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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

unasettimanamagica

Magic

25 Dicembre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

La luna pendeva alta in un suggestivo cielo blu scuro, ove la luce cinerea ricreava un impulso di energia fatata che si increspava nell'aria.

Improvvisamente un fulgido raggio lunare illuminò un'insegna metallica in forma di calderone collocata sul muro di una locanda gestita da Grimilde, una ex strega della magia bianca che da tempo per ragioni "oscure" si era convertita alla magia nera.

Molti di coloro che praticavano le arti magiche, indipendentemente da dove si trovavano, avvertirono un invitante influsso, per poi a piccoli o grandi gruppi dirigersi davanti l'entrata della struttura ristorativa, in quanto all'interno si sarebbe svolta un'assemblea importante. 

Le streghe si avviarono al luogo dell'incontro con le immancabili scope volteggianti e, una volta atterrate, si dislocarono in diversi punti, tra cui Amelia, una piccola streghetta in verde età dalla nomea di anticonformista che da sola preferì venire a piedi con una curiosissima ramazza a tracolla. I maghi, invece, arrivarono attraverso delle nuvole di polvere scintillante, mentre stregoni, incantatori, alchimisti, druidi etc. giunsero a destinazione nei modi più disparati: tappeti volanti, fiamme rosse, fiamme azzurre, fiamme grigie, teletrasporti e qualsivoglia.

In seguito la frotta, tramite un passaggio nascosto della locanda, si radunò in una gigantesca sala sotterranea avente una moltitudine di candele accese, in attesa che il Consiglio Magico si decidesse ad annunciare il motivo della convocazione.

Circa un'ora dopo il Mago dei Maghi si rivolse al folto gruppo battendo per quattro volte in terra con il bastone riccamente decorato. 

«Stiamo attraversando un periodo difficile, la magia ai giorni nostri si sta indebolendo sempre di più, pertanto dobbiamo trovare una soluzione per rivitalizzarla» espose con un'espressione costernata. 

Un mormorio echeggiò, finché Amelia si fece avanti, assai motivata a dire ciò che pensava senza peli… sulla scopa.

«Innanzitutto, già in partenza non è stato rispettato uno dei fondamentali Canoni Magici» cominciò a criticare. «È normale che siamo messi male!»

«Toh, eccola lì!» esclamò Furlì con una smorfia di derisione, un mago dai lunghi capelli bianchi e dalla tonaca marrone. 

«Basta prendere in esame questa riunione» continuò Amelia, senza cagarlo di striscio. «Dovremmo stare in cerchio, invece di essere piazzati a cazzo di pipistrello.»

Gli astanti rimasero in silenzio, le considerazioni della giovane peperina non erano assolutamente da controbattere.

«Direi di unire la magia con la tecnologia! Vi saluto!» concluse, agitando la mano. 

E, con l’ausilio della sua nuova scopa dal motore a razzo, azionò il turbo e alzando il dito medio schizzò via lasciando i presenti con un palmo di naso.

La vivace e schietta streghetta, di quel raduno, semplicemente ne aveva le ampolle piene.

 

 

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Gli aiutanti di Babbo Natale

24 Dicembre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Tutti sanno che gli elfi, i folletti e gli gnomi sono creature delle foreste, delle montagne e dei boschi, ma nessuno sa del loro impiego al Polo Nord, grazie a uno stratagemma del signor Natale, il soprastante di Santa Claus Town.

Come avvengono le furbissime operazioni di reclutamento? Semplice: a causa della massiccia deforestazione e dell'inarrestabile urbanizzazione, tali figure non hanno un posto dove andare, pertanto l'unico modo per garantirsi un tetto sopra la testa, nonché di portare la cioccolata in tavola, è quello di lavorare duramente. 

Le numerose mansioni lavorative prevedono ad esempio la fabbricazione dei giocattoli, gli impacchettamenti, e la gestione della corrispondenza. Ecco, riguardo la posta, al contrario di quanto si possa credere, le letterine indirizzate non vengono affidate al diretto interessato. Quest’ultimo, al massimo, si occupa del “bestiame” e di accendere i tantissimi camini disseminati nel casermone costruito in blocchi di cemento di neve.

Da segnalare che l’omone grosso in rosso con la barba bianca riesce benissimo a tenere gli operatori in riga o, per dirla in altri termini, con due piedi in un natalizio stivale, inoltre non ha affatto bisogno di guardie oppure di telecamere per sorvegliare il personale in caso di evasioni.

A tal proposito, avventurarsi all'esterno del gigantesco igloo risulta una pessima idea in quanto gelarsi ed essere presi in consegna da quelli della Findus è sicuro come le renne che stanno in cielo. 

 

 

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La cintura di Babbo Natale

23 Dicembre 2022 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Il caro Babbo Natale non indossa la cintura soltanto per stringersi i pantaloni, difatti la ritengo persino tecnologica, simile a quella di Batman. In fin dei conti, come può un individuo del genere entrare in ogni casa, calarsi dai camini, decifrare codici di sicurezza, aprire serrature, papparsi latte e biscotti, lasciare pacchi e pacchettini e infine svignarsela senza farsi notare? 

Immagino poi che la sua toghissima cintura sia facilmente slacciabile, quindi pratica e funzionale anche per altre… esigenze.

