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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

Polonia Suwalki

3 Gennaio 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #sport, #racconto, #vignette e illustrazioni

Polonia Suwalki

 

Amici lettori, eccoci catapultati nel nuovo anno, come sarà questo 2022? Lo ignoro, ma sono ottimista e spero diventi migliore dei precedenti. Pertanto a voi, che ci seguite fedeli e appassionati, facciamo il nostro fervido e sincero augurio di buon anno. Vada come vada, noi cercheremo di impegnarci perché sia buono davvero.

Molto bene, sicuramente ricorderete che tempo fa vi parlai di un progetto artistico riguardante il mondo del football. Ebbene, dovete sapere che a Suwalki, una cittadina della Polonia, in un quartiere imprecisato, c'è una strada chiusa. Sul muro di fondo la porta del calcio è stata dipinta con vernice bianca. I ragazzi hanno scelto questo spazio per giocare perché ai lati ci sono solo alcuni box o botteghe e quindi la palla non può uscire in strada rotolando tra le automobili. Ha nevicato, il terreno potrebbe essere scivoloso ma per questo sarà  più divertente. Il muro è alto e qualcuno ha disegnato delle scritte sulla parete grezza, magari per farlo sembrare un vero stadio. Con la vostra fantasia non vedete i giocatori? Giocatori di calcio? Sì, perché a breve è qui che si svolgerà una partita fra due squadre speciali. Io e Mario il fantasma racconteremo la cronaca dell’incontro. Mario? Un fantasma? Per chi non mi conosce, quando scrivo tutto può succedere…

- Walter, sono pronte le squadre che ti ho procurato, non ti preoccupare, si gioca per divertimento, ma più tardi possiamo avere altro cioccolato?

- Ehi Mario, ma non ti farà male?

- Abbiamo tanto bisogno di ridere, e poi a noi fantasmi il cioccolato aggrada molto.

- Penso di non poter raccontare tutto questo in giro.

- Oh sì, certo che puoi. Allora andiamo?

E così, io e Mario abbiamo portato in Polonia una squadra di fantasmi. Sul campo di calcio improvvisato che ho dipinto, se la vedranno con dei ragazzini del posto.

Ha nevicato ma il campo  fortunatamente è praticabile. Ben schierati da una parte i ragazzini polacchi, con le guance rosse, i calzoni corti e la faccia sfrontata di chi non vuole perdere, di fronte gli avversari, una squadra di fantasmi amici di Mario, alcuni anzianotti, altri un po' meno. Va detto che è davvero una squadra di pivelli alla "viva il parroco" ma vogliono divertirsi e, in fondo, non ci stanno a perdere neanche loro. Ce la metteranno tutta per fare bella figura.

- Ok ragazzi, mettiamo la palla al centro e iniziamo a giocare, al termine cioccolata calda per tutti.

- Ehi Walter, vuoi fare l'arbitro?

- Non ci penso proprio! Mica avete bisogno di un arbitro. E poi voglio godermi la partita!

La partita è iniziata, le due squadre si affrontano come se stessero giocando la finale di coppa del mondo, sonore risate si mescolano agli incitamenti a passare la palla, fiocca anche qualche parolaccia per un passaggio sbagliato o per un duro colpo ricevuto. Tutti corrono  spensierati a perdifiato con l'unico obiettivo di vincere e divertirsi, i ragazzi polacchi sono più forti ma i fantasmi se la cavano con qualche piccolo colpo di magia. Da una parte e dall'altra ci vorrebbe un pallottoliere, i gol non si contano più e la partita rimane in parità. 

Sembra una gara senza fine ma il gioco termina quando un ragazzino calcia la palla così in alto, ma così in alto, da raggiungere il cielo. Come per incanto, quel pallone rimbalza sulla luna che si accende e illumina tutte le stelle più belle. Il cielo pieno di stelle è bellissimo, davanti a questo spettacolo tutti si fermano a bocca aperta con il naso all'insù.

- Ehi Walter, abbiamo finito la partita, ci siamo divertiti un sacco, ora puoi portarci del cioccolato, sbrigati che abbiamo bisogno di dolcezza!

- Certo, sto arrivando... Non vuoi il tè caldo prima?

- No, per favore, solo cioccolato e... anche un sacco di biscotti, sbrigati che abbiamo fame!

Amici lettori, ora c'è un problema, per favore non spifferate l’inghippo: mentre guardavo la partita ho sgargarozzato tutta la cioccolata da solo, qualcuno di voi può aiutarmi?

-Ehi, ragazzi sul campo di calcio, tranquilli, ho ordinato la cioccolata per telefono, via mail, via megafono, via telefax, insomma, tranquilli, sta arrivando.

Cari lettori, che disattenzione! E adesso? Ho molta fantasia ma come posso risolvere la questione? Idea!  Chiamo la Befana, ci penserà lei a portare la cioccolata, va tutto bene quel che finisce bene, lasciamo i ragazzi su quel campo di calcio improvvisato in Polonia e speriamo che la vecchina si sbrighi a portare il cioccolato e non dimentichi i biscotti. Io e Mario andiamo a preparare la prossima partita, vi porteremo in Irlanda del Nord, amici lettori, ancora buon 2022: passarlo insieme a voi sarà sempre un piacere.

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Inciucio cinese a Natale

22 Dicembre 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Amici lettori, siamo quasi a Natale e sto vivendo un momento particolare della mia vita. Nella jungla di idee, progetti, sogni straripanti dal cassetto - sogni che non li sogni manco se ti bevi una bottiglia intera di Maraschino - insomma, cari amici lettori, mi occorre un approccio, un'occasione, un appiglio. Devo guadagnare un po’ di soldi per andare alla settimana bianca natalizia con la mia fidanzata settantacinquenne Amanda Lur, vestirmi da babbo Natale per il circolo dei vecchietti arsenico e tutto merletti, e poi portare tutti nudi a fare il bagno nelle acque del laghetto termale. Ma sono in panne. Per fortuna in soccorso arriva a lei, la mia amica Bibbi.
 
