Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #cinema tag

Nonhosonno (2001) di Dario Argento

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Nonhosonno (2001)

di Dario Argento

Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Franco Ferrini. Sceneggiatura. Dario Argento, Franco Ferrini, Carlo Lucarelli. Montaggio: Anna Rosa Napoli. Fotografia: Ronnie Taylor. Effetti Speciali: Sergio Stivaletti. Musiche: Goblin. Scenografie: Massimo Antonello Geleng. Costumi: Susy Mattolini. Trucco: Alfredo Marazzi, Graziella Tosti. Produzione: Dario Argento, Claudio Argento (Produttore Esecutivo). Case di Produzione: Medusa, Opera Film, in collaborazione con Tele Più. Durata: 112’. Genere: Thriller. Interpreti: Max Von Sydow (doppiato da WalterMaestosi), Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Roberto Zibetti, Paolo Maria Scalondro, Gabriele Lavia (doppiato da Rodolfo Bianchi), Roberto Accornero, Rossella Falk, Barbara Lerici, Guido Morbello, Massimo Sarchielli, Diego Casale, Alessandra Comerio, Elena Marchesini, Aldo Massasso, Barbara Mautino, Linda Giumento, Elisabetta Rocchetti, Conchita Puglisi, Brian Ayres, Daniele Angius, Robert Camerio, Claudio Coreno, Luca Fagioli, Daniela Fazzolari, Aldo Delaude, John Pedeferri, Francesco Benedetto, Renato Liprandi, Antonio Sarasso, Piero Marcelli, Rossella Lucà, Giuseppe Minutillo, Giancarlo Colia, Francesca Vettori, Antonio Rec.

Nonhosonno è un ottimo thriller orrorifico a tinte forti, ricco di effetti speciali, ambientato a in una Torino cupa e notturna, che a tratti ricorda (volutamente) Profondo rosso (1975).

Raccontiamo la trama. La prima scena ci porta a Torino, nel 1983. Vediamo il commissario Moretti (Von Sydow) accanto a Giacomo, che ha assistito inerme alla barbara uccisione della madre da parte di un sadico killer, ma non l’ha visto in volto. Eccessivo l’omicidio, in puro stile Argento - Stivaletti: un corno inglese usato per sfondare la trachea della donna. Salto temporale di diciassette anni. Il killer - chiamato il nano assassino - non è morto come si pensava, ma torna a colpire, uccidendo due prostitute. Il vecchio commissario Moretti è in pensione ma si occupa del caso insieme a Giacomo (Dionisi), che torna a Torino per capire chi ha ucciso sua madre. Riprendono gli omicidi, tutti bizzarri, e il commissario si rende conto che seguono le strofe di una vecchia filastrocca, ripresa da La fattoria degli animali e contenuta nel libro scritto dal presunto killer (La fattoria della morte), che era un autore di gialli. Il colpevole, come regola, è il meno prevedibile, dopo che il regista ci ha fatto sospettare di tutti, persino del fantasma del vecchio killer (il nano Vincenzo), un fantoccio esposto dal barbone Leone (Sarchielli) alla finestra. Muoiono il commissario per un attacco cardiaco, la madre di Vincenzo, dopo aver confessato che il figlio non si era suicidato ma era stata lei a ucciderlo per liberarlo, infine l’avvocato Betti (Lavia), il padre di Lorenzo (Zibetti), che era il più indiziato. Il killer psicopatico è proprio Lorenzo, amico d’infanzia di Giacomo, non era un nano a uccidere ma un ragazzino schizofrenico, protetto dal padre, che per non farlo scoprire l’aveva mandato all’estero per diciassette anni. Lorenzo aveva sfruttato il nano Vincenzo, incolpandolo dei suoi delitti, utilizzando le idee che il primo scriveva sui libri.

Nonhosonno presenta molte analogie con Profondo Rosso. Gabriele Lavia (avvocato Betti, padre di Lorenzo) è ancora una volta il presunto colpevole e recita identica battuta, nel solito modo (“È tutta colpa tua!”). Lavia, in Profondo rosso era il figlio che proteggeva la madre assassina, qui è il padre che protegge il figlio serial killer. Argento gira di nuovo una lunga scena al Teatro Carignano: l’omicidio della ballerina che interpreta il canto del cigno. Unica eccezione con la restante opera di Argento, al punto che era diventata una sorta di stile, una firma d’autore: non è lui a guidare l’assassino, non indossa i guanti, non sono sue le mani che uccidono. In compenso presta la sua voce in falsetto all’assassino quando da sotto le coperte dice: “Ne ho ammazzate tante… tante… tante…”. Nonhosonno ha il limite di essere la solita storia sul killer psicopatico che uccide, ma presenta molti elementi di originalità e alcune sequenze girate in maniera perfetta. La tensione è sempre ai massimi livelli e non ci sono cali di suspense. La lunga scena a bordo del treno con il massacro delle due prostitute è da antologia del brivido, una delle migliori cosse girate nel campo del cinema thriller. Soggettive della vittima e dell’assassino si alternano in un crescendo angoscioso e claustrofobico. Il terrore della donna è palpabile e conduce a un’inevitabile finale gore con il taglio del dito e l’efferata uccisione. Molto eccessivo anche il delitto della prostituta in attesa del treno, trucidata nella sua auto, sotto gli occhi di un ubriacone. Le soggettive si sprecano, ma non sono mai inutili, anzi, servono a costruire un clima di terrore e di tensione narrativa. Altro delitto ben costruito vede una donna affogata nell’acqua con il taglio delle unghie dopo morta. Non sono da meno il delitto in ascensore con la testa schiacciata alla parete e i denti che schizzano fuori dalle gengive. Una ballerina viene decapitata e muore come un cigno durante le prove per il balletto, in una sequenza stupenda che vede i piedi rialzati da terra in un terminale gesto danzante. Gli ultimi omicidi sono efferati ma più ordinari, a parte una trapanazione del cranio con una penna stilografica. Il killer muore cadendo dal finestrone proprio mentre arriva la polizia, che scopre i reperti dei vecchi delitti e i corpi trucidati del padre e di Leone. Originali i titoli di coda che scorrono mentre il regista imposta le sequenze finali. Alcuni flashback riportano al passato, il ragazzo ricorda la morte della madre con tutte le orribili sequenze della morte. Le parti con il nano fantasma sono ottime, ricordano Profondo rosso e i pupazzi animati di cui Argento ama circondarsi. Non mancano i giochi dei bambini, il suono di un carillon, le filastrocche, la musica intensa dei Goblin, che cercano di citare il loro capolavoro. Ottimi gli attori, cosa insolita in un film di Argento. Max Von Sydow (1929) è il migliore, nei panni di un compassato commissario perseguitato da insonnia e vuoti di memoria. Tutti ricordano lo svedese come attore feticcio di Ingmar Bergman e per la sua grande interpretazione ne L’esorcista (1973) di William Friedckin. Rossella Falk (1926 - 2013), recentemente scomparsa, è una perfetta madre del presunto assassino, angosciata e preoccupata per la sorte del ragazzo deforme. Gabriele Lavia (1942) è intenso attore teatrale e regista di alcuni interessanti film erotici interpretati dalla compagna Monica Guerritore. La sua presenza è un elemento di continuità con Profondo rosso (1975) e con Inferno (1980). Non si vede molto, ma recita la sua parte con efficacia. Stefano Dionisi e Chiara Caselli sono diligenti, belli a vedersi, ma non entusiasmano, anche se interpretano una credibile scena erotica prima della sequenza decisiva. Il peggiore del cast è Roberto Zibetti, un killer troppo impostato; la colpa non è tutta sua, ma anche delle banalità che la sceneggiatura gli impone di pronunciare in una scena finale che non è indenne da pecche. Altri pregi del film: un’intensa fotografia (Ronnie Taylor) - soprattutto notturna - di Torino, ripresa sotto la pioggia, in stazioni deserte e quartieri periferici, con la Mole Antonelliana sempre sullo sfondo. Terzo film di Argento con Ronnie Taylor, uno dei più importanti esponenti della fotografia inglese, che risolve il problema più grande: girare quasi venti minuti a bordo di un treno. Ottime le scenografie di Antonello Geleng, ma non sono da meno trucco ed effetti gore a cura di Sergio Stivaletti. I Goblin, guidati da Claudio Simonetti, ci regalano alcuni pezzi interessanti. Il complesso è composto anche da massimo morante, Fabio Pignatelli e Agostino Marangolo. Nelle sequenze musicali del film vediamo impegnato anche il gruppo torinese dei Miu - Miu. Asia Argento scrive la filastrocca (originale) che ispira l’omicida.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Argento sembra aver dato ascolto ai suoi fan, tornando al genere che gli è riuscito meglio: il thriller con colpi di scena e tanti ammazzamenti. Di fatto gira una specie di remake di Profondo rosso,con qualche citazione di Tenebre nelle tecniche degli omicidi (gore ma non troppo grazie agli effetti di Sergio Stivaletti), confermando una mancanza d’ispirazione che mette malinconia. Oggi, poi, non c’è neanche più la tecnica (malgrado la fotografia di Ronnie Taylor); le musiche dei Goblin sono fiacche e risultano più che mai evidenti le inverosimiglianze della sceneggiatura, il ridicolo involontario dei dialoghi, la mancanza di una direzione degli attori”. Non concordo su niente, ma riporto il giudizio dell’illustre critico per dovere informativo. Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Sceneggiatura sghemba per tornare agli inizi con un thriller a enigma, pur non rinunciando all’abituale eccedenza di ammazzamenti (una dozzina abbondante), tutti mostrati con la solita efferatezza di particolari gore. È un film di paura che ha l’imperdonabile torto di far ridere per i dialoghi maldestri, la logica latitante. All’attivo almeno due sequenze e la cornice di Torino. Ingombrante la musica dei Goblin”. Valutazione più accettabile, ma non condivisibile. Pino Farinotti conferma le due stelle: “Storia complicatissima, con il rito della morte troppo frequente. Certo, funziona, ma un po’ a buon mercato”. I critici “alti” rimproverano a Dario Argento un eccesso di ammazzamenti, chi conta dodici, chi quindici omicidi, affermano che si tratta di un rituale furbo, tradizionale, eterno, senza rendersi conto che è soltanto uno stile. Un film di Argento si riconosce anche da questo, per il confine labile tra thriller e horror, per gli eccessi splatter e gore, con buona pace degli esteti e dei critici con l’idiosincrasia per gli italiani che fanno horror. Dario Argento dà il giudizio più obiettivo: “Il film ha una partenza sprint che dura tantissimo. I primi venti minuti sono fortissimi, quasi insostenibili. Mi pento di non aver fatto un finale altrettanto forte. Credo che quella partenza avrei dovuto sfruttarla per il finale”. (Dario Argento - Libro intervista a cura di Fabio Maiello, Alacran). La scelta di Torino: “Conosco Torino come se fosse la mia città. Non mi servivano soltanto gli appartamenti belli ed eleganti, ma anche posti periferici abitati da povera gente. Per esempio la zona residenziale degli ex operai della Fiat. Per trovare la villa ho dovuto girare parecchio. In studio ho girato pochissime scene, tra cui quella finale”.

