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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

I party

18 Febbraio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Nonostante la rigidità di quei tempi (1972/3/4) facevamo del nostro meglio per goderci la vita, avvicinarci, flirtare.

Una cosa che ci piaceva tantissimo, erano le feste, cioè, i party, questo il nome “ufficiale”, un po' a causa dell'influenza dell'Africa del Sud, a fianco del Mozambico.

Erano poche le persone che abitavano in appartamenti. Tutti i miei amici, e io tra l'altro, abitavamo in villette. E in tutte le villette c'era un garage.

Il giorno del party l'auto era tristemente parcheggiata sulla strada. Nel garage restavamo solo noi, i giovani, pronti al divertimento. Si installava la magnifica tecnologia di quei tempi, l'anziano giradischi, e tutti noi ballavamo, ridevamo, flirtavamo.

Ricordo bene quel calore pomeridiano, quell'allegria, quella sensazione. Ah, la sensazione! Gli ormoni scorrevano tra le coppie aggrappate in una lenta, lentissima danza, lo slow.

È stato veramente un periodo meraviglioso.

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La fisarmonica

6 Febbraio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

Quando ero ancora un piccolissimo essere saltellante e spumeggiante di gioia, mia madre decise che dovevo fare qualcosa in più, oltre a saltellare. Così mi iscrisse alle lezioni di fisarmonica. Io, invece, volevo disperatamente imparare a suonare il pianoforte. Ancora oggi non capisco perché i miei genitori non abbiano acconsentito, e ormai purtroppo non c'è piú nessuno a cui chiedere. I miei genitori non ci sono, mia sorella, cinque anni più grande di me, non lo sa. Lo sapevo io, forse, ma l´ho dimenticato.

Visto che non avevano fatto la mia volontà, ho fatto il possibile e l'impossibile per non imparare la più piccola cosa. Non sono mai riuscita a leggere gli spartiti, passavo la lezione a bocca aperta, guardando il pomo d'Adamo smisurato del professore, e non imparavo mai niente. Tutto quello che fui capace di ottenere da questo pegno d'amore dei miei, è stata la costatazione che ci sono uomini che hanno un pomo d'Adamo smisurato, e altri no.

 Oggi vorrei aver imparato.

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Compassione

28 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #racconto

 

 

 

 

 

L’apprendista misura il rumore dei suoi passi sul terreno viscido e ripassa nervoso i discorsi pensati per l’occasione. Al di là di un giardino con aiuole bordate di sassi e insolite piante dai minuscoli fiori gialli, la casa. Alcuni gatti lo vedono. È un incontro di sguardi più che umani che fuggono oltre la balaustra tra i riflessi del mare. Nonostante l’aria invecchiata è ancora una bella villa fin du siècle. Due immancabili palme svettano sulle irregolarità del tetto. I licheni ricoprono i gradini di marmo di Carrara lasciando il passo, più in basso, al muschio e di lato alla cymbalaria.

Il ragazzo distoglie lo sguardo sbrigativo dai gatti e attraversa deciso il giardino una volta ben curato, calpesta aiuole e tutto quello che incontra senza riguardo. Non ha più bisogno di ripassare nessun discorso, perché non ci sarebbero stati discorsi.

La casa era stata per lui proibita per molti, troppi anni, vietata a tutti i poveracci come lui che abitavano le casupole umili del borgo, al di là della ferrovia dove nessuna pianticella dai fiori minuscoli aveva mai rallegrato la povertà. Tutta vietata, salvo il giardino, enorme.

Oggi, in questo giorno di fine aprile con un bel sole a scaldare le membra dopo il freddo della montagna, le cose sono cambiate. Il giovane non è più l’apprendista giardiniere al seguito del padrone di anni or sono, quando si spaccava braccia e spalle per tagliare rami, regolare siepi e zappare aiuole in cambio di poche monete e sguardi di commiserazione quando non di sprezzo. Tanto tempo è trascorso da quando l’elegante signora della bella villa fine secolo attraversava con aria spocchiosa mista a disgusto le strade scalcinate del villaggio sulle quali si aprivano gli usci degli indigenti con gli odori di povere minestre a permeare l’aria degli alloggi.

