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"Baci e abbracci" tra gli struzzi in Val di Cecina

28 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Baci e abbracci (Italia - Commedia - 1999).

Regia: Paolo Virzì. Produzione: Rita e Vittorio Cecchi Gori. Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Direttore di produzione: Elisabetta Olmi. Aiuto regista: Gianluca Greco. Suono in presa diretta: Tullio Morganti. Scenografia: Lorenzo Baraldi. Costumi: Francesca Sartori. Fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Jacopo Quadri. Operatori: Fabrizio Vicari, Giovanni Gebbia e Salvatore Anversa. Musiche originali: Gli Snaporaz. Produttore esecutivo: Alessandro Calosci. Supervisione: Lierka Rusic.

Interpreti: Francesco Paolantoni (Mario), Massimo Gambacciani (Renato), Piero Gremigni (Luciano), Paola Tiziana Cruciani (Tatiana), Daniela Morozzi (Ivana), Isabella Cecchi (Annalisa), Emanuele Barresi (Ennio), Rosanna Mazzi (Stefania), Samuele Marzi (Matteo), Emiliano Cappello (Gabriele), Maria Grazia Taddei (Bruna), Martino Cecconi (Nelusco), Sara Mannucci (Margherita), Edo Gabbriellini (Alessio) e il gruppo degli Snaporaz (Carlo Virzì - Stefanino - Toto Barbato - Poncino - Valerio Fantozzi - Chico - Gianluca Ferrara - Barsimpson - Matteo Pastorelli - Gigiballa - Geppo Gemini - Vustok - sono gli Amaranto Posse).

Dopo il trionfo di Ovosodo Paolo Virzì raduna ancora una volta un cast di dilettanti per girare una commedia all'italiana vecchio stile che entusiasma pubblico e critica. Il film a nostro avviso è riuscito solo in parte ed è il peggiore tra quelli realizzati da Virzì, soprattutto per la storia (di solito punto di forza dell'autore livornese) che a tratti zoppica e risulta frammentaria. Ma in definitiva resta un buon film.

Al centro della vicenda emerge la figura di Mario, un salernitano separato dalla moglie che vive a Cecina dove è proprietario di un ristorante in via di fallimento. Accanto a lui ci sono Renato, Luciano e Tatiana, tre ex operai livornesi che per sfuggire alla disoccupazione hanno deciso di aprire un allevamento di struzzi nelle colline tra Cecina e Volterra. I tre sono immersi in un mare di debiti e soltanto un assessore regionale dell'Ulivo potrebbe garantire una boccata d'ossigeno alla disastrata impresa elargendo un generoso contributo. La storia prende corpo da un equivoco. Il presunto assessore è Mario e i tre imprenditori lo trattano con ogni riguardo, addirittura gli mettono in braccio la procace Annalisa (amante di Renato) purché firmi il contributo. La trama pare uscita dal romanzo di Gogol "Il revisore" o dal vecchio film "Anni ruggenti" di Luigi Zampa, opere presenti a livello di ispirazione e in sede di stesura del soggetto. In mezzo a questi problemi e avvenimenti si inseriscono i giovani e incoscienti "Amaranto Posse" che si installano nel podere per provare la loro musica e fare un po' di pulizia. Il finale resta aperto a mille soluzioni. Mario viene scoperto, Renato dà in escandescenze, l'azienda pare andare a rotoli, però dalle ceneri del fallimento scaturisce una nuova idea, quella di aprire un ristorante nel vecchio casale di campagna. Il pranzo di Natale viene cucinato da Mario, chef d'eccezione, e l'atmosfera si stempera in una dolcezza quasi romantica. Dalle tragedie della vita ci si può risollevare, sembrano dire Virzì e Bruni, che utilizzano i vecchi schemi della commedia all'italiana per costruire un film corale a metà strada tra favola e racconto sociale.

Quando la vita è cattiva è bello sentirsi tutti più buoni, recitava la pubblicità del film, pure se la bontà è finalizzata alla concessione di un contributo ed è causata da un tragico sbaglio di persona. In ogni caso i buoni sentimenti trionfano lo stesso, perché una volta chiarito l'equivoco i protagonisti della storia si trovano riuniti davanti a una tavola imbandita. Virzì disegna un racconto corale vero, personaggi credibili, con esigenze sentimenti, emozioni palpabili, lavora sul dialetto e sulla recitazione spontanea di ottimi attori non professionisti. L'eccezione alla regola è Francesco Paolantoni che abbandona le macchiette televisive e ci consegna un'interpretazione da manuale di un fallito, un uomo che ha distrutto la sua famiglia e che non ha più un lavoro, disperato, sull'orlo del suicidio. Una figura malinconica e candida quella di Mario, così come Renato è un personaggio vulcanico e pieno di idee, ben tratteggiato dall'avvocato (nella vita di tutti i giorni) Massimo Gambacciani.

Il film conferma il talento di Virzì e la bravura di Bruni nello scrivere e sceneggiare storie tratte dalla vita quotidiana, nel condirle con quel gusto dolce-amaro che le rende simili a favole fantastiche.

Molte le scene da ricordare di una pellicola che presenta il solo difetto della frammentarietà. Si fa un po' fatica a stare dietro a tutto il concatenarsi di eventi e il disegno corale quasi da soap-opera realizzato dagli autori fatica a prendere corpo.

La prima scena è tragicomica. Si sottolinea la disperazione di Renato che telefona per chiedere una proroga ai termini di pagamento di duecento milioni di finanziamento e lo accompagna una musica da marcia funebre. Uno struzzo divora il suo cellulare e questo fatto è alla base dello scambio di persona perché il vero assessore non riesce a mettersi in contatto con loro. "Digeriscono tutto quelle bestie", dirà poi Renato. La televisione locale (Tele Granducato) si occupa dei neo imprenditori e quando viene sera la famiglia riunita davanti al televisore fa a gara nel rivedersi (scena già vista ne La bella vita). Virzì sa descrivere la vita di provincia dei ceti poveri e medi, per lui pregi e difetti non sono un mistero, indugia volentieri nel raccontare macchiette umoristiche e scene estrapolate dalla vita di tutti i giorni.

La macchina da presa passa dal dramma dei tre nuovi imprenditori in mezzo ai debiti a quello di Mario, sempre più solo in un ristorante che nessuno frequenta, a parte gli ufficiali giudiziari che cominciano a portare via roba. La tragedia di Mario è pure familiare, con una moglie che l'ha abbandonato, un figlio indifferente ai regali di Natale, che per giunta non sa fare, visto che compra la maglia di Ronaldo per un ragazzo juventino. Mario beve e tenta il suicidio dopo un mancato prestito in banca, il regista descrive bene quest'uomo provato dalle troppe delusioni e segnato da un tragico destino. I tentativi di suicidio rappresentano nuovi fallimenti che spingono a sorridere ancora su un uomo incapace persino di morire. In mezzo a questi piccoli drammi quotidiani si inseriscono gli Snaporaz capitanati da Carlo, fratello di Paolo Virzì, e la loro incoscienza giovanile. Nella finzione scenica sono gli "Amaranto Posse" e insieme a loro c'è Alessio, il fratello di Renato, interpretato dal bravo Edo Gabbriellini che recita una parte secondaria rispetto a quel che aveva fatto in Ovosodo. C'è pure la tresca destinata a essere scoperta, tra Renato e la procace Annalisa, spacciata per segretaria con il presunto onorevole e per la donna di Luciano con la moglie. Poi ha inizio la commedia degli equivoci quando Renato e Luciano scambiano Mario per l'onorevole e lo portano al vecchio casolare. Pensare che Mario era alla stazione solo per suicidarsi. Accade di tutto e il povero Mario viene scorrazzato per l'allevamento a vedere struzzi, uova che si stanno per schiudere e incubatrici. Mario non è indifferente alla bellezza di Annalisa e i tre soci gliela gettano tra le braccia, ma il sentimento che nasce tra i due è sincero. Di nuovo Virzì insiste nel dire che dalle cose negative può nascere qualcosa di buono. Resta lo spazio per un minimo di critica politica e sociale che non manca mai nei film di Virzì, qualche stoccata alla nuova sinistra che non si sa bene cosa sia diventata. "E se è dell'Ulivo ma non è comunista? Tipo del PPP, PPC o roba così…", fa Luciano parlando dell'assessore. E infatti poco dopo si mettono tutti a pregare prima di mangiare, equivocando su un gesto di Mario, ma nessuno sa recitare il Padre Nostro. Apprezziamo richiami a Tangentopoli, al fatto che tutti più o meno rubavano, c'era poco da fare. Non è qualunquismo, si descrive il sentimento dell'uomo della strada, le cose che ragionando al bar o tra amici tutti dicevamo. Altri drammi particolari si uniscono alla tragedia generale, Annalisa si confida con Mario sulla storia di uno zio che da piccina la toccava, racconta pure di Renato, afferma che con lui non sarà mai felice. Mario confessa che è separato e che soffre molto. Tutto molto bello. Proseguono gli equivoci con le battute sul ristorante di Mario che "era caro appestato", il regalo di Natale inatteso e Mario che dice: "Questo è il più bel Natale della mia vita", per poi scoppiare in un pianto nervoso. Mario è un bel personaggio, a tratti patetico, ben disegnato dalla penna di Bruni e Virzì, ben interpretato da Paolantoni. Sdrammatizzano gli Snaporaz con un "Non si soffre più!" intonato in coro. Bella pure la fotografia lunare e la nevicata improvvisa che chiude la pellicola.

Ottimo il personaggio di Luciano reso da Piero Gremigni con flemma da tontacchione di provincia. Brava anche la solita Paola Tiziana Cruciani nella parte di Tatiana, l'unica che sospetta, la prima a capire che Mario non è un assessore ma un disgraziato come loro. Pure i bambini hanno un ruolo. Uno è ipertecnologico e distruttivo, un'altra ama leggere fiabe e romanzi e addormenta il padre Luciano con una storia intitolata Matilde. Da ricordare pure una parte onirica con Mario che sogna il matrimonio finito male per un suo tradimento. Nell'incubo il bambino indossa la maglia della Juventus.

Il finale da buona commedia all'italiana risolve tutti i fili disseminati nel corso della storia e gli equivoci si dipanano. Mario è maltrattato da Renato che esplode in una collera irrefrenabile, ma in fondo la bontà del gruppo e l'atmosfera natalizia trionfano. Tutti si ritrovano davanti a una mensa imbandita a festeggiare il Natale proprio mentre le prime uova di struzzo si stanno schiudendo. Particolare il finale che ricorda una chiusura di un vecchio film di Francesco Nuti (Tutta colpa del Paradiso - 1985) con una componente degli "Amaranto Posse" che mette una mano davanti alla telecamera e interrompe la visione.

