), Belle ma povere, (1957), Poveri milionari (1959) tutti con la regia di Dino Risi.
Lorella aveva allora 18 anni, e Alessandra uno più di lei.
Mario Riva le volle con sé nell'avventura de Il Musichiere per il loro aspetto di brave ragazze, dolci nello sguardo e limpide nel sorriso, a rappresentare la gioventù che bilanciasse la sua età non più verde.
La trasmissione attrasse subito un grosso numero di telespettatori, oltre che per i concorrenti che, a due a due, si sfidavano correndo per arrivare per primi a suonare una campana, alla prime note di una canzone che eseguiva l'orchestra del maestro Gorni Kramer, anche per gli ospiti nazionali ed internazionali che onoravano con la loro presenza lo spettacolo.
Io avevo la loro età, e come la gran parte dei giovani come me, mi ritrovavo sempre davanti all'antiquato - visto con gli occhi della memoria di oggi - apparecchio tivù di allora, un enorme scatolone di legno ferro e plastica, ingombrante come non mai, che poggiava su un "portatelevisore", ingombrante pure lui sì, ma un nuovo compagno delle serate casalinghe, che presto andò a sostituire per molti italiani il fedele apparecchio radio che fino allora ci deliziava, la sera, con programmi che noi amavamo; come ad esempio: "I gialli di Ellery Queen", e con -annualmente - i Festival della Canzone italiana trasmessi da Sanremo.
Il Musichiere ruppe queste nostre abitudini, e Lorella e Alessandra ci rallegravano la serata settimanale con la loro angelica presenza. Poi negli anni Lorella volò alto nel mondo del cinema, grazie anche al matrimonio col regista Duccio Tessari. Girò nella sua carriera una cinquantina di film; pochi di essi se ne ricordano, in effetti, ma il ciclo di Poveri ma belli è rimasto un' icona indelebile nella nostra cinematografia; film che nel tempo vennero poi trasmessi e ritrasmessi non so quante volte sui piccoli schermi della tivù; e sempre con grande e rinnovato successo.
Con le due ragazze, amiche inseparabili anche nelle storie del ciclo, c'erano - tra gli altri - i fusti dell'epoca, Maurizio Arena (1933-1978) e Renato Salvatori (1933-1988), anche loro poveri ma belli! I due ci hanno lasciato molti anni fa.
Nel 1994 Lorella è stata colpita da una grave malattia, che poi ne ha causato la morte. E' andata a raggiungere i due compagni di lavoro.


marcello de santis

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Cara piccola Shirley

5 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema

Cara piccola Shirley


Shirley Jane Temple Black
(Santa Monica, 23 aprile 1928 – Woodside, 10 febbraio 2014)