- Tranquillo, vado io a trovare quello che ti serve quando porto a spasso il mio pappagalletto Pippetto.
 
In un quartiere di Roma Est sembra che ci siano molti negozi cineseggianti, magazzini di articoli vari solitamente a buon prezzo. Bibbi va spesso a passeggio con il pappagalletto sulla spalla proprio da quelle parti e io ho bisogno di un certo numero di cover per i telefonini. Intendo dire, volete una cover personalizzata? La volete a colori? La volete pittata in modo che, quando tenete fra le mani il vostro cellulare, lo squillo o la navigazione in rete siano gioiosamente e cromaticamente intonati? A Natale volete fare un vero regalo originale? Bene, ci penso io, solo io posso darvi il colore che avete sempre desiderato ma che non avete mai trovato. Ma per tutto ciò necessita trovare le cover dei modelli di telefono in circolazione a un costo contenuto, per impiastrarli con i miei colori. A quanto pare  Bibbi mi aiuterà nella ricerca.
Al civico 48 c'è un magazzino la cui facciata è a a forma di pollo in frac addobbato con tutte le palline di Natale rosse e gialle e lo si può pure immaginare a forma di pagoda. Comunque, la mia complice ha deciso di andare mercoledì. Inizialmente mi sono gasato dall'idea della risoluzione dei miei problemi ma poi sono stato per rinunciare, pensando a Bibbi da sola in un grande magazzino con gente sconosciuta. Magari potrebbe passare qualche brutta storia. State dicendo che non sarà sola poiché il pappagalletto starà appollaiato sulla sua spalla? Avete visto troppi film, eh!
Ma lei, che è del segno del Leone e non ha paura manco di farsi fare un iniezione dalla vicina 93enne alla quale trema la mano, mi ha detto di star tranquillo, che lei era una che alla bisogna mena cazzotti e calci alle parti basse e quindi non devo preoccuparmi.
 
MERCOLEDI POMERIGGIO
 
Jeans attillati, camicetta a fiori, capelli vaporosi e profumo da sturbo, lei di solito esce così.  Vi garantisco che il suo profumo - non lei ho mai chiesto di che marca sia - è veramente eccitante. Molto bene, ecco quello che è successo.
 
- Buona sera, avete delle cover per i telefonini?
 
- Celto, plego, entli pule, signolina-  fa il cinese dai capelli rossi sfumati, vestito di rosso come babbo natale alla cassa del negozio.
 
- Ne dovrei acquistare una certa quantità, mi farà un po’ di sconto?
 
- Celtamente, ma solo pel pagamenti in contanti e dai 50 pezzi in su, venga che le faccio vedele l'assoltimento.
 
Il magazzino è enorme, le scaffalature colme di prodotti di tutti i tipi; dall'Oriente arriva la merce più disparata. Dovete cambiare tinta per i capelli? Ecco per voi il super casco, ve lo mettete in testa et voilà, quando ve lo togliete la vostra acconciatura ha cambiato colore. Vi capita di addormentarvi davanti alla televisione? Stop al timer, adesso c'è il dispositivo high tech: quando state per addormentarvi, solleticandovi  il naso, vi sveglierà per farvi continuare a vedere il programma tv. Odori in cucina? Vedete questa scatola?Non si sa che cosa ci  sia dentro ma basta tenerla aperta e assorbirà tutti gli odori in men che non si dica. Non solo, funziona anche come acchiappa puzzette. Insomma, qui c'è tutto di tutto e le cover di cui parlavamo prima sono da quella parte in fondo al magazzino.
 
- Bello questo pappagaletto, se lo vuole vendele io complale pel fale blodo.
 
Bibbi lo fulmina con lo sguardo.
 
- Schelzavo, io plefelisco i blidini a sei zampe. Allora ecco quello che celcavi, che modelli vuoi?
 
-Vorrei dieci di ognuno, quanto me li metti?
 
- Tre euli, le selve fattula?
 
Bibbi si sente accarezzare il lato B ma si sposta e fa finta di niente.
 
- Il prezzo mi interessa, adesso non ho i dati per la fattura, ritorno domani.
 
- Va bene, vuole che glieli metto da palte?
 
Ancora una strusciatina, questa volta sul davanzale.
 
Bibbi sta per partire di testa, si ferma solo perché la sua attenzione viene attirata da un qualcosa che non si aspetta. Dietro una paravento di fianco allo scaffale vede due gambe di uomo nude a terra.
 
- Arrivederci e grazie, torno un'altra volta, non si disturbi esco da sola. Posso dare uno sguardo al resto del magazzino?
 
- Celtamente, mi chiami se ha bisogno.
 
La ragazza prende il suo cellulare e chiama Raffaele, il suo amico poliziotto.
 
- Raffaè... sto qui al magazzino cinese, ho visto uno mezzo nudo steso a terra, che devo fa'?
 
- Aspetta, stai calma, guarda se per caso è uno che si è sentito male, siamo vicini alle feste, forse ha bevuto.
 
- Vabbè, ma è nudo, quando uno si sente male o è ubriaco sta spogliato senza mutande?
 
- Bibbi, non fare gesti inappropriati, prima di chiamare la volante accertati di quello che è successo.
 
- Raffaè, io ti dico che quello è morto ammazzato, vabbè, mo vedo e poi ti richiamo.
 
