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racconto

Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

24 Ottobre 2014 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

Racconto dove si mescolano surreale ed orrore, fantasia e verosimile, in una dimensione temporale che spazia da un futuro possibile, mai vissuto, ad un presente in cui il raccapriccio non lascia scampo e annulla sogni e prospettive. Resta solo il delirio premorte. Una giovane e bella donna in carriera, un ascensore che si blocca, uno specchio che rimanda immagini del passato. E poi quel luogo, la cucina-mattatoio dove si consuma l’orrore che impedirà per sempre il ritorno al futuro. Un omicidio di quelli che i cliché della carta stampata e della televisione definiscono “efferati” e di cui, purtroppo, sono piene le cronache: uno zio pazzo che massacra sorella e nipote, le fa a pezzi fino a renderle irriconoscibili e le cucina in un pentolone, un cane che tenta di salvare almeno la bambina senza riuscirci. Tutto questo è ahimè abbastanza scontato nella sua orrifica “normalità” e fa da antefatto a qualcosa di fantastico che avverrà o, meglio, dovrebbe o potrebbe avvenire nel futuro.

L’autore descrive al rallenty le sequenze più truci e cruente, registrando percezioni, suoni, odori, colori, in un crescendo di angoscia, che prende lo stomaco, offusca la mente e ti fa desiderare che finisca al più presto lo strazio della narrazione, ma anche, inaspettatamente, ti spinge a continuare, per vedere come “va a finire”, sino alla conclusione, inevitabile, già intuita.

Lo spunto è interessante ma necessiterebbe di maggiore sviluppo per non apparire forzato. Bravo l’autore a creare l’attesa, il senso di ansia insopportabile che cresce, bravo a connotare personaggi e atmosfere, che si integrano e determinano il climax del racconto, ma sono da potenziare i collegamenti fra presente e futuro, è da vedere se sia davvero il caso di orientare la storia dalla parte di un commissario dai tratti inflazionati il quale, però, si limita a registrare l’accaduto senza metterci del suo. Ultimo ma non ultimo, il cane sembra avere un ruolo fondamentale ma poi sparisce.

Insomma, qualcosa di positivo c’è, in questo “REC” di Danilo Napoli, oltre allo stile pulito e corretto, ed è la voglia che infonde nel lettore di andare avanti, di sapere cosa succede nel finale e come esso si colleghi all’inizio. Pare una banalità questa ma, al giorno d’oggi, è diventato molto difficile trovare una novella, ed anche un romanzo, che stimolino interesse, voglia di voltare pagina. Peccato che la storia si perda o, meglio, risulti incoerente e non del tutto attinente con il suo stesso svolgimento.

Patrizia Poli e Ida Verrei

REC.

Sara Valliani entrò nell’ascensore dell’edificio alle 09.00 in punto.

Puntuale, come sempre.

D’altronde, per lei era deformazione professionale, essere puntuale. A 35 anni era considerata uno dei migliori ingegneri del pianeta. Lavorava in un paesino della California ad un progetto segretissimo per conto della NASA, in un edificio di dieci piani che non presentava alcun nome all’esterno. Era il sogno di ogni ingegnere lavorare in un luogo simile. I privilegi non finivano mai, l’area ristoro gratuita era paragonabile ad un ristorante a 5 stelle e gli stipendi erano elevatissimi, addirittura maggiori di quelli dei migliori calciatori internazionali.

Nessuno avrebbe mai pensato ad un banalissimo blocco dell’ascensore, tantomeno Sara.

Pigiò il pulsante che l’avrebbe portata al suo studio al quinto piano e si guardò allo specchio. I costosissimi trattamenti anti-invecchiamento stavano dando i loro frutti. La sua pelle era perennemente abbronzata e le rughe sembravano lontane anni luce. Gli occhi erano lucenti, azzurri, in gradevole contrasto con i capelli neri, che portava lunghi sulle spalle e piastrati. Era alta un metro e settanta e indossava un elegante, ma comodo, vestito nero. Sì, poteva considerarsi una donna molto piacente. Nonché intelligente.

Sorrise alla sua immagine allo specchio e controllò il suo Android di ultima generazione.

Linea inesistente.

Molto strano. Quegli ambienti erano altamente tecnologizzati e permettevano la ricezione della linea telefonica ovunque.

Solo chiamate d’emergenza.

Doveva essersi verificato un guasto, o qualcosa del genere.

Fu al settimo piano che l’ascensore si bloccò completamente. Nessun rumore, nessuna voce elettronica che avvisava del guasto e si collegava con chi di dovere per far ripartire l’aggeggio.

Nulla.

‹‹Oh, Cristo›› sussurrò. ‹‹Adesso devo aspettare che mi tirino fuori di qui e non ho nemmeno avvisato del ritardo.››

Fu in quel momento che la luce si spense. ‹‹Anche al buio, adesso. Ottimo!›› commentò ironicamente.

Si grattò le guance e le palpebre.

“Oddio, non dirmi che il fard che ho acquistato stamattina mi fa allergia” pensò.

Fece luce sullo specchio con il cellulare per guardarsi in viso e lanciò un debole urlo.

Il viso era ringiovanito di più di vent’anni, ed ora somigliava ad una tredicenne con qualche chiletto di troppo.

‹‹Che cosa sta succedendo?›› chiese allo specchio, balbettando.

Ma non ottenne risposta.

Continuò a guardare stupita quel volto delicato e paffuto, che ormai non le apparteneva più da tempo immemore, fino a quando l’immagine lanciò un grido, un urlo sovrumano, qualcosa che non aveva mai sentito in trentacinque anni di vita. E anche l’immagine si contorse in una creatura strana, quasi demoniaca.

Poi lo specchio diventa una cucina, e la cucina un mattatoio.

E Sara Valliani non è più Sara Valliani. O, almeno, non lo è tutta intera.

Sono circa le 14.00 e sto tornando da scuola. Sono felice per due motivi: innanzitutto perché ho preso dieci in matematica, con i complimenti della professoressa (anche se quelle buone a nulla di Daria e Felicia mi lanciavano sguardi carichi d’invidia e mi chiamavano “sfigata”); e poi perché mia madre mi ha finalmente affidato le chiavi di casa. Era ora, a tredici anni!

Così, apro la porta con le mie chiavi e mi ritrovo davanti Jack, il mio fedele pastore tedesco, che mi abbaia. Non si era mai comportato in questo modo prima. Il suo abbaiare è aggressivo. Non mi suona come un saluto, ma come un avvertimento.

‹‹Jack!›› urlo. ‹‹Che diavolo stai facendo?››

Jack ringhia. È fermo nel corridoio e non mi lascia entrare.

Resto ferma sul tappetino dell’entrata, a due passi esatti da Jack, che ora ha ripreso ad abbaiare.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Jack mi sta ringhiando!››

Nessuna risposta.

Inizio ad avere paura.

La vescica preme, deve essere svuotata. Jack non ha mai fatto del male ad anima viva, nemmeno ad una mosca, si può dire. Così, lo ignoro e muovo un passo verso il corridoio.

Jack ringhia di nuovo.

‹‹Si può sapere che cos’hai?›› chiedo, ma non finisco la domanda che comincia a mordermi la felpa blu elettrico che ho indossato stamattina.

‹‹Lasciami!›› urlo. ‹‹Mamma, aiutami!››

Ancora nessuna risposta. L’unica cosa che sento è il ringhiare di Jack mentre mi strattona la maglia sempre più forte.

‹‹Jack, ora basta!›› urlo.

Jack molla la maglia e indietreggia.

Ricomincio a buttare fuori l’aria compressa a causa dell’ansia. Ora posso sentire il battito del mio cuore pulsarmi nelle tempie. Sento anche una puzza strana, ma inizialmente non ci faccio molto caso.

Però faccio caso alla paura che mi ha invaso e che, probabilmente, mi ha fatto sfuggire qualche goccia di urina dalla vescica compressa nei pantaloni che mi calzano leggermente stretti.

Jack resta a guardarmi in silenzio per una manciata di secondi, poi ricomincia ad abbaiare e a ringhiare nella mia direzione. Decido di ignorarlo di nuovo (forse si è impressionato per qualcosa, ma deve pur passargli!), quindi mi giro per chiudere la porta di casa.

Qualcosa mi tira violentemente lo zaino, ringhiando.

‹‹Jack! Ancora?››

Sembra quasi che voglia spingermi fuori di lì. Sento le unghie sui miei jeans e la sua stazza sul mio zaino. Mi appoggio alla porta per non perdere l’equilibrio.

‹‹Mamma! Aiuto!›› urlo di nuovo, ma sono troppo allibita dal fatto che Jack mi abbia tolto quasi completamente lo zaino dalle spalle per rendermi conto che mia madre non mi ha risposto nemmeno questa volta.

Adesso lotto con Jack per il possesso dello zaino. Lui si arrende e abbaia più forte di prima, poi mi supera ed esce fuori.

Resto a guardarlo, confusa.

Jack abbaia ancora, ma non ringhia più. Mi sembra diverso anche il suo modo di abbaiare, non più rabbioso, ma quasi… supplichevole.

‹‹Che sta succedendo, Jack?››

Continua ad abbaiare ed io, ferma, a guardarlo. Poi comincia a correre verso la strada.

“Magari vuole giocare”, penso, senza esserne granché convinta. “Chiederò a mamma”.

Mi volto e sento di nuovo quella puzza strana che non riesco a definire, ma neanche stavolta ci faccio molto caso.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Sono tornata. Ma che aveva Jack?››

Nessuna risposta.

‹‹Mamma, dove sei? Jack mi ha aggredito e poi è uscito di casa abbaiando. Ma cosa gli hai dato da mangiare?››

Ancora nulla.

La prima cosa che faccio è soddisfare il mio bisogno impellente di orinare. Sollevata, esco dal bagno e attraverso il lungo corridoio verso la cucina.

‹‹Zio Oscar?››

Zio Oscar è il fratello di mia madre, e vive con noi nel nostro modesto appartamento in provincia di Salerno. In un certo senso ha rimpiazzato mio padre, che è fuggito con una ucraina lo stesso giorno in cui nacqui. Dove sia andato, ancora non si è capito.

Zio Oscar non è stato molto bene negli ultimi dieci anni. È continuamente in viaggio perché deve curarsi, dice la mamma. Va e torna molte volte dalla comunità in cui è rinchiuso per disintossicarsi. Contemporaneamente, è assistito da diversi medici, che vengono sempre qui a casa per curarlo. Ce n’è una fissa che gli sta sempre dietro. È una psicologa, mi pare. Ah, no, è una psichiatra. Forse.

‹‹Perché la psichiatra, mamma?›› chiesi un giorno.

‹‹La droga gli ha mangiato il cervello, tesoro›› mi rispose. ~~È diventato matto.››

‹‹Matto come?››

‹‹Matto. Non so se potrà vivere ancora con noi›› disse mia madre, con le la-crime agli occhi.

‹‹Come mai?››

‹‹Dicono che è pericoloso. Molto pericoloso.››

Mi dirigo verso la cucina, ma non sento il solito odore di qualcosa di buono cucinato da mia madre o il suono proveniente dalla televisione che guarda mio zio. Quello che le mie narici avvertono è quella puzza strana e acre di prima, come se… non lo so, non riesco a fare paragoni perché non mi era mai capitato prima di sentire un simile odore. Ma è molto più forte e sgradevole di prima.

