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cinema

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello

2 Luglio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello

Regia: Jonathan Zarantonello. Soggetto: Jonathan Zarantonello (tratto dal suo romanzo Alice dalle 4 alle 5). Sceneggiatura: Paolo Guerrieri, Luigi Sardiello e Jonathan Zarantonello. Casting: Ellary Eddy. Musica: Pivio & Aldo De Scalzi. Montaggio: Clelio Benevento. Scenografia e Costumi: Alessandra Montagna. Fotografia: Luigi Verga. Produttori Esecutivi: Ethan Wiley & Mark Moran. Produttore Associato: Giovanni Di Pasquale. Produttore: Enzo Porcelli. Produzione: Achab Film, Emergency, Exit Pictures in collaborazione con Rai Cinema e Wiseacre Films. Interpreti: Jasmine Jessica Anthony (Dorothy bambina), Barbara Steele (Ann), Joseph H. Johnson Jr. (Chris), Ray Wise (Nick), Ellery Sprayberry (julie), Erica Leerhsen (Claudia), James Karen (Tassidermista), Julia Putnam (Alice), Emma Bering (Monika), Lorin McCraley (Crazy Man), Adrienne King (Rachel), Joe Dante (Taxi Driver), Matthew Glen Johnson (William), Heather Langenkamp (Dorothy), Camille Keaton (Olga), Kirk Diedrich (Large Neighbor), Autumn Wendel (Lauren’s Daughter), P.J. Soles (Lauren), Jennifer Saygan (Farmacista), Paolo Zelati (Taxi Driver), Vito La Morte (Padre di Dorothy), Stephen West, Massi Furlan. Esterni: Los Angeles, Santa Monica, Redondo Beach (USA).

Finalmente un grande film italiano, tra l’altro girato da un regista indipendente, un giovane autore che fino a oggi mi aveva lasciato piuttosto perplesso. La stanza delle farfalle sarebbe piaciuto a Hitchcock, per il crescendo di tensione e la continua suspense da cui è pervaso, ma anche a Lucio Fulci, per il tema legato ai bambini che non devono crescere (Non si sevizia un paperino). Barbara Steele torna da protagonista in una produzione italiana, dopo aver impersonato la donna - strega del gotico anni Sessanta, essere stata musa felliniana, abile interprete di erotici e thriller inquietanti. Il regista punta molto sulla sua personalità di attrice credibile nei panni di una donna terrificante, che prima tenta di uccidere la figlia per non vederla crescere, quindi mostra una i segni psichici di un rapporto malsano con l’infanzia. La storia è sceneggiata benissimo, procede per salti temporali, narrando tre eventi: la follia scatenata dal tentato infanticidio, l’esecuzione di una vittima conservata come una farfalla nella stanza sacrario e un ultimo tentativo di sottomissione compiuto dalla inquieta megera. Tutto torna, alla fine, tra omicidi efferati (ma non esibiti) e un crescendo di tensione sottolineato da una colonna sonora a base di percussioni e musica sintetica. Barbara Steele è perfida quanto basta, subito in primo piano con una maschera grinzosa segnata dal tempo, mentre assiste terrorizzata alle mestruazioni della figlia in una vasca da bagno. Zarantonello cita Argento a più non posso. Lo specchio nel corridoio stile Clara Calamai in Profondo Rosso, le bambole e i giocattoli per bambini, tutto marginale nell’economia della pellicola. La protagonista viene descritta benissimo, la psicologia di un carattere disturbato è sviscerata nei minimi particolari: la mania per le farfalle, l’amore - odio per i bambini, un malinteso senso morale che la porta a punire ciò che ritiene ingiusto. Barbara Steele spaventa davvero quando impugna mazza e spillone, incute timore e repulsione quando la vediamo uccidere a sangue freddo e insidiare bambini inermi. Il regista raggiunge lo scopo, usa con perizia la tecnica del flashback a ritroso, un montaggio al contrario che scorre rapidamente, già visto in lavori precedenti, ma qui perfezionato. Un film claustrofobico, girato quasi tutto in interni, più thriller angosciante e pellicola drammatica che horror, ma è inutile classificare, visto che ci troviamo di fronte a un lavoro riuscito. Si resta incollati allo schermo sino alla parola fine e - anche se a volte la sceneggiatura è prevedibile - tutto è realizzato con la massima cura e il rispetto per lo spettatore. Barbara Steele è una strega moderna, un orco al femminile, una serial killer psicopatica, una Barbablù in gonnella che nella stanza proibita nasconde un orrendo segreto. Il finale è angosciante, anche se il regista - per fortuna! - evita facili effettacci da torture porn stile horror nordamericano che hanno stancato tutti. Il crescendo di follia della protagonista è descritto con tante immagini e poche parole, catapultando lo spettatore in un delirio senza fine. La fotografia nitida, il montaggio serrato, l’uso appropriato della soggettiva e la recitazione ottima (persino i bambini!) fanno de La stanza delle farfalle un prodotto interessante, uno dei migliori film italiani visti negli ultimi anni. Purtroppo esce a fine stagione, in pochissime copie e non saranno in molti a vederlo.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello
The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello
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Luigi Pirandello ed il Cinema Muto

29 Giugno 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #saggi, #lorenzo campanella, #cinema

Versione originale, completa della Tesina Saggio per il XXXXVIII Convegno Internazionale, avente come tema: "Quel che il Cinema deve a Pirandello"

 

 

Pirandello fra lo Spettacolo Teatrale e il Cinema Americano.

Digressioni, Considerazioni, Appunti, Teorie Pratiche

ARTI E FORZE D'ESPRESSIONE

 

“Da sempre l'uomo cerca di riprodurre la realtà che lo circonda” dall’Albero della Vita di Gustav Klimt (realizzato tra il 1905 e il 1909) al Paesaggio Estivo di Kandinskij (realizzato nel 1909), come se fosse radicata nell'Uomo la voglia di esprimersi fin dalle epoche più ancestrali, come possono largamente dimostrare i graffiti degli uomini delle caverne.

In questa breve tesi cercherò di riprendere le affermazioni pubbliche del grande Pirandello, autore degno di esser chiamato filosofo e grande pensatore, polimorfo, che garantisce ancor' oggi stimoli alla società che si crede civile o civilizzata.

La Cinematografia per lui era muta espressione d'immagini e linguaggio d' apparenze e diventava irreparabilmente una copia fotografata e meccanica del Teatro, come un po' stava diventando tutto in quei decenni di forti cambiamenti politici e sociali.

Può darsi che l'uomo nato dal Kaos stesse cercando nuovi orizzonti espressivi come forse stava facendo il cretino con dei Lampi d’imbecillità (così l'Ideatore del Futurismo, Marinetti, chiamava D'Annunzio).

Negli anni che precedono il Primo Conflitto Mondiale, l'Industria Cinematografica Italiana si orienta verso la trasposizione filmica di romanzi storici, conquistando un successo passeggero a livello internazionale anche se non sempre con risultati felici sotto il profilo prettamente artistico.

Spicca nel panorama Italiano dell'epoca il film “Cabiria” del regista nato a Montechiaro d'Asti , Pastrone, pubblicato nel 1914, preceduto in linea cronologica dal grande film “Quo Vadis ?” diretto da Enrico Guazzoni e fatto uscire nelle sale nel 1912.

Per lo scrittore di Girgenti il male principale era aggiungere vocalità alle immagini, anche quando il progresso tecnico fosse riuscito ad eliminare o in qualche modo arginare una voce sguaiata o comunque non umana, non originale.