Ma non è convinta, visto che è del segno del leone, così fa quello che ha visto in un film: chiama il cinese, gli va dietro le spalle con una banana facendo finta che sia una pistola: -Mani in alto, brutto provolone, vieni con me e dimmi quello lì chi lo ha ammazzato!
 
- Signolina, la plego, non mi faccia del male!
 
- Sta’ zitto, sporcaccione!
 
Vanno dietro il tendone e Bibbi vede una scena che in vita sua non ha mai visto.
 
- E questi chi sono?
 
- Inciuci.
 
- Inciuci? Ma stanno tutti con il coso dritto... E poi sono nudi, mezzi uomini, e per l'altra metà che minchia sono?
 
- Questo è un lepalto nuovo, questi sono bamboli gonfiabili elettronici.
 
- Vuoi dire bamboloni, ammazza che misure!
 
- Sì, supeldotati.
 
- E per l'altra metà che sono?
 
- Malziani.
 
- Marziani?
 
- Sì, inciuci malziani. Sono l'ultima moda, fla un po’ li tlovelete in tutti i sexy shop.
 
- Mezzi marziani e mezzi uomini gonfiabili elettronici e superdotati... me cojoni!
 
- Signolina, se vuole, uno glielo legalo, basta che mi toglie la pilstola dalla schiena.
 
- Ti piacciono le banane muso giallo? Ma sì, dammene uno che lo porto a mia cugina Ingrid.
 
Il bambolone che sta a terra è scivolato dallo scaffale, il cinese lo prende e lo mostra a Bibbi. -Vuole che lo sgonfio?
 
- Oh, tienimelo lontano che fa impressione quell'affare. Ma sì, incartalo tutto intero con la carta igienica, mi piacciono le mummie!
 
Questo è quello che succede mercoledì prima di Natale... Vi state chiedendo che fine abbiano fatto le cover dei telefonini? Nel bailamme, logicamente Bibbi se ne è dimenticata, e così il bambolone gonfiabile, invece che portarlo alla cugina, lo ha regalato a me. Adesso, se qualcuno di voi volesse un bambolone mezzo marziano, mezzo uomo con la misura del coso esagerata e  tutto colorato d'autore - eh già, perché poi l'ho tutto pittato per bene - insomma, non deve fare altro che chiedere. Astenersi perditempo, approfittatene perché fra un po’ andranno a ruba... così come spero per le mie cover, altrimenti il Natale e la mia settimana bianca sfumeranno come in un fumetto di Paperino.
Buon Natale a tutti amici del blog che per voi fa (quasi) di tutto.
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E guardo lo spazio da un oblò

26 Novembre 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

Viaggiamo da circa dieci mesi in quella che definisco l'Eterna Notte Nera. 

Stiamo attraversando lo spazio intergalattico alla ricerca di nuovi pianeti da esplorare a bordo dell'Entertreck NW-01, una nave stellare composta da un equipaggio di 2700 persone, tra civili e militari dello Space Army.

Io, in qualità di tenente a due "stelle", mi occupo dell'armeria e della gestione delle due torrette laser collocate vicino gli alettoni di destra.

Credo fermamente nel mio lavoro e mi ritengo fiero della divisa che indosso, tuttavia ammetto di avere una tremenda nostalgia della Terra, perlopiù a livello atmosferico e ambientale.

Mi manca sentire il vento sulla faccia, mi manca la brezza marina e l'odore di salsedine ma soprattutto mi mancano i temporali poiché trovavo tonificante il petricore e le gocce d'acqua a contatto sulla mia pelle. 

Sì, amo da morire la pioggia. Qui al massimo è possibile imbattersi in una "pioggia" di meteore e, pur non negando che sia un bellissimo spettacolo, preferisco comunque ben altra precipitazione, tra cui quella generata dalla cipolla scrosciante piazzata lassù.

«Michael, quanto ci stai mettendo? Mi serve l'InterDoccia!»

È Billy, il mio compagno di alloggio oltre che parigrado, appena rientrato dal poligono di tiro.

«Un attimo!» esclamo irritato e girandomi di scatto imposto le manopole su Off.

Una volta fuori dal box doccia, mi asciugo, mi vesto ed esco dalla camerata per avviarmi nel corridoio in direzione del distributore di bevande per pigliarmi qualcosa di energetico. Nell'attesa che dal vano erogatore esca un bicchiere di tè caldo alle erbe rosse di Marte, sospiro malinconicamente e appoggio la fronte su uno dei finestrini dalla caratteristica forma circolare. 

E guardo lo spazio da un oblò.

 

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Ma quali fantastici...

25 Novembre 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

Federico, amico mio, non credo che i Fantastici Quattro siano così fantastici nella vita reale. Sei sicuro di volerli incontrare?

Alla Donna Invisibile, nonostante sia puntuale agli appuntamenti, risulta impossibile comparire davanti a un fan, a causa del fatto che l'invisibilità le gioca brutti scherzi, a differenza di quando affronta pericolose avventure. Ahimè, come puoi ben vedere non è possibile vederla. E mai la vedrai! 

Mr. Fantastic, il quale sembra il gemello bello di Tira & Molla, data la sua conformazione, si dice che abbia capacità kamasutriche e una particolare iperattività, unita a un filo, pardon a un elastico, di squilibrio, ragion per cui rischieresti di trovarti... in una brutta posizione. Oltre a ciò, lo reputo un conversatore eccessivo in quanto tende a tirare troppo per le lunghe. A tal proposito, tu mal sopporti le lungaggini e la gente che se la tira, quindi finiresti per annoiarti. 

