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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

psicologia

Singolarmente multipla

16 Agosto 2014 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

Singolarmente multipla

Ho sempre trovato riduttivo identificarsi con il proprio disturbo. Appiattisce, rende bidimensionale, ci trasforma in cartonati di noi stessi, immediatamente comprensibili proprio perché dietro l’immagine non c’è nulla. Ma spesso finiamo comunque con il cadere nella trappola dell’identificazione facile e, guardandoci allo specchio, vediamo davvero quel sorriso di cartone che ci fissa, tanto falso da far quasi ridere. Ma la volete sapere una verità? Voi non siete quel cartonato. Big surprise, direte voi. Il punto è che lo specchio non mente, lo sapeva anche la povera Grimilde. Certo, ma lo specchio non può riflettere ciò che non vede davanti a sé, e voi siete proprio lì, aggrappati al retro di quel cartonato. Belli nascosti, rannicchiati in un angolo come piccoli pulcini, ma ci siete. E poi, In fondo, chi può dire di essere unico? Siamo multipli per natura, siamo forgiati così dalla nostra storia, dalla cultura, dalla società, dallo stesso scorrere del tempo. Oggi siamo qualcosa di diverso da ciò che eravamo ieri, e domani saremo altro ancora, in un continuo processo additivo di crescita. Quindi posso dire, in tutta onestà di essere la mia ansia sociale? Posso affermare che non ci sia altro oltre questo? Sono davvero SOLO la mia ansia sociale? E’ con un moto di stizza che mi esce un bel “No” alla braveheart, un No guerriero, con il kilt, i colori di guerra e le treccine.

Sono un mondo di cose io. Sono la sognatrice persa nei suoi pensieri, la scrittrice in erba che passa il suo tempo in treno a scribacchiare sul suo quaderno, la lettrice che divora i libri in metropolitana, sono la tizia che sogna di finire in un libro di Tolkien. Sono quella che balla come un fenicottero ferito mentre cucina (sentendosi tra l’altro una gran figa), e quella che conserva miliardi di foglie secche nei libri senza sapere davvero cosa farsene.

Questo dimostra che non sono solo la mia ansia sociale, ma d’altronde, sono ANCHE questo. E’ una parte di me, come la mia sbadataggine e la mia risata alla pippo. Solo, è più ingombrante. Tipo elefante in un monolocale.

Ma d’altronde, neanche l’ansia sociale è soltanto una manciata di segni su un foglio bianco. E’ un universo con luoghi e regole proprie. Consideratela come una terra inesplorata e un po’ primitiva, popolata da emozioni purissime, come pantere indiane che vagano alla ricerca dei popoli che la abitano.

Oppure, se vogliamo vederla in modo più nerd, è una realtà alla dottor Who, con quei buffi personaggi che popolano i vari mondi che i due viaggiatori visitano.

Comunque la vogliate vedere, sia che siate esploratori con fucile e completo color senape, sia che siate dei signori del tempo con il papillon, per poter capire ciò che accade dovete sospendere il giudizio e cominciare ad ascoltare. Perché io, terricola di questo mondo misterioso e primitivo, sono pronta a mettermi davanti ad un fuoco e spiegarvi (nei limiti delle mie capacità e di quelle della lingua italiana) cosa si sente ad essere un’ansiosa sociale. Impresa ardua, ammettiamolo, e per tutta una serie di ragioni: primo, la vergogna che si prova nel raccontare una fobia che ha, oggettivamente, del ridicolo. Non crediate che non siamo consapevoli di essere fuori come balconi! Insomma, avere paura di entrare in un negozio semivuoto, di chiedere un’indicazione o anche solo di passare in mezzo ad un capannello di persone non è esattamente una cosa che consideriamo naturale. Forse ci sentiremmo più in pace con noi stesse se avessimo un disturbo un po’ più alla moda. Ma per le ansiose sociali non c’è onore. Nessuna medaglia d’oro al disagio. Siamo solo strambe. E quindi tendiamo a tenere la bocca sigillata. E confrontarci con altri come noi? Non se ne parla nemmeno! Non c’è neanche da prendere in considerazione un’ipotesi così ridicola! Il nostro problema esclude gruppi di auto mutuo aiuto, confronti sorseggiando un caffè o outing davanti a persone che supponiamo abbiano il nostro stesso problema. In una parola: FIFA. (o Fifaf, come direbbero i vichinghi di Asterix e Obelix) Quindi, l’unica via che ci rimane è il salvifico internet, vero miracolo moderno per le sociofobiche come me! Ma anche qui, ragazzi, la cocente delusione: non esistono blog che parlino dell’ESPERIENZA dell’ansia sociale. Volete una definizione diagnostica? Ecco che fioccano i siti specializzati, psicologi di tutti gli orientamenti che ne parlano in ogni modo possibile, snocciolando i sintomi che ci affliggono come se sgranassero un rosario e consigliando le più disparate terapie per “risolvere il problema”. Ma come si sente un’ansiosa sociale? Cosa prova? Come agisce? Cosa teme? Come si alza ogni giorno e come va a dormire la sera? Non lo sa nessuno. O meglio, lo sappiamo solo noi. E quindi, se sono una ragazzina con la sintomatologia classica dell’ansia sociale, ma non so cosa ho, come lo cerco nel motore di ricerca? E soprattutto, se non voglio essere etichettata solo come una disagiata e volessi un po’ di calda comprensione umana, dove cercare? Se volessi consigli su come affrontare la quotidianità, o se semplicemente volessi sentirmi meno sola, a chi rivolgermi? Ed è qui che subentro io, aggiungendomi allo splendido lavoro che sta facendo il blog di Signora dei Filtri. Bisogna parlare il più possibile di ansia sociale, proprio perché se ne parla troppo poco. A volte un’etichetta, per quanto rassicurante, non risolve il problema, non ci fa sentire meno soli. Ma sapere che esiste qualcuno che, come te, vive gli stessi grattacapi, che si fa venire gli occhi a palla a furia di piangere per l’ennesima occasione sprecata, è liberatorio. E quindi parliamone, analizziamo tutti gli aspetti di questo poliedrico puzzle, confrontiamoci, guardiamolo dalle diverse angolazioni, compresi gli incredibili (quanto impensabili) lati positivi. Sì, vi assicuro che esistono. Bisogna impegnarsi un po’, scavare in profondità, ma ci sono. Ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, imbracciate le vostre vanghe, mettete le scarpe comode, indossate il vostro papillon, e preparatevi a questa avventura. Buon viaggio, argonauti!