‹‹Mamma?››

Non mi sente, ma di sicuro è in cucina. Forse ha gli auricolari del mangianastri nelle orecchie, con i Queen a tutto volume. E probabilmente avrà bruciato qualcosa in cucina senza accorgersene.

Ma non credo molto a questa ipotesi. In primis, mamma adora cucinare e non lo fa mai con la musica, poiché può distrarla. E poi… semplicemente non è un odore di bruciato, ma qualcosa di diverso.

L’unico modo per scoprire cosa sia quell’odore e perché né mia madre né mio zio mi rispondono è andare in cucina, poi in salotto poi nelle camere.

‹‹Mamma?››

La porta della cucina è chiusa.

La apro, ma mia mamma non è lì. O, almeno, non è lì tutta intera.

È sul tavolo, a pezzetti.

Ricordavo che la cucina avesse le pareti bianche, ma adesso sono quasi completamente rosse, macchiate di un liquido misterioso che sembra essere sprizzato violentemente.

E l’odore… l’odore proviene da lì. Da mia madre. Mi si è subito impregnato nei vestiti.

Rallenty. I dettagli che ora registro sono a rallenty. Forse è il trauma che ho inconsciamente subito all’ora di pranzo di un qualsiasi sabato invernale.

Il trauma di vedere a pezzi la propria madre.

E così annoto mentalmente alcuni dettagli che poi finiranno registrati insieme ad altri deliri. Ad esempio, appunto nel mio cervello l’occhio mancante di mia madre, il sinistro, che sta rotolando sotto al tavolo. Gli arti inferiori e superiori, impegnati in una cottura a fuoco vivo sui fornelli ai quali mia madre avrebbe dovuto preparare il pranzo.

Resto immobile sull’uscio, incapace di compiere un solo passo. Ma continuo a registrare nella mia mente dettagli. Insignificanti, ma non posso farne a meno.

E quindi, ecco che la mia memoria incassa il ricordo permanente dell’odore che emana mia madre, un tempo maniaca della pulizia e casalinga perfetta. Il cervello e il suo colore e il sangue che impregnava i capelli e le labbra mozzate e le pareti sporche e quella che sembra una spalla e un capezzolo che spunta dal pentolone e l’odore che diventa più forte e le pareti spruzzate di sangue e anche la cucina decorata di rosso e il rosso che è il mio colore preferito e lo spezzatino che ho sempre odiato e il tagliere e il coltello a fianco a lei e la lama che non è sporca di sangue e un movimento strano alle mie spalle.

È un sogno, ne sono sicura. Chiudo gli occhi e li riapro, ma quella visione terribile è sempre lì.

È uno scherzo, ne sono sicura. Ma l’odore mi dà la nausea e mi fa girare la testa.

Provo il vomito. Sento la bile quasi ribollire nel mio stomaco e salirmi fino in gola, ma non posso fare a meno di registrare altri dettagli, come i denti che non ci sono più e che io cerco e che trovo con lo sguardo sul pavimento e il tappetino davanti alla cucina e altro rosso e rosso davanti agli occhi e rosso che adesso odio e rosso che adesso basta così.

Mi volto per andare in bagno, ma la strada è sbarrata da un uomo magro, al-to, imponente, con i vestiti macchiati di sangue.

Mio zio Oscar.

I suoi occhi sono sbarrati e sul suo volto c’è un ghigno terrificante. Ma ancora più terrificante è coltellaccio che impugna nella mano sinistra e, chissà perché, un registratore nella mano destra.

‹‹Mamma!››

Ecco perché Jack si comportava così. Non voleva aggredirmi. Voleva avvisarmi del pericolo. Voleva farmi allontanare da casa.

‹‹Perdonami, Jack.››

Paolo Lindani non aveva mai visto una scena del genere. Almeno non dal vivo, perché nei film dell’orrore bene o male tutti ci ritroviamo, davanti a scene cruenti come quella. Ma chi se lo sarebbe aspettato che quella mattina, in un comune sperduto della Campania, gli occhi del commissario Lindani vedessero un devasto simile?

Era stato svegliato da uno dei suoi agenti migliori, Giovanni Bella, dal suo riposino pomeridiano. Era il suo giorno libero, e in centrale sapevano che non avrebbero dovuto disturbarlo se non in caso di tragedia. In dieci anni, mai nessuno si era permesso di violare la sua giornata di ricarica, e Lindani credeva fermamente che si continuasse in quella direzione, visto e considerato che non succedevano mai tragedie nel territorio della sua giurisdizione.

E invece il telefono squillò.

Paolo Lindani stoppò la puntata di Romanzo Criminale con il telecomando e voltò la testa in direzione del telefono. “Provvederò a togliermi il telefono di casa”, pensò. “Solo fastidi!”

Indugiò un altro po’ sul comodo divano di pelle, restio a lasciare il torpore della camicia da notte e del camino al suo fianco e desideroso di sapere se il Libanese sarebbe riuscito a conquistare Roma, ma alla fine decise di rispondere.

‹‹Pronto?›› disse con voce stanca.

‹‹Commissario Lindani›› esordì la voce di Bella.

‹‹Cristo›› mormorò il commissario.

‹‹Non l’avrei chiamata se non fosse stato urgente›› disse Bella.

‹‹Cosa può esserci di tanto urgente?››

Bella esitò un attimo, poi rispose: ‹‹Meglio che venga qui e veda di persona, commissario.››

‹‹Avevo detto che avreste dovuto disturbarmi solo in caso di tragedia!››

Bella non replicò subito e Lindani pensò che avesse riattaccato. ‹‹È una tragedia, commissario. Gliel’assicuro›› disse con voce cupa, interrompendo la comunicazione.

E ora stava sull’uscio di quella cucina devastata. I pezzi della donna e della bambina erano mischiati insieme sul tavolo della cucina, mentre il corpo di quell’uomo alto ed emaciato era stato trovato penzoloni in una delle due modeste camere da letto. Si era impiccato.

Lindani si mostrava tranquillo agli occhi dei suoi colleghi, ma in realtà sarebbe tornato volentieri a casa a vomitare e a finire la puntata di Romanzo Criminale che aveva lasciato a metà.

‹‹Le vittime sono due?›› chiese a Giovanni Bella, che aveva un’espressione piuttosto provata.

Giovanni Bella annuì. ‹‹La madre e la figlia, a quanto pare. Sara Valliani e Francesca D’Amato, vedova Valliani.››

‹‹Sembra un unico corpo›› commentò Lindani.

Bella annuì. ‹‹Il medico legale dice che la madre è morta circa un’ora prima della figlia, cioè tra le 12.30 e le 13.00. La figlia tra le 13.30 e le 14.00.››

‹‹La bambina quanti anni aveva?››

‹‹Tredici, compiuti da poco.››

‹‹Sai se era a scuola, stamattina?››

‹‹Me ne sono già occupato. Sì, era a scuola›› disse Bella.

‹‹Quindi è tornata da scuola e…››

‹‹…ed è stata uccisa, sì.››

Lindani fissò per un momento il vuoto. ‹‹E dell’altro cosa mi dici?››

‹‹Oscar D’Amato. Il fratello della vittima, lo zio della bambina. Aveva problemi di schizofrenia legati alla droga. Aveva tentato più volte il suicidio, in passato, e le comunità e gli ospedali psichiatrici della zona lo conoscono molto bene.››

‹‹Chi ha trovato i corpi?››

‹‹Un vicino. Il signor Pascale. Ha detto di aver visto il cane dei Valliani ab-baiare davanti alla sua abitazione.››

‹‹Il cane?››

Giovanni Bella annuì.

‹‹E adesso dov’è?›› chiese Lindani.

‹‹È scomparso›› disse Bella, scrollando le spalle.

‹‹Capisco›› disse Lindani, giusto per dare un cenno d’assenso, perché in realtà non ci capiva nulla. La testa cominciava a fargli molto male. ‹‹Vado in centrale ad organizzare le indagini. Tieni il cellulare a portata di mano.››

‹‹Certo, commissario.››

‹‹Se ci sono novità, avvertimi.››

‹‹Ovviamente›› rispose Giovanni Bella.

Paolo Lindani pensò che in centrale forse avrebbe riacquistato un po’ di lucidità e avrebbe potuto pensare meglio al da farsi. Si girò e si avviò verso la sua auto, mentre i suoi colleghi lo guardavano quasi esterrefatti.

“Vi sorprendete che mi sia fatto impressionare, stronzi?”, pensò. “Allora fate una cosa: non rompetemi i coglioni, pivelli che non siete altro.”

Aprì lo sportello della sua Ford Fiesta e fece per entrare, ma non riuscì a resistere alla tentazione di tornare indietro per dire due parole a quelle femminucce che non avevano nemmeno idea del suo passato. Erano due dei nuovi, giovani e inesperti. E Paolo Lindani, in quanto commissario, doveva fargli ben vedere chi comandasse. Doveva e voleva guadagnarsi il loro rispetto. Per cui, era già seduto sul sedile del guidatore della sua auto, quando si alzò nuovamente e si girò in direzione dei due bastardelli che sghignazzavano.

Li aveva già puntati, rivolgendogli uno sguardo truce che li fece impallidire. Sì, era una piccola vittoria per lui, e non riuscì a contenere un sorrisetto divertito. Ma non aveva ancora finito. Voleva farli impaurire per bene: con degli idioti totali come quelli, la forza era l’unico strumento valido per ottenere il rispetto a breve e lungo termine.

Proprio mentre puntava verso quei due ragazzi, che oramai avevano perso il sorriso, gli occhi del commissario Paolo Lindani scorsero qualcosa che lo incuriosì e distolsero l’attenzione dal loro obiettivo originario.

Giovanni Bella che correva verso di lui.

‹‹Commissario!›› lo chiamò.

‹‹Cos’altro c’è?›› Si avvertiva molto acredine nella sua voce, Paolo lo sapeva, ma non poteva farci nulla.