Anni da quando il padrone della bella villa con le sue squadracce irrompeva nel borgo per bastonare i rossi, quando il padre veniva trascinato via per insegnargli il buon vivere a suon di olio di ricino e manganello; anni da quando il gerarca era salito di grado ed erano stati altri ceffoni, non più quelli delle squadracce, ma dalle mani della milizia; anni da quando avevano trovato il suo cadavere gettato in un fosso. Invece, erano trascorsi solo mesi, eppure lunghi come anni, da quando aveva preso la via della montagna per unirsi ai ribelli che di miseria e soprusi erano stanchi. Poi si era dato Ivanov come nome di battaglia e si era calcato in testa un basco con cucita in fronte una stella rossa, tanto perché fosse chiaro a tutti da che parte stava.

Con quel basco in testa e imbracciando un mitra recuperato da un lancio di rifornimenti per i partigiani da parte dell’aviazione alleata, si era nascosto nei boschi condividendo con altri disperati come lui giorni di pericoli e di stenti, scampando alle retate di tedeschi e repubblichini, rischiando ogni momento di finire sulla forca e sognando il sole dell’avvenire che gli avevano promesso. Si era nascosto, attaccato quando era stato possibile, mai fuggito.

Adesso il ragazzo è tornato per regolare i conti nel solo modo che ha imparato: premendo il grilletto di un’arma.

Avanza deciso attraverso il parco oramai trascurato mentre si assesta lo Sten a tracolla a bilanciare il peso di un tascapane dalla parte opposta e procede diritto verso i gradini di marmo una volta belli lustri, oggi preda del muschio. Li sale. Sta per sfondare con un calcio l’uscio a lui tanto a lungo proibito, quando resta sorpreso nel vedere accostate le due ante finemente intarsiate, ma senza più il lucido dei tempi andati.

Le apre. Nell’atrio tutto è silenzio e la casa pare deserta. Dalle porte che si aprono sul vano vede un salone, le poltrone in pelle del salotto, poi una sala da pranzo, tutte grandi, enormi, arredate in finto Chippendale, come si conviene nelle case della gente per bene. Le tapparelle non sono abbassate del tutto e lasciano filtrare fasci di luce fioca a tagliare la penombra. Sembra che nessuno da tempo abbia più usato quelle sale.

Avanza senza curarsi del rumore degli scarponi sul pavimento ancora lucido fino ai piedi di una scala in finta Calacatta che del prezioso marmo ha solo il bianco crema e le tenui venature giallo dorate. Le ringhiere occhieggiano all’Art Nouveau come un poco lo pretende tutta la villa, ma sono pastrocchi di fantasia, senza uno stile definito e che ne fanno giusto un esempio di cattivo gusto, come mobili e tutto quanto.

Sta per perlustrare le stanze, ma ecco una voce giungere da sopra:

«Sei tu, Marietta?»

Marietta è la serva di casa, arrivata giovanissima a servizio dalla campagna, fedele, minuta, una bellezza slavata, incolore. L’aveva conosciuta quando di nascosto dai padroni gli aveva portato un bicchiere di quello buono per tirarlo su di forze. Lui non era mai rimasto affascinato dalla ragazza sciupatella e aveva goduto del vino, non della serva.

A chiamare era stata una voce flebile di donna. Il giovane non risponde e inforca le scale che lo portano a una grande anticamera dove si aprono le camere da letto. Sulla porta di una di queste appare la padrona che alla sua vista ha un attimo di sgomento. Poi si volta e scappa dentro. La insegue d’impulso, ma si arresta non appena varcata la soglia: davanti a lui in un enorme letto d’ottone giace un ragazzo che potrebbe avere la sua età. La donna si protende per difendere quel corpo, allarga le braccia come per impedire che gli sia fatto del male, ma l’ex apprendista non è lì per fare giustizia di ammalati.

Qui la luce del sole penetra abbondante dalle tapparelle rimaste mezzo scostate e il ragazzo ha modo di osservare la donna: non è più la gran signora dalla puzza sotto il naso; indossa una vestaglia modesta, ha il viso sbattuto più dal dolore che dal tempo, lo sguardo spaventato invece di quello arrogante dei tempi migliori, quando aveva attorno a sé un marito e tre figli altezzosi come lei. Su un comodino molte medicine, farmaci costosi comprati a caro prezzo alla borsa nera, ma che non avrebbero guarito il figlio, tanto meno salvato.

