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Post con #unasettimanamagica tag

Il pranzo di Anna

24 Dicembre 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

Era di nuovo Natale, fra pochi giorni i ragazzi sarebbero tornati a casa, come ogni anno. L'atmosfera per le strade del paese era la stessa di sempre, luci colorate, festoni, vetrine illuminate. Nell'aria il profumo di cannella e spezie, di legno di montagna e di dolci fatti in casa, di vin brulè, di abeti decorati a festa con luci intermittenti che brillavano negli occhi meravigliati dei bambini fermi a guardare e tutto intorno la melodia dei canti natalizi e le soavi note delle zampogne.

Anna si stava affrettando a comprare le ultime cose per preparare il pranzo di Natale, dove li avrebbe avuti tutti insieme, come piaceva a lei, seduti intorno al tavolo grande nel salone, i piatti di porcellana bianca, i bicchieri di cristallo, il camino acceso, le candele, i pacchi sotto l'albero illuminato e il presepe da completare, anche se Gesù era nato a mezzanotte. Erano i suoi figli, con i compagni e i nipoti a tornare ogni anno, per festeggiare. Le piaceva rispettare la tradizione di famiglia, conosceva i desideri di ognuno e cosa avrebbero voluto trovare sul tavolo imbandito. Vincenzo, il suo primogenito, amava i tortellini in brodo, che Natale era sennò? Sua figlia Francesca, invece, bastian contrario dalla nascita, le avrebbe chiesto “mamma ma non hai fatto le lasagne?” poi a Lella, la moglie di Vincenzo, piaceva tanto il pollo in gelatina e a Giorgio, il marito di Francesca, il coniglio arrosto con le castagne . Il suo primo adorato nipote Enrico sapeva che avrebbe trovato la torta di riso e poi c'era Valeria, la sua nipote più piccola, che non le chiedeva mai nulla. Lei non amava queste feste, i ritrovi “forzati” dove, alla fine, c'era sempre qualcosa da ridire e troppo da mangiare. Lei faceva finta di ingerire tutto, si metteva nel piatto una piccola porzione di ogni cosa e, dopo averlo assaggiato per fare i complimenti alla nonna, con discrezione accantonava, schiacciava, tagliuzzava il cibo giocando con le posate e, più spesso, allungava qualcosa sotto il tavolo al cagnolino che si accucciava ai suoi piedi in fiduciosa attesa. Era una ragazza sensibile la sua Valeria e Anna faceva sempre finta di non vedere per non darle un dispiacere.

Oramai si stava ritirando verso casa, le gambe le facevano male, non riusciva più a finire i preparativi di corsa come un tempo e le servivano giorni per sistemare ogni cosa, ma era contenta. Da quando era morto il suo Mario i figli, i nipoti, rappresentavano tutto quello che le era rimasto e una giornata con loro valeva ogni sacrificio. Finito il pranzo non le facevano toccare più nulla, lei stava seduta coi nipoti a godersi storie di cuori infranti o di compiti in classe mancati, Lella e Francesca spicciavano la cucina, lavavano i piatti e pulivano tutto, poi sistemavano gli avanzi, che si dividevano rigorosamente in parti uguali, e tornavano in sala per aprire i regali. Era il momento che preferiva in assoluto: l'entusiasmo dei ragazzi, l'eccitazione per le sorprese, la premura e l'affetto si potevano toccare e riscaldavano la stanza. Tutto era rimasto uguale, come amava fare suo marito, che ogni anno ripeteva la scena del pacchetto mancante. Dopo che ognuno aveva aperto il proprio regalo, lui si fingeva dispiaciuto perché nessuno sapeva dove fosse il regalo di Anna e si scusava spergiurando di essersene dimenticato e, mentre chiedeva un bacio di perdono, lei chiudeva gli occhi e lui le metteva in mano un pacchettino, forse il più piccolo, ma sicuramente il più prezioso. Ogni anno un gioiello, di poco valore, ma pur sempre un “regalone” per le loro finanze: una spilletta, un sottile collier, un paio di orecchini, un anellino. Sempre di ottima finitura e di buon gusto. Lei si schermiva e, guardando i figli, diceva “Questi saranno presto vostri”. Poi, invece, all'improvviso una sera se ne era andato lui. Lo aveva trovato addormentato sulla poltrona, col libro aperto tra le mani, pensava che dormisse e invece il suo Mario l'aveva lasciata per sempre senza nemmeno salutarla. Era rimasta sola in quella casa troppo grande e così da allora ogni Natale toccava a Vincenzo la scena del pacchettino mancante e lei era contenta. I suoi figli l'amavano allo stesso modo in cui lei li amava. Si guardò attorno, tutto era pronto, fra poco avrebbe sentito la macchina arrivare, la prima era sempre sua figlia.