‹‹Ho dimenticato di dirle una cosa molto importante. Sono uno sbadato.››

‹‹Spara, Bella.››

‹‹C’è una cosa interessante nella stanza da letto in cui si è impiccato Oscar.››

‹‹Non tirarla per le lunghe. Che cos’è?››

‹‹Un registratore.››

‹‹E perché è interessante?››

‹‹D’Amato ha registrato le ultime parole della bambina mentre iniziava a farla a pezzi. Erano i suoi sogni per il futuro, una sorta di “delirio pre-morte”, se ne esiste uno. A quanto pare abbiamo perso un futuro ingegnere aerospaziale. Venga, commissario, glielo faccio ascoltare.››

Danilo Napoli

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Indagine sul lago

9 Ottobre 2014 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

Indagine sul lago

Quella notte di fine febbraio era piuttosto fredda, ma non era buia perché la luna rischiarava il cielo. Il tenente Luca Faliero osservava la torbiera dove la luna aveva striato d’argento le lame d’acqua su cui galleggiavano le ninfee. Con la luce della luna le montagne dall’altra parte del lago avevano assunto un colore blu meno cupo, ai loro piedi invece il lago era una lontana striscia nera. Luca era affacciato ad una finestra di quel grande palazzo e ripensava all’incarico delicato che gli era stato conferito tre mesi prima, dal colonnello Ottorino Pavese. Il momento era delicato, perché il problema delle parti di Patria ancora irredente era rovente. Poi con l’inizio dell’anno 1866, la tensione con l’Austria si era di nuovo bruscamente acuita ed una guerra avrebbe potuto scoppiare a breve. In Lombardia, non proprio tutti, erano felici di far parte del nuovo regno d’Italia che si era finalmente costituito pochi anni prima. Alcuni nobili, che nel passato erano stati legati alla monarchia Asburgica, avevano perso gli antichi privilegi ed in caso di un nuovo conflitto speravano in una qualche forma di restaurazione. I servizi riservati dell’Arma sapevano che il conte Giovanni Provaglio era uno di questi. Infatti fino alla tragica rivolta delle dieci giornate, del marzo 1849, il conte era stato un grande amico del colonnello Julius Haynau, comandante austriaco della piazza di Brescia, assiduo frequentatore del suo palazzo. Dopo di allora i loro rapporti si erano apparentemente interrotti, ma l’Arma sospettava che non fosse proprio così. Infatti il conte, con la guerra del 1859, aveva perso la gestione e le rendite dei terreni di un antico convento, annesso al suo palazzo, che prima della guerra era di proprietà dell’Arcivescovato di Innsbruck. Adesso convento e terreni erano in fase di confisca da parte dello stato italiano. Luca era stato incaricato di svolgere, in modo discreto, delle indagini per controllare quelle voci. Dato che suo zio Costantino vantava molteplici conoscenze anche nella nobiltà bresciana, Luca era stato introdotto in quell’ambiente in occasione della festa di fine anno che si era tenuta al Teatro Grande di Brescia. Quella sera era stato presentato al conte Provaglio. La cosa in realtà non gli era affatto dispiaciuta, perché il conte era giunto alla festa accompagnato da una bella pronipote di nome Isabella. Per l’occasione la giovane sfoggiava una graziosa acconciatura all’insù, della folta chioma bruna, fissata con un diadema. Luca non era insensibile al fascino femminile e dato che, in realtà, aveva il compito di apprendere più cose possibili su tutte le attività del conte, aveva impunemente corteggiato Isabella per tutta la sera. Luca era giovane e di aspetto piacevole ed anche Isabella aveva gradito la compagnia di quel bel tenente. Come molte giovani donne, anche lei non era sembrata indifferente al fascino della sua divisa. Luca congedandosi le aveva promesso di trovare al più presto un’occasione per rivederla.

Erano trascorsi quasi due mesi e Luca, fingendosi di passaggio, mentre si recava per una non meglio precisata missione sul lago d’Iseo, assieme all’appuntato Leone Decarolis, suo fido aiutante, si era presentato al grande palazzo del conte. Effettivamente quel palazzo si compenetrava, in modo abbastanza strano, con un vecchio monastero e si affacciava sulla torbiera, molto vicino alla sponda orientale del lago d’Iseo. Quel pomeriggio, arrivando, Luca aveva avuto l’impressione che si trattasse di un insieme di costruzioni piuttosto malandate, quasi che il conte non avesse più molto denaro da spendere. Anche i servitori sembravano pochi ed anziani. Il chiostro dell’antico convento costituiva parte della facciata posteriore del palazzo stesso e si affacciava sulla torbiera. A suo tempo i monaci che lo abitavano, dipendevano dal Vescovo di Innsbruck, ma ormai i tempi erano cambiati, vi risiedevano solamente tre anziani monaci, alla morte dei quali, il convento sarebbe stato definitivamente confiscato, destinato a divenire patrimonio dello stato italiano. Il conte Provaglio non si era mai sposato e viveva in quel grande palazzo, insieme ad un anziano cugino, di nome Pasquale Rossetto, commerciante di vino che, rimasto vedovo, si era trasferito in quel palazzo con la figlia Isabella. L’arrivo di Luca non aveva destato troppa meraviglia, perché quel giovane ufficiale di bell’aspetto aveva corteggiato Isabella durante tutta la sera della festa e lei quella visita sembrava aspettarsela. Il conte Provaglio aveva ricevuto Luca con estrema cortesia invitandolo a cena e poi a fermarsi da loro per la notte. Nel pomeriggio Isabella gli aveva fatto da guida e gli aveva fatto visitare il vecchio convento. Alla cena era presente anche un altro ospite, il barone Giancarlo Federici, anche lui commerciante di vino, amico di vecchia data del conte e di suo cugino. Durante la cena, naturalmente, tutti avevano parlato della difficile situazione politica e del timore di una nuova guerra con l’Austria. Utilizzando i sottili trucchi dialettici imparati da suo zio Costantino, che era un raffinato diplomatico, Luca aveva cercato di far parlare il conte, ma Giovanni Provaglio non era caduto in nessuna trappola, anzi si era mostrato abbastanza indifferente, quasi che i nuovi sussulti politici ormai non lo riguardassero più. Terminata la cena, invece il conte aveva invitato gli ospiti al tavolo da gioco, perché era un accanito giocatore. I giochi d’azzardo erano il suo debole, e forse ormai anche il suo unico sostentamento. Molti nobili della zona ne avevano fatto le spese. Luca di questo era stato informato ed aveva cortesemente rifiutato l’invito. Era rimasto a conversare, con la graziosa pronipote del conte, centellinando la grappa prodotta dal convento, mentre i tre uomini si erano immersi in una lunga partita a carte. Isabella sapeva conversare in modo colto e piacevole ed amava le schermaglie del corteggiamento. Però dopo un paio d’ore trascorse con Luca, durante le quali gli aveva gli permesso di chiederle in quale ala del palazzo lei avesse la sua stanza, sapendo che le belle donne dovevano sempre farsi desiderare a lungo, si era bruscamente congedata da lui. Luca aveva perfettamente compreso il comportamento di Isabella ed aveva accettato la piccola sconfitta con un sorriso. Poi aveva salutato i tre giocatori e si era ritirato anche lui nella stanza che gli era stata preparata. In realtà non aveva affatto avuto l’impressione che il conte fosse ancora invischiato in trame politiche, gli era sembrato invece una persona in grande declino, che si trovava ormai a vivere in un mondo molto diverso, molto cambiato, rispetto ai tempi della sua giovinezza. Anche il palazzo sembrava andare lentamente in rovina e molti arredi dovevano essere stati venduti, come mostravano i segni sulle pareti da cui erano stati sicuramente rimossi dei quadri. Anche il convento, in cui si aggiravano ormai solo i tre anziani monaci, mostrava di essere arrivato alla fine di un ciclo di vita. Forse le preoccupazioni del colonnello Ottorino Pavese erano eccessive e quel conte era ormai fuori da ogni gioco, ormai lontano da ogni complotto. Se le cose stavano così, la sua era stata una visita inutile, a meno di non valutare positivamente la presenza di Isabella, che gli aveva tenuto compagnia, purtroppo solo per una parte della notte, ma che era sembrata gradire il corteggiamento. Luca stava fumando un sigaro ed in verità, più che concentrarsi sul rapporto che avrebbe dovuto presentare al colonnello, lasciava scorrere i pensieri su come trovare il modo di rivedere Isabella.

Il primo colpo di pistola, secco ed improvviso, nel silenzio della notte, lo colse quindi del tutto impreparato. Mentre bruscamente la sua attenzione si risvegliava, vi fu un secondo sparo, poi tutto tornò silenzioso. Gli spari provenivano dalla destra, rispetto alla finestra a cui Luca era affacciato, dalla parte in cui il terreno dirupato scendeva verso la torbiera e dove vi era la strada che portava verso il paese. Luca balzò in piedi: doveva controllare subito! Due colpi di pistola nella notte avevano un brutto significato! Si infilò la giubba mentre si precipitava alla porta della stanza per uscire. <<Leone!>> gridò mentre ormai stava correndo nel corridoio <<Leone, alzati di corsa, vieni con me!>> Intanto era giunto al fondo del corridoio e tempestava di pugni la porta della stanza dove dormiva l’appuntato. Leone Decarolis comparve sulla porta con il viso un po’ stralunato, mentre si rialzava le bretelle dei pantaloni. Da molto tempo aveva imparato ad avere la massima fiducia nel tenente, con cui formava una coppia ben affiatata. Non fece domande, ma rispose solamente: <<Comandi signor tenente!>> Poi rientrò nella stanza per terminare di vestirsi in un lampo. Pochi minuti dopo entrambi correvano sul prato scosceso in mezzo agli alberi. Leone reggeva una lampada a petrolio. Scivolavano sull’erba umida del parco ed inciampavano in diversi ostacoli, poi finalmente ritrovarono la strada in terra battuta. Da lontano videro la sagoma scura di un cavallo, fermo vicino ad un’altra massa scura. Luca smise di correre e cominciò ad avanzare più cautamente. Intanto alle loro spalle, svegliati forse dagli spari, ma anche allarmati dal notevole trambusto fatto dai due carabinieri mentre uscivano di corsa dal palazzo, erano in arrivo dei servitori, anche loro muniti di lanterne a petrolio. Luca e Leone si arrestarono di fronte alla massa scura che ora, alla luce della luna si era rivelata essere una fontana, con un piccolo bacino d’acqua contornato da un muro di pietra. L’acqua, scorrendo, rompeva il silenzio con un lieve rumore. Poco più avanti vi era il corpo d’un uomo steso a terra. Leone alzò la lampada per illuminarlo: sulla schiena dell’uomo, dove era stato raggiunto dai due colpi di pistola, vi era una grossa macchia di sangue. Luca girò attorno al corpo cercando di individuare delle possibili tracce. Qualcuno sembrava aver frugato nelle tasche dell’uomo che erano rovesciate. A terra erano rimasti alcuni nichelini. <<L’hanno ucciso per rapinarlo.>> disse Leone mentre appoggiava la lanterna sul muro di pietra della fontana. Luca, che si era chinato sul corpo dell’uomo, con delicatezza lo girò. La giacca di aprì rivelando una nuova grossa macchia di sangue dove i proiettili, sicuramente di grosso calibro, erano fuoriusciti. Il volto dell’uomo, pur contratto nello spasimo della morte, era ben riconoscibile. <<E’ il barone Federici!>> esclamò Leone. <<Sì>> gli fece eco Luca <<E’ proprio lui...>> Poi restò in silenzio, continuando ad esaminare il morto ed il terreno circostante. <<Forse dei briganti gli hanno teso un agguato nascosti dietro al muro della fontana.>> commentò a voce alta Leone. <<Probabilmente lo stavano aspettando>> rispose Luca, fece una pausa, poi riprese: <<ma di certo, il barone ha incontrato dei rapinatori molto strani...>> Il dito indice di Luca indicava a Leone il panciotto del barone da cui spuntava la catena d’oro di un orologio. Leone si chinò per guardare meglio, ma poi il dito indice di Luca si spostò rapidamente in alto, trasversale sulle labbra, perché alcuni servitori erano giunti anche loro alla fontana, portando diverse altre lampade. Alla vista del morto tutti erano ammutoliti. <<Che posto è questo?>> chiese Luca senza rivolgersi a nessuno in particolare. <<E’ il “fontanì”.>> rispose un cameriere che sembrava il più anziano tra i presenti <<Segna il confine del parco del signor conte.>> Luca fece ancora un paio di giri dietro alla fontana, ma vi erano solo tracce confuse. Poi diede ordine a Leone di sovrintendere al trasporto del cadavere del barone Federici al palazzo ed incaricò uno stalliere di ricuperarne il cavallo. Terminate quelle incombenze lasciò il “fontanì”.