Il partigiano Ivanov si riprende dalla sorpresa e intima con voce determinata fino alla crudeltà:

«Dov’è il porco?»

La donna non risponde, ma l’iniziale spavento diventa paura quando sente il rumore secco e metallico dell’otturatore: il ragazzo ha messo il colpo in canna e con grande soddisfazione vede il terrore accendersi nei suoi occhi. Finalmente!

«Dov’è?» intima di nuovo alzando il tono e fa un passo avanti nell’atto di assestare un manrovescio su quelle guance raggrinzite e senza più traccia di belletti. La donna si porta di scatto una mano al volto per difendersi dallo schiaffo ed esclama:

«Ce l’avete davanti!»

Ha usato il “voi” per rivolgersi all’intruso. In altri tempi sarebbe stato un “tu”, ma la situazione non è più quella e il riguardo le è uscito di bocca d’istinto: meglio assecondare, oramai finito il tempo del disprezzo.

Subito dopo indica il comò dove è posata una cornice con il ritratto del “porco” in divisa nera d’ordinanza, orbace in testa, sguardo fisso e piglio fiero. Accanto altre due più piccole, come si fosse inteso rispettare una sorta di gerarchia post mortem: sono le foto dei figli in divisa del Regio Esercito, caduti in Africa. Il terzo è lì nel letto, febbricitante e semi incosciente.

Adesso nel giovane rimbalzano sentimenti molto diversi. Ha le mani sudaticce mentre spiana l’arma con il dito sul grilletto. Vorrebbe decidere di chiudere la partita con quello che resta dell’odiata famiglia, ma l’espressione addolorata dalla donna, il suo terrore, il respiro affannoso del ragazzo e quanto c’è di disfacimento nella casa glielo impediscono. Ivanov è arrivato tardi e a nulla serve lo Sten pronto a far fuoco perché altri eventi hanno già fatto giustizia per lui.

Ancora un secco clic clak e leva il colpo di canna, abbassa lentamente l’arma e insieme lo sguardo, ma non sembra che questo rassicuri la donna. Lo rialza per osservare meglio intorno: la decadenza della villa fine secolo gli appare adesso come mai prima, ma c’è dell’altro: è la sofferenza palpabile nell’aria e che sembra impregnare tutto, muri, arredi, persone. E poi il futuro, anzi nessun futuro per quei due, il figlio per la malattia e la madre per una povertà alla quale difficilmente sarebbe riuscita ad abituarsi. Le povere minestre sarebbero spettate anche a lei.

Ivanov indietreggia, poi si volta di botto e scende le scale di corsa, lascia spalancato l’uscio e attraversa frettoloso il grande giardino. Fugge per prima volta da quando aveva preso la via della montagna.

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Il pattinaggio

25 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

C'era una scuola di pattinaggio nella mia città in Mozambico, dove mia madre mi aveva iscritta.

All'inizio avevo quattro anni, ma di questo periodo non ricordo tanto. Quello che ricordo bene è successo due anni dopo, quando ne avevo sei. Pattinavo in coppia. Eravamo lungamente applauditi, tanto festeggiati. Non per il fatto di essere bravi (quanto bravi potevamo essere noi?), ma perché eravamo buffi. E inaspettati.

Ricordo una volta in che Rui, il mio partner, aveva sbagliato mossa. Indignata, l'ho tirato dalla parte giusta, con irritazione e determinazione. A sua volta, lui ha tirato me, che ho rispostato lui… e questo è andato avanti così per un interminabile mezzo minuto. Mezzo minuto mentre pattini, è tanto! Gli spettatori, colti alla sprovvista, scoppiarono a ridere e a applaudire, una vera raffica di applausi che non smetteva mai. Mezzo minuto dopo ricominciammo a pattinare insieme alla musica, come se niente fosse.

Da questo evento non si può certo ricavare resilienza o qualche altra caratteristica positiva. L'immagine che si raccoglie è quella di una immensa testardaggine. Non essendo una caratteristica così bella, è stato un elemento molto utile in tutto quello che dopo mi è successo.