Duille

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Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

12 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

Trasformare le debolezze in punti di forza è quello che vi esorto a fare, ed è quello che sto facendo con questi post, o meglio, questi pensieri a caso rifilati come fossero verità scientifiche. Avete presente Mina e il compianto Battisti che non si sono fatti più vedere per motivi loro? Bene, più stavano nascosti, più il loro cachet aumentava. Ora, io non sono Mina né Battisti, sono pure un attimino stonata come una campana, però pensavo che, magari, starmene rintanata, comunicare solo attraverso un blog, potrebbe servire a costruirmi un personaggio “misterioso ed intrigante” capace di folgorare qualche editore. Sì… sì, come no. Intanto io ci provo, perché è l’unica cosa che posso fare. Fatelo anche voi, trasformate la vostra timidezza in riserbo, la vostra paura in pudore, il vostro silenzio in grazia, in sensibilità, in intuito. Fuori ci sono tanti rumori e voi, invece, vi raccogliete al centro di voi stessi ad ascoltare la musica del cuore. (Violini in sottofondo.)

***

Qualunque altra paura è un alibi per non affrontare la paura più grande, quella di uscire, prendere in mano la propria vita e guidarla da qualche parte. Già, guidare. Altro nodo dolente. La maggior parte dei socialfobici (pardon, ansiosi sociali) non ha la patente (come la sottoscritta) oppure ce l’ha ma non guida. Guidare vorrebbe dire farsi carico di se stessi, non dipendere dagli altri, non avere uno chaperon che ti accompagna, dare una direzione alla propria esistenza. Tutte cose che ci fanno rabbrividire. Noi preferiamo la palude Stigia, preferiamo la melma che ci avviluppa, preferiamo l’inferno.

***

Sempre parlando di fobie che si sommano, vi racconto la mia. Avendo avuto una madre dispotica e castrante, un padre severo, rigido e ipercritico, ho sviluppato una totale avversione per l’autorità. Non la definirei proprio fobia, piuttosto incapacità di sottomettermi. Quindi detesto i controlli, le ispezioni, la richiesta di mostrare documenti, le perquisizioni, il metal detector, i posti di blocco. Inutile dire che sono stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale e che, all’aeroporto di Istanbul, per poco non mi arrestano. Se mi mettete davanti qualcuno in divisa che, con fare anche gentile ma comunque autoritario, pretende qualcosa da me, mi si mette in moto l’amigdala, mi scatta quello che Goleman chiama “sequestro neuronale”. Non ci vedo più, o meglio, vedo rosso come i tori, perdo il lume dagli occhi. Divento come un gatto al quale il veterinario vuole fare la diciottesima iniezione di seguito. Cotanta signorile personcina si trasforma in uno scaricatore di porto capace solo di gridare parolacce all'attonito rappresentante della legge.

È una questione di cervelletto (non nel senso di cervello piccino, anche se può sembrare), di risposte neuronali che arrivano dal profondo dell’ipotalamo. Hai voglia a farti il training autogeno preventivo, hai voglia a dire manomastafacendosoloilsuodoverevedraichestavoltanonreagiscitanto male. La bestia si scatena ogni volta e sono dolori.

Solo l’esposizione ripetuta (chiamatela pure terapia comportamentale autogestita se vi fa sentire più fighi) mi ha permesso di ricominciare a prendere l’aereo e adesso, se non mi toccano, se non mi mettono addosso le loro manacce, almeno il metal detector lo passo senza troppa angoscia. Ma fino a che non sono dall’altra parte, finché non ho raggiunto il salvifico gate, non mi sento libera e tranquilla. Se c’è qualcuno fra voi cui accade la stessa cosa, beh, mi piacerebbe saperlo. Chissà se ciò ha a che fare con la fs, oppure è solo un cacchio di problema in più?

***

Ho notato per esperienza che molti socialfobici di grande intelligenza e capacità sono, però, dei tremendi inconcludenti. Talenti sprecati, gente che cazzeggia e rimugina invece di risolvere. Gli chiedi di fare qualcosa, ti dicono sì perché non sanno dire no, e passano mesi, poi anni. Perché, domando, potendolo evitare, aumentate così i vostri già immensi sensi di colpa?

Io sono l’opposto, ed anche quello non va bene. Io sono talmente ansiosa che, prima ancora che tu mi chieda una cosa, l’ho già fatta e, magari, l’ho fatta di fretta e male pur di liberarmene, pur di non dire il fatidico NO. Ho una totale congenita incapacità di prendere tempo o rimandare. Pare che questo mio non sia attivismo, non sia affidabilità e serietà, bensì pura, autentica, pigrizia. Odio talmente fare fatica che voglio togliermi il pensiero prima possibile e placare l'ansia. Chi se ne accorge, poi tende ad approfittarsene.

Qui sorge un dubbio: quanta della nostra cronica paura, con l’andare degli anni, diventa solo pigrizia? E quanto di quello che non facciamo, finisce per non piacerci nemmeno più? Invecchiando s’impara a rinunciare, e, rinunciando, ci si abitua alle mancanze, ci si rassegna e si soffre di meno. L’età dà sicurezza, certo. Quel cappello che, fobici o non fobici, da giovani non portereste mai e poi mai, a 53 anni ve lo mettete senza nemmeno guardarvi allo specchio. Ma le debolezze che sono accettabili da ragazzini diventano patetiche in menopausa, quando la fobia esplode sulla scala di un supermercato e tu non sai più dove guardare come una pischella di 13 anni.