In fondo Pirandello voleva forse diventare il portatore di una forma d'espressione umana, umanizzante e iniziatrice, con la grande voglia di fare teatro, un teatro adatto a tutti e profondo come purtroppo lo sono poche personalità, come fossero gli aghi nel pagliaio per trovarle.

Forse il sottotitolo avrebbe potuto dare più significato ed importanza scenica ed artistica a delle immagini, come accadeva in film illustri e degni di grande apprezzamento su vasta scala come: “Metropolis” diretto dall'Austriaco Fritz Lang e pubblicato nel 1927, oppure “Tempi Moderni” e “Il Grande Dittatore” diretti prodotti e interpretati dal maestro d'Espressione e d'ingegnosità colorata (nonostante il bianco e nero dell'Epoca) Charlie Chaplin , pubblicati, il primo nel '36 e il secondo nel '40.

All' inizio del '900 il continente Europeo si trovava nella “Belle Époque” cioè un periodo di apparente benessere(basti vedere l’Esposizione Universale di Parigi del 1900) che era destinato a cessare (come sempre accade) allo scoppio di una guerra mietitrice di vittime allo sbaraglio e infantile, come è stato il primo conflitto mondiale.

Thomas Edison nel 1889 realizzò una macchina da visione e una cinepresa, quest'ultima destinata a lavorare su una serie di fotografie.

Ai fratelli Lumière va riconosciuto il grande merito di aver dato l'impulso iniziale.

Nel 1900 il cinematografo si diffuse in terra Europea e poi nel resto del Mondo.

Già dai primi grandi successi del cinema Muto, fu chiaro che la produzione di film poteva essere un affare per pochi, tale da giustificare lo sperpero di forti somme per operette mediocri e scialbe come gli Ideatori.

Il processo si alimentò da solo e cercò di inglobare più letterati e filosofi possibili (ne è un esempio Gabriele D'Annunzio) che potevano essere ricompensati agevolmente ed in questo contesto storico si trova la critica di Pirandello ai produttori e non al cinema.

Vorremmo porre una linea ragionevole ai pensieri di un autore complesso nei suoi disagi di vita vissuta o forse vorremmo dare pieghe carine?

L'Interesse critico e creativamente artistico di Pirandello verso il nuovo “sole” che possa incarnare l'arte, non procede su posizioni definitive, delineando in modo positivo un' Evoluzione di pensiero.

Si dichiara più volte ostile al nuovo mezzo tecnologico ma in realtà intrattiene con esso uno “Show Artistico” continuativo e persistente e diviene un teorico del Cinema, l'astro nascente, parlando delle possibilità espressive che gli riconoscerà nel '32,dicendo: “Credo che il cinema, più completamente di qualsiasi altro mezzo di espressione artistica, possa darci la visione del pensiero: il Sogno, il Ricordo, la Allucinazione, la Follia, lo Sdoppiamento della personalità”.

Belle parole, che però vanno ad urtare con un'altra sua dichiarazione, questa volta sul Corriere della Sera e ben tre anni prima, nel '29: "Con la parola impressa meccanicamente nel film, la cinematografia, che è muta espressione di immagini e linguaggio di apparenze, viene a distruggere irreparabilmente se stessa per diventare appunto una copia fotografata e meccanica del teatro".

Sullo stesso articolo del Corriere della Sera, intitolato "Se il Film Parlante Abolirà il Teatro" parlerà dell'importante funzione che ha la voce, perché essa è soltanto del corpo vivo che la emette e non di immagini vuote senza Vitalità.

Pirandello in questo articolo (reperibile sul Web) difende con ogni arma il suo amore per il Teatro che lo porta istintivamente a difendere il teatro stesso e tutte le sue dinamiche.

Rivendica il dono del silenzio: "Quel silenzio è stato rotto. Non si rifà più. Bisognerà dare adesso a ogni costo una voce alla cinematografia.

È un vano persistere e un cieco affondarsi nel suo errore iniziale il cercar questa voce nella Letteratura."

Penso che Pirandello volesse riempirsi l'anima di quella azzurrità artistica offertagli dalla sua passione per il campo teatrale, che gli consente di ubriacarsi già a metà della spettacolo all'età di venti anni.

Una società che cambia non può produrre in modo automatico ed autonomo domani la stessa arte di ieri. Deve cambiare modo di fare Arte perché è cambiato il modo con il quale la società percepisce l'espressione artistica. Quando non è proprio questa a cambiare la società. Una società senza passato non ha le fondamenta per una cultura solida e stabile, ed è questo il pensiero Pirandelliano (o simil-Pirandelliano) che ci interessa veramente ed in modo compiuto, nulla più nulla meno.

Forse: "In Europa la vita seguitano a farla i morti, schiacciando quella dei vivi col peso della storia, delle tradizioni e dei costumi." come colonne di marmo che soppiantano civiltà unicellulari.

Pirandello definisce l'abolizione del teatro un 'eresia ed ha ragione, non soltanto per me, ma anche per i tanti cervelli stimolati a cui piace uno spettacolo teatrale ed hanno intenzione di pagare un biglietto per ricevere altri ori.

Nessun Cinema soppiantò il Teatro. Nessun Cinema soppianterà il Teatro.

"Le forme, finché restano vive, cioè finché dura in esse il movimento vitale, sono una conquista dello spirito. Abbatterle, vive, per il gusto di sostituir loro altre forme nuove, è un delitto, è sopprimere un’espressione dello spirito. Certe forme originarie e quasi naturali, con cui lo spirito si esprime, non sono sopprimibili". Così dice Pirandello ed io continuerei scrivendo intere pagine, interi cartelloni e dandogli indubbiamente ragione.

Il teatro non sarà soppiantato da altre forme, ma forse verrà modificato da esse o dovrà adattarsi alla loro presenza nella vita di ogni giorno e può darsi che confrontandosi con ciò che è fuori di se ci possa essere un' evoluzione.

Lo scrittore siciliano fa tanti viaggi ed entra a contatto con l'ambiente Statunitense, del quale coglie la frustrante verità di non possedere un Passato e quindi una Storia. Tutto, lì, sembra più veloce e lanciato verso il futuro, come se avessero la fretta di farsi un passato e non di costruirselo.

Pirandello critica le parole di Americani interessati al mercato florido della cinematografia, prevedono la sostituzione del teatro col cinema, cosa assolutamente assurda ; e mentre la vita teatrale seduta alla finestra guarda la sera invadere il viale, Luigi Pirandello propone una soluzione a dir poco fantasiosa e commestibile, ovvero la Cinemelografia, linguaggio visibile della Musica, qualunque Musica. Una Cinematografia immersa nella musica che parla a tutti senza parole. In Merito a questo ci sono due esempi, provenienti da film diretti da un mago del Cinema come Stanley Kubrick: "2001 Odissea nello Spazio" del '68 e "Shining" del 1980.

 

Penso che l'Autore possegga l'importantissima funzione di "Creatore di un nuovo Mondo" e lascia la facoltà di come, perché e quando esplorarlo al lettore che è capace di comprendere i messaggi di chi ha "fabbricato" su un terreno inizialmente disagevole e imperituro.

Tempo fa, ho pubblicato sulla mia pagina di Facebook, l'idea di relazione che do a due elementi che potrebbero apparire differenti, ovvero Musica e Geometria. Una bella frase che però non inquadra veramente il mio campo di investigazione e studio assiduo, mi viene in soccorso dal film "La Musica nel Cuore" che dice: “La Musica è intorno a Noi, non bisogna fare altro che ascoltare."

Questo però non spiega l'importanza che do all'arte, al mio concetto di arte e all'interrelazione che c'è tra Musica, Spettacolo, Cultura, Arte, Vitalità di Pensiero.