 

 

                                                                     

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La felicità

20 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #racconto, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

In Mozambico avevo un bel gruppetto intorno a me, e questo era una barriera agli scherzi degli altri. Però, anche questa barriera ti sottoponeva al ridicolo. Pur condividendo tanti segreti e barzellette, le amiche si tormentavano ogni tanto, mi tormentavano, a dire il vero anch'io lo facevo con loro. Ma non era tanto importante, eravamo amiche. Abitavamo vicinissimo le une alle altre, e siccome c'erano pochissime auto in giro, lo spazio era nostro per giocare e correre, per gareggiare in bicicletta. Di notte, era frequente andare a dormire a casa di una o dell'altra, tutte noi lo facevamo, in un miscuglio felice e spensierato.

Ricordo una cosa un po' cattiva che facevamo, tutte noi, come un esercito ben addestrato: toglievamo piccoli gocci di whiskey dai bicchieri degli ospiti di casa, e li conservavamo in una bottiglia. Quando toccava a una di noi andare a dormire da qualche amica, c'era sempre un piccolo sorso di whiskey accuratamente conservato. Quando tutti in casa dormivano, era la nostra ora assieme a quel liquido, la cui attrazione piuttosto amara era principalmente l'essere vietato.

Certo che questo evento ansiosamente aspettato non era un granché: ci ubriacavamo nella nostra piccola stanza, avevamo conversazioni stupide, e, alla fine, non andavamo da nessuna parte. Per di più, il giorno seguente avevamo un dolore nella testa insopportabile. Ma tutto questo è vivere, tutto questo è apprendimento, tutto questo è felicità. Insomma, tutto questo è amicizia.

Si non ci fosse l'amicizia, avresti vissuto quei momenti felici?  

 

 

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Affascinante

15 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto, #luoghi da conoscere

 

 

                                         

 

In Mozambico quasi sempre c'è il sole. Tutti i giorni mi sveglio presto per incominciare la giornata, ma la luce è più veloce di me, arriva, splendente, alle cinque del mattino. Ogni giorno è già là che mi guarda, sembrando molto allegra. Anch'io mi sento allegra. La giornata intera è davanti a me per passeggiare, studiare, giocare, imparare.

Esco. Ma all'improvviso tutto cambia e comincia a piovere. All'inizio non tanto forte, poi ogni secondo di più, e di più, e di più, fino a che la strada sterrata è allagata, ed io, che non ho trovato un rifugio sicuro, sono ugualmente bagnata. Mi fa ridere. Sembra impossibile che ci sia tant'acqua, quando, un secondo prima, c'era il sole.

Così com'è cominciata, pochi istanti dopo, ecco che la pioggia rallenta. Ogni secondo cade meno forte, e meno, e meno, fino a che smette. E il sole arriva di nuovo. La vita esplode, la gente esce, la gente gioca, la gente passeggia, la gente impara. Io non esco, stavo già fuori, e per questo sono bagnata.


Così è il giorno in Mozambico, un fascino a volte anche eccessivo.

 

 

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Snake

10 Gennaio 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Chi non conosce il famoso Snake? Per i non avvezzi è doveroso illustrare in breve in cosa consista questo rompicapo elettronico che, a partire dagli anni ottanta, ha praticamente spopolato negli Home Computer, successivamente convertito su Game Boy e persino su cellulare.

In sostanza si personifica un serpente, guidandolo in vari schemi, all'inizio facili per poi passare a quelli più difficili, per non dire subdolamente progettati. Difatti l'abilità del giocatore fa la differenza, ragion per cui la progressione di gioco risulta al limite dello snervante.

Il rettile è in continuo movimento, non è possibile fermarlo. Inoltre, durante il percorso è necessario divorare una moltitudine di topini, col risultato di allungare il suddetto fino al raggiungimento della lunghezza massima. Allo stesso tempo bisogna evitare, non solo di sbattere nella cornice del livello oppure in eventuali ostacoli, ma anche il mordersi la stessa coda o il corpo.

L'obiettivo è semplicemente quello di sopravvivere il più a lungo possibile per innalzare lo score, (punteggio). Si ha a disposizione una serie di vite che, una volta esaurite, Game Over.

Con Snake II, sul Nokia ci smanettavo un sacco, specie nel quarto anno delle superiori, tanto da rammentare un aneddoto umoristico.

Una mattina, mentre Aquilino, il professore di elettronica, spiegava uno dei suoi machiavellici teoremi, dopo il centesimo sbadiglio, presi il cellulare, disattivai i suoni e mi misi a giocare a Snake. Essendo seduto da solo in fondo all’aula, ero convintissimo che non sarei stato sgamato dall'insegnante, peraltro assai severo e rompicoglioni.

