Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

cinema

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

1 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #cinema

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

Oggi conosciamo il Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, un’associazione culturale di promozione cinematografica (senza scopo di lucro) nata 4 anni fa, il 22 Febbraio del 2012, affiliata alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC). Una piccola ma attiva realtà maremmana che conta un buon numero di soci e tante iniziative di alto livello culturale che l'hanno portata all'attenzione dei media nazionali, rendendola un centro di aggregazione del territorio. Abbiamo avvicinato Matteo Racugno, uno degli ideatori di questo sogno cinefilo, per sentire dalla sua viva voce prospettive e bilanci.

Come nasce il Piccolo Cineclub?

Tutto parte da un’idea di sei amici. di età, studi e lavori diversi, uniti dalla passione per il cinema. Da tanti anni coltivavamo un sogno: creare una piccola sala capace di riportare sul grande schermo i capolavori del cinema ma anche di rendere visibili grandi film contemporanei lasciati ai margini, per contorte logiche industriali, alcuni lungometraggi vincitori di prestigiosi Festival cinematografici, molte opere di giovani autori italiani dimenticate dai distributori.

Un progetto ambizioso e non di facile realizzazione...

E invece è diventato realtà. Poche settimane fa abbiamo ospitato Francesco Ghiaccio, che ha presentato in anteprima provinciale la sua opera prima Un posto sicuro, un film importante, che parla di amianto e del dramma di Casale Monferrato. Un film invisibile per la sciagurata distribuzione che ha avuto. Abbiamo presentato anche Non essere cattivo di Caligari, che nonostante la presentazione agli Oscar non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato.

Sono state molti gli ostacoli da superare?


Sembrava tutto troppo complicato. Un giungla di norme burocratiche assurde pareva rendere impossibile la realizzazione del progetto. È stato l’entusiasmo dei soci - che si sono moltiplicati nel giro di poche settimane - a darci la spinta per continuare a credere nella nostra idea. Pare impossibile, ma in poco tempo siamo diventati 1500 soci e stiamo per tagliare il traguardo delle 10.000 presenze totali.

Come si diventa soci del Cineclub? Godete di contributi e sovvenzioni?


Basta una tessera annuale dal modico costo di 5 euro - un prezzo simbolico – che consente di partecipare alle attività del Piccolo Cineclub Tirreno da Gennaio a Dicembre. Ogni anno rendiamo pubblico il bilancio e lo sottoponiamo alla votazione dell’assemblea. Non abbiamo contributi o sovvenzioni. Per scelta. Vogliamo avere piena libertà nella programmazione e nella gestione del Cineclub.

Proiettate soltanto film o programmate incontri con registi, attori e addetti ai lavori?


Quando è possibile cerchiamo di far entrare i soci in contatto con registi e attori, invitandoli alle proiezioni per parlare dei loro film. Abbiamo avuto ospiti i registi Salvatore Mereu, Andrea Segre, Daniele Segre, Costanza Quatriglio, Francesco Ghiaccio, Manetti Bros, Stefano Liberti, Alessandro Rak, Roan Johnson, Antonio Augugliaro, Sabina Guzzanti, il collettivo John Snellinberg, l'attore Dario Cantarelli, i critici cinematografici Giulio Sangiorgio e Alessandro Baratti, gli sceneggiatori Daniele Ranieri, Ottavia Madeddu e Antonella Gaeta.

Come si svolge la proiezione?


Il giorno del cinema è il venerdì, ore 21 e 30. Come ogni cineclub che si rispetti le proiezioni sono accompagnate da una breve presentazione per introdurre lo spettatore alla visione e da materiali critici di approfondimento offerti gratuitamente agli spettatori. Vogliamo che il Piccolo Cineclub Tirreno sia non solo una piccola sala dove vedere dei bei film, ma anche uno spazio di aggregazione, un luogo di scambio, di confronto e di ritrovo.

Che genere di film proiettate al Cineclub? E con quale scopo?

I lungometraggi che presentiamo al Cineclub sono, in genere, film che molto difficilmente potrebbero essere visti nelle normali sale della zona. Siamo un’associazione e, come in ogni associazione, si prova il piacere di condividere un interesse comune. Quindi vedere un film al Cineclub significa socializzazione, condivisione e garanzia di qualità.

Come scegliete i film? Che tipo di pubblico segue le proiezioni?

Ci teniamo molto aggiornati attraverso i quotidiani e le riviste specializzate, cartacee e on line. Stiliamo una prima lista di massima che perfezioniamo in un secondo tempo, escludendo i film presentati nel cinema della nostra città o in altre sale delle città più vicine (Grosseto e Piombino), cercando di diversificare quanto più possibile la programmazione, per soddisfare gusti ed esigenze diversi. Il nostro pubblico è unito dalla passione per il cinema. I gusti non necessariamente sono comuni.

Il Cineclub segue una linea programmatica? Fate soltanto cinema colto e - per usare una parola che alcuni usano in senso negativo - intellettuale?

Esistono dei buoni film e dei brutti film, come esistono dei buoni libri e dei brutti libri, della buona musica e della brutta musica. Noi cerchiamo di suggerire buoni film. Tutto qui. Lo facciamo senza pretendere di dare certezze. Crediamo che i nostri soci, essendo così tanti, lo abbiano capito. E non hanno proprio niente dell'accezione negativa del termine intellettuale.

Noi vi consigliamo di fare un salto al Piccolo Cineclub Tirreno, soprattutto se vivete in Maremma, così come vi consigliamo di frequentare il piccolo cinema del dopolavoro ferroviario a Grosseto. Sono questi luoghi che ancora ci consentono di respirare aria di vero cinema, perché non danno spazio soltanto ai fenomeni del momento, alle mode passeggere e ai film di cassetta. Non solo, si tengono lontani anche da tanta odiosa spocchia intellettualistica che profuma di snobismo fine a se stesso, esibito soltanto per colmare un triste vuoto culturale.