Nonhosonno vale tre stelle, non fosse altro per un inizio sfolgorante, intenso, insostenibile. I primi due delitti e l’inseguimento sul treno valgono da soli il prezzo del biglietto.

Mostra altro

Ancora Francesco Bruni

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scialla - Stai sereno (2011)
di Francesco Bru
ni

Francesco Bruni è bravo. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, il pubblico distratto meno, ma quasi tutte le storie che Paolo Virzì ha portato al cinema sono state scritte dalla prolifica penna di Bruni. Scialla! è la sua prima regia, nel solco della commedia l'italiana nuova maniera, che parte dalla vita quotidiana, accenna a elementi drammatici, racconta il mondo contemporaneo e termina con un lieto fine realistico. Dolce ma non sdolcinata. Vera, lontana mille miglia dalla fiction televisiva, ben calata nella realtà. Bruni racconta una piccola storia italiana ambientata a Roma, tra il mondo della scuola, un controverso rapporto padre figlio e l'ambiente dei piccoli spacciatori. Fabrizio Bentivoglio è straordinario nei panni di Bruno, il professore disilluso che ha mollato la scuola per scrivere biografie, per raccontare la vita degli altri, attori come cantanti. Non sopportava più le nuove generazioni, non le capiva. In compenso si trova a combattere con Luca (l'esordiente Scicchitano), un figlio ritrovato con cui deve inventare un rapporto che non ha mai avuto, e persino con il mondo della scuola dal quale era uscito. Dialetto romanesco e gergo giovanilistico a volontà: "scialla", "me so' sciallato", "nun t'accolla"…, bella fotografia seppiata di una Roma realistica, musica rap mixata a momenti melodici, montaggio serrato quanto basta e suspense narrativa da sceneggiatore provetto. La cosa più bella di Scialla! è l'analisi introspettiva dei personaggi, che non sono macchiette, ma caratteri ben definiti, personaggi ai quali ci si affeziona e si freme per le loro sorti. Bentivoglio tratteggia un professore disilluso dalla vita, cinico, uno scrittore fallito, ma anche un uomo che - grazie al figlio - vorrebbe riscattare un'esistenza distratta, lontana da ogni impegno. Il professore divide la sua vita tra il ragazzo da accudire per superare l'ostacolo scolastico e il libro da scrivere su una pornostar che finisce per innamorarsi di lui. "La cosa di cui avrei più bisogno è dormire abbracciato a qualcuno", confessa il professore. Pura poesia. Barbara Bobulova è ben calata nel ruolo della pornostar imborghesita che riesce ancora a innamorarsi. Molto ben scritte le parti in cui il professore cerca di spiegare al figlio il rapporto tra Achille e Patroclo, ma anche il concetto di pietas greca. Altrettanto suggestiva la scena in cui il ragazzo prende in spalla il padre come fece Enea con Anchise, ma lui che non è un grande studente lo chiama Ascanio. Scicchitano è un perfetto sedicenne, un adolescente svogliato e insicuro che piacerà ai suoi coetanei, un ragazzo vero, calato in un ambiente scolastico per niente artefatto. Persino i personaggi più irreali sono ben delineati. Si pensi al poeta, il piccolo spacciatore che protegge il professore dopo averlo riconosciuto come l'insegnante di italiano delle superiori, il solo che gli abbia trasmesso dei valori. "Quanto ci manca Pasolini, professore!", dice. Vero che il finale profuma un po' di fiaba, ma è riscattato da un'ultima sorpresa, quando il figlio chiede di essere bocciato perché non merita sconti. "Mi davano tre materie. Mi giocavo l'estate", dice al padre allibito. Una poetica lunga sequenza cita il Nanni Moretti di Caro Diario con il padre che vaga per Roma in motorino e immagina il figlio a ogni angolo di strada intento a fare un mestiere diverso (lavavetri, militare, cameriere…). Originale la trovata dei titoli di coda che scorrono a destra, mentre a sinistra assistiamo al divertente colloquio tra il professore e il poeta che discutono su come scrivere un libro di successo raccontando la vita criminale dello spacciatore
Il cinema italiano non è morto se è in grado di raccontare ancora piccole ma intense storie che profumano di vita vera. Il segreto sta nel partire dal racconto, dalla scrittura filmica, senza troppa pretenziosità intellettuale. Bravo Bruni. Confidiamo in te, ma anche in Cerami, Virzì e altre perle di un piccolo cinema italiano che può tornare grande e sempre meno provinciale.


Condominio (1991)
di Felice Fari
na

Il ragionier Michele Marrone si trasferisce con moglie e figlie in un enorme condominio di un quartiere romano composto da quattro scale e quattrocento alloggi. Accetta l'incarico di amministratore ma si trova sommerso dai problemi. Il vecchio amministratore era un imbroglione che è scappato con i soldi, i condomini non sono migliori, le bollette e le quote scadute sono molte, mentre le liti non mancano. Marrone è un uomo tenace quanto gentile, suona alle porte con modi cortesi, si fa aiutare dai più volenterosi, ottiene i primi successi. Il maresciallo Gaetano Scarfi lo appoggia in modo disinteressato, mentre lo stesso amministratore anticipare il suo denaro per svolgere lavori. Incontriamo molti personaggi: Adelaide, matura estetista nubile; Pasquale Sciarretta, dipendente Alitalia abbandonato dalla moglie; Roberto Sgorlon, impiegato dei telefoni impiccione; Lia, ragazza madre; un anziano garagista, piccoli impiegati, donne di casa alle prese con i problemi quotidiani, giovanotti sfaccendati e scapestrati. Marrone risolve un sacco di problemi e insegna ai condomini come vivere nell'interesse comune, poi viene trasferito in un'altra città e lascia una comunità radicalmente cambiata. Tutti lo rimpiangono ma grazie a lui sono diventati meno egoisti.
Un piccolo gioiello di film che viene accolto bene dalla critica.
"Il regista romano Farina tesse con grazia ironica il suo piccolo arazzo. La sceneggiatura ha dei vuoti, e nel racconto manca un pizzico di cattiveria. Farina mette a frutto il suo spirito d'osservazione dipingendo figure e figurine con gusto del colore. Muovendosi lungo la tastiera del tenero e del grottesco, conferma l'attenzione dei nuovi talenti registi italiani nei confronti del sociale e insieme rinfresca la vecchia tradizione della commedia di costume. Una ventina di attori danno vivacità e freschezza al film. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 31 marzo 1991).
"Trasferitosi con la famiglia dal Sud in un palazzone della Magliana, alla periferia di Roma, puntiglioso ragioniere è nominato amministratore del condominio. Aiutato da un ex poliziotto, cerca di risanare la situazione in nome della solidarietà e degli interessi comuni. Favola metropolitana in forma di commedia dolceamara a mosaico con qualche scivolata nella demagogia sentimentale, ma con molti meriti tra cui il gusto e la capacità di costruire sequenze senza dialogo e una gustosa galleria di figure, disegnate con brio, tra le quali spiccano la parrucchiera smaniosa di Ottavia Piccolo e la madre fiorentina di N. Boris. Tra gli sceneggiatori, Paolo Virzì. (Il Morandini, Dizionario dei film - Zanichelli - giudizio: due stelle e mezzo).
"Dopo Sembra morto ma è solo svenuto (piccola sorpresa della Settimana della Critica veneziana del 1986), l'invisibile Affetti speciali, e la parentesi di un episodio di Sposi, un film prodotto da Pupi Avati, Felice Farina approda con la sua ultima fatica a un condominio della Magliana, un quartiere della periferia della capitale. Nel condominio di Farina arriva un ragioniere zavattiniano, costretto a trasferirsi a Roma con moglie e due figli per motivi di lavoro. I personaggi di Condominio divergono dai modelli imposti dal cinema-verità alla Risi-Tognazzi; sono dei perdenti, che vivono la loro vita in uno stato quasi ipnotico, dal quale faticano a tirarsi fuori. L'impatto con la vita di ogni giorno riesce difficile e le loro maschere sono troppo tenui per poterli difendere. Il film è stato ambientato dal regista in uno dei quartieri che più di altri vive ogni giorno storie di ordinaria violenza e indifferenza. Una particolare citazione va riservata ad un meraviglioso Ciccio Ingrassia, che con una recitazione mai sopra le righe riesce a donare tutta la amarezza di un vecchio triste per la lontananza di un figlio che non si fa vivo, e il dolore per la tragica morte di una moglie molto amata". (Fabrizio Liberti, Cineforum n.304, maggio 1991).
Paolo Mereghetti concede due stelle: "In un palazzone della disastrata Magliana un timido ma puntiglioso inquilino (Delle Piane) viene nominato amministratore condominiale: spalleggiato da un ex poliziotto (Ingrassia), cercherà di far prevalere le ragioni della convivenza e della solidarietà. Il regista impagina una riuscita galleria di ritratti (come l'estetista in tutta di finto leopardo disperatamente sola interpretata da Ottavia Piccolo) in un film gradevole, dichiaratamente ispirato al cinema popolare che sarebbe piaciuto a Zavattini e che, come quello, rischia di scivolare nel patetismo. Il giornalista tv Antonio Lubrano interpreta se stesso,. Sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni, Gianluca Greco e del regista".
Pino Farinotti assegna tre stelle: "Terza pellicola per il regista Felice Farina. Il tema è quello scottante dell'amministrazione dei condomini. In chiave commedia all'italiana vecchio stampo, girato con garbo, il film narra le gesta, si fa per dire, di un amministratore modello. Oltre a essere diligente, onesto e attento, riesce anche a sanare tutti i problemi e le manovre illegali messe in atto dai precedenti amministratori". Roberto Poppi: "Condominio è la storia di un gruppo di persone ritratte nella loro quotidianità, realista e ricco di felici notazioni psicologiche".
Felice Farina (1954) è un regista che proviene dal teatro, fotografo, attore, sceneggiatore e documentarista. Comincia a recitare nei teatri di cantina dell'avanguardia teatrale romana, si avvicina al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, si occupa di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa. I suoi primi lavori sono cortometraggi (Il mentitore, 1982) e documentari industriali, si occupa di alcuni programmi per Rai Due e Rai Tre. Il suo film d'esordio è Sembra morto… ma è solo svenuto (1986), ben accolto dalla critica. I suoi lavori di fiction più riusciti sono le commedie Condominio e Bidoni (1995). Produttore indipendente con la Ninafilm, società di produzione di cinema e audiovisivo con cui realizza documentari per programmi Rai.