Imboscai il cellulare tra le gambe ed abbassai la testa per trastullarmi… col serpente.

Giocai in maniera frenetica, per di più tirai fuori la lingua come se mi stessi prodigando a chissà quale atto impuro. Ad un certo punto mi accorsi che qualcuno dalla lavagna mi fissava costernato.

«Che cavolo sta facendo quello lì?» osservò Aquilino a bassa voce.

Lo ignorai, in quanto ero estremamente concentrato col giochino in questione.

«Ehi, amico, cosa stai combinando?» mi chiese il docente con tono inviperito.

«Qua... mi si è allungato il coso!» gli risposi sobbalzando, con un nervoso sorrisetto. 
«Il coso?»

«Sì, il serpente, va’!»

«Come il serpente? » gridò il docente. «Zozzone, non ce la fai a tenere a bada gli ormoni?»

Abbandonai immediatamente la partita, ci mancò poco che l’insegnante mi lanciasse addosso il cancellino.

«Stavo spiegando Teorema di Thevenin mica il Teorema della Sgnacchera!» aggiunge Aquilino.

«Prof, intendevo dire il serpente di qui che cerca le tope!» farfugliai imbarazzato ed alzai il cellulare per farglielo vedere.

La classe scoppiò in una fragorosa risata, del resto l’intera situazione era diventata un doppio senso. E fu così che il cellulare mi venne sequestrato fino alla fine della lezione, per non parlare della cattiva nota sul registro. 

Ci restai male, molto male. Porca paletta, per poco non battevo il mio record!

 

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L'amicizia vera

7 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Quando sei piccola, gli scherzi degli altri sono insopportabili. Ogni scontro, pur minimo, ti fa sentire molto male, diversa dalle compagne (o così ti pare). Ti senti giudicata e condannata, e il peggio è che ti guardi con gli stessi occhi che ti criticano, non sei capace di ridere come se niente fosse, e la superiorità dell'allontanamento è l'ultima cosa che ti passa per la mente.

Però, c'è qualcosa che ti aiuta in questi momenti terribili in cui hai una così sviluppata sensibilità: l'amicizia.

Più di ogni altra cosa, se hai almeno un amico, guarderai lo scherno da più lontano. E soffrirai meno. A volte capirai che quello è solo uno scherzo. Brutto. Ma non sei una vittima, sei superiore perché hai un amico che lo guarda con te, scuote la testa, e ride. Aver un amico è poter dire qualunque cosa ti passi per la testa. Sarai compreso. Sarai accettato. Mai giudicato, perché quella persona ti vuole bene.

Per me avere un amico è bello. È prezioso. Può anche essere affascinante. Ma è, soprattutto, accogliente. Avere un amico è sentirsi in casa. 

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#mannaggialaprostata: Se avete coraggio dite la verità

3 Gennaio 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #luoghi da conoscere

 

 

 
 
 
Amici lettori della signoradeifiltri, sono ben felice di aprire il 2021 nuovamente insieme a voi, con la storia a puntate che in futuro potrebbe essere un best seller marziano.
Allora, siete pronti ad affrontare il nuovo anno? Forza, saltate sui sedili di questa nostra macchina della fantasia, per 365 giorni vi scorrazzerò e vi entusiasmerò con la mia cultura astratta e demenziale e oggi… MANNAGGIA LA PROSTATA, SE AVETE CORAGGIO DITE LA VERITA’.
 
 
La notte, quella notte stava per concludersi, Tony, dopo l’amore infuocato, si era intrattenuto con Eleanor, cliente del mercoledì e, per sbollire i bollenti spiriti  (sbolliamo i bollenti spiriti addolcendo dolci),  le aveva offerto chiacchierando giù per su del tiramisù (o tiramigiù?) al maraschino.
 
- Bella, dobbiamo lasciarci, devo assolutamente andare a dormire.
 
- E se invece facessimo un extra?
 
- Sei pazza? Domani mattina ho appuntamento con Mario, se faccio tardi, si incazza.
 
- Non sapevo che lavorassi anche con gli uomini.
 
- Ma che hai capito? Mario è un mio vecchio amico, ogni settimana andiamo a spasso per Roma alla ricerca di posti culturalmente interessanti da vedere, devo essere vispo e sveglio, senza uno sbadiglio.
 