Pensateci. Il suddetto viaggia intorno al mondo e, nell'introdursi nelle abitazioni, non credo che si scomodi a cercare il bagno per una copiosa pisciata. Perché copiosa? Eh, con tutte le bottiglie che si scola! Di Coca Cola, intendo. A tal proposito, la mattina di Natale, nell'eventualità di trovare una pozza giallognola sotto l'albero, non bisogna dare la colpa al nonno o al cane. Ebbene sì, al tizio grosso in rosso quando scappa scappa, pertanto sarebbe ingiusto biasimarlo, del resto stiamo parlando di un signore decisamente anziano e pieno di reumatismi che annualmente si prende la briga di partire dal Polo Nord per portare regali a tutti, belli e brutti.

Traggo le mie conclusioni rimaneggiando un noto proverbio: «A renna donata non si piscia in bocca»

 

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Roma che non abbozza

22 Dicembre 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le recensioni pazze di walter fest, #recensioni, #cinema, #teatro, #unasettimanamagica

 

 
 
 
 
 
Le feste di Natale sono tanto belle ma per me diventano un vero stress, finalmente ho finito il mio turno serale al centro commerciale. Cinquanta euro al giorno per vestirmi da babbo Natale e poi farmi fotografare da tutti i visitatori sono proprio soldi guadagnati con fatica e ora eccomi qua a bordo della mia 500 per ritornare a casa, spogliarmi del costume e poi cucinare due spaghetti al volo. 
Azz! La macchina  è rossa, io sono vestito di rosso e la spia della benzina è pure a rosso fisso, al primo benzinaio mi devo fermare, sarò pure babbo Natale ma mica posso fare miracoli. Infatti la 500 senza bumba non carbura, adesso borbotta, zoppica, sobbalza, cazzo si sta per fermare, sono rimasto a secco.
La mando a folle, che culo, mi trovo su Viale Regina Margherita, vedo un cancello aperto, per istinto mi ci ficco. Sono arrivato a vela, parcheggio dove capita, perbacco, non ho molte alternative, preferisco qua che in mezzo alla strada.
Ma dove mi trovo? Bella questa palazzina, chissà se adesso mi prestano una tanichetta per fare rifornimento. Entro e vado a chiedere, di fuori su una  targa vedo scritto “Anica”. Anica? Ma sarà la sede della celebre associazione? Vabbè, speriamo che dentro trovi qualcuno che mi dia una mano.
 
Il  malcapitato, cioè io, sale le scale, si guarda intorno ma non vede nessuno. 
 
- Ciao, babbo Natale.
 
- Ah! Meno male che c’è  qualcuno. Chiedo scusa, sono rimasto senza benzina e ho dovuto parcheggiare qua da voi, mica avreste da prestarmi una tanichetta, un recipiente qualsiasi per andare dal benzinaio, che dopo ve  la riporto?
 
- Boh? Forse sì, ma prima le farebbe piacere entrare?
 
Lui chi è? E' un tizio sulla cinquantina, cicciottello, in testa un cappello da cow boy e due baffetti da sparviero (omaggio a Gianfranco D'Angelo). Il sorriso è ammaliante e, con un gesto accomodante, fa entrare Babbo Natale in una sala vuota.
 
- Ma questa è una sala cinematografica?
 
- Sì, bella vero? La prego, sediamoci, sta per iniziare lo spettacolo.
 
Buio in sala, scorrono i primi titoli di testa, Roma che non abbozza scritto da Claudio Oldani per la regia di Paolo Battisti.
 
- Babbo Natale, possiamo darci  del tu? Adesso non mi fare troppe domande, vedrai che ti piacerà.
 
La storia, che adesso sta per essere proiettata, è ambientata a Roma nel 1867. Tutto si svolge su una piazzetta come tante altre, da una parte c’è una fontanella, davanti la facciata d'una casa, poi un portone, una finestra e un'osteria, fuori dalla quale due botti di vino, sedie e un tavolino.
A quel tempo c'era un fermento di cambiamento e i giovani, insieme ai  garibaldini, volevano ribellarsi al potere temporale. Il popolo, composto da gente semplice, onesta e dal cuore grande, ha scritto pagine di storia senza che nessuno le abbia mai fatto un monumento o un ricordo alla memoria.
Solo la gente dei rioni sapeva come erano veramente andate le cose. Uomini, donne, vecchi e ragazzini, passata la buriana, hanno, giorno dopo giorno, fatto Roma come la conosciamo adesso.
Mentre gli anni passavano e la storia cambiava, eccoci arrivati ai primi del ‘900. Il popolo è sempre lo stesso e pure la gente che comanda non sempre fa della giustizia regola di vita. Mica è bello, ma i Romani hanno fede e tirano avanti senza abbozzare, perfino nel momento più buio e assurdo della storia dell’umanità, nel 44 della seconda guerra.
E così l'osteria diventa un forno, il tranviere perde il lavoro per non aver aderito e fatto la tessera del partito, un figlio parte in guerra alla conquista della colonia africana perché con il padre non si comprende. Salvo che poi nel finale la verità - e il cuore della gente che non ha perso la speranza - decide che è arrivato il momento di finirla con la prepotenza.
La storia è piena di sangue versato e di impari lotta, ma il sacrificio non è stato vano, Roma ha retto botta e dobbiamo solo dire grazie a questa brava gente, veri eroi che dei più neanche sappiamo il nome.
 
- Allora, ti è  piaciuta?
 
- Ma quello che ho visto è stato uno spettacolo teatrale?
 
-Sì, oh! Che sbadato che sono, non mi sono neanche presentato. Sono Paolo Battisti e, mi raccomando, sta in campana. Se mi dici che sono parente di Lucio, mi incazzo.
 
- Ma che scherzi? Piacere mio mi, mi, mi chiamo Armando, per gli 'amici “Zagaja”. Ecco, lo  sapevo, adesso che mi son, che, che, che, che mi son emozionato, comincio a balbettare.
 