Poi ci sarebbe La Cosa, quella sorta di massa rocciosa forte come una roccia e dalla testa dura, per non dire granitica. Stai attento perché oltre a essere un capoccione, con o senza peccato, avrà sempre la costante opportunità di scagliarti la prima pietra, tra l’altro sospetti fondati indicano che è un massone. Non dirlo in giro, mi raccomando.

Infine, passiamo a Torcia Umana, l'idolo delle donne delle quali non infiamma i cuori ma li brucia proprio. Se ci tieni tanto a conoscerlo, ti sfido a stringergli la mano. Inoltre, presta attenzione, dato che si scalda facilmente dinanzi a certi scottanti argomenti. Semmai dovesse succedere, meglio non buttare benzina sul fuoco. 

Morale della Marvel?

Di Quattro non ne fai Uno.

 

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Turista nella nebbia

24 Novembre 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Tanti anni fa, mentre mi trovavo nei pressi di un paesino dell'Essex, una contea dell'Inghilterra orientale, una volta sceso dall'autobus e attraversata la strada, non ci volle molto perché mi addentrassi in una densa nebbia, perdendo così l'orientamento. 

La coltre bianca mi aveva letteralmente avviluppato, procurandomi un'inquietudine incredibile, tra l'altro indossavo uno zaino abbastanza pesante, che mi affaticava la schiena. Ipotizzai che riuscire a scovare una locanda o un albergo non sarebbe stato facile. 

Improvvisamente, mi apparve gradualmente un uomo avente un abbigliamento che richiamava l'epoca vittoriana. Dio, quanto era pallido! Inoltre, il suo mantello ondeggiava continuamente, contribuendo a renderlo una sorta di figura spettrale. Inspirai profondamente e cercai di non perdere la calma. 

Approfittando della mia buona padronanza della lingua inglese, gli domandai timidamente un posto dove alloggiare. Lo strano individuo, per tutta risposta, si girò di scatto e, premendo il dito sulle labbra, mi fece cenno di seguirlo, accompagnandomi in un albergo chiamato Essex, Lex and Fog. Mi voltai per ringraziarlo ma il vittoriano era già sparito.

Alla albergatrice, dopo aver fornito i documenti e pagato per una stanza, ancora frastornato le raccontai dell'accaduto.

«Quel burlone del signor Barker. È sempre il solito!» disse ridendo la signora.

«Cosa?» esclamai stupito. 

«Vede, ogni qualvolta che a Wood Town si manifesta una nebbia di tale portata, il simpaticone, coi turisti finge di essere un fantasma.»

Ah, la cara e vecchia Inghilterra col suo umorismo inglese. Sorry, in questo caso... goliardia inglese!

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L'università

20 Luglio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

L'università che avrei dovuto frequentare era molto diversa da quella in cui, alla fine, mi sono iscritta. Ho sempre amato imparare lingue. È, da sempre, la mia passione. Avrei dovuto, quindi, iscrivermi a Lettere, dove sarei stata a mio agio.

Ho sempre pensato che una vita da studente nel posto corretto sarebbe stata così diversa, così facile! Perché l'area delle lettere era naturale per me, era la mia inclinazione. Al liceo ero una buona studentessa in  Portoghese, Inglese, Francese... cioè, lettere. Ma sono stata testarda, e, diciamolo, poco intelligente.

Al momento di scegliere sono stata colpita da una terrificante certezza: il cammino davanti a me sarebbe stato quello di una professoressa! Ed io non volevo, non potevo essere, una professoressa.

Oggi penso, oggi so, che avrei potuto iscrivermi. Non avrei dovuto, per forza, essere insegnante. Ci sono sempre altre ipotesi, altre professioni.

Ma all´epoca, non ho visto più niente: professoressa!

A questo proposito, ci sono due difficoltà. La prima difficoltà: non ho pazienza. Non sarei stata in grado di sopportare gli studenti, avendo sempre un aspetto simpatico, persino un sorriso. Avrei finito per essere una insegnante brusca e scortese che agli studenti non sarebbe piaciuta, e questa è la cosa più orribile che ci sia: cioè, non essere in grado di piacere alla gente.

La seconda difficoltà: non sono capace di parlare in pubblico. Mi terrorizza l'idea di essere davanti a un grande gruppo, tutti quanti che sentono le mie parole.

Questa mia caratteristica, è veramente sorprendente. E inaspettata. Perché io adoro parlare. Con qualunque persona sia: amici, conoscenti, (quelle persone che di solito salutiamo), anche sconosciuti: ho spesso voglia di parlare con estranei, ad esempio al bar. E perché ho voglia, lo faccio. Una delle mie migliore amiche, l'ho conosciuta così, al bar.

Ma parlare di davanti a molta gente, tutti quanti attenti a me, non sono capace.

Alla fine mi sono iscritta a Medicina Veterinaria, professione per la quale non avevo la minima inclinazione. Non avevo un amore travolgente per gli animali e non mi piaceva stare in clinica. Però pensavo che a Veterinaria, a differenza di quello che succedeva con il corso di Lettere, c'erano molte porte per le quali avrei potuto entrare.

Ho passato gli anni da studentessa in un angoscia senza nome, perché quelle materie non erano per me. Come le odiavo tutte! Niente era facile. Studiavo e studiavo e studiavo, niente mi era naturale. In tutto il corso mi sono piaciute solamente una o due discipline, niente più di questo. Ma studiavo così tanto che alla fine imparavo. E mi confortava l'idea che, una volta uscita dall'università, avrei smesso di studiare tutto ciò che veramente detestavo e avrei iniziato a dedicarmi solo a ciò che mi piaceva.