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Mostra altro

Silvana Pampanini

15 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Silvana Pampanini

Era bellissima, e sfido chiunque a dichiarare - tra quelli della mia età - che nella sua giovinezza non abbia ammirato, desiderato ed amato l'attrice.
Basti pensare al film che ricordiamo al di sopra degli altri, girato a fianco dell'altra stupenda ragazza che si chiamava Delia Scala, per andare con la mente alle due bellezze acqua e sapone - il termine allora ancora non si usava - di cui lei forse era la "maggiorata", e la prima maggiorata del cinema italiano per le sue forme procaci.
Ma quello che più è rimasto nei nostri occhi, di allora, è il suo viso pulito e paffuto con due labbra ineguagliabili a quei tempi, labbra che chiedevano baci, baci e baci.
Silvana se n'è andata qualche giorno fa, il giorno dell'Epifania.
Non lo sapevo, ho visto per caso, girando tra i vari canali Rai, in un programma dal titolo "attori e divi italiani" , un omaggio a..., e c'era lei, ospite di Tiberio Timperi, ma mai avrei immaginato...
E vedendola là con la sua molta età, ho gustato i vari filmati mostrati nel programma. Quant'era bella!
Era del '25, quindi era nel suo novantunesimo anno di vita, certo, non era più la splendida ragazza che a ventuno anni vinse il concorso di Miss Italia. Ma conservava nel viso, un poco sfatto, e nel suo modo di esprimersi, tutta la grazia e l'avvenenza di allora.
Nella prima metà degli anni cinquanta era lei (insieme a Silvana Mangano di Riso amaro) a rappresentare la bellezza italiana; la Loren e la Lollobrigida erano di là da venire. Aveva studiato musica al conservatorio, e questo le fu utile, ché le fecero incidere dei dischi, mai più riproposti in avvenire.
Arrivò il 1951, e il suo film per eccellenza Bellezze in bicicletta, diretto da Carlo Campogalliani, con Totò, Carlo Croccolo e Aroldo Tieri, in cui pedalava con la sua amica Delia Scala, lei bruna e Delia bionda, lei statuaria, Delia più minuta ma vivacissima, tanto da diventare una delle più stimate e apprezzate soubrette del teatro italiano.
Non ricorderemo qui tutti i film che ha girato, sono circa una settantina, e Silvana appare a fianco dei più grandi attori dello schermo, anche stranieri. Pensate, quando lavorò in Francia veniva chiamata Nini Pampan.
Mentre leggete vi invito ad ascoltate la sua voce nella canzone bellezze in bicicletta che allora divenne un successo nazionale.
Se n'è andata, sola, senza nessuno intorno, non un collega, non un amico, non un ammiratore. La camera allestita nella Protomoteca in Campidoglio a Roma, è restata sempre vuota, neppure un rappresentante delle autorità statali.
Peccato.
Addio cara Silvana, mito per noi ragazzi che nel 1951 avevamo poco più di una decina d'anni.
Ti rendo omaggio io, con questo modesto saggio, al posto di chi ti ha dimenticato.

Marcello de Santis

Mostra altro

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

9 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cinema

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.

Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

The coastal area between Pisa and Livorno had already been discovered by Hollywood in the 1920s, so much so that in the 20th some scenes of Ben Hur were shot at Molo Novo.

In 1933 the Autonomous institution Tirrenia built the Tirrenia Film factories based on Antonio Valente's design. The following year Giovacchino Forzano takes over the structure, which stands in a reptile and mosquito swamp, where there is only a fort of the Guardia di Finanza called Mezzaspiaggia. He rearranged it with 500 thousand lire, the result of the sharing of the Agnelli family and Persichetti, later founder of a dubbing house, transformed it into the Pisorno factories, so-called because they are equidistant between Pisa and Livorno.

Forzano is an author of theater, librettist of Gianni Schicchi, theatrical and cinematographic director and he stages many of his own works but he is above all a friend and collaborator of Mussolini, who already strongly wanted Tirrenia as a pearl of fascist architecture and seaside delights. The factories must also serve to produce propaganda and attract consensus.

It is no coincidence that one of the first films shot was, significantly, "Black shirt".

The sea, the long beach of fine sand, the rivers, the pine forests and the hills make the area attractive to Americans as the ideal location for many films, and the factories occupy 500,000 square meters. In its period of splendor, Pisorno becomes the first capital of cinema, even before Cinecittà, actors of the caliber of Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman recite it. Klaus Kinski, Philippe Noiret, the complete de Filippo family, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi and, of course, Doris Duranti, directed by renowned directors such as de Sica, Blasetti, Ferreri. Tirrenia also shines with reflected light, thanks to the stars who sunbathe in swimsuit the coast.

The Taviani and Monicelli brothers take their first steps in the Tirrenia studios. Sciuscià (from 46) directed by de Sica, is played by many non-leading actors taken on the Labronic streets. A school of technicians, sound engineers, make-up artists was formed here, then absorbed by Cinecittà.

During the Second World War, the studios were requisitioned by the Americans who turned them into warehouses, up to 48. In 61 they were bought by Carlo Ponti but the costs were high and the venture was already concluded in 69; Ponti leaves, Rai refuses the purchase, the studios close their doors and die slowly.

Mostra altro

Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe

29 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Il fascino per eccellenza, Marilyn Monroe