L'Arte è come il famoso dipinto di Monet "Impressione. Levar del Sole" del 1872 o come "Il Giorno" del 1900 di Ferdinand Hodler.

Certo, ci sarebbe anche "L'Origine del Mondo" di Gustave Courbet , ma forse è meglio non discuterne, restando in una tiepida ipocrisia, percorsa da un latte pieno di errori e di bugiardi.

Bisogna coltivare il terreno arso dell'Arte, facendolo diventare simbolo e parte integrante dell'educazione socialmente umana, che vieta un'omologazione alla stile "gregge di pecore".

Il nuovo Seme può giungere dalla passione ardente di uomini che sono dinnanzi agli altri anni luce, che possono esplorare la località blu cobalto dell'Immaginazione e della fantasia immensa come lo spirito umano.

Personalmente ho formulato una teoria o comunque un pensiero valido su Cinema e Spettacolo in generale.

Il Cinema è un fenomeno contemporaneo, diffusosi secondo molti , nel '900, uno dei primi cineasti della storia, Akira Kurosawa , disse che il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.

Credo che questa definizione colga il senso della grande mole di film che è stata prodotta, della dinamicità di questo grande mercato e delle idee che circolano in esso, realizzabili tramite tecniche, tecnologie e dinamiche sempre nuove o sperimentali.

Un'Altra chiave d'interpretazione legata al successo di questo movimento detto Cinema è la facilità con la quale è possibile interfacciarsi con lo show, perché la gente a volte è come un gregge ed ha l'esigenza inconscia di essere trasportata su nuovi Universi poco esplorati fino a quel momento, come se fosse all'interno di un disco volante in viaggio verso una nuova Via Lattea, dominata da lupi, vampiri e ciclopi , palme arancioni e mari incontaminati.

Nel concetto di Cinema Contemporaneo è compreso anche il Cinema Spazzatura (TRASH SYSTEM) , sistema squallido, fatto e sostenuto da cervelli non pensanti, funzionari di basso spessore emozionale e un pubblico che fa parte di un pianeta desertico e senza coscienza.

C'è differenza ormai nel parlare di Cinema e Mercato del Cinema legato soprattutto alla Produzione, un fattore che non è correlabile all'Arte che infatti ha un estremo bisogno di Qualità e non di Quantità.

Gli elementi ricollegabili al Trash System sono:

  • L'Abbassamento della Soglia Culturale del Pubblico
  • Il Momento Drammatico dell'Economia Statunitense e poi di quella Globale
  • Dal secondo elemento nasce la necessità di Rifiutare a prescindere qualsiasi forma di Melanconia, Malinconia o Pensiero (interpretato come logorio mentale per certi figuri)
  • L'Omologazione che non crea Soggettività, quest'ultimo un elemento che certamente favorisce la Produzione di Pensiero
  • L'Incognita World Wide Web (il WWW) che rende parte del Mondo Industrializzato, una rete a Contenuti Liberi (ancora per pochi anni azzarderei)
  • Il Quasi Totale Abbandono delle Biblioteche e delle Librerie da parte delle nuove Generazioni, che optano per mezzi più tecnologici
  • Gli Interessi da parte dei Vertici di questo Sistema, di ricalcare la voglia lagunare del pubblico pagante
  • La Volontà di accettare qualsiasi piatto mediocre nel buio della Sala
  • L'Opinione Collettiva gestita direttamente dai Mezzi di Comunicazione di massa e chi non è gestito è Miracolato

Quando parlo di Idea, intendo qualcosa che ha natura diveniente ed ha in sé forza Realizzatrice, in grado di costruire nuovi Spazi.

Nessuno potrebbe permettersi di imporre un biglietto per guardare il mare o per annusare i fiori che sono nel Giardino del Mondo.

L'Arte ha bisogno di un'autonomia poetica, di un linguaggio universale di rischiaramento interiore e afferrabile dalla gente comune. Perché in proposito non creare Accademie d'Arte, intesa però a tutto tondo, capaci di riformulare il sentimento sociale in merito al settore artistico, che non deve essere trattato come ambito a parte dal Mondo, ma come il ramo dell'albero che è nella coscienza, che fornisce e produce ossigeno per un mondo irrespirabile e fortemente basso.

Qualche strano personaggio vorrebbe bruciare quell'arcipelago d'Arte che è presente nel Mondo Odierno e vorrebbe tagliare la carta dell'aurea poesia, per chissà quale assurdo motivo. Mi viene in mente la frase di Heine, uno scrittore ottocentesco: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.”

L'Arte è libero pensiero come un gabbiano che vola alto nel Cielo; è libera Espressione come una foglia che ondeggia quando arriva il vento.

Nell'Arte nessuno è riserva di Nessuno, come può accadere in certe attività sportive e può significare anche sentire il dolore dell'Artista, le sue Aspirazioni, le sue Motivazioni, l'aridità che percepisce attorno a sé, i suoi desideri, i suoi mondi Ideali, i suoi Castelli di certezze e i roboanti dubbi.

L'Arte come forma e Forza d'Espressione ti trasporta su nuove costellazioni, fatte da emozioni, paure, sofferenze, mezze felicità e gioie passeggere. Su queste costellazioni il vero benessere lo trova l'appagamento, l'Amore per tutti, l'estraniamento dai Babbi Natale dell'Uomo e dai fumi incestuosi.

Secondo me l'Arte può garantirti una cura suprema al Mondo, diventato piccola scatola di plastica dove operare come schiavi e l'attività nuova rappresenta una goccia nell'Oceano più immenso. L'Arte non concepisce Muri di Berlino o barriere insormontabili, ma una Bellezza assaporabile da ogni coscienza, da ogni agglomerato umano, umanoide oppure antropomorficamente umano (…); una passione rinnovabile riposta nei meandri di ognuno di Noi, che non ostenta a farsi sentire, come il violino suonato dalle biancastre mani di una bionda donna seduta in mezzo ad una stanza vuota ed insonorizzata, bisogna abbattere quel muro e non avere paura della fame, della miseria, ma partecipare alla vita della nuova costellazione, popolata da muse incantatrici e cuori infranti che abitano giganteschi Canyon di umanità e muta roccia, in cui il Fuoco della passione è divenuto un incendio che sopravvive all'Acqua Santa dell'amore, della quale pochi conoscono la vera sorgente.

Facciamo sì che le cose ci portino altrove, per sentirsi avvolti dal profumo dei limoni.

Il Caos di questo Mondo sconvolge l'Arte, come una conchiglia schiacciata dallo stivale di un pescatore all'alba, ad apre una smisurata voragine, nella quale le vocali e tutte le altre lettere non sopravvivono alla nebbia tenebrosa che vi dimora.

La Definizione di teatro che risulta da un noto dizionario è “Edificio destinato ai pubblici spettacoli” cosa molto distaccata dalla vera importanza che per me ricopre nelle Arti.

Lo Spettacolo Teatrale è per me qualcosa di irripetibile e grandioso come il coniglio che esce dal cilindro di un abile mago. Se una scena è stata fatta, è impossibile ritrovare per una seconda volta, gli stessi gesti degli attori e le battute, il modo in cui parleranno i personaggi messi in scena, cambierà, come cambieranno le nostre emozioni, le considerazioni finali, il modo con il quale osserveremo certe azioni. Io ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Prof. Di Lettere, per andare a vedere al Teatro Greco di Siracusa, “Andromaca” una bellissima tragedia del prolifico Euripide e ne sono rimasto incantato, non solo dell'Opera, ma anche dell'ambiente del quale ero circondato, della gente che fissava il palcoscenico (ormai rimodernato), del sole che stava tramontando, delle reazioni del pubblico allo Spettacolo teatrale, del pathos impresso nella Scena.