Baci e abbracci si doveva intitolare Struzzi e forse il titolo sarebbe stato più calzante, perché ispirato a una storia di provincia che si dipana in uno dei tanti allevamenti di struzzi che sono sorti nella zona di Guardistallo (dove si fa addirittura una sagra dello struzzo). Ma nello stesso periodo di uscita saltò fuori una commedia con lo stesso titolo e c'era il timore di fare pubblicità o di avere problemi di copyright. La storia si svolge in mezzo a una varia umanità di umili e ingenui operai ed ex operai, vinti di verghiana memoria, gente presa a schiaffi dalla vita che però si risolleva ed è capace di lottare. Un film buonista e di buoni sentimenti, certo, mai melenso e stucchevole, al contrario vero e profondo, che sa dare una luce di speranza allo spettatore. Il cinema di Virzì è cinema d'autore che racconta bene le sue storie e che ha per teatro sempre la provincia, vista come luogo che mantiene caratteristiche profonde di diversità.

A parte Francesco Paolantoni, che per la prima volta recita qualcosa di diverso da una macchietta comica, e Paola Tiziana Cruciani (molto brava), sono tutti dilettanti. Ma che dilettanti! Diretti con bravura da Virzì i terribili attori per passione ci lasciano un'interpretazione memorabile. Massimo Gambacciani, di professione avvocato, Isabella Cecchi, barista, Daniela Morozzi, attrice per l'hobby, Piero Gremigni è veterinario, Sara Mannucci è una studentessa, poi ci sono i bambini e c'è pure Edoardo Gabbriellini che dopo Ovosodo si può dire quasi un veterano. Infine gli Snaporaz di Carlo Virzì che compongono e suonano in presa diretta la colonna sonora e recitano la parte di loro stessi. Un film garbato, scanzonato, poetico, a tratti pure malinconico, un'opera delicata che si muove tra la fiaba e la farsa, dipingendo con efficacia luoghi e caratteri, sentimenti e solitudini, verità e bugie.

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Un "Ovosodo" che non va né su e né giù

25 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Un "Ovosodo"  che non va né su e né giù

Ovosodo (Italia - Commedia - 1997).

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Furio Scarpelli e Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Furio Scarpelli, Paolo Virzì. Fotografia: Italo Petriccione. Musiche: Battista Lena e Snaporaz. Montaggio: Jacopo Quadri. Scenografia: Giancarlo Basili e Sonia Peng. Produzione e distribuzione: Cecchi Gori Group Tiger.

Interpreti: Edoardo Gabbriellini (Piero adulto), Nicoletta Braschi (Professoressa Giovanna Fornari), Matteo Campus (Piero A 7 Anni), Malcom Lunghi (Piero A 13 Anni), Enrica Pandolfi (Susy A 13 Anni), Claudia Pandolfi (Susy adulta), Marco Cocci (Tommaso), Alessio Fantozzi (Ivanone), Salvatore Barbato (Mirko), Monica Brachini (Mara), Pietro Fornaciari (Nedo), Daniela Morozzi (Luana), Regina Orioli (Lisa), Barbara Scoppa (Bianca).

Piero Mansani (Edoardo Gabriellini), nato nel 1974, cresce in un quartiere popolare di Livorno chiamato "Ovosodo". I problemi in famiglia non gli mancano. Sua madre muore quando lui è ancora un ragazzino. Ha un fratello down, Ivanone (Alessio Fantozzi), e un padre ricercato dalla polizia per spaccio di stupefacenti che finisce in galera dopo essersi sistemato con una nuova compagna che resta con i ragazzi e mette al mondo una bambina. Piero, nonostante la precaria condizione familiare, se la cava bene al Liceo Classico ed entra nelle simpatie della giovane professoressa di Lettere Giovanna Fornari (Nicoletta Braschi) che diviene sua amica prima ancora che insegnante. Al liceo Piero conosce il misterioso Tommaso (Marco Cocci) un ragazzo che racconta poco della propria famiglia e che sembra un irrequieto squattrinato anarchico, ribelle ed esibizionista. In realtà è figlio di un ricco industriale proprietario di una fabbrica chimica che inquina la zona dove abita Piero. Una sera Piero è invitato a casa dalla professoressa Giovanna (che vive da sola con un gatto), in compagnia dell'amico Tommaso. Dopo una cena piena di allegria le cose precipitano quando Tommaso segue Giovanna in cucina (mentre Piero resta in sala da pranzo) e cerca di baciarla. Il resto della cena si svolge in un silenzio tombale e quando i due ragazzi se ne vanno Giovanna invita Piero a non riportare mai più a casa sua Tommaso. In seguito Piero incontra Giovanna davanti alla scuola. Lei chiede se Tommaso è stato di nuovo assente e se sa dove può trovarlo. Piero capisce che tra Giovanna e Tommaso c'è stato qualcosa e prova un sentimento di rabbia e di rancore per l'amico, facendo intuire di essersi preso una cotta per la professoressa. Tommaso sembra sparito.

Piero ritrova l'agenda di Tommaso sotto il banco di scuola e grazie a quella risale all'indirizzo di una villa dove apprende che Tommaso è il figlio dell'ingegner Paladini della Palchimica S.p.a. Quando Piero lo scopre cerca l'amico, inviperito perché questi gli ha mentito, forse è pure geloso di lui per quel che c'è stato con la professoressa… Piero viene a sapere che Tommaso è a Roma e lo raggiunge nella Capitale a casa dei suoi zii per prenderlo a pugni, cosa che avviene puntualmente. Dopo aver fatto pace Tommaso racconta a Piero cosa successe la sera della cena a casa di Giovanna e del suo tentativo di baciarla. Gli rivela di averla poi richiamata la sera dopo per scusarsi del suo comportamento, di essere andato di nuovo a casa della donna, di aver fatto l'amore con lei. Piero a Roma conosce anche Lisa (Regina Orioli), cugina di Tommaso, e se ne innamora ma deve tornare a Livorno e, nonostante chiami ripetutamente la ragazza al telefono, non riesce più a rintracciarla. Tempo dopo, casualmente, Piero incontra Giovanna in un bar, sola e triste ma non la avvicina.

Attraversando un periodo di incertezza per via dei suoi problemi di cuore Piero arriva all'esame di maturità impreparato e viene bocciato. L'amico Tommaso invece ottiene il diploma, forse raccomandato dal potente genitore. Piero passa un periodo di malinconia accentuato dalla notizia che Giovanna è ricoverata in una clinica per problemi di esaurimento nervoso. Il ragazzo va a farle visita e tenta di confortarla. Giovanna lo rassicura di stare bene è che è solo il "primario presuntuoso" che vuole farle una serie di inutili accertamenti. Ma nel salutare il ragazzo lo abbraccia forte lasciando intuire di avergli mentito. Tempo dopo Piero riceve la cartolina dal Distretto Militare e parte soldato. Tornato a casa una tragica notizia lo attende, la sua amica Giovanna si è suicidata. Al cimitero sulla sua tomba Piero incontra di nuovo Tommaso. Tra alti e bassi la sua vita continua finché trova lavoro proprio nella fabbrica del padre di Tommaso (che invece parte per gli USA per motivi di studio). Piero riallaccia i rapporti con Susy (Claudia Pandolfi), una ragazza vicina di casa che era innamorata di lui fin da quando erano bambini, ma che Piero aveva sempre trattato solo come un'amica. Per ironia della sorte Susy trova a buon prezzo una casa dove andare a vivere da sola. Piero la aiuta nel trasloco e quando i due si recano all'indirizzo Piero scopre che si tratta proprio dell'abitazione della professoressa Giovanna, rimasta libera dopo la sua morte. Per quelle stanze si aggira affamato solo il gatto della donna. Proprio nella casa di Giovanna scocca la scintilla tra Piero e Susy e finalmente lui se ne innamora. Susy rimane incinta. I due ragazzi decidono così di sposarsi ed alla bambina che nasce nove mesi dopo Piero dà il nome di Giovanna.

Il film ha conquistato il Gran Premio Speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia ed è un premio più che meritato perché si tratta senza dubbio del miglior film italiano della stagione. Pubblico e critica sono stati concordi nel decretarne il successo.

Ovosodo è la storia semplice e piuttosto comune di un ragazzo della Livorno popolare, raccontata in prima persona e scandita da lapidarie annotazioni su un diario di scuola. Protagonista è Piero, un adolescente un po' timido e sognatore con la faccia segnata dai brufoli,

uno dei tanti ragazzi che, zaino in spalla, vediamo ogni mattina recarsi a scuola. Di Piero, detto "Ovosodo" (da qui il titolo del film), Virzì racconta i primi anni di vita, quelli passati al fianco della madre malata, l'adolescenza,

segnata dai primi amori e dai travagli esistenziali, e l'ingresso nell'età adulta, foriero di sogni infranti ma anche di grandi conquiste. È con uno stile asciutto e grande garbo che Virzì affronta l'argomento. È con grande semplicità e senza falsa retorica che parla dei ragazzi di oggi ed è forse questo ad aver suscitato alla Mostra del Cinema di Venezia le simpatie del pubblico, in gran parte formato da giovani. Infatti Virzì, rispetto ai precedenti "Jack Frusciante" e "Tutti Giù Per Terra", "romanzi di formazione" un po' sguaiati, prigionieri di un pessimismo da luogo comune e popolati da figurine opache prive di ogni sprazzo vitale, restituisce al periodo adolescenziale la sua gioiosità, pur documentandone i dolori e i tormenti, e ai ragazzi l'energia vitale tipica della loro età.

Non sono "i giovani della generazione X" quelli che Virzì ci propone, ma i ragazzi veri, quelli che popolano le nostre scuole, le nostre città... Tutti conosciamo un Piero timido e con i brufoli, o un Tommaso anarchico e miliardario, o una Susy goffa e con l'apparecchio... Insomma, una volta tanto il riferimento è a ragazzi reali, tanto più reali perché interpretati da giovani presi nelle scuole o per la strada. Virzì infatti ha voluto nel suo film per i ruoli principali tutti attori non professionisti, una scelta questa che ha dato ottimi risultati. Infatti da Edoardo Gabbriellini, il protagonista, a Alessio Fantozzi, fratellone ritardato, gli attori sono tutti straordinari. Oltre al protagonista, degni di nota sono Marco Cocci, rampollo ribelle sullo schermo come nella

vita, e i giovanissimi Matteo Campus e Malcom Lunghi che vestono i panni di Piero all'età di sette e tredici anni. Poi c'è Claudia Pandolfi, unica professionista del gruppo insieme a Nicoletta Braschi, che con un intenso cammeo dimostra di essere, malgrado la giovane età, un'attrice matura.

