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Post con #psicologia tag

Sui treni da prendere e sui sogni da rincorrere: c’è sempre tempo

25 Giugno 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

Qualche tempo fa, compilando il curriculum aggiornato, mi è piombata addosso un’angoscia terribile, da mozzare il fiato. Mi sono resa conto di avere 26 anni, ormai. Io, con il cervello ancora impostato su “giovinezza”, non avevo ancora realizzato di essere più vicina ai trenta se non ai venti. Certo, nell’ultima torta di compleanno che mi ha fatto la mia mamma – la stessa che per coccolarmi mi fa tutti i ventitré maggio da quando sono venuta fuori dalla sua pancia tra atroci dolori, e queste sono parole sue – campeggiava, in cera e color azzurro acceso, il numero 26. Mica però, soffiando con lo stesso entusiasmo di quando di anni ne avevo quattro e dopo mi aspettava una vagonata di regali, mi sono resa pienamente conto del fatto. Anche il mio fidanzato e la mia sorellina mi hanno chiamata ventiseienne per giorni. Nemmeno questo mi ha mandata in crisi. Quel curriculum ha scatenato in me la stessa tristezza che mi assale quando apro il barattolo di Nutella, decisa a mangiarne un chilo almeno, e lo trovo vuoto. Mi ricordo quando, a diciannove anni, mi sentivo una wonder woman immortale. Ero più che convinta di poter fare di tutto, persino l’astronauta. A diciannove anni si pensa che si rimarrà sempre giovani, pieni di speranze e di energie. Adesso, a ventisei suonati, ho capito tre cose: il mio essere lunatica e psicologicamente instabile non era legato all’adolescenza; non posso più diventare astronauta – non perché non ci sia più tempo, e di questo parlerò dopo, ma perché non mi va proprio più –; le zampe di gallina sugli occhi non rendono certo lo sguardo più sexy. Però, oltre il fatto che sia un po’ sconvolta dal tempo che, inarrestabile, scorre senza che nessuno possa controllarlo, mi sono resa conto di una cosa: troppo presa a fare quello che si sarebbe aspettato il mondo da me, mi sono dimenticata di ciò che volevo io. Ecco perché non mi ero accorta di avere – non mi ero accorta veramente, intendo – già ventisei anni.

In questi ultimi anni ho vissuto di lavoro, di corse, di studio e di traguardi da seguire per essere “nella norma”. Laurea in pochi anni – anche se, con quella velocità e quell’ansia, non mi sono goduta il percorso – e specialistica iniziata presto, come era socialmente ritenuto giusto fare, malgrado le mille ansie e i mille dubbi. Risultato, quattro esami dati in pochi mesi con successo ma grande, immensa frustrazione. Non era il mio campo, non era la mia passione... non per adesso almeno. Malgrado la tristezza di essermi accorta del tempo che è volato, ho compreso che l’amarezza maggiore è data dal fatto che, nel rincorrere ciò che invece il mio cuore rifuggiva, ho sprecato del tempo prezioso, tempo che non tornerà; tutti noi sprechiamo il nostro tempo. Lo sprechiamo quando facciamo qualcosa che non vorremmo fare, quando ci concentriamo più sugli obiettivi che sul percorso, quando non sorridiamo per le piccole cose, quando non capiamo il perché della nostra pelle sciupata e delle borse sotto gli occhi. Ecco, ho capito che il mio tempo è passato perché mi sono preoccupata più dell’essere “normale” che dell’essere felice. Allora cosa ho fatto? Decisione repentina e cambio, Master. Niente specialistica. Se un giorno un’ondata di ispirazione mi coglierà, be’, vivrò l’attimo. Finalmente soddisfazione. Recensisco molti libri al mese, scrivo articoli, studio per il Master... e c’è persino qualcosa che bolle in pentola per quanto riguarda il mio sogno di scrivere di nuovo qualcosa che mi renda orgogliosa, malgrado non arrivi mai in alto.

Quindi, sapete a che conclusione sono giunta? Se volete fare filosofia, fatela – anche se non c’è lavoro. Se volete dipingere quadri in riva al mare, trovate un cavalletto e guardate il panorama. Volete ballare, cantare? Siete iscritti a giurisprudenza ma vorreste fare gli assistenti sociali? Cambiate. Mettetevi in gioco. Saltate nel buio.

Ho capito, senza mezzi termini e mezze parole, che di vita ne abbiamo una sola. Sì, so che sembra una frase fatta, però troppo spesso ce ne dimentichiamo. Dimentichiamo che vale più un sorriso di un pianto; dimentichiamo che l’ambizione è una gran cosa, senza ombra di dubbio – io sono ambiziosa da far paura, quindi mai potrei dire il contrario –, ma solo quando è rivolta verso qualcosa che ci riempie il cuore e la giornata; dimentichiamo che i traguardi si tagliano meglio e con maggior successo quando le cose si affrontano con passione. Vivere felici – irrilevante che sia in mezzo ad arte, musica, libri, numeri, colori, espressioni, stetoscopi, bambini – è l’unico nostro scopo; trovare la serenità, una serenità che odora di verità e di giustizia, dà un senso di estasi che nessuna sostanza stupefacente potrà mai regalare.

Ho capito, inoltre, che non è tardi per nulla e che è sbagliato conformarsi agli altri per forza. Che non si deve fare il 3+2 per soddisfare mamma e papà. Che non si deve prendere sempre 30, pena la delusione di qualcuno. Che è sbagliato rincorrere la normalità che fin da piccoli il sistema ci vuole inculcare. Siamo tutti normali. Siamo tutti diversi. Tutti abbiamo sogni e aspirazioni. Tutti noi cadiamo. Tutti noi possiamo rialzarci, ginocchia sbucciate, per fare meglio. L’ho capito quando mi sono sentita libera, felice di ciò che avevo scelto, finalmente affrancata dalle catene della superficiale normalità.

Non è mai troppo tardi per nulla, poi.

E magari mi starà sbucando qualche capello bianco, per carità, ma se domani mi svegliassi e capissi che sarei felice a studiare psicologia – o lingue, o biologia –, be’, prenderò quel treno.

Siate felici alla luce del sole. Mostrate i vostri desideri, rincorreteli come fareste con un aquilone se foste bambini. I sogni nel cassetto si rovinano: tirateli fuori. Anche quando credete di non avere più tempo. Tutti abbiamo tempo. Possiamo fare qualunque cosa. E questa è la più grande ricchezza che abbiamo.