Luca risalì lentamente verso il palazzo, camminando a testa bassa, osservando attentamente la strada che il barone doveva aver percorso poco prima, cercando di trovare dei possibili indizi. Lo stalliere lo seguiva tenendo per la cavezza il cavallo del barone. Arrivarono alle stalle e Luca si fermò per parlare con lo stalliere. <<Hai visto il barone quando ha lasciato il palazzo?>> chiese Luca. Lo stalliere lo guardò per alcuni istanti, poi assentì in silenzio. <<E’ successo qualcosa di strano mentre il barone lasciava il palazzo?>> chiese ancora Luca. <<Vi era qualcuno con lui?>> <<No, era solo.>> rispose lo stalliere che mostrava un evidente disagio, vedendosi interrogato da un ufficiale dei carabinieri, poi però aggiunse: <<Aveva bevuto un po’. Beve sempre quando viene a trovare il signor conte. Ha fatto un po’ fatica a mettersi in sella, è finito anche a terra, ma poi l’ho aiutato a rimontare e se n’è andato senza dire nulla. Tutti uguali i signori, mai nemmeno un grazie...>> Poi tacque bruscamente, forse temeva di aver detto una parola di troppo, forse era rabbioso per aver dovuto alzarsi nel cuore della notte. Infine disse: <<Se non ha più bisogno di me, io vado...>> Luca gli fece un cenno di congedo e lo lasciò andare. I cavalli si muovevano irrequieti, per la presenza di un estraneo nella stalla. I loro zoccoli rivoltavano la paglia ed il letame. Luca cercava di rivedere la scena del barone alle prese con il tentativo di montare in sella. Dopo avergli sparato, qualcuno gli aveva frugato in tasca, probabilmente alla ricerca di “qualcosa”. D’un tratto gli venne alla mente l’idea che forse, il barone, quel “qualcosa” poteva anche averlo perso nella stalla. Cominciò a frugare, con la punta dello stivale, in mezzo alla paglia, nella zona dove presumibilmente il barone poteva essere caduto. Sembrava un compito difficile e forse inutile. Si spostò allargando la ricerca. I suoi stivali frugavano tra la paglia e lo sterco. ... Invano... Poi ad un tratto vide il bordo di un sottile portacarte di pelle emergere sotto la paglia sporca. Con un certo disgusto lo raccolse e cercò di ripulirlo. Che razza di indagine di m... Stava albeggiando quando Luca rientrò nell’atrio del palazzo, dove l’appuntato era rimasto in attesa. <<Leone, vedi di scoprire se, passando dal retro del palazzo, dove c’è il chiostro del convento, si può arrivare alla fontana senza passare per l’atrio. Dobbiamo cercar di capire se qualcuno abbia potuto uscire, tendere l’agguato e rientrare senza essere visto. Dopo torna nella mia stanza.>> <<Comandi signor tenente.>> aveva risposto Leone e si era allontanato di corsa. Luca era rientrato in camera sua, per ripulire il portacarte che aveva trovato, esaminarlo e ripulirsi dopo quella sgradevole ricerca nella stalla. Dopo meno di due ore Leone ricomparve con gli occhi che gli brillavano. <<Ho trovato la porta per uscire dal chiostro e passare nel parco! Rimane spesso aperta! Me l’ha spiegato un monaco. Ma c’è di più signor tenente, il monaco che ho incontrato, era già nel chiostro dopo le preghiere del mattino e mi ha dato questa!>> Leone allungò verso Luca un fazzoletto bianco in cui era avvolta una grossa pistola a tamburo, molto simile al modello 61. <<Ho cercato di non cancellare delle possibili tracce, però ho visto che al tamburo mancano due colpi. Qualcuno deve averla usata e poi gettata nel giardino, forse per ricuperarla più tardi...>> spiegò ancora Leone. <<Chi l’ha gettata via, certo non pensava che quel monaco la ritrovasse così presto. Adesso abbiamo l’arma del delitto, solo che non sappiamo chi l’ha usata! Potrebbe essere stato chiunque! Speriamo bene!>> rispose Luca <<Adesso riprendi fiato e tieni quest’arma avvolta nel fazzoletto. Ci vediamo tra un’ora nel salone del palazzo, dove intendo interrogare tutti quelli che, ieri sera, erano in casa. Tu mostrerai la pistola quando sarà il momento. Adesso vai!>> Appena Leone si fu allontanato Luca chiamò un cameriere e gli ordinò di convocare nel salone, tutti i presenti nel palazzo, servitù e monaci compresi.

Erano circa le otto della mattina quando Luca entrò nella grande sala al piano terra del palazzo. Il conte Giovanni Provaglio indossava ancora una vestaglia, come se fosse stato appena tirato giù dal letto, suo cugino si era invece rapidamente rivestito, anche se i radi capelli bianchi non ravviati gli stavano scomposti sul capo, sua figlia Isabella, che sembrava alquanto turbata, sedeva in un angolo stringendosi addosso uno scialle. La stanza era molto fredda ed il maggiordomo stava chino sul grande camino, cercando di ravvivare il fuoco. I camerieri, i servi, lo stalliere, si erano tutti ammucchiati, con aria preoccupata in un angolo, mentre i tre monaci che ancora abitavano il vecchio convento restavano silenziosi vicino alla porta che conduceva al chiostro. Il conte, che appariva molto irritato, appena vide il tenente, pensò bene di sfogare su di lui il suo malcontento. <<Signor tenente, siamo stati informati di quanto accaduto al povero barone Federici mentre rientrava a casa. Ecco il bel risultato della politica liberale del nostro governo! La gente perbene viene rapinata ed assassinata! Forse anche lei dovrebbe interessarsi di più di chi gira per le nostre campagne e meno di quanto accade a Vienna.>> Luca lo lasciò finire, poi gli chiese con aria fredda: <<Mi è d’obbligo porvi una domanda signor conte, avete delle pistole in casa?>> Il viso del conte divenne rosso fuoco. <<Dovreste controllare chi di dovere! Lo sapete che vi sono in giro molti sbandati? Molti seguaci di quel senza Dio di Garibaldi, circolano liberamente e molti sono ancora armati! Spaventano le nostre donne, compiono furti...>> Luca continuò a guardarlo freddamente senza dire nulla. Il barone sembrò calmarsi, poi riprese a parlare con più condiscendenza. <<Certo che abbiamo anche noi delle armi, come tutti i gentiluomini!>> Si diresse al grande scrittoio che vi era in un angolo della sala, aprì un cassetto e ne trasse una lucida scatola di legno che aprì. Dentro vi era una bella coppia di pistole da duello ad un colpo. La scatola conteneva anche una fiaschetta di polvere da sparo, alcune palle di piombo ed un calcatoio. Luca si avvicinò per osservare le pistole. Un sottilissimo strato di polvere le ricopriva, il grasso con cui erano state lubrificate appariva secco e giallo scuro, sembrava che non fossero state usate da molti anni. Per scrupolo Luca si chinò ad annusare le canne. <<Come potete ben vedere, nessuno le ha usate da molti anni a questa parte.>> disse ancora il conte girando la testa verso il cugino per averne un assenso. Pasquale Rossetto si affrettò a precisare: <<Mai più usate dai tempi del quarantotto!>> Luca fece un cenno di assenso, poi chiese ad entrambi: <<Vi ricordare a che ora il barone ha lasciato il palazzo?>> Il conte lasciò che fosse ancora Pasquale a parlare. <<Sarà stata la mezzanotte, come sempre. E’ andato via al termine della partita a carte.>> <<Fino alla stalla l’ho accompagnato io>> precisò il maggiordomo che aveva fatto un mezzo passo in avanti, forse contento di avvalorare quanto avevano detto i signori. <<Gli ho fatto luce fino a quando abbiamo incontrato lo stalliere che gli ha sellato il cavallo.>> <<Qualcuno di voi possiede altre pistole?>> chiese ancora, con aria severa, il tenente Faliero guardando verso i domestici. Tutti si agitarono un poco, ma tutti negarono. Poi uno dei tre monaci fece un passo in avanti. Aveva l’aria di essere molto imbarazzato. <<Io veramente un’arma... io l’ho trovata... era abbandonata nel giardino del chiostro... però l’ho consegnata subito al signor carabiniere!>> Con la mano indicava timidamente l’appuntato Decarolis. Mentre tutti si giravano a guardarlo, Leone mosse alcuni passi e, con aria che risultò un po’ teatrale, depose l’involto che conteneva la pistola sul piano dello scrittoio. Dopo un attimo di silenzio Pasquale Rossetto sbottò. <<Ma nessuno di noi ha mai visto questa pistola. Potrebbe essere di chiunque!>> Sia lui che il conte si erano avvicinati allo scrittoio per guardare meglio. <<E’ vero>> convenne Luca <<non sappiamo nulla di questa pistola. Non possiamo ancora dire se sia l’arma del delitto, non sappiamo neppure se é carica.>> Con aria indifferente Luca girò le spalle allo scrittoio. Poi si rivolse ai camerieri: <<Qualcuno di voi ha già visto quest’arma?>> Tutti si strinsero nelle spalle senza rispondere nulla. Isabella ritenne di intervenire e mentre parlava le labbra le tremavano un po’. <<Tenente, ma noi eravamo insieme. Mio padre ed il conte giocavano a carte. Nessuno di noi è andato nel chiostro! Come ha già detto lei, noi non sappiamo nulla di questa pistola.>> Luca sembrò ricordarsi di qualcosa e rivolto ai due cugini disse: <<E’ vero voi giocavate a carte. Mi scuso ancora per ieri sera, io non sono un buon giocatore e vi ho lasciato in tre... forse vi ho impedito di fare una partita di bridge.>> <<Oh, non si preoccupi!>> rispose Pasquale <<Il bridge è così noioso!>> Luca adesso sembrava interessato ai giochi delle carte. <<Cosa si può giocare in tre?>> <<Ma... non saprei, zecchinetta, settemmezzo...>> erano i ben noti giochi d’azzardo e Pasquale Rossetto improvvisamente si zittì. Alcuni di quei giochi erano stati vietati nei locali pubblici. Luca sembrò fare una domanda ingenua. <<Si può perdere del denaro?>> i due cugini fecero una faccia indifferente, ma ad tratto la voce di Luce divenne più tagliente. <<Signor conte ieri sera lei ha vinto o perso?>> <<A volte si vince a volte si perde.>> rispose con noncuranza il conte. Luca che voltava sempre le spalle allo scrittoio, estrasse di tasca il sottile portacarte che aveva ricuperato nella stalla. <<Nella stalla ho trovato questo...>> Il conte adesso taceva, ma era diventato pallido. Le dita di Luca estrassero con delicatezza un foglio dal portacarte. <<Questa sembra una cambiale, un pagherò in favore del barone Federici.>> Si chinò in avanti come per guardare meglio: <<La cifra scritta a me pare enorme: centotrenta lire! Ma non mi è chiara la firma del debitore...>> Il conte Provaglio aveva fatto un balzo in avanti cercando di afferrare la pistola deposta sullo scrittoio. Anche Leone però si mosse velocemente. Le sue forti braccia scattarono in avanti, i suoi grossi polsi guizzarono fuori dalle maniche della giubba e le sue mani si strinsero su quelle del conte che cercavano di impugnare la pistola, liberandola dal panno che l’avvolgeva. <<Basta così signor conte, la firma sul pagherò è chiaramente la vostra.>> La voce di Luca ora si era fatta severa. <<Ma poi, con il vostro gesto, voi ci avete chiaramente indicato anche il proprietario dell’arma del delitto!>>

