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racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

28 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

«E tu chi farefti?», il bambino mise le mani sui fianchi per dare più enfasi alla domanda. Gli dovevano spuntare ancora gli incisivi e di pronunciare la “esse” per il momento non se ne parlava proprio. Poco male, perché il sibilo che emetteva ricordava il fischio risoluto di un arbitro in campo, capace di fermare il gioco e attirare su di sé l’attenzione. E al bimbo non dispiaceva affatto questo temporaneo potere sdentato.

«Chi farefti??», chiese di nuovo, avvicinandosi alla sedia in cucina su cui stava seduto quello sconosciuto, vestito con una tuta mimetica bianca e argento.

«Sono l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino», rispose l’intruso. Accanto a lui, sul pavimento, due scarponcini color argento che al bambino ricordarono subito gli anfibi che portavano ai piedi i suoi soldatini, quelli della collezione chiusa nella vetrinetta in camera sua.

«Rico- che?», che parole strane usava quello sconosciuto.

«Ri-co-gni-to-re.», sillabò l’angelo. «Ricognitore. Faccio il giro nelle case prima della vigilia di Natale per trovare i percorsi più rapidi e le scorciatoie per le consegne dei regali. Così Gesù Bambino non rischia di perdersi o di fare troppa strada inutilmente.»

«Cafpita!», scappò detto al bambino, ma subito corse in corridoio. Per controllare che la porta di ingresso non fosse stata forzata. Le chiavi però erano nella toppa e tutto sembrava in ordine.

«So a cosa stai pensando», lo anticipò l’angelo. «Non sono un ladro. Ti pare che resterei qui a parlare con te? Sarei subito scappato, non appena sei arrivato in cucina e hai acceso la luce, no? E’ che ero un po’ stanco e avevo deciso di fare una pausa. E poi, mi facevano male i piedi. Io soffro spesso di mal di piedi. Questi anfibi saranno pratici per le ricognizioni, ma dopo un po’ si fanno sentire. Ma tu piuttosto, che ci fai alzato a quest’ora e perché ti hanno lasciato solo?»

No, non era un ladro, pensò il bambino. Aveva ragione lo sconosciuto, un ladro non si sarebbe trattenuto a parlare e a fare domande, avrebbe tagliato la corda. E soprattutto non si sarebbe tolto le scarpe mettendosi comodo su una sedia.

«Avevo fete. Cofì mi fono fvegliato. Mamma e papà ftasera fono andati a teatro. Ma io, come dice fempre il mio papà in queste occafioni, poffo ftare tranquilliffimo. Al terzo piano vive la nonna Alberta. Fe ho bisogno, le telefono e lei troverà una foluzione.»

L’angelo si stupì.

«Ma come, non ti hanno portato a dormire dalla nonna? Sei ancora piccolo per rimanere solo…» e pensò subito a quanto moderni dovessero essere i genitori di quel bambino. Si ricordava delle ansie di altri genitori che mai e poi mai avrebbero lasciato i figli da soli in casa, perché nell’immaginario di quelle madri e di quei padri apprensivi, appena chiuso l’uscio di casa, i pargoli avrebbero messo in atto le fantasie più spericolate: zolfanelli accesi per incendiare il condominio, fornelli del gas aperti e sibilanti come cobra velenosi, pentole messe sul fuoco e lasciate incustodite per giocare alla fonderia.

Il bambino fece spallucce.

«Nooo. Come dice il mio papà, la nonna Alberta è una fignora un po’ originale e non vuole avere neffuno trai i piedi.», il bambino gettò un’occhiata agli anfibi dell’angelo, «Forfe perché foffre di mal di piedi come te e per questo vuole effere lasciata fola?»

«Non penso.», rispose l’angelo inquadrando al volo la situazione.

«Vuoi bere qualcofa?», chiese il bimbo.

«Grazie, un po’ d’acqua. Frizzante se c’è.» e l’angelo si allungò sulla sedia.

«C’è la Frizzina! L’acqua fatta con la polvere magica!», esultò il bambino prendendo dal frigo una bottiglia con il tappo in ceramica rossa.

L’angelo riflettè un attimo. Anche sulla terra le cose erano cambiate. Ora gli uomini avevano la polvere magica e potevano fare l’acqua. Un tempo non era stato così. Meglio, però, il progresso passava anche dall’avere a disposizione la magia. E chissà come sarà stata buona quell’acqua…

Dopo aver bevuto un bicchiere colmo di quel liquido dissetante, ma un po’ salato - «Forse devono ancora studiare meglio e dosare i poteri magici» aveva pensato l’angelo sentendo sotto i denti qualche granello di quella polverina misteriosa – all’angelo venne in mente che non aveva ancora chiesto a quel bambino come si chiamasse.

«Rodolfo! Magnaghi Rodolfo!», aveva subito risposto il bimbo.

«E tu?», gli aveva chiesto di rimando Rodolfo.

«Ricognitore Angelico 72», aveva risposto sicuro l’angelo.

«E un nome non ce l’hai?», Rodolfo sembrava un poco deluso. Quell’angelo si chiamava con un numero, quasi fosse stata la targa di un’automobile.

L’angelo piegò la testa un poco di lato. No, un nome vero e proprio lui non l’aveva. Ma tra angeli ricognitori ci si riconosceva al volo e il numero, in fondo, era solo per motivi di praticità e per rendere rapide le comunicazioni. In fondo, non c’era nulla di male. Era sempre stato così.

«Fe ti chiamo Angelo Piero, ti offendi?», aveva sussurrato allora Rodolfo.

«Perché dovrei? Piero è un bel nome. Importante, di un certo peso, soprattutto lassù.», e l’Angelo Ricognitore 72, ammiccando, aveva indicato il soffitto.

«Fì, Piero è un bel nome», aveva annuito Rodolfo, «e poi cofì fi chiama un mio amico che incontro fempre d’eftate, in vacanza al mare. E’ fimpaticiffimo e fa fare un facco di giochi.»

«Vuoi mangiare qualcofa?», Rodolfo, senza aspettare una risposta, si era avvicinato al frigorifero.

«Perché no?», l’Angelo Piero non aveva fatto in tempo finire la frase, che Rodolfo aveva esclamato, infilando la testa nel frigorifero: «Ci facciamo un panino con la provola e il profiutto cotto!»

E così era stato.

Mentre mangiavano, Rodolfo si era meravigliato di come l’Angelo Piero si comportasse impeccabilmente: sedeva composto al tavolo della cucina, non sbriciolava, non parlava con la bocca piena, non masticava rumorosamente. Sarebbe piaciuto tantissimo alla mamma di Rodolfo che ci teneva così tanto a certi modi di fare.

«Puoi rimanere fino a quando tornano i miei genitori?», aveva chiesto timidamente Rodolfo. Ci teneva a presentare loro quel suo nuovo amico così tanto compìto.

«No, Rodolfo,», aveva risposto l’Angelo Piero, «non posso. E poi, sai, gli adulti – o meglio la maggior parte degli adulti - non possono vedermi. I bambini, fino a una certa età sì, ma i grandi no.» E subito, vedendo come l’espressione di Rodolfo stesse virando al dispiacere, cercò di cambiare discorso.

«Certo che tu per essere così piccolo parli proprio bene!»

E Rodolfo aveva spiegato all’Angelo Piero che lui, spessissimo, quando era a casa, leggeva i libri di avventure e le parole nuove le imparava da pirati, bucanieri, burattini, moschettieri e guardie del re disseminate in tutte quelle pagine.

Rodolfo sospirò e fissò gli scarponcini color argento dell’angelo che erano rimasti accanto alla sedia.

«Belli quelli! Proprio belli…», ma non aveva avuto il coraggio di finire la frase.

L’Angelo Piero intuì cosa stesse pensando il bambino. Non disse niente, però. Chiese a Rodolfo di poter vedere la sua cameretta e, una volta entrato in quella stanza, vide, sopra al comodino, un pupazzo bellissimo.

«E quello?», chiese l’Angelo Piero sgranando gli occhi.

«E’ Topo Gigio parlante!», rispose sicuro di sé Rodolfo e, avvicinandosi al pupazzo lo toccò sulla pancia.

«Strapazzami di coccole!» esclamò con un soffio di voce Topo Gigio.

«Ma è bellissimo!», l’Angelo Piero non riusciva a contenere il suo entusiasmo, «Una bambola parlante! Non sapevo che sulla terra fossero arrivati a tanto! Siete riusciti a fare parlare le bambole! Un’altra magia! Ai miei tempi non c’erano le bambole parlanti!»

Vedendo quell’angelo così entusiasta del suo Topo Gigio, Rodolfo ebbe un’idea.

Avrebbero fatto un baratto: Topo Gigio in cambio degli anfibi dell’angelo.

«Ci sto!», disse l’Angelo Piero al colmo della gioia, poi, subito, aggiunse: «Io però non posso tornare scalzo. Devo ancora fare qualche ricognizione e a piedi nudi credo che soffrirei un po’.», così dicendo, fissò le ciabattine di Rodolfo. Troppo piccine però per i suoi piedi d’angelo cresciuto.

«Le fcarpe inglefi di mio papà!!», Rodolfo si dileguò all’istante per tornare con un paio di bellissime scarpe nere elegantissime.

«Mio papà dice fempre che quefte fcarpe fono cofì morbide da fembrare delle pantofole. Provale!», e il bambino tese all’angelo quelle calzature lucide lucide.

Non c’era che dire. Le scarpe, morbidissime, calzavano a pennello e non stonavano per nulla con la tuta mimetica bianca e argento dell’angelo. Anzi, davano un tocco chic e sbarazzino alla tenuta marziale dell’Angelo Ricognitore. L’Angelo Piero finì di allacciarsi le scarpe e infilò Topo Gigio nella tuta mimetica.

«Rodolfo, io ora devo proprio andare. Però, però… se qualche volta tornassi a trovarti? Mi farebbe piacere. Questa sera mi hai fatto conoscere un po’ di cose nuove che siete riusciti a fare sulla terra – la polvere magica per l’acqua, le bambole parlanti, mi hai dato un nome…»

«…E ci siamo fatti compagnia!», lo interruppe Rodolfo.