- Tranquillo, bevi un goccetto.
 
Paolo porge ad Armando una boccetta.
 
- Ammazza, bono, ma che robba è?
 
- Disinteressati, bevi, e vedrai che adesso ti passa tutto.
 
- Ma che sei un mago?
 
- No, sono il regista di Roma che non abbozza e questa boccetta è un ricetta di mia nonna. Allora, cosa dicevamo?
 
- Insomma, quello che ho visto l'avete fatto a teatro vero?
 
- Sì, nel mese di Giugno del 2022, è stato portato in scena qui a Roma al teatro Garbatella, scritto da Claudio. La regia è stata mia, hanno partecipato come attori più di venti persone, insomma, un lavorone. E adesso, grazie ad Augustarello, hai potuto assistere  a questa proiezione.
 
- A Paolè, ma lo sai che il testo era vera poesia? Oh! Secondo me i dialoghi avevano un certo non so che di veramente poetico. Accipicchia, ma chi l'ha scritto è stato proprio bravo! E poi lo sai che è stata proprio una bella idea? 
 
- Quale?
 
- Quella di narrare le vicende di  questi protagonisti di generazione in generazione. Ma lo sai che assomiglia  tanto a quello della mia famiglia?
 
- Certamente simile alla tua e a quella di tanti altri romani.
 
- Per esempio devi sapere che mio padre era del 1922 e poteva essere il fornaretto, mio nonno, che non ho mai conosciuto, non ricordo, forse era nato nel 1898 e magari faceva proprio il tranviere. E Vincenzo, il mio bisnonno, sono quasi sicuro che faceva il carrettiere. Immagina che quando tornava la sera a casa s'addormentava sul carretto con la pipa in bocca. E il cavallo, che di nome faceva Garibaldi, per fortuna conosceva la strada, trucche, trucche cavalluccio, e così il padre di mio nonno non perdeva mai la strada di casa. A Paolè, sai che tè dico? 
 
- Dimmi tutto.
 
- Che tu questa storia la devi continuare. Dammi retta, organizza un altro spettacolo teatrale che inizi con la fine della guerra, gli anni '50 con la ricostruzione, e poi prosegui con gli anni ‘60, il boom economico, per poi passare agli anni ‘70 - 80, quelli della contestazione e della violenza, poi gli anni ‘90 del consumismo e della finzione, poi il 2000 fino ai giorni nostri, che pertanto è storia recente. Trova una famiglia a caso, se non c’è  la puoi inventare, mica vuoi dirmi che ti manca la fantasia?
 
- Direi di no e poi?
 
- E poi la morale della favola è che, essendo ora la nostra una vita che va tutto alla rovescia, il messaggio che dovete dare è di ottimismo e di fiducia nel cuore della gente e nella testa. L'unico pensiero è di volerci bene, che la vita è bella ed è una sola, che il paradiso noi lo abbiamo già qua e che, pure dopo secoli di idiozia, verrà il momento di pacifica normalità, dove tutti lavoriamo, studiamo e ci divertiamo, che Roma della pace è capitale e questa nazione della cultura è il faro, che ne dici, si può fare?
 
- Ci devo pensare.
 
- A proposito di robba forte, con te credo che prima t’ho dato la boccetta sbagliata.
 
-E perché? 
 
-Mi sembri troppo gasato.
 
-A Paolè, devi avere fiducia in babbo Natale.
 
- Sarai pure gasato ma sei pure rimasto senza benzina!
 
- A proposito, ma ce l’hai una tanichetta? E voi, mica ci avreste cinque euro da prestarmi? 
 
Amici lettori di signoradeifiltri, buon Natale a tutti, e per tutti pace, serenità e felicità per l’anno che verrà, un 2023 migliore dei precedenti, un nuovo anno che ci ripaghi, che ci consoli, che ci regali tutto quello che abbiamo perso e il destino avverso ci ha negato.
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Buon Natale!

23 Dicembre 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Buon Natale a tutti, belli e brutti, poveri e ricchi. Ché poi i poveri sono ricchi e i ricchi poveri. Buon Natale ai naviganti, ai ballerini, a chiunque ancora sogna. Buon Natale a tutti perché servono come l'aria la gioia, l'amore, la cordialità e la comprensione. Buon Natale a uomini e donne, a uomini uomini e donne donne, a un po’ uomini a un po’ donne, a un po’ donne un po’ uomini, ma va là che importanza ha? Buon Natale a chi non tiene fede, a chi non crede, a chi è sfortunato come Paperino e a chi è fortunato come Gastone. Buon Natale ad Alberto da Mario er benzinaro, a Maria da Michele er tappezziere. Buon Natale a chi impreca, spinge, suda, soffre pedalando tutto il giorno e a chi speranzoso guarda al cielo per pietà. Buon Natale a chi sta’ lassù e a chi soffre quaggiù. Buon Natale a tutta l’anima de li mortac… vostra. Io so' pazzo, lo ammetto, ma pazzo per la vita che è bella. Allora buon Natale a chi ogni giorno disperato si attacca al caxxo. So' paonazzo, nun jela faccio più e allora sempre di più, ostinatamente, con tutto il cuore, Buon Natale a tutti voi, per questa festa che da sempre è piena di colore e non per finta. Sbaglia chi crede che sia falsa, solo uso, consumo e doppia faccia. Buon Natale va al di là della fede religiosa, Buon Natale è fraternità, una spinta a essere migliori, uno schiaffo a essere meno egoisti, una botta al cuore per dire quella parola che non si riesce a dire mai, un calcio al culo per sorridere, ridere, eh, già, che ce vo'? Voglio, vi auguro, insisto, ve lo chiedo come una preghiera, di ridere anche se piangere volete. E allora Buon Natale a chi non ride mai, Buon Natale a chi forza non ha, Buon Natale ora più che mai dopo anni di avversità. Buon Natale, che oltre la collina c’è la felicità.