Francesca sbatté la portiera della macchina e scese carica di pacchi e pacchetti, aprì la porta ed entrò dentro casa bofonchiando, aveva preso questo vizio da quando suo marito l'aveva lasciata: “Sempre così, tutta 'sta fatica per mangiare un giorno. L'anno prossimo andiamo al ristorante”. Iniziò a sistemare le candele, a posare le stelle di Natale nei sottovasi, accese il caminetto e tirò fuori la tovaglia rossa, “cara mamma questa tovaglia è vecchia, dovremmo regalartene una nuova” disse sospirando malinconica e iniziò ad apparecchiare il tavolo. Il salone era caldo e illuminato quando arrivarono Vincenzo e Lella. Francesca non poté fare a meno di notare quanto anche loro, come la tovaglia, fossero invecchiati, ma forse per rispetto a sua madre, che le avrebbe dato un'occhiataccia, si trattenne dal farlo notare. Di lì a poco giunsero Enrico con la moglie e il piccolo Cristian, e, per ultima, Valeria, sorridente e silenziosa come sempre. Andarono tutti insieme in cucina e trovarono il frigo pieno di provviste, non mancava nulla, nemmeno lo spumante per il brindisi. I tortellini erano pronti e c'era già il brodo nella pentola, solo da scaldare, il coniglio nel forno che si doveva accendere, la torta di riso già tagliata a rombi e spolverata di zucchero a velo era nel piatto di portata. Si guardarono dubbiosi, chi di loro si era preoccupato di fare questa sorpresa agli altri, per non far sentire la mancanza di Anna che era mancata meno di un mese prima? I due fratelli si scrutarono senza parlare, ognuno di loro pensò fosse stato l'altro e si abbracciarono con le lacrime agli occhi. Enrico parlava col piccolo e gli raccontava di come era buona la torta della nonna. Fu un pranzo coi fiocchi come sempre, tutto buonissimo, proprio come quando lo faceva lei, gli stessi indimenticabili sapori e l'armonia familiare non era stata mai così calda e serena. Anche i pacchetti erano stati aperti, a ognuno il suo e ne era rimasto uno piccolino che non era destinato a nessuno.

Anna, in piedi accanto al camino, li guardava contenta, era stato faticoso più di tutte le altre volte far trovare loro tutto pronto quest'anno, pensava che non ce l'avrebbe mai fatta, meno male che le mani svelte di Valeria, che da lei tutto aveva imparato, erano riuscite a preparare la sorpresa per i suoi figli. Che angelo quella nipote dolce e riservata che, felice del risultato ottenuto, stava in disparte e la cercava con lo sguardo con la stessa malcelata discrezione di quando dava da mangiare al cagnolino sotto al tavolo. (Franca Poli)

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Ceppo come lo ricordo io

9 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Appesa al lampadario c’è una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha insegnato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo fantastica.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene” quelle parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali di quelli.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come ora che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi che sarebbe accaduto se, per caso, avessi scorto Babbo Natale, se la cosa potesse essere pericolosa. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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Nonna

8 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

 

Attorno alla capannuccia

fatta a mano dal bisnonno

mettevi il filo luccicante

un pezzo di latta

divenuto cometa

e accendevi le lucine.