Sì, proprio così. Si erano fatti compagnia. Così, mentre si abbracciavano per salutarsi, l’Angelo Ricognitore 72 promise a Rodolfo che, di tanto in tanto, quando sarebbe stato in libera uscita, sarebbe andato a trovare il bambino per fare quattro chiacchiere, mangiare un panino alla provola e al prosciutto cotto e bere un bicchiere di Frizzina.

«Carlo, è sparito il pupazzo di Topo Gigio parlante di Rodolfo! Eppure giurerei che ieri sera era sul suo comodino! Rodolfo sostiene che l’ha regalato all’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino!», la signora Adele aveva la voce spezzata, «Sono preoccupata per quello che dice il bambino. Non avrà dei problemi?»

Il papà di Rodolfo sollevò gli occhi dalla tazzina di caffè.

«Andiamo, Adele! Sempre a esagerare, tu! Mica vorrai dare importanza alle fantasie di un bambino? A scuola avranno letto una fiaba che parlava di angeli. E lui ci avrà ricamato su. E vedrai anche che Topo Gigio si ritroverà. Tuo figlio, che è sempre sulle nuvole, l’avrà sistemato da qualche parte e ora non si ricorda dove lo ha messo. Salterà fuori. La casa non perde mai nulla, come si dice.»

La signora Adele non sembrava del tutto convinta, ma si trattenne. Non aveva certo intenzione di iniziare una discussione con il marito alla mattina della vigilia di Natale.

«A proposito, Adele, stasera vorrei mettere le mie scarpe inglesi. Ma non le trovo. Non è che le hai messe via tu senza dirmelo?», il papà di Rodolfo si versò dell’altro caffè e la signora Adele, che non aspettava altro, partì all’attacco.

«Ah, io le tue scarpe non le tocco. Ci mancherebbe! Certo che tu e tuo figlio siete proprio uguali! Sistemate le vostre cose e poi non vi ricordate dove le avete messe! E sì che tu non mi sembri tanto sulle nuvole! Vedrai che le tue scarpe salteranno fuori. La casa non perde mai nulla, o no? Altrimenti vorrà dire che se le è prese l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino. Certo, Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi. Un’accoppiata perfetta per un Angelo Ricognitore!» e così dicendo, la signora Adele si alzò e andò in camera per scegliere l’abito che avrebbe indossato quella sera.

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“I pastetti ra viggilia” (Le crespelle della vigilia)

24 Dicembre 2014 , Scritto da Angela Argentino Con tag #unasettimanamagica, #racconto

“I pastetti ra viggilia” (Le crespelle della vigilia)

Quell’anno decisi di ritornare in Sicilia per le feste di Natale e…non da sola.

Il 23 dicembre mattina prendemmo il direttissimo Roma-Siracusa che, arrivato nelle campagne di Battipaglia, si fermò per quattro ore a causa di uno di quegli scioperi “a singhiozzo” tanto frequenti in quegli anni di piombo.Tirai fuori un mazzo di carte e cominciammo una partita a scopa .

A Lamezia Terme, il treno si fermò per altre due ore. Dalla scopa eravamo passati alla briscola e il gioco si era esteso a tutto lo scompartimento.

A Villa San Giovanni arrivammo che si era fatto già buio e lì restammo per un tempo indefinito, rassegnati a passare la vigilia di Natale in qualche stazione.

A Noto, intanto, fervevano i preparativi.

Mia madre stava preparando le “scacce” e aveva bollito al punto giusto i broccoli per le “pastette” della vigilia.

“I cos’arùci” (facciùna, mustazzòla, i pasti i miènnula e i cosi i meli) li aveva preparati già dalla settimana precedente perchè “avièunu a rritunnàri ”, secondo il suo gergo, avere cioè il tempo di ammorbidirsi, cosa particolarmente raccomandata per i biscotti al miele che, senza tale “ritorno”, potevano essere considerati veri e propri “cuticciùna”.

I miei genitori non sapevano esattamente a che ora saremmo arrivati a casa.

In tempi così “fluttuanti” ritenemmo più opportuno lasciarli in attesa della sorpresa.

Riuscimmo a traghettare verso le 10 del giorno dopo e, giunti finalmente sulla costa ionica, ad ogni stazione e stazioncina, senza scampo, il treno sostava per almeno un’ora.

Quando mia madre, alle 6 del pomeriggio del 24 dicembre, mise farina, lievito e acqua nel “lèmmu” per preparare la pasta delle “pastette”, noi eravamo riusciti ad arrivare a Catania. Nello scompartimento non si giocava più e, da almeno 100 km, ridevamo ormai senza ritegno e senza motivo, dividendo in spirito di fratellanza le ultime vettovaglie.

Alle 7 di sera scendevamo barcollanti alla stazione di Siracusa. Ci toccava ancora prendere la “littorina” per Vittoria e scendere a Noto, essere a casa.

Casa? Una casa in affitto vecchia e malandata dove una lampadina di 60 watt (e forse anche meno) illuminava scarsamente la nostra sala da pranzo. Nessuno mai si era curato di risolvere il problema e mia madre per anni aveva invano preteso di infilare “a ugghia” in quella semioscurità.

Alle 8 di sera, mia madre cominciò ad avere delle piccole vertigini al pensiero che la pasta, già abbondantemente lievitata, potesse inacidirsi e compromettere il risultato delle sue fragranti e saporite “pastette”, senza le quali non ci poteva essere vigilia di Natale.

La sua ansia lievitava come la pasta e, quasi sull’orlo delle lacrime, chiese a mio padre che ne fosse stato di noi, allorché bussammo alla porta.

Stravolti dalla stanchezza, avevamo ormai un aspetto più da profughi che da “crisstiani”.

Mia madre ci salutò in fretta e con un lampo di gioia scappò in cucina, lasciando mio padre ad ascoltare il racconto di quel nostro faticoso viaggio.

Intanto la sentivamo che sbatteva la pasta, la picchiava perchè si sgonfiasse, la puniva per aver lievitato al limite dell’acidità.

Ora sì che era Natale! -“I pastetti si puònu friiri !!! ”- ci annunciò con la sua voce da soprano.

Loro due già vecchi e noi due, giovani e innamorati, seduti al tavolo della vigilia. Era la prima volta che Apostolos veniva in Sicilia e a casa mia.

Fu un trionfo di “scacci”, di “sfinciùna”, di piatti della tradizione.... ma quelle pastette lievitate nella nostra attesa, avevano il sapore dell’amore di mia madre che mai riusciva ad esprimere a parole.

Il suo amore per noi era sparso a piene mani in quei suoi magnifici dolci, nel colore dorato delle focacce, nella cronometrica perfezione della cottura, nell’arte del “rièficu”.

Mio padre con i suoi begli occhi pieni di guizzi, per tutta la serata continuò a ripeterle: “Ma’n to ricìa ju, ca vinièunu?”

Per i non siciliani ecco la traduzione di alcuni termini

*A scàccia = focaccia ripiena (di verdure, di carne o pesce o altro)

*I cosi arùci = lett. Le cose dolci = I dolci

*I cuticciuna= grossi sassi

*U lèmmu= vaschetta di terracotta a forma a tronco di cono, smaltata in modo tipico con onde di bianco e verde che si mischiano tra di loro

* La littorìna= treno locale di solito composto da pochissimi vagoni

*A ùgghia = l’ago

*I crisstiàni (da pronunciare con la ‘’ sst ‘’ calcata , forte, alla siciliana) = le persone

*I pastetti si puonu frìiri =Le crespelle si possono friggere .

*U sfinciùni = pasta lievita molto morbida, lavorata a lungo, condita con aglio, prezzemolo, pezzetti di pomodori, acciuga e con molto olio, posta in teglie abbastanza alte e messa in forno dove si gonfia restando molto morbida al morso

*U rièficu = sigillatura e rifinitura dei due lembi della pasta delle focacce. Si ottiene con un movimento ad onda di pollice indice e medio. Si usa dire di donna sveglia e completa che sia ‘’na fimmina co rièficu’ , cioè donna a cui non manca nulla

*Ma’n to ricìa ju, ca vinièunu?” = Ma non te lo dicevo io che sarebbero arrivati?

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Xmas city madness

24 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #unasettimanamagica, #racconto

Xmas city madness

“Ho visto il Natale dalla mia bicicletta!

Il Natale in città!

Io vedo tutte le feste dalla mia bicicletta in città. Vedo il Ferragosto. Vedo San Francesco e Santa Giulia. Vedo la Pasqua e la Pasquetta, la Liberazione e i Lavoratori. Vedo il mio Compleanno. Le vedo tutte!

Il Natale lo vedo in città perché ci sono le pozzanghere. Le strade sono piene di buche e negli inverni caldi e piovosi, come ci sono in città, le buche, che forse non tappano mai perché sono beni comunali, si riempiono di pioggia. E io devo stare attento con la mia bicicletta, perché se finisco in una di quelle profonde mi posso schizzare o posso cascare in terra e finire sotto una macchina.

Quindi negli inverni caldi e piovosi della città, quando pedalo guardo sempre in terra per vedere a tempo le pozzanghere.

E allora l’altro giorno mi sono accorto del Natale! Nelle pozzanghere a Natale ci sono i riflessi delle lucine e io quelli ho visto!

Guidavo, stavo attento, e improvvisamente ho visto una fila di uccellini su un filo che parevano in fiamme! Ho alzato la testa… e c’era il Natale con le sue lucine!

A Natale a volte gli uccellini si riuniscono in nidi che brillano, o sennò stanno sul bordo di abeti sospesi per aria, o anche tutto intorno a grassi signori col cappello a pon pon!

Nelle pozzanghere poi sono proprio belli, e io mi fermo tanto a guardarli e penso…

…sembrano tante lampare che salpano su un mare nero. Penso e mi ricordo.

Mi ricordo il mare nero al molo del porto da dove il mio babbo è salpato con la lampara per andare a pescare. Tanti anni fa eh! Proprio tanti!