Mostra altro

Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

2 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

Regia. Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Nuti, Vincenzo Cerami, Giovanni Veronesi. Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Musiche: Giovanni Nuti. Produttore: Gianfranco Piccioni. Distribuzione: Columbia. Durata: 100’. Genere: Commedia sentimentale. Interpreti: Francesco Nuti, Ornella Muti, Novello Novelli, Alex Partexano, Sergio Solli, Mirta Pepe, Giovanni Nuti. Titoli estero: Hexerei (Germania), Bewitched (mercato anglofono), Ensorcèles (mercato francofono), Embrujados (mercato ispanico).

Stregati è il terzo film di Francesco Nuti regista, dopo Casablanca Casablanca (1985) e Tutta colpa del Paradiso (1985), il secondo interpretato insieme a Ornella Muti (che avevamo visto nell’ottimo Tutta colpa del Paradiso), sicuramente il suo lavoro migliore. La storia si racconta in poche parole. Lorenzo (Nuti) è un disc-jockey che vive a Genova, nella del porto, lavora a Radio Strega dove conduce una trasmissione notturna di musica e parole. Vive alla giornata, insieme al padre (Novelli) - gestore di un cinema a luci rosse - e altri due amici burloni (Alex e Remo 40), tra scherzi, goliardia e donne disponibili. Ha anche un’amante come Clara (Pepe) che riempie i momenti di monotonia. Il film si presenta come una sorta di Amici miei versione genovese, narrando le avventure notturne dei quattro burloni, ma quando compare sullo schermo la splendida Anna (Muti) si trasforma in commedia sentimentale. Lorenzo incontra Anna durante una notte piovosa, mentre guida il taxi dell’amico Remo, ci finisce a letto, si sente attratto da lei in maniera diversa dal solito. Il problema è che Anna deve sposarsi il giorno dopo, ha il vestito bianco in valigia e un treno che l’attende alla stazione, diretto a Verona. Tra i due nasce un rapporto intenso, Anna perde il treno per ben due volte, fa ancora l’amore con Lorenzo, ma alla fine parte verso il suo destino. Finale a sorpresa. Dopo alcuni giorni Anna torna, in una notte di pioggia, perché ha deciso di stare insieme a Lorenzo e condividere la sua vita bizzarra e sconclusionata.

Stregati si doveva intitolare Strega, a quel che dicono le cronache, lo stesso Cerami - ottimo sceneggiatore - afferma che il film durante la lavorazione prese una piega diversa, da commedia sentimentale, invece che ironica, perché Francesco Nuti e Ornella Muti si innamorarono per davvero. Il film presenta una trama meno solida e costruita del precedente Tutta colpa del Paradiso, ma si salva per un’intensa fotografia genovese notturna (Ruzzolini) e per una colonna sonora struggente e suggestiva (Giovanni Nuti). Molti i premi: Nastro d’argento per la migliore musica, nomination al David di Donatello per la miglior canzone originale (Rose), quattro nomination di Ciack d’Oro (miglior film, attore, attrice e fotografia). La location è molto curata: una Genova notturna e deserta davvero straordinaria, le banchine del porto, le zone centrali, la stazione (anche se è quella di Firenze), tutto girato sotto una pioggia battente, riprendendo squarci di alba intensa e tramonti marini suggestivi. Molte immagini del film restano indelebili: Ornella Muti che indossa il vestito da sposa tra i docks del porto e le navi attraccate, Nuti ripreso con il panorama di Genova alle spalle, intensi primi piani della bella attrice e squarci di città deserta, in una notte surreale. Lo scherzo di Nuti al padre mentre pulisce la sala del cinema a luci rosse è quasi da horror comico ed è realizzato con un buon crescendo di tensione. La parte sentimentale non annoia, anche se qualche sequenza è eccessivamente diluita e i rapporti erotici sono un po’ ripetitivi. Tutto è salvato da un buon testo, ottimi dialoghi, colonna sonora adeguata, fotografia intensa, recitazione mai sopra le righe. Francesco Nuti è promosso regista a pieni voti, perché dimostra di avere dimestichezza con la macchina da presa. Ornella Muti è attrice bella e sensuale, basta la presenza per far risplendere la scena, ma in questo film i suoi occhi possiedono una luce speciale. Forse la luce dell’amore per Nuti, di cui tanto parlano le cronache rosa dei rotocalchi.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella): “Alla sua seconda regia, Nuti si scopre autore: snocciola massime da Baci Perugina e cerca la poesia della città notturna, memore, secondo alcuni pazzi, delle Notti bianche di Visconti. Ma quello che irrita non sono tanto le ambizioni di girare qualcosa di più di un film comico, o la debolezza dell’intreccio: è il narcisismo con cui Nuti regista contempla e ammira il Nuti attore, e la sua presunzione che anche lo spettatore (o spettatrice) debba associarsi”. Stenderei un velo pietoso su questa recensione falsa e cattiva, inutilmente astiosa, soprattutto lontana anni luce dalla pellicola. Oltre tutto Mereghetti conta male pure le regie di Nuti, perché Stregati è la terza! Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Struggente e un po’ stupido sullo sfondo di una Genova invernale di bella suggestione, è un omaggio alla notte e al cinema. Qualche sconnessione, un lieto fine improbabile”. Toglierei lo stupido, ma per il resto è condivisibile. Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. A nostro giudizio, il film vale tre stelle, il solo difetto risiede nella frammentarietà e in alcune sequenze troppo diluite.

Due parole su Francesco Nuti (Prato, 1955) vanno dette, anche se per approfondire l’importanza dello sfortunato attore - regista consigliamo lo splendido volume curato da Matteo Norcini e Stefano Bucci “ Francesco Nuti - La vera storia di un grande talento” (Ibiskos, 2009), che vendica troppe ingiustizie critiche compiute ai suoi danni. Nuti nasce come attore nel gruppo de I Giancattivi, voluto da Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, il primo film interpretato è il surreale Ad ovest di Paperino (1982), diretto da Benvenuti. Conclusa l’esperienza di cabaret e televisione con il gruppo, Nuti si mette in proprio e interpreta alcune commedie dirette da Maurizio Ponzi, che riscuotono un grande successo di pubblico (soprattutto giovane) e sonore stroncature critiche. Ricordiamo: Madonna che silenzio c’è stasera (1982), Io Chiara e lo Scuro (1983), Son contento (1984). Debutta alla regia nel 1985 con Casablanca, Casablanca, prosegue con grandi successi di pubblico (osteggiati dalla critica) come Tutta colpa del Paradiso (1985), Stregati (1986), Caruso Paskoski di padre polacco (1988), Willy Signori e vengo da lontano (1989), Donne con le gonne (1991). La crisi irreversibile arriva con OcchioPinocchio (1994) - non compreso dal pubblico - ma prosegue con Il signor Quindicipalle (1998), interpretato con Sabrina Ferilli, e si aggrava con Io amo Andrea (2000) e Caruso, zero in condotta (2001). Nuti si produce le ultime due pellicole che sono entrambe un insuccesso clamoroso, perché sono cambiati i tempi e portare al cinema una pellicola italiana è sempre più difficile. Il suo tentativo di riprendere un filone di successo negli anni Ottanta si rivela fallimentare. La sua ultima prova cinematografica è come attore nel noir Concorso di colpa (2005) di Claudio Fragasso, che hanno visto in pochi. Nuti non si dà per vinto, nonostante gravi problemi di salute di cui soffre da tempo, annuncia un nuovo film: Olga e i fratellastri Billi, con Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari, ma non se ne fa di niente. Il 3 settembre 2006 entra in coma a causa di un ematoma cranico in seguito a un incidente domestico, viene ricoverato d’urgenza, operato e avviato a un processo di riabilitazione. Francesco Nuti migliora, ma è l’ombra di se stesso, la televisione del dolore ne approfitta per fare sfoggio di idiozia e di insensibilità. Per fortuna il fratello Giovanni e l’ex compagnia Annamaria Malipiero (madre della figlia Ginevra) si occupano di lui e lo accudiscono con amore. Matteo Norcini rende giustizia al Nuti pubblico pubblicando un libro monumentale e indispensabile per capire il percorso del grande artista toscano. Francesco Nuti sta scrivendo una raccolta di poesie, mentre Giovani Veronesi lavora al progetto di far conoscere al meglio il cinema di Nuti. Nel 2009 la Cineteca nazionale dedica al regista pratese una retrospettiva. Esce anche un documentario: Francesco Nuti… e vengo da lontano (2010), presentato al Festival del Film di Roma. Il videoclip musicale Olga tu mi fai morir (2013), canzone scritta insieme al fratello Giovanni, è la sua ultima cosa. Nuti è stato anche cantante di buon successo (Puppe a pera, Sarà per te…) e ha partecipato ad alcune edizioni del Festival di Sanremo. Roberto Poppi, in tempi non sospetti, sapeva andare oltre le baggianate del Mereghetti: “Nuti ha diretto commedie non prive d’impegno, lontane dal puro intrattenimento, che evidenziano le sue doti di attore e autore portato verso una comicità malinconica, romantica e surreale, ma attenta a cogliere aspetti non trascurabili dell’attuale società italiana”. Addolora sapere che adesso Nuti è muto, sofferente, incapace di comunicare il suo mondo interiore. Addolora perché a noi giovani degli anni Ottanta ha fatto passare momenti allegri e spensierati. Ricordo di essermi innamorato per la prima volta guardando Tutta colpa del Paradiso. Grazie Francesco.