Il Teatro non è vuota teatralità e neanche una teca in cui riporre tutto ciò che si vuole, anche la sporcizia triste di questo mondo e i sistemi parassitari, ma è una valigia con la quale è possibile viaggiare senza carta d'identità o passaporto, è ambiente sublime e carico di pathos ed interiorità di valore. Si può piangere, si può sorridere, si può pensare, si può vivere e ci si può alzare ed abbandonare lo Spettacolo, per raggiungerne un altro, molto più esteso.

“Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro” sempre se la nostra esistenza ha significato nel suo instancabile esistere, ma per adesso chiedo agli asini di volare!

Questo è il fronte-copertina per il mio contenuto nel convegno letterario. Mi piaceva l'idea delle "Forze d'espressione" e non le solite Forme d'espressione.

Questo è il fronte-copertina per il mio contenuto nel convegno letterario. Mi piaceva l'idea delle "Forze d'espressione" e non le solite Forme d'espressione.

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Doris Duranti

31 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #cinema, #personaggi da conoscere

Doris Duranti

Doris Duranti (1917- 1995) al secolo Dora Durante, fu una delle prime dive del cinema italiano, attrice del filone dei “telefoni bianchi”, stagione cinematografica che va dal 1936 al 43, cosiddetto dalla presenza sul set di sofisticati telefoni bianchi, segno di benessere economico, a differenza dei più comuni telefoni neri. Ricorrenti in questi film erano gli accenni al divorzio, allora proibito, e all’adulterio, punibile col carcere. Fu anche denominato cinema déco per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamavano quello stile - insieme moderno, decorativo e kitsch - fatto di lacche, di legni intarsiati, di pelle di squalo o di zebra, di linee a zig zag, a V, a raggi. Nel cinema dei telefoni bianchi si rifletteva un’Italia entusiasta, rappresentata dallo stile architettonico razionalista, una società che voleva apparire benestante e urbanizzata, laddove, invece, era ancora rurale e affamata. L’ambientazione borghese richiamava le commedie statunitensi di Frank Capra.
Doris era bella di una bellezza aggressiva ed esotica - infatti, il ruolo che la fece conoscere fu quello di un’africana - si muoveva in modo elegante, era adatta a parti da femme fatale e peccatrice.
Nel film “Carmela”, tratto da un racconto di Edmondo de Amicis, si mostrò a seno nudo, dando scandalo, e anche il via alla famosa querelle con Clara Calamai, sua eterna rivale, che aveva fatto lo stesso ne “La cena della beffe”. Per tutta la vita, Doris ci tenne a dire che era stata ripresa in piedi, col seno naturalmente svettante e alto.
Proprio sul set di Carmela conobbe il gerarca Alessandro Pavolini, ministro della cultura, sposato con tre figli. Fu amore a prima vista, un amore prima osteggiato e poi approvato da Mussolini stesso. Alla caduta del regime, Pavolini, prima di essere ucciso, riuscì a farla fuggire in Svizzera, dove venne incarcerata e tentò il suicidio tagliandosi le vene. In seguito, sposò un poliziotto e con lui si trasferì in Sudamerica. Al ritorno in Italia, conobbe Mario Ferretti, famoso giornalista, ed emigrò con lui a Santo Domingo, dove aprì un ristorante e dove morì nel 1995.
Si ricordano, in particolare, i suoi ruoli in “Cavalleria rusticana”, tratto da una novella di Verga, “La contessa di Castiglione”, “Resurrezione”, trasposizione del romanzo di Tolstoj. Ha lavorato anche con i registi Alessandro Blasetti e Giuseppe Patroni Griffi.
“Calafuria”, del 1943, è ambientato nella nostra città ed è una delle sue più riuscite interpretazioni.
In vecchiaia, pubblicò un libro di memorie da cui il regista Alfredo Giannetti trasse il film televisivo: “Doris, una diva del regime.”

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Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

29 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #luoghi da conoscere

Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Holliwood negli anni venti tanto che nel venticinque sono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l'ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L'anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c'è solo un fortino della Guardia di Finanza detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e da Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso.

Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, "Camicia nera".

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq. Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman. Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la nostra Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l'impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l'acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

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Weekend tra amici (2013) di Stefano Simone

30 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D’Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62’.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un’angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d’autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l’attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l’abbonamento in tribuna d’onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un’idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d’autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell’uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

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Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

Regia: Mario Monicelli. Presentato da Renzo Rossellini per Gaumont D.A.C.. Fotografia: Sergio D'Offizi (Colore Telecolor). Sceneggiatura: Lorenzo Baraldi. Costumi: Gianna Gissi. Produttore Esecutivo: Marco Tamburella. Direttori di Produzione: Francesco Casati, Marc Maurette, Giuseppe Auriemma. Collaboratrice ai costumi: Bruna Parmesan. Arredamento: Massimo Tavazzi. Aiuto Regista: Amanzio Todini. Musiche: Nicola Piovani (dirette dall'autore). Montaggio. Ruggero Mastroianni. Soggetto: Bernardino Zapponi. Rielaborato da: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli. Sceneggiatura: Benvenuti, De Bernardi, Monicelli, Pinelli, Sordi. Produzione: Italia/Francia. Produttori: Luciano De Feo per Opera Film Produzione srl (Roma) e Gaumont S.A. (Parigi). Interpreti: Alberto Sordi, Carolyne Berg, Riccardo Billi, Flavio Bucci, Camillo Milli, Cochi Ponzoni, Marc Porel, Pietro Tordi, Leopoldo Trieste, Paolo Stoppa, Giorgio Gobbi, Isabelle Linnartz, Tommaso Bianco, Marina Confalone, Alfredo Cohen, Elena Daskowa, Salvatore Iacono, Elena Fiore, Isabella Bernardi, Andrea Bevilacqua, Angela Campanella, Giuseppe Furelli, Ettore Geri, Jacques Herlin, Elisa Mainardi, Bruno Rosa, Sandro Signorini, Compagnia del Teatro di Alibert diretta da Angelo Savelli, REnzo Rinaldi (Bacco), Ivan De Paola (Hermes).