Un film godibile, dunque Ovosodo, con un cuore tenero.

Un critico inflessibile come Massimo Bertarelli su "Il Giornale" del 3 settembre 2001 ha definito il film come "una brillante, amara e spiritosa commedia sociale del toscano Paolo Virzì, che nella natia Livorno mette in scena con grande acutezza psicologica malinconie e disagi giovanili, eleggendo la fabbrica a fucina dei veri uomini. Tutto bene, anche se si fatica a seguire la voce narrante che parla a raffica con marcatissima inflessione toscana". Avrà faticato lui, aggiungo io. Noi che siamo livornesi no. E comunque il vernacolo in un film come questo è più che dovuto. Da segnalare poi che per questo film Nicoletta Braschi ha vinto un David di Donatello nel 1998 come migliore attrice non protagonista e Tullio Morganti è stato premiato come migliore fonico di presa diretta.

Piero Mereghetti definisce Ovosodo (tre stellette) come "un racconto di formazione ed educazione sentimentale, commedia sulle classi sociali ambientata in un'inedita Livorno, un acuto spaccato del presente cui manca solo lo scatto morale e la ribellione: descrive, sorride e assolve. Come la classica commedia all'italiana". Che poi è solo quello che Paolo Virzì vuol fare. Mereghetti riconosce la grande validità del Virzì narratore che in questo caso si fa dare una grossa mano dagli ottimi Bruni e Scarpelli. Alla fine resta solo il dubbio a Piero Mansani che la felicità sia la malattia degli idioti e come sempre la favola è a lieto fine ma dolce amara. Torna l'"ovo sodo", leit motiv del film, bloccato a metà dell'esofago per lui che si è contentato di fare l'operaio a Livorno e di sposare Susy invece di continuare gli studi. Da Ovosodo quartiere di nascita di Piero nella finzione e di Virzì nella realtà, a un "ovo sodo" nella bocca dello stomaco che non va né su e né giù. Meno entusiasta Pino Farinotti che nel suo Dizionario assegna tre stelle al film ma lo definisce "un progetto forse troppo organizzato e furbesco" pure se poi ammette che Virzì funziona e che la sceneggiatura è molto letteraria. Non è poco.

Un film che non ci stanchiamo di vedere e rivedere.

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Intellettuali contro burini in "Ferie d'Agosto"

21 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ferie d'agosto (Italia - Commedia - 1996).

Regia di: Paolo Virzì. Aiuto regista: Gianluca Greco. Soggetto: Palo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Cecilia Zanuso. Casting: Fabiola Banzi e Beatrice Kruger. Costumi: Claudio Cordaro. Scenografia: Sonia Peng. Suono in presa diretta: Mario Iaquone. Musica: Battista Lena. Organizzazione: Mario D'Alessio. Produzione: Mario e Rita Cecchi Gori. Interpreti: Silvio Orlando (Sandro Molino), Sabrina Ferilli (Marisa), Ennio Fantastichini (Ruggero Mazzalupi), Laura Morante (Cecilia Sarcoli), Antonella Ponziani (Francesca), Piero Natoli (Marcello), Paola Tiziana Cruciani (Luciana Mazzalupi), Gigio Alberti (Roberto), Silvio Vannucci (Mauro Santucci), Rocco Papaleo (Brigadiere), Raffaella Lebborani (Betta), Claudia Della Seta (Graziella), Agnese Claisse (Martina), Vanessa Martini (Sabrina Mazzalupi), Emiliano Bianchi (Ivan), Evelina Gori (Signora Gina), Daniele Barchesi (Fabio), Davide Clementi (Massimo), Teresa Saponangelo (Irene Vitiello), Mario Scarpetta (Rosario Vitiello) e Oumar Ba (Tewill).

Ferie d'agosto è una commedia all'italiana in puro stile Virzì che dopo l'epopea operaia di Piombino si cimenta in un lavoro a più ampio respiro per mostrare vizi e difetti di due modi di essere italiano. L'intellettuale colto e raffinato, elitario, di sinistra è ben rappresentato da Silvio Orlando (Sandro) con una mimica facciale unica e un'interpretazione perfetta. Il qualunquista un po' di destra ma sostanzialmente burino e menefreghista è ben teorizzato nelle fattezze di Ennio Fantastichini (Ruggero) che dà vita a una maschera di rara efficacia. Intorno ai due protagonisti emblematici della vicenda ruota una corte di attori ben gestiti da Virzì e inseriti nei due opposti schieramenti. Più che parlare di scontro epocale tra sinistra e destra come hanno fatto in molti parlerei di lotta tra intellettuali e burini, tra vacanzieri stile Capalbio e stile Ladispoli, tra persone impegnate e qualunquisti. La politicizzazione della pellicola fu una conseguenza dello scontro elettorale in atto nel 1996 e molta stampa quotidiana si gettò a pesce sul piatto prelibato offerto dal regista.

L'azione si svolge sull'isola di Ventotene in pieno mese di agosto. Siamo in un vero paradiso naturale un tempo meta esclusiva di turismo raffinato, adesso purtroppo (dal punto di vista di Sandro) alla portata anche dei burini che l'hanno scoperta, la invadono e la deturpano con un modo volgare di fare vacanza.

La pellicola ha inizio con la banda che sfila per le strette vie del paese e Sandro rincorre la compagna Cecilia mentre tiene per mano Martina, la figlia della donna che lo tratta come se fosse suo padre. Sandro viene subito presentato dal regista come un intellettuale morettiano che corregge il modo di parlare di Cecilia e indica la maniera giusta per esprimersi. "Un'insalata non può essere simpatica", dice. Pare di sentire Michele Apicella quando esclama: "Ma come parli!". Nessuno meglio di Silvio Orlando avrebbe potuto indossare quella maschera, lui che è stato compagno di tanti film di Nanni Moretti e che incarna più di ogni altro la figura dell'intellettuale di sinistra incorruttibile e puro, anche se un po' deluso dalla piega che ha preso il mondo. Di sicuro Sandro sarebbe un ottimo amico di Michele Apicella. Pure Laura Morante è un'ottima attrice di scuola morettiana e incarna a dovere il personaggio della bella Cecilia, donna sola e innamorata con una figlia a carico che cerca un solido riparo alle tempeste della vita. Pare averlo trovato in Sandro e adesso ha tanta paura di perderlo perché sull'isola è arrivata anche Francesca, una giovane ragazza che un tempo ha avuto una storia finita male con Sandro. Nel gruppo degli intellettuali c'è anche Mauro, il vero padre di Martina (ma lei non lo considera), un immaturo che suona la chitarra ed è buon amico di Sandro. Roberto fa parte pure lui della squadra di vacanzieri, è un rubacuori a caccia di donne e un incredibile contaballe. Ci sono anche Betta e Graziella, due amiche lesbiche, pure se una di loro ha messo al mondo un figlio che sa tutto della relazione. Il figlio è Ivan, un ragazzino cannarolo che con le sue battute sembra la coscienza di una sinistra che ha commesso troppi errori.

A guastare le vacanze di questo gruppo di intellettuali che vive sull'isola senza televisione, priva di corrente elettrica, in modo naturale, arriva una famiglia del tutto diversa. Si tratta di due romani un po' rozzi coniugati con due sorelle che di mestiere fanno rispettivamente il venditore d'armi e il profumiere.

Ruggero è il più rude dei due, il carattere dominante, il burino puro che disprezza cultura e natura, che vive solo per il denaro e per fare il comodo proprio. Quel che caratterizza il personaggio è l'assoluto disprezzo per gli altri, il modo di trattare le persone come fossero oggetti. Ruggero ha sposato Luciana ma ha un debole per la sorella Marisa che invece è andata in sposa Marcello, la seconda figura maschile. Marcello è un debole, il suo matrimonio con Marisa sta andando a rotoli, si è riempito di debiti con il cognato che glielo rinfaccia in continuazione ed è succube del parente. Marisa è la bella Sabrina Ferilli, che dopo l'ottima interpretazione fornita ne La bella vita cerca di bissare il successo con un personaggio meno drammatico ma in ogni caso ben riuscito. Marisa è pure lei una burina superficiale, stufa del matrimonio, piena di manie di grandezza e di sogni per il futuro, pensa alla sua profumeria e sogna di diventare ricca. Marcello e Marisa hanno un figlio (Fabio) ma nonostante tutto non sono felici. Ruggero e Luciana, invece, hanno due figli: Sabrina, che passa il tempo a sognare davanti alla televisione, e Massimo che è più piccolo. Completa il quadro la nonna Gina che all'arrivo sull'isola viene caricata sul cassone di un motocarro insieme alle valige.

Per ironia della sorte i due gruppi sono vicini di casa e subito cominciano i litigi e i battibecchi, sin dal momento in cui Marcello e Ruggero montano l'antenna per la televisione.

"Noi non ce l'abbiamo", dice Sandro.

"Mi dispiace", risponde Ruggero, "potete venire da noi se c'è qualche programma che vi interessa".

La televisione da una parte è vista come un elettrodomestico irrinunciabile e la sua mancanza come qualcosa di terribile. Ruggero pronuncia quel "Mi dispiace" con la morte nel cuore, come per dire: "Poveracci, neppure la televisione…", senza capire che invece per gli altri l'assenza dell'apparecchio è una libera scelta.

Marisa appena arrivata mostra tutta la sua burinaggine: ""Ho già capito che qui è 'na rottura de' cojoni". Lei avrebbe preferito un posto con più vita, meno naturale ma con più attrazioni, un posto stile riviera adriatica, una Rimini con Acquapark incluso nel prezzo. Ventotene è fuori dalla sua portata. E così questi burini cominciano a combinarne di tutti i colori: navigano con il motore acceso sotto costa, gettano rifiuti in mare, fanno rumore. Al tempo stesso non tollerano i vicini intellettuali che la notte passano il tempo a cantare musica impegnata. Il solo che ama la musica è Marcell, ma ben altro genere: Fred Bongusto, Califano, gli stornelli in romanesco e le canzoni di Edorado Vianello. Una sera cerca di unirsi al gruppo e viene deriso da tutti.

In questo quadro si dipanano le storie parallele dei protagonisti legate da un filo conduttore molto esile costituito dai continui scontri tra i due gruppi di vacanzieri. Il film è una commedia all'italiana classica, strutturata come un romanzo che pone la storia e la sceneggiatura al centro di tutto. Virzì è regista che ama i soggetti articolati e ironici che non rifuggono dall'impegno sociale. Ferie d'agosto è un film corale con tanti personaggi che rappresentano ognuno una sottotrama che si sviluppa autonomamente senza mai perdere di vista il filo conduttore della storia. Tra le tante storie del film c'è pure l'amore adolescenziale di Ivan e Sabrina che finiscono per baciarsi ma lui si dimostra traditore e subito dopo va con un'altra. Sabrina alla fine grida tutta la sua disperazione per un amore finito male ma che non poteva durare.