Mostra altro

Gordiano Lupi commemora Luciano Martino

31 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Breve nota biografica (Fonte: Roberto Poppi - Dizionario dei registi italiani, Gremese):

Fratello del regista Sergio e figlio di Gennaro Righelli, esordì nel cinema giovanissimo, sia come assistente (L'arte di arrangiarsi, La romana) sia, soprattutto, come soggettista e sceneggiatore (La donna più bella del mondo, La finestra sul luna park, Giovani mariti, La nipote Sabella, Carosello di canzoni, Il colosso di Rodi, Caccia all'uomo, La ragazza in vetrina, Saffo venere di Lesbo, I ragazzi dei Parioli, La scimitarra del saraceno, I pirati della costa, Il vecchio testamento, Il giustiziere dei mari, I mongoli, Duello nella Sila, Le avventure di Mary Read, La leggenda di Fra' Diavolo, Il demonio, Ursus nella terra di fuoco, L'invincibile cavaliere mascherato, La pupa, ecc.), attività che continuò a esercitare anche quando cominciò a produrre film (nel 1962). Fra questi, numerosissimi, si ricordano, oltre a tutti quelli diretti dal fratello e da lui stesso: Il dolce corpo di Deborah, Tony Arzenta, L'uomo senza memoria, Zorro, L'insegnante, La poliziotta fa carriera, Roma a mano armata, Il grande attacco, Concorde affaire 79, La guerra del ferro, Fotografando Patrizia, Impiegati, Festa di laurea, Scandalosa Gilda, Le foto di Gioia e molti altri.Nel 1964 ha esordito nella regia firmando un film avventuroso in collaborazione con Mino Loy (Le spie uccidono a Beirut) e negli anni seguenti, pur privilegiando la produzione e la sceneggiatura, ha direto altri film: Furia a Marrakesh (1965), Flashman (1966), La vergine, il toro, il capricorno (1974), Nel giardino delle rose (1989) - che gode di ottima critica - e In camera mia (1992). Ha firmato i primi tre film (girati in collaborazione) con gli pseudonimi Martin Donan e J. Lee Donan. Per ricordarlo degnamente, siamo andati a rivedere Giovannona Coscialunga disonorata con onore, uno dei film da lui prodotti - e diretti dal fratello Sergio - che ha contribuito al lancio di Edwige Fenech e al successo della commedia sexy.

Sergio Martino contribuisce al lancio della commedia sexy perché realizza, nel 1973, una pellicola che fa da apripista al genere e da modello per futuri film come Giovannona Coscialunga disonorata con onore. Si tratta di uno dei ruoli più importanti ricoperti da Edwige Fenech, attrice molto valorizzata da Martino, all’interno di una pellicola - manifesto della commedia scollacciata. Se è diventato un cult movie parte del merito va anche a Paolo Villaggio che ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) lo cita come film preferito e lo paragona alla Corazzata Potëmkin (1926) (definita “una cagata pazzesca”). Edwige Fenech, dopo questo film, diventa l’incontrastata dominatrice della commedia sexy, genere nel quale si esibirà nelle caratterizzazioni più varie con brillanti risultati.

Giovannona Coscialunga disonorata con onore è scritto e sceneggiato da Francesco Milizia, Carlo Veo, Tito Carpi e Franco Mercuri. La fotografia è di Stelvio Massi, il montaggio di Attilio Vincioni, mentre aiuto regista è Michele Massimo Tarantini. Le scenografie sono di Giovanni Natalucci e le musiche di Guido e Maurizio De Angelis. Produce Luciano Martino. Interpreti: Edwige Fenech, Pippo Franco, Gigi Ballista, Vittorio Caprioli, Danika La Loggia, Francesca Romana Coluzzi, Riccardo Garrone, Adriana Facchetti e Vincenzo Crocitti. Pippo Franco è il segretario del commendator La Neve (Ballista) ed è sua l’idea di far passare la prostituta Cocò (Fenech) per la moglie dell’industriale. Lo stratagemma dovrebbe servire a intenerire l’onorevole Pedicò (Caprioli), sensibile alle bellezze femminili, e a evitare dure sanzioni per l’inquinamento prodotto dalla industria di formaggi. Da qui si dipana la farsa con Edwige Fenech prorompente prostituta volgare e sguaiata che si ingegna per concupire l’onorevole. Il problema è quando parla… Per Mereghetti si tratta di “una commedia degli equivoci dall’umorismo greve e chiassoso dove la Fenech doppiata in marchigiano non fa vedere quasi niente, Pippo Franco è sguaiato come al solito e la comicità si riduce ai soliti va e vieni dalle stanze sbagliate”. Mereghetti si scandalizza pure che il Ministero del Turismo e dello Spettacolo abbia dato un contributo a un film come questo.

A mio parere è una stroncatura eccessiva perché Giovannona Coscialunga è una dignitosa commedia sexy, forse una delle migliori di questo periodo. Si ride molto e lo si fa ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione. Non mi pare poco. Un nuovo pretore arriva al piccolo paese siciliano di Roccapizzo, un fantasioso comune alle pendici dell’Etna, ed è lui che mette nei guai l’industria del formaggio Straccolone. Nell’ufficio dell’azienda si respira un’aria pesante e il commendator La Noce, coinvolto nello scandalo del fiume inquinato, medita l’espatrio. Pippo Franco è un irresistibile segretario balbuziente, che si esprime al meglio della sua comicità romanesca ed è attratto dalle belle donne. Le prime inquadrature lo vedono intento a scrutare le cosce all’impiegata della ditta che indossa conturbanti minigonne. Sin da subito la pubblicità indiretta si spreca, come costume del periodo sono frequenti le inquadrature su pacchetti di sigarette Astor, acqua Pejo e Uliveto, J&B (immancabile) e Fernet Branca, veri e propri sponsor del film. Pippo Franco ha l’idea di chiedere aiuto all’onorevole Pedicò (Caprioli), classico democristiano tutto casa e chiesa che ha per moglie la statuaria Francesca Romana Coluzzi. Il segretario scopre, con l’aiuto di un prete in odore di omosessualità, che l’onorevole ha una passione segreta: le belle mogli degli altri. Pippo Franco cerca una ragazza disponibile a recitare la parte della signora La Noce, visto che la vera moglie del commendatore è brutta e timorata di Dio. Dopo una ricerca tramite agenzia che lo porta a contattare un transessuale, decide di fare da solo e con la sua Fiat Cinquecento scassata rimorchia la Fenech nella zona dove battono le mignotte. Pippo Franco di fronte a cotanta grazia...

La prima cosa che lo attrae è il sedere della ragazza che lo fa inchiodare di colpo per tentare un approccio. Stupendo il dialogo. Pippo Franco: “Co… co… come te chiami?” (è balbuziente). Fenech: “Ma che fai sfotti? Me chiamo Cocò!”. Pippo Franco la istruisce, la veste come finta moglie del commendatore e quando le prende le misure si accorge che sono: 98 - 98 - 110, mentre la camera inquadra il seno della Fenech dall’alto lui esclama: “Quasi quasi mando affanculo tutto!”. Quando l’accompagna al treno per la Sicilia si accorge che la ragazza parla un pesante dialetto ciociaro e si esprime come una burina. “Ma questa parla sempre così?” fa il commendatore. “No, pure peggio” risponde il segretario. Nella cabina Cocò completa l’opera e scambia un orinale per una tazza da caffè. Ma ormai il piano è partito e sul treno c’è pure l’onorevole con la sua bruttissima segretaria zitella che ha un debole per il commendatore. Durante la cena Cocò non parla perché dice che ha fatto un fioretto a San Rocco e dovrebbe sedurre l’onorevole, ma fa piedino alla segretaria che pensa a un’insidia da parte di La Noce. Da qui parte la commedia degli equivoci. Sul treno recita una piccola parte da conduttore anche il caratterista Vincenzo Crocitti, che diventa matto per via dei continui cambi di cuccette che sono la molla della comicità. Pippo Franco e la Fenech fingono di fare l’amore per sconvolgere l’onorevole e alla fine si convincono così bene che finiscono a letto insieme.