 

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L’amore quando si hanno quindici anni e si leggono libri strappalacrime

20 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

 

Ricordo quando ero ai primi anni delle superiori. Si sogna in grande, a quell’età. In tutti i campi… si è ambiziosi ed energici e si pensa di poter diventare tutto ciò che si vuole. Medici senza frontiere, astronauti, cantanti e attori. Nulla è precluso, nulla è troppo difficile o troppo lontano. Nulla è impossibile. Sì, tutto viene visto come ipotetico e distante, ma la frase “Non posso farlo” non esiste nel vocabolario mentale dei quindicenni. Grazie al cielo, aggiungerei – perché ci pensa l’età adulta a rompere molti sogni e smantellare gran parte delle certezze adolescenziali. Ma, benché questa voglia di arrivare in alto in ambito lavorativo sia tanto magica quanto preziosa, a quell’età il sogno più grande riguarda l’amore. Il cuore batte più forte, quando si hanno quindici anni, e tutto fa più male, tutto è più vivo e duole di più. Gli amori infiniti che poi terminano sempre lasciando un solco nell’anima; le lacrime davanti a un telefono; le uscite più o meno nascoste e un po’ temute; le bugie – perché non è amore, a quell’età, se non è condito da qualche menzogna – sussurrate a fior di labbra. I primi ti amo un po’ sofferti e un po’ lanciati al vento – quello stesso vento che poi li porta via e li disperde senza ritegno e senza conseguenze – e le prime cocenti delusioni. Un’altra che prende il tuo posto, quello che credevi fosse unico e speciale, e una nuova estate che nasce e che cresce. E finisce. Malgrado non si creda di poter aggiustare quel cuore, il futuro risana le ferite, sempre. Ecco a cosa penso, se cerco di ricordare quei tempi andati. Mi capita di sorridere, malinconica; tutto si viveva a mille, allora. Ora sarebbe impossibile buttarsi su qualcosa con quella foga, con quel bisogno. Perché è proprio questo che muove, a quell’età: foga e bisogno. Emozione. Passione.

Ieri, più di altre volte, mi è capitato di tornare indietro nel tempo. Navigando su Facebook, mi sono imbattuta nel nuovo romanzo di Federico Moccia, il seguito di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te”. Sono certa che la io di adesso non si perderà tra quelle righe. Sono cambiata e ho lasciato da parte sentimentalismi e cose affini. Non piango quasi più, sono molto pratica e molto poco romantica. Sono grande, insomma, e l’adolescenza è come un brutto sogno: sai che c’è stato e ne porti ancora addosso le conseguenze, ma non riesci più ad afferrarlo. So che Moccia non è King né Gazzola – i miei autori preferiti. So anche che le storie d’amore su carta stampata le sopporto poco. Troppi singhiozzi e troppi abbracci e troppi baci, ed è vero che nel mondo ne servirebbero sempre di più ma io ho bisogno di altro, di altre vette da esplorare e di altri stimoli che muovano la lettura. Lo so, conosco tutto questo, ma credo che lo leggerò comunque. Anche solo per capire se sono capace di essere un po’ come allora… di piangere e di ridere perché l’amore questo è, e lo è sia nella realtà che nella finzione di un libro.

Babi e Step mi fecero appunto piangere e ridere – soprattutto piangere, se non ricordo male – e muoio dalla voglia di capire se riesco ancora a innamorarmi di una scritta su un ponte. Di una fuga da una finestra. Di un mare che sa di cielo e di un cielo che sembra il mare. Di un dolce far pace… Un amore acerbo, breve ma forte come una tempesta. Un amore che non aveva senso di esistere e che quindi è morto con la fine dell’estate – che poi, chissà perché, le più belle storie iniziano quando il sole colora la pelle e tutt’intorno si sente profumo di mare. Un amore che è presente solo nei sogni più limpidi, quando si hanno i brufoli e si temono lunghe interrogazioni di latino.

Spero di sentirmi quindicenne per un attimo. E spero di piangere, almeno un po’. Se non altro per dimostrare a me stessa di non essere diventata troppo cinica da non riuscire a sognare.

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Sull’educazione dei bambini: il meccanismo dell’imitazione

30 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #educazione, #psicologia

 

 

Avete dei bambini? Quale tattica usate per farvi ascoltare?

Io non ho figli, ma ho una sorella più piccola alla quale ho sempre urlato molto, moltissimo. Nemmeno so contare le volte che mi sono ritirata in stanza con un gran mal di gola, senza nemmeno aver raggiunto quello che era il mio scopo originario.

Ora lei è una bellissima piccola donna che si prepara – fra pochi mesi, ahimè, prenderà il volo – alla prima superiore, ma quando era piccola si comportava, appunto, da piccola. E come biasimarla? Io però, nel frattempo, entravo in quel periodo della vita dove le energie sono a mille ma la pazienza scarseggia. Più lei ballava e cantava mentre io studiavo, più cercavo – con quelle che erano urla spacca timpani – di convincerla ad andare in un’altra stanza, eventualmente, per provare quelle coreografie degne di Amici e quegli acuti che sembravano quelli di Adele. Non ho mai capito – ora miriadi di studi chiariscono la questione – che urlare non serviva. Nemmeno un po’.

È bene che mi segni questa regola fondamentale, nel caso di eventuali figli: i bambini sono spugne, fanno tutto ciò che ci vedono fare. Ecco perché quelle urla erano sbagliate, dannose. Le hanno insegnato, probabilmente, ad urlare a sua volta.

La frase da usare?

“Fai come me.”

Possiamo usare questa frase ogni volta che vogliamo che il bambino in questione imiti il nostro comportamento.

Prendi come me la forchetta; leggi come sto facendo io; disegna come me.

È proprio tramite l’imitazione degli adulti che stanno loro accanto – dicono gli psicologi – che il bambino inizia quello che è il suo personale processo di crescita.

Per prima cosa, impariamo a modulare il tono. Deve essere deciso, sì, ma non troppo severo. Non si deve essere duri, occorre solo cercare di esortare il bambino a seguire con attenzione ciò che abbiamo da dirgli.

Poi, seconda cosa, i gesti: no a nervosismo o chiusura; sì a gioco, amorevolezza, dolcezza.

Serve tatto, affetto. Dobbiamo apparire disponibili.

Per i bambini, il processo di imitazione inizia presto: già intorno ai due mesi di vita – tramite il meccanismo pianto/riso – sembrano interessarsi alle nostre reazioni, poi affinano la tecnica. Si sentono grandi, quando cercano di emulare i comportamenti degli adulti.

Per far raccontare la loro giornata, quale modo migliore del raccontare noi la nostra?

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Ortensia

12 Marzo 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto, #psicologia

 