Mario Monicelli si dice lusingato e stupito che questo film interessi così tanto il pubblico americano, perché in fondo racconta le vicissitudini di un personaggio della Roma papalina ai tempi di Pio VII, non è dato sapere quanto reale. Certo, la casata Del Grillo è storica, visto che a Roma esiste ancora il Palazzo del Grillo e c'è la Salita del Grillo (dove viveva il regista). Monicelli cura prima di morire una versione de luxe in dvd, sottotitolata in inglese, riservata al pubblico nordamericano, ricca di extra e di contenuti inediti. Il film vede protagonista uno straordinario Alberto Sordi che rappresenta tutti i vizi e i difetti della nobiltà romana: pigrizia, arroganza, infingardia, codardia, superstizione, bigottismo, corruzione e ricerca del quieto vivere. Onofrio, il marchese Del Grillo, inganna la noia di giornate monotone nella Roma del Papa Re (1800), durante l'avanzata napoleonica, facendo scherzi feroci ai poveri, ai borghesi e ai suoi pari. Lancia frutta ai questuanti insieme a durissime pigne, ripaga con soldi roventi chi pretende i danni, fa allontanare la sorella da Roma perché ha un alito pestilenziale, ironizza sulla madre bigotta, incita la cugina a gettarsi sugli uomini, mura la bottega di un negoziante, non paga un falegname, corrompe i giudici del processo per debiti, prima lo fa condannare e poi lo rimborsa. Il film è un contenitore di scherzi sulla falsariga di un Amici miei (1975) in costume, debitore delle atmosfere ideate da Luigi Magni (Nell'anno del Signore, 1969 e In nome del papa Re, (1977), anticipando di un anno la nuova stagione di Amici miei (Atto II, 1982). Una commedia all'italiana in costume che a tratti vira sul sexy quando il marchese se la spassa con la giovanissima amante romana o quando esibisce in un plastico nudo la sua conquista francese. Ottimo Flavio Bucci nei panni del folle brigante Don Bastiano, prete che si è dato alla macchia e fa il predone, ma muore da eroe incitando il popolo a inginocchiarsi. Frase indimenticabile: "Mi dispiace. Ma io so' io e voi non siete un cazzo!", che rappresenta bene il personaggio del Sordi - Marchese, strafottente e arrogante, ma in fondo buono e generoso. Bravo Paolo Stoppa come Papa Pio VII che fa le corna invece di benedire quando il Marchese esclama: "Morto un Papa se ne fa un altro!". Sordi è straordinario anche nei panni di Gasperino il carbonaio, sosia del Marchese, che utilizza per uno scherzo feroce ai familiari. L'attore romano passa dal ruolo di nobile colto e annoiato a quello di popolano rozzo e ubriacone con grande disinvoltura. Lo scherzo giunge ai massimi termini quando Gasperino sta per essere ghigliottinato al posto del marchese, ma per fortuna il Papa concede la grazia. Bravo Gobbi come servitore, diligente Riccardo Billi come falegname. Il marchese Del Grillo è uno spaccato di vita della Roma del 1800, credibile e realistico, dipinto con i colori della commedia all'italiana da un Monicelli in gran forma, per descrivere con graffiante ironia ascesa e disfatta di Napoleone, ma anche gli ultimi anni del Papa Re. Ottime le musiche di Nicola Piovani. Suggestiva la fotografia di Sergio D'Offizi.

Gordiano Lupi

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Luci d’inverno (1962) di Ingmar Bergman

11 Febbraio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Titolo Originale: Nattvardsgästerna (I comunicandi). Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio. Ulla Ryghe. Scenografia. P.A. Lundgren. Costumi: Mago (Max Goldstein). Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren. Suono: Stig Flodin, Evald Andersson. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: INDIEF. Riprese: 4 ottobre 1961 - 14 gennaio 1962. Durata: 80’. Origine: Svezia, 1962.

Interpreti: Gunnar Björnstrand (pastore Tomas Ericsson), Ingrid Thulin (Märta Lundberg, insegnante), Gunner Lindblom (Karin Persson), Max von Sydow (Jonas Persson, pescatore), Allan Edwall (Algot Frövik), Kolbjörn Knudsen (Knut Aronsson), Olof Thunberg (Fredrik Blom, organista), Elsa Ebessen-Thornblad (Magdalena Ledfors, vedova), Tor Borong (Johan Ǻkerblom), Bertha Sånnell (Hanna Appelblad), Helena Palmgren (Doris, sua figlia), Eddie Axberg (Johan Strand, il ragazzo nella classe), Lars-Owe Carlberg, Ingmari Hjort (figlia dei Persson), Stefan Larsson (uno dei figli dei Persson), Johan Olafs, Lars-Olof Andersson, Christer Öhman, Karl-Arne Bergman, Sirkka Jehkinen (controfigura di Gunnel Lindblom).

Luci d’inverno non è il secondo atto della trilogia sul “silenzio di Dio”, che Bergman avrebbe impostato partendo da Come in uno specchio (1961) per chiudere con Il silenzio (1963). Negli anni Ottanta il regista ha sconfessato questa ricostruzione critica, che in un primo tempo aveva avvalorato per motivi di promozione. “Ho creato io stesso questo malinteso. Non c’è alcuna trilogia. Tutto è stato detto a uso e consumo dei media”, si legge nel testo Conversation avec Bergman, edito in Italia da Lindau, scritto da Olivier Assayas e Stig Bjorkman.

Luci d’inverno anticipa i film da camera di fine anni Sessanta, è un lavoro di rottura rispetto a Come in uno specchio, non è tanto una critica serrata alla religione quanto un lavoro introspettivo sulla crisi d’un pastore, un uomo di mezza età vedovo della moglie, che ha perso ogni scopo nella vita. Nel cinema di Bergman torna la figura del padre, non più visto come mostro (Fanny e Alexander), ma come uomo tormentato dal dubbio e incerto sulla fede, una figura filtrata dalla sua esperienza personale, quasi giustificata da un figlio che cerca di capirne a fondo la psicologia. Luci d’inverno è un film fortemente voluto da Bergman che sentiva il bisogno di raccontare la storia d’un religioso senza più fede e vocazione, inerme nei confronti della vita, incapace di aiutare il prossimo. Gunnar Björnstrand è bravissimo nel dare vita a un personaggio complesso, tormentato dai dubbi, ma altrettanto fantastica è Ingrid Thulin, nel ruolo di un’insegnante innamorata di un uomo che la rifiuta, capace soltanto di farle del male. Max von Sydov è il pescatore suicida, tormentato e distrutto dalla depressione, che il pastore non riesce a salvare, perché ormai la sua fede è inesistente e non gli permette di aiutare nessuno. Una sequenza innovativa da un punto di vista cinematografico mostra Ingrid Thulin in primo piano, rivolta alla macchina da presa, mentre recita una lunga e disperata lettera d’amore per il suo uomo. Cinema teatrale allo stato puro, basato sulla splendida recitazione dei protagonisti, ma inserito in un lucido paesaggio invernale, fotografato con perizia da Sven Nykvist, al quarto film con Bergman. Per la fotografia d’interni, nella chiesa, Bergman chiese (e ottenne) “soltanto il graduale, quasi impercettibile mutamento, quasi senza ombre”. Dissolvenze d’inverno, alternarsi di volti in primo piano, espressioni sofferenti e intensi flashback sono la cifra stilistica d’una pellicola memorabile. Un bianco e nero livido e spettrale è la cornice ideale per ambientare un’azione composta di stati d’animo. Molto importante tutta la parte introduttiva con il regista che riprende quasi in tempo reale la funzione religiosa del pastore per mettere in evidenza la sua crisi di fede.

Il silenzio di Dio è il vero protagonista di un dramma interiore - molto shakespeariano - che si ripercuote anche all’esterno, nel rapporto con una comunità di fedeli allo sbando, lasciati in preda di pulsioni primordiali. Paesaggio candido e crisi interiore sono due facce della stessa medaglia, perché il primo è la cornice dove si inserisce la problematica psicologica, momento centrale della vicenda. Luci d’inverno è pellicola di sentimenti e al tempo stesso film introspettivo, come solo Bergman sa fare. “Dio mio perché mi hai abbandonato!”, esclama il pastore, che vive in pieno il suo dramma interiore, consapevole di non poter essere di conforto per gli altri, perché dopo la morte della moglie ha perso tutte le certezze che davano un senso alla sua vita. Il Dio del pastore non è più misericordioso, diventa un ragno, un mostro che fagocita sentimenti e persone, che assorbe la vita e uccide, senza speranza di redenzione. Bergman analizza a fondo il contrasto uomo - donna, inserendo come contraltare del pastore Tomas una maestra innamorata e remissiva come Märta, costruendo un teatro dei sentimenti che non trova eguali nel cinema contemporaneo. Tomas e Märta sono due caratteri opposti e impenetrabili, il primo non si lascia conquistare dall’amore che la seconda offre senza interesse, anzi, risponde con odio e disprezzo. Il finale della storia cala improvviso, ma non certo a sorpresa, come in ogni pellicola bergmaniana, logica conseguenza d’una vita che deve andare avanti. Il pastore resta solo con il suo inferno da vivere, in una chiesa poco frequentata, in compagnia d’una donna che rifiuta. Il sipario si chiude con una sconfitta totale, ma anche con la volontà di vivere la fede nonostante il vuoto e i dubbi che lo circondano.