Marilyn Monroe l'abbiamo ammirata in molti, l'abbiamo amata in moltissimi, l'abbiamo rimpianta e la rimpiangiamo ancora tutti. Quelli di una certa età, intendo, quelli non più giovanissimi né giovani sono sicuro l'avranno sempre nel cuore.
Se ne andò nel mezzo dell'età (quei trentacinque del grande poeta della Commedia) e, ad oggi, ancora nessuno ha saputo spiegare il mistero della sua morte: suicidio, omicidio, disgrazia, o che. O forse sì, si è scoperto e, come altri tantissimi misteri insoluti, non si vuole che il mondo sappia. Il suo decesso, alla fine, venne ufficialmente classificato come "probabile suicidio".
Si parlò di rapporti affettuosi (?) (ma anche carnali), in quell'ultimo anno di sua vita, col presidente degli stati uniti John F. Kennedy, poi (o prima) col fratello di lui Robert, e si vociferò che in quella morte ci fosse implicato l'uno e/o l'altro. Voci. Per cui si ricorse al segreto di stato, uno dei tanti, dei troppi, che costellano la storia della più grande nazione del mondo.
Io non sono qui per cercare di sciogliere l'arcano; sono qui per ricordare, con un breve saggio, una figura tanto cara alla gente; per la sue genuina bellezza, forse anche troppa, tanto che la ragazza veniva dipinta dai critici che contano come una ochetta che si era fatta largo sgomitando, pur di arrivare: ché di classe ne aveva pochina, si è detto e ripetuto. E forse era vero. Ma ciò non toglie che la sua dolcissima figura, è vero che fu costruita, (il biondo dei capelli, le particine da ochetta, la maniera di muovere le sue grazie) ma è vero anche che, senza i requisiti essenziali propri di una sensualità innata, propria solo di lei, non sarebbe mai ascesa alla fama che raggiunse, e che tanto mestamente fu costretta a lasciare.
Tanto i media dell'epoca hanno fatto per buttarla giù da quel modesto e pur brillante piedistallo, dove era a fatica arrivata a godersi il briciolo di fama, tra le star più famose di Hollywood, che le bastava per sentirsi appagata e vivere felice, tanto la gente del cinema l'ha amata e osannata per la sua spontaneità, per la sua pura vaporosità.
Già la sua doppiatrice italiana Rosetta Calavetta fece un miracolo vocale portandola nelle nostre sale cinematografiche, su quegli schermi bianchi dai quali essa scendeva ogni sera tra di noi, per entrare nei nostri cuori (e così penso anche le doppiatrici di tutti gli stati del mondo abbiano fatto, e al meglio anche, perché è indubbio che Marylin infondeva in loro stesse, femmine come lei, un particolare calore). Rosetta, pensate, cominciò con Walt Disney dando la voce alla dolcissima Biancaneve (nel 1938, quando aveva solo 20 anni, ed aveva iniziato appena a doppiare l'attrice Deanna Durbin, bionda anche lei, dolce anche lei; ma quanto a fascino, non era davvero Marilyn!) Curiosità: Deanna era stata scartata tra le aspiranti doppiatrici per Biancaneve. Poi, nel tempo, oltre agli altri cartoons di Disney (Lilly e il vagabondo, Mary Poppins, e, ne La carica dei 101, la perfida Crudelia Demon), doppiò le più grandi attrici di Hollywood. Solo nel '50 passò ad essere la doppiatrice ufficiale italiana di Marilyn Monroe. E la sensualità sprigiona tutta nella sua inconfondibile sensualissima voce in originale, nelle sue poche canzoni che ha portato inusitatamente al successo; un successo da fare invidia ai dominatori della musica leggera americana. Su tutte, due canzoni: quella bye bye baby che cantò nel film Gli uomini preferiscono le bionde, nel quale aveva accanto l'altra bomba sexy Jane Russell, con cui costituì un duo che raggiunse una fama che dura ancora oggi, e l'altra, altrettanto celebre, dal titolo I Wanna Be Loved By You, interpretata nel film A qualcuno piace caldo
Ci basta questo - dicevamo - per innamorarci di lei, ché era per tutti la più sensuale donna del mondo; un fenomeno sexy verificatosi quando ancora in giro non c'erano - o almeno non c'erano ancora - i mezzi d'informazione di oggi, internet compreso, che ci portano costantemente davanti agli occhi attrici nude e pornostar, languide, sì, belle e bellissime, sì, ma che "fascino" non sanno neppure cosa voglia dire.
E' vero, Marilyn, quando ancora non era Marilyn, ma solo una comunissima ragazza di nome Norma, posò nuda per dei servizi fotografici, ma la sua celebrità e il suo fascino da calamita non si devono affatto a quelle fotografie; si può dire che nessuno o quasi, al di fuori dei pochi addetti ai lavori, le conosca o le abbia mai viste. C'è da dire che la sua infinita bellezza e la sua grazia risaltavano in maniera eccezionale molto di più da dentro i vestiti, che per lavoro indossava, che quando non li aveva affatto.