Era di nuovo mattina ed il pallido sole di fine febbraio creava lievi lame dorate sulle acque della torbiera. Luca e Leone erano pronti per lasciare definitivamente il palazzo del conte Provaglio e far ritorno a Torino. Luca sembrava di umore tetro. Dopo la scena movimentata della mattina precedente, Leone aveva messo le manette al conte, che poi, in una carrozza chiusa, era stato immediatamente trasferito a Brescia e consegnato al magistrato di giustizia che ne aveva convalidato l’arresto. Luca aveva steso un primo rapporto e finalmente a tarda sera erano tornati al palazzo del conte per ricuperare le loro cavalcature. Rientrato a Torino, Luca avrebbe dovuto fare un lungo e dettagliato rapporto anche al burbero colonnello Pavese. Forse anche per questo aveva l’aria vagamente triste. <<Avete avuto un bel coraggio, signor tenente a volgere le spalle al tavolo.>> gli disse Leone, trovando finalmente il momento opportuno per parlare più liberamente. <<Se il conte fosse riuscito ad afferrare la pistola, vi avrebbe sicuramente sparato!>> Luca ritrovò il sorriso. <<Sapevo che lo tenevi d’occhio>> rispose <<e so che tu sei molto più veloce di me!>> Leone, visto che il tenente sembrava ritornato di luna buona, riprese a parlare senza remore. <<Però se avessimo portato i nostri cavalli, legati dietro alla carrozza, avremmo potuto ripartire per Torino già ieri sera. Ora ci aspetta un viaggio più lungo, inoltre ci saremmo risparmiati la cena di ieri sera. Il cugino del conte era funereo ed anche la signorina Isabella sembrava molto triste...>> Però mentre diceva queste ultime parole ebbe l’improvvisa sensazione di aver capito qualcosa d’altro. Di colpo restò in silenzio, senza più guardare Luca. Poi però quando alzò gli occhi vide che lui sorrideva. Prese il coraggio a due mani e disse tutto d’un fiato: <<Però non credo che la signorina Isabella avrà molto spazio nel vostro rapporto. Intendo il rapporto che dovrete fare al signor colonnello.>> Il colonnello Ottorino Pavese era il potente e severo capo dei servizi riservati dell’Arma: un uomo temuto da tutti quelli che l’avevano conosciuto. Aveva occhi azzurri, in un volto quasi angelico, dalla pelle liscia ed apparentemente ancora giovane, ma quando comandava i suoi occhi mandavano lampi di ghiaccio. Leone era convinto che anche il tenente Luca Faliero si trovasse a disagio in sua presenza. Luca ora gli sorrise più apertamente. <<Effettivamente il signor colonnello mi aveva incaricato di dare la caccia ad una spia ed io invece ho solo smascherato un nobile ormai senza più denaro, forse un baro, che alla fine della sua carriera, purtroppo, è diventato anche un assassino. Temo proprio che non sarà molto contento di me!>> Nel fare questa ammissione Luca sembrava decisamente sincero. <<Però dopo l’inverno torna sempre la primavera...>> Leone guardò il tenente con aria interrogativa. <<A maggio avrò diritto ad un breve periodo di licenza.>> precisò Luca <<Credo che per quel periodo la signorina Isabella avrà già lasciato questo tetro palazzo e si sarà già trasferita in centro al paese, dove mi ha detto d’avere altri cugini. Forse tornerò su questo lago.>> Detto questo Luca montò in sella e prese ad allontanarsi dal palazzo, senza più interessarsi a Leone che, sentendo di essere stato un po’ troppo invadente, era alquanto arrossito. Anche Leone montò in sella e lo seguì senza più parlare. Dopo poco però, non seppe resistere e si girò sulla sella per guardare indietro. Durò solo per un attimo, ma Leone ebbe la fugace visione di una ragazza bruna che, seminascosta da una tenda, li stava osservando da una finestra del palazzo.

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La testa girata all'indietro

30 Settembre 2014 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

La testa girata all'indietro

Una domanda a cui non so dare risposta, ovvero tutti gli uomini camminano con la testa girata all’indietro.

Anche all’inizio di questo nuovo anno, il 2014, mi sono sentito rivolgere la solita domanda: <<Perché vai avanti a lavorare?>> In realtà, da alcuni anni, questa domanda me la rivolgono in molti.

Tutte le volte che ho provato a rispondere in modo semplice, magari anche variando gli “ingredienti” del piatto principale, per cercare di essere brillante, mi sono sempre accorto che, ben presto, il mio interlocutore aveva perso interesse alla mia risposta e sviava il discorso su altri argomenti, lo sport, il clima, i viaggi, la politica, le vacanze. Evidentemente questa risposta non la so proprio dare.

Quindi ho sempre finito per restare miseramente in silenzio, mentre altri temi invadevano l’arena dei dialoghi.

Senza volerlo, mi sono ritrovato a guardare indietro, a rivedere la mia vita. Ho cominciato la mia attività lavorativa come ingegnere progettista nell’azienda creata da mio padre. Mi ero appena laureato al Politecnico di Milano e mi sentivo forte come un leone. Erano gli anni dello sviluppo, del miracolo economico italiano e la competizione nazionale era molto dura: per sostenerla bisognava continuare ad acculturarsi, innovare i prodotti e correre veloci. Poi è arrivato il 1969, gli anni della contestazione, una lunga crisi economica e, prima che ce ne rendessimo conto, erano arrivati gli anni di piombo, che sono durati molto a lungo, ben oltre l’uccisione di Aldo Moro. Per sopravvivere bisognava anzitutto rinnovare il modo di approcciare il mondo del lavoro, bisognava cambiare il modo di produrre, aggiornare i prodotti ed allargarsi su nuovi mercati internazionali. La competizione cresceva. Per i “piccoli” la vita era dura: vorrei ricordare una cosa per tutte. Per viaggiare all’estero, a caccia di lavoro, serviva valuta estera e bisognava chiederne un’assegnazione alla propria banca, che veniva poi autorizzata dalla Banca d’Italia. Funzionava più o meno così. Domanda: <<Perché richiedete valuta estera?>> Risposta: <<Per promuovere con viaggi all’estero le nostre esportazioni!>>

Spiegazione del funzionario: <<L’assegnazione di valuta viene concessa solo in proporzione a quanto già esportate.>>

Timida replica: <<In verità esportiamo poco ed è proprio per questo che ne abbiamo bisogno...>> Insomma dialoghi alla “Fantozzi”, cui seguivano erogazioni di valuta con il contagocce. “Quindi se quest’anno andiamo in sud America, in India andremo solo l’anno prossimo.”

Oggi esportiamo il 99% della nostra produzione, come ci siamo riusciti, ancora non so bene come spiegarlo. In quei terribili anni, molte aziende nazionali morivano, ma intanto molti competitori internazionali erano nati e crescevano.

A metà degli anni 70 il mercato era diventato globale. Quando stavo finendo il liceo, la popolazione mondiale era circa 1,8 miliardi di persone, ma al tavolo dell’economia ne erano seduti meno di un terzo. Nel 1976 la popolazione aveva superato i 4 miliardi, ma il numero dei commensali era aumentato in modo più che proporzionale.

Per sopravvivere bisognava innovare e correre veloci. Un’azienda è un corpo vivo: vive dei suoi uomini, del suo know-how e delle sue attrezzature. I dipendenti vanno in pensione e devono essere sostituiti in corsa, perché le nuove leve devono essere preparate ed istruite. Innovare i prodotti ed il modo di produrre sono due facce della stessa medaglia, quindi i reparti di produzione, con il passare del tempo, devono mutare e trasformarsi, ma il tutto deve avvenire mentre si continua a produrre, mese dopo mese, perché mese dopo mese bisogna continuare a fatturare, a pagare i dipendenti e le materie prime. Solo pochi “unti del signore” sono in grado di farlo mettendo uno stabilimento in stand-by e gli operai in cassa integrazione per quanto tempo basta. I “piccoli” no, questo non possono proprio farlo.

Poi gli anni di piombo erano finiti: adesso era il periodo di Vodka Cola, USA ed URSS amoreggiavano, ma dopo un’altra crisi economica, rapidamente era arrivato il crollo del “muro di Berlino” con un nuovo giro di walzer. Ora sì che il mercato era veramente globale!

Forse finalmente si poteva esportare in ogni paese senza restrizioni, ma ben più rapidamente di quanto riuscivamo a farlo noi, erano i paesi emergenti che lo facevano. Altri nostri competitori europei soccombevano, ma alcuni prima di cessare l’attività avevano stretto rapporti di join venture con aziende cinesi che presto sarebbero diventati i nuovi competitori globali. Poi sono arrivati gli anni 2000 e la moneta unica: niente più “lirette” adatte per la ciclica svalutazione competitiva, ma una moneta solida, l’euro. Tanto solida che ormai vale il trenta per cento in più del dollaro.

Come si può ancora esportare? Di nuovo per sopravvivere bisogna innovare, acculturarsi, migliorare il prodotto ed il modo di produrre, in una parola essere migliori dei nostri competitori. In conclusione mi sembra che la ricetta non sia mai cambiata, forse non è cambiata da quando mio padre, per sopravvivere alla guerra, invece di produrre apparecchi di risparmio energetico, era costretto a produrre stufe a segatura e riparare carri ferroviari mitragliati, cannibalizzandone altri: mediamente ogni tre se ne ricostruiva uno. In quel tempo ormai lontano, l’acciaio era contingentato e per ottenerlo bisognava farne richiesta scritta al ministero dell’industria, ma anche firmando con la parola “vincere”, invece di usare la dicitura borghese, “distinti saluti”, a quel tempo bandita, i “piccoli” non ottenevano mai nulla.

Forse la spiegazione del disinteresse di chi mi aveva posto la domanda, stava proprio nel fatto che tutti hanno la testa girata all’indietro, ma nessuno vuole ammetterlo. Ricordarsi come eravamo, forse, non piace neppure troppo. Meglio limitarsi al lamento, invocare i propri diritti, fare una vacanza, magari a Sharm-El-Sheik, senza pensare a cosa accade al Cairo.

Guardare in avanti, comporterebbe vedere uno stuolo di giovani senza lavoro, un’Europa Unita che stenta a decollare e le mille altre cose che tutti dovremmo fare, partendo dal basso, ognuno nel proprio ruolo.