Ingmar Bergman scelse come ambientazione la Chiesa di Skattunge (Orsa), situata nella regione di Uppland, a nord di Stoccolma, e in tale frangente fu decisivo il consiglio del padre, sulla cui psicologia è ricalcato il personaggio principale. Il regista cita se stesso inserendo nella scenografia il crocefisso che aveva utilizzato ne Il settimo sigillo, così come gran parte degli elementi iconografici servono a esprimere riferimenti religiosi. “Se riuscissimo a credere. Se riuscissimo a essere sicuri e a possedere una verità...”, sono le ultime parole di Märta. In fondo, la filosofia dell’opera è data da questa frase senza speranza. La passione di Cristo è la passione del pastore che ha perduto la fede, ormai abbandonato dal suo Dio.

Morando Morandini cade nella trappola critica tesa da Bergman della trilogia, dicendo che è il migliore dei tre, assegna quattro stelle, aggiunge che per il pubblico il successo è minore (due stelle), conclude che sotto la semplicità apparente c’è una complessità che non è facile da cogliere. Ingmar Bergman affermava: “Dà soddisfazione rivederlo dopo un quarto di secolo. Constato che nulla si è corrotto o si è rotto”. Tre stelle per Paolo Mereghetti, che cade anche lui nell’errore provocato da Bergman di considerare il film come facente parte d’una trilogia sul silenzio di Dio. Di vero c’è che è un film sulla difficoltà di comunicare tra gli uomini e il titolo originale - I comunicandi - starebbe a significarlo. “Un film fondato su un paradosso bergmaniano: cerca la fede chi dovrebbe averla già trovata e si accorge, in fondo, di non averla mai avuta. Un altro paradosso è stilistico: un film sull’incomunicabilità costruito su dialoghi continui”, scrive Mereghetti. Un film che conquistò i cineforum degli anni Settanta, anche per il finale aperto, che lasciava spazio a mille interpretazioni, persino a quella - a nostro avviso paradossale - che il pastore avesse ritrovato la fede. Ispirato alla visione del Diario di un curato di campagna di Bresson, resta una delle opere più profonde e spoglie di Bergman, grazie anche a una livida fotografia in bianco e nero ridotta all’essenziale (nuvole, neve e nebbia).

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Django Unchained (2012)

30 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Django Unchained (2012)

Regia: Quentin Tarantino. Soggetto e Sceneggiatura: Quentin Tarantino. Fotografia: Robert Richardson. Musiche: Mary Ramos. Scenografia: J. Michael Riva. Costumi: Sharen Davis. Trucco: Eba Thorisdottir. Produzione: Reginald Hudlin, Pilar Savone, Stacey Sher, William Paul Clark. Produttori Esecutivi: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Shannon McIntosh, Michael Shamberg, James W. Skotchdopole. Case di Produzione: Columbia Pictures, The Weinstein Company, Super Cool Man Shoe Too, Double Feature Films, Super Cool ManChu Too. Distribuzione: Sony Pictures Italia. Interpreti: Jamie Foxx (Django), Cristoph Waltz (Dr. Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Kerry Washington (Broomhilda), Laura Cayouette (Lara Lee), James Remar (Ace Speck), Don Johnson (Big Daddy), Zoë Bell (Tracker Peg), Walton Goggins (Billy Crash), Jonah Hill (Bag Head), Bruce Dern (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), James Russo (Dicky Speck), Tom Savini (Tracker Chaney), Don Stroud (sceriffo Bill Sharp), M.C. Gainey (Big John Brittle), Cooper Huckabee (Lil Ray Brittle), Dennis Cristopher (Leonide Moguy), Quentin Tarantino (Frank), Tom Wopat (maresciallo Gill Tatum), Rex Linn (Tennessee Harry), Amber Tamblyn (cammeo), Nicole Galicia (Sheba). Doppiatori italiani: Pino Insegno (Django), Stefano Benassi (Dr. Schultz), Francesco Pezzulli (Calvin Candie), Massimo Corvo (Stephen), Daniela Calò (Broomhilda), Chiara Colizzi (Lara Lee), Domenico Maugeri (Ace Speck), Mario Cordova (Big Daddy), Andrea Lavagnino (Billy Crash), Simone Crisari (Bag Head), Franco Zucca (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), Carlo Valli (Dicky Speck), Dante Biagioni (sceriffo Bill Sharp), Renzo Stacchi (Big John Brittle), Sergio Di Giulio (Leonide Moguy), Franco Mannella (Frank), Dario Oppido (maresciallo Gill Tatum), Maia Orienti (Sheba). Genere: Western. Durata: 165’. USA.

Quentin Tarantino torna a omaggiare il cinema italiano dopo Bastardi senza gloria (2009), ispirato all’omonimo film di Enzo G. Castellari, anche se il soggetto era del tutto diverso. Django Unchained parte dal Django (1966) di Sergio Corbucci e Ruggero Deodato (regista della seconda unità che dirige quasi tutto il secondo tempo), ma sviluppa un discorso originale. Cacciatori di taglie e razzismo ci sono anche nel film di Tarantino, espressi in contesti diversi, mentre non si ripropone la trovata della bara che il pistolero si trascina dietro con una mitragliatrice nascosta. L’omaggio al Django di Corbucci è sottolineato dalla presenza di Franco Nero in un cammeo nelle vesti di un negriero italiano che dialoga con il protagonista Jamie Foxx. Nero: “Come ti chiami?”. Foxx: “Django. Si pronuncia Giango. La D è muta”. Nero: “Lo so”. Come per dire - strizzando l’occhio ai cinefili - che è stato il primo a portare quel nome, quindi deve saperlo per forza. Un’altra citazione esplicita dal Django di Corbucci sono le strade fangose del villaggio dove si svolge l’azione durante le prime sequenze. Infine la musica, perché il tema di Django è il vecchio motivo di Luis Enriquez Bacalov, modificato in salsa moderna, mentre apprezziamo intermezzi musicali curati da Ennio Morricone, con Elisa che canta Ancora qui in italiano. Altre parti della colonna sonora sono tratte da film del passato come Lo chiamavano Trinità, I giorni dell’ira, Città violenta…. Tarantino è un cinefilo, appassionato di spaghetti western e in questa lunga pellicola (165 minuti) - niente affatto noiosa - lo dimostra con particolare evidenza. Il film narra la storia di Django (un convincente Jamie Foxx che non fa rimpiangere la rinuncia di Will Smith), uno schiavo nero che diventa cacciatore di taglie sotto l’abile guida del dottor Schultz, un ex dentista interpretato da un ottimo Christoph Waltz. La seconda parte del film, invece, cambia registro e narra la ricerca della moglie di Django da parte dei due uomini, ormai diventati amici. Altra citazione del cinema western italiano, più sottile, perché Tarantino racconta la ricerca dell’amata come se fosse la storia mitologica di Sigfrido e Brumilde. Chi non ricorda le sceneggiature di film come Il ritorno di Ringo (1965) di Duccio Tessari, ispirate alla mitologia classica? Come gli autori italiani raccontavano l’epopea del vecchio west tenendo presente Omero, così Tarantino ricorre al Cantico dei Nibelunghi. Broomhilda (Kerry Washington) è schiava del perfido negriero Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), ma ancor più terribile di lui è il capo dei servitori neri Stephen (un grandissimo Samuel L. Jackson), che rende la vita dura a Django. La pellicola è scritta con cura, senza buchi di sceneggiatura, vive di grandi colpi di scena e di emozionanti momenti di tensione. Impossibile raccontare la storia per filo e per segno senza sciupare la sorpresa allo spettatore che si vedrà sommergere da sequenze mirabolanti, una vera festa per gli occhi. Django Unchained è un film straordinario sotto tutti i punti di vista: ricostruzione storica, fotografia, scenografia, recitazione, montaggio…Soltanto pretestuose le polemiche razziali sull’uso eccessivo della parola negro (nigger) usata al posto di nero (black), perché il film è antirazzista, sono i bianchi a fare una pessima figura. Tarantino ridicolizza i razzisti con una scena comica ricca di dialoghi trash, al limite del fumettistico, quando un gruppo di proprietari terrieri incappucciati cerca di vendicarsi dei due cacciatori di taglie. La discussione sui cappucci tagliati male che non fanno vedere bene crea una situazione comica per stemperare un crescendo di violenza. La pellicola cita anche il cinema splatter perché il sangue schizza da ogni fotogramma, in maggior quantità che nel vecchio spaghetti western. Non manca anche un accenno al tortur - genere di gran moda - quando Django viene catturato e appeso per i piedi, rischiando di vedersi tagliare gli attributi.
Grande successo di pubblico negli Stati Uniti, il più grande successo di tutti i tempi per Tarantino, ma anche in Italia il film incassa 400.000 euro nel primo giorno di proiezione (17 gennaio 2013). Un successo meritato, comunque, perché siamo in presenza di cinema vero, non di una stupida commedia americana, né di un inutile television movie italiano. Il film è stato girato in California, tra il Melody Ranch di Santa Clarita e Mammoth Lakes, ma anche in Wyoming e a New Orleans (Louisiana). Attendiamo Tarantino alle prese con il prossimo lavoro che dovrebbe completare la trilogia dei tempi moderni: Killer Crow, la storia di un gruppo di soldati di colore che combatte nella Francia del 1944. Non ci deluderà.