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

Ortensia ha diciassette anni, capelli lunghi, lisci e biondi ma spenti, proprio come i suoi occhi grigi che hanno deciso di incrociare di rado quelli di un’altra persona. Come un animale impaurito, Ortensia non si fida più o, forse, non si è mai fidata, neanche di chi le sta accanto e, adesso, ha iniziato a dubitare anche di se stessa. In realtà, sono già quasi due anni che l’intero corpo di Ortensia, da sempre esile e spigoloso, non somiglia più a quello di una di quelle antilopi graffite sulle pareti delle caverne nel Sud della Francia che tanto l’avevano impressionata da bambina e nelle quali si era subito riconosciuta. Persino i maschi della sua classe non si sorprendono più della magrezza di Ortensia come facevano all’inizio, quando la sua bellezza di fanciulla ad un passo dall’adolescenza aveva iniziato a sbocciare, attraendone le attenzioni. Inizialmente, anche loro - i ragazzini che le giravano intorno - erano stati sopraffatti, sebbene non riuscissero a comprenderne l’essenza, da quella tensione verso il sublime che albergava in Ortensia e che era capace di farsi strada anche a dispetto delle piccole mortificazioni che lei, in segreto, aveva iniziato a sperimentare su se stessa. 
Prima atti quasi impercettibili, come un’insolita trascuratezza nell’acconciarsi i capelli o nel vestire, un’unghia sanguinante, un piccolo graffio sul dorso della mano o sulla guancia, poi addirittura qualche livido e ancora un taglio più profondo sull’avambraccio che lei sembrava voler mantenere sensibile ripercorrendone la lunghezza con le dita. 
In seguito, quell’inquietudine si era fatta palese e mentre i maschi della sua classe avevano preferito orientare i propri interessi verso le altre più fulgide compagne, quelle stesse femmine avevano cominciato a bisbigliarsi strane cose su Ortensia: gradualmente aveva cominciato a girare sempre con più insistenza la voce che i pantaloni che Ortensia indossava così mollemente sulle gambe o le felpe che sembravano diventare più grandi settimana dopo settimana, fossero le prime evidenti tracce della sua difficoltà a mangiare con regolarità. Ortensia - dicono queste stesse voci - non si vuole bene o, piuttosto (come aveva spiegato l’insegnante di latino e greco in uno dei tanti giorni d’assenza che avevano cominciato a riempire il calendario scolastico) Ortensia si vede grassa. 
Quelle frasi sono arrivate anche alle orecchie di Ortensia e ora lei non può fare a meno che convenirne, perché - sebbene le curve intorno ai suoi giovani fianchi siano da tempo sparite e, persino, i suoi capezzoli paiano rimpiccioliti ed avviarsi ad una forma che somiglia sempre più a due mirtilli abbandonati su di un petto che ha perduto ogni morbidezza - preferisce trascorrere interi pomeriggi da sola, restandosene chiusa in camera sua, dove l’unica cosa che riesce a fare sollevandosi dal letto, è guardarsi per lunghe, interminabili sessioni, allo specchio. Sempre lì dentro, chiusa tra le pareti della sua camera, Ortensia si pesa, almeno cinque volte al giorno, provando a misurare l’effetto che le fa uno dei suoi pasti che oramai ha ridotto ad una mezza confezione di mais, una barretta di cioccolato, due fette biscottate col the o quattro mandorle sgusciate. 
Questi cibi Ortensia li consuma quasi sempre da sola e li preferisce a quei pochi pasti cui è oramai obbligata in compagnia dei genitori. In queste occasioni, lei si mette a tavola con una sensazione di sopraffazione, come di chi sia stata obbligata a commettere un peccato, e con l’immane sfinimento derivante dal dover ripetere ciò che da tempo le appare come un’inutile messinscena. Una recita in cui Ortensia - figlia unica di due persone che non hanno mai parlato molto tra di loro, salvo quando sono in presenza di estranei, e che da subito han deciso di non tacere ad Ortensia la sua adozione - interpreta la parte di una ragazza timida e silenziosa. 
Per la verità, circa un anno fa sua madre s’è accorta che qualcosa non va ed ha intuito che per Ortensia mangiare sta diventando insopportabile. Perciò, dopo i primi digiuni e le fughe in bagno di sua figlia, la mamma ha deciso di far sparire le chiavi di tutti e due i bagni. Ortensia ha però escogitato una strategia alternativa: lei si libera del cibo direttamente in camera da letto e lo fa infilandosi un lembo del lenzuolo in bocca, provando a spingerselo fin dentro la gola e, se trattiene per qualche istante il respiro, le viene poi naturale deglutire fino al momento in cui il cibo, che Ortensia controvoglia ha dovuto ingoiare a tavola, comincia finalmente a ripercorrere il tragitto inverso risalendo su per l’esofago per riaccumularsi di nuovo in bocca, pronto ad esser espulso. Lei, quel cibo lo vomita in una busta che l’indomani, lungo il tragitto verso scuola, può eliminare. 
Sebbene non lo ammetta apertamente a se stessa, Ortensia ha cominciato a desiderare di vedere assottigliare sempre più il suo corpo proprio per poter sembrare ancor più uguale ad una di quelle gazzelle stilizzate sui muri delle caverne. Ma altre volte, lei si immagina come un solo filo d’erba: lungo, liscio e senza sporgenze, indifferente persino alla siccità e all’assenza totale di nutrimento e di luce. Ed è proprio questa immagine del filo d’erba che Ortensia ha scelto per descriversi con lo psichiatra, Esperto di disturbi del comportamento alimentare, come ha letto sulla targa d’ottone dello studio dal quale, da circa due mesi, ha accettato di andare. Ma se Ortensia l’ha fatto è proprio col preciso e lucido intento di far rientrare quell’improvvisa attenzione che alcuni professori, e in seconda battuta sua madre, hanno cominciato a riversare su di lei. La cosa, infatti, che maggiormente la disturba è avvertire quel preoccupato, a volte morboso interesse concentrato proprio su quel che mangia o ha smesso di mangiare. Per quale motivo - si chiede ormai retoricamente Ortensia - non può essere libera di ingoiare quello che desidera e, soprattutto, di stabilire da sola cosa e quanto sia sufficiente al proprio organismo? 
Perciò, pur di far cessare quella fastidiosa apprensione esterna, due volte a settimana - ogni lunedì e giovedì pomeriggio - Ortensia ha acconsentito a lasciarsi ispezionare e, in molti casi, a farsi martoriare l’anima, in quello studio medico dove ha negoziato di poter essere condotta e riportata a casa da sola a bordo dell’auto di servizio del padre. 
Già dal secondo incontro con il medico, quando lui ha spiegato ad Ortensia che il suo problema dipenderebbe da un bisogno di attenzione, divenuto viscerale sin dalla sua prima infanzia, lei ha realizzato che quell’uomo dal profumo di colonia così invadente non sarebbe stato in grado di capire un bel niente. E a nulla è servito ad Ortensia provare ad obiettare a quella sentenza il fatto che lei non provi alcun bisogno di attenzione ma, al contrario, desideri esser lasciata in pace e per conto proprio, in quanto del cibo - come  dell’amicizia e dell’amore - lei non sente al momento alcuna necessità. 
In cuor suo, Ortensia ha anche pensato dal secondo incontro con quel medico che, forse, avrebbe potuto rendere quelle sedute meno estenuanti se avesse confidato di aver provato attrazione e interesse in passato per qualcuno, invece di continuare a ripetere di non aver alcun interesse né per ragazzi, né per ragazze. Le è accaduto - ha narrato perciò - che, quando era poco più che una bambina, si era invaghita di un amico incontrato il primo anno delle sue vacanze-studio in Inghilterra. Se ben ci pensa un interesse simile le si era riproposto almeno altre due volte con un altro ragazzo, di qualche anno più grande di lei, figlio del benzinaio della pompa sotto casa. Ma poi è capitato che Ortensia abbia pensato di non esser lei la persona giusta o, viceversa, che quel ragazzo abbia fatto o detto qualcosa di sbagliato capace di farla immediatamente ravvedere.  
Oltre ad incontrare lo psicologo e, sempre per esser lasciata in pace, Ortensia ha accettato di sottoporsi ad un programma di alimentazione controllata, secondo il quale lei è libera di scegliere da sola il cibo senza dover ascoltare le suppliche e le prescrizioni della madre. Adesso è qualcun altro che pesa gli alimenti al suo posto e soprattutto (circostanza inizialmente sottovalutata da Ortensia), i suoi pasti li deve consumare in presenza non più dei genitori, ma di una giovane donna, una dottoressa, Daniela, che appunto fa la nutrizionista di mestiere. È Daniela ad esser stata incaricata di assicurare la rieducazione alimentare di Ortensia. Ma dopo le prime volte in cui i pranzi con la dottoressa si sono rivelati se non interessanti, almeno sopportabili, Ortensia ha avuto la sensazione che quell’estranea la stesse trattando come un animale d’allevamento destinato al macello ed obbligato ad ingurgitare razioni alimentari al limite della sopportazione. Perciò, pur sforzandosi in sua presenza di consumare tutto il cibo proposto, Ortensia ha iniziato a percepire la presenza di Daniela una volta al giorno come una nuova tortura, anch’essa intollerabile, al punto da sentirsi impazzire e da dover inscenare malesseri che la costringono a letto. 
Infatti, quello che sempre più snerva Ortensia è che qualcun’altro - sua madre, suo padre, il suo psicanalista e adesso Daniela - abbia comunque il potere di imporle quantità di alimenti che lei non considera affatto necessarie alla propria sopravvivenza. Perciò, sebbene abbia acconsentito a sedersi di nuovo a tavola almeno una volta al giorno, ad orari prestabiliti, in compagnia di Daniela e per un tempo non inferiore a venti minuti (tempo che lei stessa cronometra azionando il timer del microonde), ogni volta che ritorna in camera sua non può evitare di infilarsi l’angolo del guanciale in bocca per provocare il vomito e liberarsi di quella piccola massa melmosa, riversandola dentro un’altra busta di plastica che butterà in seguito. 
Negli ultimi giorni Ortensia non può smettere d’immaginare con sempre maggiore orrore l’ago della bilancia che si avvicina di nuovo, pericolosamente, ai quarantasette chilogrammi e ciò che la ossessiona di più è l’idea che il proprio stomaco sia stato di nuovo riempito di alimenti pronti a trasformarsi in altro grasso. Perciò, tutto quel cibo lei non può tenerlo dentro di sé, non può aspettarne la digestione e quindi l’assimilazione. Occorre disfarsene come lei ha imparato a fare, oppure bere subito moltissima acqua, così da dilatare un poco lo stomaco, quel tanto che può arrestarle il vomito in presenza di Daniela. Dopo, in camera sua, quando il pianto l’avrà calmata ed avrà recuperato il coraggio e il controllo di sé, il vomito arriverà da solo, senza bisogno di usare le mani o la stoffa del cuscino. E non le importa che lo psicologo non creda che lei ami sentire la propria pancia brontolare, vedere la lancetta della bilancia girare in senso antiorario restando al di sotto dei quarantasette chili, né quanto sia importante per lei vedere e poter tastare le proprie ossa o ascoltare il sangue fluire nelle proprie vene
Per Ortensia, tutti quelli sono desideri legittimi. Poco le importa se qualcuno li considera sintomi di una malattia o altro. Lei soltanto è in grado di capire ciò che può farla sentire a posto. È per questo che lo scorso ottobre si è iscritta in palestra e da allora ci sta andando ogni volta che se la sente. Spesso il sabato quando non deve andare a scuola. 
Anche oggi, proprio come la scorsa settimana, Ortensia ha già fatto la prima ora di spinning e da meno di dieci minuti è ritornata nuovamente nella Sala Bike e sta montando sul sellino per una seconda lezione. Sebbene Mario - l’istruttore che Ortensia preferisce perché sa accompagnare la lezione con la musica Disco o R & B che più le piacciano – le abbia raccomandato nell’allenamento precedente di non sforzare troppo, lei è di nuovo salita in bicicletta. 
Lì seduta, mentre il cardiofrequenzimetro inizia a segnare una media di battiti superiore a centocinquanta e con la musica anni Settanta pompata nelle orecchie, Ortensia prova l’eccitazione che le sale dalle gambe mentre ha ripreso a pedalare senza mostrare alcun segno di cedimento, anzi sollevandosi appena dal sellino per assecondare con le pedalate il ritmo che risuona nelle casse. 
La sua capacità di pedalare senza sforzo dopo un’ora di lezione è la dimostrazione di quello che lei sostiene da sempre: tutto è comandato solo dalla mente e, se è la mente che lo desidera, non vi è stanchezza fisica o cedimento che il corpo non possa tollerare. 
Ed è una sensazione talmente bella quella che prova Ortensia in questi momenti, una sensazione che l’avvicina ad uno stato di quiete senza tempo - una condizione nella quale lei non deve più curarsi di dare risposte e di fornire spiegazioni su quello che fa e non fa. Per questo, anche quando le pare che il fiato si stia appena spegnendo e che i contorni della sala oscillino intorno a lei, prima in una direzione e poi nell’altra, Ortensia continua imperterrita la sua scalata lungo la pendenza immaginata e scandita dalle esortazioni del nuovo allenatore. 
Non importa che sotto i pedali non avverta più alcuna resistenza, né che le braccia non si sforzino più di sorreggere il busto tutto proteso in avanti o che le mani abbiano allentato la presa sui manubri e, sotto le tempie, il sangue abbia iniziato a pulsare sempre più potente e ad una velocità sconosciuta fino ad allora. Né importa che dopo qualche minuto dalla ripresa della corsa, il suo cuore è attraversato dalla corrente di un fulmine che la squarcia da capo a piedi, e qualcuno si sia già chinato su di lei. Non le importa di sbarrare quegli occhi grigi e dischiudere la bocca in una smorfia di disgusto. Lei ha preso le distanze da tutti. Soprattutto da quelli che continuavano a dirle cosa è bene per Ortensia e cosa non lo è come se fossero dei giardinieri esperti ed avessero a che fare con una delle piante di cui porta il nome e non con un essere umano. 