<<Tu invece guardi in avanti?>> mi chiederebbe, a questo punto con una punta di astio nella voce, un lettore che avesse pazientemente letto queste righe. Ecco in verità, nel buio della notte, mi capita abbastanza spesso di guardare in avanti, ma finisco sempre per vedere qualcuno che mi attende in fondo alla strada, là dove la strada finisce.

Ma che vita sarebbe arrendersi a quest’attesa? Cerco di riprendere sonno, magari scrivo qualcosa e poi, la mattina successiva, cerco di ricominciare il combattimento, ma per trovare le armi adatte a farlo, cammino anch’io con la testa girata all’indietro.

Forse è per questo che non riesco a dare la risposta giusta: anch’io, come tutti gli altri uomini, cammino con la testa rivolta all’indietro.

Franco Rizzi. 01-03-2014

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LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

27 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA CASA DI MATRJONA di Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008)

Matrjona è una signora ormai anziana che vive da sola in un piccolo villaggio, durante il periodo staliniano. La sua vicenda è narrata da un ex-soldato che trova ospitalità presso di lei e che viene impressionato dalla sua bonomia e dalla sua umiltà. La donna possiede poco; avrebbe diritto a una pensione, ma nessuno la aiuta a procurarsi la documentazione per fare domanda nel lontano ufficio. Nel villaggio è oggetto di commenti negativi e di maldicenze gratuite. Eppure è sempre pronta a prestarsi per gli altri. Chi le chiede una mano ha sempre una risposa positiva; anche l’arrogante moglie del presidente del Kolchoz ricorre a lei. Matrjona non sta mai in ozio. Accorre e aiuta anche chi la critica alle spalle. Nessuno la paga per il suo lavoro; peraltro è lei che non vuole ricevere denaro. Passano gli anni e alla fine riesce a ottenere la pensione. Potrebbe addirittura considerarsi quasi agiata, visti i tempi di magra. Ora sono i parenti a farsi avanti; divisi in due fazioni, s’insinuano nella sua casa e mettono gli occhi sui suoi beni. Matrjona sopporta e continua a essere attiva e generosa. Capita però un grave incidente ferroviario in cui sono coinvolti alcuni dei parenti e la stessa anziana donna, intervenuta come sempre solo per dare una mano. Matrjona muore e ancora c’è chi si permette di dire che si è andata a cercare quella fine. Poteva non fare nulla e restare a casa, dicono alcuni. I parenti, poco rattristati, si dividono i suoi beni.

Di primo acchito, si potrebbe dire che la donna è solo una persona inerme e sciocca, sfruttata e manipolata dagli altri. Il narratore stesso dice che la donna era “pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso”.

Non è la prima volta che la letteratura russa ci presenta figure assolutamente buone; pensiamo a L’idiota di Dostoevskij e al suo protagonista, il Principe Myskin che per l’autore doveva essere un uomo del tutto buono, calato in quella foresta piena di lupi che a volte è la vita. Anche In Delitto e Castigo è una persona umile, la prostituta Sonja, a indicare all’assassino la via del pentimento e della penitenza per salvarsi.

Tornando al racconto, il paese dove vive la protagonista è un piccolo universo in cui grettezza e avidità dominano. Il terribile disastro ferroviario sta a indicare l’inefficienza dei pubblici poteri. Nessuno crede che nel miglioramento della comunità ci sia anche la propria crescita personale. Anche questo è il segno del fallimento dei piani di costruzione di una nuova società armoniosa, nella quale ciascuno avrebbe dovuto trovare nelle occupazioni collettive la realizzazione di sé. La meschinità e l’avarizia di epoca zarista sopravvivono ancora; molti passi ricordano da vicino il nostro Giovanni Verga e le sue novelle in cui è la roba il fulcro di ogni aspirazione e di ogni azione.

In realtà Matrjona rappresenta una figura astorica che va oltre ogni specifica società, visto che applica un codice di principi assurdo e irragionevole in pressoché qualsiasi contesto; infatti mostra generosità verso chi sembra non meritarla, non si fa pagare, lavora più per gli altri che non per sé. Si tratta di un’icona di virtù che pratica il bene in ogni circostanza, con zelo ma senza fatica perché non le costa nulla seguire la sua natura. La protagonista è una riserva di valori etici che in fasi di sbandamento offrono ancora una speranza di salvezza per tutti: “Le eravamo vissuti accanto, ma non avevamo capito che lei era il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”. La società si può risollevare grazie a risorse morali interiori e non tramite una nuova organizzazione calata artificialmente dall’alto sulle comunità.

Il suo sacrificio è quindi fecondo di conseguenze positive; assistiamo quasi a una Passione, visto che sopporta e soffre fino a morire per gli altri e solo dopo la sua morte, come sul Golgota, le persone aprono gli occhi, iniziano a capire e scoprono che l’infinito può essere molto vicino.

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LA GROTTA di Giani Stuparich

23 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA GROTTA di Giani Stuparich

Giani Stuparich (1891 – 1961) scrittore triestino, ci ha lasciato un’ampia produzione legata in buona parte alla sua città, al Carso (in cui combatté nella Grande Guerra), all’Istria. Con il racconto La grotta vinse nel 1948 il primo premio per l’Epica alle Olimpiadi di Londra.

“Andavano con passo gagliardo, con la sicurezza d’animo di quelli che si sentono in pochi ma uniti. Il ritmo delle sei scarpe ferrate faceva echeggiare le strade deserte”. Inizia così il racconto La grotta, letto nell’edizione Einaudi.

Delio, Renzo e Lucio progettavano da tempo di scendere lungo una grotta da loro scoperta. Si sono attrezzati per esplorarla. Ci vuole coraggio, ma anche preparazione. Ci troviamo nel Carso, quindi “a casa” dello scrittore Stuparich. Tra i tre giovani c’è affiatamento, ma anche una certa competizione. Lucio è piuttosto timido; i suoi amici invece appaiono più risoluti e determinati. Ma l’avventura diventa presto una tragedia; Delio e Renzo precipitano nel buio della grotta. Lucio è l’unico a salvarsi; sconvolto dal dramma, deve cercare aiuto. Il villaggio più vicino è molto lontano e il ragazzo è a piedi. Da qui in avanti il giovane è travolto dall’indifferenza delle persone che incontra. Il campionario di reazioni che trova è simile a quanto a volte si sente anche oggigiorno quando capita una disgrazia. Non c’è nessuna mobilitazione per cercare i due sfortunati ragazzi. Si decide che fino all’intervento dei pompieri non si potrà fare nulla. Questa scelta procura sollievo a tutti perché “salva” la domenica e giustifica l’inerzia e il disinteresse. La società distratta dagli impegni del giorno di festa trova in questo comodo atteggiamento una forte unione che mette insieme giovani e anziani. Meschinità ed egoismo dominano. D’altronde è domenica e nessuno ha voglia di occuparsi di cose tragiche. Solo un’insegnante permette al ragazzo di telefonare ai pompieri. Il resto della giornata il superstite lo passa in una piazza, in attesa; ha corso, ha brigato, ha lottato duramente per scuotere la gente. Ora non può più fare nulla. Resta in disparte, mentre dalle case proviene il rumore delle posate e delle chiacchiere del pranzo.

Diversi sono gli spunti di questo racconto. Davanti a un evento luttuoso che riguarda gli altri e che richiede un’impegnativa mobilitazione, è facile celarsi dietro frasi di rito come “Se la sono cercata”, oppure dietro il paravento dell’autorità cui si demanda l’effettivo intervento, in attesa del quale non si fa niente. Solo la maestra è solidale col ragazzo che in quella domenica rappresenta “il portatore di tragedia” con cui non si vuole avere a che fare, anteponendo la propria tranquillità a tutto. L’unico risvolto positivo è che Lucio in quella giornata è cresciuto; ora ha perfino una ciocca bianca, è maturato, è un adulto, ha abbandonato la timidezza e si è battuto strenuamente da solo per cercare aiuto. Ha manifestato un carattere determinato che prima non aveva. Il dolore porta conoscenza, come dicevano gli Antichi Greci.

La sua iniziazione alla vita è stata triste e dura: “Il cuore gli picchiava alle pareti del petto come il pendolo in una cassa vuota”. Nei suoi pensieri, mentre in piazza attende l’arrivo dei pompieri, c’è la riflessione sul suo futuro. Dovrà in un certo senso spiegare perché lui è ancora vivo a differenza dei compagni e per quali ragioni oscure il destino lo ha salvato. Questo aspetto si lega alla vita di Giani Stuparich, volontario nella Grande Guerra in cui perse l’amico Scipio Slataper e l’amato fratello Carlo, suicidatosi nel 1916 sul Monte Cengio per non essere catturato dagli Austriaci. Dei tre giovani triestini, volontari di guerra e collaboratori della Voce di Prezzolini, rimase solo Giani; come Lucio nel racconto, sentì probabilmente anche lui l’esigenza di dover giustificare, dopo il conflitto, il fatto di essere tornato a casa da solo, provando il fardello del sopravvissuto che può essere alleggerito, forse, soltanto dal tempo. Lo scrittore farà ricorso anche alle armi del pensiero e della letteratura, scrivendo in ricordo di Carlo, I Colloqui con mio fratello.

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Assolo

14 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Assolo

"La Natura è musica e spesso è Rock. Un Rock duro...cattivo, che non da' speranze false e certezze impossibili. E' un Rock onesto... ascoltalo e suona le sue corde il più possibile ragazzo mio..."

Lo zaino è molto pesante, molto pesante anche stavolta; e molto più voluminoso del solito, stranamente squadrato a partire dalla base e culminante con un sottile pezzo di legno liscio, apparentemente troncato all’estremità superiore, troncato con una curvatura elegante, artistica e aggressiva.

Più da vicino si riconoscono sul pezzo di legno sei sottili ombre grigie, corde di metallo via via più fini, da sinistra verso destra, praticamente invisibili da qualche metro di distanza.

Il manico della chitarra svetta fuori dallo zaino, nudo, sovrastando la testa del ragazzo di una decina di centimetri.

La parete si erge davanti al ragazzo e alla chitarra, sopra di essi per circa duecento metri, un triangolo di roccia chiara, annerita qua e là dal recente acquazzone. Spezzoni di corda penzolano da chiodi arrugginiti, residui inutilizzabili di vecchi corsi roccia, di vecchi alpinisti in ritirata; isolate tracce di passaggio in quell’immensità di pietra.

Il ragazzo è immobile alla base della parete, attende; la chitarra è silenziosa, quasi strangolata dai lacci dello zaino; la parete è immobile e silenziosa, neanche una scarica di sassi la solletica, anch’essa sembra attendere qualcosa.

Come se nella vita non avesse fatto altro, il ragazzo si avvicinò alla roccia e cominciò la sua scalata. Lo zaino era, sì, molto pesante, ma dentro non c’erano corde, né chiodi, né martello e moschettoni. Non c’era un berretto o una fascia per il sudore, né una giacca a vento impermeabile. Nello zaino c’erano solo, oltre alla chitarra, un amplificatore da 40 Watt, un cavo flessibile ed una valigetta squadrata, di fabbricazione artigianale, contenente batterie elettrolitiche.