Toccante è pure la narrazione di Francesca che racconta a Martina come fosse una fiaba il suo amore per Sandro. I due si ritrovano, parlano, si abbracciano, ma comprendono che non è più tempo per il loro amore. Sandro finisce di nuovo con Cecilia che tra l'altro aspetta un figlio da lui. Roberto racconta a tutte le donne che trova le bugie più assurde, come quella di essere stato a Cuba e di aver conosciuto Fidel Castro. Roberto riesce pure a farsi Marisa una sera che Marcello si è lasciato andare alla vecchia passione per il canto. Marcello resta tutta la notte a parlare con Francesca e le fa mille confidenze. Alla fine però Marisa e Marcello restano insieme, delusi l'uno dell'altra, soli e senza dialogo, ma insieme. Per loro non è possibile un salto nel vuoto.

Il film è una commedia di personaggi e tra tutti un posto particolare lo merita un perfetto brigadiere scansafatiche come Rocco Papaleo, chiamato a indagare su una brutta storia di fucilate contro Tewill, un extracomunitario che Ruggero ha preso di mira. Il brigadiere soffre il caldo e guarda con interesse tutte le donne dell'isola, vorrebbe solo che i turisti non gli procurassero guai.

Da citare alcune battute di Ivan che segnano il dibattito politico contemporaneo. "Siete elitari", dice il ragazzino. "Non ha più senso parlare di destra e di sinistra", rincara. "State lasciando alla destra il terreno delle libertà", conclude quando Sandro vorrebbe che smettesse di farsi le canne. E poi è notevole il dialogo tra Ruggero e Sandro, le due anime contro di tutto il film. Forse un po' scolastico e intriso di luoghi comuni, ma è vero che certe persone ragionano così quando si trovano a discutere. Ed è difficile far parlare di qualcosa un qualunquista e un intellettuale. Sono due mondi troppo distanti.

Sandro apostrofa Ruggero come "un violento, fascista, cacciatore di gabbiani e di extracomunitari". Ruggero vorrebbe solo mettersi d'accordo, Sandro gli dà del mafioso e dice: "Questo è quello che state facendo voi a questo paese, voi che guardate solo la televisione". Ruggero ribatte: "Voi intellettuali non ce state a capì più gnente…".

Sandro è il comunista puro e integerrimo, l'idealista romantico e sognatore. Ruggero è il praticone zotico, l'ultima cosa che può aver letto è davvero il libretto di istruzioni del suo cellulare.

Una parte davvero suggestiva è la caduta delle stelle per San Lorenzo dove ognuno dei personaggi sogna quello che non ha e che vorrebbe dalla sua vita. Nessuno è contento della sua sorte. Roberto desidera una famiglia normale e una donna sola, Irene un futuro da velina, il brigadiere vuole una donna, l'extracomunitario la casa e così via. Conclude Sandro che "troppi desideri è come non averne nessuno".

Il personaggio di Marcello, interpretato da un ottimo Piero Natoli, fa tenerezza, è un povero ignorante che confonde Bertrand Russell con Renato Rascel ma è pure un uomo dall'animo puro e buono. Lui è legato mani e piedi al cognato, gli deve cinquanta milioni, la causa delle sue disgrazie è l'aver sposato Marisa che l'ha imbarcato nell'avventura di aprire una profumeria. Marcello avrebbe voluto fare il cantante e suonare la batteria.

Il film termina con la fine delle vacanze d'agosto. Il senegalese viene spedito nella sua terra con il foglio di via, Marcello e Marisa fanno rientro a casa, gli intellettuali pure. Sabrina minaccia il suicidio e fa spaventare Ruggero al punto di farlo sembrare più umano in un lieto fine che lo riscatta agli occhi dello spettatore.

"Stronzo, io ti amo", grida Sabrina verso il traghetto che si porta via Ivan, il suo amore per un giorno. Le ferie d'agosto sono finite.

Ferie d'agosto è pure un film sul fallimento dei maschi. Se ci fate caso non c'è un personaggio maschile del tutto positivo. Gli uomini di Virzì sono malati di infantilismo e non sanno prendersi le loro responsabilità di padri e di mariti. Sono tutti personaggi pronti a sfidarsi come tanti galletti che sparano giudizi ma di fatto sono incapaci di essere uomini veri. Le donne al tempo stesso non ci fanno una figura migliore. Sono femmine sconfitte che non riescono a essere madri e si lasciano trascinare da una vita che non comprendono. Forse l'unico personaggio positivo è Sandro, il solo che sa fare il padre e che si occupa di Martina come mai nessuno ha fatto. E il lieto fine assicura che il figlio di Cecilia e Sandro sarà fortunato perché crescerà in una vera famiglia. Sandro è un frustrato per vocazione ma ha il merito di saper fare il padre. Ruggero è un padre di famiglia vecchio stampo, di quelli che non dialogano con il figlio se non per rimproverarlo e che si tengono stretti la figlia nel momento in cui sentono che potrebbero perderla per sempre.

Da notare che la sigla finale di Ferie d'agosto è cantata da Rocco Papaleo ed è la napoletana "Chelle ca vulesse" scritta dallo stesso Papaleo in coppia con il compositore Di Lena. Il film è un contenitore musicale interessante e - al di là di una colonna sonora ben realizzata - fanno capolino motivetti alla moda come: "Tarzan boy" (Bassi - Huckett), "Tu sei l'unica donna per me" (Sorrenti - Kipnerr), "Centro di gravità permanente" (Battiato - Pio), Mueve el cuerpo" (Borillo - Franchetti - Ponte). "Un'estate al mare" (Battiato - Pio), Matilda (Span), "Maké Mana" (Barolero - Riomino).

Ferie d'agosto è un film - romanzo, una commedia dolce e amara da vedere e da rivedere. Per capire chi siamo, quello che siamo diventati e per riflettere sui nostri difetti con il sorriso sulle labbra.

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My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

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Giuliano Gemma, l’eroe della mia generazione

8 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma (1938 - 2013) rappresenta buona parte della mia infanzia. La prima volta che l’ho visto al cinema - in una saletta di terza visione nel quartiere operaio della mia città - vestiva i pani di Ringo e si faceva chiamare Montgomery Wood. Credevo che fosse americano, pure mio padre lo pensava, lui che disprezzava il western italiano, ma era andato in delirio per tutte le pellicole di Sergio Leone, convinto che fossero interpretate da attori d’oltreoceano. Magia degli pseudonimi, ma pure magia del ricordo d’un bambino che stringeva un pacchetto di semi, varcava le porte del Cinema Teatro Sempione (scomparso nella nebbia del tempo perduto) per andare a vedere un peplum, al tempo che manco sapeva cosa volesse dire peplum, come Arrivano i Titani. Da grande quel bambino avrebbe scoperto che sia i due Ringo (Una pistola per Ringo, Il ritorno di Ringo) che il peplum erano opera di Duccio Tessari, un regista italiano che avrebbe usato spesso Giuliano Gemma (Kiss kiss… bang bang, Vivi o preferibilmente morti, Tex e il signore degli abissi), considerandolo un suo attore feticcio. Abbiamo trovato un ricordo di Giuliano Gemma che fa riferimento a quel periodo storico: “Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà. Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringo resta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”. Abbiamo fatto ricordare al protagonista parte della sua carriera western, che è proseguita con Tonino Valerii e Giorgio Ferroni, ma Giuliano Gemma non è stato soltanto l’eroe buono, il castigamatti, il pistolero della mia generazione. Ha interpretato un intenso ruolo da protagonista ne Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini e Il prefetto di ferro (1977) di Pasquale Squitieri. E che dire dei ruoli comici ne Anche gli angeli mangiano fagioli (1973) di Barboni e Il bianco, il giallo, il nero (1974) di Sergio Corbucci? Impossibile citare tutto il suo grande lavoro nel cinema italiano, ma se vi interessa approfondire consigliamo la lettura di Roberto Poppi, che ha scritto un imperdibile libro sugli attori italiani, edito da Gremese. A noi piace ricordare Giuliano Gemma mentre cavalca nelle improbabili praterie dello spaghetti western, perché - come ha detto lui - il primo western non si scorda mai.

Gordiano Lupi

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Come non detto (2012) di Ivan Silvestrini

6 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Ivan Silvestrini. Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Proia. Fotografia. Rocco Marra. Montaggio: Alessia Scarso. Musiche: Leonardo Rosi (tema Come non detto cantato da Syria e Ghemon). Scenografia. Paki Meduri. Casa di Produzione: Moviemax Media Group. Distribuzione: Moviemax. Genere: Commedia. Durata: 81’. Interpreti: Josafat Vagni, Valeria Bilello, Francesco Montanari, Monica Guerritore, Ninni Bruschetta, Jose Dammert, Valentina Correani, Lucia Guzzardi, Andrea Rivera, Alan Cappelli Goetz, Victoria Cabello.

Come non detto è l’esempio pratico di come si possa fare cinema indipendente di qualità, senza disporre di grandi budget, raccontando piccole storie, interpretate da attori capaci e girate in maniera diligente. Ivan Silvestrini è al debutto, ma sembra un veterano della macchina presa, aiutato da una sceneggiatura priva di punti morti scritta da Roberto Proia.

In breve la storia. Mattia (Vagni) è un giovane gay, fidanzato con lo spagnolo Eduard (Dammert), ma non ha il coraggio di rivelarlo ai genitori (Guerritore e Bruschetta) e alla sorella (Correani). Ha un’amica del cuore - Stefania (Bilello) - che lo aiuta nell’avventura con lo spagnolo e un amico (Montanari) che lo sostiene. Eduard non si fa i problemi di Mattia, viva l’omosessualità in maniera naturale e rimprovera al compagno di nascondere ai genitori la loro relazione. Nonostante tutto, il castello di bugie costruito da Mattia non regge. Quando il ragazzo decide di confessare il suo orientamento sessuale si trova di fronte una famiglia che attendeva soltanto quella dichiarazione.

Come non detto è una commedia corale sul mondo gay che non cede a facili sentimentalismi e non si ferma ai luoghi comuni, si sviluppa per flashback e scenette divertenti, ricca di momenti commoventi e intrisa di originalità. Amicizia, amore, rapporti familiari, tematica gay, sono gli elementi di una storia psicologica e introspettiva che affronta problemi importanti con leggerezza.