***

Imparare a capire cosa ci piace e ammettere con noi stessi di meritare alcuni piaceri è un compito difficilissimo. Ma dovete portarlo a termine, per il vostro bene. A furia di sacrificarci per non fare brutte figure, per non apparire egocentrici (badate bene, non parlo di autentico altruismo, solo di voler essere a tutti i costi giusti) finiamo per non comprendere che cosa veramente ci piacerebbe fare. Ecco, allenatevi a scegliere, almeno dentro di voi. Non in generale ma proprio ora, in questo momento. Volete il pesce o la carne, il mare o la montagna, l’autobus o la bicicletta, gli spaghetti o la pizza, il cinema o la televisione? Anche se non otterrete ciò che volete, anche se non lo chiederete nemmeno e terrete i risultati del test per voi, è importante già saperlo, conoscere i vostri desideri. E anche dire qualche no deciso, seppur educato, diventare assertivi: "No, mi dispiace, questa cosa proprio non mi va di farla. Oppure, oggi no, magari un'altra volta, in altre condizioni, ma oggi proprio no." A costo di suscitare stupore e disapprovazione in chi vi ha sempre sentito dire sì, a chi dà per scontato che diciate sì. Questo non vuol dire trasformarvi in odiosi egoisti, solo pretendere rispetto anche delle vostre esigenze, mettere dei paletti oltre i quali gli altri sanno di non dover passare..

E, comunque, se una cosa non danneggia nessuno, perché non farla? Perché non alzarsi e chiudere la finestra se uno spiffero vi sta congelando la cervicale in sala d'aspetto? Perché non prendere un’altra tartina al buffet? Se ce n’è in abbondanza per tutti, perché rimanere in un angolo con la bava alla bocca? Chi vi giudicherà per questo? E, dovessero pure farlo, che male può derivarne? C’è forse la pena di morte per chi prende la seconda tartina?

***

Qual è il limite fra fs e asocialità? Sento molti dire che, se non avessero la fs a bloccarli, sarebbero degli estroversoni. Ed anch’io, vi parrà strano, dal test del Rorschach - quello delle macchie, per capirci - sono risultata tutt’altro che introversa. È che, abituandoci a star soli, pian pianino la paura degli altri diventa fastidio degli altri. Il telefono che suona non crea solo ansia, rompe proprio i coglioni, specialmente se in tv c’è il tuo programma preferito. Anche qui, come per la pigrizia, credo sia un fatto di età. Col tempo la giovinetta desiderosa di stare in compagnia, confidarsi con le amiche ed essere parte del branco, si trasforma in vecchiaccia solitaria, acida e coriacea.

***

E ora, venuto il momento di congedarmi da voi, vi parlo, appunto, del congedo. Non so se è solo un problema mio, ma al momento di staccarmi dalle persone non so mai come fare e risulto brusca e lapidaria. Vorrei andarmene, sto sulle spine, farei qualunque cosa perché il colloquio avesse termine e, invece, l’altro indugia, non la smette mai con i convenevoli e ricomincia il discorso da capo, come in un loop cretino.

Allora sto cercando d’imparare la mimesi: scimmiotto gli altri, come un commensale truzzo che non sa quale forchetta usare. Al momento del terribile saluto, invece di troncare di netto creando imbarazzo, ripeto i balbettii di rito, ovvero l’odioso “cia... cia…ciao…ciao eh…ciao, un bacio, un bacione, ciao, a presto, cia… cia… ciao… cia…” E che cavolo! Ma un ciao solo non basta?

Vabbè, d’ora in poi farò come gli umani, ciacciaerò anch’io allegramente.

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Siam tre piccoli consiglin

9 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Siam tre piccoli consiglin

Un consiglio per coloro che devono fare un esame. Ovviamente studiate tanto, siate padroni dell’argomento, del testo. Poi, una volta imparato e ripetuto, fate un’ulteriore esposizione a voce e registratela. Risentitela in continuazione, mentre fate la doccia, mentre vi truccate, mentre cucinate o mettete in ordine la vostra camera, se possibile anche mentre andate in macchina, però state attenti alla guida. Le parole vi entreranno dentro, diventeranno vostre, s’incastreranno nella memoria come un motivetto ossessivo e vi usciranno con facilità, oltre la barriera del panico.

Altro consiglio per tutti. Siate comunque gentili. Chi non saluta non è timido, è maleducato. Dite pure buongiorno con la testa bassa, con gli occhi inchiodati alle punte delle scarpe, con le orecchie in fiamme, ma ditelo. E sforzatevi di sorridere, anche se le labbra si stirano in un ghigno e la fronte si aggrotta.

Per finire, vi esorto di nuovo a mettere su carta i vostri guai, magari in un diario o in un blog anonimo. E fatelo con autoironia, senza commiserarvi ma, anzi, ridendo di voi. Vi renderete subito conto di quante paure, in effetti, non avete. Circoscrivere il problema (come vi ho detto già tante volte) ed esternarlo, vi farà stare meglio, alleggerirà il peso, vi farà sembrare le cose meno gravi di quel che sono. Parlare delle brutte esperienze, ridicolizzarle, le esorcizza, ve ne libererete, non continueranno a tormentarvi per anni.

Proprio come ha fatto Duille, una ragazza con i nostri problemi, tenerissima, dolce e fobica in modo positivo, non nichilista ma pronta a riconoscere il bello della vita. Con orgoglio annunciamo che è entrata a far parte della redazione e ad agosto uscirà il suo primo post. Lei ci aiuterà a vedere il lato positivo di ciò che siamo.

Nel frattempo, godetevi il suo dolcissimo blog:

stelid'erba.blogspot

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Un giorno di ordinaria follia

28 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un giorno di ordinaria follia

Suona il telefono e sul display compare numero privato. Non è un parente stretto, ergo il cuore accelera.

“Salve, sono dell’associazione culturale tal dei tali, la contatto in merito a quegli articoli che lei ha scritto.”