 

Il disegno a china è di Clara Garesio

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Umberto Bieco, "Alcune note su una non entità"

11 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #psicologia

 

 

 

Alcune note su una non entità

Umberto Bieco

 

Youcanprint, 2016

pp 234

15,00

 

Il Superato, protagonista del romanzo Alcune note su una non entità, si confronta col Superatore e ne esce perdente. Il superato non ha nome, è una non entità, lo immaginiamo fra i trenta e i quaranta, nullafacente, vivere ancora insieme ai genitori e sulle loro spalle. Sognatore, poeta, passa la vita a scrivere testi di canzoni in inglese e a rimuginare su se stesso, autoanalizzandosi senza pietà e giudicando il mondo in modo solipsistico, un mondo che gli appare sbagliato e poco attraente.

È immaturo, presumibilmente affetto da ansia sociale, o, almeno, ne ha tutti i sintomi, condizione che purtroppo conosco bene per doverla vivere ogni giorno sulla mia pelle. In pratica è uno che guarda la vita da fuori, la vede scorrere come un fiume nel quale vorrebbe entrare senza mai avere il coraggio di saltarci dentro. È una parodia del giovane favoloso, di un Leopardi ingobbito, pronto a scrivere versi per la fanciulla di turno capace di catalizzare il suo sguardo e infiammare la sua mente.