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Inciucio cinese a Natale

22 Dicembre 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Amici lettori, siamo quasi a Natale e sto vivendo un momento particolare della mia vita. Nella jungla di idee, progetti, sogni straripanti dal cassetto - sogni che non li sogni manco se ti bevi una bottiglia intera di Maraschino - insomma, cari amici lettori, mi occorre un approccio, un'occasione, un appiglio. Devo guadagnare un po’ di soldi per andare alla settimana bianca natalizia con la mia fidanzata settantacinquenne Amanda Lur, vestirmi da babbo Natale per il circolo dei vecchietti arsenico e tutto merletti, e poi portare tutti nudi a fare il bagno nelle acque del laghetto termale. Ma sono in panne. Per fortuna in soccorso arriva a lei, la mia amica Bibbi.
 
- Tranquillo, vado io a trovare quello che ti serve quando porto a spasso il mio pappagalletto Pippetto.
 
In un quartiere di Roma Est sembra che ci siano molti negozi cineseggianti, magazzini di articoli vari solitamente a buon prezzo. Bibbi va spesso a passeggio con il pappagalletto sulla spalla proprio da quelle parti e io ho bisogno di un certo numero di cover per i telefonini. Intendo dire, volete una cover personalizzata? La volete a colori? La volete pittata in modo che, quando tenete fra le mani il vostro cellulare, lo squillo o la navigazione in rete siano gioiosamente e cromaticamente intonati? A Natale volete fare un vero regalo originale? Bene, ci penso io, solo io posso darvi il colore che avete sempre desiderato ma che non avete mai trovato. Ma per tutto ciò necessita trovare le cover dei modelli di telefono in circolazione a un costo contenuto, per impiastrarli con i miei colori. A quanto pare  Bibbi mi aiuterà nella ricerca.
Al civico 48 c'è un magazzino la cui facciata è a a forma di pollo in frac addobbato con tutte le palline di Natale rosse e gialle e lo si può pure immaginare a forma di pagoda. Comunque, la mia complice ha deciso di andare mercoledì. Inizialmente mi sono gasato dall'idea della risoluzione dei miei problemi ma poi sono stato per rinunciare, pensando a Bibbi da sola in un grande magazzino con gente sconosciuta. Magari potrebbe passare qualche brutta storia. State dicendo che non sarà sola poiché il pappagalletto starà appollaiato sulla sua spalla? Avete visto troppi film, eh!
Ma lei, che è del segno del Leone e non ha paura manco di farsi fare un iniezione dalla vicina 93enne alla quale trema la mano, mi ha detto di star tranquillo, che lei era una che alla bisogna mena cazzotti e calci alle parti basse e quindi non devo preoccuparmi.
 
MERCOLEDI POMERIGGIO
 
Jeans attillati, camicetta a fiori, capelli vaporosi e profumo da sturbo, lei di solito esce così.  Vi garantisco che il suo profumo - non lei ho mai chiesto di che marca sia - è veramente eccitante. Molto bene, ecco quello che è successo.
 
- Buona sera, avete delle cover per i telefonini?
 
- Celto, plego, entli pule, signolina-  fa il cinese dai capelli rossi sfumati, vestito di rosso come babbo natale alla cassa del negozio.
 
- Ne dovrei acquistare una certa quantità, mi farà un po’ di sconto?
 
- Celtamente, ma solo pel pagamenti in contanti e dai 50 pezzi in su, venga che le faccio vedele l'assoltimento.
 
Il magazzino è enorme, le scaffalature colme di prodotti di tutti i tipi; dall'Oriente arriva la merce più disparata. Dovete cambiare tinta per i capelli? Ecco per voi il super casco, ve lo mettete in testa et voilà, quando ve lo togliete la vostra acconciatura ha cambiato colore. Vi capita di addormentarvi davanti alla televisione? Stop al timer, adesso c'è il dispositivo high tech: quando state per addormentarvi, solleticandovi  il naso, vi sveglierà per farvi continuare a vedere il programma tv. Odori in cucina? Vedete questa scatola?Non si sa che cosa ci  sia dentro ma basta tenerla aperta e assorbirà tutti gli odori in men che non si dica. Non solo, funziona anche come acchiappa puzzette. Insomma, qui c'è tutto di tutto e le cover di cui parlavamo prima sono da quella parte in fondo al magazzino.
 
- Bello questo pappagaletto, se lo vuole vendele io complale pel fale blodo.
 
Bibbi lo fulmina con lo sguardo.
 
- Schelzavo, io plefelisco i blidini a sei zampe. Allora ecco quello che celcavi, che modelli vuoi?
 
-Vorrei dieci di ognuno, quanto me li metti?
 
- Tre euli, le selve fattula?
 
Bibbi si sente accarezzare il lato B ma si sposta e fa finta di niente.
 
- Il prezzo mi interessa, adesso non ho i dati per la fattura, ritorno domani.
 
- Va bene, vuole che glieli metto da palte?
 
Ancora una strusciatina, questa volta sul davanzale.
 
Bibbi sta per partire di testa, si ferma solo perché la sua attenzione viene attirata da un qualcosa che non si aspetta. Dietro una paravento di fianco allo scaffale vede due gambe di uomo nude a terra.
 