“Ah… ehm… guardi, non è che io sia proprio un’esperta dell’argomento, cioè… ho letto qualcosa… mi sono informata…”

(Oddio, per chi mi ha preso questo? Oddio, forse mi crede più di quel che sono, in fondo ho solo fatto qualche ricerca, ho letto Wikipedia, oddio non sono assolutamente all’altezza… stai a vedere che ho scritto un mucchio di cazzate e questo vuole sconfessarmi.)

“Vorremmo incontrarla di persona.”

(Ma che bisogno c’è? Ma non vi basta quello che scrivo? Cos’è questa necessità che hanno sempre i babbani di vedersi, d’incontrarsi, di bere un caffè insieme?)

“Ehm… ma per quale motivo, scusi?”

“Noi facciamo delle conferenze.”

(Conferenze???!!! Io?!!!!!) “Sa… io avrei un problema a parlare in pubblico…”

“Che vuole che sia! Ma non si preoccupi, siamo tra amici!”

(Ma io nemmeno tra amici.) “Mi dispiace, sono molto timida.”

Risata: “Eheh, le allestirò un confessionale, va bene?”

(Ha ragione Claire: i babbani non capiscono, non capiranno mai. E ridono. E mi tocca fingere di divertirmi anch'io.) “Ah… ah…”

“Le do il mio numero.”

(‘Cazzo me lo dai a fare? Non ti chiamerò mai!)

“Ci conto, eh, mi chiama?”

“Uuugh…"

“Allora quando ci vediamo?”

(Ma non ti voglio vedere, non ti voglio parlare, non voglio vedere nessuno, sto male anche solo a risponderti al telefono, odio il telefono, datemi una pala che mi scavo un buco e mi ci seppellisco.)

"Ok, va bene, la chiamerò".

***

Con mio marito andiamo a mangiare un panino fuori. All'improvviso, entra un gruppo di colleghi suoi che hanno scelto proprio oggi per festeggiare lì non so cosa. Me li ritrovo tutti schierati che ci fissano immobili e sornioni, sembra il tribunale dell’Inquisizione, l'imbarazzo esplode, non so più dove guardare, mi entra un giramento di coglioni a bestia, dico: "Vado a prendere un po' d'aria" e schizzo fuori a razzo senza salutare nessuno, mangio il panino all'addiaccio, su un tavolino bagnato di pioggia. Mio marito è costretto a lasciare gli amici, a raggiungermi con aria impietosita e compassionevole. All’aperto fa meno venti, la salsa verde si congela, le melanzane mi si fermano sullo stomaco, la mia autostima si sgretola mentre rimugino su cosa staranno pensando di là gli amici di lui.

***

E per concludere, alcuni consigli.

Ricorda che anche gli altri hanno paura, però non ne fanno un dramma.

Muoviti lentamente, fai tutto con più calma del normale. Tanto apparirai comunque schizzato.

Non restare impalato mentre ti fissano, tieni a portata di mano un giornale da sfogliare (alla diritta!) o un cellulare da cui fingere di inviare sms.

Se devi telefonare a qualcuno, preparati su un foglio le domande da fargli.

Se arrossisci e sei una donna, puoi sempre dire di avere le caldane. Sforzandoti, magari riesci a dimostrare più di quarant’anni.

Ogni tanto lascia che siano gli altri a provare imbarazzo per primi. Perché sempre e solo tu?

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Ali di carta

23 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Ali di carta

Hai voglia, hai voglia a dire “circoscrivere, delimitare, convivere”. Se la tua vita è una merdata per colpa della fobia sociale, pensaci a vent’anni, perché a cinquanta ti ritroverai come me, ospite in casa tua, senza niente che ti sia costruito col sudore della fronte, senza dignità, a dipendere da mamma per la paghetta e a mandarla a fare in culo perché è tutta colpa sua se sei come sei. È vero, è colpa sua e a cinquant’anni, cinquantrè per la precisione, ormai “ce n’hai per tre caate”, come diciamo qui, e la dignità non viene più. Ma tu, fobico ventenne, salvati, pensa che le cose non arrivano da sole, non arriveranno certo quando sarà tardi.
Tua madre ti ha trasmesso la sfiducia, la paura, la disistima, non ti ha dato le ali e ora non voli e non volerai mai più, ti ha fatto capire che tutto è inutile, che non ne vale la pena, che “cosa lo fai a fare, cosa ci vai a fare, tanto non sei adatta, non sei capace, tanto finisce male, tanto non serve a nulla”. E' uguale a te, ha le stesse fobie, le stesse chiusure, la stessa solitudine estrema, ti ha insegnato a non aprire la porta, ti ha fatto sentire in colpa se invitavi un amico a casa, ti considerava brutta, sciatta, inadeguata. Eri sempre troppo grande, troppo frivola, non abbastanza seria, non abbastanza carica di doveri, o pronta a sacrificarti.
Costruisciti due ali di carta, fobico ventenne, attaccatele con lo sputo sulla schiena, sali sul davanzale e lanciati nel vuoto. Se ti sfracelli, almeno sarà stata una scelta tua.

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Accettare, circoscrivere, concentrarsi

18 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Accettare, circoscrivere, concentrarsi