 

“Si confermava come una di quelle persone perse negli anfratti sotterranei della non esistenza, mentre i vivi passavano sopra. Come quasi ogni altro, concentrato su se stesso, ignorava la fitta popolazione di quei luoghi. I suoi simili”. (pag 19)

 

Gli Altri – chiamarli amici sarebbe eccessivo – stanno all'esterno e vivono, lui li guarda mentre giocano, studiano, si sposano, procreano, guadagnano una posizione e una carriera. Lui rimane sempre fermo al palo, impaurito, impigrito. E la scrittura è solo un altro alibi per rimandare il processo di maturazione.

In più, è un erotomane sessuofobico, laddove i due termini sembrerebbero in contraddizione senza esserlo. È enormemente attratto dal sesso e dall’amore, ma non riesce a mettere in pratica le sue fantasie, vuoi per la solita ansia da prestazione, vuoi per un disgusto che subentra a punirlo e distoglierlo dall’obiettivo. S’innamora di alcune ragazze, le spia, le segue, instaura con loro un rapporto virtuale o telefonico, scrive su di loro pagine e pagine di diario, ma non riesce mai a concludere, per timidezza, per paura e per ripugnanza. Il sesso lo spaventa, gli appare come uno svilimento dell’ideale, del romantico, del trascendente. Le ragazze passano dal ruolo di muse angelicate a mero oggetto di masturbazione colpevole.

La storia si muove avanti e indietro nel tempo, recuperando episodi remoti per analizzarli senza compassione. È il “movimento di una stasi”, sono le increspature di un tempo che scorre inesorabile lasciando tutto com’era, eppure spostando comunque ogni cosa in avanti. Il mondo intorno muta e lui rimane bloccato nelle stesse tossiche elucubrazioni sulla propria inconcludenza, sull’incapacità di provare sentimenti autentici, sulla struttura nevrotica del proprio io.

Sogni, libri, film, saggi, recensioni, scrittori e registi vengono sbeffeggiati ma anche analizzati con intelligenza, i nomi sono camuffati ma riconoscibilissimi, come lo stesso divertente pseudonimo dell’autore, Umberto Bieco, che non dà alcuna informazione su di sé.

Che cosa distingue questo ennesimo tentativo di diario trasformato in romanzo di (de)formazione - in “nevroromanzo”, come l’autore stesso lo definisce - dal mero onanismo su carta? Cosa, in parole povere, mi fa leggere volentieri questa storia non originale? Non lo so, forse il modo in cui è scritta, personale, intessuto di allitterazioni ritmiche, intellettuale ma non noioso; forse l’ironia crudele che diventa, insieme, pietà, schifo e sarcasmo verso se stesso; forse quel mescolare generi, dai testi di canzoni, ai saggi letterari e cinematografici, a libri e, soprattutto, film che conosco e prediligo; forse è perché anch’io amo la lingua inglese; o, forse, è solo perché personalmente mi ritrovo nella descrizione dell’ansia sociale e dell’introversione spinta fino all’asocialità. Eh, già, quanto sarebbe bello non “doversi capire e ricreare in continuazione” ma semplicemente esistere.

 

“Era molto più semplice continuare a lasciarsi morire che vivere. E allo stesso tempo non si rassegnava ciò.” (pag 118)

 

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La granitica certezza dell'inevitabile

4 Aprile 2016 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La granitica certezza dell'inevitabile

Bentornati Argonauti, bentornati nel magico (si fa per dire) regno dell’ansia sociale. Sì, lo so, non è proprio come fare un viaggio a Narnia, ma non sarebbe carino immaginarlo come una versione 2.0 del Paese delle Meraviglie? No? Va beh, io ci ho provato! Ma di cosa parliamo oggi? La scorsa volta vi ho raccontato della paura, di come essa sia l’emozione dominante dell’ansia sociale e di come possa essere considerata una paura fuori controllo, ad un passo dal panico ma non ancora panico, più simile ad un taser sul cuore che ad un sacchetto in testa. Mi sono resa conto però che questo, di per sé, non la rende molto diversa da qualsiasi altra fobia che popola il mondo della sua deliziosa quanto inutile presenza. Il vero problema dell’ansia sociale infatti sta tutto nella sua inevitabilità. Questo è il cuore del dilemma: noi non possiamo semplicemente aggirare l’ostacolo. Non possiamo fare le scale invece che prendere l’ascensore, non possiamo stare alla larga dai cani, non possiamo scappare da minuscoli ragnetti appollaiati sul muro, non possiamo evitare come la peste i circhi, non possiamo ridurre all’osso il numero di volte a cui siamo esposti agli aghi. Aggirare l’ostacolo per noi significa fare una scelta estrema, optare per una vita monacale, da eremita, da santone che ha fatto voto di silenzio, da vecchio dell’alpe, per intenderci. Significa chiudere a tripla mandata la porta, ingoiare la chiave e poi cementare serratura (e sfinteri) con il calcestruzzo. Perché la paura dell’ansioso sociale, ormai l’avrete capito, riguarda l’interazione sociale. E badate bene, non la paura del colloquio di lavoro, di difendere la propria posizione di fronte al saccente di turno o dell’incontro con l’esaminatore della scuola guida. Qui si parla del terrore provato ad andare a comprare il pane, del richiedere un libro in biblioteca, di passare in mezzo ad un capannello di persone, di chiedere ad un passante di spostarsi dal centro del marciapiede in cui si è parcheggiato con carrozzina e buste della spesa. Non sono tanto le persone fisiche a farci drizzare i peli, quanto il dover interagire con loro. Rivolgeteci la parola e ci troverete ad improvvisarci gatto soffiante con il pelo ritto. Diteci un caloroso “ciao” e ci trasmuteremo in legni fossili del paleolitico. Lanciateci uno sguardo di curiosità e ci scioglieremo nei nostri sudori freddi. Non ci vorrà molto perché facciate due più due e vi rendiate conto di quanto avere paura per noi sia inevitabile. Perché, come direbbe Shylock “un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?” Ecco. Shakespeare la sapeva lunga e ha dato a Shylock un monologo tanto logorroico quanto aderente a molte situazioni, compresa la nostra. Infatti avere l’ansia sociale non ci renderà certo ebrei per osmosi ma nemmeno ci esenta dall’essere organismi biologici che si nutrono e che si ammalano e purtroppo, essendo anche (nostro malgrado) animali sociali, siamo pure vincolati, come gli aracnofobici, i cinofobi, i claustrofobici, ad una serie di obblighi sociali: bollette, lavoro, scuola e, solo per il fatto di essere in Italia, burocrazia imperante e burocrati dalla faccia annoiata. Che fortunelli che siamo, vero? Se almeno l’ansia ci rendesse delle specie di Wolverine che se la fanno nei pantaloni ad ogni pulce incontrata per strada, avremmo se non altro più chances di vivere una vita dignitosa, scegliendo la famosa via ascetica. Potremmo interrompere i contatti con tutti e diventare amici di una noce di cocco come il protagonista di Cast Away. Io, per esempio, chiamerei la mia Amanda. Ci faremmo grasse risate insieme, ci confideremmo i segreti, ci faremmo le trecce a vicenda e alla fine le farei incontrare un bravo noce di cocco e sarei la damigella d’onore al suo matrimonio. Ma purtroppo questa non è la storia di una pazza delirante che vive dissociata dalla realtà con una noce di cocco come migliore amica, ma è la storia di persone terribilmente lucide e con bisogni a cui non possono rinunciare. Potremo anche ignorare la cima della piramide di Maslow, ma per la base non esiste ancora una soluzione. Non si possono annullare i bisogni fisiologici. Forse solo il sesso potrebbe essere depennato dalla lista. Ma il resto…il resto è inevitabile. Paradossalmente, quindi, sono proprio i bisogni animali a spingerci ad allungare il naso nel mondo e a regalarci momenti di qualità quando la cassiera ci darà il resto (leggi: tremori, sudori, faccia tirata come un colletto inamidato). Insomma, abbiamo tutti contro, bestie e umani. Come vi dicevo, è inevitabile. Sta a voi, e a me con voi, capire se questa inevitabilità sia un colpo di sfiga bionico, tipo frammento di meteorite sulla testa, o piuttosto se sia la conferma della saggezza del proverbio “non tutti i mali vengono per nuocere”. Volete sapere la mia opinione? Diciamo che è un work in progress.