Cara, cara piccola principessa, quanto ti ho amata!
Avevi appena cinque/sei anni sullo schermo, quando io ne avevo una decina, ed eri una bimba sbarazzina tutto pepe, spontanea e dolcissima, scatenata e tutta riccioli e sorrisi.
(Tua mamma che voleva per te il successo, si dice - ti curava ogni mattina i capelli in 56 boccoli perfetti!)
Poi col tempo seppi più cose di te, che ti chiamavano "riccioli d'oro", per esempio.
Erano i film dell'inizio, per te, quelli che ti fecero conoscere anche da noi, qui in Italia; era per te l'inizio di una lunga carriera cinematografica ricca di successi e di fama; per un lungo tempo - si legge negli annali degli attori - fosti l'attrice più pagata della Fox, la tua prima casa nel cinema, prima, di Hollywood, poi.
Nessuna "diva" era importante come te, neppure la divina Greta Garbo; e tra gli attori solo Cary Grant, il grande Cary Grant, superava i tuoi emolumenti.
A volte la televisione ripresenta, prima dei programmi serali, alcuni brevi film di quelle "simpatiche canaglie" di quel grande regista di Hollywood Hal Roach; ma pochi sanno che la produzione ti offrì a lungo di prendere parte, con un ruolo di assoluto rilievo, data la fama che già ti correva appresso a grandi passi, a quella allegra e spensierata serie interpretata solo da bambini dalle facce di scugnizzi stranieri, che in America si chiamava Our gang; ma per qualche ragione che non voglio qui ricordare, non se ne fece niente. E tu non facesti loro compagnia.
Pian piano crescevi, ragazza, signorina, donna, prendesti parte a tanti tantissimi film, ma di questi non ho ricordi. Ché tu eri nella mia (e nostre menti) e nei nostri cuori solo "la bambina dai riccioli d'oro".
Alla fine degli anni '40 ti ritirasti dalle scene, forse perché il successo stava svanendo poco a poco, (ma è nelle cose della vita, devi avere pensato senza rimpianti, senza tristezza; e lo capisti in tempo).
Ti dedicasti alla politica, niente di più lontano dalla tua attività fino allora esercitata con tanta passione; ti candidasti al Congresso degli Stati Uniti nel 1967; avevi ormai quarant'anni, e la tua meravigliosa indimenticabile vita l'avevi gioiosamente vissuta; e la piccola principessa che amava duettare sulle scene con attori famosi e attrici importanti, e che amava ballare il tip tap accanto a quel grande ballerino che fu Bill Bojangies Robinson, non c'era più.
Nel tempo ti affidarono vari incarichi diplomatici, e diventasti altrettanto importante che come attrice; rappresentasti il tuo paese presso l'ONU; e fosti ambasciatrice in vari stati nel mondo. Sempre col tuo sorriso sulle labbra; è vero, non avevi più i riccioli biondi che hanno fatto innamorare tutti noi ancora ragazzi; e i nostri genitori, che ci portavano al cinema a vederti recitare, cantare, ballare, ma avevi adesso una pettinatura da donna matura, eri ormai sposa e madre e non più bambina prodigio del cinema mondiale. Ma quando sfoderavi il sorriso, tutti quelli che ti erano vicini vedevano in te la bimba di tanto tempo prima..
Io voglio ricordarti come eri allora, compagna più piccola dei giochi e dei pensieri della mia fanciullezza, e non voglio mai cancellarti dei miei occhi e dal mio cuore, cara dolce piccola principessina.
Non voglio ricordare qui i grandi attori con i quali hai lavorato in tantissime pellicole, né le tante dive che ti hanno fatto da madre nei tuoi innumerevoli film; che contano loro, anche se il successo li ha poi immortalati come "divi"?
Tu anche lo eri; anche tu eri una piccola "diva".
Ma per me sarai sempre la cara dolce piccola principessa dei miei sogni.