Gli uccellini nelle pozzanghere me la ricordano, quella notte, quando poi ritornai a casa da solo. Senza lui. Perché lui era rimasto a pescare e deve ancora tornare… o è morto o ha la barchetta piena di pesce e non ce la fa a rientrare al molo!

…un clacson… ahiò!

Mi ero incantato a guardare nella pozzanghera! In mezzo di strada! E c’era l’8 nero dietro che doveva passare!

<<Scusa 8 nerooo!>>

L’8 nero in realtà ora si chiama 8N, perché i filobus non hanno più i numeri stampati sul davanti, ma hanno uno schermo dove i numeri scorrono e sono gialli e dove ci sono scritte anche le fermate! Ma così il colore dei numeri non si vede più, perché sono tutti gialli! E invece prima l’8 nero era scritto di nero per distinguerlo dall’8 rosso, che era scritto di rosso. Ma ora c’è scritto 8N e 8R. In giallo.

L’8 nero lo devo far passare alla svelta perché fa un giro… di tutta la città! Ci metterà due ore per ogni giro! C’è gente che non ci vuole proprio salire perché sennò non arriva più dove deve arrivare… li sento alle fermate:

<<Gua’! Ecco l’8!>>

<<Ma è ir nero or rosso?>>

<<De il nero! C’è scritto 8N…>>

<<Vai allora aspetto l’Uno, sinnò ci dovento nonna sull’8 nero!>>

<<Dice c’è uno che c’è montato e ull’hanno più ritrovato!>>

<<De! Tanto settuvvòi fa ‘n giro peta perischerzo!>>

Quindi io l’8 nero lo faccio passare alla svelta e mi scuso, non vorrei che l’autista non arrivasse a casa a cena a tempo…

Riparto sulla mia bicicletta e mi guardo un po’ di Natale in città.

Ecco due operai che lavorano alacremente a sturare una fognatura. Bravi!

Ecco un vigilino che controlla se le macchine hanno messo il bigliettino del parchimetro. …Mmmm…

Ecco una vecchietta che esce dalla pettinatrice con i capelli viola e fonati! Brava!

Ecco un gruppo di giovani che parlano e ridono col bicchiere di vino in mano davanti all’enoteca di Ilio! Bravi!

Poi ecco che arrivo nel centro e c’è la piazza principale grande a rettangolo, col suo palazzone della provincia e le baracchine dei Mercatini di Natale! Giro intorno alla fontana che c’è in mezzo e mi vedo le baracchine!

C’è tanta gente che pare correre da tutte le parti! Dove vanno? Di corsa sempre!

Alcuni hanno le mani piene di sacchetti con dentro i pacchetti dei regali… qualcuno sembra un dog sitter di regali! Con sei o sette sacchetti per mano! Come se avesse dei cagnolini che non tirano, stanno buoni… ma alla fine non lo considerano nemmeno. I sacchetti pieni dei dog sitter dei regali (sei o sette per mano!) sono come dei canetti irriconoscenti per chi li porta in giro. Pronti a cambiare mano o padrone. Sono canetti infedeli!

Schivo la gente dalla mia bicicletta e giro in tondo un paio di volte per vedere cosa c’è nelle baracchine del Mercatino:… prosciutto di cinta senese… taglieri di legno d’ulivo… Ecco! Una baracchina di addobbi! … di gesso e cristallo decorati a mano o col decoupage… poi miele biologico… tessuti e lane per uncinetti… Yeee! Cioccolata calda!… al peperoncino, alla menta, allo zenzero?… Thè e tisane sgonfianti… coccetti profumati a forma di animale… lampadari di vetro… vasi di creta… guanti di lana… kashmir…

Non ci capisco molto…

So solo che ora ho caldo dopo due giri. Mi fermo e respiro forte. Sento l’aroma dolce e aspro degli alberelli che contornano la piazza.

Ma non sento musichine natalizie, non sento odore di dolci e brigidini e non vedo lo zucchero filato e quello che dà il vin brulé e le arrostite.

Però l’aroma degli alberi è buono. Ma quello c’è anche a Pasqua e a Ferragosto…

Fa troppo caldo e non esce neanche il fumo dalla bocca. Per me è meglio, ché devo dormire all’aria!

Ma forse per i bambini che aspettano un anno per il Natale… forse è peggio… Ci vorrebbe la neve! La città più bianca e più bella!

Invece è umida e nei mercatini non ci sono dolci per bambini… Però ci sono i regali dei loro dog sitter, quindi alla fine sarà un bel Natale anche per loro che sono piccoli e lo aspettano da un anno!

Riparto. La gente mulina le gambe per le vie. Sento le frasi al volo perché vanno troppo forte… a casa… ai negozi… a comprare cose… Roba da mangiare anche!

Ecco una cosa bella dei miei Natali! Il pranzo del 25 alla Mensa dei poveri! Domani ci ritroviamo tutti lì, con le signore gentili vestite di bianco come infermiere che ci portano tutte le cose buone del Natale!… i crostini (verde, rosso e coi fegatini)… i tortellini in brodo… il cappone lesso e l’arista con le patate… il panettone e lo schiumante alla fine!

Noi che non abbiamo casa e che qualcuno non sta tanto bene di testa, ci si mette tutti insieme.

Poi c’è il tavolo degli sfrattati… poi quello dei neri che arrivano dalle guerre… poi quello dei ciechi e di quelli in carrozzina che non sono con le loro famiglie… Poi ci sono tanti vecchi sparsi in qua e là…Ma il nostro tavolo è proprio bello! Forse il più bello! E’ una tavolata!

Ci sono io.

C’è Vinicio che ogni tanto sputa in terra come i cinesi!

C’è Giovanna la Matta che s’è lavata nuda nella fontana della Stazione (… è vero… l’ho vista e ho accelerato con la mia bicicletta perché mi vergognavo…) perché poi deve tornare al casino (lo dice lei, ma i casini sono chiusi dalla guerra…).

C’è Cutolo che è uno che va sulla bicicletta come me! Ma lui va piano e non gliene importa se ferma il traffico. E’ sempre un po’ silenzioso e fuma. Pare che non mangi mai. Però beve.

C’è il Noberini che anche lui è già ubriaco all’inizio del pranzo e ci declama l’ultima poesia che ha scritto. Però poi si scorda sempre la fine e allora lo pigliamo in giro. Quel rincotto!

C’è l’Ingegnere con accanto il suo carrello della spesa, con dentro tutte le sue cose. La gente crede che sia un barbone matto e basta… lo vedono che fruga nei cassonetti… ma invece lui è l’Ingegnere e sta facendo una statistica delle cose che la gente butta via. Quando lo incrocio dalla mia bicicletta spesso vedo che scuote la testa…

C’è a metà tavolo la MammaFranca con la pelliccia finta… poveraccia… aveva i soldi e i negozi ma poi è fallita. Il suo figliolo gli ha portato via tutto e è andato in Sudamerica con una fidanzata giovane!

C’è il Filippo Bellissima col megafono e con il borsone dove ci sono le regole e i consigli per i politici!

C’è più in fondo in fondo la Izzeri che discute e urla con chiunque passi da lì!

Poi su uno sgabellone bello alto c’è Mariolino, ché l’hanno buttato fuori dal ricovero e non ha trovato più un circo che gli facesse fare il Nano…

A capo tavola infine c’è la Ciucia con il suo grembiule e i capelli raccolti in una pezzola a quadri…la Ciucia che, anni e anni fa, quando il re venne in città, salì sul palco gli strizzò una guancia e gli disse: <<De! Bada vi che bèr baffino!>>

Che bella tavolata lunga! Si ride e si mangia e siamo tanti e variegati come un gelato… pare quasi che la nostra tavola parta dall’oggi e finisca nel passato.

Parte a colori e finisce in bianco e nero, come i nostri ricordi di tanti Natali e come i televisori che c’erano quando ero piccolo. In bianco e nero e con la manopola dei canali. E tre bottoni da schiacciare ché bastavano!

… riprendo il filo della giornata a pedalare e riparto! C’era un’altra volta l’8 nero dietro! Deve essere sempre lo stesso di prima che continua il giro…

Dalla mia bicicletta ora guardo il lungo mare illuminato dai lampioni. Anche qui il Natale quasi non si vede. Tira lo scirocco e senti proprio l’umido che vola per aria.

Lucine zero. Ci sono solo le luci dei lampioni, che sono belle eh!…ma servono solo per illuminare non per fare festa.

Forse perché sul mare a Natale non c’è nessuno perché non ci sono i negozi.

C’è la farmacia, ma nemmeno a un vecchietto si regalano le pasticche per Natale!

C’è il panaio, ma a quest’ora è chiuso.

Il Prosciuttaio che fa i panini, però tutto l’anno.

Un paio di pizzerie che aspettano i clienti.

Il negozio che vende i baconi, i bibi e i coreani per pescare. E si pesca tutto l’anno.

Il mare forse ha una stagione sola, non c’è bisogno di lucine a Natale. Lo scirocco ormai tira sempre… caldo d’estate… tiepido d’inverno…

Dalla mia bicicletta vado a vedere quella pozzanghera nera infinita da vicino, sulla Terrazza che ci arriva in mezzo. E’ buio e il mare non si distingue neanche un po’ rispetto al cielo. Oggi che è nuvoloso non si vedono nemmeno le stelle. Mare e cielo sono tutti attaccati a Natale, in città.

Passo accanto all’Acquario. Che è chiuso. E buio anche lui.

Non sono furbi questi qui dell’Acquario, se lo tenessero aperto scommetto che la gente verrebbe a frotte sul mare! I bambini vogliono sempre andare all’acquario! Io ci andavo tutte le domeniche e sapevo i pesci a mente! Poi il babbo è andato a cercarli da vicino, i pesci… e allora basta acquario la domenica.

Da quel giorno sono quasi finite tutte le domeniche! E’ per questo che io tutti gli anni cerco il Natale in città. Perché mi sembra anche un po’ domenica. Una domenica lunga!

Ricomincio a pedalare dal cielomare tuttattaccato che non si vede più dalla Terrazza e vado a cento all’ora con la mia bicicletta sul viale vuoto per ritornare nel centro. Ché s’è fatta un’ora e quasi quasi vado a casa!