Il ragazzo conosceva bene quella roccia, l’aveva affrontata e vinta già tante volte. Da solo, con gli amici, con suo padre e suo fratello, ed ormai aveva conquistato la sua stima, la parete era sua amica, non meno del manico della chitarra con le sue sei corde. L’unica attrezzatura di cui disponeva erano le sue mani ed i suoi piedi; l’unico consiglio sensato, che ricordava, era di muovere un arto alla volta, mantenendo tre punti d’appoggio fissi. Come a stabilizzare un impossibile piano verticale.

Superò il primo strapiombo, poi il secondo e il terzo; la prima ora, poi la seconda e la terza.

La chitarra sporgeva spavalda dallo zaino, parallela alla parete, come essa svettante e appuntita a trafiggere il cielo. Tra loro, solo, il ragazzo solo, più giovane dei trent’anni che dimostrava, per la barba, i baffi che aveva da tempo, per la spolverata di bianco sulle tempie, per le pieghe intorno agli occhi, spaccature di una parete antica, che aveva già visto tormente di neve e gelo, tramonti accecanti, aurore consolatorie.

Le mani, rotte e sporche, sono ciò che rende simili gli alpinisti e i chitarristi; i polpastrelli sono duri e provocano un rumore strano se tamburellati sul legno, sono insensibili, non provano più né caldo, né freddo, né dolore. Forse per questo riescono a sentire più profondamente, pur nella loro cecità, gli appigli della roccia e la musica che si nasconde dietro corde sottili.

E il cuore; gli alpinisti e i chitarristi hanno anche lo stesso cuore, potente e inclinato di 45°, come quello del camoscio, pronto a pompare sangue all’impazzata, e sensibile di quella sensibilità particolare, che si nasconde e rimane in silenzio.

Ancora un diedro, pochi minuti, prima che il ragazzo giungesse sulla sommità del gigantesco muro su un canalino di erba che portava direttamente alla vetta. Con l’indifferente naturalezza con cui era partito, il ragazzo arrivò in cima: un cumulo di pietre spezzate dalle quali, anche sporgendosi, non riusciva a vedere niente dell’abisso che aveva superato. Alle sue spalle la montagna si presentava come un pendio erboso che, più o meno dolcemente, divallava incontro a boschi scuri di latifoglie.

Il ragazzo prese la chitarra, l’amplificatore, la batteria portatile e, mentre lo zaino vuoto si afflosciava nell’erba, suonò.

Suonò come se dovesse arrampicarsi su un’altra parete, come se dovesse superare un altro ostacolo; un ostacolo dopo un altro da affrontare, una parete dopo l’altra da scalare, un manico di chitarra da percorrere incessantemente avanti e indietro, dai bassi agli alti, cambiando di continuo tonalità.

Ma si sentiva stanco e mentre le dita scorrevano velocemente verso il fondo del manico, il suono echeggiava nell’immobilità dell’aria stridulo e distorto. E triste. Triste come un lamento o un urlo di una bestia ferita, di un dinosauro che da secoli viveva su quella scaglia di roccia.

Le note si rincorrevano accavallandosi e la montagna tutta stava in silenzio, come ad ascoltare quel lamento così estraneo, ma così familiare, quell’urlo carico di angosce, di cose non dette, di discorsi pensati per mesi e poi mai affrontati, di sogni svaniti puntualmente, quell’urlo carico di ricordi di persone amate solo con un silenzio vigliacco e poi sparite senza aver avuto nemmeno il tempo di salutarle.

La montagna ascoltava il lamento del ragazzo e della chitarra, amaro come l’odore dell’ozono nell’aria prima del temporale, amaro come l’acqua nelle cavità dei tronchi dopo il temporale.

E dal cielo plumbeo, carico di nubi, neanche un raggio di sole.

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Uno strano incontro

8 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Uno strano incontro

Quello che vi presento oggi è il racconto scritto da un amico di Napoli: un incontro breve e intenso con una lucciola, “una di quelle” come la definisce lui stesso, ma che porta a una profonda riflessione. La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno e sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario. Un intrigante miscuglio fra il ribrezzo dettato da atavici pregiudizi per le donne che si vendono e un brivido di intrigante desiderio…tutto da leggere.

"Uno strano incontro" di Giuseppe Campagna.

Avevo fatto male a non cambiare la gomma, uscendo dall‘officina del cliente, avevo notato che la ruota anteriore sinistra mi stava procurando una sorpresa a tempi brevi. Solo undici chilometri mancavano affinchè mi immettessi sull’Appia, ma il volante “tirava” sempre di più. Dovevo sostituirla, non vi era altro da fare. Accostai il più a destra possiibile e fermai al centro del faro di luce emesso da un lampione. Erano le ventuno. La Strada, come tutte le provinciali, aveva un aspetto squallido e, pur non essendo un uomo impressionabile, quella sostituzione sarebbe stato meglio poterla effettuare sulla strada statale, bene illuminata, nel tratto che da Casagiove porta a Santa Maria. Stavo già armeggiando col crik, quando un fruscio mi fece trasalire, mi sollevai dalla posizione curvata e,attraverso i vetri della macchina, la vidi. Non potevo sbagliarmi, era “una di quelle”. Contrariamente al suo ruolo, alla profonda scollatura ed al trucco smodato, in un buon italiano mi chiese di accenderle una sigaretta. “Certamente” le risposi , riprendendomi dalla sorpresa. Fu con la luce dell’accendino che potei fissarla meglio: venticinque o trent’anni, bei lineamenti, bruna alla maniera andalusa. “Vi ho forse spaventato? “ mi chiese dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo. Tergiversai: “E’ questa benedetta gomma, non ci voleva proprio, da dove sei sbucata?” le chiesi. Ignorò la mia domanda e proseguì: “Andate verso Santa Maria? “. “ Ci arrivo quasi. Prendo l’ autostrada a Caserta Nord “, Tra un’operazione e l’altra del cambio gomma continuavo a guardarla di sottecchi. Si, effettivamente era una bella figliola, peccato che appartenesse a quel mondo. Intanto l’ultimo bullone non aveva alcuna volontà di venire fuori ed io a bassa voce incominciai ad imprecare contro quei benedetti aggeggi pneumatici con i quali i gommisti avvitano i perni. Fu a questo punto che lei girò dalla mia parte e si chinò simulando di darmi una mano. La profonda scollatura ora metteva a nudo il seno di una scolaretta; un brivido mi percorse lungo la schiena. Fu il bullone a cavarmi d’ impaccio, si era deciso a venir fuori. Ora la macchina aveva ripreso a correre veloce ed io, di tanto in tanto, distraendomi per piccoli attimi dalla guida, guardavo la mia accompagniatrice. “Si vede – debuttò – che siete una persona per bene, non avete tentato di approfittare della situazione, oppure non vi piaccio?” La sua voce era calda, una piega maliziosa del viso smentiva la verità della sua ultima domanda. Le dissi sorridendo che a mio avviso nessun uomo che fosse stato tale avrebbe potuto pensare che lei non potesse piacere. Quando riprese a parlare i suoi occhi fissavano intensamente la cenere della sigaretta: “E’ per il mestiere che faccio? “ , ma lo sapete che quando un uomo mi interessa lo faccio con tutta me stessa? “. Fu quello l’unico vero momento durante il quale mi sentii tentato; ma non mi è mai interessato quel tipo di rapporto. Lo sballottare della macchina, per la strada leggermente dissestata, procurò che le gambe accavallate fossero abbondantemente scoperte, lei, con profonda femminilità sorrise compiaciuta e finse di riparare, lo fece solo in parte. “Che ne sapete di me?" Sbottò improvvisamente con un tono carico di risentimento. “Dolcezza,” le dissi assumendo con la voce l’ atteggiamento di chi è avvezzo a certe compagnie, ti sto dando solo un passaggio, non devi assolutamente pensare di dovermi niente. Il tono “snob” della mia voce non aveva sortito alcun effetto: sperai vivamente che non mi raccontasse la storia della sua vita. Le mie sorprese, però, quella sera non si dovevano limitare a quanto mi era accaduto perché di lì a poco il pneumatico che avevo sostituito era completamente a terra. Ora era soltanto la luna a rischiarare la strada, le facevano da concerto le mie imprecazioni, mi era impossibile pensare ad una qualunque soluzione. La mia accompagnatrice mi creava un problema ulteriore; era già difficile, data l’ora ed il posto, che il conducente di una delle rare macchine che passavano avesse accolto i miei cenni di aiuto, figurarsi quindi quando intravedevano la persona che mi accompagnava. Stavo per dirle di entrare in macchina, ma fu lei che con tono deciso chiese a me di rientrare nell’abitacolo. Avevo intuito le sue intenzioni e la cosa non mi entusiasmava per niente, servirmi del suo adescamento per riuscire ad ottenere per qualche chilometro un qualsiasi aiuto od una gomma in prestito, mi contrariava fino a toccarmi lo stomaco. La strada ora diventava sempre più deserta, passava un’auto ogni periodo che mi sembrava un’eternità. Non mi riuscì di accettare oltre quella scomoda condizione di cacciatore che mira a distanza come l’esca venga catturata dalla preda. Fu mentre uscivo dalla macchina che vidi la lussuosa BMW, fermarsi accanto alla donna, alla guida era un uomo sui 55/60 anni, uno di quelli che hanno la ferma convinzione che l’età possa essere celata dall’accorta pettinatura, dall’abito sportivo-elegante e che lo stemma di una BMW riesca a far credere che i 60 anni siano al massimo 45. Intuii come si stavano mettendo le cose e mi avvicinai; mi accorsi dopo che il mio camminare aveva assunto un andare dinoccolato e avvertii che qualche piega nata sul mio viso mi stava dando l’aspetto che mi ritrovo quando affronto con decisione le situazioni difficili. Mentre l’uomo innestò la prima ed il rombare del motore coprì la sua ultima frase, riuscii soltanto a sentire: “... un passaggio a te lo do ben volentieri”. “Perché vi siete avvicinato – mi redarguì – sarei riuscita a guadagnarmi uno strappo per entrambi…” troncai netto e replicai: “Potevi andare, perché non l’hai fatto”. Enfatizzando ed in maniera ironica il tono della voce: “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ora i suoi occhi chiedevano un po’ di soddisfazione per il gesto che aveva fatto di non lasciarmi solo. Chissà perché certe volte siamo cinici nei momenti meno giusti, infatti le dissi: “Sei proprio una stupida!” Se ne ritornò taciturna in macchina, mi avvicinai allo sportello dalla sua parte e con il ticchettio delle nocche la invitai ad abbassare il vetro e tutto d’un fiato sbottai: “Scusami”. Ora una largo sorriso aleggiava sul suo viso: era stupenda quando sorrideva, i fazzolettini che l’avevano aiutata a struccarsi s’erano portati via anche i segni della sua professione e convenni che incontrandola in un ufficio o a casa di amici, quella sarebbe stata un’ambita donna da conquistare. Girai intorno alla macchina, andai a sedermi al mio posto, le offrii una sigaretta e ne presi una per me. “Come ti chiami", le domandai . “Gianna” e da quanto tempo fai questo lavoro”. “Da un mese” mi rispose. “Benedetto Iddio, quasi urlai, ma non potevi fare una qualunque altra cosa, che so, la cameriera per esempio?” “Se fossi la vostra cameriera, quante volte al giorno pensereste di portarmi a letto?” Sì, aveva proprio ragione una donna fatta bene come lei e con quel viso da madonnina, o diventa una diva (prostituta col consenso del pubblico) o lavora in ufficio (scansando le solerti mani dei colleghi) o si colloca tra le schiere delle lucciole e si fa risarcire in denaro quanto madre naturale le ha elargito e gli altri tentano di portarle via. Squallido! Ma reale! Vinsi la grossa ripugnanza che si frapponeva tra i miei istintivi desideri e lei ed accostai una mano sulla sua: si voltò a fissarmi; Dio come la vita insegna agli occhi di certe creature a parlare: il suo sguardo mi scavò dentro, deglutii a fatica, una barriera fittissima era tra noi, lei l’avvertì e come per un occasionale movimento, fece scivolare via la sua mano che era al di sotto della mia. Nel suo sguardo avevo letto una convinzione assai chiara, ero un uomo piccolo, piccolo, piccolo, legato ad una balorda educazione e ad un fasullo perbenismo che teneva imprigionata la mia mediocre anima. Restammo in silenzio non so per quanto tempo, ma nella mia mente non c’era più rabbia per quell’incidente che mi avrebbe tenuto lontano dal piacevole impegno settimanale: la partitina a poker a casa dei miei amici; no, ora facevo una velocissima scorsa nella mia mente delle persone influenti di mia conoscenza che avrebbero potuto dare una mano a quella ragazza: nessuna andava bene, tutta gente che nella migliore delle ipotesi, quando avrei presentato loro quel pezzo di figliola, avrebbe pensato ad un interessamento troppo personale ed impossibilmente disinteressato. Allora fui io a rompere il silenzio e le dissi: “Se il nostro volto, il calore della nostra voce, l’espressione dei nostri occhi è veramente l’indice della nostra indole, sono certo che tu sei una persona recuperabile: cosa si può fare per te?” Mi guardò alla sua maniera, in quel modo che ti scavava dentro, non ebbe dubbi, capì che dietro la mia offerta, non c’era nessuna richiesta in cambio e quindi esclamò: “ Cosa volete che m’importi!” Lo stridio dei freni ci fece sussultare la macchina si era perfettamente accostata alla mia, l’uomo sbirciò nel nostro abitacolo, intimò con un breve deciso cenno della testa alla mia accompagnatrice di raggiungerlo: ella ubbidì. Appena fu seduta nell’auto accanto a lui, la macchina sgommando presto sparì all’orizzonte. Trassi dal pacchetto un’altra sigaretta e mentre le davo fuoco i miei occhi, alla capace luce dell’accendino rividero quei fazzolettini con i quali ella si era struccata. Possiamo certo toglierci dal viso la brutta maschera di molti affanni, ma non sempre la vita ci consente di impedire agli altri, contro la nostra volontà, di truccarci di nuovo.