Gordiano Lupi
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Ettore Scola e Maccheroni

28 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Maccheroni (1985)

di Ettore Scola

Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola, Furio Scarpelli. Fotografia: Claudio Ragona. Montaggio: Carla Simoncelli. Scenografia: Luciano Ricceri. Costumi: Nanà Cecchi. Trucco: Francesco Freda. Musiche: Armando Trovajoli. Produttori. Luigi e Aurelio De Laurentiis, Franco Committeri. Casa di Produzione: Filmauro. Interpreti: jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Isa Danieli, Maria Luisa Santella, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Orsetta Gregoretti, Marc Berman, Jean-François Perrier, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Marta Bifano, Aldo De Martino, Clotilde De Spirito, Carlotta Ercolini, Vicenza Gioiosa, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Franco Angrisano.

Maccheroni non è tra i film memorabili di Ettore Scola, ma se paragonato ai television movie che girano i modesti registi italiani contemporanei è un vero capolavoro. Scola, Maccari e Scarpelli insegnano come si scrive la commedia all’italiana, un mix di comicità e dolore, passione e dramma, dolcezza e sentimento, sorriso e tristezza. Insomma, la vita. La commedia all’italiana è rappresentazione dell’esistenza, fa sorridere raccontando quel che siamo, non costruendo patetiche storie televisive. Il film presenta l’insolito incontro di due attori straordinari come Marcello Mastroianni (consuetudine nei film di Scola) e Jack Lemmon (recita in inglese e interpreta un americano) che conferiscono spessore ai personaggi. Il regista racconta l’amicizia tra Robert, un manager americano (Lemmon) e Antonio, un impiegato napoletano (Mastroianni), che risale ai tempi della seconda Guerra Mondiale. L’americano era a Napoli per liberare il paese dalla presenza tedesca e aveva vissuto una breve storia d’amore con Maria (Sanfilippo), sorella di Antonio. Tornato a casa si era dimenticato di tutto, ma Antonio aveva tenuto vivo il ricordo del vecchio amore scrivendo a suo nome lettere ricche di passione. Robert era sempre stato presente nella famiglia napoletana con le fantastiche avventure inventate da Antonio - commediografo dilettante e autore di sceneggiate - anche quando Maria si era sposata e aveva avuto figli e nipoti. L’amicizia tra Antonio e Robert si rinsalda, nonostante uno screzio iniziale, l’americano vive la Napoli dei ricordi, rivede Maria, la sua famiglia, si emoziona pensando alla giovinezza. Nessuno gli chiede soldi, pure se è molto ricco e potrebbe aiutare, ma Antonio è orgoglioso, nobile d’animo, vuole soltanto amicizia. Alla fine Robert salverà il figlio di Antonio dalle mani dei camorristi, staccando un assegno da cinque milioni per rimborsare uno sgarro. Maccheroni è commedia all’italiana pura, perché il finale è amaro, ma non troppo. Antonio muore d’infarto, ma tutti siedono al tavolino e servono un piatto di pasta al capotavola, sperano che non sia vero, che sia solo una morte apparente, che si alzi dal letto come era accaduto in passato.

Maccheroni è un film sull’amicizia, immutabile nel tempo, capace di rivitalizzarsi se stimolata dal ricordo di momenti vissuti insieme. Scola cita Bergman (Il posto delle fragole, 1957) con la sequenza flashback di Jack Lemmon che rivede il suo amore giovanile seduto su una panchina, fotografa Napoli con dovizia di particolari, realizza mirabili piani sequenza con i due attori sul lungomare, indaga la vita dei vicoli di Spaccanapoli, Mergellina, Posillipo, via Caracciolo. Robert trascura il lavoro per compiere un tuffo nel passato, si lascia sedurre dall’amicizia, rischia di perdere il posto di dirigente d’azienda e persino la causa con la moglie che chiede il divorzio. Sceglie di restare a Napoli per aiutare un amico con un figlio in difficoltà e dopo la sua morte improvvisa partecipa alla veglia funebre, sperando che non sia morto ma che si alzi dal letto per mangiare con loro. Scola sfuma sulle immagini di un piatto di maccheroni, i rintocchi della campana indicano le una, ora del possibile risveglio. Non sappiamo se accadrà davvero…

Mastroianni dà vita a un personaggio riuscito di napoletano sognatore, sopporta una modesta realtà da impiegato con velleità artistiche che sfoga nella sceneggiata e nella scrittura popolare. Un uomo che crede nell’amicizia, confida nel figlio e nel futuro, sin troppo credulone e pieno di orgoglio. Lemmon è molto espressivo nella caratterizzazione di un americano alle prese con i ricordi, vinto dalla genuinità di un intero popolo e dall’amore che tutti gli manifestano senza chiedere niente in cambio. Tra gli attori merita una citazione Daria Nicolodi, in forma smagliante nei panni di una segretaria napoletana, innamorata del suo principale, ma con le idee piuttosto confuse.

Pino Farinotti concede tre stelle: “Attraverso l’antica amicizia, il pragmatico americano riscopre il fascino della magia napoletana e, dopo varie disavventure, arriva persino a sperare nei miracoli. Film intessuto di allegra malinconia”. Soltanto due stelle (ma tre di pubblico) per Morando Morandini: “Nella sua gradevolezza consolatoria è una commedia fiacca, flebile, di scarso spessore, specialmente nell’edizione parlata in italiano, e non bilingue. Qualche invenzione brillante e finale a sorpresa”. Duetto di bravura”. Paolo Mereghetti è il più caustico. Soltanto una stella e mezzo: “Dalla riflessione amarognola sull’amicizia si passa alla farsa e poi al dramma, con sorpresina finale: Scola lascia spago agli attori e non risparmia i luoghi comuni sulla napoletanità”.