marcello de santis

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Mickey Rooney

3 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Mickey Rooney


Un eterno ragazzo, Mickey Rooney, come io lo ricordo, con l'eterno ciuffo sulla fronte e quel sorriso sbarazzino che ne ha caratterizzato l'aspetto nella sua smagliante giovinezza.
Ma il tempo passa per tutti e non fa sconti.
Quando lui era nel pieno del suo successo, i suoi film cominciavano a giungere fino qui da noi, erano i primi anni del dopoguerra, io avevo cinque,sei anni, forse sette. E gli attori preferiti di noi ragazzini, oltre agli intramontabili Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, i fratelli Marx, erano gli eroi dei film di cowboy e indiani, John Wayne, Gary Cooper, Henry Fonda, e, tra le affascinanti interpreti femminili, Doris Day, e Jane Russell (che più tardi avrebbe costituito una coppia ineguagliabile con la bella Marilyna.)
E in mezzo a quella grande serie di film western arrivavano anche film d'amore o d'avventura; e uno degli interpreti di questi film d'evasione, spiccava questo piccoletto (era molto basso) simpatico, dagli occhi vivaci e dal carattere dolce; ci mettemmo un po' noi piccoli a dargli il nome e poi a tenerlo a mente, (era il gioco che piaceva a noi ragazzini, conoscere e riconoscere i personaggi dei film e poi fare a gara a chi ne ricordava di più): Mickey Rooney.
Se pensiamo che aveva debuttato al fianco del padre sulle scene, quando aveva appena due anni, constatiamo che l'attore ha avuto una carriera lunghissima, ben 91 anni, di gran lunga la più lunga di qualsiasi altro personaggio dello spettacolo del mondo. Vita lunga, avventure tante, film girati tantissimi, premi a non finire, candidato varie volte all'Oscar, che vinse per due anni; mogli a non finire; si sposò infatti ben nove volte, la più celebre Ava Gardner; ed ebbe nove figli.
Un aneddoto, che poi aneddoto non è: tre anni prima di morire, si lamentò duramente che non era più libero di fare ciò che più gli piaceva; e che la sua famiglia gli aveva tagliato le ali della libertà. Il giudice cui si era rivolto gli dette ragione, e intimò al figlio di stare alla larga dall'attore/padre; non poteva avvicinarglisi, ne doveva stare lontano almeno trenta chilometri.
Qualche anno fa, girando su vari canali tv, capitai su un film, non ricordo se in bianco nero o a colori, dove un attore panciutissimo e con la barba bianca recitava in maniera che mi ricordava qualcosa; ma non avendo visto la pellicola dall'inizio non sapevo il nome degli attori. Continuai ad assistere, più per la curiosità che mi aveva destato quel tipo che per l'azione e la trama del film; ne apparivano spesso primi piani, con l'obiettivo sul suo viso pieno e irto di barba ispida, e sugli occhi un poco acquosi; e ogni volta qualcosa mi diceva che io lo conoscevo, quell'attore, ma non riuscivo a ricordare. Lasciai lo schermo tv, andai al mio pc e digitai il titolo del film con la dicitura "cast".
Era lui, era il mio tanto amato in gioventù Mickey Rooney.

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Soprassediamo!

29 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Soprassediamo!

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

Associazione Culturale

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

29 LUGLIO 2015

PIOMBINO - Località Cittadella

Ore 21 e 30 - CINEMA IN VILLA

SARA' PROIETTATO IL FILM

COME INGUAIAMMO IL CINEMA ITALIANO (2004)

di Ciprì e Maresco

PRESENTAZIONE di SOPRASSEDIAMO! - Franco & Ciccio Story

a cura di FABIO CANESSA e GORDIANO LUPI

Soprassediamo! Franco & Ciccio Story – Il cinema comico-parodistico di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia – Il Foglio, 2014 – Pag. 530 – Euro 18 - Contributi di Matteo Mancini e Giacomo Di Nicolò

Franco e Ciccio sono due clown amati dal pubblico e disprezzati dalla critica, forse proprio perché la loro comicità è legata a un genere poco capito come la parodia. I due siciliani non interpretano parodie perché vanno di moda e garantiscono incassi sicuri, ma perché è il loro modo di essere attori, la loro comicità si forma su quel tipo di cultura popolare. Il cinema italiano conosce la parodia grazie a Totò, Erminio Macario, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, ma l'arrivo sul grande schermo di Franco e Ciccio sconvolge gli schemi e imposta il discorso parodistico in termini ben più radicali. La critica non li comprende, massacra ogni pellicola con attacchi virulenti, ai limiti dell'offensivo, definendo la loro comicità stupida e volgare, non rendendosi conto di offendere anche il pubblico che affolla le sale e rifiutando di capire i motivi del successo. Franco e Ciccio pagano la stagione dell'’impegno politico, l’'eredità del neorealismo e l’'assurdo intellettualismo di certa critica che, come diceva Fulci, “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film”, ma che uccide lentamente il cinema popolare.

DISTRIBUITO DA PDE DISTRIBUZIONE - Via Forlanini, 36 – 50019 Sesto Fiorentino (FI) – Magazzino catalogo: Piazzale Giorgio Ambrosoli snc – 27015 Landriano (PV) – www.epde.it. – Promotore: Massimo Roccaforte – ex NDA - via Pascoli, 32 – 47853 Cerasolo Ausa di Coriano (RN) - Tel 0541682186 - fax 0541683556 – i libri fuori dai libri <ilibrifuoridailibri@gmail.com>.