M’inginocchiavo

dicevo le preghiere

a Gesù Bambino

toccavo i pastori in fila

rigidi come soldati

fermi nei loro eterni mestieri

suonavo la campanella

di un’incongrua chiesa

nell’odore di muschio secco

sempre lo stesso

di anno in anno

cantavo

tu scendi dalle stelle.

La ballerina dei datteri

eburnea

ballava sulle punte

e la Befana calava due volte

dal mio camino e dal tuo

la Befana col ciuco

con l’erba del Villano

il bicchiere rosso

del vino

e un infinito cielo di stelle

di stagnola.

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    In dirittura d'arrivo sul Natale

    21 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

    In dirittura d'arrivo sul Natale

    Siamo ormai in dirittura d’arrivo di questo Novembre che, come tutti gli altri mesi, sta volando. Ricordate quanto erano lunghi i mesi un po’ di anni fa? Soprattutto quelli anonimi, grigi e bui, come Novembre, Gennaio o Febbraio. Ora non più, ora volano, anche quando sono noiosi, quando non accade niente e le giornate si scorciano. Il tempo altalena tra freddo e vento caldo, davvero non si sa in che modo vestirsi, le zanzare pungono, la pioggia si trasforma in alluvione, la brezza in tromba d’aria, le scossette in terremoti che triturano interi paesi e distruggono il nostro patrimonio millenario, come se, davvero, “mille e non più mille”.

    Certe temperature umide e sciroccose stridono con le luci di Natale che s’incominciano a intravedere nei centri commerciali, cattedrali omologate di un consumo globalizzato. Ma tant’è, le feste si avvicinano e, se non ci sono problemi gravi, val la pena celebrarle con tutti i crismi, magari cercando di ritrovarle – più che in un surplus di acquisti, cene, lustrini e parenti serpenti - nelle piccole cose sgualcite che profumano di ricordi.

    Ad esempio quel bel tappeto di muschio su cui cammino in campagna potrà servire da base per il presepe che mi ostino a fare in questo Natale sempre più rarefatto, stilizzato, islamizzato fino a scomparire, come se ci vergognassimo delle nostre origini, delle tradizioni, di ciò che siamo. Quando, invece, niente scatena ricordi più belli dell’odore di borraccina secca, cavata da una vecchia scatola da scarpe terrosa. C’erano le mani di mia nonna e della mia prozia in quella scatola, a tirar fuori le solite lucine dell’anno prima, magari con qualche pisellino bruciato.

    E poi, finalmente, anch’io nel 1969, decisi che volevo un presepe tutto mio:

    “Quest’anno farò il presepe”, scrivevo il 13 dicembre, “e sto preparando le casine di cartone da mettere sui monti. Ho comprato delle statuine che rappresentano: la lavandaia, la nonna che fila, lo zampognaro, un uomo inginocchiato, il lattaio ed un giovane pastore che ha una pecorella sulle spalle. Comprerò altri personaggi. Ho anche delle pecore e degli agnelli e molti altri animali. Gesù Bambino, La Madonna e San Giuseppe non li ho dovuti comprare perché sono alla piccola capannuccia che ho sempre avuto e che ho sempre messo sotto l’albero di Natale.”

    Mi accorgo che gli abiti e la moda stanno diventando un pretesto per parlare d’altro, di ricordi e di un mondo che non c’è più. La nostalgia alla mia età è una brutta bestia.

    Vabbè, bando ai rimpianti e pensiamo a come vestirci, con un occhio alla temperatura ballerina e uno alle prossime, invitabili, occasioni sociali. Gli acquisti non sono molti perché ci sarà da spendere per le feste e fra poco arrivano i saldi.

    Continua la serie delle camicette fantasia, cui si aggiunge quella in pizzo immacolato, materiale che sembra andare per la maggiore.

    Ecco la maglia pelosa e bianca, con un fiocco sulla schiena. Chissà a cosa devo tutto questo improvviso candore?