Accettatevi, niente e nessuno vi farà cambiare. Siete evitanti, soffrite di fobia sociale e questo vi accompagnerà per tutta la vita, quindi, prima ve ne fate una ragione e agite di conseguenza, non opponendovi a ciò che vi accade ma aspettando che passi la crisi e aggirando gli ostacoli, meglio è. Evitate di colpevolizzarvi: non potete farci niente e, comunque, non fate del male a nessuno.
Circoscrivete il problema. Siete affetti da un disturbo ben preciso, avete alcuni problemi ma non ne avete altri. Non lasciatevi sopraffare dall’angoscia, dal marasma, non sentitevi paralizzati da una paura senza nome che v’inchioda sempre nel solito punto. Guardate in faccia il vostro guaio e delimitatelo, dategli il suo vero nome, analizzatene le sfumature che non sono uguali per tutti, non vi fate abbattere e schiantare. Ricordatevi, soprattutto, che si arriva sempre alla fine della giornata, in un modo o nell’altro. “Tutto passa”, mi dico prima di un incontro, una cena, una visita, una telefonata, “passerà anche questa.” A volte è più difficile del previsto, a volte, però, è persino più facile.
Concentratevi. Niente aiuta a rilassarsi più dell’applicazione. State più attenti possibile, seguite con tutte le forze il filo dei discorsi, impegnatevi in attività che vi assorbano completamente, le tensioni si allenteranno, il corpo si scioglierà, la mente non si distrarrà. Se temete di rimanere senza parole, preparatevi una scaletta di argomenti, meglio se domande, e poi datevi all’ascolto attivo delle risposte. Niente appagherà i vostri interlocutori più della totale attenzione. Sarete irresistibili, vi perdoneranno l’impaccio, vi verranno a cercare. Ok, so che questo per voi non è un bene ma comunque gratifica, attenua quella sensazione di essere sempre antipatici a tutti.
E ora vi racconto della mia tesi di laurea. Ditemi se non è da brivido.
È il 1985, 21 novembre. Entro nell’aula magna dell’Università di Pisa per discutere la mia tesi su “Il Signore degli Anelli.”
Socialfobica come sono, non voglio nessuno ad assistere. Ci sono tre gatti, più mio fratello che, allora, ha undici anni. Mia madre resta fuori, mio padre non c’è, è già morto. Sono ansiosa ma so che la mia media è buona, ho 109,36.
La commissione è schierata:
Il mio relatore. Ogni volta che mi vede, dice: “Tanto con lei mi sbrigo presto” e fa passare avanti quella più figa.
La controrelatrice. Non ha nemmeno letto il libro ma, spiega, “lo ha letto suo marito.”
Una serie di galline che non conosco e non mi ascoltano mentre parlo, chiacchierano fra loro.
Discuto la tesi. Logorata, nervosa, tesa, ma la discuto. Tutto sembra a posto, ce l’ho fatta.
Esco, rientro.
“La commissione la nomina dottore in lingue e letterature straniere con punti 105.”
Il sorriso mi si accartoccia sulle labbra, mi si ghiaccia il sudore addosso, mi stringo nella giacca verde come me, impallidisco - dicono - al punto che temono un mio svenimento. L’applauso si blocca, si leva un brusio costernato.
“Perché?" balbetto “Quanto ho di media?”
“100, non è contenta? Le abbiamo dato 5 punti?”
Un filo di voce: “Sì, grazie…” Esco dall’aula. Penso che, al solito, sono io che ho sbagliato a fare i calcoli.
Interviene mia madre, per la quale l’aritmetica non è mai stata un’opinione, chiede di vedere i miei voti, mi richiama indietro. Mi mostrano un libretto che non è il mio, con voti bassi, che non sono i miei. Ridono. La mia laurea, la mia festa, diventa un mercato, dove si discute il prezzo di qualcosa che per me non ha più valore. Se fossi davvero brava, penso, se mi fossi impegnata fino in fondo, questo non sarebbe successo.
Poi non ridono più, scoprono che hanno sbagliato a spillare il foglio, hanno dato i miei voti a un’altra, una che, guarda caso, alle feste balla stretta stretta col mio professore.
Mi danno 110, senza lode. Le galline che non hanno ascoltato dicono che non la merito. Me ne vado a testa bassa. Mi arrabbio con mia madre perché ha preteso quello che mi spettava. Io non voglio niente, solo andare a casa. Senza fiori, senza nulla. Provo rabbia, schifo, vergogna, umiliazione, sento in bocca un sapore di merda che non se ne è più andato e che riemerge a contatto con certe persone, certi ambienti, certi pseudointellettuali che si vantano di non saper cambiare nemmeno una lampadina bruciata.
Non ho più messo piede in università, neppure per ritirare il diploma. Ho fatto per tanti anni un lavoro squallido che non mi rappresentava e che non mi ha mai permesso di mantenermi da sola. Adesso scrivo e basta.

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Fobic pride

11 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Fobic pride

Il problema è il silenzio. Finché nessuno di voi avrà il coraggio di fare come me, di dire pubblicamente: “Mi chiamo Mario Rossi, sono socialfobico e ci sono cose che non posso fare nella vita, ma non sono scemo, anzi, tutto il contrario, ho un mucchio di talenti nascosti e tanta forza che voi nemmeno ve la sognate”, finché un altro come lui non avrà il coraggio di rispondergli: “Anch’io”, finché non sarà intavolata una discussione sull’argomento davanti a tutti, così come si parla del fumo, della paura di prendere l’aereo o dell’emicrania, questa malattia resterà sconosciuta e noi non avremo un nostro posto nel mondo che non sia quello della dissimulazione, dello stare nascosti, del non ottenere mai niente dalla vita.
Lo so, è impossibile parlare di cosa vi sta accadendo nel momento acuto della crisi di panico.
Situazione tipo, quella che io odio di più: state lavorando, nel vostro ufficio, nel vostro negozio, nella vostra classe e qualcuno che conoscete, qualcuno al cui giudizio tenete, entra e vi osserva. Voi andate in tilt, non riuscite più a fare niente, le orecchie avvampano, il viso scotta, la cute suda, le ascelle puzzano, la vista si annebbia, le ginocchia cedono, i gesti diventano goffi, impacciati. Vi cade di mano la penna, inciampate negli oggetti, balbettate, le parole vengono meno. Al massimo, con un filo di voce dite: ”Oh, che caldo”, per giustificare la vampata, v’inventate una scalmana anche se il menarca è ancora vicino, anche se avete sedici anni. No, certo non è il caso di parlare ora, soprattutto se di quella gente non v’importa un cazzo e, se invece v’importa, adesso non conta, vorreste non averla mai conosciuta, vorreste scappare e avere un'amnesia totale.
Qualcuno che non soffre di fobia sociale sa dirmi cosa significa per una donna passare in mezzo ad un gruppo di uomini riuniti davanti ad un bar? Sa cosa vuol dire vedere un’amica, dall’altro lato del marciapiede, e cambiare strada? Sa che il trillo del telefono ti paralizza e ti spinge alla ricerca affannosa di un altro cui far rispondere? Sa, forse, che lo sguardo innocente di una ragazzina, che potrebbe esser tua nipote, ti trafigge al punto che non sai più dove guardare? Sa che le orecchie ronzano, il corpo si bagna, la testa gira, il cervello si svuota, il cuore pompa, la vista si appanna, i movimenti diventano scoordinati?
La nostra guerra quotidiana - tenda bene le orecchie chi parla di lotta e forza di volontà - noi la combattiamo ogni giorno, solo per fare quello che gli altri fanno automaticamente e sovrappensiero. Così sprechiamo le nostre migliori energie.
Ha detto bene Claire: “Come un aracnofobico al museo degli insetti”, così ci sentiamo, e non finisce mai davvero.