Casa dolce casa! Home sweet home (un po’ d’inglese me l’hanno fatto fare a scuola…)!

Non è un attico o un appartamento di quelli esagerati, ma per me c’è tutto: il posto per la mia bicicletta accanto al materasso ortopedico; un pannello di eternite che mi ripara ben bene dalle infiltrazioni d’acqua del ponte che mi fa da tetto; tre lamiere ondulate che ho tinto di verde, due come pareti per tapparmi dal vento che viene giù dalle montagne e una che divide il mio spazio in un lato notte più cucinotto e in un lato cesso (rivolto verso il fiume che scorre in fondo alla scarpata).

La mia casa è sotto il ponte Gorizia, che hanno costruito anni e anni fa sul Canal Freddone, il fiume che taglia in due la periferia della città e viene giù dalle altissime montagne che fanno paura anche di notte.

Sono montagne bianche e ripide d’estate e anche ora d’inverno. Non hanno alberi ma solo rocce a picco.

Lì la neve c’è, ma i bambini non ce li portano neanche a Natale.

Lì il freddo c’è, anche con lo scirocco. Perché quell’umido di quaggiù, lì si ghiaccia e brilla alla luna.

E quel ghiaccio diventa aria che corre a volte forte insieme al fiume, nel Canal Freddone… ma io ho le pareti di lamiera e quando mi infilo sotto le coperte sul materasso ortopedico faccio delle belle dormite!

Mi sogno le stelle che non vedo per l’eternite e il ponte che sta sopra… quindi alla fine le vedo tutte le notti! Col sereno e col nuvolo!

Il ponte Gorizia è un bel posto dove vivere, anche se a volte ci sono delle brutte giornate…perché c’è gente che viene fin qui e si butta giù.

Si vede che vuol sentire il gelo che ti arriva avvicinandosi al fiume sempre più veloci…

Si vede che non ce la fa più a correre dietro a regali, bambini, donne, uomini, cani…

Si vede che è stanca di vedersi tutti i giorni allo specchio…

… o magari non hanno una casa piccola e bella come la mia!

Prego Gesubbambino, che nasce fra poco, che in questi giorni vada tutto bene.

Che in questi giorni non venga svegliato da sirene e luci blu e voci.

Che non vengano giù da me i poliziotti per chiedermi cose che non so.

Che non venga, poi dopo, l’assistente sociale che i poliziotti hanno avvertito… per me… per niente.

… come se mi volessi buttare giù io… dovrebbero andare da quelle persone che non ce la fanno più a correre e non hanno una casa piccola e bella come la mia!.

Non da me.

Anche per questo prego Gesubbambino.

<<Oh Massi! Ci sei?>>

E’ Jago, il mio amico che ogni tanto viene a trovarmi e mi porta cose. L’altro giorno scese sotto il ponte Gorizia con un attaccapanni! Bello!

Quest’estate con un cappotto di lana cotta che uso ora d’inverno! Bello bello!

E poi fornellini a gasbutano, tordelli al sugo e panzanelle, giornali della settimana prima, una maglia dell’Inter, mutande pulite, una gallina (mangiata la sera stessa), sigarette, e tutti questi generi di robe che per me sono importanti!

Eccolo che è sceso! Ha anche il cappello rosso col pon pon! E’ festa allora!

<<Buon Natalo Massi. T’ho portato una cosa che tu l’apprezzera’, a lo so: el vin che ho fatto nell’ultima vendemmia con Vecchjo e Stefanin! Si chiama Tarapasso! Abbiam comprato l’uva a Viterbo ma l’anno ch’ivven faremo tutto con l’uva di qua…cuscì rimane tutto fra no’ altri in famighja…>>

Mi passa una bottiglia scura con un tappo di plastica da schiumante.

<<Sta’ atento al tappo ch’ imm’è partito in cucina l’altra notta e ho trovato il maro de vin inz’el terén>>

Mi fa ridere Jago, alto magro e elegante che pare un moschettiere!

<<Oh Massi…stabbravo e salutame il fantin…>>

E se ne va. Jago. Il mio amico.

E’ Natale proprio, ora! Con il Tarapasso la festa può iniziare…

Con Gesubbambino che nasce una volta all’anno…

Con le lucine della città come uccellini sul filo…come lampare nelle pozzanghere…

Con la gente che corre dietro ai regali e non vede… non guarda…

Con i Mercatini che non vendono…

Con il lungo mare spopolato…

Con l’8 nero che deve ancora finire il suo giro…

I monti con la neve che mi fanno arrivare il freddo…

…e io che mi riparo, dormo e sogno le stelle!

E intanto questo aperitivo per aspettare il pranzo che mangerò fra poco…

<<Beevoo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice… anche se poi voomitoo!

Beevooo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice... anche se poi voomitoo!>>

Buono il Tarapasso… asprino come questa vita, come le rocce, come lo scirocco, come il cielomare tuttattaccato, come i dog sitter dei regali, come il vento nel Canal Freddone, come le anime di chi cade giù, come la lamiera arrugginita sulla mia bicicletta…

Buono il Tarapasso… asprino, iniziato e già finito.

<<Buona notte e buon compleanno Gesubbambino… stabbravo anche te…>>.”

M.

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Natale alle vele

21 Dicembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #unasettimanamagica

Natale alle vele

Luisella apre gli occhi, se li stropiccia.

Cos’è quella lucina intermittente che rompe il buio attraverso i vetri?

I gemelli dormono ancora, il respiro è pesante. Prende uno straccio dal comodino e asciuga dal mento di Pinuccio il rivolo di bava che ha inumidito il cuscino. Poi allunga una mano attraverso il suo corpo e afferra la vecchia sveglia: le sei, è ora di alzarsi. Scavalca a fatica il corpo di Giannino e con un sospiro cerca di mettere le gambe gonfie di vene bluastre giù dal letto. “Comme so’ cresciute ‘sti criature”, bisbiglia, “n’ato poco e nun ce trasimmo cchiù int’ a ‘sto lietto tutte e ttre”.

Un gesto automatico, preme l’interruttore, ma la luce non si accende: “Ah…” Sospira. Guarda le bollette sul tavolo di formica, scadute. Sospira ancora, non sa quando potrà pagarle.

Accende la candela. Strusciando le ciabatte, si accosta ai vetri; le lucine continuano a creare piccoli bagliori alternati: un filo di minuscole lampadine colorate dondola appeso ai pilastri del pianerottolo. Qualcuno si è ricordato che domani è Natale e ha voluto mettere un segnale anche in quell’inferno.

È presto, ma la giornata si presenta già cupa, gonfia di pioggia che batte e ricade sui ballatoi interni, schizzando ovunque e lasciando pantani d’acqua nerastra.

Pensa al suo vicolo, Luisella, agli odori acuti che si spargevano nell’aria nei giorni di festa, alla voce del venditore di pesce, con il bancone pieno zeppo di capitoni, lupini, vongole e cozze profumate di mare. E agli effluvi di aceto delle papaccelle che traboccavano dagli scaffali del baccalaiuolo.

Ha vissuto a lungo in quel vicolo, Luisella, con occhi inariditi e incendiati da lacrime, ma anche brillanti di una gaiezza maliziosa e misteriosa; uno di quei vicoli dove i “bassi” neri e miseri possiedono angoli illuminati da brandelli di sole; dove nelle notti d’estate un coro di fiati striscia lieve lungo i muri scrostati e anneriti dei vecchi palazzi e avvolge i corpi sudati abbandonati nel sonno.

Lì, in quel budello scuro e umido, la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la pietà e la ferocia, sono voci così confuse tra loro, che non riesci più a distinguere bene e male, fortuna e sventura. La strada è casa, e la gente, onda del mare, quel mare che da lontano regala il salmastro a bruciare la pelle.

È stata felice in quel tempo, senza saperlo, abbandonata ai sogni di una giovinezza aspra che lievemente scivolava nella maturità.

Bastava poco, qualche metro di strada e si trovava in Via Toledo: colori, traffico delle automobili, negozi con le vetrine che invogliavano agli acquisti, l’afflusso dei suonatori ambulanti, il susseguirsi dei manifesti pubblicitari sui muri degli storici palazzi d’epoca e la folla vociante che sembrava sempre in festa.

Ora vive un altro mondo.

La candela si è spenta, prende un altro fiammifero e la riaccende, versa un po’ di cera in un piattino sbrecciato e vi poggia il moccolo quasi consumato. Si prepara il caffè nella moka annerita; lo fa lungo, il barattolo è quasi vuoto. Poi si siede accanto alla finestra, le ombre della notte si stanno diradando, qualche striscia bianca attraversa il cielo livido; ne intravede qualche spicchio tra i pilastri del ballatoio. È lo stesso cielo che la luna illuminava nel vicolo, quando, dalla finestrella della sua casa a pianterreno guardava in alto nelle sere d’inverno. Ora non guarda più in alto. Sorseggia piano la bevanda marroncina e amara. Zucchero ce n’è poco, serve per il latte dei gemelli.

Prima di uscire, dà uno sguardo a quelle due sagome immobili: dormono, sa che non si sveglieranno ancora per molte ore, rimbocca le coperte e stira con le mani la piega del ruvido lenzuolo di canapa, macchiato di ruggine.

Percorre il ballatoio, discende le ripide scale a cielo aperto, gli ascensori guasti sono ormai depositi di rifiuti; schizzi di pioggia passano attraverso i buchi del vecchio ombrello con le stecche che spuntano fuori; attraversa scheletri di giardini, passa in fretta davanti ad androni bui e scuri, schivando le “stanze del buco” e pilastri come mostri di cemento. Cento anni sulle spalle, ricordi sbrindellati negli occhi spenti, il peso di un corpo sfatto dai parti e dalla fatica.

Ha sposato il suo Salvatore, una vita fa: “Andiamo a vivere in un quartiere nuovo”, le aveva detto lui, “avremo una casa tutta nostra, con balconi e giardini per i bambini, niente più bassi, niente più vicoli stretti e scuri”. Ed era partita, ancora vestita da sposa, coi barattoli di latta che rotolavano dietro alla macchina che correva verso un infinito sconosciuto.