IN TOSCANA da Libro Co. Italia s.r.l. - Via Borromeo, 48 – 50026 SAN CASCIANO inVal di Pesa (FI) - P.IVA 00527630479 - Tel. 055-8228461 Fax 055-8228462 - Email : libroco@libroco.it - www.libroco.it

IN SICILIA da PROMOLIBRI DI LUIGI ZANGARA & C. SAS - VIA AQUILEIA 84 90144 PALERMO - TEL 091/6702413 - FAX 091/6703633 –www.sicilybooks.com

La Cineteca di Caino è una nuova collana dedicata al cinema che si affianca al già presente supplemento aperiodico cartaceo dell’'omonimo blog:http://cinetecadicaino.blogspot.it/. Se il primo numero della fanzine a diffusione gratuita è dedicato a Nando Cicero ed è intitolato W la foca!, il primo libro della collana non poteva che essere riservato a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, due comici che hanno dominato il mio immaginario di bambino. Il blog La Cineteca di Caino è stato inaugurato il 6 maggio 2011 con questo breve post:

“Inauguro questo spazio dedicato al cinema spiegando le ragioni del titolo. Il cinema è da sempre una delle mie passioni, come lo è Cuba e la sua cultura (anche il cinema cubano, che farà parte di questo spazio). Per questo motivo voglio citare uno scrittore cubano a me caro: Guillermo Cabrera Infante, che scriveva di cinema sotto lo pseudonimo di G. Cain (la sceneggiatura di Vanishing Point è firmata così). Ecco perché La Cineteca di Caino: nel mio spazio, come un piccolissimo Cabrera Infante, voglio parlare del cinema che amo, alto o basso non importa, non sono definizioni che interessano, basta che sia un cinema fatto con il cuore. Parlerò del cinema trascurato dalla critica ma amato dal pubblico, di un cinema che la critica importante ha sempre stroncato”. Nel blog trovate articoli sui vari generi e sottogeneri del cinema italiano: commedia sexy, nazi-erotico, women in prison, tonaca-movie, horror, esorcistico, decamerotico, noir, splatter, gore, cannibalico, mondo-movie e chi più ne ha più ne metta. Trovate persino una breve Storia del Cinema Italiano (molto sintetica) a puntate; molti post sono dedicati a Franco & Ciccio, Gloria Guida, Edwige Fenech, Tomas Milian, Joe D’Amato, Ruggero Deodato, Ferdinando di Leo, Luigi Cozzi, Bruno Mattei… attori, attrici e registi simboli d’un cinema da non dimenticare.

I libri della nuova collana si propongono di approfondire il discorso su identiche tematiche con volumi agili e tascabili, ma anche con ponderose monografie.

Gordiano Lupi
Direttore Editoriale
Il Foglio Letterario
0565.45098
www.ilfoglioletterario.it
www.infol.it/lupi

Come inguaiammo il cinema italiano

La vera storia di Franco e Ciccio

di Ciprì e Maresco (2004)

Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco. Interpreti: Gregorio Napoli, Francesco Puma, Tatti Sanguineti, Fana Benenato, Ina Benenato, Maria Letizia Benenato, Rosaria Calì Ingrassia, Giampiero Ingrassia, Gaetano Andronico, Goffredo Fofi, Tullio Kezich, Pippo Baudo, Bernardo Bertolucci e Pino Caruso.