- Fiuuu, meno male! Allora che facciamo?
 
- E’ facile, ci lasciamo e andiamo a nanna.
 
- Quando ci rivediamo?
 
- Ti metto in lista per la prossima settimana, con sottofondo i Santana, ma adesso smamma, che mi devo mettere il pigiama.
 
E così, Tony Mal, con indosso il pigiama di Paperino, si infilò ridendo da solo sotto le lenzuola. L'indomani mattina lo aspettava Mario er benzinaro, per una nuova visita a sorpresa. Naturalmente avrebbe tardato ma, fortunatamente (io ci aggiungerei altri tre o quattro avverbi tutti rigorasaMENTE col suffisso MENTE), Mario, a bordo della 500, avrebbe già preparato un caffè bollente da risvegliare anche i frati della chiesa di via Veneto, ve li ricordate?
 
- Tony, sbrigati che dove andiamo forse troviamo la fila.
 
- Perdonami, ieri sera abbiamo finito in bellezza con il tiramisù al maraschino. Dove andiamo?
 
- Andiamo a vedere la  "bocca della verità”
 
Di fronte a Lungo Tevere, di fianco al Circo Massimo, e di spalle all'isola Tiberina, c’è la chiesa di Santa Maria in Cosmedin. 
Entrando, subito all'ingresso (e dove volete entrare se non dall'ingresso?) troverete sulla parete la “bocca della verità”, un enorme mascherone marmoreo di quasi due metri di diametro. Risale al periodo dell’antica Roma e, con molta probabilità, si tratta di un tombino nel quale, attraverso le aperture degli occhi, del naso e della bocca, di quella che è stata l’immagine di un dio delle acque, tutti i liquidi venivano diretti alla cloaca massima.
La scultura si è prestata nei secoli a molte leggende. La principale, quella che da sempre ne ha decretato la popolarità, narra che, chiunque vi infili la mano, in caso di innocenza la avrà salva, in caso di colpa gli verrà morsa dalla divinità.
Ai giorni nostri è stata co-protagonista nella famosissima scena da Oscar con gli attori Audrey Hepburn e Gregory Peck, nel film Vacanze romane. Da quel momento, simbolicamente, tutti gli sposi si giurano amore eterno infilando le mani nella bocca di questo dio delle acque.
 
- Tony, prendi il caffè così ti svegli, hai mai pensato di cambiare lavoro?
 
- Di questi tempi è l’unica possibilità, non ti ricordi tutti i lavori precedenti finiti male? Anzi,  posso dirti che sono anche preoccupato.
 
-Di ché?
 
- Mi preoccupano i robot, ogni giorno che passa sembra che alla gente piacciano sempre di più, ormai li trovi dappertutto e, sessualmente parlando, stanno diventando molto fashion.
 
- E di che ti preoccupi?
 
- Di cosa? Di rimanere senza lavoro un'altra volta. Questi robot stanno rivoluzionando le abitudini sessuali, ormai li trovi disponibili per tutti i gusti, c’è perfino un florido mercato dell’usato. Mario, che ne dici? Tornerò disoccupato?
 
- Tony, dobbiamo adattarci a tutti i cambiamenti. Comunque, salta chi zompa (Bo? Lo diranno dalle sue parti?), tranquillo, vedrai che tutta questa modernità non potrà cancellare la nostra intima essenza umana: l’amore, la passione, il calore dei rapporti umani, sono sentimenti eterni che nessuno ci può togliere.
 
- Mario, a proposito, cos'è quel bozzo che tieni lì? Come hai fatto a diventare super dotato?
 
- Hai paura che ti faccia concorrenza, eh?! Ma no, dopo ti spiego, è solo uno sbomballamento, (sbomballamento non si trova in nessun dizionario, perciò niente esegesi della parola, mi dispiace per voi, chiedete a lui cosa voleva dire).  Dai, siamo arrivati, vedi che di fuori c’è già la fila?
 
- Mi sorge un sospetto.
 
Tony Mal e Mario parcheggiano la 500 sulla piazza, e si mettono in fila fra i turisti. Al loro turno si pongono davanti al mascherone della bocca della verità e chiedono a una giapponese di scattare loro qualche foto. Si fanno le foto con le facce buffe e tutti ridono. Unico dettaglio, Mario si mette sempre di fianco.
 
