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Post con #racconto tag

Tiziana

13 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

Di Clara Garesio

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

“Attenta piccolina, stai attenta!” ha iniziato a ripetermi la voce dentro ed aveva tutta l’aria di non volersi zittire.

Talvolta quella voce diventava più insistente, sino a privarmi anche di un unico attimo di tregua ed allora tutto risultava più difficile: impossibile concentrarmi, inutile tentare di riacciuffare per la coda l’ultimo pensiero e proseguire nei miei ragionamenti, vano continuare ogni conversazione e, soprattutto, poter lavorare, dipingere o modellare alcunché. Per non parlare delle volte in cui la voce s’intrometteva tra me e l’ultima parola appena letta su un libro o tra le righe di un articolo di giornale, ascoltata alla radio o per strada. Qualsiasi frase, anche quella più corta, smarriva il proprio senso, perché lei - la voce - era lì, fiera di aver preso il sopravvento su ogni mia azione, padrona assoluta nelle stanze oramai vuote della mia mente in cui iniziava ad echeggiare, simile ad un mantra che cresceva gradualmente d’intensità e così potente da annullare ogni altra percezione.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quella volta, mentre stavo raggiungendo Faenza, la cittadina dove avevo vissuto sin da quando, poco più che bambina, avevo scelto di dedicarmi alla mia arte (e che, adesso, mi onorava con un’intera sala del museo della ceramica dedicata ai miei lavori), la voce a bordo del treno regionale che aveva lasciato Bologna alle quindici e dodici minuti ha assunto il tono fatale di un invito alla prudenza: non proprio un allarme, piuttosto un monito, e l’oggetto di tale cautela era lì, davanti a me, indifeso e tenero nei panni di bimba di quattro, al massimo cinque anni.

Avevo appena ascoltato il suo nome - Tiziana - più volte ripetuto dal padre che l’accompagnava. Lei aveva preso posto sul sedile accanto a quello occupato dall’uomo proprio di fronte al mio. Ero stata attirata dalle loro chiome, lo stesso rosso-castano, simile al colore del miele di castagno, indizio palese del legame genetico tra padre e figlia. Dai capelli ero passata ad osservare il viso di quella bambina, le guance paffute come due brioches appena sfornate, solide e delicate allo stesso tempo, la bocca che pareva uscita da una pala di un pittore rinascimentale, con le piccole labbra rosse, inumidite appena. La bambina teneva le manine aggrappate ai braccioli del sedile su cui era stata issata, ma s’intuiva dal fremito con cui pareva tastare la plastica, d’esser sul punto di volersi ergere per iniziare l’esplorazione di quella dimensione di cui alcune parole - treno, viaggio, binario, finestrino - andavano dispiegando.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quel pomeriggio, appena il treno per Faenza aveva lasciato la stazione di Bologna lei, Tiziana, aveva mostrato la prima insofferenza per la posizione assegnata, esibendo, al contrario della sollecitazione paterna su quanto all’esterno iniziava a scorrere davanti agli occhi, una curiosità crescente per tutto ciò che all’interno del vagone pareva più generosamente esserle messo a disposizione. E così, infatti, dopo lo stupore per il tavolino a scomparsa collocato proprio sotto al finestrino, era stata la volta del piccolo cassetto per i rifiuti in cui la bimba aveva, con tutta la dovuta approvazione paterna, infilato qualche carta procuratale all’occorrenza. Quindi era gradualmente passata alla conoscenza dei passeggeri più vicini, me compresa. Rapidamente la finta vergogna esibita da principio aveva lasciato il posto ad una confidenza sempre maggiore tanto da indurla a fare capolino tra i sedili delle file limitrofe alla sua e, poi, gradualmente ad allontanarsi ulteriormente per entrare in relazione con qualche altro passeggero, facendo ritorno di tanto in tanto verso il suo papà, così da portarlo al corrente delle novità sperimentate a bordo di quel nuovo mezzo di trasporto sempre ricco per lei d’inaspettate e piacevoli scoperte.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Mentre osservavo quella bimba, la voce dentro non ha mai smesso di farsi ascoltare. La mia attenzione, nonostante i tentativi di concentrarmi sulle pagine del catalogo che avevo tra le mani, era inesorabilmente rivolta a quella bambina, con un’ansia crescente che la voce, nel suo sommesso, ma ripetuto, scandire continuava ad alimentare.

Liberatasi dal cappottino di lana color azzurro pallido, che era perfettamente abbinato alla calzamaglia di lana fitta a righe che le fasciava le gambe cicciotte, Tiziana ormai aveva preso familiarità con l’intero vagone dell’interregionale per Faenza, destreggiandosi avanti e indietro, da una porta all’altra della nostra carrozza, esibendo una fiera disinvoltura e uno stupefacente equilibrio malgrado i continui sobbalzi indotti dagli scambi.

Dopo aver ascoltato con espressione leggermente imbronciata le indicazioni del padre sul tragitto da percorrere per attraversare l’intero vagone, intuendo probabilmente che più che rassicurare lei, servivano a tranquillizzare gli altri passeggeri, ritornava di volta in volta ad un capo del nostro vagone dove, attendendo di esser osservata, si deliziava dell’effetto prodotto dal pulsante per azionare la porta di collegamento tra la nostra carrozza e quella successiva.

Dopo una serie di operazioni che nella loro ripetitività avevano perso per me ogni particolare attenzione, avevo osservato Tiziana rientrare al suo posto, dove era rimasta ancora qualche minuto in attesa dello spettacolo annunciatole dal padre. Ma le poche mucche al pascolo l’avevano lasciata indifferente, così come il treno carico di autovetture che avevamo superato, le ciminiere degli impianti industriali ed i relativi pennacchi di fumo in lontananza, persino i nidi delle cicogne ben visibili sui rami di alcuni alberi. La bambina aveva domandato, invece, notizie sui veicoli che filavano in direzione opposta alla nostra e chiesto se stessero dirigendosi pure loro a Faenza seguendo una strada più corta. Ma anche le spiegazioni e i ragionamenti apparentemente lineari della mia vicina di posto, avevano finito con l’annoiarla, tanto che poco dopo la bambina aveva domandato ed ottenuto dal padre il permesso di lasciare nuovamente il proprio sedile per andare a mettersi al centro del corridoio dove il dondolio del treno pareva interessarla infinitamente.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”, mi ripeteva ancora la voce mentre Tiziana barcollando proseguiva avanti e indietro tra i sedili, per fermarsi in prossimità degli altri passeggeri, attirata probabilmente da qualcosa di nuovo: era stato così per il controllore che aveva raggiunto la nostra carrozza e, subito dopo, per il contenitore termico nel quale io trasportavo il doppio espresso e che avevo poggiato sul tavolino. Tiziana mi si era avvicinata e, con le manine serrate sul bracciolo della poltrona, aveva affermato: Cappuccino, tanto che, quasi a volermi scusare, m’ero affrettata a rispondere: “No, tesoro mio. È solo caffè!... Come ti chiami?” “Tiziana” mi aveva risposto lei immediata ed altrettanto prontamente mi aveva chiesto “E tu come ti chiami?”

“Clara, tesoro mio. Mi chiamo Clara…”

“Dove vai?”

“Vado a Faenza”

“Pure io”

“Vai dalla nonna?”

“No amore, non vado dalla tua nonna. Vado in un Museo, il Museo della ceramica di Faenza, lo conosci? Ci sei mai stata?”

“Perché vai al Museo?”

“Vado a vedere una mostra. Vuoi venire con me?”

“No!” aveva tagliato corto la bimba, che si era rivolta allora al suo papà, attirata questa volta da una valigia con le ruote, lasciata proprio di fianco al sedile della fila successiva alla sua. Giunta accanto al bagaglio di plastica, Tiziana aveva indugiato qualche attimo e, poco dopo, aveva detto apparentemente senza alcun significato: “Nonna… nonna”. Era stato il papà, a rendere intellegibile quell’associazione: “Sì, è proprio come la valigia di nonna Rosa che ti piace tanto. Ma questa qui, Tiziana, è la valigia del signore, non quella della nonna. Vieni qui!” aveva proseguito l’uomo senza perdere la pazienza. “Ritorna al tuo posto perché, adesso, il treno sta andando più veloce e tu non puoi rimanere qui in piedi, altrimenti cadi!”.

Il papà aveva tentato di riportare la bambina in direzione del sedile, ma quel proposito non era andato a buon fine, tanto che all’accenno di ritornare a sedersi Tiziana aveva mostrato tutta l’ostinazione di cui una creatura così piccola sa esser capace. “Va bene…” aveva, infine, detto l’uomo, “Io vado a sedermi, tu rimani qui, ma tieniti bene e non dare fastidio alle persone. Capito?”

“Si!” aveva risposto Tiziana con un’espressione simile a quella di chi pregusta ogni possibile vantaggio della riconquistata libertà.

“Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta!”

Avevo rimesso gli occhi sulla pagina del mio catalogo, mentre la voce che avevo dentro, sebbene non sopita, sembrava essersi fatta appena più lieve, forse, perché la bimba era ritornata indietro alla fila dei sedili anteriori attirata da qualcosa di nuovo (la cui vista mi era inizialmente ostruita) ma che, per l’espressione di curiosità, stampata in faccia a Tiziana, costituiva per lei fonte di nuova e magnetica attrazione. Il motivo per il quale la bambina sembrava non volersi schiodare dalla posizione in cui si trovava, traballante e a cavallo tra le due carrozze, lo compresi poco dopo: era il giochino elettronico che un altro bambino, qualche anno più grande di lei ed in attesa di entrare nella toilette, teneva serrato nelle proprie mani, muovendo appena le dita sui tasti. Solo dopo varie richieste da parte della mamma, il bimbo pareva essersi arreso e lo avevo visto cedere a Tiziana quell’aggeggio per lei così stupefacente. La bambina però, come se fosse stata già paga di quanto aveva osservato sullo schermo di quel gioco - dopo qualche istante speso, forse, nel tentativo di comprendere la dinamica del prodigio elettronico - aveva riconsegnato il gioco alla mamma del bambino e s’era avviata, seguita a distanza dal genitore, alla perlustrazione del corridoio della nuova carrozza.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” mi ripeteva incessante la voce dentro e benché provassi a non alzare più gli occhi cercando di riconquistare la concentrazione, l’allarme adesso mi pareva diventare sempre più incalzante.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

È stato un sibilo inatteso, simile a quello che si ascolta quando il treno s’incrocia un altro treno che viaggia ad alta velocità nella direzione opposta. Ho avuto appena il tempo di realizzare che si trattava, invece, del rumore del pistone a pressione della porta del nostro vagone che inaspettatamente si è aperto durante la nostra corsa e, nello stesso momento, ho avvertito improvvisa la corrente d’aria gelida che da dietro la nuca ha attraversato da un capo all’altro l’intera carrozza. La voce ch’avevo dentro ha cominciato ad urlare ancor più forte a squarciagola: “Attentaaaa! Attentaaaaa!” .