Ciprì e Maresco in questo eccellente documentario non si ripropongono tanto di rivalutare la comicità di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, quanto di ricordare il modo di ridere di un tempo che rispecchia la giovinezza di alcune generazioni. Le immagini scorrono tra spezzoni di film con Franco e Ciccio, vecchi critici che parlano malissimo dei loro lavori, nuovi commentatori che apprezzano la comicità da avanspettacolo, parenti che narrano la vita, amici e colleghi che ricordano aneddoti, testimonianze di una carriera lunga e ricca di successi. Tra tutti sarebbero da malmenare (a puro scopo correttivo, senza troppa violenza) gente come Goffredo Fofi, Tullio Kezich e Bernardo Bertolucci. Basterebbe andarsi a rileggere cosa scrivevano e dicevano di Franco e Ciccio quando erano in vita.

Franco e Ciccio sono stati due attori geniali, la presenza in scena bastava a scatenare l’ilarità del pubblico, i loro giochi di parole e la comicità gestuale e clownesca sono proverbiali (Soprassediamo!), così come è rimasta negli annali la stupidità della nostra critica colta che stroncava per partito preso ogni loro lavoro.

Franco e Ciccio debuttano come coppia comica nel 1954, al Cinema Teatro Capitol di Castelvetrano.

Ciccio Ingrassia nasce a Palermo nel 1922 (certi testi indicano date e luoghi di nascita errati, ma voi fidatevi ché questi sono giusti), ultimo di cinque figli, da padre muratore e madre casalinga. Come primo lavoro è intagliatore di tomaie (in pratica fa le scarpe), ma frequenta l’avanspettacolo insieme al grande amico Enzo Andronico, che diventerà presenza fissa e spalla comica al cinema. Ciccio Ingrassia fa parte del Trio Sgambetta, insieme a Ciampo e Andronico, ma i tre comici non riscuotono successo, al punto che non riescono neppure a pagare i debiti.

Franco Franchi - che si chiama Francesco Benenato - nasce a Palermo, nel quartiere popolare della Vucciria, in una situazione di totale indigenza. Padre muratore, madre impiegata in una manifattura di tabacchi, non abbiamo certezze sul numero dei fratelli, visto che spesso lui ha parlato di 18 e a volte si è corretto dicendo che erano sopravvissuti solo 9. Franco a vent’anni fa il comico di strada, conosce Ciccio al Bar degli Artisti a Palermo, i due si piacciono e decidono di fare qualcosa insieme a teatro.