    Ecco un paio di cintoline pitonate, che possono sempre servire, nonostante, ormai, sia la pancia a tener su i pantaloni e non viceversa.

    In dirittura d'arrivo sul Natale
    In dirittura d'arrivo sul Natale
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    Auguri alla rovescia

    1 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi, #unasettimanamagica, #animali

    Auguri alla rovescia

    A tutti i lettori, la REDAZIONE AUGURA BUON ANNO!!!!!!

    Poi... io... avrei da fare degli auguri solo miei. Sì, Voglio fare gli auguri alla rovescia. Voglio augurare un pessimo anno a quelli che abbandonano i cani perché sono vecchi, malati, perché puzzano, pisciano e sfigurerebbero in salotto con gli amici.

    In particolare a quelli che, quando il cane anziano è scappato dal canile per tornare dalla sua famiglia, poi ce lo hanno riportato.
    E a quelli che hanno lasciato una povera bestia in un punto dove adesso, lei, anche se piove a dirotto, vuol rimanere ad aspettarli fino a morire.
    E a quel cacciatore che ha sparato in bocca a un bastardo, strappandogli mezzo muso e lasciando che la colpa se la prendessero dei ragazzini.
    E a quello che ha ridotto il suo cucciolo uno scheletro che respira.
    Tutte storie che, quando vedi le foto in rete, puoi solo oscurarle per non sentirti male. E ti chiedi di cosa sono capaci queste persone, cosa hanno dentro e cosa farebbero anche ai loro simili, se potessero.
    Ecco, con parecchia simpatia per quel signore che ha impallinato uno che stava picchiando la sua bestia, auguro a tutta questa gente un anno di sofferenze, di stenti, di malattia, d’indigenza e, soprattutto, di fiducia tradita. Perché di questo si parla.
    Gli animali non sono perfetti, hanno i loro caratteri e danno problemi. Gli animali possono mordere, graffiare, uccidere (come noi) per legge di natura e per istinto di conservazione della specie. Gli animali non sono angeli, puzzano, vomitano, spelano e pisciano sul divano. Ma sono eterni bambini, esseri innocenti persino mentre sbagliano, esseri che ci amano, amano tutto quello che siamo senza giudicarci mai e hanno fiducia in noi fino alla morte.
    Noi non siamo bestie, non abbiamo le dure leggi del branco, possiamo scegliere di non tradire, di accompagnare nell’estremo viaggio un amico che ci ha amato tutta la vita, guardandolo negli occhi sino all’ultimo istante, possiamo scegliere di dargli una coperta, una zuppa e una carezza anche quando è brutto, spelacchiato e fetido.
    Ecco, davvero, auguro un pessimo anno a tutte queste persone cattive. Non ci sono altre parole per definirle: cattive, disumane, insensibili. Anche se vestono bene, anche se vanno in chiesa, anche se fanno l’elemosina, anche se viziano i figli. Sono malvagie, non provano pietà e compassione e non credo possano provarla nemmeno per gli altri esseri umani.
    E a quelli che mi dicono che devo amare anche le persone non auguro un anno brutto, no, ma solo la capacità di comprendere che dove c’è compassione, c’è anche quell’umanità che loro invocano e che, spesso, nel loro caso, non va oltre la condivisione di un post su un social, mentre per me ha sempre significato prendermi cura, quotidianamente e con sacrificio, di un altro essere con zampe e coda.
    Quelle persone dal cuore nero, quando si svegliano, devono fare i conti con la loro coscienza, se ne hanno una. Io, invece, incontro gli occhi del mio cane e riesco ancora ad alzarmi.

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    Il mio Capodanno

    31 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

    Il mio Capodanno

    Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.

    Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.

    A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.

    Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.

    Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.

    Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...