Alla fine ho concluso l´università. Un professore mi ha invitata ad essere assistente alla sua cattedra. Di nuovo insegnante! Adesso con il problema dell'età dei miei futuri studenti: la disciplina, erano dell'ultimo anno. Quindi gli studenti avrebbero avuto la mia età. E questo era molto più imbarazzante. Non avrei avuto nessuna distanza, nessuna superiorità sarebbe valsa. Questi studenti erano della mia stessa specie. Se ci fosse stato il caso di fare una figura debole, sarebbero stati assolutamente spietati.

Naturalmente mi sono rifiutata. Non volevo una vita intorno a cliniche o anche ad animali. Da tempo avevo deciso un'altra direzione: nel primo anno avevo avuto la disciplina che mi era piaciuta, una disciplina che si svolgeva in un laboratorio. Quindi mi ero decisa al cento per cento: non avrei avuto nella mia vita più niente a che fare con gli animali, tanto meno con la clinica. Volevo vivere lontana di tutto questo, e l'unica cosa che mi era piaciuta fin ad allora era lo studio dei microorganismi.

Sarei andata in laboratorio!

Ma la vita aveva altri progetti per me.

 

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Jean, il pittore

29 Giugno 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Jean è un pittore parigino, dall'inseparabile basco blu e coi baffetti all'insù. È un artista di quelli veri, una persona colta e sensibile.

Spesso mi fermo a parlare con lui. Oggi sta pitturando una magnifica composizione floreale, la tavolozza piena di colori rende meno grigia la nuvolosa giornata.

«Soltanto i pennelli riescono ad asciugare le mie lacrime» dice sottovoce con un'espressione che denota mestizia. 

Conosco il passato di quest'uomo, l'amore non lo "dipinge" mai con tonalità “accese.”  
«Mon cher, tu realizzi su carta e io su tela. Il bianco è il colore perfetto per esprimerci.»

Annuisco, l’azzeccato parallelismo mi lascia senza parole.

«Se unissimo penne e pennelli?» propone garbatamente.

«Facciamolo!» esclamo.

Sì, scrittura e pittura per provare a colorare tutto quel nero causato dalla malinconia

 

 

 

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Il granchio reale

28 Giugno 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

In un affollato ristorante ai carruggi di Genova, io e Francesca, la mia fidanzata, ci sediamo nell'unico tavolo libero, desiderosi di mangiare pesce. Nell'attesa che ci portino i menù, guardo pigramente la vasca dei Granchi Reali di fronte a noi. Noto che l'unico crostaceo rimasto, attraverso le chele, sta freneticamente componendo più volte --- Aiutami - Aiutami - Aiutami Aiutami... --- in codice Morse, un codice che conosco bene in quanto l'ho imparato nell'Esercito.

Strabuzzo gli occhi, incredulo. Ciononostante, con un cenno d’intesa, gli faccio capire che ho captato i suoi “SOS”.

--- Se riesci a portarmi fuori di qui, ti rivelerò dove trovare un forziere sommerso, pieno di oro e di gioielli --- detta ancora quell'essere marino.
                                        

Chiamo un cameriere per cercare di ordinare quel Granchio Reale, non per farmelo cuocere ma per averlo vivo, in modo da potermelo portare a casa, anche a costo di passare per pazzo con la mia fidanzata. Male che vada spiritosamente le dirò: ho preso un granchio!

Cribbio, proprio adesso uno dei camerieri afferra velocemente il crostaceo e lo porta in cucina.

«Porca puttana!» esclamo con tono stizzito, battendo nervosamente il piede sotto la sedia.

«Che c'è amore?» mi chiede Francesca con aria perplessa.

«Niente tesoro!»

Il "niente tesoro!" senza virgola è tutto dire.

 

 

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Amiche

21 Giugno 2021 , Scritto da Daniela Lucchesi Con tag #daniela lucchesi, #racconto

 

 

 

 

La sensazione è quella del freddo sulle cosce nude, freddo come un ventre che si ostina a rimanere vuoto.

Irene è seduta sul bordo della vasca da bagno, tra le dita un oggetto inutile.

La stessa sensazione di freddo e inutilità si ripete ogni mese negli ultimi tre anni. Eppure ci sperava anche questa volta, ogni volta il miracolo sembra possibile.

Per le altre è facile, le altre rimangono incinte anche se non vogliono.

Lei no, lei non è fertile. Lascia cadere dalle dita il tester con quell’unica linea sbiadita nel mezzo. Si alza, si infila frettolosamente i jeans e guarda quell’esile striscia rosa pallido che le sembra una bocca dalla linea derisoria e con un gesto deciso lo butta nella pattumiera.

In camera dà un’occhiata al mucchio di vestiti che ingombra le sedie, hanno invaso perfino il ripiano del cassettone, mentre sotto il mobile una decina di scarpe fa bella mostra di sé.

Ci vorrebbe un ripostiglio in questa casa o il lusso di una stanza in più. Cambiare casa, un altro sogno irrealizzabile, almeno per il momento, forse fra qualche anno, quando io guadagnerò di più come illustratrice e magari anche Davide riuscirà ad affermarsi con qualche gallerista.

Apre l’armadio per cercare qualcosa per la serata. Sceglie una gonna grigia aderente e corta, calze colorate a righe viola e un maglione color malva. Passa le dita tra la lana angora, vellutata come il piumaggio tenero di un uccellino, indossa la maglia e si sente al sicuro come in un nido.

Questa sera si festeggia il compleanno di Claudia, la prima tra le amiche dei tempi della scuola a compiere 40 anni.