È stato in quell’istante preciso che alla voce ch’avevo dentro di me si è sovrapposto il grido inaudito che m’ha spaccato per sempre il cuore: ed era il nome di una figlia - Tiziana - urlato per afferrare una bambina che improvvisamente non c’era già più.

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Che fine ha fatto?

1 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 
 
Racconto tratto da Storie liquide
di Gianluca Pirozzi, 2010
 
 
Appena alzato, con indosso ancora il pigiama, il viso riflesso nello
specchio del bagno, Giacomo fu incapace di tenere a bada i primi
ansiosi pensieri sull’approssimarsi di quella data. Meno d’una settimana,
soli cinque giorni a quel sabato cui tante volte aveva pensato.
Non che non ne fosse felice, ma sin dall’inizio aveva sperimentato
una certa difficoltà nel fronteggiare le piccole e grandi paure che la
prospettiva di una vita veramente a due gli aveva fatto balenare da
quando aveva preso quella decisione. Aveva accettato il consiglio di
rivolgersi ad un medico, un analista, per gestire l’angoscia che a volte
lo tormentava e solo adesso, dopo tre mesi, iniziava a sentirsi più forte
e determinato verso quella meta: il 7 luglio avrebbe sposato Alessandra
e sarebbe stato, per dirla con le parole del suo analista, all’«altezza
di questa nuova dimensione affettiva». Certo, a volte la paura di
poter compiere un passo falso tornava ad assalirlo. Era un sentimento
insidioso, che lo prendeva sin dal mattino e che gli occupava la
mente per il resto della giornata lasciandolo frastornato e confuso,
quasi fosse uno spettatore inerme di quel che intorno avrebbe potuto
accadergli e non uno degli interpreti principali.
Con queste preoccupazioni Giacomo si era svegliato quel mattino
ed ora era immobile, proprio lì di fronte alla sua immagine riflessa
nello specchio, pronto a radersi. La schiuma da barba appena stesa sul
viso, il braccio piegato verso l’alto e il rasoio poggiato appena sotto
la basetta, in procinto di compiere il primo movimento con gli occhi
immobili, fissi, puntati verso la guancia destra. Ma la sequenza di
quel rituale fu interrotta dallo squillo del telefono: Giacomo lasciò
scivolare il rasoio nell’acqua del lavandino per avviarsi mollemente
di là, verso il telefono.
«Gia’, sono Ale» e, dopo una brevissima pausa, �Buongiorno
amore, come stai? Volevo ricordarti che oggi abbiamo le prove da
Don Guido…». Silenzio dall’altra parte e poi ancora lei: «Ehi Giacomo,
mi senti?».
«Sì, ti sento» rispose Giacomo e dopo aver schiarito la voce «è che
mi sono appena alzato, mi stavo facendo la barba… Quel vino ieri
sera mi ha ammazzato… Ho mal di testa…».
«Scusa amore,» continuò la ragazza come non curandosi delle
parole di Giacomo «volevo chiederti se oggi puoi passare tu a prendermi
alle cinque perché mamma mi ha chiesto la macchina».
«Va bene, vengo io» rispose meccanicamente lui e dopo una breve
pausa «Ale, oggi non mi va proprio di andare alle prove: tutti questi
preparativi e so che alla fine sbaglierò ogni movimento…».
«Ma no che non ti sbagli, amore. E anche se non te li ricordi, non
se n’accorgerà nessuno. Guarda, in ogni caso, oggi non dobbiamo
riprovare tutto, dobbiamo solo…».
Ma Giacomo non le lasciò terminare la frase, provò a dirle con rinnovata
sofferenza: «Be’, Ale lo sai, io volevo una cerimonia un po’
più spontanea… invece, siamo già al quarto pomeriggio di prove in
chiesa… Mi dici come posso stare tranquillo se anche in chiesa devo
ricordarmi cosa fare?» le chiese seccato.
Un breve silenzio e Alessandra riprese con un tono anche lei più
serio: «Dai Giacomo, ma che c’entra? Questi sacrifici si fanno una
sola volta nella vita» replicò, come offesa.
«Parla per te! Magari per me è solo la prima volta… Per le prossime
volte prendo dimestichezza!» continuò Giacomo provando a
scherzare, ma l’unico risultato fu che lei s’irritò ancora di più.
«Molto simpatico, Giacomo. Molto!» ripeté secca Alessandra.
«Guarda, che scherzavo» rispose lui con un tono tenero, sperando
di riuscire ad addolcirla.
«Va bene amore, non litighiamo sin dal primo mattino! Un piccolo
sacrificio ancora. Va bene?» chiese lei.
«Va bene» rispose lui, la salutò, le diede appuntamento per il
pomeriggio e riagganciò. Giacomo risollevò nuovamente la cornetta,
pulì con la manica del pigiama la schiuma e ritornò in bagno. Lì terminò
la rasatura e iniziò a sciacquarsi il viso.
Lo faceva riempiendosi le mani d’acqua, ma anziché sporgersi
verso il lavandino, se ne allontanava, sollevando il busto perché, incurante
delle gocce che cadevano abbondanti sul pavimento, gli piaceva
lo schiaffo d’acqua ripetuto sulla faccia e la sensazione che provava
era per lui tanto più gradevole quanto maggiore era la distanza
dalla quale l’acqua lo colpiva in viso. Fra uno scroscio e l’altro, Giacomo
sollevava di più la testa per guardarsi riflesso nello specchio
mentre era ancora tutto bagnato.
Convinto di aver almeno in parte riconquistato le energie per
affrontare la giornata, Giacomo s’asciugò la faccia, si schiarì la voce
e riaprì il rubinetto per lavarsi i denti. Il getto sottile d’acqua, però, gli
fece sentire il bisogno di fare pipì. Posò lo spazzolino sul bordo del
lavandino, si voltò verso la tazza, sollevò con una mano la tavoletta,
infilò l’altra mano sotto la camicia, scostò l’elastico del pantalone
dalla pancia, calandosi appena un po’ giù il pigiama, portò la mano
per prenderlo e dirigere il getto.
Giacomo non lo capì immediatamente; pensò d’avere gli arti
ancora un po’ addormentati, come intorpiditi. Distese le dita, un
movimento rapido della mano prima in un senso, poi nell’altro, ma
nulla. Tutto era liscio! Nulla da prendere tra le dita: solo il suo ventre
caldo e liscio come la testa d’un cane. A questo punto Giacomo,
trattenendo il respiro, piegò la testa per scrutare con gli occhi quella
parte del suo corpo divenuta completamente piatta. A quella vista,
un grido d’orrore gli montò dallo stomaco, ma si fermò a un passo
dall’urlo. Indietreggiò come per allontanare se stesso da quella
visione inciampando nel bidet che gli era dietro. Rimase allora in
bilico per qualche secondo con le gambe divaricate, incapace di reagire,
come ingessato in quella posizione: un braccio piegato all’indietro
a cercare sostegno nella parete, l’altra mano annaspante in
cerca del lavandino, il capo reclinato sulla tazza del bagno. Fu grazie
a un conato di vomito rimandato indietro, che riprese la posizione
eretta. Si portò la mano alla bocca, ricacciò giù insieme alla saliva
anche il fiato, fino ad allora trattenuto, e si sedette sul bordo freddo
della vasca.
Rimase immobile per qualche istante con il pigiama ancora calato,
poi s’alzò di scatto e, guardando il proprio viso nello specchio,
s’avviò strisciando i piedi lungo il corridoio, fino alla camera da
letto. Qui, con le gambe semiaperte davanti all’armadio, sollevò la
giacca del pigiama e si guardò allo specchio: una strana figura, la
sua, gli si presentò riflessa sull’anta. Le due gambe lunghe e magre,
il ventre liscio solcato da una peluria appena più fitta nel mezzo,
l’addome muscoloso e… nient’altro. Giacomo si tirò su il pantalone
fulmineamente per coprire quella mostruosità e si lasciò cadere
all’indietro come se, improvvisamente, fosse incapace di compiere
qualsiasi movimento o pensiero: un momento di solo buio, poi riaprì
gli occhi fissando il soffitto e provò a rimettere insieme i pensieri per
darsi delle rassicurazioni. Non poteva essere accaduto sul serio ciò
che aveva visto. Era sicuramente un’allucinazione. Sì, un’allucinazione
dovuta proprio alla stanchezza di quel periodo, ai continui
impegni di lavoro. C’erano stati tutti quei preparativi per la cerimonia,
tutte le discussioni con Alessandra diventata così puntigliosa. Sì,
non era altro che esaurimento. Si trattava senz’altro del medesimo
stato confusionale in cui s’era trovato qualche anno prima, in occasione
della sua laurea, quando a pochi giorni dalla discussione della
tesi, uscendo dalla facoltà, non aveva più trovato la Golf che suo
padre gli aveva appena regalato. All’epoca, dopo solo pochi istanti
da quella spiacevole supposizione e proprio mentre era sul punto di
dare l’allarme, aveva visto di nuovo l’auto lì dove appena qualche
momento prima aveva temuto fosse sparita, proprio nel punto esatto
in cui l’aveva lasciata.

«Gli occhi a volte vedono cose che non ci sono o non riconoscono

quelle che ci stanno proprio di fronte. Sono illusioni dovute alla stanchezza

». Proprio questa frase che aveva sentito dal suo analista, senza

comprenderne realmente il significato, adesso gli girava nella testa.

Giacomo provò a rimanere immobile. Sollevò la schiena e si mise con

le gambe lungo la sponda del letto. Ora che si era seduto, la stoffa del

pigiama si era gonfiata sul davanti e dalla patta semiaperta gli pareva

di intravedere finalmente qualcosa.