Bravissimi gli attori. Monica Guerritore - non la scopriamo oggi -ricopre con autorevolezza il ruolo di madre separata che soffre nel veder partire il figlio. Josafat Vagni è quasi un debuttante ma esce fuori alla grande come imbranato protagonista. Bene anche Valeria Bilello, nei panni di Stefania, amica di Mattia, che soffre per la sua partenza ma è felice di vedere realizzato un sogno. Ninni Bruschetta è il padre, rude allenatore di rugby, burbero ma comprensivo, un uomo che si nasconde per non affrontare i problemi, personaggio complesso, dalle molte sfaccettature. Il film gode di una buona fotografia romana, un montaggio adeguato e di un’ottima colonna sonora basata sul brano omonimo interpretato da Syria e dal rapper Ghemon. In tempi di Fausto Brizzi e Federico Moccia, finalmente una piccola storia ben scritta, secondo la tradizione del miglior cinema italiano.

Gordiano Lupi

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La bella vita

5 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

La bella vita (Italia - Commedia -1994).

Regia di Paolo Virzì. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Scenografia: Attilio Capelli. Costumi: Maria Giovanna Caselli. Direttori di produzione: Francesco Fantacci e Cesare Jacolucci. Suono in presa diretta: Bruno Pupparo. Montaggio: Sergio Montanari. Fotografia: Paolo Carnera. Musiche: Claudio Cimpanelli (Emi Music). Realizzato da Paolo Vandini per la Time International Film srl. Prodotto da Roberto Cimpanelli. Aiuto regista: Gianluca Greco. Interpreti: Claudio Bigagli (Bruno), Sabrina Ferilli (Mirella), Massimo Ghini (Gerry Fumo), Giorgio Algranti, Emanuele Barresi, Paola Tiziana Cruciani, Ugo Bencini, Raffaella Lebboroni, Roberto Marini, Silvio Vannucci, Mario Erpichini. Titoli in lavorazione: Dimenticare Piombino, Il fumo di Piombino.

La bella vita è il primo film di Paolo Virzì, quello che dà il via alla sua epopea livornese partendo dalla provincia più depressa: Piombino. Virzì racconta il dramma di una cittadina industriale che nel 1992 vive il declino inesorabile del mercato dell'acciaio e subisce un regresso economico di portata epocale. Piombino è una città simbolo del lavoro operaio, vive da sempre con il motto "pane e fumo", un luogo dove i genitori educano i figli al rispetto per le ciminiere. Fino a quando da quelle bocche voraci uscirà fumo tutto andrà bene. Il 1992 è l'anno degli scioperi a oltranza, dei blocchi ferroviari, della Cassa Integrazione Guadagni a zero ore, delle lettere di licenziamento. L'anno della crisi. Virzì descrive il dramma di una città, di un microcosmo di provincia, senza demagogia, con semplicità. Fonde ,dosando sapientemente gli ingredienti della commedia, il dramma privato di una famiglia che si sfalda con il dramma pubblico di una città alla deriva. La bella vita è commedia all'italiana vecchio stile, tra momenti di commozione e parti leggere, senza esagerare né su un versante né sull'altro. Un lavoro equilibrato che fa pensare, sorridere e persino versare qualche lacrima.

La storia è raccontata in prima persona dalla voce narrante di Bruno, operaio metalmeccanico di Piombino, stratagemma che provoca nello spettatore un notevole coinvolgimento. Si parte da un flashback sul matrimonio di Bruno e Mirella con i compagni di lavoro che appena finito il turno si precipitano in Comune per le nozze. Bella la scena iniziale con una Fiat Ritmo scassata che corre dentro lo stabilimento e si fa largo tra buche e pozze fangose. Come è notevole la scena degli operai che scappano via al suono della sirena per farsi belli e cambiarsi d'abito dentro la macchina.

"Ma con la Ritmo, via…"

"Solita figura da morti di fame!"

Le battute in livornese sono eccezionali e strappano il sorriso.

Bruno spiega che conobbe Mirella all'Elba, si sposarono nel 1989, dopo sei anni di fidanzamento, quando l'Italia era la quinta potenza industriale del mondo e gli operai venivano trattati come signori.

Il flashback serve a presentarci i due ottimi protagonisti: Claudio Bigagli, un operaio metalmeccanico credibile, ben calato nella parte, e Sabrina Ferilli che dà vita a un complesso personaggio di moglie tormentata. Ricordano Accardo e Acerbo nel fondamentale My nime is Virzì (Le Mani, 2010) che Sabrina Ferilli è stata una precisa scelta del regista, visto che la produzione avrebbe preferito Nancy Brilli. Virzì aveva visto la Ferilli in Americano rosso di Alessandro D'Alatri e in Diario di un vizio di Marco Ferreri e ne era rimasto entusiasta. Il produttore accetta di ingaggiare l'attrice romana, ma pretende che vengano inserite un buon numero di sequenze erotiche.

Il racconto di Bruno ci porta al 1992, anno che segna l'inizio della crisi siderurgica e una stagione di lotte operaie che non cambieranno la situazione. Virzì descrive le assemblee, le riunioni, gli scioperi, accenna ai blocchi ferroviari alla stazione di Campiglia Marittima, mostra le differenze tra chi voleva fermare la produzione e chi voleva andare avanti a ogni costo. Il regista mette in evidenza i sogni degli operai che tentano di mettersi in proprio, che negoziano la buona uscita, persino il licenziamento. Si astiene da giudizi - non è compito di un buon narratore - ma si capisce che sta dalla parte di chi avrebbe voluto lottare sino in fondo per la difesa del posto di lavoro.

Tra chi sogna di mettersi in proprio c'è pure Bruno Nardelli che vorrebbe aprire un'attività legata alla siderurgia insieme ai due amici Batoni e Manzani Un sogno che resterà tale. Non è più il tempo per sognare una ripresa dell'industria dell'acciaio. Fare in proprio un lavoro simile è pura follia.

Virzì gira ottime panoramiche del centro storico di Piombino, ritaglia stupende fotografie di Piazza Bovio che si affaccia sull'isola d'Elba e sul Canale, ma soprattutto insiste sul lato operaio della città. Le acciaierie la fanno da padrone, inquadrate a più riprese per dividere i le diverse sequenze. I quartieri dove Virzì ambienta la storia sono i più popolari (Cotone, Gagno, Tolla Alta), molte scene si svolgono al Porto e dentro la stessa acciaieria. Il regista vuol fare un'epopea della classe operaia, descriverne la fine, il canto del cigno. Bruno e Mirella abitano in una casa popolare, non hanno figli, lui soffre di una cardiopatia congenita, adesso deve fare i conti con la crisi economica, lei invece fa la cassiera in un supermercato.

Una sera a teatro Mirella conosce Gerardo Fumaroli, detto Gerry Fumo, l'ancorman di Canale 3, la televisione locale che anche loro seguono. Massimo Ghini è perfetto nella parte di un uomo vuoto e affascinante, antipatico e bello, che irretisce Mirella nella sua trappola. Il marito è troppo preso dalle sue preoccupazioni per accorgersi di ciò che sta accadendo. Gerry corteggia Mirella, la invita a pranzo, le dedica una canzone in televisione, fa la spesa nel supermercato dove lavora. Fino a quando la donna cede. Nel contesto del tradimento Virzì inserisce gli scioperi degli operai, le lotte sindacali, un accenno alla canzone di Marco Masini che le commesse cantano al supermercato (Vaffanculo) e la minaccia della cassa integrazione che si fa sempre più vicina. Non mancano intense parti erotiche che Massimo Ghini e Sabrina Ferilli interpretano con professionalità e che non disturbano nell'economia del film. Ottime le sequenze girate dentro la fabbrica, così come è suggestiva la fotografia di una Piombino notturna, simile a un'immensa acciaieria, che disegna la disperazione d'una città senza lavoro. Ricordiamo la sequenza delle lettere che giungono dall'azienda a Bruno e al vicino di casa. I due amici vanno a bere insieme per consolarsi che è arrivata la Cassa Integrazione ma dal giorno dopo Bruno scivola nella depressione più nera. Le giornate sono eterne, Bruno si alza tardi, vaga per la città in motorino, non sa cosa fare. Il vicino Danilo Brogi è in garage a pulire i fucili e attende la stagione della caccia. Una colonna sonora languida e struggente accompagna i pensieri cupi di Bruno, i pensieri di una generazione di operai. "Si fa la bella vita, eh?" dice il Brogi. Bruno accenna di sì con la testa ma poi cade di motorino. La disperazione è palese ma si fa finta di niente, si cerca di dire che tutto va bene, almeno davanti agli altri, si cerca di convincersi per sperare ancora.

Mirella e Gerry si vedono di nascosto e fanno l'amore in auto come due ragazzini. Bruno è così preoccupato che non si accorge di niente mentre i suoi amici sanno che la moglie ha una tresca con il giornalista. Rossella, una sindacalista da sempre innamorata di Bruno, gli apre gli occhi e lui decide di spiare la moglie quando esce da lavoro. Un giorno Bruno scopre tutto. Al porto, sotto una pioggia torrenziale, vede Mirella salire nell'auto di Gerry. Ottime le sequenze sotto la burrasca, come è ben raccontata la disperazione di Bruno che si vede crollare il mondo addosso. Bruno caccia di casa Mirella dopo una scenata, anche se lei non vorrebbe andarsene e gli assicura che è tutto finito. Bruno non riesce a capire.