    Franca Poli

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    UN PO' DELLA MIA VITA

    27 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #unasettimanamagica, #racconto, #adriana pedicini

    UN PO' DELLA MIA VITA

    Adriana Pedicini presenta un brano di Paolo Aurelio Monteleone, speaker di radio Adelaide (Australia)

    UN PO' DELLA MIA VITA

    Quando eravamo tredici figli in casa, quando povertà e miseria erano le sole cose che abbondavano, io c'ero.
    Quando si mangiava tutti in una sola pentola o padella, facendo a turno con le poche posate che avevamo, quando si dormiva in tre o quattro in un letto e ci si scaldava incrociando le gambe l'un con l'altro, io c'ero.
    A sei anni, alla morte di mamma, io c'ero.
    Al suo funerale no, io non c'ero, troppo piccolo, mi dicevano allora, per seguire una bara, come se le lacrime di un bambino che perde la madre valgono meno di quelle dei grandi.
    E quando l'ENAOLI (ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani) ci prese e ci portò via di casa per metterci in orfanotrofio che sapeva più di prigione che di collegio, io c'ero.
    Ed in quei lunghi otto anni di Alcatraz, dove il nervo e la bacchetta la facevano da padroni ad ogni piccola mancanza, quando oltre che a badare a me stesso, dovevo far da padre, da madre e da fratello maggiore a lui che era due anni più giovane di me, io c'ero.
    Che bella fanciullezza!! Non la augurerei neanche a un cane. Nulla di inventato, tutto vero, reale, vissuto sulla propria pelle e portato sulle spalle.
    La gioventù non è stata prodiga di doni, mi ha dato un'altra mamma (santa donna e due nuovi fratelli, come se non fossimo già abbastanza), un padre padrone, terra da zappare e botte da mattanza.
    Che bello vero?
    Però io c'ero.
    I miei vent'anni, non furono da meno ;
    Alla morte e funerale di mio padre io c'ero.
    A 21 fidanzato
    a 22 già sposato
    a 23 un figlio mi era già nato
    e io c'ero.
    Gli anni più belli, quando quelli come me facevano piglia piglia, io sulle spalle, avevo una famiglia.
    A tutti ho dato il meglio che potevo, ai figli ho dato il meglio di me stesso, a volte ho lavorato come schiavo, a volte son passato anche per fesso.
    E io c'ero.
    Venimmo poi in Australia, per dar loro un bel futuro, non mi è poi andata male, ma ho lavorato duro.
    Alle rinunce e privazioni, io c'ero, al funerale di mia figlia, io c'ero, anche a quello di mia sorella, io c'ero.
    Al matrimonio del primo figlio, io c'ero, alla nascita dei nipotini, io c'ero, magari stanco morto, però c'ero.
    Alla partenza della figlia, io c'ero, nello spazio di un anno, il piccolo si è rotto il braccio e una gamba ben tre volte, e io c'ero eccome !!!!
    Visite, ospedali, specialisti, tanti dottori in vita mia non li ho mai visti, cosa non faresti per i figli,
    anche a costo di svuotare il portafogli.
    Ora non son più giovane, non me ne faccio un vanto, lo so che ho avuto poco, anche se ho dato tanto.
    Non voglio fare il pirla, non voglio passar per fesso, ma prima di finirla, io ci sarò ancora, ma prima per me stesso.
    Anch'io ho diritto a vivere, a togliermi le voglie, e prima di pensare agli altri, ci siamo Io e mia moglie.