Giacomo volle verificare subito: aprì la mano e provò immediatamente

a premere su quel gonfiore, ma di rimando ci fu solo una sensazione

d’inutile e vuota pressione. Ci provò ancora due volte. La

prima, senza guardare, strofinando la mano sulla stoffa del pigiama e,

poi, scostandosi di dosso il pantalone per tastarsi direttamente in

mezzo alle cosce. La seconda con gli occhi aperti, seduto sul letto e

rivolto allo specchio. Ma nulla: non c’era più! Era scomparso e lui

adesso era certo che non stesse affatto sognando. Perciò, l’unica cosa

da fare era quella di correre al più presto in ospedale, lì qualcuno

sarebbe riuscito ad aiutarlo. No, quella non era una buona idea. Cosa

avrebbero potuto dirgli in ospedale? E poi, come glielo avrebbe spiegato

agli infermieri? Magari in ospedale avrebbe avuto di fronte una

donna a cui dover riferire il suo problema, e come gliel’avrebbe

detto? Sicuramente, chiunque avesse avuto di fronte, uomo o donna,

non avrebbe capito… l’avrebbe preso certamente per un folle. Eh sì

– continuava Giacomo nel suo ragionamento angosciato – c’era il

rischio che i dottori, temendo d’avere di fronte uno squilibrato, potessero

addirittura rifiutarsi di prenderlo in esame. O no… forse valeva

la pena di tentare. Sì, era meglio andare subito al Pronto Soccorso,

senza perdere altro tempo prezioso. Doveva vestirsi. Doveva vestirsi

in fretta, prendere l’auto, fare benzina e correre cercando d’evitare di

farsi vedere in quello stato di angoscia. Doveva schivare il portiere, i

condomini del palazzo, chiunque al di fuori dei medici, perché lui,

Giacomo Salemi, aveva adesso, certamente, impressa sul viso un’espressione

troppo sconvolta per essere decifrata da persone che non

potevano prestargli aiuto. Occorreva, invece, un medico. Un medico

prima di tutto.

Giacomo prese dunque a vestirsi rapidamente, afferrò i pantaloni

e la camicia, che aveva indossato il giorno prima, dalla sedia in camera

da letto. Infilò i mocassini sbattendo più volte i talloni sulla

moquette per far risalire i colletti e si diresse in gran fretta all’ingresso.

Lì rimase un attimo immobile, guardò dallo spioncino, girò la

chiave nella serratura cercando di non far rumore e aprì, infine, la

porta di casa. Rimase di nuovo immobile sul pianerottolo per qualche

secondo, stringendo il mazzo di chiavi nella mano, e solo quando fu

certo che le scale fossero sgombre, iniziò a scenderle rapidamente.

Superò l’atrio del palazzo al pianterreno, svoltò a destra verso la porta

del garage e in meno d’un minuto era già seduto in auto, pronto a

uscire in strada in tutta fretta.

«Trenta euro, Mario, per favore» disse Giacomo a bordo dell’automobile

arrivando dal benzinaio.

«Certo dottor Salemi. Che le è successo, dormito male?» lo interrogò

con un sorriso l’uomo. Giacomo non rispose, guardò i numeri

sul distributore sovrapporsi veloci e pensò di essere stato uno stupido:

se voleva allontanarsi con discrezione e senza esser visto in quello

stato d’agitazione, avrebbe dovuto evitare di fare rifornimento proprio

sotto casa.

«Arrivederci» lo salutò l’uomo prendendo i soldi che Giacomo gli

stava porgendo. «Arrivederci, Mario» rispose Giacomo. Ingranò la

marcia e raggiunse l’incrocio.

Lì, al semaforo, in attesa del verde, Giacomo guardò nello specchietto

retrovisore e vide una donna al volante intenta a ripassarsi il

rossetto con movimenti circolari dell’indice. Quando lei smise di

compiere quell’operazione e parve guardarlo direttamente negli

occhi, Giacomo distolse immediatamente lo sguardo e tornò a controllare

il semaforo. Davanti a sé vide il gran cartellone pubblicitario

con l’immagine in bianco e nero di un giovane uomo, più o meno

della sua età, trascinato per la cravatta da una donna di cui si vedeva

solo il braccio che manteneva la presa. Sopra la foto campeggiava la

scritta: «Se oggi hai perso la rotta, non lasciarti prendere per la

gola!». Giacomo pensò che sarebbe stato meglio non farsi prendere

dal panico e, forse, conveniva calmarsi e rivolgersi a chi lo conoscesse

davvero bene. Sì, forse era meglio desistere dal proposito di andare

in ospedale, ci voleva piuttosto qualcuno di fiducia a cui poter parlare

con franchezza. Giacomo pensò dapprima al medico di famiglia.

Il dottor Spadacenta, lo conosceva bene, lo aveva curato sin dall’infanzia,

ma forse per una cosa simile era meglio non coinvolgere

immediatamente qualcuno vicino alla sua famiglia. Forse, la cosa

migliore da fare in una condizione come la sua sarebbe stata quella di

rivolgersi al suo analista. Certamente lui, il dottor Di Vittorio, avrebbe

saputo indicargli un modo razionale per affrontare quel problema.

O, forse, poteva chiamare proprio suo padre… No, non era una buona

idea, certamente anche lui gli avrebbe detto di andare in ospedale.

Che fare dunque? Giacomo non sapeva più a cosa appigliarsi, sentiva

improvvisamente la propria testa scoppiargli come per effetto di

un’enorme bolla d’acqua che gli stava diluendo ogni pensiero,

lasciandolo privo d’ogni determinazione logica. Gli occorreva un po’

di calma. Doveva recuperare la concentrazione. Doveva prima di tutto

capire esattamente cosa fosse accaduto. Dopo avrebbe preso una

decisione. Non doveva farsi sopraffare dallo spavento e dalla fretta di

eliminare il disagio. Era necessario avere calma. Come gli aveva insegnato

il suo analista, «non esiste una soluzione giusta, un percorso

obbligato da fare, ognuno ha la possibilità di individuare quella che è

la rotta a lui più congeniale alla soluzione dei problemi». E per fare

ciò le due condizioni essenziali sono la calma e l’assenza della paura,

perché «l’assenza di calma e la paura non hanno rispetto del tempo

che ogni opportuna soluzione richiede».

Sì. Ora aveva capito: la cosa da fare era proprio recuperare la tranquillità,

magari attraverso un po’ d’isolamento, una mezza giornata in

cui doveva provare a restare «da solo in contatto con il proprio problema

», così da poter trovare da solo la strada migliore… Ecco, sì, gli

occorreva un luogo tranquillo! Doveva allontanarsi dalla città, anche

solo per poche ore, per riflettere con meno paura. La soluzione?

Adesso ce l’aveva. Avrebbe imboccato il raccordo, da lì l’autostrada

per Firenze e in meno di un’ora sarebbe arrivato a Narni: il casale di

famiglia era il posto migliore per prendere la decisione. Lì, in solitudine,

lui avrebbe valutato cosa fare e una volta individuato il modo

più adatto di risolvere il problema, avrebbe fatto ritorno in città e

affrontato razionalmente la situazione.

Forse proprio quale conseguenza di quella rinnovata determinazione,

Giacomo sentì pian piano d’esser in grado di formulare nuovamente

pensieri logici. Accese lo stereo, accostò a destra, attese che

il semaforo di inversione di direzione fosse verde e iniziò a ripercorrere

la strada nel senso opposto. Salì sul cavalcavia della tangenziale

e si diresse verso il raccordo.

Una volta sull’autostrada, Giacomo poté fare un primo tratto di

strada abbastanza velocemente. Tutto il traffico era diretto nel senso

opposto, verso la città. In direzione nord, invece, le auto sembravano

viaggiare spedite e le corsie erano quasi deserte. Fu così fino a

Magliano Sabino, poi l’asfalto iniziò a riempirsi d’autocarri e di altre

autovetture. Giacomo decelerò, cercando di rimanere sempre sulla

corsia di sorpasso. Guardò l’orologio e calcolò che in quaranta

minuti al massimo sarebbe arrivato alla meta. Inspirò profondamente

e, ricacciando sonoramente l’aria dalla bocca, guardò il cielo sfilargli

davanti.

Preannunciate appena dalla luce improvvisa di un lampo e da un

tuono, pesanti gocce di pioggia cominciarono a cadere violente sul

vetro dell’auto, quasi fossero state scagliate proprio contro Giacomo,

a volerlo colpire in faccia. Grandi, tonde, gonfie, le gocce una volta

arrivate sul cristallo vi rimanevano attaccate senza sparire. Giacomo

guardò le prime atterrare grosse e restare immobili per qualche secondo

sul parabrezza, per espandersi frementi in tutte le direzioni. Toccò

la leva del tergicristallo per far partire le spazzole poi, con la visuale

nuovamente sgombra, schiacciò un po’ l’acceleratore per superare

una lunga fila di camion, fino a quando non si trovò proprio davanti

un’auto blu che solo qualche minuto prima gli aveva insistentemente

chiesto strada. Adesso, però, era Giacomo che gli si era fatto dietro

ma l’autista non pareva avere alcuna volontà di restituirgli la cortesia

spostandosi a destra. Innervosito per quell’ostinazione, Giacomo

decise di tentare il sorpasso da destra ma pure quella manovra si

rivelò inutile: l’altra vettura si spostò solo di poco, continuando a

viaggiare a cavallo delle due corsie. Giacomo premette allora il clacson,

diede un nuovo affondo e gli si fece ancora più sotto mantenendosi

a pochissima distanza dall’altra vettura. Per evitare d’essere tamponata,

l’auto si spostò alla fine sulla corsia di destra e Giacomo

cominciò il sorpasso.

Una volta superata l’auto blu, Giacomo lanciò lo sguardo nello

specchietto retrovisore per guardare l’altro guidatore. Vide allora la

testa dell’uomo oscillare in avanti, indietro e ancora in avanti, come

se stesse ridendo. Sì, era proprio così, stava proprio ridendo quel

figlio di puttana. Giacomo staccò il piede dall’acceleratore, si rimise

sulla corsia di destra e lasciò che l’altro gli si affiancasse nuovamente.

Ora le due auto avanzavano parallele come trainate da un

unico vettore. Quando fu certo di essere davvero in linea con l’altra

auto, Giacomo volse la testa verso sinistra così da fissare direttamente

in faccia quel tipo. Non lo comprese immediatamente, forse

per via degli occhiali da sole che l’uomo aveva sul naso, ma dopo

una prima incertezza, Giacomo riconobbe quel profilo e soprattutto

quel neo, proprio al centro della guancia destra. Scorse il sorriso

largo, appena schiumato agli angoli, gli occhiali spessi e soprattutto

l’anello al mignolo con lo stemma di famiglia… Non poteva trattarsi

che di lui…

Giacomo non ebbe neanche il tempo di domandarsi perché proprio

il dottor Di Vittorio, perché proprio il suo analista, si trovasse lì, alla

guida di un macchinone, spinto in un’assurda gara di velocità con lui.

Giacomo sentì la voce del suo medico parlargli attraverso lo stereo

dell’auto, coprendo la musica.

«Giacomo, mi sente? Giacomo, sono il dottor Di Vittorio, mi

ascolta?»

«Ma dov’è?» chiese Giacomo incredulo.

«Sono qui nell’auto accanto. Non mi ha visto?»

«Certo che l’ho vista. Ma come fa a parlarmi? Che ci fa qui?»

domandò Giacomo guardando ancora in direzione dell’auto.

«La smetta di farmi domande, Giacomo, e mi stia a sentire! Credo

che lei abbia perso qualcosa, o mi sbaglio?» lo interrogò il dottore.