Torna la voce narrante di Bruno. Apprendiamo che Mirella è andata a vivere con Gerry e fa pure lei "la bella vita" nel villino di Salivoli con il giornalista. Bruno riprende con gli amici il progetto di mettersi in proprio e insieme comprano un terreno vicino al mare per aprire il capannone. Per ottenere un prestito in banca Bruno convince il padre a firmare una fideiussione con il suo appartamento come garanzia di solvibilità. Una scena commovente vede Bruno a confronto con il padre: "Il mondo là fuori sta cambiando e te c'hai sonno" dice Bruno. "Essere babbo di un industriale mi fa schifo", risponde il babbo e subito dopo rincara: "Non vedo l'ora di morire per non sentirlo più questo puzzo". La seconda affermazione riguarda l'odore di fabbrica che proviene dalla finestra, fa male sentirla uscire dalla bocca di una persona che ha vissuto con il fumo davanti agli occhi, assaporando pane e odore di stabilimento. In ogni caso il progetto è bloccato dalla banca per insufficienti garanzie e il direttore dopo una cena a base di pesce congeda gli aspiranti industriali. A cena vediamo un patetico incontro tra Bruno e Mirella: lei è a tavola con Gerry e Bruno molla tutto per andare a salutarla. Quando i tre amici lasciano il ristorante, un vibrante litigio provoca un malore al cuore malandato di Bruno che cade a terra e si ritrova in un letto d'ospedale. Tutti gli amici si recano al capezzale, persino la sindacalista Rossella che è sempre innamorata di lui. Intanto tra Mirella e Gerry le cose non vanno più così bene, ci sono spesso discussioni, anche lui risente della crisi cittadina e la sua Canale 3 non trova sponsor pubblicitari. Mirella decide di far visita a Bruno, quando lui la rivede la perdona e decidono di tornare insieme. La figura di Rossella è molto toccante, una donna sempre presente per amore, ma pronta a cedere il posto ancora una volta alla moglie che ritorna. Virzì è molto bravo a stemperare la tensione inserendo una battuta indovinata di un caratterista. "Il Tirreno me lo compra lei, domani?". Il vicino di letto ha capito che l'altra donna non tornerà più. Gerry torna con la vecchia amante Marisa e apre un negozio di tabacchi dalle parti di Parma. Ma il lieto fine non è scontato. Il matrimonio di Mirella e Bruno continua a traballare, tra loro non c'è più amore, ma solo freddezza e un muro che li separa. Si fa in tempo a vedere il vicino spararsi un colpo di fucile in bocca che Bruno e Mirella si lasciano di nuovo. Forse per sempre. Il regista lascia un finale aperto. Bruno accompagna Mirella alla nave e lei torna all'Elba. Ma un anno dopo cominciano a scriversi e si raccontano la vita. Bruno ha aperto uno stabilimento balneare con i tre amici proprio dove volevano fare il capannone industriale, Mirella fa la baby sitter e la maestra d'asilo. Chissà come andrà a finire. "A Piombino tutto passa ma la vita continua", conclude Virzì. Una splendida fotografia da cartolina su Piazza Bovio protesa sull'Isola d'Elba ce lo fa capire.

Il finale è toccante. L'amore di Bruno e Mirella forse non è destinato a morire, può risorgere dalle ceneri del passato, così come sta rinascendo Piombino grazie a una nuova speranza. Il futuro è il turismo, sembra dire Virzì, e se una ciminiera di troppo deturpa il panorama non fa niente, "ci si mette una siepe".

Tra i tanti premi collaterali della Mostra del Cinema di Venezia 1994 il Ciak d'oro assegnato a La bella vita, quale miglior film presentato nel Panorama italiano, fu quello che trovò la maggior unanimità di consensi. Il film vince un David di Donatello per il miglior regista esordiente e due Nastri d'Argento, uno per Virzì e uno per la Ferilli. L'opera di esordio di Virzì si segnala per la professionalità degli interpreti e per la solidità della struttura narrativa. Sabrina Ferilli viene lanciata proprio da questo film, non solo per la bellezza conturbante, ma anche per il lato comico. "È un Totò con le tette", afferma Virzì. Ghini e Bigagli sono due professionisti che prestano le loro maschere - la prima amara, la seconda goliardica - a due personaggi ben tratteggiati. Il film è girato in economia, ricorrendo a molti figuranti locali, costumi inventati sul momento e scenografie di fortuna. "Il film è rudimentale, coi primi piani e le scene ferme", dice Virzì. Si nota, è vero, ma il fascino naïf che emana resta intatto forse proprio per quel motivo. Lo sceneggiatore Francesco Bruni ha molti meriti, la storia raccontata è un vero e proprio romanzo per immagini. I personaggi di Virzì mostrano un'anima, il suo melodramma di provincia è dotato di molto cuore e poca retorica. Virzì costruisce un film garbato e sommesso, dai toni lievi e coinvolgenti, ai limiti della commozione. Pochi i difetti tipici di un'opera prima. Forse solo l'eccessiva intromissione nella storia della voce narrante che cerca di ovviare a qualche discontinuità nel ritmo narrativo e anche una serie di inquadrature troppo lineari e accademiche. Per il resto un film da vedere e da rivedere sempre con piacere. Incasso ottimo: un miliardo e trecento milioni. A Piombino resta in cartellone quasi un mese scatenando furiosi dibattiti sulla stampa locale tra chi concorda con la visione del regista e chi avrebbe voluto una maggior attenzione al contesto esterno alla fabbrica. Non era compito di Virzì fare un film cartolina e neppure una favola buonista.

La critica è abbastanza soddisfatta. Pino Farinotti concede due stelle: "C'è qualcosa che lega questo film a Romanzo popolare di Mario Monicelli… i risultati sono soddisfacenti e il film risulta godibile. Discreto successo di pubblico. Risente di molti debiti verso la commedia all'italiana". Farinotti imputa a Virzì una certa mancanza di originalità, anche se afferma che la confezione è buona. Morando Morandini arriva a due stelle e mezzo (tre di pubblico): "Pulizia descrittiva nell'analisi del malessere - antropologico e culturale prima che sociale - del ceto operaio che ha smarrito la propria identità, un trio d'attori che funzionano, comprimari con le facce giuste, ma anche una certa mancanza di energia narrativa, visibile specialmente nella ricerca annaspante di un finale". Paolo Mereghetti conferma due stelle e mezzo: "Un esordio sincero che non si ferma alle mere storie di corna condominiali tanto in voga nel cinema italiano, ma inserisce la crisi coniugale in una prospettiva più ampia: quella di una vita di provincia in cui la ristrutturazione industriale incrina i valori e le possibilità di un'esistenza dignitosa e dove la televisione offre tentazioni volgari e illusorie. Debole (anche se apprezzabile) il tentativo di descrivere il mondo sindacale e operaio; riuscito, invece, li sforzo di creare personaggi che non siano marionette al servizio di un copione stereotipato. Non cinema da camera più servizi, ma cinema di attori e di storie con un certo spessore, senza lieto fine consolatorio. La Ferilli, ancora una volta, si conferma come la presenza più solida e luminosa nel panorama delle attrici italiane".

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Divagazione su Francesco Bruni

2 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scialla - Stai sereno (2011)

di Francesco Bruni

Francesco Bruni è bravo. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, il pubblico distratto meno, ma quasi tutte le storie che Paolo Virzì ha portato al cinema sono state scritte dalla prolifica penna di Bruni. Scialla! è la sua prima regia, nel solco della commedia l'italiana nuova maniera, che parte dalla vita quotidiana, accenna a elementi drammatici, racconta il mondo contemporaneo e termina con un lieto fine realistico. Dolce ma non sdolcinata. Vera, lontana mille miglia dalla fiction televisiva, ben calata nella realtà. Bruni racconta una piccola storia italiana ambientata a Roma, tra il mondo della scuola, un controverso rapporto padre figlio e l'ambiente dei piccoli spacciatori. Fabrizio Bentivoglio è straordinario nei panni di Bruno, il professore disilluso che ha mollato la scuola per scrivere biografie, per raccontare la vita degli altri, attori come cantanti. Non sopportava più le nuove generazioni, non le capiva. In compenso si trova a combattere con Luca (l'esordiente Scicchitano), un figlio ritrovato con cui deve inventare un rapporto che non ha mai avuto, e persino con il mondo della scuola dal quale era uscito. Dialetto romanesco e gergo giovanilistico a volontà: "scialla", "me so' sciallato", "nun t'accolla"…, bella fotografia seppiata di una Roma realistica, musica rap mixata a momenti melodici, montaggio serrato quanto basta e suspense narrativa da sceneggiatore provetto. La cosa più bella di Scialla! è l'analisi introspettiva dei personaggi, che non sono macchiette, ma caratteri ben definiti, personaggi ai quali ci si affeziona e si freme per le loro sorti. Bentivoglio tratteggia un professore disilluso dalla vita, cinico, uno scrittore fallito, ma anche un uomo che - grazie al figlio - vorrebbe riscattare un'esistenza distratta, lontana da ogni impegno. Il professore divide la sua vita tra il ragazzo da accudire per superare l'ostacolo scolastico e il libro da scrivere su una pornostar che finisce per innamorarsi di lui. "La cosa di cui avrei più bisogno è dormire abbracciato a qualcuno", confessa il professore. Pura poesia. Barbara Bobulova è ben calata nel ruolo della pornostar imborghesita che riesce ancora a innamorarsi. Molto ben scritte le parti in cui il professore cerca di spiegare al figlio il rapporto tra Achille e Patroclo, ma anche il concetto di pietas greca. Altrettanto suggestiva la scena in cui il ragazzo prende in spalla il padre come fece Enea con Anchise, ma lui che non è un grande studente lo chiama Ascanio. Scicchitano è un perfetto sedicenne, un adolescente svogliato e insicuro che piacerà ai suoi coetanei, un ragazzo vero, calato in un ambiente scolastico per niente artefatto. Persino i personaggi più irreali sono ben delineati. Si pensi al poeta, il piccolo spacciatore che protegge il professore dopo averlo riconosciuto come l'insegnante di italiano delle superiori, il solo che gli abbia trasmesso dei valori. "Quanto ci manca Pasolini, professore!", dice. Vero che il finale profuma un po' di fiaba, ma è riscattato da un'ultima sorpresa, quando il figlio chiede di essere bocciato perché non merita sconti. "Mi davano tre materie. Mi giocavo l'estate", dice al padre allibito. Una poetica lunga sequenza cita il Nanni Moretti di Caro Diario con il padre che vaga per Roma in motorino e immagina il figlio a ogni angolo di strada intento a fare un mestiere diverso (lavavetri, militare, cameriere…). Originale la trovata dei titoli di coda che scorrono a destra, mentre a sinistra assistiamo al divertente colloquio tra il professore e il poeta che discutono su come scrivere un libro di successo raccontando la vita criminale dello spacciatore

Il cinema italiano non è morto se è in grado di raccontare ancora piccole ma intense storie che profumano di vita vera. Il segreto sta nel partire dal racconto, dalla scrittura filmica, senza troppa pretenziosità intellettuale. Bravo Bruni. Confidiamo in te, ma anche in Cerami, Virzì e altre perle di un piccolo cinema italiano che può tornare grande e sempre meno provinciale.