Cominciò a fare film quasi subito, ma voglio riportare davanti ai vostri occhi la scena che l'ha immortalata, e che è tra le più belle della storia della cinematografia mondiale: quella tratta dal film Quando la moglie è in vacanza di quel grande regista che era Billy Wilder. Lei, in piedi su una delle grate a terra, scena girata all'incrocio di Lexington Avenue e la 52° strada, a New York, davanti a centinaia di fans entusiasti. Sembra che l'allora marito della Monroe, il giocatore di baseball (si dice il più grande di sempre, di origini italiane) Joe Di Maggio, mentre veniva girata, rimanesse molto turbato e contrariato dal fascino sprigionato dalla ragazza, e che tra i due scoppiasse una lite furiosa; di lì a poco si separarono dopo solo otto mesi di matrimonio; ma forse le cose non andavano già tanto bene tra i due.
Marylin era una ragazza semplice e ancora oggi la ricordiamo così, in tutta la sua dolcezza e fragilità. Ma aveva curve mozzafiato che, pur esposte quasi sempre in maniera molto parziale, ce la mostravano nella sua micidiale esplosività. Portava ancora il suo nome Norma, quando nella sua città approdò al cinema che contava, in cerca di una pur modesta affermazione, almeno nei suoi primi intenti; oggi molti ancora non sanno che Norma era il suo vero nome, Norma Jeane Baker; ma non importa poi molto.
Quando fu rinvenuta riversa a terra senza vita, Norma-Marilyn aveva poco più di trentacinque anni; troppo giovane e troppo bella per morire. Che peccato! Le trovarono in corpo tracce di idrato di cloralio, miste a nembutal, per usare le parole dei tecnici, una mistura di barbiturici che lei era solita assumere per tentare di sconfiggere l'insonnia (normale per chi è stressato, e Marilyn lo era.)
Era il 5 agosto 1962: ricordiamola questa data, ché segna la dipartita di una delle più affascinanti attrici mai conosciute, una bionda deliziosa, ma non era il suo colore naturale; l'oro nei capelli ce lo mise la sua parrucchiera, dopo molti tentativi per renderla "visivamente" perfetta, e sistemati subito a mo' di permanente che non abbandonò mai nel corso della sua breve carriera. Era un colore che ispirò qualcuno a portarlo sullo schermo in un film in cui aveva accanto un'altra maggiorata hollywodiana, "mora di capelli" quella Jane Russell, in Gli uomini preferiscono le bionde, film che sconvolse i sensi di molti di noi, allora giovani, giovanissimi e uomini fatti.
Se proviamo a pensare alle molte grandi attrici del cinema mondiale, dal prototipo francese Brigitte Bardot fino alla nostra Sofia Loren, passando per Elizabeth Taylor fino all'altra bomba-sexy, la rossa per eccellenza, l'indimenticabile e indimenticata Rita Hayworth, (quando oggi si dice Gilda, si pensa solo a Rita), bene: la donna che più di tutte resta nella nostra memoria più viva che mai, è Marilyn.
Io avevo diciotto, diciannove poi vent'anni, e, quando a sera passavo davanti agli allora famosi "cartelloni" del cinema del paese insieme agli amici, ricordo che non potevamo non fermarci ad ammirare quelle fotografie fantastiche, leggere, sensuali, bellissime in bianco e nero, di questa attrice che ci avrebbe cullato di lì a poco nei nostri sogni.
Norma Jane Baker vide la luce a Los Angeles, e, ironia della sorte, a Los Angeles finì la sua vita. Non ebbe una infanzia facile, passò da una famiglia a un'altra in affidamento, (la madre non poteva pensare a lei, andò presto in tilt con la mente, rasentò la pazzia, venne internata), qualcuno e più d'uno scrisse di questa fragile ragazza che fosse una donna nevrotica, dall'umore balzano, e che aveva ripreso qualcosa del suo carattere da quello della madre. Forse era vero; ma non voglio parlare di "quella" sua vita. Nevrosi e sex appeal, è il miscuglio che ha caratterizzato Marilyn. Che cercava - per non pensare ai suoi mille problemi di vita - l'affermazione nel cinema, passando - per poco, va detto - per il mondo delle modelle (qui la fecero posare nuda, e lo faceva col sorriso sulle labbra ma con una gioia triste nel cuore).
Venne il successo, poi la gloria, poi la fama, che dura ancora oggi: dopo alcuni filmetti senza importanza, ella prese a rifiutare copioni su copioni, dove la si voleva far passare per oca.
Allora vennero Niagara, Fermata d'autobus, A qualcuno piace caldo, oltre ai due cui abbiamo accennato più sopra.
Sui set di Hollywod dominavano ormai una bionda Mariyn e il suo corpo mozzafiato! Ma la sua inquietudine mentale la faceva da padrona; amò e sposò Arthur Miller, ma non durò, ché non poteva durare. E lei ben lo sapeva (se lo ripeteva spesso: mi lascerà, mi lascerà, e così fu); forse fu lei stessa che lo costrinse a lasciarla, del resto non seppe mai accettarlo completamente, lei che sapeva di non saper accettare neanche se stessa.
Abbiamo detto della sua immensa fragilità, ma era anche una ragazza forte, e, soprattutto, sensibile come nessun'altra. Si mostra sempre con un viso pulito nella sua, ogni volta fresca, innocenza, ma il suo fascino prevale su tutto, insieme alla incontenibile "sensualità". Sensualità che attrae gli uomini come una calamita; uomini che vorrebbero averla, magari per una notte, ma che si rodono di rabbia per la consapevolezza di non poter realizzare la loro brama.
Anche noi allora ragazzi covavamo dentro questo desiderio; ma - confesso - non per farci in qualche modo all'amore; no! Per noi era pura e troppo bella, volevamo averla vicino solo per ammirarla, per potercene vantare con gli amici, e, se possibile, farle carezze sulle guance di bambina.
Qualcuno, in una delle tante manifestazioni post mortem, ebbe a definirla in diversi modi, da angelo biondo a venere contemporanea, da bomba sexy (ma così veniva definita anche in vita) a icona popolare.
Il cantante inglese Elton John, all'apice del suo successo, anni dopo la sua scomparsa, in ricordo di questa creatura divina, (così la definiva) comporrà per lei, e per lei canterà, la sua migliore canzone di sempre, Googbye Norma Jean!
Marilyn, una delle ultime cose che fece, e fece scalpore, fu esibirsi davanti al presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, in occasione del compleanno di questi, e, con la sua voce bassa e maliziosa, indefinibile in altra maniera, sussurrò con una carica sensuale impressionante "Happy Birthday to you, mr. President".
Era definitivamente nato - anche per i posteri - il più grande sex symbol d'America. Di allora. E di tutti i tempi!


marcello de santis

Mostra altro

Malafemmena

29 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #cinema

Malafemmena

No signore! Non è come pensate voi. Io 'sta canzone qua non l'ho scritta per quella bellissima donna che era Silvana Pampanini.
Però ve l'ho fatto credere, ehhh? Per tutti questi anni i giornalisti non hanno fatto altro che divulgare questa notizia, e io zitto, a leggere, e mi dicevo: voglio proprio vedere come va a finire! ma, in fondo, a me stava pure bene.
La donna del mistero rimaneva veramente del m
istero.

Silvana, la grande Silvana, come era bella! e se ve lo dico io, che sono grande intenditore di donne e grandissimo fruitore specialmente di quelle belle, e perché no, anche bellissime, ci potete credere. Silvana Pampanini era 'nu babà, era - che vi devo dire - 'na serenata sciuè sciué, era 'na cosa grande, nel vero senso della parola. E poi che v'aggi' 'a di'? A me le donne mi piacciono! Le adoro, Tutte. Le racchie (be', insomma!), e le belle bellissime!
A me m'hanno rovinato le femm
ine…

"Totò era un vero signore, una persona di una gentilezza incredibile. E parlo non di Totò attore, no, quello lo sappiamo tutti quanto era bravo, era un grande della scena in quegli anni là, e col tempo è diventato un'icona vera e propria della storia del cinema italiano. No, parlo di lui come uomo, e come compagno di lavoro: davvero insuperabile per cortesia e garbo. Lo ricordo al mio fianco (meglio: io ero al suo fianco) nel film "47 morto che parla"; bene dentro quella pellicola c'era un po' di tutto, dalla comicità alla satira, ma c'era soprattutto un grandissimo Totò.