La Fenech si presenta in tutto il suo splendore e lui esclama: “Ammazzate che pompelmi e che belle cosce!”. E lei in ciociaro: “Nun è pe’ fa la superba, ma a lu paese me chiamano Giovannona Coscialunga!”. Alla stazione di Battipaglia sale anche un omosessuale e l’onorevole Pedicò entra nella sua cabina invece che in quella di Cocò. Il gay arpiona la gamba dell’onorevole e non se lo vuole far scappare. In tempi di politically correct scene come questa si beccherebbero la qualifica di omofobe e non potrebbero essere girate. Il commendator La Noce finisce nella cuccetta della segretaria zitella dell’onorevole, mentre Pippo Franco e la Fenech se la spassano perché in fondo Cocò è innamorata di lui. La situazione di caos ricorda molto le comiche del cinema muto e la pochade, ma è il sale dell’umorismo. La farsa raggiunge il suo apice quando entrano in campo anche il protettore di Cocò e la vera moglie del commendatore. Il pappa estorce a Pippo Franco la confessione a suon di ceffoni, quindi si allea con la moglie di La Noce e parte alla ricerca della sua donna. Robertuzzo è un Riccardo Garrone molto bravo, che ricordiamo attore di molti film con Tinto Brass e che per l’occasione veste la maschera di un bullo di periferia che parla ciociaro sbagliando tutti i congiuntivi. Intanto Cocò impara a dire l’essenziale con frasi numerate che il commendatore le fa memorizzare. La finta coppia è pronta per l’invito a pranzo alla villa dell’onorevole. La parte conclusiva si consuma proprio a casa Pedicò, dove tra piscina e camere assistiamo a un nuovo tourbillon di scambi di letti e situazioni paradossali. Il commendatore se la dice con la moglie dell’onorevole, ci gioca a tennis, le accarezza una gamba dopo che si è infortunata e quando è notte cerca di entrare in camera sua. L’onorevole tenta di drogare La Noce con il caffè, ma addormenta Cocò e non riesce ad approfittare di lei. La segretaria zitella intanto muore dalla rabbia ed è gelosa del commendatore.

Una commedia degli equivoci tra uomini e donne che passano da una stanza all’altra ma nessuno combina niente. Intanto c’è Pippo Franco che ha avuto un guasto alla sua Fiat 500 e deve fare l’autostop per raggiungere Roccapizzo. Prima incontra un pazzo uscito dal manicomio, che è quasi del tutto cieco e guida come un folle mentre ride isterico. Quando il pazzo lo scarica ottiene un passaggio da un carro funebre e si sdraia in mezzo ai fiori al posto del morto. Pippo Franco arriva alla villa e a questo punto comincia la comica finale con lui che cade in acqua ma non sa nuotare e tutti gli altri che lo seguono tra sganassoni e spinte. Robertuzzo e la vera moglie del commendatore sono arrivati sul luogo del misfatto e la frittata è completa. Mogli e amanti si prendono a botte in un finale da torte in faccia che il regista gira a velocità innaturale per rendere l’idea della comica. Finiscono tutti all’ospedale e Robertuzzo ricatta il commendator La Noce e l’onorevole Pedicò. Alla fine il protettore di Cocò diventa manager dell’industria di formaggio, l’onorevole risolve tutti i problemi legati all’inquinamento e il commendator La Noce è contento perché ha trovato un vero segretario.

Pippo Franco corona il suo sogno d’amore con Edwige Fenech e si mette a fare il pappa della ragazza per sbarcare il lunario. Solo che non ha proprio il fisico da protettore e quando porta Cocò in una zona che non è la sua viene massacrato di botte da un gigantesco Franceschino (Nello Pazzafini). “’A Franceschi’, nun me mena’…”, implora. Ma il ceffone arriva lo stesso e lo stende. “Ma almeno glielo hai preso il numero di targa?” chiede a Cocò. Il film termina qui e a tratti pare un Pretty Woman (1990) all’incontrario, pure in questa pellicola la ragazza di strada si innamora, ma finisce per tornare a fare la mignotta ed è proprio il suo ragazzo che ce la porta. Il film non è per niente volgare, si tratta di una farsa divertente e piacevole, una commedia degli equivoci secondo lo schema classico della commedia all’italiana, condita con una spruzzatina di sesso. Gli attori sono molto bravi. Pippo Franco è in gran forma e Vittorio Caprioli è un professionista di grande livello. La Fenech è molto sensuale e non si limita alla sola presenza scenica. Bene anche Gigi Ballista, sempre molto credibile. Il titolo del film doveva essere Un grosso affare per un piccolo industriale, ma siccome andavano di moda i titoli lunghi (tipo Mimì metallurgico, ferito nell’onore) si pensò a questa sorta di titolo-parodia. In realtà è proprio il titolo volgare che ha prodotto tanti giudizi negativi da parte dei critici dal palato fine, ma al tempo stesso è sempre merito del titolo se lo ricordiamo come un film simbolo di un’epoca. La pellicola si avvale di un Pippo Franco al massimo delle sue capacità e come era già capitato per Quel gran pezzo dell’Ubalda… è soprattutto su di lui che si appunta la responsabilità di far ridere. Ricordiamo alcune battute simbolo. Commendatore: “Ma non dire cose arcane!”. Pippo Franco: “Ar cane? E chi gli ha detto niente ar cane?”. Due mogli all’aeroporto. Prima moglie: “Ma tu quando fai l’amore ci parli con tuo marito?”. Seconda moglie: “Se mi telefona…”. Pippo Franco a Cocò: “La cosa rimanga tra noi, come dicono i francesi entreneuse…”. Pippo Franco che si becca una scarica di multe: “Vigile Mastofi, vigile Mastofi… ma sto’ fijo de ’na mignotta c’ha le penne all’arrabbiata!”. Protettore: “Dove sta’ Cocò?”. Pippo Franco: “Se dice dove sta’ Zazà!”. Concordiamo con Michele Giordano che ha visto un film “ben costruito, anche se appesantito da un eccesso di rocambole finale e basato su battute spesso stantie”. Come abbiamo già detto Pippo Franco è ottimo e in bocca sua freddure da barzelletta volgare diventano divertenti. Pure se la componente comica è prevalente, le grazie della Fenech vengono mostrate con abbondanza e proprio per questo motivo possiamo dire che con Giovannona Coscialunga comincia la commedia erotica italiana. Tra l’altro è interessante notare che in molte commedie del periodo c’è la figura dell’onorevole un po’ intrallazzone a cui piacciono le donne. Citiamo Lando Buzzanca nella parte dell’onorevole Puppis (in odore di omosessualità) nell’ottimo All’onorevole piacciono le donne (1972), che costò anche qualche problema di censura al regista Lucio Fulci, perché ispirato a un vero personaggio politico. In tempi successivi lo stesso Vittorio Caprioli si ripeterà con L’Affittacamere (1976), film diretto dal geniale Nando Cicero, impersonando l’onorevole Vincenzi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello

2 Luglio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello

Regia: Jonathan Zarantonello. Soggetto: Jonathan Zarantonello (tratto dal suo romanzo Alice dalle 4 alle 5). Sceneggiatura: Paolo Guerrieri, Luigi Sardiello e Jonathan Zarantonello. Casting: Ellary Eddy. Musica: Pivio & Aldo De Scalzi. Montaggio: Clelio Benevento. Scenografia e Costumi: Alessandra Montagna. Fotografia: Luigi Verga. Produttori Esecutivi: Ethan Wiley & Mark Moran. Produttore Associato: Giovanni Di Pasquale. Produttore: Enzo Porcelli. Produzione: Achab Film, Emergency, Exit Pictures in collaborazione con Rai Cinema e Wiseacre Films. Interpreti: Jasmine Jessica Anthony (Dorothy bambina), Barbara Steele (Ann), Joseph H. Johnson Jr. (Chris), Ray Wise (Nick), Ellery Sprayberry (julie), Erica Leerhsen (Claudia), James Karen (Tassidermista), Julia Putnam (Alice), Emma Bering (Monika), Lorin McCraley (Crazy Man), Adrienne King (Rachel), Joe Dante (Taxi Driver), Matthew Glen Johnson (William), Heather Langenkamp (Dorothy), Camille Keaton (Olga), Kirk Diedrich (Large Neighbor), Autumn Wendel (Lauren’s Daughter), P.J. Soles (Lauren), Jennifer Saygan (Farmacista), Paolo Zelati (Taxi Driver), Vito La Morte (Padre di Dorothy), Stephen West, Massi Furlan. Esterni: Los Angeles, Santa Monica, Redondo Beach (USA).