    Quante foto di tavole imbandite per il Natale, tutte belle e preparate con gusto, da fare invidia, quanti bei piatti pronti per essere divorati!!!!!!.
    Complimenti !!!!!! Sono felice che comunque nonostante la cosiddetta "crisi", noi Italiani riusciamo sempre a rendere speciale questa che per noi cristiani è la festa più grande da celebrare ogni anno.
    Io per questo Natale ho voluto fare qualcosa di diverso, che non avevo mai fatto prima, sono andato indietro nel tempo, ho scavato nella mia memoria, ho cercato tra la polvere della mia mente il primo Natale della mia vita, di cui potessi ricordare. E ce l'ho fatta !!!
    Si, ricordo bene, avrò avuto 4 forse 5 anni, ne sono sicuro perché mia mamma era ancora viva, così come lo era mio padre, i miei nonni, alcuni zii e zie e dei fratelli e sorelle che purtroppo non ci sono più.
    Eravamo gente povera, non avevamo molto, anzi avevamo molto poco.
    Il nostro pranzo di Natale era fatto di cicorie amare, raccolte sulla Farastola, cucinate in padella con un po’ di fagioli secchi, messi a bagno la sera prima, un piatto di olive in salamoia e come regalo, una manciata di fichi secchi da custodire gelosamente nelle tasche e da consumare lentamente, come se fosse un tesoro prezioso. Altro che i grandi pranzi di oggi !!!!
    Non c'era molto è vero, ma avevamo Noi e ci volevamo bene e quel volersi bene valeva molto e quel fico secco per noi era quanto si potesse desiderare.
    Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo sulla tavola ed anche di più, facciamo a gara per comprare i regali (spesso inutili), brindiamo con i vini più costosi, ostentiamo un lusso che non ci appartiene, sì, abbiamo quasi tutto ma non abbiamo più Noi.
    L'amore e il rispetto che c'era tra la gente povera di una volta non esiste quasi più, quando lacrime e miseria erano le sole cose in abbondanza, io ricordo che ci si voleva bene veramente e con sincerità.
    Ricordo molto altro a pensarci bene ma per le nuove generazioni è impossibile da credere e forse inutile da raccontare.
    Io non voglio fare il moralista, voglio solo dire che sono fiero ed orgoglioso di fare parte di quella generazione che non ha dimenticato e che non dimenticherà mai le cicorie amare e i fichi secchi.
    Per quest'anno, il mio pranzo di Natale e il cenone di Capodanno sono andati a quelli meno fortunati di me, io mi accontenterò di qualche fico secco ma con pace e amore vero in casa mia.

    Paolo Aurelio Monteleone

    piatto povero della tradizione contadina

    piatto povero della tradizione contadina

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    Buon Natale!

    25 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #unasettimanamagica, #postaunpresepe

    Il presepe di Marcello
    Il presepe di Marcello

    BUON NATALE con i nostri presepi

    a tutti i lettori di signoradeifiltri.blog

    Il presepe di Adriana

    Il presepe di Adriana

    Il presepe di Franca

    Il presepe di Franca

    Il presepe di Patrizia P.

    Il presepe di Patrizia P.

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    Cena di Natale

    24 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

    Il presepe di Adriana Pedicini
    Il presepe di Adriana Pedicini

    La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini

    Cena di Natale

    Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.

    Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.

    Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

    Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

    I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.

    Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.

    L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.

    Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

    Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

    Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.

    Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.

    Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.

    Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

    Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.

    Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

    Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!

    Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.

    Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.

    Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

    L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.

    Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.

    Non gli mancò la voglia di scherzare.

    Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.

    Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.

    Intanto ebbe inizio la cena.

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    L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

    23 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

    L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

    Un piccolo brano tratto da un mio romanzo ancora inedito per augurarvi BUON NATALE.

    Il tavolo è stato allungato e ricoperto con una tovaglia rossa, comprata in un negozio cinese, che non va stirata e si lava con una spugna. I piatti, invece, sono quelli buoni. Michela ha persino provato a fare un centrotavola con delle candele prese al discount e delle pine* spruzzate di spray color argento. Tenere occupate mani e testa è uno sforzo che consuma un sacco di energia, sfinisce e lascia posto per poco altro, ma è indispensabile, fa parte del processo quotidiano di rimozione, in atto da tanto tempo ormai. In questo preciso momento si costringe a tenere gli occhi fissi sul piatto che ha in mano, a respirare per schiarirsi la testa e trovare un modo per arrivare in fondo alla serata. Dalla cucina arriva un odore nauseante di crostini bruciacchiati e arrosto sfrigolato. È come se ci fossero delle scritte luminose nell’aria, dei festoni ad annunciare l’avvento dell’orrore, non di Gesù.