Ha avuto cinque figli. Tre sono morti nei primi anni di vita, sono sopravvissuti solo i gemelli, due esserini col corpo molle e la testa ciondolante. E a Salvatore è scoppiato il cuore, l’ha lasciata sola in quello strano quartiere nuovo, Le Vele, un nome che ricorda il mare, ma che del mare non ha neanche gli abissi più profondi.

Cammina per Viale della Resistenza, la strada è ancora mezza vuota, sta attenta a non calpestare cocci di vetro e siringhe sparse tra i residui d’erba inaridita.

Un tempo aveva un lavoro, Luisella, per anni si è spezzata la schiena sui pavimenti delle case dei signori al Vomero e sulle scale di uffici e cliniche. I gemelli glieli guardava l’anziana madre; poi la vecchia è morta, e lei ha dovuto abbandonare quelle attività faticose ma che le davano da vivere. Ora si arrangia col sussidio del patronato e con i pochi spiccioli che guadagna facendo la sirengaia. Ogni mattina gira per il quartiere a fare iniezioni, cinque euro ognuna, ma l’aiutano ad andare avanti e a far da mangiare a quei poveri disgraziati dei figli suoi.

Persa nei pensieri, non si accorge di essere arrivata alla prima Vela di via Labriola, la sorpassa, poi torna indietro. Arranca per le scale, ogni tanto si ferma per prendere fiato, tossisce.

All’ultimo piano, sul ballatoio uguale al suo, si somigliano tutti quelli dei mostri di cemento a Scampia, suona il campanello della prima porta. Apre Concetta, un donnone di un metro e ottanta, non ha ancora quarant’anni ma se li porta male, come tutti quelli che non hanno mai avuto tempo né voglia per la spensieratezza: i capelli striati di grigio, il corpo già sfatto, il doppio mento e un reticolo di rughe attorno agli occhi e alle labbra:

Uè, Luisè, hai fatto tardi. Lo sai che la signora mia s’incazza se non arrivo puntuale”.

Fa lo stesso lavoro che un tempo faceva lei, va a servizio, e guadagna bene perché i suoi padroni sono ricchi e generosi. Luisella entra in cucina, sulla credenza, un piccolo albero di Natale. È da un tempo infinito che lei non lo fa più, da quando Salvatore se n’è andato, in quella torrida notte d’estate:“Tanto i gemelli neanche se ne accorgono”, pensa.

Apre lo scatolo dei medicinali già pronto sul tavolo, prende una fiala, la sbatte un po’, poi la spezza e riempie la siringa, controlla che non ci sia aria e con un batuffolo di ovatta imbevuto di alcool in una mano, si gira verso Concetta. La donna è già pronta, la natica bianca e molliccia scoperta. Un attimo, qualche secondo e tutto è finito.

Sì sempe brava, Luisè, tieni ‘na mano ch’è ‘na piuma. Manco me ne accorgo quanno butti l’ago int’a coscia.” Luisella sorride, piccole soddisfazioni.

Concetta apre il borsellino, prende cinque euro e glieli mette in mano, poi ne prende altri cinque e dice: “Questi sono per Natale, accatta qualcosa per le creature”. Le “creature” hanno quasi vent’anni, ma nessuno se ne ricorda, e neanche lei.

“E questo è per te”, aggiunge, prendendo un panettone dalla credenza. Luisella arrossisce, ringrazia, ed esce a testa bassa.

Nello stesso edificio, tre piani più sotto, c’è ‘o scugnato, sessant’ anni, magro, basso, senza neanche un dente, il viso scavato e la bocca che sembra una ferita. Ha la bronchite da un mese e non può portare il pane casa per casa come fa di solito. Ex carcerato, è uscito dal “giro”, si arrangia, fa il garzone per il fornaio e, quando serve, aiuta l’unico pizzaiolo del rione. Vive con una sorella zitella che fa la bidella nella scuola elementare. È tifoso della Juventus, e per questo ha anche abbuscato più di una volta dagli ultras del Napoli.

Anche da lui Luisella si sbriga in fretta: fa l’iniezione e scappa via; le dispiace un po’ prendere i cinque euro da ‘o scugnato, ma poi pensa che la sorella guadagna bene e che lei non può proprio permettersi di rinunciare a quei pochi spiccioli.

Fa ancora un giro nell’edificio accanto, compra le verdure per i gemelli e poi ritorna verso casa. Le gambe le fanno male, se le trascina a fatica. Ha smesso di piovere ma si è alzato un forte vento che solleva foglie secche e cartacce sporche.

Sul ballatoio di casa viene avvolta da un forte odore di fritto: “Ninuccia sta preparando il pranzo della vigilia”, pensa e sospira. Per lei sono solo lontani ricordi.

I gemelli dormono ancora. Si accosta al letto e li sveglia con una carezza, poi li scopre, hanno il pannolone fradicio di urina; il fetore invade la stanza. Li lava, li cambia e poi, uno alla volta, se li carica sulle spalle e li sistema sul seggiolone. Apre la finestra per far passare un po’ d’aria ma un colpo di vento la fa sbattere e un vetro si rompe. “E addò ‘o trovo mò, a Natale, uno che me lo acconcia?” Cerca un pezzo di cartone e prova a rattoppare il buco. Raccoglie i frantumi sul pavimento, i gemelli brontolano, hanno fame, emettono suoni rauchi e si sbavano schioccando la lingua.

Riscalda il latte, vi scioglie dei biscotti e uno alla volta, li imbocca, mentre loro sbattono le mani a pugno sul ripiano del seggiolone. Li sistema davanti al vecchio televisore, poi si ricorda che non funziona perché non c’è la luce e allora dà loro dei pezzi di carta da tagliuzzare, è il loro passatempo preferito; lei, alla luce della mezza finestra, si siede a rammendare.

Fa buio presto d’inverno, e le ore passano veloci.

E’ già sera, prepara il passato di verdure per i gemelli e poi li mette a letto.

Lei non può guardare neanche un po’ di tv, ma pensa che intanto i programmi natalizi le mettono tristezza. Sbocconcella una fetta di panettone, è la sua cena. Fa freddo, dalla porta e dalla finestra rattoppata di cartone entrano spifferi d’aria gelida. La fiammella della candela oscilla. Non funziona neanche la stufetta. E allora pensa di accendere tutti i fuochi del gas e anche il forno, che lascia aperto: faranno un po’ di luce e un po’ di calore.

Si spoglia, infila la camicia di flanella, mette le calze di lana e si sdraia in mezzo ai gemelli. Li tira accanto a sé, così stretti sentiranno meno freddo.

Chiude gli occhi, le sembra che le pareti si stringano; intravede un azzurro lontano, ma è solo un ricordo atroce vicino ai bagliori rossastri delle fiammelle che ardono nella stanza; i muri si accostano sempre di più, formano un pozzo viscido e nero, vede, al di sopra del soffitto, la notte e lo strazio che imperversa fuori. È talmente stanca che vorrebbe che il corpo sprofondasse. I ricordi si affollano brucianti, ma non scaldano. Un colpo di vento più forte, il cartone si stacca dal vetro, i fuochi si spengono. Non se ne accorge, la mente sta viaggiando; passa dal nero cupo al giallo di un sole lontano, dall’angoscia mortale ad una gioia folle, troppo grande da contenere. Come pesano gli occhi! Cerca di aprirli, intravede le pareti che schiacciano, ma ora si sente leggera, vola, oltre i muri, oltre i ballatoi puzzolenti, con i suoi gemelli per mano. Forse domani sarà tutto come ieri, forse i fuochi che vanno in cenere diventeranno sole.

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Il nostro nuovo forum, più un piccolo inedito.

20 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #redazione, #unasettimanamagica, #poli patrizia, #racconto

Il nostro nuovo forum, più un piccolo inedito.

Salve a tutti dalla Redazione e da me che sono l'amministratrice del blog

Vi segnaliamo l'apertura di un nuovo forum, collegato a questo sito.

Potete iscrivervi, partecipare alle discussioni o crearne di nuove. Gli argomenti trattati saranno attinenti ai post del blog ma non solo.

In questo periodo non potevano mancare alcune riflessioni sul #Natale.

Come sarà il vostro? Deprimente, economico, da disoccupati, allegro, solitario, religioso, ateo? Siete allergici alle feste o vi fate contagiare dalla corsa ai regali e dalla magia del vecchietto con le renne? Avete già pensato al menù e a chi invitare? Preferite il presepe o l'albero? Il panettone o il pandoro?

Raccontatecelo, aspettiamo i vostri contributi. I più interessanti saranno pubblicati sul blog.

A noi di signoradifiltri piace immaginare un Natale semplice ma ricco di valori e di atmosfera, senza centri commerciali e file alle casse ma con il buon odore del muschio e delle pigne, con il calore di un ciocco che scoppietta in un camino a illuminare le facce di bambini felici per cose piccole piccole.

Avendo deciso di dedicare la settimana ad argomenti che, appunto, richiamano il Natale - con il nostro mitico hastag #unasettimanamagica - ho pensato anch'io di proporvi un piccolo brano tratto da un inedito che sto scrivendo. Eccolo:

"Ha chiesto di voltare il letto, Loris, non gli interessa più l’albero che sua madre ha finito di addobbare meglio che ha potuto. Lei ha fatto l’albero di Natale come fa tutte le cose, senza passione e per dovere. E lui non lo vuole vedere, preferisce il cielo lattiginoso di queste giornate corte, le cime degli alberi che si muovono nel vento. Gli piacerebbe che fosse già estate, poter scendere al mare, immergerci le caviglie. Ora sa che non sarà più possibile, l’ha capito dal dolore che gli mozza il respiro e si fa sempre più insopportabile soprattutto la notte. E l’ha capito da tante piccole cose, dagli occhi di mamma, dal pomo di Adamo di babbo che va su e giù, dalla mano di Zia Rosi che lo accarezza in silenzio. Il suo corpo rifiuta il cibo, lo stomaco rigurgita, di tornare a scuola non se ne parla più.