In altre circostanze, però, si può provare a parlarne, a rendere più “consueta” la materia, più ovvia, più banale. È difficile, ne sono consapevole, ma si può tentare di essere fermi, dicendo: “Mi dispiace, questa cosa non è nelle mie corde, preferisco non farla, scelgo, se possibile, altre modalità”. Parlare di ansia generalizzata sarà più facile e più comprensibile. Ultimamente si tende a chiamare la fs "ansia sociale", che fa meno sfigato senza rimedio.

Non vergognatevi della vostra paura, non abbiate paura della vostra paura. Pensate a quante fobie non avete: magari non avete timore di prendere l’aereo, o di nuotare, o dei cani, o di entrare in ascensore. E se, invece, aveste qualcuna di queste fobie, ve ne vergognereste? Lo terreste nascosto? No, perché sono comuni. Ecco, non ci sono paure lecite e paure illecite, le emozioni negative sono una gamma enorme e ognuno ha la sua. Conosco una che non riesce ad attraversare le gallerie e, ogni volta che andiamo in qualche posto, ci costringe tutti a lunghe deviazioni per evitare i tunnel. A me la cosa fa ridere ma la rispetto.
Imparate a esigere rispetto, a non farvi liquidare con un risolino imbarazzato o compassionevole. Imparate ad ottenere le cose per vie traverse, ad aggirare gli ostacoli alla luce del sole, spiegando le vostre esigenze, le vostre ragioni, imponendole, se necessario, con educata fermezza. Siate pronti a sfidare il biasimo degli stupidi, delle menti ignoranti, di quelli che “non sanno quello che fanno”, anche perché, diciamocelo, non è neppure colpa loro, se nessuno ne parla mai, come possono capire? Anni fa la dislessia non era riconosciuta, come non era riconosciuta la sindrome da stanchezza cronica. Anche allora si parlava di pigrizia, di svogliatezza, d'incapacità di concentrazione. Ora le persone afflitte da questi problemi sanno di cosa soffrono e come devono comportarsi. Chi è vittima di un incidente e fa un percorso di riabilitazione, si sentirà dire dalla fisioterapista che deve mettere in atto nuove strategie per ottenere ciò che prima aveva senza sforzo, dovrà muoversi in un altro modo, dovrà porre più attenzione e concentrazione nei gesti o nei ragionamenti e nessuno si sognerebbe di prenderlo in giro per questo, perché cammina con l'aiuto di un bastone o porta occhiali spessi. Anche la nostra è una disabilità e mai come nel nostro caso vale il termine diversamente abile. Siamo abili, anzi, abilissimi in certi campi, ma abbiamo bisogno di più calma, più silenzio, più spazio, più rilassamento per fare le cose che gli altri fanno senza nemmeno pensarci.

Respirare è un movimento non del tutto involontario ma lo si fa senza ragionarci sopra. Per noi vivere non è come respirare, non è automatico, per noi ogni gesto è volontario, ponderato e ci costa fatica enorme, ma possiamo farlo seguendo le nostre modalità che non devono per forza essere quelle degli altri. Un sordomuto usa la lingua dei segni per comunicare, un dislessico trova che gli legge la pagina, voi cercate chi possa aiutarvi a raggiungere il vostro scopo, almeno fin dove è possibile, è chiaro che nessuno potrà presentarsi agli esami al posto vostro.
Insomma, rivendicate senza vergogna il diritto alla vostra paura.

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Il posto dei vergognosi e il talento

5 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il posto dei vergognosi e il talento

Claire mi dice sempre: “Ma, secondo te, quello è fobico? Possibile che abbia così tante ragazze? Possibile che esca tutte le sere? Naaa.”
La fobia sociale è una sola, ma ognuno è fobico a modo suo, ognuno è se stesso, secondo il suo vissuto, l’ambiente, le abitudini e in una stessa famiglia un figlio nasce fobico e l’altro no. Sappiamo che è un problema di corteccia frontale.