- Arrivederci e grazie, torno un'altra volta, non si disturbi esco da sola. Posso dare uno sguardo al resto del magazzino?
 
- Celtamente, mi chiami se ha bisogno.
 
La ragazza prende il suo cellulare e chiama Raffaele, il suo amico poliziotto.
 
- Raffaè... sto qui al magazzino cinese, ho visto uno mezzo nudo steso a terra, che devo fa'?
 
- Aspetta, stai calma, guarda se per caso è uno che si è sentito male, siamo vicini alle feste, forse ha bevuto.
 
- Vabbè, ma è nudo, quando uno si sente male o è ubriaco sta spogliato senza mutande?
 
- Bibbi, non fare gesti inappropriati, prima di chiamare la volante accertati di quello che è successo.
 
- Raffaè, io ti dico che quello è morto ammazzato, vabbè, mo vedo e poi ti richiamo.
 
Ma non è convinta, visto che è del segno del leone, così fa quello che ha visto in un film: chiama il cinese, gli va dietro le spalle con una banana facendo finta che sia una pistola: -Mani in alto, brutto provolone, vieni con me e dimmi quello lì chi lo ha ammazzato!
 
- Signolina, la plego, non mi faccia del male!
 
- Sta’ zitto, sporcaccione!
 
Vanno dietro il tendone e Bibbi vede una scena che in vita sua non ha mai visto.
 
- E questi chi sono?
 
- Inciuci.
 
- Inciuci? Ma stanno tutti con il coso dritto... E poi sono nudi, mezzi uomini, e per l'altra metà che minchia sono?
 
- Questo è un lepalto nuovo, questi sono bamboli gonfiabili elettronici.
 
- Vuoi dire bamboloni, ammazza che misure!
 
- Sì, supeldotati.
 
- E per l'altra metà che sono?
 
- Malziani.
 
- Marziani?
 
- Sì, inciuci malziani. Sono l'ultima moda, fla un po’ li tlovelete in tutti i sexy shop.
 
- Mezzi marziani e mezzi uomini gonfiabili elettronici e superdotati... me cojoni!
 
- Signolina, se vuole, uno glielo legalo, basta che mi toglie la pilstola dalla schiena.
 
- Ti piacciono le banane muso giallo? Ma sì, dammene uno che lo porto a mia cugina Ingrid.
 
Il bambolone che sta a terra è scivolato dallo scaffale, il cinese lo prende e lo mostra a Bibbi. -Vuole che lo sgonfio?
 
- Oh, tienimelo lontano che fa impressione quell'affare. Ma sì, incartalo tutto intero con la carta igienica, mi piacciono le mummie!
 
Questo è quello che succede mercoledì prima di Natale... Vi state chiedendo che fine abbiano fatto le cover dei telefonini? Nel bailamme, logicamente Bibbi se ne è dimenticata, e così il bambolone gonfiabile, invece che portarlo alla cugina, lo ha regalato a me. Adesso, se qualcuno di voi volesse un bambolone mezzo marziano, mezzo uomo con la misura del coso esagerata e  tutto colorato d'autore - eh già, perché poi l'ho tutto pittato per bene - insomma, non deve fare altro che chiedere. Astenersi perditempo, approfittatene perché fra un po’ andranno a ruba... così come spero per le mie cover, altrimenti il Natale e la mia settimana bianca sfumeranno come in un fumetto di Paperino.
Buon Natale a tutti amici del blog che per voi fa (quasi) di tutto.
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Natale alle vele

24 Dicembre 2020 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

Natale alle vele

 

Luisella apre gli occhi, se li stropiccia.

Cos’è quella lucina intermittente che rompe il buio attraverso i vetri?

I gemelli dormono ancora, il respiro è pesante. Prende uno straccio dal comodino e asciuga dal mento di Pinuccio il rivolo di bava che ha inumidito il cuscino. Poi allunga una mano attraverso il suo corpo e afferra la vecchia sveglia: le sei, è ora di alzarsi. Scavalca a fatica il corpo di Giannino e con un sospiro cerca di mettere le gambe gonfie di vene bluastre giù dal letto. “Comme so’ cresciute ‘sti criature”, bisbiglia, “n’ato poco e nun ce trasimmo cchiù int’ a ‘sto lietto tutte e ttre”.

Un gesto automatico, preme l’interruttore, ma la luce non si accende: “Ah…” Sospira. Guarda le bollette sul tavolo di formica, scadute. Sospira ancora, non sa quando potrà pagarle.

Accende la candela. Strusciando le ciabatte, si accosta ai vetri; le lucine continuano a creare piccoli bagliori alternati: un filo di minuscole lampadine colorate dondola appeso ai pilastri del pianerottolo. Qualcuno si è ricordato che domani è Natale e ha voluto mettere un segnale anche in quell’inferno.

È presto, ma la giornata si presenta già cupa, gonfia di pioggia che batte e ricade sui ballatoi interni, schizzando ovunque e lasciando pantani d’acqua nerastra.

Pensa al suo vicolo, Luisella, agli odori acuti che si spargevano nell’aria nei giorni di festa, alla voce del venditore di pesce, con il bancone pieno zeppo di capitoni, lupini, vongole e cozze profumate di mare. E agli effluvi di aceto delle papaccelle che traboccavano dagli scaffali del baccalaiuolo.

Ha vissuto a lungo in quel vicolo, Luisella, con occhi inariditi e incendiati da lacrime, ma anche brillanti di una gaiezza maliziosa e misteriosa; uno di quei vicoli dove i “bassi” neri e miseri possiedono angoli illuminati da brandelli di sole; dove nelle notti d’estate un coro di fiati striscia lieve lungo i muri scrostati e anneriti dei vecchi palazzi e avvolge i corpi sudati abbandonati nel sonno.