Finalmente un grande film italiano, tra l’altro girato da un regista indipendente, un giovane autore che fino a oggi mi aveva lasciato piuttosto perplesso. La stanza delle farfalle sarebbe piaciuto a Hitchcock, per il crescendo di tensione e la continua suspense da cui è pervaso, ma anche a Lucio Fulci, per il tema legato ai bambini che non devono crescere (Non si sevizia un paperino). Barbara Steele torna da protagonista in una produzione italiana, dopo aver impersonato la donna - strega del gotico anni Sessanta, essere stata musa felliniana, abile interprete di erotici e thriller inquietanti. Il regista punta molto sulla sua personalità di attrice credibile nei panni di una donna terrificante, che prima tenta di uccidere la figlia per non vederla crescere, quindi mostra una i segni psichici di un rapporto malsano con l’infanzia. La storia è sceneggiata benissimo, procede per salti temporali, narrando tre eventi: la follia scatenata dal tentato infanticidio, l’esecuzione di una vittima conservata come una farfalla nella stanza sacrario e un ultimo tentativo di sottomissione compiuto dalla inquieta megera. Tutto torna, alla fine, tra omicidi efferati (ma non esibiti) e un crescendo di tensione sottolineato da una colonna sonora a base di percussioni e musica sintetica. Barbara Steele è perfida quanto basta, subito in primo piano con una maschera grinzosa segnata dal tempo, mentre assiste terrorizzata alle mestruazioni della figlia in una vasca da bagno. Zarantonello cita Argento a più non posso. Lo specchio nel corridoio stile Clara Calamai in Profondo Rosso, le bambole e i giocattoli per bambini, tutto marginale nell’economia della pellicola. La protagonista viene descritta benissimo, la psicologia di un carattere disturbato è sviscerata nei minimi particolari: la mania per le farfalle, l’amore - odio per i bambini, un malinteso senso morale che la porta a punire ciò che ritiene ingiusto. Barbara Steele spaventa davvero quando impugna mazza e spillone, incute timore e repulsione quando la vediamo uccidere a sangue freddo e insidiare bambini inermi. Il regista raggiunge lo scopo, usa con perizia la tecnica del flashback a ritroso, un montaggio al contrario che scorre rapidamente, già visto in lavori precedenti, ma qui perfezionato. Un film claustrofobico, girato quasi tutto in interni, più thriller angosciante e pellicola drammatica che horror, ma è inutile classificare, visto che ci troviamo di fronte a un lavoro riuscito. Si resta incollati allo schermo sino alla parola fine e - anche se a volte la sceneggiatura è prevedibile - tutto è realizzato con la massima cura e il rispetto per lo spettatore. Barbara Steele è una strega moderna, un orco al femminile, una serial killer psicopatica, una Barbablù in gonnella che nella stanza proibita nasconde un orrendo segreto. Il finale è angosciante, anche se il regista - per fortuna! - evita facili effettacci da torture porn stile horror nordamericano che hanno stancato tutti. Il crescendo di follia della protagonista è descritto con tante immagini e poche parole, catapultando lo spettatore in un delirio senza fine. La fotografia nitida, il montaggio serrato, l’uso appropriato della soggettiva e la recitazione ottima (persino i bambini!) fanno de La stanza delle farfalle un prodotto interessante, uno dei migliori film italiani visti negli ultimi anni. Purtroppo esce a fine stagione, in pochissime copie e non saranno in molti a vederlo.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello
The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello
Mostra altro

Luigi Pirandello ed il Cinema Muto

29 Giugno 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #saggi, #lorenzo campanella, #cinema

Versione originale, completa della Tesina Saggio per il XXXXVIII Convegno Internazionale, avente come tema: "Quel che il Cinema deve a Pirandello"

 

 

Pirandello fra lo Spettacolo Teatrale e il Cinema Americano.

Digressioni, Considerazioni, Appunti, Teorie Pratiche

ARTI E FORZE D'ESPRESSIONE

 

“Da sempre l'uomo cerca di riprodurre la realtà che lo circonda” dall’Albero della Vita di Gustav Klimt (realizzato tra il 1905 e il 1909) al Paesaggio Estivo di Kandinskij (realizzato nel 1909), come se fosse radicata nell'Uomo la voglia di esprimersi fin dalle epoche più ancestrali, come possono largamente dimostrare i graffiti degli uomini delle caverne.

In questa breve tesi cercherò di riprendere le affermazioni pubbliche del grande Pirandello, autore degno di esser chiamato filosofo e grande pensatore, polimorfo, che garantisce ancor' oggi stimoli alla società che si crede civile o civilizzata.

La Cinematografia per lui era muta espressione d'immagini e linguaggio d' apparenze e diventava irreparabilmente una copia fotografata e meccanica del Teatro, come un po' stava diventando tutto in quei decenni di forti cambiamenti politici e sociali.

Può darsi che l'uomo nato dal Kaos stesse cercando nuovi orizzonti espressivi come forse stava facendo il cretino con dei Lampi d’imbecillità (così l'Ideatore del Futurismo, Marinetti, chiamava D'Annunzio).

Negli anni che precedono il Primo Conflitto Mondiale, l'Industria Cinematografica Italiana si orienta verso la trasposizione filmica di romanzi storici, conquistando un successo passeggero a livello internazionale anche se non sempre con risultati felici sotto il profilo prettamente artistico.

Spicca nel panorama Italiano dell'epoca il film “Cabiria” del regista nato a Montechiaro d'Asti , Pastrone, pubblicato nel 1914, preceduto in linea cronologica dal grande film “Quo Vadis ?” diretto da Enrico Guazzoni e fatto uscire nelle sale nel 1912.

Per lo scrittore di Girgenti il male principale era aggiungere vocalità alle immagini, anche quando il progresso tecnico fosse riuscito ad eliminare o in qualche modo arginare una voce sguaiata o comunque non umana, non originale.

In fondo Pirandello voleva forse diventare il portatore di una forma d'espressione umana, umanizzante e iniziatrice, con la grande voglia di fare teatro, un teatro adatto a tutti e profondo come purtroppo lo sono poche personalità, come fossero gli aghi nel pagliaio per trovarle.

Forse il sottotitolo avrebbe potuto dare più significato ed importanza scenica ed artistica a delle immagini, come accadeva in film illustri e degni di grande apprezzamento su vasta scala come: “Metropolis” diretto dall'Austriaco Fritz Lang e pubblicato nel 1927, oppure “Tempi Moderni” e “Il Grande Dittatore” diretti prodotti e interpretati dal maestro d'Espressione e d'ingegnosità colorata (nonostante il bianco e nero dell'Epoca) Charlie Chaplin , pubblicati, il primo nel '36 e il secondo nel '40.

All' inizio del '900 il continente Europeo si trovava nella “Belle Époque” cioè un periodo di apparente benessere(basti vedere l’Esposizione Universale di Parigi del 1900) che era destinato a cessare (come sempre accade) allo scoppio di una guerra mietitrice di vittime allo sbaraglio e infantile, come è stato il primo conflitto mondiale.

Thomas Edison nel 1889 realizzò una macchina da visione e una cinepresa, quest'ultima destinata a lavorare su una serie di fotografie.

Ai fratelli Lumière va riconosciuto il grande merito di aver dato l'impulso iniziale.

Nel 1900 il cinematografo si diffuse in terra Europea e poi nel resto del Mondo.

Già dai primi grandi successi del cinema Muto, fu chiaro che la produzione di film poteva essere un affare per pochi, tale da giustificare lo sperpero di forti somme per operette mediocri e scialbe come gli Ideatori.

Il processo si alimentò da solo e cercò di inglobare più letterati e filosofi possibili (ne è un esempio Gabriele D'Annunzio) che potevano essere ricompensati agevolmente ed in questo contesto storico si trova la critica di Pirandello ai produttori e non al cinema.

Vorremmo porre una linea ragionevole ai pensieri di un autore complesso nei suoi disagi di vita vissuta o forse vorremmo dare pieghe carine?

L'Interesse critico e creativamente artistico di Pirandello verso il nuovo “sole” che possa incarnare l'arte, non procede su posizioni definitive, delineando in modo positivo un' Evoluzione di pensiero.

Si dichiara più volte ostile al nuovo mezzo tecnologico ma in realtà intrattiene con esso uno “Show Artistico” continuativo e persistente e diviene un teorico del Cinema, l'astro nascente, parlando delle possibilità espressive che gli riconoscerà nel '32,dicendo: “Credo che il cinema, più completamente di qualsiasi altro mezzo di espressione artistica, possa darci la visione del pensiero: il Sogno, il Ricordo, la Allucinazione, la Follia, lo Sdoppiamento della personalità”.

Belle parole, che però vanno ad urtare con un'altra sua dichiarazione, questa volta sul Corriere della Sera e ben tre anni prima, nel '29: "Con la parola impressa meccanicamente nel film, la cinematografia, che è muta espressione di immagini e linguaggio di apparenze, viene a distruggere irreparabilmente se stessa per diventare appunto una copia fotografata e meccanica del teatro".

Sullo stesso articolo del Corriere della Sera, intitolato "Se il Film Parlante Abolirà il Teatro" parlerà dell'importante funzione che ha la voce, perché essa è soltanto del corpo vivo che la emette e non di immagini vuote senza Vitalità.

Pirandello in questo articolo (reperibile sul Web) difende con ogni arma il suo amore per il Teatro che lo porta istintivamente a difendere il teatro stesso e tutte le sue dinamiche.

Rivendica il dono del silenzio: "Quel silenzio è stato rotto. Non si rifà più. Bisognerà dare adesso a ogni costo una voce alla cinematografia.

È un vano persistere e un cieco affondarsi nel suo errore iniziale il cercar questa voce nella Letteratura."

Penso che Pirandello volesse riempirsi l'anima di quella azzurrità artistica offertagli dalla sua passione per il campo teatrale, che gli consente di ubriacarsi già a metà della spettacolo all'età di venti anni.

Una società che cambia non può produrre in modo automatico ed autonomo domani la stessa arte di ieri. Deve cambiare modo di fare Arte perché è cambiato il modo con il quale la società percepisce l'espressione artistica. Quando non è proprio questa a cambiare la società. Una società senza passato non ha le fondamenta per una cultura solida e stabile, ed è questo il pensiero Pirandelliano (o simil-Pirandelliano) che ci interessa veramente ed in modo compiuto, nulla più nulla meno.

Forse: "In Europa la vita seguitano a farla i morti, schiacciando quella dei vivi col peso della storia, delle tradizioni e dei costumi." come colonne di marmo che soppiantano civiltà unicellulari.

Pirandello definisce l'abolizione del teatro un 'eresia ed ha ragione, non soltanto per me, ma anche per i tanti cervelli stimolati a cui piace uno spettacolo teatrale ed hanno intenzione di pagare un biglietto per ricevere altri ori.

Nessun Cinema soppiantò il Teatro. Nessun Cinema soppianterà il Teatro.