«E lei come fa a saperlo, dottore?» rispose Giacomo.

«Ancora domande. La pianti, Giacomo, con le domande e mi

ascolti bene: io sono qui per aiutarla, anche se il tempo a sua disposizione

è quasi scaduto perché alle tredici ho un altro appuntamento

e devo rientrare allo studio. Però Giacomo, io sono qui per dirle che

sua madre ha quello che lei sta cercando.»

«Che cosa? Che cosa?» urlò Giacomo.

«È stato lei, Giacomo, a darglielo» rispose il dottore e continuò

«Sì, Giacomo! Gliel’ha dato lei ieri, prima di andare a cena con gli

amici. Non ricorda?».

«Ma dottore, che sta dicendo? Non la capisco. E che ne sa lei che

mi manca qualcosa?» ripeté Giacomo.

«Giacomo, ancora un’altra domanda ed io la lascio in balia dei

suoi dilemmi!» sentenziò serio il dottore.

«Ma come fa a saperlo dottore?» provò ancora Giacomo «Dottore,

io a mia madre non ho dato un bel nulla. Sì, è vero, ieri… ieri io sono

passato da lei nel pomeriggio, ma abbiamo preso un tè e io non le ho

dato nulla… almeno, non quello che pensa lei. Mi sente?… Dottor Di

Vittorio mi ha sentito?» urlò Giacomo.

«Certo la sento. Ma le ripeto Giacomo, sua madre ha quello che lei

adesso sta cercando. Se le interessa davvero, torni da sua madre e

vedrà che non mi sbaglio!» confermò il dottore. Poi dopo una breve

pausa: «Adesso la saluto Giacomo, devo rientrare a Roma. Ne riparleremo nel nostro incontro settimanale. Ci vediamo mercoledì alle

diciotto in punto… Arrivederci, Giacomo, e vada piano: non metta a

repentaglio la sua vita!» concluse il medico.

Giacomo ebbe appena il tempo di pronunciare un remissivo «Va

bene dottore». Vide poi l’auto dell’analista schizzare via davanti a sé.

Provò ad accelerare di nuovo, ma la sua auto adesso non era più capace

di riavvicinarsi all’altra vettura che si stava allontanando veloce.

Giacomo tentò di parlare ancora con il dottore, provando a rievocare

la voce toccando tutti i tasti del suo stereo, ma non riuscì a sentire

altro se non le note del CD che aveva messo prima.

Decise allora di rallentare, accostò nella corsia d’emergenza, mise

le quattro frecce e prese il cellulare che aveva sul sedile accanto. Tre

squilli e poi l’inizio del messaggio: «Questa è la segreteria telefonica

di casa Salemi, non siamo in casa…» chiuse. Sua madre era uscita,

forse per andare dal dietologo, come gli aveva detto il giorno prima.

Che fare allora? Giacomo doveva parlare con lei, posò il cellulare

rimise le mani al volante pronto ad andare da lei.

«Buongiorno dottor Salemi» lo accolse sorridendo il portiere…

«Ero salito per portare la posta a sua madre, credo però che sia

uscita. Non mi ha risposto nessuno. Lei ha le chiavi vero?» continuò

l’uomo.

«Sì, sì, certo Antonio. Devo solo prendere una cosa che ho dimenticato

ieri» rispose Giacomo quasi giustificandosi mentre richiudeva

le porte dell’ascensore.

«Arrivederci» lo salutò il portiere.

«Arrivederci» rispose frettolosamente Giacomo premendo il pulsante

del quinto piano.

Una volta in casa, benché avesse trovato la porta chiusa a doppia

mandata, Giacomo non rinunciò a chiamare la madre ad alta voce.

Attraversò il corridoio sporgendosi prima in cucina, poi in camera da

letto, ispezionò rapidamente lo studio e poi entrò nel salone.

«Mamma… mamma, ci sei?» provò a chiamarla aggirandosi tra i

divani e la biblioteca, dirigendosi verso il terrazzo, ma non udì alcuna risposta. Si voltò dal lato della stanza dove il pomeriggio del giorno

precedente avevano preso il tè. Il carrello era stato rimesso al suo

posto dietro le poltrone e tutto sembrava come al solito in ordine, le

poltrone dove s’erano seduti erano state riaccostate alla parete, anche

se i cuscini non erano stati ancora battuti e rigonfiati come faceva la

madre. Le sagome di Giacomo e di sua madre erano ancora impresse

sul velluto verde, come se i loro corpi se ne fossero appena allontanati.

Giacomo ripercorse con la mente quanto accaduto, ma l’unico

evento notabile di quel pomeriggio in cui era passato per il solito

saluto era stato il fatto che lui avesse rovesciato il tè sul tappeto. Ma

a parte tale episodio, tutto gli pareva essere accaduto secondo il

copione consueto. Eppure l’analista era stato chiaro: «Sua madre ha

ciò che lei sta cercando. È stato lei a darglielo, ieri!» gli aveva detto.

Giacomo tornò in corridoio lanciando sguardi veloci nelle varie

stanze, verso il bagno e, infine, al ripostiglio. Pronto ad andare via,

riattraversò l’ingresso: fu allora che la sua mente gli restituì l’immagine

di qualcosa di singolare che aveva appena visto. Si voltò indietro,

entrò nel bagno, avanzò in direzione della finestra, guardò prima fuori

gli alberi nel parco, poi verso l’uscita. Ma ora che si trovava di fianco

al lavandino, fu attratto dai riflessi del sole che, dalla superficie

dell’acqua immobile nella vasca, si proiettavano sulle piastrelle e

rimbalzavano dalla ceramica azzurra allo specchio sul lavandino. Lì,

al centro di quella vasca, immobile e galleggiante, eppure come ancora

dotato di una vita, Giacomo poté finalmente vedere ciò che stava

cercando. S’avvicinò al bordo con l’impulso d’afferrarlo subito.

Provò ad allungare la mano, ma una sensazione di immediata repulsione

lo bloccò. Trattenne allora il respiro, s’inginocchiò sul pavimento

e immerse la mano nell’acqua. Proprio per effetto dello spostamento

d’acqua, il suo membro, fino a quel momento immobile con

il prepuzio rivolto all’insù, si immerse appena nell’acqua per riemergere

ondeggiante verso il bordo opposto della vasca. Giacomo tirò

fuori la mano dall’acqua, se la passò in fretta sulla coscia, quindi la

riavvicinò nuovamente con l’indice teso.

Il primo contatto non gli produsse nessuna sensazione tattile, nulla

di decifrabile. Giacomo si fece coraggio, immerse di nuovo la mano

nell’acqua, ruotò con lentezza il palmo sotto, proprio in corrispondenza

dell’organo e, quasi stesse manovrando un retino, sollevò il suo

membro fuori dell’acqua. Rimase così qualche momento con la mano

semiaperta e il braccio poggiato sul bordo della vasca, poi s’alzò,

muovendosi con attenzione afferrò con l’altra mano l’asciugamano,

lo stese sulla tavoletta del water e vi adagiò delicatamente il proprio

pene. Prese il cellulare e con le dita ancora umide iniziò a comporre

il numero dello studio del dottor Di Vittorio.

«Buongiorno, studio del dottor…» gli rispose una voce di donna.

«Buongiorno signorina, sono Giacomo Salemi… avrei bisogno di

parlare urgentemente col dottore» disse con ansia.

«Mi spiace dottor Salemi, ma il dottor Di Vittorio è arrivato da

poco e ha iniziato subito la seduta, in questo momento è già impegnato

con un paziente» spiegò cortesemente la donna.

«La faccio richiamare, dottor Salemi, non appena il dottore termina,

va bene? Oppure, può provare a richiamare lei dopo le diciannove:

a quell’ora il dottor Di Vittorio dovrebbe aver finito» spiegò la

segretaria.

«La prego signorina, so che il dottore è molto impegnato, ma io ho

bisogno… ho bisogno…» s’interruppe deglutendo e poi riprese «ho

bisogno di parlargli subito. Non posso aspettare. È veramente molto

importante; non mi permetterei di disturbare, ma le ripeto è vitale che

io gli parli subito. Subito!» concluse Giacomo.

«Attenda, provo a vedere se mi risponde…» disse la donna.

Giacomo aspettò qualche secondo, poi finalmente sentì il dottore

chiedergli con voce chiara: «Ha visto, Giacomo, che avevo ragione?

Lo ha trovato da sua madre, non è vero? Ne ero certo!».

«Sì, dottore… ma lei…» provò Giacomo, ma fu immediatamente

interrotto dal medico.

«Allora tutto risolto, Giacomo. Bene, sono contento. Lo conservi

bene, per adesso, poi mercoledì prossimo, quando ci incontriamo,

vedremo come affrontare il problema. Per adesso provi a distrarsi e

mi raccomodo, Giacomo, non drammatizzi, faccia piuttosto gli esercizi

come le ho insegnato, adesso sa come si fanno, no? È un esperto

oramai! Vedrà che tutto si risolverà!» disse con tono fiducioso

l’analista.

«Ma dottore?…» cercò d’insistere Giacomo e poi supplichevolmente

«Io, io… come faccio? Devo sposarmi tra pochi giorni».

Ma il dottore l’interruppe immediatamente: «Lo so, lo so, Giacomo,

ma prima di mercoledì per me è impossibile incontrarla, sono pieno di

appuntamenti, poi da domani fino a martedì sarò fuori. Non si preoccupi,

Giacomo, mercoledì mettiamo tutto a posto: si tratta di pazientare

un pochino. La saluto, a presto, Giacomo» concluse il medico.

«Dottore… dottore» provò ancora a trattenerlo, ma la conversazione

era già terminata. Giacomo guardò ancora interdetto lo schermo

del cellulare, poi selezionò il numero di Alessandra.

«Buongiorno, mi passa il 379, la dottoressa Rinaldi, per piacere?»

disse tutto d’un fiato al centralinista.

«Attenda, prego» rispose la voce all’altro capo del telefono.

«Pronto?» chiese Alessandra.

«Pronto Ale, sono Giacomo» disse lui.

«Ciao Giacomo, ma che è successo? Ero in riunione» domandò la

ragazza.

«Ale, devo parlarti subito, puoi raggiungermi a casa di mamma?»

«Certo, certo. Ma cosa è successo?» chiese lei preoccupata.

«Non posso dirtelo al telefono, e non c’è bisogno che anche tu ti

agiti. Però sbrigati, vieni qua a casa di mia madre, ti devo dire una

cosa molto importante» replicò Giacomo.

«Giacomo, ma stai bene? È successo qualcosa a tua madre?» disse

Alessandra in cerca di rassicurazione.