Core ingrato è il loro primo numero che replicheranno all’infinito, al cinema e in televisione. Negli anni Cinquanta molti teatri ospitano le loro gag, ma il primo film importante sarà I due della legione (1962) di Lucio Fulci. Ciccio Ingrassia sposa Rosaria Calì nel 1960, dopo averla conosciuta a Milano. Da lei avrà solo un figlio: Giampiero. Irene Gallina, invece, è la moglie di Franco, che gli darà due figli. Nel 1959 la coppia comica incontra a Catania Domenico Modugno che li scrittura e li fa debuttare in Appuntamento a Ischia (1961) di Mario Mattoli, dove una loro breve apparizione contribuisce ad aumentarne la popolarità. L’onorata società di Riccardo Pazzaglia è un altro lavoro del 1961, che insieme a tanto teatro e commedie musicali (Rinaldo in campo) fa compiere passi in avanti al duo comico. “Pazzaglia era troppo intellettuale per noi”, dirà Ciccio Ingrassia, anche se alcuni anni dopo interpreteranno il suo Farfallon (1974). Domenico Modugno comincia a essere geloso di Franco e Ciccio, non vorrebbe lasciarli andare per la loro strada, ma Franchi taglia il rapporto. “Tu ti sei fatto la villa? Bene, noi no. Vorremmo farcela”, dice. Nel 1962 - 63 la coppia comica siciliana interpreta ben 12 film. Logico che non siano capolavori, spesso esiste solo una abbozzo di sceneggiatura, si scrive “Adesso entrano Franco e Ciccio” e si lasciano liberi di impostare gag da avanspettacolo. Tra le cose migliori citiamo Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica e tutti i film diretti da Lucio Fulci che è il primo a intuire che l’aggressivo deve essere Ciccio Ingrassia, mentre il ruolo di mamo spetta a Franco Franchi. Nel periodo 1962 - 67 escono 13 film di Fulci interpretati da Franco e Ciccio, tutti molto curati, pur se girati ognuno in non più di quattro settimane. Nel 1964 debutta con loro il vecchio amico pugliese Pasquale Zagaria (in arte Lino Banfi), ancora con i capelli, ne I due evasi di Sing Sing e successivamente ne I due parà (1965), dove Fulci si permette di ironizzare prima di Woody Allen sulla figura mitica di Fidel Castro. Franco e Ciccio fanno tanto cinema, ma anche radio, televisione e non si scordano del teatro che frequentano con Eduardo De Filippo. I film che li vedono protagonisti sono girati in fretta, peccano di ingenuità, sono dedicati a un pubblico popolare, ma funzionano. Il cinema di serie A non sopporta Franco e Ciccio, ma loro incassano molto, hanno un pubblico composto di ragazzini e dal proletariato di un’Italia ormai scomparsa. I due comici ricordano la farsa di Plauto, mai sboccata, sempre dentro le righe, surreale, irrazionale, ma non volgare. Ricordiamo cose divertenti come I due mafiosi di Giorgio Simonelli e Due marines e un generale (1965) con Buster Keaton. Cominciano i primi contrasti all’interno della coppia, perché Ciccio vorrebbe fare cose più alte e sperimentare strade diverse, mentre Franco accetta tutte le proposte. In questa situazione vediamo la coppia comica nel cast di Che cosa sono le nuvole (1967), un grande film di Pier Paolo Pasolini, dove recitano niente meno che con il mitico Totò. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia portano nei loro film alcuni amici con i quali lavorano dagli esordi: Enzo Andronico, Umberto D’Orsi, Lino Banfi, Ignazio Leone, Nino Terzo e Tano Cimarosa. Quando comincia il periodo della commedia sexy entrambi si trovano a disagio, perché la loro comicità è per tutti, mai volgare, dedicata ai ragazzi e ai bambini. Mariano Laurenti continua a fidarsi dei comici siciliani e li vuole come interpreti de I due maghi del pallone (1970), ma in questo periodo giunge anche la chiamata di Luigi Comencini per vestire i panni de il gatto e la volpe nel Pinocchio televisivo. I due attori cominciano a litigare e lavorano separati, si sentono troppo legati e vogliono essere liberi di fare il loro gioco. Per Ciccio si aprono le porte del cinema drammatico con un piccolo ruolo ne La violenza: quinto potere di Florestano Vancini, con la grande interpretazione dello zio matto in Amarcord (1973) di Federico Fellini e con il complesso prete di Todo modo (1976) di Elio Petri. Franco Franchi interpreta Ultimo tango a Zagarol (1973) di Nando Cicero, geniale parodia di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Si sentirà sempre a disagio per questo lavoro, perché la pellicola esce con un divieto ai minori di anni quattordici mentre lui è sempre stato un attore per bambini. Franchi vive il film come un tradimento nei confronti del suo pubblico. I due comici tornano insieme per Farfallon di Riccardo Pazzaglia, ma anche per due film dove Franco Franchi è attore e Ciccio Ingrassia regista: Paolo il freddo e L’esorciccio. La casa di produzione di Ciccio finisce male per malintesi e soprattutto a causa di soldi trafugati da un collaboratore, così l’esperienza alla regia finisce ed è un peccato perché i due lavori girati erano buoni. In questo periodo assistiamo a un susseguirsi di rotture e di riappacificazioni, anche se i due comici resteranno amici per tutta la vita, pure tra numerosi litigi a causa di caratteri diversi. Negli anni Ottanta fanno molta televisione e le loro cose peggiori vengono proprio da questo media che vede proliferare canali privati ed emittenti commerciali. Tra le cose belle ricordiamo Kaos dei Fratelli Taviani, la messa in scena cinematografica de La giara di Pirandello. Crema, cioccolata e… paprika di Michele Massimo Tarantini è il peggior film in assoluto che interpretano con un ruolo marginale. Protagonisti di questa tarda commedia sexy sono Barbara Bouchet e Massimo Montagnani, ma il problema è la presenza del figlio del boss mafioso Michele Greco, che porta guai giudiziari a Franco Franchi. Nel 1989 Franchi e Merola vengono accusati di mafia da un pentito e vengono fuori frequentazioni sospette con la famiglia dei Greco. Il procedimento penale viene archiviato, ma la vicenda distrugge moralmente e fisicamente Franchi che si ammala in maniera grave e muore l’11 dicembre del 1992, dopo aver partecipato all’ultima puntata di Avanspettacolo, strappando a tutti un applauso commosso. Ciccio Ingrassia, privato del più caro amico, del collega che considerava un fratello, gli sopravive per oltre vent’anni, ma lo vediamo solo in poche dimenticabili partecipazioni. Muore nel 2003, stanco e malato.