"Analizzando gli elettroencefalogramma (EEG) dei bambini che presentavano IC era emerso in essi una maggiore attivazione della Corteccia Frontale Destra. La Corteccia Frontale è una parte del cervello che gioca un ruolo importante nella regolazione e nell’espressione della paura e delle altre emozioni: in particolare la parte destra della corteccia dimostra una maggiore attività durante le emozioni negative provate dal soggetto (rabbia, paura), mentre quella sinistra risulta essere più attiva durante l’elaborazione di emozioni positive (interesse, gioia). Per comprendere il motivo per cui questo dato risultava interessante dobbiamo precisare che la attività della Corteccia Frontale è strettamente collegata al ruolo dell’amigdala: questa parte del cervello, che deve il suo nome alla parola greca “mandorla” data la sua forma, controlla le emozioni come la paura, monitorando gli stimoli percepiti nel mondo esterno, rilevando eventuali pericoli e attivando, in caso di necessità, le risposte comportamentali e i cambiamenti fisiologici dell’organismo adatti per rispondervi. L’amigdala filtra gli stimoli provenienti dall’esterno, attivando l’organismo esclusivamente per stimoli ritenuti pericolosi. Ciò che permette il corretto funzionamento di questo “filtro” è un neuromodulatore, cioè una sostanza che regola le trasmissioni tra i neuroni, chiamato GABA: se questo non è presente in quantità sufficienti o non funziona come dovrebbe, alcuni stimoli risulteranno al soggetto pericolosi pur non essendolo. L’amigdala è inoltre influenzata dalla concentrazione di serotonina, un’altra sostanza legata al funzionamento dei neuroni, e a sua volta condiziona la presenza nel flusso ematico di cortisolo, un ormone rilasciato dalla ghiandola surrenale. Basse concentrazioni di serotonina nell’amigdala diminuiscono la presenza di GABA, aumentando la possibilità di manifestazioni ansiose; di conseguenza l’attivazione dell’amigdala induce la produzione di cortisolo, che ha lo scopo di mobilitare le risorse dell’organismo nel breve periodo di necessità per rispondere allo stress. Le persone che già nell’infanzia presentano IC sono caratterizzate di fatto da un maggiore livello di cortisolo salivare al mattino, da un ritmo cardiaco elevato, e crescendo, anche da una maggiore dilatazione pupillare nei momenti di esame o di prova, rispetto ai loro coetanei che non si dimostrano timidi o ritirati. E’ possibile ipotizzare dunque che coloro che svilupperanno ansia sociale abbiano vere e proprie differenze neurobiologiche rispetto a chi non è predisposto a sviluppare questa patologia. Possono presentare ad esempio problemi nei meccanismi di selezione degli stimoli ritenuti pericolosi, avendo una soglia molto bassa (difficoltà nella fase di input), o avere un’attività disfunzionale dell’amigdala (problemi nei processi legati alla paura) o attivare risposte comportamentali non proporzionali allo stimolo (ad esempio un aumento esagerato del rilascio del cortisolo, un forte aumento del battito cardiaco davanti a stimoli nuovi, una salivazione esagerata).

Questo brano è tratto da un interessante articolo sull'argomento che trovate qui

Perché non ci facciamo lobotomizzare dunque?

Le cose che fanno paura non sono le stesse per tutti. Alcuni temono il contatto con l’altro sesso, altri i colloqui di lavoro, gli esami dell’università, le occasioni sociali, mostrare le proprie doti artistiche o sportive, fare qualcosa in pubblico. C’è chi sta in ansia e avvampa alla cassa del supermercato, chi non può mangiare al ristorante. (Io ci mangio, ma preferisco quello che Manzoni chiamava “il posto dei vergognosi”, cioè di spalle), chi detesta il telefono (!!!!!)
Ricordate la famigerata ora di ginnastica alle scuole medie, quando nessuno ti aveva firmato l’esonero, e dovevi saltare il cavallo terrorizzata, sicura che ti saresti sfracellata al suolo sotto gli occhi delle compagne sghignazzanti?
Scherzi a parte, c’è chi prende di petto la sua disgrazia e chi si ritrae, chi ama mettersi in mostra e chi si nasconde, chi è ambizioso e chi vorrebbe solo vivere in pace. Io vi dico seguite la vostra natura, v’indicherà la strada, se qualcosa è fondamentale per voi, troverete il modo di farla, di petto se ne siete capaci, o aggirando l’ostacolo, delegando. Se avete sete, convincetevi, l’importante è bere, anche se, è chiaro, versarvi da soli l’acqua darebbe più soddisfazione. Mirate allo scopo e gettatevi alle spalle i sensi di colpa per non averlo raggiunto nel modo classico, come fanno gli altri. Voi avete i vostri metodi, i vostri tempi, voi siete voi.
Buttarsi e fare tutto quello che ci spaventa – come Violetta nel club dei timidi – può essere un buon allenamento, ma non deve diventare l’obbligo che trasforma in incubo ogni vostra giornata. Già è tanto faticoso vivere, già ogni gesto per gli altri naturale diventa per noi un fardello, una barriera, non sprechiamo tutta l’energia per fare ciò che non sappiamo fare, utilizziamola per sviluppare i nostri talenti, per enuclearli, per coltivarli, convogliamola su attività piacevoli, che possano farci progredire nella vita senza mortificarci, spossarci, sfinirci.
C’è, però, credo, una cosa che ci accomuna tutti: la paura di dar fastidio. Non è mai il momento per telefonare e si rimanda, mentre gli altri, chissà perché, ci chiamano sempre mentre nel giallo stanno per dirti chi è l’assassino, se c’è in tv l’ultima puntata della soap che segui da dieci anni, o quando metti in bocca la prima forchettata delle lasagne di mamma. Non è mai il momento di chiedere un favore o una raccomandazione, non è il caso di spedire il vostro manoscritto a quell’editor che vi hanno segnalato.
Se vi portano la pizza ai peperoni invece che la capricciosa che avevate ordinato, voi ve la mangiate zitti, anche quando siete allergici ai peperoni - perché quello in cucina, poverino, è un ragazzo che lavora, perché capite che magari è stressato pure lui come voi, mentre gli altri commensali - i vostri amici spavaldi, sfrontati - pretendono risarcimenti, scuse e un’altra pizza a tempo di record. Allora vi chiedo: qual è la persona migliore? L’arrogante che dice: “Pago dunque esigo”, oppure voi che sapete comprendere, mettervi nei panni dell’altro, entrare in empatia col cameriere il quale si è confuso, è andato nel pallone e non l’ha fatto apposta a sbagliare? Siete lo stupido che subisce e non sa farsi avanti o non, piuttosto, la persona comprensiva, intelligente, gentile, compassionevole? Imparate a guardare sempre anche l’altro lato della medaglia, il risvolto positivo di tutto ciò che siete e che fate, di ogni vostro comportamento. Non per mettere la testa sotto la sabbia e immaginarvi diversi, ma per esaminare le cose da ogni prospettiva possibile e rivalutare ciò che è da rivalutare. Chiedetevi: se non fossi io, come giudicherei questa azione?
Lo so, ci sono certi giorni che… che ti sembra tutto inutile, quello che fai nella vita pratica, il lavoro, quello che scrivi, che studi. I romanzi, i racconti, i saggi, le recensioni. Ore di studi matti, disperatissimi e inutilissimi. Perché tanto, di là, ci sono sempre i mulini a vento, i muri di gomma silenziosa, quelli che ridono di te, del tuo lavoro certosino e gratuito, quelli che dicono che sei buonista, che devi lasciare il campo ai professionisti, quelli ai quali “fai tenerezza”. Ci vuole costanza a tenere un blog senza che nessuno lo commenti mai, lasciando cadere le parole nel vuoto, come messaggi nella bottiglia. Costanza e ostinazione da mulo cretino, insensibile al dolore. Casomai ti sentisse un editore. Casomai ti seguisse un editor, un giornalista, un cazzo di qualcuno che conta. Invece ti sentono solo quelli che ridono del tuo impegno. Quelli che cercano sempre di convincere gli altri che non valgono per innalzare se stessi. Quelli del critico ergo sum. Quelli che, se ti arrabbi, ci godono e, se ti lamenti, sei una piagnona. O magari gli amici i quali, giustamente, ti dicono: “Lo fai perché ti piace, altrimenti nessuno potrebbe costringerti, lo fai perché lo sai fare.” E con questo ti pagano.
Ed è vero, lo fai perché senti che quella è la parte più vera di te stessa, quello che eri chiamata a fare ma non hai fatto per via della solita, maledetta, fobia sociale. Lo fai perché, mentre leggi, mentre studi, mentre scrivi, mentre ti documenti, stai bene e non ti manca nulla, sei nel tuo. Lo fai perché quelle sono le cose che fanno di te ciò che sei.
Specialmente se siete giovani, so che vi sentite in una palude di fango: la vita scorre e voi non riuscite a saltarci dentro. Gli amici si fidanzano, si sposano, fanno figli, trovano lavoro, avanzano nella carriera, cambiano città e voi sempre lì, al palo, ad aspettare che la soluzione arrivi dal cielo. Se vi va di piangere, fatelo, ma poi respirate e cominciate a guardarvi dentro, chiedetevi quali sono le cose che vi rappresentano, senza le quali la vita non sarebbe più la vostra ma quella di un altro, e muovetevi in quel senso. Seguite l’istinto, il talento, andate nella direzione di ciò che vi attrae, senza strappi, senza violenze, concentrandovi su ciò che state facendo, un passo dopo l’altro, come se esistesse solo quello. Non pensate a niente, non pensate al resto, a tutto quello che non saprete e non riuscirete mai a fare, pensate solo “adesso devo scrivere questa pagina, ora devo fare questa telefonata per me fondamentale, solo questa e nient’altro, ora devo mandare questa mail, poi si vedrà, accada quel che accada, ci penserò.” Da cosa nasce cosa, sempre. E, come diceva Rossella, domani è un altro giorno.