Loris prova a immaginare come sarà da morto ma non ci riesce. Pensa che ritroverà il nonno ma non ne è poi tanto sicuro. Vorrebbe chiedere aiuto a mamma e babbo, vorrebbe che non fosse proibito parlare di morte. Sarebbe un conforto, si sentirebbe meno solo, meno spaventato. È come affrontare un esame e non poterlo dire a nessuno, non poter dire ad un amico o alla famiglia, ehi, sai, domani ho l’esame di storia e me la faccio sotto perché non sono preparato. Lui non è preparato a morire. Ha paura che il dolore sia fortissimo, ha paura di soffocare, ha paura di rimanere solo e sperduto chissà dove. E non vuole rinunciare alla vita, nemmeno a questa vita. Anche da lì, anche dal riquadro della finestra vede grandi gazze bianche e nere saltare sull’orlo sbreccato del muro, vede la grandine rimbalzare in chicchi bianchi sul davanzale, vede le cime dei pini, delle tamerici e dei quercioli che si piegano nel vento, e, soprattutto, sente il rumore del mare. Non può vederlo ma sa che c’è, basta aprire la finestra ed arriva un salmastro salato ad intridere le coperte, i capelli, a sporcare i vetri. Non lo vede ma sa immaginarne tutte le sfumature, il celeste chiaro dei giorni belli, il fango della tempesta, il blu cobalto delle sere invernali al tramonto con qualche nuvolone nero in controluce. E le onde, piccole, grandi, fragorose, con le creste bianche e spumeggianti, a seconda se tira vento di libeccio o di scirocco o se, invece, c’è la tramontana che spiana l’acqua e la trasforma in un cristallo di rocca. Loris vuole rimanere vivo solo perché c’è il mare, lì a due passi, e un mondo dove c’è una cosa così bella non si può lasciare. E poi c’è Bingo, arrotolato accanto a lui, col suo pelo arancione, gli occhi gialli che capiscono, le orecchie dritte che ascoltano. Non vuole lasciarlo, non vuole che si senta abbandonato, che stia male come lui adesso sta male per il nonno.

Muove le mani abbastanza bene ancora ed è sempre stato bravo a costruire. Sta ritagliando un pezzo di cartoncino per farci la capanna. In casa non si è mai fatto il presepe, babbo e mamma non credono in Dio. Ma lui vuole la capannuccia, vuole il bue, l’asinello, Gesù. Li ha disegnati su un foglio bianco, li ha colorati e vuole incollarli dritti. Prende in mano la figurina del bambinello dentro la mangiatoia. È contento di come ha saputo disegnarla. La maestra lo ha sempre elogiato per i suoi schizzi. La tiene in mano fra pollice ed indice, tiene in mano Dio fra pollice ed indice. Un Dio fatto di carta da disegno.

“Fammi guarire, Gesù. Gesù, tu puoi, ti prego, ti prego, ti prego.”

“Cosa stai facendo, Loris?”

“Il presepe, qui non c’è mai stato.”

“Potevi chiedere.”

“Avete sempre detto che Dio non esiste. Ma a me ora serve.”

Suo padre si siede accanto al letto. “Loris io lo so che… che hai paura.”

Loris alza la testa, il cartone gli scivola dalle mani, la tempera macchia di verde il lenzuolo. È la prima volta che suo padre ammette una cosa del genere. E ora che sono al bivio, Loris non sa cosa dire. “Questo è il muro di dietro della capanna e quello è il tetto.” Poi le lacrime traboccano.

Francesco si china sui di lui, lo abbraccia come dovrebbe abbracciarlo la mamma, lo stringe forte. “Ti voglio bene, Loris, porca miseria, te ne voglio tanto e scusami se non te lo dico sempre, ad ogni minuto.”

Loris adesso singhiozza. “Babbo, non voglio morire, aiutami!”

“No, no… non pianger amore mio, ti aiuto io, ti accompagno, sono con te, ne parliamo se vuoi.”

Loris tira su col naso. “Sì, babbo, voglio che ne parliamo. Non lo diciamo alla mamma, però, è il nostro segreto.”

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IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

19 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #unasettimanamagica

IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

Vasilij è un facoltoso proprietario, pieno di forza e volontà. C’è in gioco per lui un affare importante; potrebbe, infatti, acquistare a poco prezzo un bosco. Non può aspettare a concludere la trattativa perché ci potrebbero essere altri concorrenti; decide di partire in slitta per raggiungere il venditore e non farsi sfuggire l’affare. Nevica molto; il buon senso consiglierebbe di rimandare. Ma Vasilij è incontenibile; parte insieme al suo servo più capace, Nikita. Il padrone si ritiene molto abile nel guadagnare, ma pretende anche di essere un piccolo benefattore per i propri dipendenti. In realtà, Nikita, pur bravo, viene pagato male e in ritardo. Il servitore ha anche problemi a casa con la moglie e talvolta si è dato al bere. Ma poi ha fatto voto di rimanere sobrio e in fondo sopporta con pazienza ogni cosa. La sua bonomia gli fa scivolare addosso anche le bizze dell’esigente padrone. Il viaggio in slitta ora dopo ora si fa complicato; i due si perdono e trovano ospitalità nella casa di un villaggio, in una famiglia messa in crisi dall’avidità di uno dei figli. Potrebbero aspettare l’indomani e riposarsi, ma l’urgenza di compiere l’acquisto assilla Vasilij e quindi si riparte. Il resto del viaggio è altrettanto sfortunato. La tormenta di neve costringe a fermarsi e dopo una sosta il padrone tenta all’improvviso di ripartire da solo, salendo sul cavallo e abbandonando il servo. Alla fine l’uomo, dopo essersi di nuovo perso, in preda alla paura ritorna per caso alla slitta dove nel frattempo era salito l’infreddolito Nikita, ormai sul punto di congelare. Il proprietario è ora cambiato; non pensa più ai soldi, tenta di salvare l’altro, si preoccupa per lui e lo conforta. L’indomani i contadini della zona disseppelliranno dalla neve i due uomini. Solo il servo, per quanto malconcio, sopravvivrà.

È un racconto pubblicato nel 1895 e fu uno dei maggiori successi editoriali dell’autore russo. È chiaramente incentrato sull’avidità e i disastri che ne vengono; lo stimolo del guadagno a tutti i costi segna la vita di Vasilij abituato a considerare gli altri come mezzi a sua disposizione, legittimamente sacrificabili. La sua arroganza smodata porterà a una tragedia. Quando però il padrone, dopo aver tentato di ripartire da solo si perde, allora davvero la sua vita cambia. Il tempo trascorso nell’angoscia e nella solitudine lo ha scosso anche interiormente. Al ritorno presso la slitta dove c’è il malconcio Nikita, è un altro uomo; ha capito di essere vissuto in base a valori falsi, mettendo in pericolo il fedele servo. Muore pentito per la sua disumanità, ma contento di essere cambiato. Il lavorante, calmo e paziente, merita di salvarsi. Tolstoj non condanna la ricerca del profitto, ma quella sorta di tracotanza, di ὕβϱις che emerge in vari momenti; il padrone nel gelo riflette su quanto potrà guadagnare e su come incrementerà il suo già cospicuo patrimonio. Ha senso mettere in pericolo se stesso e gli altri per accumulare altri possessi? Giunto all’epilogo della propria vita, Vasilij capisce di aver sbagliato e questo è il suo momento più felice. Lui che portava due pellicce e che aveva preteso di ripararsi da solo sulla slitta, finalmente si cura del servo che calzava due logori stivali, di cui uno bucato. Ecco come si vede ora, dopo la sua “conversione”: “E si ricorda dei soldi, della bottega, della casa, degli acquisti, delle vendite e dei milioni dei Mironov, fa fatica a capire perché quest’uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava”. Il povero lavorante invece non ha bisogno di conversioni; non teme la morte perché in fondo la sua vita è stata un incessante e faticoso servire gli altri, ma non dimentica nemmeno i suoi peccati per i quali chiede perdono a Dio nel momento peggiore del viaggio. Il lato moraleggiante del racconto è diluito in una narrazione non priva di suspense; la strada sempre meno visibile, il cavallo costretto a superare mucchi di neve, l’attenzione per la fisicità dei due uomini e dell’animale che soffre sono aspetti declinati in pagine curatissime. Il percorso seguito ha qualcosa di kafkiano; si corre, si briga, si crede di aver trovato la strada giusta, ma alla fine ci si accorge di aver girato in tondo, di essere di nuovo al punto di partenza, ormai senza forze. Il viaggio di Vasilij è metafora dell’inutilità e dell’inconcludenza di una vita spesa a cercare fanaticamente il profitto; il padrone si infila nella tormenta e nella notte per cercare lontano quello che crede dia valore alla sua vita. Durante la sosta nel villaggio, ha l’ultima possibilità per mutare atteggiamento. È un’occasione che forse un Dio generoso offre a chi sa guardarsi dentro. Infatti, nella famiglia che li ospita c’è apprensione perché uno dei figli sta per provocarne la distruzione pretendendo la sua parte di patrimonio. L’avidità distrugge, sembra dire Tolstoj. Ma l’uomo è cocciuto e non impara dagli errori degli altri, si può dedurre. Le cose devono capitare sulla propria pelle. Il padrone capisce tardi che quanto poteva meglio indirizzare la sua vita non era lontano; stava seduto accanto a lui, sulla slitta.