Irene dedica un’attenzione premurosa al trucco, si passa un secondo strato di rossetto sulle labbra e si osserva allo specchio con aria critica: le gambe snelle fasciate di righe, le braccia lunghe e sottili, il petto esile, ma la maglia voluminosa avvolge la sua magrezza rendendola più morbida. Gli occhi, velati d'inquietudine, galleggiano nelle ombre delle occhiaie che il correttore non è riuscito a nascondere. Con dita nervose riavvia i capelli castano-mogano, una massa di ricci indisciplinati che ricadono disordinati ai lati del viso.

Ci tiene ad apparire bella questa sera, non vuole sfigurare nel confronto.

Sale nella sua Kalos blu elettrico, si dirige verso il quartiere residenziale a sud dove una sfilza di bifamiliari nuove, uniformi per stile e colore, sembrano l’opera di un bambino che ha disposto ogni pezzo delle sue costruzioni in modo ordinato e diligente creando un quartiere perfetto e un po’ surreale in questa piccola città del nord-est.

Accende la radio e nell’auto si diffonde la voce di Loredana Berté: “Non sono una signora/Una con tutte stelle nella vita/Non sono una signora/Ma una per cui la guerra non è mai finita …” Irene alza il volume al massimo e si ricorda quando adolescenti lei e le altre ascoltavano la canzone nella sua vecchia A112 e cantavano a squarciagola il ritornello. Un’ultima occhiata nello specchietto e scende con un sospiro. 

Elena le apre la porta col piccolo Leo attaccato al seno: “Scusami Irene, entra un istante, è sempre un problema staccarlo”, le dice l'amica con un sorriso infastidito che diviene una specie di smorfia.

Irene è ipnotizzata da quella minuscola bocca a ventosa che succhia voracemente un seno florido, traboccante di latte e passa le dita sulla testa del bimbo con una carezza leggera.

Lui si separa con uno schiocco dal seno materno lasciando un capezzolo rosso e umido così grosso che ad Irene ricorda stranamente un proiettile. Per una frazione di secondo gli occhi del bimbo incrociano i suoi, poi si rigira svelto verso la madre, pronto a riacciuffare il suo capezzolo. Elena, veloce, si è tirata su la spallina del vestito e Leo le rivolge uno sguardo sconcertato e furioso prima di scoppiare in un pianto convulso.

“Sembra che senta quando devo uscire, diventa intrattabile e appiccicoso.” e di nuovo ricompare quella leggera smorfia sulle sue labbra scarlatte; decisa e distante deposita il fagotto recalcitrante in un seggiolino, mentre urla al marito: “Scendi che io devo uscire, c'è un biberon di latte pronto in cucina, daglielo fra un'oretta.”

Dalle scale proviene uno scalpiccio di piedini scalzi e frettolosi e compare Mirko che lancia un aereo in direzione della madre, ignorando sfacciatamente il saluto di Irene.

“Tu sì, che sei l’amore della mamma, l’ottava meraviglia del mondo.”

Irene osserva l’amica che guarda con occhi innamorati il suo primo rampollo e una piccola fitta le stringe lo stomaco: “Dai, andiamo che le altre ci stanno aspettando.”

Elena distende le pieghe dell'abito nero sui fianchi, si aggiusta i lunghi capelli biondi raccolti in uno chignon alto sulla nuca. Getta un'occhiata distratta allo specchio che riflette due grandi occhi azzurri e un corpo dalle forme armoniose, anche se ora i seni gonfi premono eccessivi la stoffa che sembra dilatarsi sul petto.

 

Claudia ha scelto un ristorante chic, appena fuori città, per questa cena intima tra vecchie amiche. Ora sta sorseggiando un aperitivo con Samuela, le sue dita lunghe e affusolate accarezzano il calice mentre ondeggia il capo in segno di assenso alle parole dell'amica.

La risata allegra e contagiosa di Samuela accoglie Irene ed Elena.

“Oh, eccovi qua - con un gesto elegante Claudia fa oscillare lievemente il polso della mano sinistra e getta un’occhiata all’orologio - il ritardo è accettabile, cominciavo a preoccuparmi.” Le donne si salutano con un abbraccio.

Dopo un po’ arriva Renata: “Salve ragazze, scusate ma stasera la riunione con l’amministratore delegato non finiva più, ragazze... si fa per dire, ehi Claudia - e le si avvicina, i volti si sfiorano - cos’è la ruga dei quarant’anni quella che vedo in mezzo alla fronte?” e scoppia in una risata.

“Sei sempre la solita sciocca. Vedi di contenerti stasera.” ribatte Claudia.

“A quanto pare stai facendo carriera” afferma Elena gettando un’occhiata all’abito Armani verde militare di Renata, ai capelli ramati tagliati a spazzola e al fisico modellato dall’abitudine quotidiana alla palestra. 

“Già, sono finiti i tempi in cui sgobbavo dietro le quinte, finalmente il capo si è accorto di quanto io sia capace, affidabile e intelligente, modestamente parlando...”

“Ragazze non potrò fermarmi molto - esordisce Samuela - ho la piccola con 38 di febbre, temo si sia presa la scarlattina, l'asilo in questo periodo sembra un lazzaretto. Tengo le dita incrociate perché non se la becchino anche le altre due.”

Irene teme una serata in cui si parlerà solo di poppate, di malattie infantili e di problemi scolastici delle figlie più grandi, ma è decisa a godersi la cena. Si abbandona sulla sedia dallo schienale alto foderato di raso, il vino rosé si diffonde dolcemente nel palato lasciando una lieve nota amara come retrogusto e un leggero frizzantino nelle narici.

Ascolta distrattamente le voci delle amiche che parlano di asili nido.

Il cameriere porge i menu, con un'occhiata esperta passa in rassegna le donne e si attarda su Claudia. Irene segue la traiettoria di quello sguardo e invidia l’eleganza innata dell’amica: slanciata, capelli castani foltissimi che le scendono in morbidi riccioli sulle spalle, occhi a mandorla dalle ciglia lunghe, jeans Moschino aderenti, tacchi alti, maglietta di strass nera attillata.