- Ehi, Mario, mi hai portato qui perché ti scappa e per caso vuoi farla dentro la bocca del monumento?
 
-  Ma che sei pazzo?
 
- Da te mi aspetto tutto.
 
- No, tranquillo, per quello che pensi tu mi sono organizzato.
 
- Non ci posso credere, andiamo via, mi stai facendo paura.
 
 
E una volta in auto...
 
- Mario mi dici cosa è quella sporgenza?
 
- Tony. ho inventato un cosa straordinaria, il salva pisello!
 
- E in che consiste?
 
- Ho preso una bella bottiglietta del succo di frutta, ho legato due elastici a una cinta, me lo sono infilato lì e me lo sono legato sotto la pancia. Dopo aver evacuato (beh, evacuato si riferisce ad altra sostanza ben più consistente dell'urina, forse voleva dire pisciato), devo solo svuotarlo e così ho risolto il problema. Certo alla mia età chi notasse la protuberanza dei pantaloni lo troverebbe un po’ strano, ma devo dirti che, con la vita fantascientifica di oggi, nessuno fa caso a me.
 
- Beh, sì, almeno in questo modo non hai fatto la figuraccia di quella volta sul bus, quando ti sei letteralmente pisciato addosso.
 
-E che non me lo ricordo? E’ stata proprio una brutta sensazione, stavo seduto sull'autobus e me la sentivo colare sulle gambe fino a dentro le scarpe. Per fortuna siamo scesi alla prima fermata. Ma che ci potevo fare? Mica è stata colpa mia, e poi io sono vecchio!
 
- A parte il fatto che essere anziani è normale e non è discriminatorio, devi solo deciderti a farti visitare da un urologo.
 
- Ma con le mie invenzioni ho risolto il problema.
 
- Sei proprio un personaggio comico! Dove andiamo domani?
 
- Ci penso questa notte.
 
- Se ti fai visitare da un urologo, invece di stare sveglio di notte, ti faccio lavorare con me.
 
- Così glielo facciamo vedere noi ai robot chi siamo!
 
- Vuoi che ti accompagno?
 
- Dove?
 
- Dal dottore.
 
- Dai, scendi, ne riparliamo un'altra volta. Di queste cose bisogna parlare con calma filosofica e democratica.
 
- Ciao Mario.
 
- Ciao Tony.
 
I due si accomiatano con uno sguardo di sfida, chi vincerà?
 
E così, amici lettori del blog che scalda i vostri animi anche se siamo in inverno, tutti noi vi auguriamo un fantastico 2021 e ci rivediamo alle prossime puntate. Non cambiate canale, da noi si balla con la musica culturale più glamour della galassia.
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L'amicizia

31 Dicembre 2020 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

                                                                    

 

Un giorno giocavo e scherzavo con la mia migliore amica. In un gruppetto che frequentavo quando ero bambina in Mozambico, eravamo otto ragazzine. Ma quella che mi stava più a cuore era un'altra Paula, ancora più piccola, ancora più allegra. Eravamo proprio amiche, andavamo d'accordo alla grande. Un giorno litigavamo per qualcosa senz'alcuna importanza: a me piaceva recarmi alla gelateria un po' troppo lontana per andarci a piedi, ma lei non aveva la sua bici.

Ho insistito perché andasse a casa a prenderla (la casa era vicina), ma lei non ha voluto. Quando mi sono girata, lei ha preso la mia bici ed io, la ragazza dell'idea, sono rimasta a terra, mentre lei è partita per la gelateria.

Parte, mangia tranquillamente il gelato e torna, senza portarmi un gelato. La rabbia ribolle dentro di me, avanzo lungo la strada. Quando lei ritorna, mi passa accanto ridendo. In quell'istante tutta la rabbia mi fa allungare la mano e tirare il manubrio.  Lei cadde a terra.

Quello che successe dopo non lo ricordo così bene (devo essere stata duramente punita da mia madre). L'unica cosa che mi è rimasta in mente è la sua faccia gonfia, che rideva insieme a me, quando sono andata a farle visita il giorno dopo.

L'amicizia è anche fatta di queste piccole schermaglie, di tutti questi scontri che sono veramente sbuffi di fumo che si dissolvono nel nulla.

 

 

Paula Martins

 

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