«No, mamma sta bene. Adesso lei non c’è. È dal dietologo,

credo…» spiegò Giacomo.

«E tu che ci fai lì?» lo interruppe Alessandra.

«Te lo dico appena vieni. Ti aspetto qui, vieni subito?» chiese lui.

«Va bene, va bene, ma io posso essere da te non prima di una mezzora

amore. Aspettami, arrivo. Tu stai calmo, aspettami. Arrivo» lo

rassicurò Alessandra prima di riagganciare.

Giacomo spense il cellulare, scrutò per alcuni secondi la sua

immagine immobile nello specchio, si avvicinò alla tazza e lo vide lì,

adagiato sull’asciugamano. Lo osservò nuovamente qualche istante,

infine, lo prese di nuovo in mano, sollevò il coperchio della tazza e lo

fece rotolare dentro. L’acqua del fondo emise soltanto un rumore

sordo. Schiacciò lo scarico e rimase lì ad attendere che lo scroscio

dell’acqua terminasse.

Un paio di gocce gli erano rimbalzate sui mocassini. Giacomo

strappò un pezzo di carta, s’asciugò con un movimento lento le scarpe,

si voltò, ritornò in salone e si sedette sulla poltrona.

Rimase fermo, sprofondato sul cuscino con pochi e stanchi pensieri,

gli occhi assenti, rivolti alla parete sul fondo. Quando il suono

ripetuto del citofono lo svegliò dal torpore, s’alzò stordito per dirigersi

all’ingresso.

«Pronto?» disse portandosi la cornetta all’orecchio.

«Sono io, amore» annunciò Alessandra.

Schiacciò il pulsante della porta aprì la porta e si diresse come per

tornare in salone ma, come sorpreso dallo stimolo di fare la pipì,

entrò il bagno. Fu in quel momento, appena il tempo di tirare giù la

cerniera e scostare l’elastico delle mutande che Giacomo se lo ritrovò

tra le mani.

Lo guardò appena qualche istante. Provò a girarlo quasi per vedere

che fosse tornato realmente a posto e s’ispezionò sotto i testicoli.

Il rumore dei passi affrettati di Alessandra che lo stava chiamando

dall’ingresso, lo costrinsero ad abbandonare quelle operazioni, risollevò

le mutande mentre lei stava ancora chiedendo: «Amore, amore…

Giacomo dove sei?».

«Che è successo, Giacomo, dimmi?» domandò la ragazza raggiungendolo

sulla soglia del bagno.

«Nulla amore!» rispose impacciato lui.

«Come nulla? Mi hai detto che mi volevi parlare, amore… Mi

sono scapicollata per arrivare qua e mi dici che non è successo nulla!»

protestò Alessandra.

«Amore non ti arrabbiare… Oggi non sono andato in ufficio, perché

volevo pensare a noi e… ho capito che ti amo tanto e volevo dirtelo!

» le sospirò Giacomo. Lei gli si avvicinò. «Ma dici sul serio,

amore?» gli chiese ancora. «Certo tesoro mio!» annuì Giacomo, le si

avvicinò di più, l’abbracciò e iniziò a baciarla appassionatamente.

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Claudia Muscolino, "A casa per Natale

18 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto

 

 

A casa per Natale

e racconti per tutto l’anno

Claudia Muscolino

 

Porto Seguro Editore, 2016

pp 113

12,90

 

Per costruire un buon racconto breve, a mio avviso, occorrono quattro elementi: un’idea originale, un’atmosfera particolare, un linguaggio non banale e uno sviluppo da un punto di partenza fino ad un punto di arrivo.

Claudia Muscolino ci presenta la sua raccolta di racconti, A casa per Natale. La prima parte è ambientata nelle immediate vicinanze del Natale, la seconda, come indica il sottotitolo, in altri momenti dell’anno. Ma qui forse manca qualcosa, non tutti i racconti soddisfano i suddetti elementi, manca una sorpresa finale, un capovolgimento della prospettiva. Insomma, queste novelle lasciano poco dietro di sé, non impattano e non segnano.

Alcune storie sono molto reali, altre al limite del fiabesco e del gotico. I racconti che hanno come fulcro il Natale si basano sul contrasto fra il clima festivo e le tempeste interiori, i problematici rapporti interpersonali di famiglie riunite a forza e per convenienza.

Le protagoniste sono quasi sempre donne – ma anche qualche uomo - streghe, sensitive, assassine, omosessuali, ma pure persone comuni alle prese coi problemi di tutti i giorni, con difficili rapporti domestici, con sorelle, madri e nonne livorose e rancorose. Le loro storie, però, sono spunti, idee che abortiscono senza dare il senso della profondità, del percorso e dell’evoluzione.

Lo stile è corretto e piano, grande spazio è dato al dialogo - che suona, però, un poco artificioso, non spontaneo – perché contano i personaggi più che gli accadimenti, contano le loro interazioni, i loro rapporti non facili. Come è scritto nella quarta di copertina, “ciò che si vede è solo la punta di un iceberg emotivo”.

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Ortensia

12 Marzo 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto, #psicologia

 