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Regali di Natale

18 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica, #racconto

Regali di Natale


I resti di vernice testimoniano un passato ormai lontano di beltà, forse, ma anche no. Sono lì solo a dire sono stata nuova anche io. Poggia su quattro blocchi di cemento irregolari come se fosse stata divelta da un luogo e portata in un altro, come è in realtà accaduto. E' lì su quel ciglio di strada a sostituire la sua collega che vi stazionava precedentemente. Sotto di lei crescono sparuti fili d'erba sofferenti, ai lati ciò che resta di una delimitazione di aiuola ora deposito di cicche di sigaretta, pacchetti di sigarette più o meno appallottolati che stanno per essere scalzati dalla classifica dei rifiuti dalle confezioni di tabacco, gomme masticate, carta da panini, bottiglie d'acqua, birra, vino e altre bevande, giornali di tutti i tipi, quotidiani, settimanali, inserti pubblicitari, volantini di supermarket che magnificano sconti ed occasioni irripetibili. Solo una cosa stona nel panorama, che comprende automobili che sfrecciano sulla vicinissima arteria stradale a scorrimento veloce, insomma, una strada statale per chiamare le cose con il loro vero nome, che porta verso il centro di una grande città.

Se non fosse tristemente vero sarebbe potuta essere scambiata per una installazione artistica del degrado urbano, della solitudine, dell'inciviltà e altro ancora. Una installazione che con la pretesa di dire tante cose alla fine lascia del tutto indifferente chi la guarda lasciando solo ai dotti critici l'esegesi del pensiero dell'autore.

Su quella solitaria panchina è seduta una donna. I lunghi capelli striati di grigio raccolti in una crocchia, gli occhiali leggermente calati sulla punta del naso. Indossa un cappotto, pantaloni e stivaletti alla caviglia tutto di colore nero, un abbigliamento che, se pur dignitoso, lascia capire che ha visto tempi migliori. Ha la gamba sinistra accavallata sulla sua gemella e in mano tiene un settimanale. Non è uno di quelli che vengono chiamati femminili, no è un inserto settimanale di un quotidiano, è aperto sulle pagine centrali che danno consigli su cosa regalare, d'altronde siamo prossimi al Natale e il regalo è l'argomento principe delle discussioni.

No, quest'anno di regali non se ne faranno tanti o sì, i regali si faranno ma saranno pochi e al risparmio. Le chiacchiere sull'economia ci ammorbano, ci annoiano, ci deprimono, ci danno qualche speranza, a molti non interessano più qualsiasi cosa dicano. La donna solitaria gira le pagine con lentezza, dopo attenta lettura dei preziosi suggerimenti su vestiti, profumi, articoli per la casa, apparecchi elettronici di vario tipo e anche libri e musica. Dagli occhi non sembra che ciò che ha letto e continua a leggere suscitino in lei un grande interesse.

Ogni tanto alza e gira la testa verso sinistra, come se attendesse qualcuno o qualcosa. Li riabbassa sulle pagine patinate con un velo di delusione. Ora chiude il giornale, lo poggia sulla panchina, si alza e si avvia alla fermata del bus che si avvicina veloce.

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17 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

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Perché gli archivi sono sempre in posti bui, freddi e umidi? Sempre nei piani bassi e se possibile anche di più, nei sotterranei? Tutte le mattine Fausto si poneva le stesse domande, ormai da anni, e non riusciva a trovare una risposta soddisfacente. Gli archivi vanno tenuti alla luce, all'aria perché quel che c'è dentro va reso noto altrimenti sono solo carte senza valore. Perso nei suoi pensieri si aggirava per l'enorme stanzone ad accendere le luci perché lì il sole del buon Dio non dava i suoi raggi. Anche essi si rifiutavano di passare attraverso le finestrelle a piano stradale coperte di polvere e schizzi di fango. Anche il sole ha una sua dignità.

La vita di Fausto trascorreva normale, tutti i giorni uguale a se stessa. Catalogava i documenti che gli arrivavano, qualcuno lo mostrava agli interni e ciò lo teneva occupato tutta la giornata, sempre con il sottofondo musicale. Una vita tranquilla, dalle nove alle tredici, dalle quattordici alle diciotto con il sabato libero, sarebbe rimasto tutto così se un giorno non fosse stato chiamato in direzione. Senza giri di parole gli comunicarono che l'archivio occupava troppo spazio, che così era dispendioso e che si sarebbe passati ad una ristrutturazione per informatizzare l'ufficio. Il povero Fausto non poté dire nulla se non va bene. Non poté replicare nemmeno all'ordine di mettersi a disposizione del giovanotto in completo e cravatta che gli era seduto vicino e che non lo aveva degnato che di uno sguardo al momento delle presentazioni, per il resto non aveva fatto altro che assentire alle parole del capo.
E così una mattina trovò due altre scrivanie, uno scanner, scoprì poi cos'era, e tanti scatoloni, montati e da montare. E, ultimo affronto, dalla fila di raccoglitori più lontani a sinistra venne fuori un giovane con una pila di fascicoli che impilava su uno dei due tavoli. Fausto lo avrebbe voluto fermare, gli avrebbe voluto gridare "Tu non sai cosa hai per le mani", ma non poteva, non aveva più alcun potere, dopo tanti anni, sul suo luogo di lavoro, sul suo regno. Non aveva nemmeno bisogno di leggere le schede per trovare ciò che gli serviva, tutto era su pc ma lui aveva tutto nella testa.
Il giovane azzimato prendeva le cartellette o le buste, tirava fuori il contenuto e lo distribuiva, secondo segreti, almeno per Fausto, a lui solo noti in tre altri mucchi contraddistinti dalle lettere F, B, S. Notò che tutto quello che veniva messo nel mucchio F, l'operaio lo spostava poi nei cartoni senza troppo riguardo e su cui, al momento della chiusura, scriveva Fuoco. E il fuoco ardeva nel cuore e nella testa di Fausto che non sapeva che cosa avrebbero bruciato, una fattura del 1946? Una nota del 1924? Una lettera di un mese prima? Si rodeva ma non poteva fare nulla se non guardare, soddisfare qualche richiesta e aprire e chiudere l'archivio. Almeno questo potere non glielo avevano tolto. Dopo la selezione, quasi a fine giornata, Azzimato prendeva il materiale del mucchio B e lo imbustava dopo aver scritto qualcosa, mai che gli chiedesse un parere, un consiglio, nemmeno per finta cortesia. Al settimo giorno arrivò una signorina, bassa, cicciottella, con una cresta di gallina in testa, e con dei vestitini che le strizzavano tutte le cicce. Si posizionò allo scanner e iniziò il suo lavoro canticchiando sotto voce. Poche parole e nessuna al povero Fausto, al massimo buongiorno e buonasera.

Subiva, non poteva far altro. Mano a mano gli cambiavano le cose attorno senza nemmeno essere avvertito, finché non arrivò il giorno che venne di nuovo convocato dal capo che, senza tanti giri di parole gli comunicò che dal mese successivo sarebbe andato in pensione. Non pensate che per Fausto fosse un dispiacere, anzi, sentiva quella decisione come una liberazione. Quello non era più il suo lavoro, la sua seconda casa, era qualcosa che non riconosceva. Pulito, anche le finestrelle a piano stradale che lui riusciva a far pulire solo due volte l'anno, luminoso, grazie a potenti lampade ma a risparmio energetico, pochi scaffali e molti armadi che racchiudevano anni di storia che non sarebbe stata più completa e con un impiegato in camice bianco. Gli ultimi giorni era stato, di fatto, degradato a portantino dopo essere stato primario. E così lasciò il palazzo con una fredda festa d'addio condita da pizzette e rustici freddi e di scarsa qualità, da dolcetti ormai rinsecchiti e spumante di seconda categoria salutato da "colleghi" deportati in sala riunioni per ordini superiori. Anche il capo parlò, ne lodò la dedizione, l'accuratezza, la sapienza e tutte le altre corbellerie che si dicono in simili occasioni. Poi venne l'immancabile regalo d'addio. L'orologio che avrebbe dovuto battere il tempo dell'addio alla vita. Si grattò, quasi platealmente davanti a tutti, lui così misurato, educato, rispettoso da sembrare quasi succube. Tutti risero e tornarono ai loro posti di lavoro, ai loro cubicoli ricavati da quelle che una volta erano decine di stanze. Solo una persona rimase nella grande sala vuota, il vecchio portiere tenuto ancora lì non si sa per quale motivo. Peppe mise una mano in tasca e tirò fuori il suo regalo personale, una macchina fotografica digitale. Allungò la mano verso Fausto accompagnandola con "Fuori c'è la vita". Si alzò lo abbracciò e si diresse verso la porta, Fausto notò che si portava la mano destra al viso come per raccogliere una furtiva lacrima. Attese qualche minuto e andò via anche lui, dall'ingresso secondario in modo da non dover salutare nessuno.
Era vero. Fuori c'era la vita. C'erano la luce, i colori, la gente, le cose e le idee.
Dalla sua casetta ai margini della città, circondata ancora dagli alberi e dall'erba, partiva ogni mattina alla scoperta del mondo armato della macchina di Peppe. Scattava foto in continuazione, un gatto, un fiore, una chiesa, i turisti, le formiche, le nutrie sulla sponda del fiume, le oche del laghetto della villa comunale, le donne, gli uomini, tutto ciò che si muoveva e che era immobile. Una scoperta continua. Il suo pc ormai conteneva migliaia di foto che si godeva da solo. E si sentiva egoista. Doveva, lo sentiva come un imperativo categorico, dividere le sue scoperte con qualcuno non avendo nessuno vicino. La sua casetta, ereditata e mai abbandonata, non aveva mai visto entrare uno sconosciuto. Se qualche breve fugace storia c'era stata era stata consumata altrove, il posto più comodo che ci sia. Altrove dove tutto accade senza che nulla accada.
Con riluttanza decise di condividere il suo bene più grande, la scoperta del mondo, sul social network più alla moda, dove tutti avevano centinaia, migliaia di amici anche senza conoscere nessuno.
Si fece il suo account e la sua paginetta, entrambi si chiamavano "Mi piace", ed iniziò a pubblicare le sue foto. Chissà perché e percome iniziarono ad arrivare richieste di amicizia e ogni foto faceva il pieno di mi piace. E lui si sentiva realizzato come non mai. La scoperta del mondo, il suo, alla portata di tutti. E pubblicava, pubblicava, centinaia di foto di tutti i generi e tutte riscuotevano il plauso di sconosciuti che sembrava scoprissero, grazie alle sue foto, un mondo che vivevano senza conoscere.