Duille

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L'ansia sociale agli inizi degli anni sessanta

26 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

L'ansia sociale agli inizi degli anni sessanta

Violetta la timida

di Giana Anguissola

Mursia, 1970

pp. 273

Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al Corriere dei Piccoli sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è Violetta la Timida del 1963, che vince il premio Bancarellino.

Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.

La Signorelli, una ragazza che è tutto il contrario di me: energica, simpatica, importante, disinvolta, con un bel cognome… Cioè, mica che Signorelli sia un gran bel cognome: è il mio che è brutto: Mansueti, e allora tutti gli altri cognomi mi sembran belli. E poi mi chiamo anche Violetta che, messo insieme a Mansueti, non poteva dar per risultato altro che un coniglio. Infatti sono timidissima.” (pag.11)

Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi.

La prima cosa che, naturalmente feci, fu quella d’inciampare in un gran tappeto blu rischiando di cadere lunga e distesa davanti alla scrivania del preside. Per cui, non appena ritrovato l’equilibrio, rimasi lì ad occhi bassi, con le guance che mi cuocevano come due cotolette, senza aver neppure avuto il tempo di guardarmi intorno. (pag. 12)

L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul Corriere dei piccoli, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.

Per quest’altra volta e per sempre, il tuo compito, te l’ho già detto, è quello di affrontare ogni situazione che t’intimorisca o ti faccia soggezione, a meno che non si tratti di un leone, sarai guarita dalla timidezza.” (pag.30)

Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.

A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.

La signorina Carbone, poi, vedendo che addirittura deturpavate dei visi già perfettamente dipinti dal buon Dio, ha avuto mille ragioni di sdegnarsi e mandarvi a lavare!” (pag.241)

Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola: “contribuì a combattere i fumetti e a rieducare i ragazzi a letture sane e artisticamente valide.” L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:

Errore sarebbe da parte dell’adolescente seguire ancora gli istinti dell’infanzia che si spengono e peggiore errore sarebbe seguire di già gli istinti della giovinezza che sorgono. Perché se può ispirare una sorridente indulgenza l’adolescente che indugia a giocare, ispira una pietà mista a repulsione l’adolescente che si atteggia precocemente a donna o uomo, intendo nelle sue manifestazioni esteriori come vestire da tali o parlare o fumare da talaltri.” (pag. 240)

Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, Le straordinarie vacanze di Violetta.)

A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

12 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

Thorsons, 1993

Dagli anni Settanta ai Novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto-aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri. Non c’è signora che non abbia letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni Settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a Le vostre zone erronee di Wayne Dyer (1977) o a Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Provo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a mio avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungo, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e allo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da comprendere e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato, s'immusonisce. Quando lui torna, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, trova lei arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare a meno di pensare che lei a fa bene a mandarlo a quel paese).

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata, è sufficiente a ritirarla su. Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé. Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai...

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali:

RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!

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La paura ha ali da pipistrello

27 Aprile 2015 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La paura ha ali da pipistrello

Ciao Argonauti! Eccoci pronti per un nuovo viaggio nei meandri dell’ansia sociale. Vi voglio avvertire però: quella di oggi sarà un’esplorazione che a molti di voi potrà sembrare stranamente familiare. Non preoccupatevi se sentirete odore di casa tra le righe del mio discorso, vorrà solo dire che siete umani, non che state imboccando il crinale che vi farà entrare nell’Ansia sociale fan club! Coloro però che sono di animo sensibile e preferiscono aspettarci all’autogrill vicino al bosco in cui stiamo per entrare, facciano pure e ordinino cornetti e cappucci per tutti. Saremo affamati quando torneremo! Ma ora, bando alle ciance ed iniziamo!