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

Ortensia ha diciassette anni, capelli lunghi, lisci e biondi ma spenti, proprio come i suoi occhi grigi che hanno deciso di incrociare di rado quelli di un’altra persona. Come un animale impaurito, Ortensia non si fida più o, forse, non si è mai fidata, neanche di chi le sta accanto e, adesso, ha iniziato a dubitare anche di se stessa. In realtà, sono già quasi due anni che l’intero corpo di Ortensia, da sempre esile e spigoloso, non somiglia più a quello di una di quelle antilopi graffite sulle pareti delle caverne nel Sud della Francia che tanto l’avevano impressionata da bambina e nelle quali si era subito riconosciuta. Persino i maschi della sua classe non si sorprendono più della magrezza di Ortensia come facevano all’inizio, quando la sua bellezza di fanciulla ad un passo dall’adolescenza aveva iniziato a sbocciare, attraendone le attenzioni. Inizialmente, anche loro - i ragazzini che le giravano intorno - erano stati sopraffatti, sebbene non riuscissero a comprenderne l’essenza, da quella tensione verso il sublime che albergava in Ortensia e che era capace di farsi strada anche a dispetto delle piccole mortificazioni che lei, in segreto, aveva iniziato a sperimentare su se stessa. 
Prima atti quasi impercettibili, come un’insolita trascuratezza nell’acconciarsi i capelli o nel vestire, un’unghia sanguinante, un piccolo graffio sul dorso della mano o sulla guancia, poi addirittura qualche livido e ancora un taglio più profondo sull’avambraccio che lei sembrava voler mantenere sensibile ripercorrendone la lunghezza con le dita. 
In seguito, quell’inquietudine si era fatta palese e mentre i maschi della sua classe avevano preferito orientare i propri interessi verso le altre più fulgide compagne, quelle stesse femmine avevano cominciato a bisbigliarsi strane cose su Ortensia: gradualmente aveva cominciato a girare sempre con più insistenza la voce che i pantaloni che Ortensia indossava così mollemente sulle gambe o le felpe che sembravano diventare più grandi settimana dopo settimana, fossero le prime evidenti tracce della sua difficoltà a mangiare con regolarità. Ortensia - dicono queste stesse voci - non si vuole bene o, piuttosto (come aveva spiegato l’insegnante di latino e greco in uno dei tanti giorni d’assenza che avevano cominciato a riempire il calendario scolastico) Ortensia si vede grassa. 
Quelle frasi sono arrivate anche alle orecchie di Ortensia e ora lei non può fare a meno che convenirne, perché - sebbene le curve intorno ai suoi giovani fianchi siano da tempo sparite e, persino, i suoi capezzoli paiano rimpiccioliti ed avviarsi ad una forma che somiglia sempre più a due mirtilli abbandonati su di un petto che ha perduto ogni morbidezza - preferisce trascorrere interi pomeriggi da sola, restandosene chiusa in camera sua, dove l’unica cosa che riesce a fare sollevandosi dal letto, è guardarsi per lunghe, interminabili sessioni, allo specchio. Sempre lì dentro, chiusa tra le pareti della sua camera, Ortensia si pesa, almeno cinque volte al giorno, provando a misurare l’effetto che le fa uno dei suoi pasti che oramai ha ridotto ad una mezza confezione di mais, una barretta di cioccolato, due fette biscottate col the o quattro mandorle sgusciate. 
Questi cibi Ortensia li consuma quasi sempre da sola e li preferisce a quei pochi pasti cui è oramai obbligata in compagnia dei genitori. In queste occasioni, lei si mette a tavola con una sensazione di sopraffazione, come di chi sia stata obbligata a commettere un peccato, e con l’immane sfinimento derivante dal dover ripetere ciò che da tempo le appare come un’inutile messinscena. Una recita in cui Ortensia - figlia unica di due persone che non hanno mai parlato molto tra di loro, salvo quando sono in presenza di estranei, e che da subito han deciso di non tacere ad Ortensia la sua adozione - interpreta la parte di una ragazza timida e silenziosa. 
Per la verità, circa un anno fa sua madre s’è accorta che qualcosa non va ed ha intuito che per Ortensia mangiare sta diventando insopportabile. Perciò, dopo i primi digiuni e le fughe in bagno di sua figlia, la mamma ha deciso di far sparire le chiavi di tutti e due i bagni. Ortensia ha però escogitato una strategia alternativa: lei si libera del cibo direttamente in camera da letto e lo fa infilandosi un lembo del lenzuolo in bocca, provando a spingerselo fin dentro la gola e, se trattiene per qualche istante il respiro, le viene poi naturale deglutire fino al momento in cui il cibo, che Ortensia controvoglia ha dovuto ingoiare a tavola, comincia finalmente a ripercorrere il tragitto inverso risalendo su per l’esofago per riaccumularsi di nuovo in bocca, pronto ad esser espulso. Lei, quel cibo lo vomita in una busta che l’indomani, lungo il tragitto verso scuola, può eliminare. 
Sebbene non lo ammetta apertamente a se stessa, Ortensia ha cominciato a desiderare di vedere assottigliare sempre più il suo corpo proprio per poter sembrare ancor più uguale ad una di quelle gazzelle stilizzate sui muri delle caverne. Ma altre volte, lei si immagina come un solo filo d’erba: lungo, liscio e senza sporgenze, indifferente persino alla siccità e all’assenza totale di nutrimento e di luce. Ed è proprio questa immagine del filo d’erba che Ortensia ha scelto per descriversi con lo psichiatra, Esperto di disturbi del comportamento alimentare, come ha letto sulla targa d’ottone dello studio dal quale, da circa due mesi, ha accettato di andare. Ma se Ortensia l’ha fatto è proprio col preciso e lucido intento di far rientrare quell’improvvisa attenzione che alcuni professori, e in seconda battuta sua madre, hanno cominciato a riversare su di lei. La cosa, infatti, che maggiormente la disturba è avvertire quel preoccupato, a volte morboso interesse concentrato proprio su quel che mangia o ha smesso di mangiare. Per quale motivo - si chiede ormai retoricamente Ortensia - non può essere libera di ingoiare quello che desidera e, soprattutto, di stabilire da sola cosa e quanto sia sufficiente al proprio organismo? 
Perciò, pur di far cessare quella fastidiosa apprensione esterna, due volte a settimana - ogni lunedì e giovedì pomeriggio - Ortensia ha acconsentito a lasciarsi ispezionare e, in molti casi, a farsi martoriare l’anima, in quello studio medico dove ha negoziato di poter essere condotta e riportata a casa da sola a bordo dell’auto di servizio del padre. 
Già dal secondo incontro con il medico, quando lui ha spiegato ad Ortensia che il suo problema dipenderebbe da un bisogno di attenzione, divenuto viscerale sin dalla sua prima infanzia, lei ha realizzato che quell’uomo dal profumo di colonia così invadente non sarebbe stato in grado di capire un bel niente. E a nulla è servito ad Ortensia provare ad obiettare a quella sentenza il fatto che lei non provi alcun bisogno di attenzione ma, al contrario, desideri esser lasciata in pace e per conto proprio, in quanto del cibo - come  dell’amicizia e dell’amore - lei non sente al momento alcuna necessità. 
In cuor suo, Ortensia ha anche pensato dal secondo incontro con quel medico che, forse, avrebbe potuto rendere quelle sedute meno estenuanti se avesse confidato di aver provato attrazione e interesse in passato per qualcuno, invece di continuare a ripetere di non aver alcun interesse né per ragazzi, né per ragazze. Le è accaduto - ha narrato perciò - che, quando era poco più che una bambina, si era invaghita di un amico incontrato il primo anno delle sue vacanze-studio in Inghilterra. Se ben ci pensa un interesse simile le si era riproposto almeno altre due volte con un altro ragazzo, di qualche anno più grande di lei, figlio del benzinaio della pompa sotto casa. Ma poi è capitato che Ortensia abbia pensato di non esser lei la persona giusta o, viceversa, che quel ragazzo abbia fatto o detto qualcosa di sbagliato capace di farla immediatamente ravvedere.  
Oltre ad incontrare lo psicologo e, sempre per esser lasciata in pace, Ortensia ha accettato di sottoporsi ad un programma di alimentazione controllata, secondo il quale lei è libera di scegliere da sola il cibo senza dover ascoltare le suppliche e le prescrizioni della madre. Adesso è qualcun altro che pesa gli alimenti al suo posto e soprattutto (circostanza inizialmente sottovalutata da Ortensia), i suoi pasti li deve consumare in presenza non più dei genitori, ma di una giovane donna, una dottoressa, Daniela, che appunto fa la nutrizionista di mestiere. È Daniela ad esser stata incaricata di assicurare la rieducazione alimentare di Ortensia. Ma dopo le prime volte in cui i pranzi con la dottoressa si sono rivelati se non interessanti, almeno sopportabili, Ortensia ha avuto la sensazione che quell’estranea la stesse trattando come un animale d’allevamento destinato al macello ed obbligato ad ingurgitare razioni alimentari al limite della sopportazione. Perciò, pur sforzandosi in sua presenza di consumare tutto il cibo proposto, Ortensia ha iniziato a percepire la presenza di Daniela una volta al giorno come una nuova tortura, anch’essa intollerabile, al punto da sentirsi impazzire e da dover inscenare malesseri che la costringono a letto. 
Infatti, quello che sempre più snerva Ortensia è che qualcun’altro - sua madre, suo padre, il suo psicanalista e adesso Daniela - abbia comunque il potere di imporle quantità di alimenti che lei non considera affatto necessarie alla propria sopravvivenza. Perciò, sebbene abbia acconsentito a sedersi di nuovo a tavola almeno una volta al giorno, ad orari prestabiliti, in compagnia di Daniela e per un tempo non inferiore a venti minuti (tempo che lei stessa cronometra azionando il timer del microonde), ogni volta che ritorna in camera sua non può evitare di infilarsi l’angolo del guanciale in bocca per provocare il vomito e liberarsi di quella piccola massa melmosa, riversandola dentro un’altra busta di plastica che butterà in seguito. 
Negli ultimi giorni Ortensia non può smettere d’immaginare con sempre maggiore orrore l’ago della bilancia che si avvicina di nuovo, pericolosamente, ai quarantasette chilogrammi e ciò che la ossessiona di più è l’idea che il proprio stomaco sia stato di nuovo riempito di alimenti pronti a trasformarsi in altro grasso. Perciò, tutto quel cibo lei non può tenerlo dentro di sé, non può aspettarne la digestione e quindi l’assimilazione. Occorre disfarsene come lei ha imparato a fare, oppure bere subito moltissima acqua, così da dilatare un poco lo stomaco, quel tanto che può arrestarle il vomito in presenza di Daniela. Dopo, in camera sua, quando il pianto l’avrà calmata ed avrà recuperato il coraggio e il controllo di sé, il vomito arriverà da solo, senza bisogno di usare le mani o la stoffa del cuscino. E non le importa che lo psicologo non creda che lei ami sentire la propria pancia brontolare, vedere la lancetta della bilancia girare in senso antiorario restando al di sotto dei quarantasette chili, né quanto sia importante per lei vedere e poter tastare le proprie ossa o ascoltare il sangue fluire nelle proprie vene
Per Ortensia, tutti quelli sono desideri legittimi. Poco le importa se qualcuno li considera sintomi di una malattia o altro. Lei soltanto è in grado di capire ciò che può farla sentire a posto. È per questo che lo scorso ottobre si è iscritta in palestra e da allora ci sta andando ogni volta che se la sente. Spesso il sabato quando non deve andare a scuola. 
Anche oggi, proprio come la scorsa settimana, Ortensia ha già fatto la prima ora di spinning e da meno di dieci minuti è ritornata nuovamente nella Sala Bike e sta montando sul sellino per una seconda lezione. Sebbene Mario - l’istruttore che Ortensia preferisce perché sa accompagnare la lezione con la musica Disco o R & B che più le piacciano – le abbia raccomandato nell’allenamento precedente di non sforzare troppo, lei è di nuovo salita in bicicletta. 
Lì seduta, mentre il cardiofrequenzimetro inizia a segnare una media di battiti superiore a centocinquanta e con la musica anni Settanta pompata nelle orecchie, Ortensia prova l’eccitazione che le sale dalle gambe mentre ha ripreso a pedalare senza mostrare alcun segno di cedimento, anzi sollevandosi appena dal sellino per assecondare con le pedalate il ritmo che risuona nelle casse. 
La sua capacità di pedalare senza sforzo dopo un’ora di lezione è la dimostrazione di quello che lei sostiene da sempre: tutto è comandato solo dalla mente e, se è la mente che lo desidera, non vi è stanchezza fisica o cedimento che il corpo non possa tollerare. 
Ed è una sensazione talmente bella quella che prova Ortensia in questi momenti, una sensazione che l’avvicina ad uno stato di quiete senza tempo - una condizione nella quale lei non deve più curarsi di dare risposte e di fornire spiegazioni su quello che fa e non fa. Per questo, anche quando le pare che il fiato si stia appena spegnendo e che i contorni della sala oscillino intorno a lei, prima in una direzione e poi nell’altra, Ortensia continua imperterrita la sua scalata lungo la pendenza immaginata e scandita dalle esortazioni del nuovo allenatore. 
Non importa che sotto i pedali non avverta più alcuna resistenza, né che le braccia non si sforzino più di sorreggere il busto tutto proteso in avanti o che le mani abbiano allentato la presa sui manubri e, sotto le tempie, il sangue abbia iniziato a pulsare sempre più potente e ad una velocità sconosciuta fino ad allora. Né importa che dopo qualche minuto dalla ripresa della corsa, il suo cuore è attraversato dalla corrente di un fulmine che la squarcia da capo a piedi, e qualcuno si sia già chinato su di lei. Non le importa di sbarrare quegli occhi grigi e dischiudere la bocca in una smorfia di disgusto. Lei ha preso le distanze da tutti. Soprattutto da quelli che continuavano a dirle cosa è bene per Ortensia e cosa non lo è come se fossero dei giardinieri esperti ed avessero a che fare con una delle piante di cui porta il nome e non con un essere umano. 

 

Il disegno a china è di Clara Garesio

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Un piatto da servire freddo

3 Marzo 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

Bastava così! Quella volta aveva davvero passato il segno e lui se l'era legata al dito. Per sempre!

Tuttavia, come insegnano le pagine più ciniche di Sun Tzu e di Machiavelli, aveva covato il rancore cieco che l'avrebbe condotto all'atto finale, celandolo, come un pokerista provetto, dietro la faccia bonacciona di sempre.

Continuava ad abbozzare ai suoi scherzi sul lavoro, anche i più incresciosi, con un risolino educato, come se il tutto gli scivolasse addosso, mentre in realtà anche il più piccolo gesto, dallo svitare il salino a mensa e poi passarglielo ad appoggiargli due colli di bottiglia contro gli pneumatici dell'auto posata nel parcheggio per i dipendenti, non faceva che alimentare quella sua rabbia sbavante, in continua paziente attesa di poter deflagrare in tutta la sua spietata violenza.

I suoi modi non smisero mai d'essere più che amichevoli. Questo non per inettitudine o scarsa prontezza di risposta: faceva tutto parte di una sua tattica. Doveva tenerselo buono affinché si fidasse di lui, così da poterlo attirare in trappola e farcelo cascare dentro con tutte le scarpe.

L'occasione si presentò all'inizio della stagione sciistica.

Differenti per carattere, punti di vista, gusti musicali, li univano giusto due cose: il posto di lavoro e, appunto, la passione per lo sci.

Col più largo sorriso che gli venisse e lo sguardo più buono che riuscisse a esprimere, lo invitò alla domenica organizzata dalle Frecce Azzurre cittadine dalle parti di Gressoney. Quello accettò senza pensarci un minuto, ringraziando con una calda stretta di mano.

Imbacuccati ed equipaggiati come da protocollo, si imbarcarono sul pullman granturismo che cominciava appena ad albeggiare.

Giunti sul posto, si incodarono tutti quanti per salire in vetta a bordo della telecabina.

In cima al Monte Rosa, ben conoscendo la competitività che contraddistingueva quell'altro, lo sfidò a un fuoripista dei più spericolati. Il collega acconsentì, muovendo appena le labbra lucide di burrocacao coi brillantini.

Senza farsi notare, si defilarono dal gruppo e si spinsero verso il loro destino.

Quando furono nei pressi di una pineta la costeggiarono, seguendo uno stretto percorso che dava su uno strapiombo.