Condominio (1991)

di Felice Farina

Il ragionier Michele Marrone si trasferisce con moglie e figlie in un enorme condominio di un quartiere romano composto da quattro scale e quattrocento alloggi. Accetta l'incarico di amministratore ma si trova sommerso dai problemi. Il vecchio amministratore era un imbroglione che è scappato con i soldi, i condomini non sono migliori, le bollette e le quote scadute sono molte, mentre le liti non mancano. Marrone è un uomo tenace quanto gentile, suona alle porte con modi cortesi, si fa aiutare dai più volenterosi, ottiene i primi successi. Il maresciallo Gaetano Scarfi lo appoggia in modo disinteressato, mentre lo stesso amministratore anticipare il suo denaro per svolgere lavori. Incontriamo molti personaggi: Adelaide, matura estetista nubile; Pasquale Sciarretta, dipendente Alitalia abbandonato dalla moglie; Roberto Sgorlon, impiegato dei telefoni impiccione; Lia, ragazza madre; un anziano garagista, piccoli impiegati, donne di casa alle prese con i problemi quotidiani, giovanotti sfaccendati e scapestrati. Marrone risolve un sacco di problemi e insegna ai condomini come vivere nell'interesse comune, poi viene trasferito in un'altra città e lascia una comunità radicalmente cambiata. Tutti lo rimpiangono ma grazie a lui sono diventati meno egoisti.

Un piccolo gioiello di film che viene accolto bene dalla critica.

"Il regista romano Farina tesse con grazia ironica il suo piccolo arazzo. La sceneggiatura ha dei vuoti, e nel racconto manca un pizzico di cattiveria. Farina mette a frutto il suo spirito d'osservazione dipingendo figure e figurine con gusto del colore. Muovendosi lungo la tastiera del tenero e del grottesco, conferma l'attenzione dei nuovi talenti registi italiani nei confronti del sociale e insieme rinfresca la vecchia tradizione della commedia di costume. Una ventina di attori danno vivacità e freschezza al film. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 31 marzo 1991).

"Trasferitosi con la famiglia dal Sud in un palazzone della Magliana, alla periferia di Roma, puntiglioso ragioniere è nominato amministratore del condominio. Aiutato da un ex poliziotto, cerca di risanare la situazione in nome della solidarietà e degli interessi comuni. Favola metropolitana in forma di commedia dolceamara a mosaico con qualche scivolata nella demagogia sentimentale, ma con molti meriti tra cui il gusto e la capacità di costruire sequenze senza dialogo e una gustosa galleria di figure, disegnate con brio, tra le quali spiccano la parrucchiera smaniosa di Ottavia Piccolo e la madre fiorentina di N. Boris. Tra gli sceneggiatori, Paolo Virzì. (Il Morandini, Dizionario dei film - Zanichelli - giudizio: due stelle e mezzo).

"Dopo Sembra morto ma è solo svenuto (piccola sorpresa della Settimana della Critica veneziana del 1986), l'invisibile Affetti speciali, e la parentesi di un episodio di Sposi, un film prodotto da Pupi Avati, Felice Farina approda con la sua ultima fatica a un condominio della Magliana, un quartiere della periferia della capitale. Nel condominio di Farina arriva un ragioniere zavattiniano, costretto a trasferirsi a Roma con moglie e due figli per motivi di lavoro. I personaggi di Condominio divergono dai modelli imposti dal cinema-verità alla Risi-Tognazzi; sono dei perdenti, che vivono la loro vita in uno stato quasi ipnotico, dal quale faticano a tirarsi fuori. L'impatto con la vita di ogni giorno riesce difficile e le loro maschere sono troppo tenui per poterli difendere. Il film è stato ambientato dal regista in uno dei quartieri che più di altri vive ogni giorno storie di ordinaria violenza e indifferenza. Una particolare citazione va riservata ad un meraviglioso Ciccio Ingrassia, che con una recitazione mai sopra le righe riesce a donare tutta la amarezza di un vecchio triste per la lontananza di un figlio che non si fa vivo, e il dolore per la tragica morte di una moglie molto amata". (Fabrizio Liberti, Cineforum n.304, maggio 1991).

Paolo Mereghetti concede due stelle: "In un palazzone della disastrata Magliana un timido ma puntiglioso inquilino (Delle Piane) viene nominato amministratore condominiale: spalleggiato da un ex poliziotto (Ingrassia), cercherà di far prevalere le ragioni della convivenza e della solidarietà. Il regista impagina una riuscita galleria di ritratti (come l'estetista in tutta di finto leopardo disperatamente sola interpretata da Ottavia Piccolo) in un film gradevole, dichiaratamente ispirato al cinema popolare che sarebbe piaciuto a Zavattini e che, come quello, rischia di scivolare nel patetismo. Il giornalista tv Antonio Lubrano interpreta se stesso,. Sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni, Gianluca Greco e del regista".

Pino Farinotti assegna tre stelle: "Terza pellicola per il regista Felice Farina. Il tema è quello scottante dell'amministrazione dei condomini. In chiave commedia all'italiana vecchio stampo, girato con garbo, il film narra le gesta, si fa per dire, di un amministratore modello. Oltre a essere diligente, onesto e attento, riesce anche a sanare tutti i problemi e le manovre illegali messe in atto dai precedenti amministratori". Roberto Poppi: "Condominio è la storia di un gruppo di persone ritratte nella loro quotidianità, realista e ricco di felici notazioni psicologiche".

Felice Farina (1954) è un regista che proviene dal teatro, fotografo, attore, sceneggiatore e documentarista. Comincia a recitare nei teatri di cantina dell'avanguardia teatrale romana, si avvicina al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, si occupa di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa. I suoi primi lavori sono cortometraggi (Il mentitore, 1982) e documentari industriali, si occupa di alcuni programmi per Rai Due e Rai Tre. Il suo film d'esordio è Sembra morto… ma è solo svenuto (1986), ben accolto dalla critica. I suoi lavori di fiction più riusciti sono le commedie Condominio e Bidoni (1995). Produttore indipendente con la Ninafilm, società di produzione di cinema e audiovisivo con cui realizza documentari per programmi Rai.

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Francesco Bruni

1 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Francesco Bruni nasce a Roma nel 1961, ma vive e si forma culturalmente a Livorno, dove la sua passione per lo spettacolo mette radici. Si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove insegna Sceneggiatura, pure se adesso si chiama Scuola Nazionale di Cinema. Francesco Bruni sceneggia tutti i film di Virzì e in molti casi partecipa alla stesura del soggetto. Bruni e Virzì si conoscono dai tempi del liceo e formano un sodalizio inscindibile. Sceneggia i film di Mimmo Calopresti (La seconda volta, La parola amore esiste, Preferisco il rumore del mare, La felicità non costa niente), Sotto la luna di Franco Bernini, Condominio di Felice Farina, Bonus Malus di Vito Zagarrio, Le parole di mio padre di Francesca Comencini, Velocipedi ai Tropici di David Riondino, Nati stanchi, Il 7 e l'8, La matassa di Ficarra e Picone, I vicerè di Roberto Faenza, Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee e collabora al soggetto del lungometraggio in quattro episodi 4-4-2 Il gioco più bello del mondo, prodotto da Virzì. Per la televisione sceneggia la serie del Commissario Montalbano tratta dai libri di Andrea Camilleri, il Commissario De Luca, tratta dai libri di Lucarelli, e il film Il tunnel della libertà di Enzo Monteleone. Molti i riconoscimenti: il Solinas per La seconda volta, l'Amidei per Ferie d'agosto, il Ciack d'Oro per Ovosodo. Attore per una piccola parte ne La guerra degli Antò (1999) di Riccardo Milani. Scrive insieme al grande Furio Scarpelli la sceneggiatura di un film di Virzì tratto dal romanzo Vita di Melania Mazzucco, ma la pellicola non è stata ancora girata. Nel 2011 debutta alla regia con Scialla, presentato al Festival di Venezia, dove vince il Premio Controcampo. Scialla frutta al suo autore anche un David di Donatello e un Nastro d'Argento. Un film nelle corde di Bruni, girato a Roma, che affronta il rapporto padre - figlio, la microcriminalità in una grande città e il cambiamento del mondo della scuola. Tutto inserito in una vitale sceneggiatura che ricorda la commedia all'italiana. Ne parleremo con una scheda apposita. Bruni è Presidente di Giuria del Festival del Cinema di Roma, sezione Prospettive Italia.
La sua fortuna nasce all'ombra dei Quattro Mori dove ha una casa sul lungomare di Ardenza, vicino alla stupenda Terazza Mascagni, dalle parti dell'Accademia Militare. Roma è stata una tappa obbligata, lo è sempre per chi vuol fare cinema. Vive nella Beverly Hills dei livornesi, nella parte più nobile della città, come lui stesso la definisce in Ovosodo, anche se Livorno è una città quasi priva di una vera borghesia. A Livorno, vivere dove è nato Virzi, dalle parti della raffineria, nel quartiere Ovosodo tipicamente proletario, o vivere dalle parti della Baracchina Rossa o in Via Roma non fa grande differenza. Il ceto dominante è pur sempre mercantile, la gente ha un'anima portuale, una rude scorza scalfita dal vento di libeccio. Il livornese è ironico, graffiante, a tratti persino volgare, ma senza eccedere, ed è proprio Livorno che fornisce a Bruni il materiale per diventare scrittore di cinema. La madre di Bruni è livornese, figlia di un ufficiale di marina, il padre invece è un dirigente di azienda milanese che ha scelto di vivere Livorno per far contenta la moglie. Bruni si sente Livornese e conosce Virzì fin dai tempi del liceo, fanno teatro amatoriale insieme, scrivono e interpretano spettacoli. Virzì si iscrive al Centro Sperimentale di Roma pochi anni prima di Bruni che lo segue a ruota. Un destino legato, dunque. Indissolubile. I film di Virzì non sarebbero quello che sono senza le sceneggiature e i soggetti di Francesco Bruni che è davvero un narratore, un romanziere, uno che scrive per il cinema ma che potrebbe scrivere letteratura con la elle maiuscola. Livorno è la fucina di base, la città che traspare da tutte le opere di Bruni, perché se è vero che è un centro culturalmente povero è anche vero che come stile di vita è una città interessante. I livornesi hanno il senso del paradosso e un humour spontaneo nella vita di tutti i giorni, la loro esistenza scorre con ritmi mediterranei, quasi latini, senza troppa fretta e angoscia, si compiacciono dell'ignoranza, sono diffidenti, inventano battute che sono davvero uniche. Solo a Livorno può esistere una rivista di satira volgare e crassa - sia detto senza offesa ma con stima e ammirazione - come Il Vernacoliere, letta in tutta Italia, che sforna battute prese dalla vita quotidiana. Nei film di Bruni e Virzì (nel loro caso la paternità non è mai di uno solo dei due) Livorno viene raccontata a fondo e forse è proprio questo il segreto del successo. Gli autori analizzano un particolare che conoscono molto bene e diventano universali con un messaggio che viene ben accolto ovunque. Il gruppo, la factory, di Virzì nasce a Livorno e da qui si muove alla conquista del mondo cinematografico. Paolo Virzì, Francesco e Alessandro Bruni, Giorgio Algranti, Emanuele Barresi e altri amici che fanno i registi e gli attori dilettanti, che a Livorno sono additati e considerati diversi, strani e che adesso sono professionisti di un modo di fare cinema davvero unico. La factory di Virzì nasce al Palazzo dei Portuali dove il gruppo prova e mette in scene testi teatrali, da questo luogo di ritrovo analizza un intero mondo che scorre per le strade di una provincia portuale. Livorno e i livornesi, un popolo di scettici non incline all'intellettualismo che tratta da bischeri velleitari Bruni e Virzì che escono dal piccolo centro per cercare successo. Livorno è una città chiusa, il livornese crede di vivere nel posto più bello del mondo, per questo guarda con diffidenza chi la vuol lasciare. Il livornese giudica diverso pure uno che parla un italiano scelto e non utilizza il gergo locale, il vernacolo. Livorno è una riserva indiana nel centro Italia, un posto dove vivono persone un po' strane, malate di ironia che solo con il loro esistere contribuiscono allo sviluppo di due talenti naturali me Bruni e Virzì. Lo diciamo con simpatia, perché anche noi siamo livornesi, in fondo. Non è sbagliato affermare che i due cineasti danno vita a un'epopea livornese che parte alla conquista del mondo. I loro migliori film sono frutto del contatto vitale con questa città portuale, Ovosodo e La prima cosa bella sono lì a dimostrarlo.