Grazie Ciprì e Maresco di averci ricordato due campioni della risata, due uomini che hanno segnato la nostra infanzia, l’adolescenza e la prima sofferta maturità. È merito anche vostro e di questo emozionante documentario se non riusciremo mai a dimenticarli.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marisa del Frate

20 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #televisione

Marisa del Frate

Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.


Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...

Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...

Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...

Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'i
o...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...

I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.

marcello de santis

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La tua estate con Adelphi

1 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

La tua estate con Adelphi

Rodolfo Sonego e Il racconto dei racconti

Se c’è una Casa Editrice che fa andare sul sicuro il lettore questa è Adelphi, vera e propria garanzia di qualità, dalla narrativa alla saggistica, con un catalogo che presenta proposte interessanti e un’accurata selezione di classici. Qualche nome: Norman Lewis, Georges Simenon, Lawrence Osborne, Orson Welles, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Abilio Estévez (I palazzi distanti è un capolavoro, ispirato a Lezama Lima e a Virgilio Piñera) e gli immancabili - complessi - lavori del direttore editoriale Roberto Calasso.

Adelphi è la dimostrazione vivente che la qualità (editoriale) paga, per questo se c’è una persona al mondo che invidio è proprio Calasso, che trasforma in oro quel che maneggia e sa scegliere il meglio della produzione mondiale. Mi piacerebbe vederlo all’opera con Heberto Padilla, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Il problema è contattarlo, perché il mio rapporto con Calasso non va oltre la relazione che si stringe tra lettore e autore. Un testo che andrebbe letto e studiato per far bene un mestiere che (da dilettante) tento di fare è L’impronta dell’editore (2013), conversazioni su libri e pubblicazioni, sempre targato Adelphi.

I miei consigli Adelphi per l’estate riguardano il cinema italiano che amo così tanto da passare il tempo compilando monografie - mai uscite per editori importanti -, recensioni e piccoli studi su personaggi minori del cinema bis. Adelphi pubblica un libro irrinunciabile di Tatti Sanguineti (peccato non abbia capito subito la grandezza di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma ha recitato da tempo un convinto mea culpa) intitolato Il cervello di Alberto Sordi - Rodolfo Sonego e il suo cinema (Pag. 590 - Euro 26). Il testo ha il merito di far parlare Sonego, grande sceneggiatore della commedia all’italiana, inventore del personaggio Sordi così come lo conosciamo, non la macchietta dei penosi birignao radiofonici, ma l’italiano medio pieno di difetti e contraddizioni. Un libro di cinema come non se ne leggono, nel senso che questo si legge con passione e trasporto, non è un mero esercizio di stile per addetti ai lavori, ma è scritto con linguaggio sobrio ed essenziale, come un romanzo d’altri tempi. Sanguineti aveva già pubblicato Il cinema secondo Sonego (Transeuropa, 2000), che per l’occasione amplia e rende definitivo, inserendo vita, opere, dichiarazioni, aneddoti e commenti critici su film importanti come Il vedovo, Il boom, L’avaro, Assolto per non aver commesso il fatto, La donna del fiume, In viaggio con papà, Un eroe dei nostro tempi, senza dimenticare pellicole meno note come Ida e i porci, Il disco volante, Io e Caterina, Marechiaro… Ci sono anche i film non realizzati e i non accreditati, così come non manca un breve manuale di sceneggiatura. Un libro utile che l’appassionato di cinema non deve perdere, per capire quanto l’Italia della commedia debba a un geniaccio come Sonego (1921 - 2000), uno che Sordi considerava imprescindibile. L’attore romano accettava un film a scatola chiusa se l’aveva scritto il collaboratore di una vita, incontrato per caso sul set de Il seduttore (1954). Gustosi anche i capitoletti iniziali dove Sanguineti cita le opinioni di Sonego su attori, produttori e sceneggiatori, realizzando una galleria di ritratti cinematografici.