Nel punto più elevato, lui, da dietro, spinse l'altro giù per il burrone, gridandogli: «Ehi tu, stronzo, sai perché l'ho fatto? Perché tu quella volta davanti a tutti hai osato...»

Trumpt! Un rumore sordo interruppe le sue parole. Lo aveva prodotto il corpo del suo collega, atterrato su uno spuntone di roccia.

Aveva fatto male i calcoli, nonostante avesse organizzato e pregustato quel momento per mesi: al momento buono, mentre lui si dilungava troppo nelle spiegazioni, la caduta era stata più rapida del previsto.

“Ma… cribbio! A che è servito vendicarsi se il maledetto manco ha fatto in tempo a capire perché lo stessi punendo?” non faceva che ripetersi, fissando sconsolato quel puntino scuro in mezzo alla distesa candida di neve fresca, che era poi il cadavere del collega, morto sul colpo.

 

 

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L'edicola del tempo

20 Febbraio 2017 , Scritto da Diego Popoli Con tag #diego popoli, #racconto

 

 

 

Aprile 1978. Un sole gentile riscalda il porfido del grande viale pedonale che, insieme a mia madre, mi accompagna a casa. Sulle spalle il peso della cartella e di una pesante giornata di scuola conclusa con il compito in classe a sorpresa di geografia. Per tirare su il morale ci vorrebbe una bella bustina di trasferelli. Cosa sono i trasferelli? Sarebbe meglio dire cosa erano. Si trattava di un cartoncino ruvido sul quale era disegnato uno sfondo, uno scenario per intenderci. Fantascientifico, storico, western ecc... Insieme ti venivano date delle veline con dei personaggi, tu non dovevi fare altro che ricalcarle vigorosamente con una matita e poi… Strap! E magicamente il tuo astronauta, il tuo robot, il tuo centurione, rimanevano lì, fissati per sempre su quei venti centimetri quadrati di fantasia. I miei preferiti erano quelli con i dinosauri. Giorgio, il signore dell’edicola, me ne teneva sempre da parte una confezione, perché sapeva che alla fine, in un modo o nell’altro, l’avrei avuta vinta. Come quel giorno. Al solito, pochi soldi nella borsetta, ma tanta voglia di farmi contento. I trasferelli certo, ma anche la scusa per aprire una parentesi nelle fatiche scolastiche ed entrare in un mondo magico, prima di mettersi di nuovo alle prese con i compiti di matematica. L’edicola, un niente di spazio, tra il panettiere e la farmacia, uno sgabuzzino delle meraviglie, dove stretto stretto tra le riviste di motori e i quotidiani sportivi, tra l’ultima avventura di gatto Silvestro e lo sguardo diabolico di Diabolik, sognavo il mio futuro. Fino quando il Signor Giorgio, una montagna di carne senza fine, con due baffoni che facevano provincia, da altezze siderali faceva piovere la sua manona con una bustina color avana e una scritta blu, che ora non ricordo.

Aprile 2015. Attraverso il parcheggio con sulle spalle ancora il peso e la tensione di una dura giornata lavorativa. Un bambino con in mano un tablet credo, o un’altra diavoleria tecnologica a me sconosciuta, si lamenta per entrare. Non si parla di trasferelli certo, ma i capricci in fondo sono gli stessi. Certe cose cambiano è vero, altre fortunatamente no. Anche oggi l’edicola è il mio luogo di decompressione, un rifugio da stress e tensioni, il mio personalissimo paese dei balocchi, nel quale entrare e, per un quarto d’ora, lasciare fuori il resto del mondo con i suoi casini, i suoi problemi. Dentro mi aspetta William, il proprietario, che per modestia non lo dice, ma credo di recente abbia vinto il premio per la faccia più simpatica d’Europa. Davanti alla porta a vetri prendo un bel sospiro, chiudo gli occhi, entro e… Nel saloon il fumo naviga a mezz’aria, insieme alla puzza di whisky e tabacco. Musica sgangherata da un pianoforte sgangherato, mentre entreneuse della prima ora intrattengono pistoleri dell’ultima ora. E mentre cerco di capire cosa diavolo… Sento scricchiolare il parquet alle mie spalle, sotto il peso di passi di cuoio adornati da speroni. Poi…click. Anni di serate passate sul divano con mio padre e i magnifici sette rendono quel suono inconfondibile e agghiacciante: quello è il rumore del cane di una colt sei colpi a canna lunga. Istintivamente mi giro e me lo trovo di fronte. Da sotto il cappello, mi scruta incuriosito, quasi divertito, prima di puntarmi la canna dritto al cuore. Sorride beffardo, si sfila il mezzo sigaro dalla bocca e: ‹‹Adios amigo››.

Din, din, din, il campanello del forno suona, il dolce è pronto. Una spolverata di zucchero a velo e via, in tavola. La nonna esagera, me ne taglia un super fettone che levati. Che profumo, ma lo sento solo io? E magicamente ritorna quell’età magica nella quale bastava uno spicchio di torta paradiso per ritrovarsi in paradiso. E mentre i denti affondano nella pasta dolce leggermente aromatizzata all’anice…

Din, din, din il cicalino della nave ci avverte che ormai siamo arrivati. L’inglese seduto accanto a noi sul ponte, in una tenuta colonial-improponibile, si alza e punta il dito dritto davanti a sé. Ormai si vede, terra! Per un istante uno spruzzo prepotente mi copre la visuale. Ma quando la schiuma si deposita di nuovo tra le onde, la vedo: quella spiaggia la riconoscerei fra mille. Creta, il mio luogo dell’anima, il posto più bello del mondo dove sdraiarmi al sole con la Barbara, Arianna, Teseo e il Minotauro. E mentre già sogno giorni di dolce riposo e serate al ritmo del Sirtaki…

Din, din, din. La suoneria dello smartphone mi sorprende in macchina, alle prese con gli ultimi rigurgiti del traffico della sera. Meglio rispondere: ‹‹Sei in ritardo. Sei passato in edicola vero?›› Potrei resistere a un interrogatorio dell’ispettore Derrick come a uno dei più moderni CSI, ma non credo di avere chance con la Barbara. Meglio confessare subito il proprio reato: ‹‹Dai muoviti che ti aspetto!›› Mi sfilo l’auricolare e lo appoggio di fianco a me, sopra al DVD appena comprato, quello del western preferito di mio padre, in versione restaurata e integrale, super mega regalo di compleanno. Fra l’altro era in offerta, non mi è costato nemmeno tanto, giusto un pugno di dollari. Più sotto un mensile di cucina con la ricetta di quella torta che mia mamma cercava da una vita e che non ero riuscito a trovare nemmeno su internet. E insieme, la mia rivista preferita di viaggi con uno speciale interamente dedicato alla Grecia, la mia amata Grecia, scusa perfetta per passare una serata con Lei, a programmare insieme le prossime vacanze.

Torno a casa un po’ in ritardo è vero, ma pieno di sorprese per le persone che mi vogliono bene e soprattutto senza tutta quella tensione con cui ero uscito dal lavoro. Con in tasca un briciolo di serenità e che ci crediate o no… una bustina di trasferelli.

 

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Giacinto Reale, "Avanguardia di morte..."

16 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #giacinto reale, #racconto, #storia

 

 

AVANGUARDIA DI MORTE...”

Racconti Brigatisti

Giacinto Reale

Ediz. La Testa di Ferro

 

Ho terminato in questi giorni la piacevole lettura del secondo libro di Giacinto Reale. Autentico appassionato di storia del Fascismo, lo scorso anno aveva dato alle stampe “Se non ci conoscete...” Racconti squadristi ambientati all'inizio dell'epoca fascista. Con questa seconda opera ha completato il ciclo storico del periodo: dalle origini, all'epilogo con i personaggi della Repubblica Sociale Italiana. La peculiarità che colpisce, sia nel primo che nel secondo libro, è che gli episodi sono pensati e costruiti attorno ad accadimenti reali, portando a conoscenza di chi legge, con estrema semplicità, e quasi da farlo sembrare casuale, avvenimenti importanti e fondamentali della storia dell'epoca.

Protagonisti di questa seconda serie di racconti sono cinque personaggi che si muovono e agiscono in cinque città diverse e che, seppur scaturiti dalla fantasia dell'autore, alternano le loro vicende, come dicevo si muovono in un contesto storico autentico, assistono a fatti accaduti in quei giorni, in quelle strade, si affiancano a personaggi di rilevante importanza storica, protagonisti delle vicende della RSI. Ad alcuni di loro l'autore ha voluto dare un vissuto da squadristi della prima ora, questo per sottolineare la continuità delle aspirazioni, dei sentimenti e degli ideali che, se sembravano sopiti durante gli anni del consenso, uscirono di nuovo allo scoperto come un nervo dolente, muovendo, in quei tragici giorni, giovani e meno giovani. Così conosciamo per primo Mario, “vecchio” squadrista della Randaccio, che, dopo aver combattuto ed esser stato ferito sul fronte greco-albanese, viene colto in quel nefasto 8 settembre a fare il libraio nella sua Milano e sente imperioso il desiderio di tornare a combattere e di rendersi utile alla Patria.

Giacinto Reale fin dalle prime righe sa unire nel dipanarsi della trama spunti personali che rendono i personaggi umani e vicini al comune sentire. Il cane, la moglie, un figlio, la mamma, il fidanzato, ognuno dei cinque protagonisti porta con sé sentimenti che li accomunano e ci accomunano, rendendoci partecipi della loro vita, delle loro scelte e tragicamente della loro morte. Ognuno dei cinque personaggi entrerà a far parte di un particolare reparto dell'esercito Repubblicano, così Mario diventa ardito della “Muti” di Franco Colombo, Luisa, che è il mio personaggio preferito, si trasforma da timida studentessa in coraggiosa Ausiliaria del SAF del Generale Piera Gatteschi Fondelli. Franco, romano, impiegato a Cinecittà, torna ad essere squadrista come altri due “vecchi” della vigilia, Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, nella guardia armata del PFR. Attraverso il personaggio di Federico ha voluto farci approfondire la conoscenza con la RSS “Mario Carità” e ha saputo restituire un volto quasi umano a un reparto dipinto troppo spesso come gratuitamente violento, nell'estorcere confessioni con le torture e mai citato per le importanti, pericolose e coraggiose operazioni di infiltrazione nelle bande partigiane. Infine ultimo personaggio è Giulio della GNR che, pur essendo genovese, non esprime troppa simpatia per la Decima del Principe Borghese, del quale apprezza invece il valido collaboratore Umberto Bardelli, definendolo “carismatico”. Un altro imperdonabile difetto è, sempre a mio avviso, la sua malcelata antipatia per l'alleato tedesco. Due peculiarità che lo rendono ai miei occhi meno simpatico degli altri protagonisti, ma che esprimono sicuramente il sentire di molti interpreti della storia di quei giorni.