Lì, in quel budello scuro e umido, la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la pietà e la ferocia, sono voci così confuse tra loro, che non riesci più a distinguere bene e male, fortuna e sventura. La strada è casa, e la gente, onda del mare, quel mare che da lontano regala il salmastro a bruciare la pelle.

È stata felice in quel tempo, senza saperlo, abbandonata ai sogni di una giovinezza aspra che lievemente scivolava nella maturità.

Bastava poco, qualche metro di strada e si trovava in Via Toledo: colori, traffico delle automobili, negozi con le vetrine che invogliavano agli acquisti, l’afflusso dei suonatori ambulanti, il susseguirsi dei manifesti pubblicitari sui muri degli storici palazzi d’epoca e la folla vociante che sembrava sempre in festa.

Ora vive un altro mondo.

La candela si è spenta, prende un altro fiammifero e la riaccende, versa un po’ di cera in un piattino sbrecciato e vi poggia il moccolo quasi consumato. Si prepara il caffè nella moka annerita; lo fa lungo, il barattolo è quasi vuoto. Poi si siede accanto alla finestra, le ombre della notte si stanno diradando, qualche striscia bianca attraversa il cielo livido; ne intravede qualche spicchio tra i pilastri del ballatoio. È lo stesso cielo che la luna illuminava nel vicolo, quando, dalla finestrella della sua casa a pianterreno guardava in alto nelle sere d’inverno. Ora non guarda più in alto. Sorseggia piano la bevanda marroncina e amara. Zucchero ce n’è poco, serve per il latte dei gemelli.

Prima di uscire, dà uno sguardo a quelle due sagome immobili: dormono, sa che non si sveglieranno ancora per molte ore, rimbocca le coperte e stira con le mani la piega del ruvido lenzuolo di canapa, macchiato di ruggine.

Percorre il ballatoio, discende le ripide scale a cielo aperto, gli ascensori guasti sono ormai depositi di rifiuti; schizzi di pioggia passano attraverso i buchi del vecchio ombrello con le stecche che spuntano fuori; attraversa scheletri di giardini, passa in fretta davanti ad androni bui e scuri, schivando le “stanze del buco” e pilastri come mostri di cemento. Cento anni sulle spalle, ricordi sbrindellati negli occhi spenti, il peso di un corpo sfatto dai parti e dalla fatica.

Ha sposato il suo Salvatore, una vita fa: “Andiamo a vivere in un quartiere nuovo”, le aveva detto lui, “avremo una casa tutta nostra, con balconi e giardini per i bambini, niente più bassi, niente più vicoli stretti e scuri”. Ed era partita, ancora vestita da sposa, coi barattoli di latta che rotolavano dietro alla macchina che correva verso un infinito sconosciuto.

Ha avuto cinque figli. Tre sono morti nei primi anni di vita, sono sopravvissuti solo i gemelli, due esserini col corpo molle e la testa ciondolante. E a Salvatore è scoppiato il cuore, l’ha lasciata sola in quello strano quartiere nuovo, Le Vele, un nome che ricorda il mare, ma che del mare non ha neanche gli abissi più profondi.

Cammina per Viale della Resistenza, la strada è ancora mezza vuota, sta attenta a non calpestare cocci di vetro e siringhe sparse tra i residui d’erba inaridita.

Un tempo aveva un lavoro, Luisella, per anni si è spezzata la schiena sui pavimenti delle case dei signori al Vomero e sulle scale di uffici e cliniche. I gemelli glieli guardava l’anziana madre; poi la vecchia è morta, e lei ha dovuto abbandonare quelle attività faticose ma che le davano da vivere. Ora si arrangia col sussidio del patronato e con i pochi spiccioli che guadagna facendo la sirengaia. Ogni mattina gira per il quartiere a fare iniezioni, cinque euro ognuna, ma l’aiutano ad andare avanti e a far da mangiare a quei poveri disgraziati dei figli suoi.

Persa nei pensieri, non si accorge di essere arrivata alla prima Vela di via Labriola, la sorpassa, poi torna indietro. Arranca per le scale, ogni tanto si ferma per prendere fiato, tossisce.

All’ultimo piano, sul ballatoio uguale al suo, si somigliano tutti quelli dei mostri di cemento a Scampia, suona il campanello della prima porta. Apre Concetta, un donnone di un metro e ottanta, non ha ancora quarant’anni ma se li porta male, come tutti quelli che non hanno mai avuto tempo né voglia per la spensieratezza: i capelli striati di grigio, il corpo già sfatto, il doppio mento e un reticolo di rughe attorno agli occhi e alle labbra:

Uè, Luisè, hai fatto tardi. Lo sai che la signora mia s’incazza se non arrivo puntuale”.

Fa lo stesso lavoro che un tempo faceva lei, va a servizio, e guadagna bene perché i suoi padroni sono ricchi e generosi. Luisella entra in cucina, sulla credenza, un piccolo albero di Natale. È da un tempo infinito che lei non lo fa più, da quando Salvatore se n’è andato, in quella torrida notte d’estate:“Tanto i gemelli neanche se ne accorgono”, pensa.

Apre lo scatolo dei medicinali già pronto sul tavolo, prende una fiala, la sbatte un po’, poi la spezza e riempie la siringa, controlla che non ci sia aria e con un batuffolo di ovatta imbevuto di alcool in una mano, si gira verso Concetta. La donna è già pronta, la natica bianca e molliccia scoperta. Un attimo, qualche secondo e tutto è finito.