Credo di avere imparato molto, a girare quel film insieme a Totò; sono diventata grande tutto insieme, a stare vicino a lui; io che ero giovanissima, ho avuto i suoi incitamenti, i suoi insegnamenti; ma quello che più contava per me, tutta la sua stima. E la sua ammirazione. Era innamorato di me? Che vi debbo confessare? che sì? e che si è dichiarato? e che la cosa non è andata in porto? Immaginate pure quello che volete, io non ve lo dico di certo. Del resto la verità è molto vicina a quello che i giornali hanno raccontato. Mi voleva sposare? Forse sì, ma io ripeto, ero una ragazzina, e i miei genitori in ogni caso non mi avrebbero (hanno?) dato il consenso. Mi colmava di gentilezze, mi faceva recapitare in camerino mazzetti di fiori, oppure scatole di cioccolatini, ma con una discrezione che poi nel corso della mia lunga carriera non ho riscontrato in nessun altro uomo. Vi confesserò solo questo: lui, sì, mi voleva bene; e anch'io, gliene volevo; e un giorno gli lessi negli occhi il desiderio di me; glielo dissi: ti voglio bene, ma come si vuole bene a un padre.
Capì. Ma continuò a volermi bene in silenzio, a farmi regalini, a starmi vicino… Scrisse quella bella canzone. Era per me? Mist
ero!"

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun te pozzo
scurdà...

La canzone è dell'anno 1951. Sia le parole che la musica sono di Totò, che, badate bene, non sapeva scrivere di musica e non la conosceva, non avendola mai studiata. La scrisse in un momento di sconforto (o di meditata allegria? non lo sapremo mai), nella sua lingua, il napoletano, lingua nella quale compose una infinità di poesie molte delle quali d'amore. In napoletano malafemmena sta indicare una donna di malaffare, e per usare il termine più volgare, anche una prostituta. Totò però lo usa in senso diverso, e le da un significato particolare, quello più morbido e più appropriato al suo caso di "donna che fa soffrire", una femmina che fa soffrire le pene d'amore a chi la ama.

Stavo a Formia, per girare un film… (era il mese di aprile del 1951, il film era: Totò terzo uomo, per la regia di Mario Mattoli; anche qui Totò aveva vicino una bomba sexy dell'epoca Franca Marzi la prima supermaggiorata del cinema italiano; e nel cast c'era il meglio della cinematografia di allora: Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Mario Castellani che per anni fu la sua spalla nelle gag anche televisive, Alberto Sorrentino, l'eterno morto di fame, lugubre e dal viso affilato come un morto, e una Bice Valori alle prime armi)…e mi vennero spontanee queste prima parole, femmena, tu si' 'na malafemmena… erano belle, dense di significato,. mi piacquero e le scrissi sul retro di un pacchetto si sigarette (un pacchetto di Turmac), ma poi accartocciai l'involucro per gettarlo, e con esso gettai involontariamente anche quel mio principio di canzone. Ma i versi mi giravano sempre in testa; tanto che ci fischiettai sopra una musica, semplice, leggera, Ci stava proprio bene. Quando uscimmo dal set tornando all'albero le feci sentire al mio autista (il signor Salvatore Cafiero) che si schifò, mi disse che "… è 'na lagna, dotto'…".
E tu si' 'nu fesso, e nun capisce proprio niente!. Tie'…
Continuai a fischiettare e a comporre mentalmente.
Una volta tornato a casa a Roma, poi, mi accomodai al pianoforte con un dito solo, seguendo il fischio cercai le note relative, e piano piano nacque la musica. Alla quale aggiunsi le parole che già tenevo, poi le completai con altre, che vennero spontaneamente a galla dal fondo dell'anima mia. Posso dire che nacquero insieme, parole e musica, le une a complemento dell'altra; e viceversa.
Forse sono 'nu poco tristi, 'sti pparole, ma che cci vuo' fa'. io sono un attore comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale
di I classe.