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Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

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Felice di non esserci

28 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Felice di non esserci

Calvino parte prima

Ho appena letto vari resoconti sulla premiazione del Calvino 2014.
Felice… felice di non esserci stata, felice e sollevata che non mi abbiano premiato, felice di non addentare le tartine tremando.
Solo a pensarci mi si sono intorcinate le budella: venir chiamati sul palco, parlare del proprio libro? Aargh… naaaa….
So già come andrebbe, dimenticherei anche di cosa parla, quel cacchio di romanzo, proprio com’è successo qualche tempo fa da una libraia che, compassionevole, aveva accettato di tenere i miei testi in conto vendita. Mi ha chiesto, l’ingenua babbana, pensando che fosse normale farlo, qualche delucidazione sull’argomento. Io sono avvampata, con le gote che mi bruciavano, il cuore che usciva dal petto, un ronzio nella testa a coprire ogni suono e ogni pensiero. Non sono riuscita a ricordare nulla. Mi ha preso per pazza.
Non potrei mai, no. .. no… no…
Rammento ancora quando, nel lontano 1990, o forse 91, vinsi il premio Guerrazzi. Mi ero seduta in fondo, naturalmente, lontanissima dal palco. Attraversai la sala gremita sentendo che le ginocchia mi si piegavano, feci un sorriso che sembrava quello della moglie di Fantozzi, ascoltai le motivazioni con una faccia che deve essere sembrata ebete a tutti perché qualcuno disse che pareva scoprissi solo in quel momento le virtù del mio scritto. Tornai a casa in autobus reggendo con due mani l’enorme quadro che avevo vinto, la coppa, il tappetino kilim, le medaglie e gli attestati, sembravo un vucumprà.
Ecco, il Calvino sarebbe il Guerrazzi all’ennesima potenza ed io non potrei, non potrei mai…
Sono stata male anche alla presentazione del libro di Ida Verrei a Napoli. E non dovevo fare nulla, non dovevo parlare io. Ma conoscere lei ed altri amici di Fb mi ha mandato in catalessi. Ascelle puzzolenti, maglioncino infeltrito dal sudore, autoflagellazione notturna in albergo partenopeo per la vergogna a suon di “me meschina, me tapina”.
No, no…
La dimensione che più mi si addice è quella dell’anno scorso, quella del semplice segnalato anche se poi non porta a nulla. Ma quest’anno i romanzi in concorso sono troppi e non ci sarà nulla per me, nemmeno ‘sta piccola, inutile, sterile soddisfazione.

Calvino parte seconda.

Infatti. Non c'è trippa per gatti. Mi sento in un vicolo chiuso, senza uscita. Devo smettere di credere in quello che ho fatto finora e non mi riesce, continuo a vivere come se, un giorno, dovessi diventare una scrittrice ricca e famosa, come se dovessi possedere chissà quale talento esplosivo e lampante, e non, invece, una cazzo di fobia che m'impedisce persino di dire agli amici che scrivo. (Cosa perfettamente inutile visto che se ne sbattono altamente, non leggono nulla di mio e, nei rari casi in cui è accaduto, hanno detto apertamente che il testo non gli piaceva per niente. Credo di essere l'unica al mondo ad avere amici sinceri e del tutto non compiacenti. Madonna come sono fortunata.)

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