In ogni caso il film è la prima produzione italiana distribuita da una major nelle sale degli Stati Uniti. Armando Trovajoli compone una colonna sonora suggestiva e malinconica, mixando pezzi d’epoca e musica napoletana. Montaggio e fotografia da manuale.

Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.

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Anonymous di Roland Emmerich

8 Gennaio 2013 , Scritto da Roberto Oddo Con tag #roberto oddo, #cinema

Se non avessi chiacchierato un po' con un mio alunno, forse non avrei visto Anonymous (2011), e non per il regista Roland Emmerich (a merito del quale, certo, non posso attribuire titoli come 2012 e The Day After Tomorrow, estranei ai miei interessi). In realtà, mi infastidisce questa attenzione morbosa all'identità biografica di un genio come William Shakespeare, su cui si indaga nel film. Ammantare di mistero la vita del Bardo per renderla più affascinante significa svicolare dal nocciolo del problema proprio mentre si pretende di affrontarlo. Shakespeare e Omero, come gli altri, pochissimi altri padri fondatori della cultura laica occidentale, non sono solo Shakespeare e Omero: sono tutto ciò che si è costruito sopra, il significato che hanno assunto le loro opere nel corso dei secoli, cosa sono diventate, a quali spin-off, diremmo oggi in termini cinematografici, hanno dato luogo vita. Non loro, ma come corpus di opere. Massimo Bontempelli raccontava di un uomo che gli mostrava i luoghi di Renzo e Lucia come se loro fossero davvero esistiti e che non aveva idea né di Manzoni, né di un romanzo chiamato I promessi sposi: è alla creazione di questi miti fondatori, ben più ampi dei nostri confini nazionali, che si deve l'importanza di questi versi, questi personaggi e queste immagini e di ciò che vi riposa sopra.

Io, che amo i percorsi periferici, la letteratura marginale, le possibili nuove linee, mi attengo a una storiografia del canone, sul tipo di quella nota anche in Italia per le opere di Harold Bloom, che può contare su diversi detrattori, ma pur in una tendenza agiografica, affronta il nodo cruciale di cosa sia il genio, dove risieda e come pesi sulla cultura successiva. Certo, poi sorgono problemi importanti quando si guardi all'essenza di questi pilastri: se è vero che noi, queste opere, le abbiamo e le abbiamo ricevute come insiemi unitari dotati di un significato autonomo, è pur sempre chiaro che qualcuno deve averle scritte, singolarmente o nell'insieme. La ricezione consapevole dei corpora avviene di solito quando ciascuno di questi mostra di rispecchiare un pensiero unitario che sopravanza il valore di un'opera in sé, di una persona in sé, di un significato autonomo. Da questo punto di vista, non possiamo dimenticare che l'etichetta di Omero, posticcia quanto si vuole, soffre della selezione del tempo: del cosiddetto ciclo omerico ci rimangono solo Iliade e Odissea, tutto il resto si è perduto, anche se spettri ineludibili rimangono nella letteratura greca successiva e, attraverso i tragediografi del V sec. ad Atene, è approdato alla modernità, quasi senza un creatore. Di contro, le opere teatrali, i sonetti e i poemetti di Shakespeare hanno l'aria di essere stati raccolti e inscatolati insieme sotto un unico nome, nonostante palesemente si ignori tutto, non tanto della persona di William Shakespeare, quanto invece del rapporto tra il cosiddetto "William Shakespeare" e queste opere.

Possiamo sopportare benissimo il fatto che queste opere non siano quelle scritte da "Shakespeare" perché noi siamo altri, altra è la nostra sensibilità: questo slittamento semantico è senz'altro il primo passo di una decontestualizzazione storica sulla loro genesi, ma parla di noi, del nostro attaccamento a una tradizione ed eventualmente della sua perdita di significato. Shakespeare e Omero attengono a ciò che con Braudel potremmo chiamare lunga durata, contro la storia legata agli avvenimenti, tra cui lo stesso atto creativo. Ma anche questo diventa fertile mitologema e il compito dello studioso evenemenziale consiste nel renderlo storico, cioè restituire questi eventi alle categorie di spazio e tempo, oltre a quelle causali, in una sequenza di eventi che possa includere, spiegare e farci riconsiderare la genesi di ciò in cui ci riconosciamo. Anonymous di Roland Emmerich, di fatto si vuole sostituire a un'indagine storica, il suo problema, però, consiste paradossalmente nel fatto che propone una tesi fin troppo macchinosa, basata su tracce che, così come vengono presentate al pubblico nel film, sono poco meno che dilettantesche e impressionistiche (la dedica di Ben Jonson "a colui che chiamiamo Shakespeare").

Il regista - sulla sceneggiatura di John Orloff - costruisce un meccanismo ben oleato. Un narratore sale sulla scena di un teatro moderno, dopo aver attraversato le noie della modernità - così radicalmente simili a quelle del tardo Cinquecento elisabettiano - sale in scena e, dopo una boriosa e ruffianissima premessa sui valori dell'arte, presenta, a mo' di messa in scena didattica, un'ipotesi su come si sarebbero svolti i fatti. Buio in sala e subito la telecamera sale sulla scena, ricreando tra la scena e il pubblico una sorta di nuova quarta parete, oltre la quale il cinema sembra voler supplire alla forma e ai limiti di una rappresentazione teatrale. Da allora in poi, fino alla fine e alla pretenziosa e ammiccante conclusione, tutto è delegato all'immagine, ai retroscena culturali, alle trame di palazzo, allo scorrere parallelo di quando il presunto vero autore delle opere di William Shakespeare, il duca di Oxford, è lo splendido e giovanissimo amante della regina Elisabetta da una parte e quando è invece un nobile decaduto, che prova a convincere Ben Jonson a far rappresentare le sue opere sulla scena londinese. La storia di William Shakespeare, dunque, si popola di personaggi ben noti a chi ha letto un paio di libri in vita sua o ascoltato di sfuggita una delle mille opere che il melodramma ha regalato al periodo: Elisabetta I, i Cecil, James, il duca di Essex e quello di Southampton e così via.

Scusate, ma questo pasticcio di fonti diverse, di ipotesi e suggestioni non è storia: in Anonymous non c'è storia proprio perché vuol tirare le fila senza impegnarsi a dimostrare nulla o a districare le fila per lasciare lo spazio a una scoperta, anzi intrecciandole in una nuova trama. Ci sono tante intuizioni dietro questa trama di film, che ha dei momenti avvincenti, ma sono presentate come i guizzi di un narratore molto intelligente, che conosce il suo mestiere. E di mestiere, invece, ce n'è tanto in Anonymous. Dalla riproduzione più che accettabile della messa in scena nella Londra elisabettiana agli attori. Spicca per intelligenza e originalità la regina ormai anziana di Vanessa Redgrave: nella lunga, infinita galleria di Elisabette, l'attirce riesce - come poche - a tener insieme le fila di una donna tenace e determinata, maliziosa e dolce. Quest'Elisabetta un po' sopra le righe e inverosimile mi è piaciuta per la sua freschezza, che forse non è genuinità, ma raffredda un po' la tensione del film, restituendole al contempo sangue e vita. Certo, il suo personaggio così costruito contribuisce ad appiattire la storia e a farne un serbatoio di debolezze, ma non posso non dire che quanto abbiamo di indimenticabile in Anonymous si chiama Vanessa Redgrave.

(da das-kabarett.blogspot.com)

 

Anonymous di Roland Emmerich
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