A lungo si è parlato di chi fosse il soggetto di questa canzone, si è indagato senza riuscire a scoprire chi fosse la donna che ha fatto penare il grande attore comico. E siccome era terminato il film 47 morto che parla, e in quella pellicola Totò aveva lavorato con una ragazza di una bellezza indescrivibile, si pensò che la malafemmena delle parole della canzone, fosse proprio lei, la Silvana Pampanini.
Si è scritto che Totò le avesse chiesto di sposarlo, ma che lei - ancora troppo giovane per il grande passo della sua vita - avesse - forse a malincuore - respinto la proposta.
Del resto Silvana allora aveva solo 25 anni e Totò - essendo nato alla fine del secolo, nel 1898 - ne aveva già 52, più del doppio quindi, e così anche se fosse vera la storia della sua dichiarata passione d'amore e della sua richiesta di matrimonio, va da sé che la domanda del comico aveva in sé già la risposta; non poteva essere che un "no".
Si vocifera anche che i genitori dell'attrice erano contrari a questa unione, pure se niente avevano contro quel gran signore che era un principe: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, e come usava presentarsi più brevemente: principe Antonio De Curtis.
La canzone divenne anche un film, che Totò girò insieme a un altro grande del cinema di allora, quel Peppino De Filippo, uno dei fratelli della celebre famiglia di attori napoletani che nessuno potrà mai dimenticare: Peppino, appunto, Eduardo, e Titina. Il film era intitolato Toto, Peppino e la malafemmina, dove la donna cattiva era interpretata dall'attrice Dorian Gray, per la regia di un altro grande regista di quegli anni Camillo Mastrocinque.
Vale la pena di riportare brevemente la trama.
Due fratelli campagnoli, i fratelli Capone Antonio e Peppino, possidenti di terre nel napoletano: uno è donnaiolo e dalle mani bucate (e non poteva essere che Antonio/Totò) l'altro al contrario (Peppino) è avaro e sempliciotto (e per questo Antonio lo sottomette ai suoi voleri facendo valere ai suoi occhi la cultura che in effetti non ha). Hanno un nipote che studia per diventare medico, a Napoli, ma che, invaghitosi di una ballerina di avanspettacolo, la segue e a Milano. La giovane attrice (che poi è la malafemmena) circuisce il giovane studente e gli fa perdere la testa; e, una volta a Milano, informa sua madre, la signora Lucia, sorella dei due Capone, che il figlio è fuggito con lei a Milano.
I tre fratelli, temendo uno scandalo che possa rovinare la reputazione della famiglia e, soprattutto, che il ragazzo non seguiti più a studiare per colpa di quella malafemmena, decidono di andare nella capitale lombarda per cercare di convincere la ragazza a lasciare che il nipote torni alla sua vita; e lo stesso a ritornare a casa. E cercano di fare avere alla giovane soubrette anche dei soldi (di Peppino, chiaramente, che versa in cuore lacrime amare per quella somma che avrebbe dovuto abbandonarlo) perché lasci il nipote al suo destino.
Insomma, dopo molte vicissitudini, alla fine prevarrà l'amore tra i due innamorati; e anche i tre fratelli si convinceranno che sì, va bene così.
Vale la pena di riportare il testo della lettera che Antonio detta a Peppino, lettera da inviare alla "cattiva signorina" che sta facendo deviare dalla retta via il nipote Gianni.

«Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che scusate se sono poche ma sette cento mila lire; noi ci fanno specie che questanno c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete: questa moneta servono con l'insalata a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo [la scatola con i soldi] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo; Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)»


La gente venne a sapere chi si celava dietro il mistero della donna che fece perdere la testa al principe, solo molto dopo la sua morte, avvenuta a Roma nell'anno 1967. E fu proprio la figlia, Liliana De Curtis a svelare il mistero.

"E' risaputo che Totò era un grande conquistatore di cuori femminili, fu - come dicono a Napoli - 'nu grande sciupafemmene. Ma amò profondamente solo una donna, che poi divenne sua moglie, mia madre Diana (Dina Bandini Luchesini Rogliani), che gli dette una sola figlia, me appunto.
Era destino che mio padre si innamorasse solo di donne che avevano la metà della sua età, infatti quella bella ragazza che stava in collegio di suore a Firenze, aveva appena 15 anni, e lui più di trenta. Da lì scappò e raggiunse quello che sarebbe diventato suo marito - anche se per poco - a Roma, e con lui visse nonostante tutto un'esistenza felice, anche se a tratti burrascosa; perché Totò non aveva remore a mostrare di amare qualsiasi femmina capitasse dalle sue parti; decisero di sposarsi (Totò era impegnato nel frattempo con un'altra attrice, ma non glielo disse).
Mia nonna respinse la richiesta dell'attore di volere come sua sposa la figlia, un po' perché non voleva che avesse una vita girovaga appresso a un attore, e per di più comico, e poi perché era troppo piccola per quel passo; allora mio padre passò alle maniere forti: scrisse una lettera alla ragazza nella quale ribadiva il suo grande amore per lei e le diceva che l'aspettava a Roma. Mia madre Diana non si fece certo pregare, e senza dire niente a nessuno prese il primo treno e venne a Roma.
Nacqui io, Liliana, nel 1933, che i miei non erano ancora sposati; vivevano insieme, e solo due anni dopo, due anni che mamma e io passammo in alberghi, ora qua ora là, perché seguivamo Totò nei suoi continui spostamenti per lavoro, convolarono, come si dice a giuste nozze.
Papà era felicissimo; mia madre addirittura r
aggiante.
Iniziarono quasi subito a litigare, sempre per le scappatelle di Totò, ma più per la sua gelosia. Il matrimonio durò poco, appena cinque anni, perché nel 1940 decisero consensualmente di separarsi definitivamente. Pure se voleva un bene da morire a mia madre, ne era gelosissimo; pensate che fu a causa di questa sua gelosia, e per paura di essa, che volle divorziare dalla moglie, - si era nell'anno 1940 - e lo fece all'estero, in Bulgaria, (dove stava girando l'ennesimo film) con una clausola ben precisa, che anche lei accettò di buon grado: la convivenza doveva continuare, almeno altri dieci anni, cioè fino a che io non avessi raggiunto la maggiore età, per evitare che soffrissi troppo il loro distacco. Andarono avanti come meglio poterono ma mia madre soffriva troppo; e ci piangeva, a sentire le voci e a leggere ciò che i giornali riportavano intorno alle mille donne che Totò amava e cercava e circuiva.

Alla fine anche questa convivenza ebbe fine, io avevo ormai sette anni, e cominciavo a vedere e capire; e a soffrire insieme a mamma che non riusciva più a sopportare le scappatelle del marito mentre a lei quella sua sfrenata gelosia non permetteva nessuna avventura.
Fu così che mia madre ruppe quella promessa - fatta all'atto di firmare le carte del divorzio - divorzio che avvenne quando si seppe in giro che Totò, l'inguaribile sciupafemmene Totò - ancora oggi quando penso a questo sostantivo che lo qualifica come un grande amatore agli occhi del sesso, maschile e femminile che fosse, per noi significava una rottura di vita comune - aveva proposto a Silvana Pampanini di sposarlo; mamma ne venne a conoscenza; allora non ne poté più, lo lasciò definitivamente e si sposò con un avvocato; ma questa è un'altra storia.
Ciò nonostante, mia madre volle sempre bene a quel fedifrago di professione.
E anche T
otò a lei.

E' per lei, dunque, che scrisse questa stupenda canzone.

Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme
st'ommo t'avesse acciso,
tu vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce h
anna sta pé n'ommo
onesto comme a me!...