"Le forme, finché restano vive, cioè finché dura in esse il movimento vitale, sono una conquista dello spirito. Abbatterle, vive, per il gusto di sostituir loro altre forme nuove, è un delitto, è sopprimere un’espressione dello spirito. Certe forme originarie e quasi naturali, con cui lo spirito si esprime, non sono sopprimibili". Così dice Pirandello ed io continuerei scrivendo intere pagine, interi cartelloni e dandogli indubbiamente ragione.

Il teatro non sarà soppiantato da altre forme, ma forse verrà modificato da esse o dovrà adattarsi alla loro presenza nella vita di ogni giorno e può darsi che confrontandosi con ciò che è fuori di se ci possa essere un' evoluzione.

Lo scrittore siciliano fa tanti viaggi ed entra a contatto con l'ambiente Statunitense, del quale coglie la frustrante verità di non possedere un Passato e quindi una Storia. Tutto, lì, sembra più veloce e lanciato verso il futuro, come se avessero la fretta di farsi un passato e non di costruirselo.

Pirandello critica le parole di Americani interessati al mercato florido della cinematografia, prevedono la sostituzione del teatro col cinema, cosa assolutamente assurda ; e mentre la vita teatrale seduta alla finestra guarda la sera invadere il viale, Luigi Pirandello propone una soluzione a dir poco fantasiosa e commestibile, ovvero la Cinemelografia, linguaggio visibile della Musica, qualunque Musica. Una Cinematografia immersa nella musica che parla a tutti senza parole. In Merito a questo ci sono due esempi, provenienti da film diretti da un mago del Cinema come Stanley Kubrick: "2001 Odissea nello Spazio" del '68 e "Shining" del 1980.

 

Penso che l'Autore possegga l'importantissima funzione di "Creatore di un nuovo Mondo" e lascia la facoltà di come, perché e quando esplorarlo al lettore che è capace di comprendere i messaggi di chi ha "fabbricato" su un terreno inizialmente disagevole e imperituro.

Tempo fa, ho pubblicato sulla mia pagina di Facebook, l'idea di relazione che do a due elementi che potrebbero apparire differenti, ovvero Musica e Geometria. Una bella frase che però non inquadra veramente il mio campo di investigazione e studio assiduo, mi viene in soccorso dal film "La Musica nel Cuore" che dice: “La Musica è intorno a Noi, non bisogna fare altro che ascoltare."

Questo però non spiega l'importanza che do all'arte, al mio concetto di arte e all'interrelazione che c'è tra Musica, Spettacolo, Cultura, Arte, Vitalità di Pensiero.

L'Arte è come il famoso dipinto di Monet "Impressione. Levar del Sole" del 1872 o come "Il Giorno" del 1900 di Ferdinand Hodler.

Certo, ci sarebbe anche "L'Origine del Mondo" di Gustave Courbet , ma forse è meglio non discuterne, restando in una tiepida ipocrisia, percorsa da un latte pieno di errori e di bugiardi.

Bisogna coltivare il terreno arso dell'Arte, facendolo diventare simbolo e parte integrante dell'educazione socialmente umana, che vieta un'omologazione alla stile "gregge di pecore".

Il nuovo Seme può giungere dalla passione ardente di uomini che sono dinnanzi agli altri anni luce, che possono esplorare la località blu cobalto dell'Immaginazione e della fantasia immensa come lo spirito umano.

Personalmente ho formulato una teoria o comunque un pensiero valido su Cinema e Spettacolo in generale.

Il Cinema è un fenomeno contemporaneo, diffusosi secondo molti , nel '900, uno dei primi cineasti della storia, Akira Kurosawa , disse che il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.

Credo che questa definizione colga il senso della grande mole di film che è stata prodotta, della dinamicità di questo grande mercato e delle idee che circolano in esso, realizzabili tramite tecniche, tecnologie e dinamiche sempre nuove o sperimentali.

Un'Altra chiave d'interpretazione legata al successo di questo movimento detto Cinema è la facilità con la quale è possibile interfacciarsi con lo show, perché la gente a volte è come un gregge ed ha l'esigenza inconscia di essere trasportata su nuovi Universi poco esplorati fino a quel momento, come se fosse all'interno di un disco volante in viaggio verso una nuova Via Lattea, dominata da lupi, vampiri e ciclopi , palme arancioni e mari incontaminati.

Nel concetto di Cinema Contemporaneo è compreso anche il Cinema Spazzatura (TRASH SYSTEM) , sistema squallido, fatto e sostenuto da cervelli non pensanti, funzionari di basso spessore emozionale e un pubblico che fa parte di un pianeta desertico e senza coscienza.

C'è differenza ormai nel parlare di Cinema e Mercato del Cinema legato soprattutto alla Produzione, un fattore che non è correlabile all'Arte che infatti ha un estremo bisogno di Qualità e non di Quantità.

Gli elementi ricollegabili al Trash System sono:

  • L'Abbassamento della Soglia Culturale del Pubblico
  • Il Momento Drammatico dell'Economia Statunitense e poi di quella Globale
  • Dal secondo elemento nasce la necessità di Rifiutare a prescindere qualsiasi forma di Melanconia, Malinconia o Pensiero (interpretato come logorio mentale per certi figuri)
  • L'Omologazione che non crea Soggettività, quest'ultimo un elemento che certamente favorisce la Produzione di Pensiero
  • L'Incognita World Wide Web (il WWW) che rende parte del Mondo Industrializzato, una rete a Contenuti Liberi (ancora per pochi anni azzarderei)
  • Il Quasi Totale Abbandono delle Biblioteche e delle Librerie da parte delle nuove Generazioni, che optano per mezzi più tecnologici
  • Gli Interessi da parte dei Vertici di questo Sistema, di ricalcare la voglia lagunare del pubblico pagante
  • La Volontà di accettare qualsiasi piatto mediocre nel buio della Sala
  • L'Opinione Collettiva gestita direttamente dai Mezzi di Comunicazione di massa e chi non è gestito è Miracolato

Quando parlo di Idea, intendo qualcosa che ha natura diveniente ed ha in sé forza Realizzatrice, in grado di costruire nuovi Spazi.

Nessuno potrebbe permettersi di imporre un biglietto per guardare il mare o per annusare i fiori che sono nel Giardino del Mondo.

L'Arte ha bisogno di un'autonomia poetica, di un linguaggio universale di rischiaramento interiore e afferrabile dalla gente comune. Perché in proposito non creare Accademie d'Arte, intesa però a tutto tondo, capaci di riformulare il sentimento sociale in merito al settore artistico, che non deve essere trattato come ambito a parte dal Mondo, ma come il ramo dell'albero che è nella coscienza, che fornisce e produce ossigeno per un mondo irrespirabile e fortemente basso.

Qualche strano personaggio vorrebbe bruciare quell'arcipelago d'Arte che è presente nel Mondo Odierno e vorrebbe tagliare la carta dell'aurea poesia, per chissà quale assurdo motivo. Mi viene in mente la frase di Heine, uno scrittore ottocentesco: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.”

L'Arte è libero pensiero come un gabbiano che vola alto nel Cielo; è libera Espressione come una foglia che ondeggia quando arriva il vento.

Nell'Arte nessuno è riserva di Nessuno, come può accadere in certe attività sportive e può significare anche sentire il dolore dell'Artista, le sue Aspirazioni, le sue Motivazioni, l'aridità che percepisce attorno a sé, i suoi desideri, i suoi mondi Ideali, i suoi Castelli di certezze e i roboanti dubbi.

L'Arte come forma e Forza d'Espressione ti trasporta su nuove costellazioni, fatte da emozioni, paure, sofferenze, mezze felicità e gioie passeggere. Su queste costellazioni il vero benessere lo trova l'appagamento, l'Amore per tutti, l'estraniamento dai Babbi Natale dell'Uomo e dai fumi incestuosi.

Secondo me l'Arte può garantirti una cura suprema al Mondo, diventato piccola scatola di plastica dove operare come schiavi e l'attività nuova rappresenta una goccia nell'Oceano più immenso. L'Arte non concepisce Muri di Berlino o barriere insormontabili, ma una Bellezza assaporabile da ogni coscienza, da ogni agglomerato umano, umanoide oppure antropomorficamente umano (…); una passione rinnovabile riposta nei meandri di ognuno di Noi, che non ostenta a farsi sentire, come il violino suonato dalle biancastre mani di una bionda donna seduta in mezzo ad una stanza vuota ed insonorizzata, bisogna abbattere quel muro e non avere paura della fame, della miseria, ma partecipare alla vita della nuova costellazione, popolata da muse incantatrici e cuori infranti che abitano giganteschi Canyon di umanità e muta roccia, in cui il Fuoco della passione è divenuto un incendio che sopravvive all'Acqua Santa dell'amore, della quale pochi conoscono la vera sorgente.

Facciamo sì che le cose ci portino altrove, per sentirsi avvolti dal profumo dei limoni.

Il Caos di questo Mondo sconvolge l'Arte, come una conchiglia schiacciata dallo stivale di un pescatore all'alba, ad apre una smisurata voragine, nella quale le vocali e tutte le altre lettere non sopravvivono alla nebbia tenebrosa che vi dimora.

La Definizione di teatro che risulta da un noto dizionario è “Edificio destinato ai pubblici spettacoli” cosa molto distaccata dalla vera importanza che per me ricopre nelle Arti.

Lo Spettacolo Teatrale è per me qualcosa di irripetibile e grandioso come il coniglio che esce dal cilindro di un abile mago. Se una scena è stata fatta, è impossibile ritrovare per una seconda volta, gli stessi gesti degli attori e le battute, il modo in cui parleranno i personaggi messi in scena, cambierà, come cambieranno le nostre emozioni, le considerazioni finali, il modo con il quale osserveremo certe azioni. Io ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Prof. Di Lettere, per andare a vedere al Teatro Greco di Siracusa, “Andromaca” una bellissima tragedia del prolifico Euripide e ne sono rimasto incantato, non solo dell'Opera, ma anche dell'ambiente del quale ero circondato, della gente che fissava il palcoscenico (ormai rimodernato), del sole che stava tramontando, delle reazioni del pubblico allo Spettacolo teatrale, del pathos impresso nella Scena.