“Renata ma quanto sei dimagrita.” esclama Samuela.

“Hai notato? La palestra fa miracoli, anche perché il mio personal trainer, per di più strafigo, non mi molla un istante.

“Strafigo? E si è preso una cotta per te?”

“Ma va là Irene, semplicemente lo pago con il mio abbonamento mensile e lo pago profumatamente, mia cara.”

“Ci vorrebbe anche a me la palestra con personal trainer ma, vi giuro che, con il lavoro in ufficio e tre figlie piccole, è un lusso perfino andare in bagno e poi mi piace troppo mangiare” sospira Samuela mentre addenta con soddisfazione un croccante cavolfiore pastellato.

Irene sorride, vedere mangiare Samuela le ha sempre messo buon umore, le piacciono la sua allegria e la sua semplicità raffinata.

“Non vedo l’ora che crescano, così anch’io potrò concedermi la palestra e la carriera.”

“Eh cara mia, non credere sia facile, io ho dovuto vedermela con un dirigente stolto e pure maschilista, pensa che dopo la maternità ha avuto la sfacciataggine di propormi il part-time! Figurati, sono tornata al lavoro quando Chiara aveva tre mesi, le ho tolto il latte e l’ho messa al nido, ma almeno così ho salvato la carriera.” Renata getta uno sguardo poco convinto a Samuela come se dubitasse della sua grinta nel lavoro.

“Menomale che nella scuola pubblica non ti fanno pesare le gravidanze! - dice Claudia- Invece io per mantenermi in forma vado spesso a sciare. Marco quest'anno ha deciso di fare la stagione a Cortina, e devo confessarvi che anche il mio maestro di sci non è affatto male. Sebbenne io non tradirei mai Marco, ovviamente”.

“E se lui tradisse te?”

“Nooo Irene, ma che dici! Sì, le guarda le altre, ma non credo proprio che...” per un istante Claudia rimane a bocca aperta, alla ricerca delle parole che le sfuggono.

Irene la osserva, ha un aspetto impeccabile eppure il volto è contratto, rigido, grigio.

“Ehi Claudia, come stai? Tutto bene?” s’informa Irene.

“Certo che va tutto bene, va tutto a gonfie vele” e nei suoi occhi castani passa un'ombra di malinconia mentre li socchiude, ma quando li riapre sono di nuovo impenetrabili.

Lo sguardo di Irene galleggia sulla maglia di Claudia, ipnotizzato dal luccichio intenso e vibrante delle paillettes nere, ora intensamente illuminate, ora buie come un buco nero, minuscole perline che sembrano liquefarsi sotto i suoi occhi, per un istante le pare che si allontanino aprendo degli squarci nel tessuto.

E’ una sottile breccia ma sono riuscita a entrare nel tessuto che avvolge i nostri  fragili  sogni esistenziali.... se dovessi disegnare Claudia, non avrei dubbi. La vedo mentre cammina spedita su un lago ghiacciato. A tratti il ghiaccio s’incrina appena sotto i suoi passi, si potrebbe spezzare... ma lei scaccia il pensiero inopportuno e affretta il passo. Sorride, gli angoli della bocca sono tesi, lei si sforza di tirarli su e sul suo volto si disegna un sorriso ambiguo come quello di un clown... Ecco l’immagine che mi ci voleva per il libro! Solo che un clown dall’espressione inquietante non è indicato in un libro per l’infanzia. Il mio lavoro è fermo, forse dovrei smetterla di illustrare libri per bambini, non in questo periodo almeno.

“Ah, non vi ho detto che stiamo comprando un attico, 200 metri quadri ristrutturati alla perfezione. E’ stato un affare, Marco mi ha chiamato al lavoro chiedendomi di andare a firmare il contratto. Pensa, non l’ho neppure vista la casa, ma mi sono fidata: una favola, in pieno centro storico, con vista sulla piazza. Marco ha fiuto per gli affari.”

Ma all’improvviso il ghiaccio si spezza…. Vedo il cameriere che deposita un vassoio di crostini, mentre con la coda dell’occhio guarda Claudia, lei  posa il tovagliolo sulla tavola, si alza e si dirige con passo calmo e sicuro ai bagni. Prima di entrare si volta e lo squadra con i suoi occhi felini. Lui la segue nella toilette femminile, chiude la porta e vi appoggia la schiena. Claudia gli afferra il colletto della camicia e avvicina la sua bocca, lo bacia, un bacio famelico, le unghie affondano nella nuca e poi tutto avviene velocemente, lui le slaccia i jeans, lei si gira di schiena, le mani al muro, lui entra mentre un piacere stravagante e sconosciuto la travolge”.

Magari riuscisse a perdere così il controllo Claudia... E forse io ho sbagliato mestiere, avrei dovuto scrivere, avrei guadagnato di più con le storielle hard.

“Ehi Irene dove sei? - la riscuote Samuela - avevi lo sguardo perso.”

Renata si gira appena verso di lei prima di rivolgersi a Claudia: “Ben fatto Claudia! Anch’io sono contenta di abitare in centro, è un ottimo investimento e ci sono tutte le comodità, ti consiglierò io la scuola per Alice.”

“A proposito di scuola, datemi un consiglio, sono indecisa se mandare Mirko all’asilo dalle suore o nel pubblico, forse le suore me lo seguono di più.”

“Ma scusa Elena, cosa stai aspettando? Perché non l’hai ancora iscritto? Ha compiuto 3 anni da un pezzo. Lo stai viziando troppo il tuo adorato primogenito, sempre con la nonna e la sua mammina. Scommetto che non ti farai tanti scrupoli col piccolo Leo” replica Renata con malizia.