Femmena
Tu si na malafemmena
Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..
Lacreme e
'nfamità.

Femmena,
Si tu peggio 'e na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cch
iù campà.

Femmena
Si ddoce comme 'o zucchero
però sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...

Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
pecchè l'unico ammore
si stata tu pe me...

E tu pe nu capriccio
tutto 'e distrutto,ojnè,
Ma Dio nun
t'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Le confessò quello che forse non ebbe mai il coraggio di dire a parole, che era la donna più bella del mondo, che l'amava perdutamente, ma che l'odiava per tutto quello che le aveva fatto (l'abbandono - va detto - gettò Totò in un estremo sconforto), e che adesso non poteva scordarla…

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun
te pozzo scurdà...

marcello de santis

Mostra altro

Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

Mostra altro

Joan Fontaine

9 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Joan Fontaine




Joan Fontaine, Tokyo 22 ottobre 1917 - Carmel by the Sea 15 dicembre 2013. Alfred Hitchcok, non ancora celebre per i suoi racconti thriller, chiamò questa quasi sconosciuta ragazza per interpretare un film che sarebbe diventato un'icona della storia della cinematografia americana: Joan Fontaine.
Aveva ventitre anni e da soli cinque aveva cominciato a girare qualche film, ma nessuno fino ad allora di una qualche importanza.
E Rebecca la prima moglie le dette quella notorietà che forse neppure lei si aspettava così improvvisa; il film era diretto dal regista Alfred Hitchcok che era al debutto nella regia nella sua attività in America. Il suo partner era, e scusate se è poco, il poi grande grandissimo Laurence Olivier. E i risultati non potevano essere diversi da quelli che furono, il film ebbe la nomination all'Oscar, il massimo riconoscimento per tale genere di arte, in America. Non vinse è vero, ché la vittoria andò alla bellissima Ginger Rogers, ma il successo lo conseguì con una magistrale interpretazione due anni appresso, quando fu dichiarata la migliore attrice protagonista per Il sospetto - nuovo film di Hitchcok, che girò a fianco di Cary Grant, e che le valse appunto la famosa statuetta d'oro.
L'attrice, avvenente come nessun'altra, non so se lo sapete, non era americana; nacque infatti in Giappone, anche se è vero che all'età di due anni, i genitori inglesi si trasferirono negli Stati Uniti e la bimba con loro. Nel 1943 fu naturalizzata americana.
Conosciamo anche sua sorella, anche lei attrice di rilievo in America, l'altrettanto famosa Olivia de Havilland, con la quale ha avuto, specialmente negli anni migliori delle loro carriere, una accesa rivalità. Olivia, maggiore di lei di un anno, è sopravvissuta alla morte di Joan, avvenuta nella sua villa di Carmel sul mare in California, alla bell'età di 96 anni.
E' tutta da raccontare la storia del nome d'arte delle due sorelle attrici.
E dunque: Joan si chiamava Joan, e per la sua carriera prese il cognome d'arte della madre - che si chiamava Lilian Augusta Ruse (era anche lei un'attrice e il suo nome d'arte era Lilian Fontaine; e quando Joan si avvicinò al mondo dello schermo le vietò di usare il cognome di famiglia e lei optò per il cognome di lei quando faceva l'attrice), da cui dunque Joan Fontaine.
Olivia, da parte sua, mantenne invece il suo cognome, de Havilland, (il padre infatti era un avvocato di grido dal nome Walter de Havilland). Il matrimonio dei genitori non fu felice tanto che si separarono e Joan, all'eta di 15 anni, tornò a stare col suo padre in Giappone, col qual visse due anni prima di fare ritorno in America.
Non stiamo qui a ricordare tutti i suoi film, che furono circa un centinaio distribuiti in ben sessant'anni di carriera.
Joan e Olivia non andarono mai d'accordo, fin da bambine, si narra, quando si litigavano i vestiti da indossare; e poi quando la più giovane volle seguire le orme della sorella più grande.
Poi avvenne l'irreparabile, per così dire, Joan vinse l'Oscar e lo sottrasse alla sorella anch'essa candidata; e da allora non si parlarono più per più di trent'anni anni; fino agli anni ottanta, quando si incontrarono per l'ultima volta in occasione del funerale della madre.