    Accade l’insopportabile eppure dovrà sopportare fino in fondo alla cena. Le sembra di morire, ma non come suo figlio, piuttosto di una morte privata, tutta chiusa dentro di lei. Si sforza di far finta di nulla, di trasformare in un sorriso il rictus che ha sulla faccia da quando hanno suonato alla porta. Respira ancora profondamente, poi va in cucina, si mette ad armeggiare con il forno, si brucia, impreca. Le luci della sala sono tutte accese, sembra che le cose sfavillino in modo feroce. «È l’ultimo Natale per Loris, devi esserci» ha detto al telefono a sua sorella. «Sì, ma porto qualcuno» ha risposto Rosi.

    Loris è già sistemato a capotavola, vicino all’albero finalmente raddrizzato e pieno di regali, quasi tutti per lui. Ha tre cuscini a sostenergli la schiena, un filo di saliva che scende sul mento, fa fatica a girare la testa, eppure la volta in continuazione per seguire il suo andirivieni dalla cucina. Più passano i giorni, più peggiora e più ha bisogno di lei, più la cerca fino a farle sembrare odioso ogni minuto che trascorre lontano da lui. Serve ad aumentare il suo senso di colpa e lei ci si aggrappa perché anche quello è un sentimento umano, un sentimento da mamma.

    Francesco è in piedi davanti alla porta finestra, ha i pugni contratti, la mascella serrata in quella posa che lei conosce fin troppo, sembra sul punto di aprire la finestra e gettare di sotto qualcuno, guarda fuori nel buio della notte che, qui sul viale di Antignano, non ha luminare, babbi natali scalatori o tubi fluorescenti sui terrazzi. Qui il mare la fa da padrone su tutto, anche sul Natale. Non come in Borgo, dove lo percepivi dagli alberi illuminati contro le finestre spalancate, dai rumori di ciottoli e stoviglie, dagli odori di crostini e sughi che filtravano sotto le porte saturando i pianerottoli, dalle luci che addobbavano i terrazzi e davano sentore di presenza umana, di gente vicina che sta facendo le stesse tue cose e sta pensando gli stessi tuoi pensieri.

    Rosi è seduta su uno dei due divani, a fianco c’è la loro madre che le sta dicendo: «Via… così alla fine ti sei fidanzata anche tu». Sua madre sembra davvero contenta mentre accenna a Luca, disteso sull’altro divano. Quando hanno suonato, Michela è andata ad aprire ed è rimasta impietrita sulla porta, zitta, ha sentito che il sangue le defluiva dalla faccia. Le è sembrato che qualcuno le legasse un mattone al collo per trascinarla sul fondo di un pozzo nero. «Buon Natale» ha detto Luca, e aveva la bocca sollevata da un lato, non era un sorriso, era un ringhio. È entrato nell’ingresso conquistandolo, invadendolo come se non pesasse sessanta chili ma cento, come se non fosse alto un metro e settanta ma due metri. E ora è lì, che respira la stessa aria di Francesco, i suoi occhi la seguono, le perforano la nuca anche quando fugge in cucina per salvarsi. Michela vorrebbe spalancare la porta e correre giù nel buio, fra le siepi, sullo sterrato, fino al mare gelido, invernale, per buttarcisi dentro e scomparire nella notte. Non può farlo, sono tutti lì per l’ultimo maledetto Natale di Loris, sono lì per sorridere e fingere che ce ne saranno molti altri schifosi come questo."

    *Pina: "frutto del pino avente la forma approssimativa di un cono costituito da squame o scaglie legnose, aderenti le une alle altre, che, quando il frutto ha raggiunto la completa maturazione, si aprono lasciando cadere i semi, cioè i pinoli. Vedi anche pigna" . Dizionario della lingua italiana De Agostini

    Ricordarsi sempre che i cosiddetti "toscanismi", altro non sono che parole italiane pure. Chi parla toscano, raramente sbaglia.

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