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UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

7 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008) vinse nel 1970 il Premio Nobel che però non ritirò per il timore che le autorità sovietiche non gli permettessero di rientrare nel suo Paese. Oppositore indomito del regime, passò molti anni nei Gulag. Le sue opere più note sono Una giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag.

“Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo”.

Così si apre il lungo racconto. Il protagonista è rinchiuso in un campo di lavoro staliniano e lotta quotidianamente contro il freddo, la fame, gli abusi dei carcerieri. Come è finito qui? Nel 1941, in guerra, è stato preso dai tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Riuscito ben presto a scappare, era tornato nelle proprie linee. Qui però aveva subito il volto diffidente e cinico del potere sovietico; ogni prigioniero era sospettato di essersi arreso volontariamente al nemico. Ivan è condannato a dieci anni per alto tradimento. I reclusi del campo devono rispettare dure regole e sono costretti a lavorare quasi ogni giorno, salvo che non ci siano più di quaranta gradi sotto zero. Le fatiche sono immani ma Ivan e gli altri per sopravvivere devono avere sempre una buona reattività fisica e mentale. Ci si salva se si riesce a strappare con l’astuzia una razione in più, se si protegge il proprio cibo dalle mani fameliche dei compagni, se si è pronti a fare qualche piccolo favore a chi in cambio può dare una sigaretta o qualche pezzetto di pane. Ci vuole sempre destrezza per non subire punizioni perché il regime del campo è severo, burocratico, infido; ci sono guardie, capiscorta, detenuti con qualche mansione di responsabilità, delatori. Denisovič sa già che dopo i dieci anni scontati verrà ancora trattenuto in qualche modo, senza una specifica ragione. Non c’è speranza, bisogna solo vivere il presente e arrivare fino al giorno dopo. Ha già fatto sapere alla moglie di non mandargli pacchi, per quanto sia tormentato dalla fame. Non può essere sostenuto per tanti anni dalla sua povera famiglia. L’attenzione dell’autore per gli ambienti, la fisicità degli uomini, per i volti abbruttiti, per i corpi stretti e pressati nella mensa o nella baracca, richiamano il kafkiano La città effimera di Giuseppe Scortecci, soldato e prigioniero dopo Caporetto nella Grande Guerra. Inevitabile il confronto con Se questo è un uomo di Primo Levi. Alcuni compagni di Ivan discutono tra loro di cinema e teatro. Hanno trovato un articolo di giornale che parla di uno spettacolo a Mosca e si confrontano su questi temi. Anche Levi nel suo libro ricorda una conversazione nel lager con un amico, incentrata sulla figura di Ulisse e sui versi danteschi dedicati all’eroe omerico. Parlare di un evento culturale o di un poema come si farebbe altrove a cena con un amico significava allontanarsi per qualche momento dall’inferno quotidiano. Ivan quel giorno si occupa con i suoi compagni di costruire un muro. Lo fa con giudizio e cura. Ha lavorato e patito per i suoi aguzzini, ma alla fine della giornata è soddisfatto sia per aver mangiato “abbastanza”, sia per la brillantezza del lavoro svolto. Questo aspetto si trova anche nelle memorie di alcuni ebrei vittime dell’Olocausto. Svolgere il proprio lavoro con competenza è un aspetto gradevole, segno di un animo pulito e limpido. Questa soddisfazione può sembrare assurda, come lo è la sua condanna a dieci anni di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma ciò significa che Ivan non è ancora stato devastato interiormente dalla spietata e annichilente detenzione. Ha ancora dei principi e dei valori; la sera, aiuta un compagno meno scaltro di lui a nascondere il cibo ricevuto da casa e lo fa per pura amicizia.

Si chiude così, con qualche segno di azzurro, una giornata di ordinario lavoro in un campo staliniano; Denisovič sorride quando finalmente può andare a dormire, anche se sa che la sua prigionia sarà molto lunga. La pena che deve subire conta, infatti, tremilaseicentocinquantatré giornate come questa.

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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

5 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.

Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.

Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.

Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.

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LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

22 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Si tratta davvero di un godibilissimo racconto, letto nell’edizione Bompiani; ci permette di riflettere sulla società di oggi e sul mondo della comunicazione. Siamo nel secondo dopoguerra. La ferocia della dittatura nazista e l’orrore del recente conflitto sono alle spalle. Ora c’è una realtà di crescita economica e i cittadini hanno diritti e tutele. Il dottor Murke lavora negli studi della radio. Ha ricevuto l’incarico dal direttore di revisionare il testo di due conferenze incise su nastro dallo scrittore Bur-Malottke, un intellettuale più tronfio che profondo. Perché questa revisione? Semplicemente il conferenziere, risolto un lungo travaglio interiore, ritiene di non poter più usare la parola “Dio” che andrà sostituita dall’espressione “Quell’essere superiore che veneriamo”. Si tratterà di fargli registrare varie volte quella frase, sostituendola all’altra troppo impegnativa parola. Un lavoro piuttosto lungo, dato che ci si muove nella lingua tedesca che ha vari casi a seconda del complemento. Il direttore è in soggezione davanti a Bur-Malottke che addirittura esprime la volontà di rivedere tutti i suoi testi registrati, anche quelli più vecchi. La richiesta sembra frutto di un capriccio intellettuale, ma a quest’uomo presuntuoso non si può opporre un rifiuto. Non c’è più Hitler, ma esistono ancora personaggi pieni di sé cui non si riesce a dire di no. Sono quelli che potremmo chiamare i tiranni del quotidiano; sanno come muoversi, trovano le porte aperte, non hanno bisogno di prendere appuntamento. Con loro ci si scusa se hanno dovuto attendere qualche attimo; bisogna essere quasi onorati di sciupare il proprio tempo con le loro bizze. Il dottor Murke è persona intelligente e arguta, tanto che il direttore lo guarda con diffidenza pur apprezzandolo, dato che a lui affida quell’incarico abbastanza delicato. Murke fa la sua parte, non rinunciando a prendersi gioco del pomposo intellettuale. Il mondo della radio è pieno di programmi e di parole che spesso si configurano al protagonista come una realtà fatua e vuota. La società ora è libera, libera anche di essere stupida o forse non abbastanza libera per riuscire a ridimensionare la vanità di un uomo. Bur-Malottke è infatti un uomo come tutti, ma altezzoso; la convinta centralità dei suoi piccoli pensieri lo rende ridicolo. Gli manca la distanza da sé per concepire in modo più umile il proprio ruolo.

Pensiamo a Joseph Roth e a come ci presenta il Kaiser Francesco Giuseppe in un passo tratto da La marcia di Radetzky. Il vecchio monarca sta passando in rassegna un reparto di militari. Tutta la maestà e il carisma del sovrano che governa da oltre mezzo secolo scompaiono davanti a una gocciolina che capricciosamente penzola dal suo naso imperiale, attirando l’attenzione dei soldati e naturalmente del lettore. Francesco Giuseppe appare semplicemente come un uomo, oltretutto anziano e goffo. Come sopportare i Bur-Malottke e le loro stucchevoli chiacchiere? Murke ha trovato un modo. Dal nastro di ogni programma vengono tagliati dei pezzi che non contengono nulla se non inutili pause. Il protagonista recupera queste parti; non pago di ciò, chiede alla sua ragazza di restare muta mentre lui registra. In questo modo recupera ancora un po’ di silenzio, facendo un nastro sempre più lungo. Poi lo ascolta e questo per lui è estremamente riposante. Il nulla e lo scarto diventano necessari per ristorarsi. La sua reazione al disagio del vivere con gli altri è ben diversa rispetto a quella dello scrivano Bartleby di Herman Melville. Lo scrivano rispondeva con un inatteso “Preferirei di no” a una normale richiesta del suo principale, rifiutando in blocco il mondo del fare, del produrre, del correre, dell’essere competitivi. Una scelta radicale e destinata a portare all’isolamento e alla solitudine. Invece, la via di Murke è più sottile e permette di convivere. La realtà del lavoro e della comunicazione produce vaniloqui a iosa, ma anche piccole e preziose quantità di silenzio. Ci sono il veleno e l’antidoto nello stesso mondo.

Il chiasso e il silenzio si confrontano, si alternano, hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano reciprocamente. Si tratta di una dialettica che può portare a una non facile sintesi. Trovare un equilibrio tra questi due poli significa trovare quiete e serenità.

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