“ Sì sempe brava, Luisè, tieni ‘na mano ch’è ‘na piuma. Manco me ne accorgo quanno butti l’ago int’a coscia.” Luisella sorride, piccole soddisfazioni.

Concetta apre il borsellino, prende cinque euro e glieli mette in mano, poi ne prende altri cinque e dice: “Questi sono per Natale, accatta qualcosa per le creature”. Le “creature” hanno quasi vent’anni, ma nessuno se ne ricorda, e neanche lei.

“E questo è per te”, aggiunge, prendendo un panettone dalla credenza. Luisella arrossisce, ringrazia, ed esce a testa bassa.

Nello stesso edificio, tre piani più sotto, c’è ‘o scugnato, sessant’ anni, magro, basso, senza neanche un dente, il viso scavato e la bocca che sembra una ferita. Ha la bronchite da un mese e non può portare il pane casa per casa come fa di solito. Ex carcerato, è uscito dal “giro”, si arrangia, fa il garzone per il fornaio e, quando serve, aiuta l’unico pizzaiolo del rione. Vive con una sorella zitella che fa la bidella nella scuola elementare. È tifoso della Juventus, e per questo ha anche abbuscato più di una volta dagli ultras del Napoli.

Anche da lui Luisella si sbriga in fretta: fa l’iniezione e scappa via; le dispiace un po’ prendere i cinque euro da ‘o scugnato, ma poi pensa che la sorella guadagna bene e che lei non può proprio permettersi di rinunciare a quei pochi spiccioli.

Fa ancora un giro nell’edificio accanto, compra le verdure per i gemelli e poi ritorna verso casa. Le gambe le fanno male, se le trascina a fatica. Ha smesso di piovere ma si è alzato un forte vento che solleva foglie secche e cartacce sporche.

Sul ballatoio di casa viene avvolta da un forte odore di fritto: “Ninuccia sta preparando il pranzo della vigilia”, pensa e sospira. Per lei sono solo lontani ricordi.

I gemelli dormono ancora. Si accosta al letto e li sveglia con una carezza, poi li scopre, hanno il pannolone fradicio di urina; il fetore invade la stanza. Li lava, li cambia e poi, uno alla volta, se li carica sulle spalle e li sistema sul seggiolone. Apre la finestra per far passare un po’ d’aria ma un colpo di vento la fa sbattere e un vetro si rompe. “E addò ‘o trovo mò, a Natale, uno che me lo acconcia?” Cerca un pezzo di cartone e prova a rattoppare il buco. Raccoglie i frantumi sul pavimento, i gemelli brontolano, hanno fame, emettono suoni rauchi e si sbavano schioccando la lingua.

Riscalda il latte, vi scioglie dei biscotti e uno alla volta, li imbocca, mentre loro sbattono le mani a pugno sul ripiano del seggiolone. Li sistema davanti al vecchio televisore, poi si ricorda che non funziona perché non c’è la luce e allora dà loro dei pezzi di carta da tagliuzzare, è il loro passatempo preferito; lei, alla luce della mezza finestra, si siede a rammendare.

Fa buio presto d’inverno, e le ore passano veloci.

E’ già sera, prepara il passato di verdure per i gemelli e poi li mette a letto.

Lei non può guardare neanche un po’ di tv, ma pensa che intanto i programmi natalizi le mettono tristezza. Sbocconcella una fetta di panettone, è la sua cena. Fa freddo, dalla porta e dalla finestra rattoppata di cartone entrano spifferi d’aria gelida. La fiammella della candela oscilla. Non funziona neanche la stufetta. E allora pensa di accendere tutti i fuochi del gas e anche il forno, che lascia aperto: faranno un po’ di luce e un po’ di calore.

Si spoglia, infila la camicia di flanella, mette le calze di lana e si sdraia in mezzo ai gemelli. Li tira accanto a sé, così stretti sentiranno meno freddo.

Chiude gli occhi, le sembra che le pareti si stringano; intravede un azzurro lontano, ma è solo un ricordo atroce vicino ai bagliori rossastri delle fiammelle che ardono nella stanza; i muri si accostano sempre di più, formano un pozzo viscido e nero, vede, al di sopra del soffitto, la notte e lo strazio che imperversa fuori. È talmente stanca che vorrebbe che il corpo sprofondasse. I ricordi si affollano brucianti, ma non scaldano. Un colpo di vento più forte, il cartone si stacca dal vetro, i fuochi si spengono. Non se ne accorge, la mente sta viaggiando; passa dal nero cupo al giallo di un sole lontano, dall’angoscia mortale ad una gioia folle, troppo grande da contenere. Come pesano gli occhi! Cerca di aprirli, intravede le pareti che schiacciano, ma ora si sente leggera, vola, oltre i muri, oltre i ballatoi puzzolenti, con i suoi gemelli per mano. Forse domani sarà tutto come ieri, forse i fuochi che vanno in cenere diventeranno sole.

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L'incontro

23 Dicembre 2020 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #unasettimanamagica, #adventscalender, #racconto

L'incontro

 

Le parole sono colorate diceva Eduardo, “…tu liegge e vide ‘o blu, vide ‘o ccelestevide ‘o russagno, ‘o vverde, ‘o ppavunazzo…”

Ma le parole sono anche suoni, immagini, musiche dell’anima.