marcello de santis

Mostra altro

Lorella de Luca

7 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #personaggi da conoscere

Lorella de Luca

Erano gli anni belli della mia gioventù, quelli della fine anni 50, quando stavo per finire il liceo e di lì a poco avrei mosso i primi passi nella facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma.
La televisione era ancora in bianco e nero, e così i sogni miei e dei giovani come me; e le nostre speranze, fatte di niente, ché non sapevamo ancora che cosa il destino ci avrebbe riservato. Né tanto meno pensavamo alla nostra vita di oggi, ultrasettantenni più o meno realizzati, alcuni con mogli e figli, altri con le loro solitudini invecchiate, allora impensate.
Erano, quelli, gli anni di Lorella De Luca, che imparammo a conoscere, ad ammirare, ad amare, forse ancora prima della sua comparsa nel film "Poveri ma belli" che la lanciò nel mondo tutto italiano della cinematografia, nella trasmissione televisiva di Mario Riva, Il Musichiere, dove svolgeva il semplice ruolo di "valletta", affiancata da un'altra giovanissima bionda, e carina come lei, Alessandra Panaro.
Ricordo che Mario Riva amava chiamarle le "cognatine".
Le due amiche furono inseparabili nel ciclo dei tre film Poveri ma belli, (1956), Belle ma povere, (1957), Poveri milionari (1959) tutti con la regia di Dino Risi.
Lorella aveva allora 18 anni, e Alessandra uno più di lei.
Mario Riva le volle con sé nell'avventura de Il Musichiere per il loro aspetto di brave ragazze, dolci nello sguardo e limpide nel sorriso, a rappresentare la gioventù che bilanciasse la sua età non più verde.
La trasmissione attrasse subito un grosso numero di telespettatori, oltre che per i concorrenti che, a due a due, si sfidavano correndo per arrivare per primi a suonare una campana, alla prime note di una canzone che eseguiva l'orchestra del maestro Gorni Kramer, anche per gli ospiti nazionali ed internazionali che onoravano con la loro presenza lo spettacolo.
Io avevo la loro età, e come la gran parte dei giovani come me, mi ritrovavo sempre davanti all'antiquato - visto con gli occhi della memoria di oggi - apparecchio tivù di allora, un enorme scatolone di legno ferro e plastica, ingombrante come non mai, che poggiava su un "portatelevisore", ingombrante pure lui sì, ma un nuovo compagno delle serate casalinghe, che presto andò a sostituire per molti italiani il fedele apparecchio radio che fino allora ci deliziava, la sera, con programmi che noi amavamo; come ad esempio: "I gialli di Ellery Queen", e con -annualmente - i Festival della Canzone italiana trasmessi da Sanremo.
Il Musichiere ruppe queste nostre abitudini, e Lorella e Alessandra ci rallegravano la serata settimanale con la loro angelica presenza. Poi negli anni Lorella volò alto nel mondo del cinema, grazie anche al matrimonio col regista Duccio Tessari. Girò nella sua carriera una cinquantina di film; pochi di essi se ne ricordano, in effetti, ma il ciclo di Poveri ma belli è rimasto un' icona indelebile nella nostra cinematografia; film che nel tempo vennero poi trasmessi e ritrasmessi non so quante volte sui piccoli schermi della tivù; e sempre con grande e rinnovato successo.
Con le due ragazze, amiche inseparabili anche nelle storie del ciclo, c'erano - tra gli altri - i fusti dell'epoca, Maurizio Arena (1933-1978) e Renato Salvatori (1933-1988), anche loro poveri ma belli! I due ci hanno lasciato molti anni fa.
Nel 1994 Lorella è stata colpita da una grave malattia, che poi ne ha causato la morte. E' andata a raggiungere i due compagni di lavoro.


marcello de santis

Mostra altro

Cara piccola Shirley

5 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema

Cara piccola Shirley


Shirley Jane Temple Black
(Santa Monica, 23 aprile 1928 – Woodside, 10 febbraio 2014)

Cara, cara piccola principessa, quanto ti ho amata!
Avevi appena cinque/sei anni sullo schermo, quando io ne avevo una decina, ed eri una bimba sbarazzina tutto pepe, spontanea e dolcissima, scatenata e tutta riccioli e sorrisi.
(Tua mamma che voleva per te il successo, si dice - ti curava ogni mattina i capelli in 56 boccoli perfetti!)
Poi col tempo seppi più cose di te, che ti chiamavano "riccioli d'oro", per esempio.
Erano i film dell'inizio, per te, quelli che ti fecero conoscere anche da noi, qui in Italia; era per te l'inizio di una lunga carriera cinematografica ricca di successi e di fama; per un lungo tempo - si legge negli annali degli attori - fosti l'attrice più pagata della Fox, la tua prima casa nel cinema, prima, di Hollywood, poi.
Nessuna "diva" era importante come te, neppure la divina Greta Garbo; e tra gli attori solo Cary Grant, il grande Cary Grant, superava i tuoi emolumenti.
A volte la televisione ripresenta, prima dei programmi serali, alcuni brevi film di quelle "simpatiche canaglie" di quel grande regista di Hollywood Hal Roach; ma pochi sanno che la produzione ti offrì a lungo di prendere parte, con un ruolo di assoluto rilievo, data la fama che già ti correva appresso a grandi passi, a quella allegra e spensierata serie interpretata solo da bambini dalle facce di scugnizzi stranieri, che in America si chiamava Our gang; ma per qualche ragione che non voglio qui ricordare, non se ne fece niente. E tu non facesti loro compagnia.
Pian piano crescevi, ragazza, signorina, donna, prendesti parte a tanti tantissimi film, ma di questi non ho ricordi. Ché tu eri nella mia (e nostre menti) e nei nostri cuori solo "la bambina dai riccioli d'oro".
Alla fine degli anni '40 ti ritirasti dalle scene, forse perché il successo stava svanendo poco a poco, (ma è nelle cose della vita, devi avere pensato senza rimpianti, senza tristezza; e lo capisti in tempo).
Ti dedicasti alla politica, niente di più lontano dalla tua attività fino allora esercitata con tanta passione; ti candidasti al Congresso degli Stati Uniti nel 1967; avevi ormai quarant'anni, e la tua meravigliosa indimenticabile vita l'avevi gioiosamente vissuta; e la piccola principessa che amava duettare sulle scene con attori famosi e attrici importanti, e che amava ballare il tip tap accanto a quel grande ballerino che fu Bill Bojangies Robinson, non c'era più.
Nel tempo ti affidarono vari incarichi diplomatici, e diventasti altrettanto importante che come attrice; rappresentasti il tuo paese presso l'ONU; e fosti ambasciatrice in vari stati nel mondo. Sempre col tuo sorriso sulle labbra; è vero, non avevi più i riccioli biondi che hanno fatto innamorare tutti noi ancora ragazzi; e i nostri genitori, che ci portavano al cinema a vederti recitare, cantare, ballare, ma avevi adesso una pettinatura da donna matura, eri ormai sposa e madre e non più bambina prodigio del cinema mondiale. Ma quando sfoderavi il sorriso, tutti quelli che ti erano vicini vedevano in te la bimba di tanto tempo prima..
Io voglio ricordarti come eri allora, compagna più piccola dei giochi e dei pensieri della mia fanciullezza, e non voglio mai cancellarti dei miei occhi e dal mio cuore, cara dolce piccola principessina.
Non voglio ricordare qui i grandi attori con i quali hai lavorato in tantissime pellicole, né le tante dive che ti hanno fatto da madre nei tuoi innumerevoli film; che contano loro, anche se il successo li ha poi immortalati come "divi"?
Tu anche lo eri; anche tu eri una piccola "diva".
Ma per me sarai sempre la cara dolce piccola principessa dei miei sogni.


marcello de santis

Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 > >>