A proposito di cinema è doveroso riscoprire Il racconto dei racconti di Giambattista Basile (1575 - 1632), ovvero Il trattenimento dei piccoli, tradotto dal napoletano da Ruggero Guarini. Adelphi non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere un’altra grande operazione culturale di taglio popolare. Matteo Garrone ha riportato d’attualità il libro sceneggiando da maestro quattro storie fantastiche, ma il lettore avido di suggestioni fiabesche dal tono fantasy ai limiti dell’horror, non devono mancare di approfondire la materia. La lingua usata per la traduzione non è facilissima, serve un minimo di cultura letteraria per apprezzare l’opera, ma dopo un poco di fatica se ne esce soddisfatti. Molto di più che dopo aver gustato l’opera omnia di Fabio Volo e l’intera serie del Bar Lume. Ve lo garantisco.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Visconti e Livorno

17 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Visconti e Livorno

Che tu sia benedetta per gli attimi di felicità che mi hai regalato

Si conclude così “Le notti bianche” di Luchino Visconti, film del 1957, basato su un breve romanzo di Dostoevskij, sceneggiato da Suso Cecchi D’amico e ambientato, anziché a San Pietroburgo, a Livorno.

Mario/Marcello Mastroianni vaga per le strade del quartiere Venezia, fra vicoli e canali, dopo aver passato una giornata in compagnia della famiglia del capoufficio. S’imbatte in Natalia/Maria Shell, ragazza straniera, la aiuta in un momento di difficoltà e se ne innamora. Lei, però, aspetta lo straniero/Jean Marais, che ama.

Mario cerca d’impedire che Maria e lo straniero possano incontrarsi di nuovo ma il destino fa sì che ella ritrovi colui che ha sempre atteso e la breve stagione di speranza si conclude troppo presto.

L’intrico dei canali e dei ponticelli ha ispirato la produzione, ma via Grande, via della Madonna e parte del quartiere Venezia sono stati ricreati a Roma, negli studi di Cinecittà, poiché il regista desiderava che lo sfondo apparisse volutamente finto, quasi come una scenografia teatrale. Persino la nebbia non è stata prodotta con fumogeni ma con kilometri di tulle.

Il film è stato ideato a Castiglioncello, nella villa di Suso Cecchi d’Amico.

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Dino Risi e Livorno

16 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Dino Risi e Livorno

Nel 1962 usciva “Il sorpasso” di Dino Risi, road movie a metà fra commedia all’italiana e denuncia sociale.

Il nullafacente Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, scapestrato e smargiasso, trascina in un viaggio ferragostano senza meta, il mite e timido Roberto Mariani, Jean Louis Trintignant.

In viaggio verso nord, dopo essersi fermato a Castiglioncello, Cortona azzarda un sorpasso fatale nella famosa curva di Calafuria. Il buon Roberto Mariani resterà ucciso nell’incidente che ne consegue.

La storia è simbolica di una parte d’Italia gradassa e volgare che, nel pieno del boom economico, tenta di sopraffarne e contaminarne un’altra umile e onesta.

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