“Ehm, infatti l’ho già iscritto alla scuola pubblica, vicino all’ufficio di Andrea, così al mattino lo porterà lui.”

Irene non le segue più, sta pensando con tenerezza alle amiche di un tempo, alle risate tra i banchi di scuola, alle corse sfrenate del sabato sera nella sua prima auto, alle nottate brave in discoteca e agli anni dell’università con una Claudia comunista sfegatata che ora, magari vota pure a destra.

Si sta chiedendo, mentre assapora un ossobuco con riso basmati allo zafferano, come mai non si "afferrino" più e perché, sempre più spesso, negli appuntamenti rituali dei compleanni, nel bel mezzo di una conversazione perfetta nella sua disarmante banalità, abbia voglia di urlare.

Sono le mie amiche di sempre, che ora sono diventate donne, soddisfatte della loro vita, o almeno sembra. Si sono sposate all’età giusta, con l’uomo giusto, hanno trovato il lavoro sicuro, hanno fatto figli, mentre io mi dibattevo nelle mie inquietudini, sempre alla ricerca di qualcosa d’indefinibile e intanto lasciavo un lavoro e un uomo dopo l’altro. Forse loro, più mature e più pragmatiche di me, hanno capito tutto.

Sento una nota stonata questa sera, le parole galleggiano vuote… C’è un velo che nessuno osa sollevare su vite così perfette, neppure io che sono sempre stata l’eccentrica del gruppo.

Perché rovinare la festa con domande inopportune: dove si trova la felicità, in un lavoro socialmente apprezzato, una famiglia, una bella casa? O forse sarebbe meglio vivere sole e indipendenti, libere di esplorare la vita in tutta la sua imprevedibilità? Un figlio ora mi assicurerebbe la felicità... O sono un’ingenua a pensare che con un figlio tutti i tasselli incompleti della mia confusionaria esistenza andrebbero a posto, come per miracolo.

 “Allora cosa dite - propone Renata - lo organizziamo questo viaggetto per i nostri 40 anni a Barcellona?”

“A Barcellona?” fa eco Irene.

Il vino è delizioso, un passito dolce con una nota acida che pizzica il palato.

Forse è meglio partecipare alla conversazione, fingere interesse, cullarsi in un sogno roseo dove la vita di ognuna è perfetta così com'è, perfino la mia.

Un figlio, anzi una figlia, per la precisione, riempirebbe sicuramente quel vuoto, quel buco nero che a tratti mi divora. E non mi basta l'amore di un marito affettuoso, quell’avido buco nero ora si sta risucchiando anche la mia tiepida felicità matrimoniale.

“Ehi, Irene, sei sempre la solita tu, viaggi tra le nuvole” la risveglia Renata.

All’improvviso dalle casse stereo del locale si diffonde la voce della Berté: “Non sono una signora…”

Che curiosa coincidenza... E la voce della loro cantante preferita di un tempo, copre quella delle sue amiche: “È un volo a planare/ Per essere inchiodati qui/ Crocefissi al muro...”

“Ehi ragazze la sentite? Vi ricordate quando la cantavamo tutte insieme nella mia A112?”

Ma nessuno sembra fare caso alla musica, né alle sue parole.

Samuela sta parlando dell’ingresso alla scuola materna di Francesca, la figlia minore:

“Per fortuna ha cominciato la scuola, non ne potevo più. “Io che sono una foglia d'argento/ Nata da un albero abbattuto qua/ E che vorrebbe inseguire il vento/ Ma che non ce la fa/ Oh ma che brutta fatica/ Cadere qualche metro in là/ Dalla mia sventura/ Dalla mia paura...”

“Pensate che ero così stufa di averla a casa che l’altro giorno l’ho mandata a scuola con la febbre.”

Irene mormora fra sé: “Povera piccola” ma Renata le rivolge uno infastidito: “Eh, ha parlato quella che non ha figli. Mi dispiace cara mia ma tu non sai proprio cosa voglia dire stare dietro ad un marmocchio ventiquattro ore su ventiquattro e forse non lo saprai mai!”

Irene sente le sue labbra piegarsi in un sorriso imbarazzato mentre le spalle s’irrigidiscono. Una frase, detta con noncuranza, una stilettata che le arriva dritta allo stomaco con la forza di un coltello dalla lama affilata. Una parola le sale e le rimane strozzata in gola: “Stronza”.

Ma perché pronunciarla a voce alta e rovinare a tutte questa deliziosa serata?

 

 

 

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L'università 1

19 Giugno 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

L'università che avrei dovuto frequentare era molto diversa da quella in cui, alla fine, mi sono iscritta. Ho sempre amato imparare lingue. È, da sempre, la mia passione. Avrei dovuto, quindi, iscrivermi a Lettere, dove sarei stata a mio agio.

Ho sempre pensato che una vita da studente nel posto corretto sarebbe stata così diversa, così facile! Perché l'area delle lettere era naturale per me, era la mia inclinazione. Al liceo ero una buona studentessa in  Portoghese, Inglese, Francese... cioè, lettere. Ma sono stata testarda, e, diciamolo, poco intelligente.

Al momento di scegliere sono stata colpita da una terrificante certezza: il cammino davanti a me sarebbe stato quello di una professoressa! E io non volevo, non potevo essere, una professoressa.

Oggi penso, oggi so, che avrei potuto iscrivermi. Non avrei dovuto, per forza, essere insegnante. Ci sono sempre altre ipotesi, altre professioni.

Ma all'epoca, non ho visto più niente: professoressa!

 

 

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