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Virzì, un romanziere prestato al cinema

29 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Paolo Virzì nasce nel 1964 a Livorno, città di mare ricca di ironia, la Napoli del Centro Italia, una fetta di meridione capitata per caso vicino a Firenze. Livorno è importante per la formazione culturale di Virzì, per quel che dice, per le storie che si porta dentro e che ci racconta con delicata maestria. Il regista nasce nel quartiere popolare delle Sorgenti, cresce con la passione della letteratura, delle storie di vita quotidiana raccontate nei romanzi di Mark Twain e Charles Dickens. Il romanzo di formazione è nel suo futuro di intellettuale, di regista che rivitalizza e rinnova i canoni della commedia all'italiana. Francesco Bruni è suo sodale sin dai tempi del liceo, con lui comincia a scrivere per alcune filodrammatiche e coltiva il sogno del cinema. Virzì si trasferisce a Roma, studia al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diploma in sceneggiatura con il maestro (in tutti i sensi) Furio Scarpelli. Tra i suoi autori di riferimenti va citato anche Gianni Amelio, che gli insegna i trucchi del mestiere al Centro Sperimentale. Collabora alla sceneggiatura di Tempo di uccidere di Giuliano Montaldo (1989), Turné di Gabriele Salvatores (1990), Condominio di Felice Farina (1990), Centro storico di Roberto Giannarelli. Esordisce alla regia con La bella vita (1994), dove racconta la vita problematica di Piombino alle prese con la crisi della siderurgia. Il film viene presentato a Venezia e ottiene il Ciak d'Oro come nuova proposta italiana. Non solo: Sabrina Ferilli ottiene il Nastro d'argento come migliore interprete femminile dell'anno. Il titolo in lavorazione è Dimenticare Piombino. Realizza Ferie d'agosto (1996), che racconta la difficile convivenza sull'isola di Ventotene di due gruppi di turisti italiani in vacanza. Questo film si aggiudica il David di Donatello. Nel 1997 è la volta di Ovosodo, scritto dal maestro Furio Scarpelli e sceneggiato come sempre da Virzì e dall'ottimo Francesco Bruni. Ovosodo vince il Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il Ciak d'oro per la migliore sceneggiatura ed è uno dei titoli italiani di maggior successo della stagione. Ovosodo consacra la grandezza di Paolo Virzì e della sua factory tutta livornese (o quasi) composta da autori e attori semi professionisti, ma eccezionali. Nel 1999 Virzì gira Baci e abbracci, un'altra commedia tragicomica con protagonisti un gruppo di disoccupati che si inventano allevatori di struzzi nelle campagne della Val di Cecina. Il film convince critica e pubblico ed entra in competizione al Festival di Locarno. Nel 2001, dopo vicende difficili legate al fallimento della produzione Cecchi Gori, esce finalmente l'ottimo My nime is Tanino, un film fuori dalle corde di Virzì, girato tra la Sicilia e New York. La mano del narratore e del grande Francesco Bruni tuttavia si sente ancora. Caterina va in città (2003) è un buon lavoro non compreso fino in fondo dalla critica. Il regista con mano delicata traccia pregi e difetti dell'Italia di oggi, tra una destra di governo, una sinistra indecisa e la povera gente che si sente sempre più abbandonata. Passano tre anni per rivedere Virzì all'opera, ancora una volta con una pellicola girata a Piombino: N (Io e Napoleone) (2006), che rappresenta l'Isola d'Elba ai tempi dell'esilio dell'imperatore francese, ma la location sono le fonti dei Canali di Marina e il centro storico piombinese, giudicato più idoneo e meglio conservato, ideale per restituire il colore del tempo. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Ernesto Ferrero, risulta piacevole, ma non è tra le cose memorabili del registra livornese, non troppo tagliato per le commedie in costume. Monica Bellucci fa girare la testa ai piombinesi per il periodo in cui si trattiene in città.
Tutta la vita davanti (2008) è un film politico, azzeccato per tempi comici e amarezza di fondo, che affronta il problema del lavoro, dei ragazzi sottopagati sfruttati all'interno di infimi call center. Sabrina Ferilli, Isabella Ragonese e Micaela Ramazzotti sono le mattatrici di una pellicola galeotta che fa incontrare il regista con l'amore della sua vita. Una commedia realistica interpretata da donne.
Virzì vince il Premio Sergio Leone alla carriera, assegnato dal Festival di Annecy nel 2008, gira L'uomo che aveva picchiato la testa (2009), un documentario sull'amato Bobo Rondelli, cantautore livornese underground poco noto al grande pubblico. La pellicola è prodotta dalla sua casa di produzione, Motorino Amaranto, fondata nel 2001, che produce anche La prima cosa bella (2010), forse il suo miglior film, sospeso tra ricordi del passato, ricerca del tempo perduto e sogni di un futuro migliore. Un bel cast composto da Micaela Ramazzotti (fresca sposa del regista), Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Le vicende di una famiglia livornese e di una madre bellissima (Ramazzotti e poi Sandrelli), dagli anni Settanta a oggi, che condiziona la vita dei figli, soprattutto di Bruno, che torna a Livorno per starle accanto negli ultimi giorni di vita. Diciotto candidature al David di Donatello. Tre successi: sceneggiatura (Virzì, Bruni e Piccolo), attrice protagonista (Ramazzotti) e attore protagonista (Mastandrea). Nastro d'Argento a Taorimina, come miglior film dell'anno.
Tutti i santi giorni (2012) è l'ultimo lavoro di Virzì, purtroppo non all'altezza del precedente, un passo indietro per il regista livornese che gira una storia paradossale, ispirata al romanzo La generazione di Simone Lenzi. La cosa più bella della pellicola è la colonna sonora, composta dalla protagonista Thony, del tutto fuori ruolo come attrice. Luca Marinelli nei panni di Guido salva il film a livello di recitazione, ma può fare poco di fronte a una storia improbabile che finisce per diventare irritante mano a mano che scorrono le immagini. Il desiderio di maternità è il tema conduttore, ma è trattato in maniera troppo sopra le righe e ai limiti della farsa per risultare interessante.
Paolo Virzì è il maestro della nuova commedia all'italiana, quella di Furio Scarpelli e di Age, fatta di storie e di personaggi, non certo la commedia scollacciata e ridanciana che non fa pensare. I migliori film di Virzì sono ambientati in provincia, costituiscono un'epopea livornese dei ceti più umili, degli sconfitti che lottano senza speranza ma che sanno pure stemperare le difficoltà in un sorriso liberatore.
Parlare di Virzì vuol dire anche affrontare il problema di cosa voglia dire per lui essere oggi un uomo di sinistra.
"La mia sinistra è un connubio tra l'allegria popolare e le tematiche alte, ma soprattutto deve essere unita e non elitaria" ha detto a Il Tirreno di Livorno in un'intervista rilasciata a Mario Lancisi, il 18 novembre del 2003. Paolo Virzì è contro chi ha creato un Ulivo-chic e partendo dall'esempio della sua Livorno mezza rossa e mezza anarchica attacca l'intellettualismo girotondino di Nanni Moretti e il politichese di Fabio Mussi. C'è già chi lo ha definito l'anti-Moretti, ma lui non vuole essere contro nessuno, caso mai si sente propositivo e non è abituato a esibire la sua persona. Virzì viene da simpatie giovanili per gli anarchici, ha frequentato la sede di via Ernesto Rossi e il piccolo bar dei vecchietti reduci dalla guerra di Spagna del 1936. Per il giovane Virzì l'anarchia è il comunismo libertario, le canzoni di De Andrè, la lotta contro il palazzo guidato dalla sinistra ufficiale. Dopo il liceo Virzì viene eletto come indipendente nelle liste del PCI, nel consiglio della Circoscrizione 1, quella dei quartieri popolari di Sorgenti e di Corea. Ricopre per alcuni anni la carica di assessore alla cultura e dà una mano per il cinema e per il teatro anche a Claudio Frontera, assessore alla cultura del Comune di Livorno.
Paolo Virzì proviene da una famiglia di sinistra che ha solide radici popolari, gli zii sono socialisti e comunisti, lavorano al Cantiere, le sue letture e le prime visioni cinematografiche sono nutrite di cultura popolare. Quello che Virzì vuole dalla sinistra di oggi è un ritorno all'unità e un riavvicinarsi alle esigenze della gente. "La sinistra deve tornare a essere quella delle vecchie Feste dell'Unità dove andavano a braccetto la porchetta e i dibattiti sulla fame nel mondo", afferma. Virzì vede una borghesia di destra inaffidabile, senza una forte impronta morale e democratica, priva di senso dello Stato. A suo parere serve una sinistra aperta alla società civile che faccia propri gli interessi culturali e politici dei ceti più bassi. Per Virzì la sinistra di governo deve essere come la Biblioteca dei Portuali della sua Livorno: un luogo dove si mescolano tematiche sociali e culturali che provengono dall'alto e dal basso. "La sinistra deve smettere di avere fastidio per ciò che è popolare", conclude Virzì. Un'impostazione condivisibile, più di tanti snobismi elitari.
Per approfondire la figura del regista consigliamo: Alessio Accardo, Gabriele Acerbo, My name is Virzì. L'avventurosa storia di un regista di Livorno, prefazione Gianni Canova, Le Mani, 2010.

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