Un bel libro pieno di citazioni storiche dei 600 giorni della RSI , di discorsi pronunciati alla popolazione in momenti cruciali e che i personaggi ascoltano insieme al popolo, nelle piazze, nelle strade. In tal modo non restano frutto di fantasia, non si muovono solo tra le pagine, ma escono, ci vengono incontro pieni di vita e, consapevolmente, vanno verso la morte rendendo omaggio a tutti gli Italiani che volontariamente e in anonimato scelsero di difendere la loro terra.

Detto così sembrerebbe facile, ma questo certosino lavoro è stato possibile solo grazie alla profonda conoscenza dell'autore di una materia articolata e difficile, poco conosciuta e poco studiata, grazie alla sensibilità e all'attenzione con cui sa scegliere ambienti, parole e descrizioni. Non resta che attendere il prossimo libro per vedere dove ci condurrà e sperare che sia il più presto possibile.

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Vox clamantis in deserto

12 Febbraio 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

Era uno dei tanti esaltati di cui pullulava in quei tempi la Galilea.

Il popolo allora era talmente provato dall'occupazione romana che idolatrava chiunque gli promettesse che, in una maniera o nell'altra, lo avrebbe reso libero.

Io, come spesso mi capita, in quei giorni vagavo senza meta per le lande desertiche. Qualcuno doveva averlo avvertito della mia presenza in quelle zone.

Mi raggiunse dopo quaranta giorni di estenuante tragitto, fuggendo gli scorpioni, catturando locuste per cibarsene. Mi arrivò davanti emaciato, ricoperto di piaghe e di croste, gli occhi infossati nelle orbite, la tunica che era ridotta a un cascame di stracci.

Lo accolsi con fastidio. Mi rivolsi a lui senza alcuna premura. Ma appena abbassai lo sguardo sul suo volto anonimo percepii, non senza un certo stupore, che, per un puro gioco del destino, proprio lui, tra i tanti, sarebbe stato quello che le moltitudini avrebbero osannato. Il suo nome sarebbe stato tradotto e adorato in tutte le lingue del mondo. Proprio costui sarebbe stato riconosciuto come il messia tanto atteso.

Lui intanto continuava a fissarmi con aria supplichevole.

Quella sua aria dimessa nascondeva megalomanie insospettabili.

Pretendeva di sapere a tutti i costi quello di cui mai alcun uomo dovrebbe venire a conoscenza: il proprio futuro. Glielo rivelai senza farmi troppo pregare.

Estrassi dalla sacca qualche grano di segale cornuta che mi porto sempre dietro. Lo raffinai tra due spuntoni di roccia, usando una pietra come pestello. Gli diedi da bere quella polvere mischiandola a un infuso a base di vino. Lui trangugiò la bevanda con ansia, la speranza che ogni sua curiosità venisse accontentata gli brillava nel fondo dei grandi occhi sgranati.

Quasi all'istante le gambe gli si fecero molli. Lasciai che si accovacciasse sopra una stuoia stesa là vicino, un attimo prima che le visioni iniziassero.

La rivelazione lo investì improvvisamente, cogliendolo impreparato. Le visioni lo assalirono come il ribollio di uno scirocco impetuoso che spazzi e scombussoli tutto d'un colpo una tranquilla vallata.

Vide fratelli che avrebbero scannato fratelli, guidati da una cieca fede in lui. Assistette alle guerre che per millenni avrebbero fatto per causa sua. Guardò gli eserciti che si sarebbero affrontati petto a petto, mentre da ognuno dei due schieramenti si innalzavano grida entusiaste che lo nominavano, da entrambe le parti, perché intercedesse in loro favore. Vide intere popolazioni schiacciate di fronte al rifiuto di venerare il suo nome. Passò davanti al suo sguardo stupefatto l'oceano di sangue che sarebbe scorso in sacrificio per lui, bagnando la terra a ondate incessanti. Sentì le urla strazianti, frutto delle torture e dei supplizi inflitti a chi non lo riconoscesse come l'unico dio delle genti.

Si riebbe da quell'incubo veritiero scrollandoselo di dosso con un tremore inconsulto che interessò tutto il suo gracile corpo. Dopo di che più non resse e si afflosciò su se stesso, guardandomi da sotto a sopra con un'espressione spiritata. La bocca digrignata dallo sconcerto.

Mi domandò se tutto quello che aveva veduto sarebbe almeno servito a riscattare le sorti degli uomini. Gli risposi che no, che tutto quanto avrebbe continuato a procedere esattamente come prima che lui nascesse. Furti, stupri, matricidi, violenze: nulla di tutto questo sarebbe sparito dalla storia umana. Anzi, la rinnovata fiducia che il suo nome avrebbe saputo infondere nei loro animi non avrebbe fatto altro che legittimare gli antichi istinti, ora condotti in virtù di una causa superiore.

Mi chiese come potesse evitare tutte quelle morti innocenti.

Abbandonando immediatamente la scena pubblica senza ripensamenti, gli spiegai senza enfasi.

Mi guardò per qualche tempo con sguardo incerto. Provò a ribattere qualcosa, ma le parole non sembravano riuscire a staccarglisi dal cuore per emergere sino alla bocca.

Quando sentì le forze tornare ad assisterlo si rimise in piedi. Con gesti stentati indicò la mia borraccia. Gliela porsi. Bevve l'acqua a brevi sorsi, come per prepararsi al lungo viaggio di ritorno che lo attendeva. Poi si voltò e, un passo davanti all'altro, sparì all'orizzonte, senza mai voltarsi, neppure per un fugace saluto di commiato.

Ho poi saputo che all'eventualità da me prospettatagli aveva invece preferito la futura gloria degli altari.

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Laboratorio di Narrativa: Luca Lapi

23 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #luca lapi

 

 

Luca Lapi continua con i suoi racconti che diventano sempre meno racconti e sempre più piccoli sassi lanciati nell'acqua con la speranza che creino onde in espansione. Se dal punto di vista narrativo c'è un regresso, da quello psicologico, forse, abbiamo finalmente un passo avanti.

Dopo il recente lutto che lo ha colpito, dopo aver perso la figura di attaccamento primario, di accudimento e di riferimento, Luca non si limita più a gridare bizzosamente la sua solitudine ma comincia quel processo di distacco/maturazione che lo porta a crescere e a identificare se stesso come qualcosa di inserito nella società, dalla quale pretende diritti ma verso la quale ha anche doveri e responsabilità.

Al contempo, però, continua a chiedere aiuto, a pretendere che le sue note diventino sinfonia, laddove, ahimè, è lui il primo ad esprimersi a senso unico, a monologare più che dialogare, a rispecchiarsi negli altri non mostrando, almeno apertamente, di riconoscerli e avendo sempre e solo come baricentro se stesso.

Anche lo stile sembra più maturo, meno frammentato da virgole prolisse, illuminato da quei pun, da quei giochi di parole brillanti, "inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola", vere e proprie scorciatoie dell'intuito poetico, che sono la caratteristica principale della scrittura e del pensiero di Luca. 

Patrizia Poli

 

 

Biagio è un essere umano

     Biagio è un essere umano.
     Ha dei diritti, come ogni altro essere umano.
     Sa che ogni suo diritto, una volta acquisito, diventa un dovere verso se stesso e verso gli altri.
     Intende vigilare affinché ogni suo diritto non degeneri in un rovescio, capace di rovesciare su di lui l'edificio morale, civico che sta tentando di costruire.
     Sa che ogni suo diritto è fondamentale poiché è fondato sulla roccia della Costituzione dello Stato di cui è cittadino.
     E' universale, al di là dei confini nazionali e continentali.
     E' inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola.
     E' indisponibile a compromessi.
     Biagio, ripeto, è un essere umano.
     Non è un avere disumano.
     Lo sa ed esige che ognuno lo sappia, giustamente.
     Lo ripete, perciò, periodicamente, riproponendolo attraverso una sua Nota su Facebook.
     Vorrebbe che questa sua Nota non restasse ignota e che diventasse l'inizio di una sinfonia.
     Lascia il condizionale e grida, imperativo, a squarciagola, alla sua Nota:"Diventa vento che spazi via ogni ingiustizia, legandola a testa in giù ad ogni sua responsabilità, finora, mai assunta!!!"

          Luca Lapi 

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Francesco Dell'Olio, "Amore incompatibile"

21 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

 

Francesco Dell'Olio

Amore incompatibile

Historica - Pag. 230 - Euro 15

 

Francesco Dell'Olio scrive racconti, incurante delle mode e del fatto che in Italia i racconti non si vendono. Fa bene, perché in fondo si vede che è tagliato per quel tipo di scrittura, per la narrazione breve e ironica, mentre forse non sarebbe così a suo agio con la costruzione di trame e sottotrame e con l'elaborazione di un plot complesso. E poi esiste ancora un tipo di libro che si vende, a parte gli involucri di carta rilegata scritti per Natale da nani, elfi e ballerine? Non si vendono neppure i romanzi, se non ti chiami Moccia, Volo, Baricco, De Carlo, Camilleri e compagnia cantante. Ergo, fa bene il nostro autore a scrivere quel che vuole. Tanto…

Amore incompatibile è il settimo libro edito dal 2006 - anno del debutto con Un angelo seduto tra i rifiuti - equamente divisi tra due piccoli editori non certo rivali, ma entrambi di progetto. Posso dire che Dell'Olio è una mia scoperta, perché ricordo di averlo premiato quando ero in giuria al Cappelletti, che si teneva a Piombino, quindi di averlo invitato a scrivere per la rivista che dirigevo e infine di aver pubblicato il suo primo libro. Amore incompatibile è la sua raccolta più matura, tra echi di John Fante e Bukowski, una schizzatina di Carver e un pizzico di Amarcord felliniano in salsa ravennate. Ironia, surreale, grottesco, amore per le belle donne, serate alcoliche, amicizie interessate, datori di lavoro sporcaccioni, ragazze che ci stanno, amore per la letteratura. Dell'Olio scrive di se stesso ma estremizza e inventa, racconta le vicissitudini di uno scrittore di provincia, abbastanza sfigato, cita i suoi riferimenti alti nel campo della narrativa e soprattutto ci fa divertire. Erano anni che non leggevo da cima a fondo, ridendo di gusto, un libro da me non scelto, ma inviato da un editore, scopo recensione. Cercatelo, certo non nei discount del libro targati Feltrinelli e Mondadori, ma come il vino buono si trova nelle enoteche più eleganti, pure la narrativa non dozzinale viene servita nei posti giusti. Se non vi piace, scrivetemi. Soddisfatti o rimborsati.

 

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