Il Teatro non è vuota teatralità e neanche una teca in cui riporre tutto ciò che si vuole, anche la sporcizia triste di questo mondo e i sistemi parassitari, ma è una valigia con la quale è possibile viaggiare senza carta d'identità o passaporto, è ambiente sublime e carico di pathos ed interiorità di valore. Si può piangere, si può sorridere, si può pensare, si può vivere e ci si può alzare ed abbandonare lo Spettacolo, per raggiungerne un altro, molto più esteso.

“Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro” sempre se la nostra esistenza ha significato nel suo instancabile esistere, ma per adesso chiedo agli asini di volare!

Questo è il fronte-copertina per il mio contenuto nel convegno letterario. Mi piaceva l'idea delle "Forze d'espressione" e non le solite Forme d'espressione.

Questo è il fronte-copertina per il mio contenuto nel convegno letterario. Mi piaceva l'idea delle "Forze d'espressione" e non le solite Forme d'espressione.

Mostra altro

Doris Duranti

31 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #cinema, #personaggi da conoscere

Doris Duranti

Doris Duranti (1917- 1995) al secolo Dora Durante, fu una delle prime dive del cinema italiano, attrice del filone dei “telefoni bianchi”, stagione cinematografica che va dal 1936 al 43, cosiddetto dalla presenza sul set di sofisticati telefoni bianchi, segno di benessere economico, a differenza dei più comuni telefoni neri. Ricorrenti in questi film erano gli accenni al divorzio, allora proibito, e all’adulterio, punibile col carcere. Fu anche denominato cinema déco per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamavano quello stile - insieme moderno, decorativo e kitsch - fatto di lacche, di legni intarsiati, di pelle di squalo o di zebra, di linee a zig zag, a V, a raggi. Nel cinema dei telefoni bianchi si rifletteva un’Italia entusiasta, rappresentata dallo stile architettonico razionalista, una società che voleva apparire benestante e urbanizzata, laddove, invece, era ancora rurale e affamata. L’ambientazione borghese richiamava le commedie statunitensi di Frank Capra.
Doris era bella di una bellezza aggressiva ed esotica - infatti, il ruolo che la fece conoscere fu quello di un’africana - si muoveva in modo elegante, era adatta a parti da femme fatale e peccatrice.
Nel film “Carmela”, tratto da un racconto di Edmondo de Amicis, si mostrò a seno nudo, dando scandalo, e anche il via alla famosa querelle con Clara Calamai, sua eterna rivale, che aveva fatto lo stesso ne “La cena della beffe”. Per tutta la vita, Doris ci tenne a dire che era stata ripresa in piedi, col seno naturalmente svettante e alto.
Proprio sul set di Carmela conobbe il gerarca Alessandro Pavolini, ministro della cultura, sposato con tre figli. Fu amore a prima vista, un amore prima osteggiato e poi approvato da Mussolini stesso. Alla caduta del regime, Pavolini, prima di essere ucciso, riuscì a farla fuggire in Svizzera, dove venne incarcerata e tentò il suicidio tagliandosi le vene. In seguito, sposò un poliziotto e con lui si trasferì in Sudamerica. Al ritorno in Italia, conobbe Mario Ferretti, famoso giornalista, ed emigrò con lui a Santo Domingo, dove aprì un ristorante e dove morì nel 1995.
Si ricordano, in particolare, i suoi ruoli in “Cavalleria rusticana”, tratto da una novella di Verga, “La contessa di Castiglione”, “Resurrezione”, trasposizione del romanzo di Tolstoj. Ha lavorato anche con i registi Alessandro Blasetti e Giuseppe Patroni Griffi.
“Calafuria”, del 1943, è ambientato nella nostra città ed è una delle sue più riuscite interpretazioni.
In vecchiaia, pubblicò un libro di memorie da cui il regista Alfredo Giannetti trasse il film televisivo: “Doris, una diva del regime.”

Mostra altro

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

29 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Holliwood negli anni venti tanto che nel venticinque sono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l'ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L'anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c'è solo un fortino della Guardia di Finanza detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e da Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso.

Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, "Camicia nera".

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq. Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman. Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la nostra Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l'impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l'acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

Mostra altro

Weekend tra amici (2013) di Stefano Simone

30 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D’Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62’.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un’angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d’autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l’attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l’abbonamento in tribuna d’onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un’idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d’autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell’uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

Regia: Mario Monicelli. Presentato da Renzo Rossellini per Gaumont D.A.C.. Fotografia: Sergio D'Offizi (Colore Telecolor). Sceneggiatura: Lorenzo Baraldi. Costumi: Gianna Gissi. Produttore Esecutivo: Marco Tamburella. Direttori di Produzione: Francesco Casati, Marc Maurette, Giuseppe Auriemma. Collaboratrice ai costumi: Bruna Parmesan. Arredamento: Massimo Tavazzi. Aiuto Regista: Amanzio Todini. Musiche: Nicola Piovani (dirette dall'autore). Montaggio. Ruggero Mastroianni. Soggetto: Bernardino Zapponi. Rielaborato da: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli. Sceneggiatura: Benvenuti, De Bernardi, Monicelli, Pinelli, Sordi. Produzione: Italia/Francia. Produttori: Luciano De Feo per Opera Film Produzione srl (Roma) e Gaumont S.A. (Parigi). Interpreti: Alberto Sordi, Carolyne Berg, Riccardo Billi, Flavio Bucci, Camillo Milli, Cochi Ponzoni, Marc Porel, Pietro Tordi, Leopoldo Trieste, Paolo Stoppa, Giorgio Gobbi, Isabelle Linnartz, Tommaso Bianco, Marina Confalone, Alfredo Cohen, Elena Daskowa, Salvatore Iacono, Elena Fiore, Isabella Bernardi, Andrea Bevilacqua, Angela Campanella, Giuseppe Furelli, Ettore Geri, Jacques Herlin, Elisa Mainardi, Bruno Rosa, Sandro Signorini, Compagnia del Teatro di Alibert diretta da Angelo Savelli, REnzo Rinaldi (Bacco), Ivan De Paola (Hermes).

Mario Monicelli si dice lusingato e stupito che questo film interessi così tanto il pubblico americano, perché in fondo racconta le vicissitudini di un personaggio della Roma papalina ai tempi di Pio VII, non è dato sapere quanto reale. Certo, la casata Del Grillo è storica, visto che a Roma esiste ancora il Palazzo del Grillo e c'è la Salita del Grillo (dove viveva il regista). Monicelli cura prima di morire una versione de luxe in dvd, sottotitolata in inglese, riservata al pubblico nordamericano, ricca di extra e di contenuti inediti. Il film vede protagonista uno straordinario Alberto Sordi che rappresenta tutti i vizi e i difetti della nobiltà romana: pigrizia, arroganza, infingardia, codardia, superstizione, bigottismo, corruzione e ricerca del quieto vivere. Onofrio, il marchese Del Grillo, inganna la noia di giornate monotone nella Roma del Papa Re (1800), durante l'avanzata napoleonica, facendo scherzi feroci ai poveri, ai borghesi e ai suoi pari. Lancia frutta ai questuanti insieme a durissime pigne, ripaga con soldi roventi chi pretende i danni, fa allontanare la sorella da Roma perché ha un alito pestilenziale, ironizza sulla madre bigotta, incita la cugina a gettarsi sugli uomini, mura la bottega di un negoziante, non paga un falegname, corrompe i giudici del processo per debiti, prima lo fa condannare e poi lo rimborsa. Il film è un contenitore di scherzi sulla falsariga di un Amici miei (1975) in costume, debitore delle atmosfere ideate da Luigi Magni (Nell'anno del Signore, 1969 e In nome del papa Re, (1977), anticipando di un anno la nuova stagione di Amici miei (Atto II, 1982). Una commedia all'italiana in costume che a tratti vira sul sexy quando il marchese se la spassa con la giovanissima amante romana o quando esibisce in un plastico nudo la sua conquista francese. Ottimo Flavio Bucci nei panni del folle brigante Don Bastiano, prete che si è dato alla macchia e fa il predone, ma muore da eroe incitando il popolo a inginocchiarsi. Frase indimenticabile: "Mi dispiace. Ma io so' io e voi non siete un cazzo!", che rappresenta bene il personaggio del Sordi - Marchese, strafottente e arrogante, ma in fondo buono e generoso. Bravo Paolo Stoppa come Papa Pio VII che fa le corna invece di benedire quando il Marchese esclama: "Morto un Papa se ne fa un altro!". Sordi è straordinario anche nei panni di Gasperino il carbonaio, sosia del Marchese, che utilizza per uno scherzo feroce ai familiari. L'attore romano passa dal ruolo di nobile colto e annoiato a quello di popolano rozzo e ubriacone con grande disinvoltura. Lo scherzo giunge ai massimi termini quando Gasperino sta per essere ghigliottinato al posto del marchese, ma per fortuna il Papa concede la grazia. Bravo Gobbi come servitore, diligente Riccardo Billi come falegname. Il marchese Del Grillo è uno spaccato di vita della Roma del 1800, credibile e realistico, dipinto con i colori della commedia all'italiana da un Monicelli in gran forma, per descrivere con graffiante ironia ascesa e disfatta di Napoleone, ma anche gli ultimi anni del Papa Re. Ottime le musiche di Nicola Piovani. Suggestiva la fotografia di Sergio D'Offizi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro
<< < 10 11 12 > >>