Se chiedete ad un ansioso sociale qual è l’emozione che prova più spesso, vi dirà che è l’ansia. Non a caso è parte integrante dell’etichetta che fodera le nostre maglie e ci rende comprensibili. Ma “ansia” è una di quelle classiche parole che non significano niente. E’ una porta chiusa dai contorni sbiaditi e dalla vernice scrostata a furia di passarci sopra le mani. Di solito ci limitiamo a gironzolare intorno a quell'uscio di legno convincendoci che quella targhetta racconti esattamente ciò che sentiamo. Ma se scaviamo più a fondo, noi ansiosi sappiamo benissimo che non è "ansia" la parola che vorremmo dire davvero. E’ solo quella più semplice da pronunciare, quella più vaga e forse più accettabile dalle orecchie che ne sentiranno il suono. Ma la vera parola, quella che sentiamo urlare rabbiosa come un piccolo Hulk dentro il nostro vestito da Bruce Bannister, è PAURA. Sì, proprio lei. Una parola tabù come i peggiori improperi e le più oscene bestemmie. Paura. Un termine che produce più vergogna che essere beccati a conoscere per filo e per segno tutte le vicissitudini amorose dei personaggi di Jersey Shore e dei suoi variopinti spin-off. Una sequenza di lettere alquanto bizzarra poi, se ci si pensa bene. Quasi un ossimoro, oserei dire. Un paradosso incredibile quelle lettere panciute e rotonde, scivolose e morbide se comparate ai pugni nello stomaco che riesce a sganciare con precisione da ninja, lasciandoci con il fiato corto e piegandoci in due come un panino cotto e maionese. La paura, oltre ad avere un posto d’onore negli scaffali vietati ai minori della nostra psiche (i ripiani alti per intenderci) detiene anche il monopolio della nostra mente come lo Stato spadroneggia sui tabagisti più incalliti. E’ innominabile come Voldemort ma costante come un porro sul naso particolarmente affezionato. Io me la immagino come un pipistrello nero che ci accompagna in ogni momento della giornata: ci tiene compagnia durante le notti insonni, ci porge il caffè fumante non appena apriamo gli occhi, ci accompagna mentre cerchiamo di incastrare un minuscolo biscottino nello stomaco improvvisamente della dimensione di una noce pecan e si aggrappa felice alle nostre tasche da canguro sottoculari mentre cerchiamo di scolpirci un'immagine che ci permetta di non essere scambiati per sopravvissuti ad un attentato. Il pipistrello non ha una voce propria, ma questo non significa che sia meno efficace nel suo intento: ci lancia ultrasuoni che interferiscono con i battiti cardiaci, accelerandoli e mandando troppo ossigeno al cervello, iperventilandoci, insomma. E mentre stride inudibile, svolazza allegramente sopra la nostra testa oscurando il sole e marchiando tutto ciò che vediamo con una curiosa ombra a forma di batsegnale, che non fa altro che allarmarci di più perché tutti sanno cos’è un batsegnale, anche chi non si considera un nerd. E’ una richiesta di aiuto, il segno di un pericolo imminente che solo un supereroe potrà sventare. Ma per noi che viviamo nella vita reale, non esiste alcun eroe della Marvel che ci possa aiutare, sappiamo già che non si presenterà nessuno, neanche il più spelacchiato cosplayer con abito comprato al mercato delle pulci. Siamo solo noi in questa trincea chiamata vita. Niente superpoteri contro lo tsunami di realtà che ci circonda, siamo equipaggiati con il peggior impermeabile giallo mangiato dalle tarme ed un ombrellino comprato per strada che si ribalterà al primo tocco di vento. E anche se non fosse così, anche se fossimo alla guida di un transatlantico e avessimo in una mano una ciambella salvavita e nell'altra un diploma di bagnino, il piccolo pipistrello ci svolazzerebbe intorno come un uccello del malaugurio, come uno di quegli avvoltoi che stanno nei paraggi quando la bestia di turno sta per tirare le cuoia, dandoci la sinistra impressione di non avere esattamente la fortuna dalla nostra. Ed è esattamente questo lo scopo del pipistrello: creare il dubbio, mostrarci uno scenario diverso dalla realtà, depotenziarci, renderci deboli come Superman dopo essersi strofinato una roccia di kriptonite per tutto il corpo. E proprio come la kriptonite, il passo successivo sarà l’attacco del villain di turno, che nel nostro caso è il Rimuginio, che ci farà sentire piccoli, insignificanti e con un leggero alito agliato. Il pipistrello è un mago dell’illusionismo, un genio dell’arredamento con una particolare predilezione per il gotico, che non aspetta altro che giocare con le luci per gettare ombre sinistre su tutto ciò che ci circonda, creando ambientazioni alla Edgar Allan Poe, smorzando i colori e slavandoli come dopo un giro di lavatrice particolarmente disastroso.

La paura ci mostra tutto in una tonalità meno brillante e più sinistra, dai colori scuri illuminati solo dalla luce della luna; trasforma proposte allettanti in prove di abilità, incontri romantici in valutazioni del nostro fascino e feste con gli amici in campi di battaglia con tanto di zombie e sangue finto ad arredare le pareti. Agisce trasfigurando il mondo, aggiustando i battiti del cuore come degli ingranaggi di un orologio ottocentesco, calibrando i filtri dei nostri occhi scegliendo un antiquato color seppia, fino a trasformare una normale giornata in università in un percorso ad ostacoli tra le tombe della Transilvania in una notte di luna nuova, muniti solo di una matita spuntata. La paura crea ambienti spettrali, proietta ombre e definisce il mood della giornata, seguendo le sue più esaltate tendenze dark. E nel fare ciò riesce ad accomunare ansiosi sociali e non. Perché diciamocelo, la paura non è proprietà esclusiva dell’ansia sociale. Semplicemente, l’ansia ha pensato di dotarsene in grandi quantità, di ingrassare il suo pipistrello fino a renderlo capace di trasportare comodamente una coppia di nutrie con figli e bagagli. Ma in realtà siamo tutti circondati da pipistrelli neri che si salutano reciprocamente dalle nostre spalle e che, di tanto in tanto, spiccano il volo per creare quegli ambienti tetri e lugubri alla famiglia Addams, trasformando edifici in grandi lapidi nere, facendo spuntare un canino vampiro all'angolo della bocca della persona con cui stiamo parlando, allungando il fischio di una teiera fino a diventare l'ululato di un lupo nella notte. Ciò che ci distingue l'uno dall'altro non è la presenza o meno della paura, ma dove il pipistrello proietterà la sua ombra. Per alcuni potrebbe essere una proposta di matrimonio che trasforma il più bel principe azzurro in un rospo butterato che si è rigirato per giorni nella vaselina, per altri potrebbe essere fermarsi in un posto per più di qualche mese, per altri ancora potrebbe essere l'esame di maturità, visto come il tentativo legalizzato di mettere alla gogna dei poveri giovani ad un passo dalla libertà. Per me è tutto ciò che riguarda la socializzazione. Se vivessi in un bosco deserto sarei capace di lasciare il mio pipistrello sul primo ramo di passaggio, con un pacchetto di topini morti e un foglio di raccomandazione per il suo futuro impiego. Ma l'eremitaggio costa e io sono tutt'altro che ricca, quindi mi tocca continuare a tenere il pipistrello a tempo indeterminato, lasciando che giochi con le luci e le ombre così da creare scenari gotici anche in un negozio dell'IKEA. Però ho imparato una cosa in questi anni di convivenza con il pipistrello: la sua ombra ha un confine. Esiste un punto oltre il quale non può più intervenire. La paura funziona a corto raggio, a breve termine. Sui compiti imminenti e più prossimi riesce a dare il meglio di sé, a proporre ambientazioni alla Tim Burton, catapultandoci direttamente in una scena del Sesto senso o in una delle stanze della Casa infestata dal demonio. Ma se guardiamo un po’ più in là, oltre la punta delle nostre dita, potremo vedere un mondo molto più luminoso di quello in cui ci muoviamo, fatto di strade trafficate, tramonti accecanti e persone con le braccia aperte. Un mondo di possibilità eccitanti, di colori sgargianti e di sorrisi assolati, ben lontano dalla lugubre e pericolosa terra di Mordor in cui sembriamo intrappolati. Quello che dobbiamo fare è continuare a guardare oltre la punta delle dita, puntare gli occhi su quel faro dai colori vivi che brilla di libertà, che vibra di energia, che fa prudere la pianta dei piedi e che stuzzica le gambe invitandole a correre libere. Insomma, dobbiamo inscenare con noi stessi la celebre scena del Re Leone ("Guarda Simba, tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro Regno"). Se teniamo gli occhi fissi su quella Terra promessa e ci rigiriamo in bocca le parole di Mufasa, continueremo ad avanzare ignorando il pipistrello e ci ricorderemo che quello che passa sotto le sue ali non è la realtà, ma solo una distorsione della vista, è uno specchio deformante che ci spinge a desistere. E ricordarci che siamo già immersi in quella Terra magica ci potrà aiutare a cercare qua e là punti non oscurati dalle ali del pipistrello: un angolino di marciapiede illuminato dal sole, una ciocca di capelli ricci che ci prende bonariamente in giro dalla testa di uno sconosciuto, un cane che ci fissa altezzoso da sotto la sua barba. E’ tutta una questione di prospettive, tutta una questione di sguardi. E di mani tese in avanti.