Talvolta la parola, una sola, un’unica parola, “quella parola”, è un incontro, un avvicinarsi inaspettato tra sconosciuti, tra diversi, tra chi avrebbe potuto anche non trovarsi mai. E quando alla parola si accompagna lo sguardo, allora due mondi si fondono, si ri-conoscono, vite che si sfiorano e restano legate da un filo sottile che avvolge, stringe e impedisce di dimenticare. Una traccia indelebile nell’anima.

È così che è accaduto mentre camminavo di corsa per le strade di una città infreddolita ma frenetica, volgarmente addobbata per un Natale che bisogna a ogni costo festeggiare, illuminata in modo sciatto, così, quasi per forza, perché “a Natale si fa”, a Natale si truccano strade e piazze, si mascherano miserie e squallori. A Natale, i colori artificiali non sono quelli delle parole.

Macchine che sfrecciano e strombazzano, passanti carichi di pacchi che ti urtano indifferenti, con occhi vuoti, il sorriso stampato su volti di pietra, finto, come le luci, come i colori. E, a un incrocio, l’unico buio, addossata al muro, una grande macchia scura accartocciata; ai suoi piedi, un largo panno che intravedi sporco, carico di cianfrusaglie, radioline, statuette, portafogli: un piccolo bazar.

Passo oltre, uno dei tanti uomini-sacco, come li chiamano ora. Ho fretta, ho freddo, devo compiere il solito rituale dei regali, non ne ho voglia. Ma, qualcosa mi blocca, qualcosa mi spinge a tornare sui miei passi, una insolita curiosità, o forse no, forse il richiamo per quell’”invisibile” che sta lì, muto, rassegnato, in un luogo inconsueto. “Ecco”, penso, “ecco che come sempre mi intenerisco per un derelitto e faccio il solito gesto di generosità pelosa. Non sfuggo alla regola, a Natale si diventa tutti più buoni ed altruisti, come se, con un po’ di elemosina, ci si lavasse le coscienze”.

Ma quel cartoccio umano ha su di me uno strano fascino. Mi accosto, vorrei dargli dei soldi e poi scappare via, ma ho paura di offenderlo, e allora fingo di interessarmi a un piccolo portamonete, quasi perfetta imitazione Gucci. Lo prendo e guardo l’uomo. Senza parlare, lui alza una grande mano dal palmo rosa e mi mostra le cinque dita. Faccio il conto che, se tutto va bene, a lui andrà la metà; gli porgo una carta da dieci euro. Lui cerca in un sacchetto di pezza il resto, sempre senza parlare gli faccio cenno che va bene così, non voglio il resto.

E allora avviene l’incontro. Il giovane alza su di me due immensi occhi neri e liquidi, “occhi di paglia bruciata”, avrebbe detto Pasolini, “…occhi di poveri cani dei padroni”. Mi guarda serio per un lungo istante. Quegli occhi non sorridono, “vedono”, mi riconoscono, quegli occhi sanno. Sanno il segreto di una vita che rotola ancora alla ricerca di un senso, sanno, sanno di un Natale, di mille Natali mai arrivati. E anche io so, e vedo. Vedo tracce della sua storia antica, vedo la sua crudele innocenza, vedo lui, vero testimone dell’Avvento.

Alì, uno dei tanti figli dei figli…” “essi che ebbero occhi solo per implorare…” “essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo…” (1)

Abbassa il capo, Alì; prende dalla tasca qualcosa e me lo porge: è un piccolo ciondolo d’avorio, una minuscola testa d’elefante. Io compro, lui dona.

Apre la bocca, le sue grosse labbra si stirano sui denti bianchissimi. La voce dura, roca, un’aspra carezza: AMICA, dice, solo AMICA.

Avrebbe potuto pronunciare altre parole: “grazie” per esempio , oppure “ciao”, o anche: “è per te”. E invece sceglie di dire: AMICA. E quella parola ha il colore di tutti i mondi lontani, il colore di tutti i Natali del mondo.

Sono tornata a quell’incrocio, ci passo spesso, ma lui non c’è.

Altre strade, altri marciapiedi, altri incroci lo vedranno, grande ombra scura dagli occhi brillanti, neri e lucidi come la sua pelle, porterà altrove la sua storia, la storia dei figli di “Alì dagli occhi azzurri”, pronuncerà ancora “quella parola” ad orecchi sordi, guarderà sempre in fondo a occhi ciechi, e la profezia di un Vate rimpianto, non troverà ancora echi. “Se egli non sorride, è perché la speranza per lui non fu luce, ma razionalità”. (1)

Ida Verrei.

(1) da “Profezia” di P.P.Pasolini

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Davanti al presepe

22 Dicembre 2020 , Scritto da Marcello de Santisi Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #adventscalender, #postaunpresepe

Davanti al presepe

 

Oggi la finestrella del nostro calendario dell'avvento si apre su un pezzo vintage, per ricordare il compianto Marcello de Santis, che non è più con noi da tempo.

 

 

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata. Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati. Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente, e incappottati con scialli e cappelli, per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due stretti stretti per scaldarsi meglio, e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il Natale con noi. Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti. La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna. Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto ormai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa) … e che mi prendo ancora!… … ‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffumigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spray da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero)). Ho obbedito come un suddito al suo re, e sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata! Per questo, debbo dire, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria. Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare). Le campane hanno smesso di suonare. Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tra il vociare natalizio consueto di ogni natale. M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu addossata alla parete, splende la luna e brillano le stelle dorate. Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio), e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare. Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore, e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana. Eccola, la grotta, c’è la madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dall’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san Giuseppe. Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino Gesù, che è appena nato. So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa. La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago. … meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato.

Marcello de Santis

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Cena di Natale

21 Dicembre 2020 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

Cena di Natale

 

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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