Duille

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La convinzione del soffione

23 Ottobre 2014 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La convinzione del soffione

Ciao Argonauti! Eccoci pronti ad un nuovo viaggio nel favoloso mondo dell’Ansia Sociale! Siete pronti? Avete farfallini, vanghe e scarponi comodi? Bene, perché oggi parleremo di un tema scottante per molti ansiosi sociali. Come sapete, ci sono domande a cui universalmente non è facile rispondere. Perché piace tanto il caffè? Cos'è il rosso? Cosa si prova guardando l'oceano per la prima volta? E questo, senza addentrarci nel magico mondo delle domande esistenziali, tipo "Che senso ha la vita?" "Esiste Dio?" "Perché non ci diamo tutti al baratto?" e via discorrendo. Ma gli ansiosi sociali hanno un piccolo corredo personale di domande irrisolvibili che rende loro la vita un po' difficile. Oltre al solito "Perché sono così?", vero evergreen nelle nostre solitarie serate tutte fazzoletti, gelato e telefilm, c'è anche la domanda delle domande, il Santo Graal delle interrogazioni: "Cosa si prova ad essere un ansioso sociale?". Domanda difficile, incognita che tormenta le nostre giornate e che stropiccia migliaia di maglie sotto le nostre nervose mani intente ad assistere il cervello a corto di idee. Come spiegare ad una persona che non ha questo problema cosa significhi vivere in compagnia di questa simpatica burlona convinta che sia Halloween tutto l'anno? E come fare a trovare una definizione che permetta di riassumere in poche parole anni di rabbia, cisterne di lacrime ed un campionario di rinunce da far invidia al più inconcludente degli esseri umani? In fondo, a nostra disposizione abbiamo solo delle minuscole letterine, segni che, in queste circostanze, si ricordano di essere solo scarabocchi sulla carta, movimenti di penna che sembrano aver perso tutta loro capacità espressiva. Parole, dove avete lasciato il vostro pathos? Voi, che siete gli He-men (He-words?) della situazione, di colpo vi riducete a piccoli vermetti neri che si spalmano sulla pagina bianca. E io che me ne faccio di questo pugnetto di vermicelli al nero di seppia? Eh? Qualcuno può venire ad aggiustarli? Come dite? Non si può? Ah. Ho capito. Allora mi tocca arrangiarmi. Mi inventerò qualcosa alla McGiver, o mi improvviserò Doc di Ritorno al Futuro. E nel caso di un blogger, diventare McGiver significa una cosa sola: RICORRERE ALLE IMMAGINI. Quando le parole ti danno il benservito e ti lasciano in mezzo alle sabbie mobili della spiegazione interminabile, la soluzione è mandarle bellamente a quel paese e affidarsi alla forza primordiale delle figure. Loro di certo non dimenticano a casa la borsa contenente l'impatto emotivo! E quindi, ecco qui:

Li vedete quelli della foto? Sono Soffioni. Soffici, delicati soffioni. Tanto belli quanto fragili. Bisogna avere una laurea in delicatezza per poterli cogliere. Si devono avere mani di nuvola per sfiorarli, perché anche le carezze possono farli sciogliere in pulviscoli volatili. Quante volte, da bambini, presi dall'entusiasmo, li abbiamo afferrati con energico amore, con "intenso trasporto", come direbbe la buona Carmen, ritrovandoci con un mucchietto di ciuffi bianchi in una mano ed un stelo tutto spelacchiato ancora attaccato al suolo? E questo perché i soffioni sono fiori tremendamente sensibili, si stressano con un niente. Vanno protetti dal vento di maggio che fa il solletico ai prati, ma anche dal soffio gentile di chi li protegge. I soffioni vanno colti lentamente, facendo attenzione che non si accorgano di noi, e vanno guardati un po' di sottecchi, per evitare che il nostro respiro li spogli della loro bella chioma di sogni. Possiamo avvicinarci, ma non toccarli davvero, se non con la punta delle dita, affidando a quei piccoli polpastrelli tutta la nostra energia cuoriciosa. Questi fiori sono una prova di autocontrollo, di disciplina. Ci impongono un limite alla passione. Possono essere amati a distanza, toccati solo da nebbia di amore, rugiada di affetto, polvere di sguardo.

E la cosa più inspiegabile è che loro, così inadatti a questo mondo di vichinghi, esistono e vivono. Veri misteri che popolano i prati, all’ombra di margherite, rose e primule.

Ed in fondo, è questo che un ansioso sociale sente di essere: un soffione al vento, sempre intento a trattenere i suoi semi, moderno coniglio bianco floreale. Naturalmente un ansioso sociale DOC (e DOP) non si paragonerebbe mai ad un soffione. Si sentirebbe più affine ad un tubero. Una patata per esempio, oppure lo zenzero. Avete mai visto lo zenzero? E' piuttosto bruttino, poverino. O magari, se proprio si sentisse in vena di complimenti, si sentirebbe un po' lumaca. Di certo non un tenero e delicato fiorellino che accende i sogni e la fantasia. Ma io ho all'attivo 5 anni di terapia e sono stata contagiata da un germe di autostima che mi fa scegliere immagini un po' meno viscide di una lumaca! E quindi, lasciate che raccatti con il cucchiaino tutto l'amor proprio che ho (poco e ben nascosto per i momenti di vera necessità) e vi racconti cosa significhi sentirsi fragile come un soffione. E attenzione, ho detto proprio sentirsi. Perché la verità è che siamo più forti di quanto pensiamo. Nella realtà abbiamo una corazza di ferro battuto che, di fronte al peggiore degli starnuti naneschi, non ci smuoverebbe neanche un capello. Ma la convinzione è tutto in questi casi. Sapete come si dice, no? Se ti senti bella e attraente, avrai la fila degli uomini dietro la porta, anche se sei la sorella brutta di Maga Magò. E questo vale anche al rovescio naturalmente. Quindi, anche se avrai la corazza di Iron man fatta in Mithril appositamente per te, se non crederai nel potere di quella armatura sarai davvero solo un soffione al vento tra le mani di un bambino troppo entusiasta. E noi siamo proprio questo: gente convinta nel non essere convinta della durezza della propria corazza. O, per essere più chiari, persone certe di essere fatte di carta velina, di vetro soffiato, come quelle terrificanti palline di Natale che i genitori si ostinano a comprare ma che tu, povero figlio, non devi assolutamente far cadere/rompere/scheggiare, pena lo stordimento eterno a suon di predicozzi sul costo della suddetta opera d'arte dicembrina. Siamo davvero convinti che una parola un po' più spinosa o uno sguardo un po' più duro potrà mandarci in pezzi. La conseguenza è che finiamo coll'andare davvero in frantumi di fronte alle persone. Pur non essendolo, diventiamo soffioni (o lumache, scegliete voi). E per questo, se mai vorrete toccarci, dovrete farlo come si fa con un soffione: dolcemente, teneramente, rinunciando a tutto, se non al tocco di due dita sulla corolla. Considerateci come quei pacchi contenenti le porcellane della trisnonna defunta e seguite le sagge indicazioni sul nostro scatolone corporeo: FRAGILE. MANEGGIARE CON CURA. E con amore, aggiungo io.

Duille

La convinzione del soffione
La convinzione del soffione
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