Il citofono della caserma suonò nel gabbiotto del piantone.
Buongiorno, vorrei fare una segnalazione
Di che genere
una probabile scomparsa
Il click del cancello le diede via libera.
Mentre spiegava al giovane carabiniere ciò che temeva, la signora vide il Tenente entrare, un po' per galanteria e un po' per dovere, questi si fermò e chiese cosa accadeva. Dopo una sommaria spiegazione disse alla donna di accomodarsi nel suo ufficio. Mi dica tutto di nuovo dall'inizio.
Sul mio profilo Fb sono amica di qualcuno che non conosco che pubblica foto, frasi tratte da libri, pensieri propri e con cui in tanti manteniamo contatti. Una persona più che corretta. Ieri ha pubblicato una foto, se ha un profilo Fb lo apra e cerchi la pagina "Mi piace", mentre la donna parlava il pur giovane tenente digitava in fretta. Dopo aver pubblicato la foto che vede, che non è della solita qualità, sembra fatta in fretta e senza passione, non ha più dato segni di vita, non ha nemmeno commentato o risposto ai commenti, ed è una cosa mai accaduta.
Il tenente alzò gli occhi e li piantò nel viso della donna come per sincerarsi della veridicità delle sua parole. Alzò la cornetta del telefono e chiamò un numero: Buongiorno sono il tenente Cardillo, ho bisogno che mi diciate in tempi brevi se il pc da cui viene gestita la pagina .... e continuava a spiegare con un tono che scivolava verso la concitazione e senza togliere gli occhi di dosso alla signora seduta davanti la scrivania. Mise giù la cornetta e rimasero in silenzio, per pochi minuti. Lo squillo li fece quasi sobbalzare:
Tenente Cardillo
Il computer risulta acceso ma senza nessuna attività nelle ultime ore. Dovrebbe appartenere a Fausto Campanello, abitante in via Baciona 58.
Grazie e tolse bruscamente la comunicazione. Fece il numero della centrale operativa:
Sono il Tenente Cardillo, ho bisogno di un intervento discreto ma urgentissimo in via Baciona 58, una pattuglia, un'ambulanza e i Vigili del Fuoco. Potrebbe esserci una persona in difficoltà.
La discrezione non è di questo mondo, ci dobbiamo rassegnare. Arrivarono a sirene spiegate, sgommando e frenando alzando un nugolo di polvere. I due militi corsero uno alla porta e una alla finestra.

Fausto aveva pubblicato la sua ultima foto, è vero non gli era venuta bene ma decise che comunque poteva andare, per una volta lo standard di qualità poteva scendere. Si accese una sigaretta seduto sulla sua poltroncina girevole da ufficio e guardava il video dove già si materializzavano i Mi piace e i primi commenti. Il micio dalla cucina si fece sentire per ricordare che anche lui aveva dei bisogni primari come mangiare. Spense la sigaretta, lasciò la camera piena di libri, riviste giornali ordinati in un disordine organizzato e si recò nella cucina linda e pinta che divideva con la bestiola come il resto della casa. Cambiò l'acqua al micio, gli mise i croccantini e una bustina di umido, gli fece due coccole e tornò al computer. Si accese una nuova sigaretta, odiava riaccendere quelle spente, e guardò lo schermo dove si cumulavano gli apprezzamenti, neanche fosse un esperimento di pavloviana memoria. Io metto una foto e voi, topi di laboratorio, cliccate mi piace. Era soddisfatto del risultato anche se qualcuno segnalava la scarsa qualità dell'opera. Gli avrebbe risposto con calma.

Il milite suonò il campanello di Fausto dando il via a una dolce melodia, il viso del carabiniere si contrasse in una smorfia come una specie di sorriso. Contemporaneamente l'urlo del suo collega, buttate giù la porta, diede il via libera ai Vigili del Fuoco. Pochi attimi e dentro la casa c'erano il dottore e gli infermieri. Fausto era seduto sulla sedia, il braccio sinistro abbandonato lungo il corpo, a terra la sigaretta che si era consumata sui mattoni, come aveva notato il capo dei vigili, non c'erano segni di violenza, come aveva notato il maresciallo, probabilmente era stato un infarto, come aveva notato il medico. La mano destra stringeva il bracciolo come in un ultimo tentativo di restare in equilibrio.
Nella caserma attendevano notizie guardandosi negli occhi, anche con preoccupazione. Lo squillo li riscosse. Anche se non era corretto il tenente mise il viva voce:
Tenente Cardillo?
Sono io
L'intervento si è concluso, gli infermieri lo hanno raccolto che ancora respirava.

La signora, Antonella Cucciolina, si lasciò andare ad un sommesso pianto.

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IL NASTRINO di Sergej Butkov

16 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NASTRINO di Sergej Butkov

Questo è un racconto che fa parte della raccolta Le cime di Pietroburgo di Sergej Butkov (1821-1858), amico del giovane Dostoevskij e scrittore sommerso dai giganti letterari della sua epoca. L’autore di Delitto e Castigo commentò con tristezza la sua precoce morte in una lettera dalla Siberia al fratello Michail.

Il protagonista è Ivan, un impiegato di basso rango, senza ambizioni e privo di particolari attitudini a parte la precisione nel lavoro. Sa copiare con cura i documenti, ma va in ambasce se gli si conferisce un incarico più complesso. Vive in un piccolo appartamento ai piani bassi di un palazzo perché non sopporta le grandi altezze; in realtà non le sopporta nemmeno nella vita. Strimpella un vecchio piano. Quindi, un uomo senza qualità che non beve, non urla e conduce un’esistenza senza squilli di tromba: “Da dieci anni manteneva lo stesso impiego, con lo stesso stipendio, sulla stessa sedia, allo stesso tavolo e svolgendo lo stesso incarico”. Esce poco perché si sente goffo oltre che povero.

Nel suo grigiore arriva finalmente una nota di azzurro. La figlia dei suoi vicini tedeschi suona come lui il piano e Ivan se ne innamora. In quel periodo il suo superiore gli concede il nastrino, una decorazione per un lavoro importante ben svolto. In realtà Ivan non ha fatto molto per meritarsela; è stato principalmente un colpo di fortuna. Ma ora è il momento dell’ottimismo. Non vede l’ora di sfoggiare il nastrino all’occhiello davanti alla ragazza che ogni tanto va a trovare. Ma le sue aspirazioni vengono rintuzzate e poi distrutte. La giovane gli dice duramene: “E allora? Oggi chi non ha un nastrino?”. Subito dopo lei gli confida di avere anche lei qualcosa di simile regalatole … dal suo fidanzato. Ivan, appresa la notizia, è devastato; non gli resta che andarsene barcollando e tornare nel suo piccolo e mesto alloggio. In fondo la ragazza in prima battuta ha ragione. Quello è solo un pezzo di stoffa. Onorificenze, medaglie, premi sono in gran parte vanità e segni di distinzione; il sistema le concede dall’altro per fidelizzare e far aderire a sé i sottoposti. Il cappotto del noto racconto di Gogol’ prima di essere un cappotto è un simbolo sociale. Napoleone Bonaparte, abile dispensatore di premi e decorazioni (maresciallo di Francia, cavaliere dell’Impero, titoli nobiliari) ai suoi seguaci, si sentì obiettare che quelli erano giocattoli. L’imperatore rispose significativamente che gli uomini sono governati dai giocattoli. C’è probabilmente un livello sano in cui questi “giocattoli” sono mezzi positivi e rappresentano uno stimolo a crescere, oltre che essere un mezzo per tenere saldi i corpi della società. Oltre quel livello, c’è solo la vanità.

Tornando al racconto, non è un tronfio e borioso carrierista a venire ridimensionato. A subire il colpo, per aver sfoggiato il nastrino, è un piccolo e sobrio impiegato, tranquillo e senza artigli, costretto dopo lo smacco a dover ricominciare a volare basso. A chi sta ai piani inferiori, basta poco per esaltarsi e ancor meno per precipitare. Ivan, timoroso, come già detto, delle grandi altezze, ne ha avuto una dura conferma. Per questo, alla fine, il racconto di Butkov, è proprio triste, oltre che realistico.

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Irma la maestra

4 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

Irma la maestra

La signora Irma si muoveva nel suo piccolo appartamento con agilità nonostante l'età avanzata. Certo, dire che si muoveva è un'esagerazione per i 50 metri quadrati scarsi di casa in cui si era ridotta. La vecchia bella grande casa l'aveva venduta tanti anni fa per aiutare l'unico nipote che aveva, rimasto solo al mondo, una tragedia che ancora non aveva superato. Per lei, sola, fu un sacrificio neanche troppo grande, per il nipote lontano fu una salvezza, per fortuna Giuseppe non si era dimenticato di lei. Sempre una telefonata e, nonostante la distanza, una visita al mese. La portava fuori a pranzo dopo aver visitato un museo, una mostra. E in quelle poche ore che passava da lei riusciva anche a sistemare i piccoli danni dell'appartamento.
Giuseppe le aveva cambiato le lampadine vecchie con quelle nuove che consumavano di meno, le aveva fatto un nuovo abbonamento al telefono per farla risparmiare, insomma faceva di tutto per facilitarle la vita che con la crisi diventava sempre più difficile da vivere con la sua pensione di statale. Irma era stata maestra, Irma la maestra, come la conoscevano tutti nel suo vecchio quartiere. In quello nuovo era una delle tante pensionate deportate per lasciare le case ai figli o ai nipoti. Ma Irma non si lamentava, le andava bene così, aveva i suoi libri, la sua musica e il suo gatto.
Le difficoltà economiche, che nascondeva al nipote, l'avevano portata ad aprire la porta di casa al gatto in modo che anche lui si desse da fare, che cercasse un po' di cibo al di fuori delle mura domestiche, scatolette e croccantini, per quel mangione, non bastavano mai. Aveva dovuto scegliere se mantenere il gatto o mantenere se stessa. Giuseppe ogni tanto le lasciava un po' di soldi, mai tanti perché anche lui se la passava mica tanto bene con la cassa integrazione a singhiozzo come la moglie e poi aveva due figli da mantenere agli studi. Irma riusciva a nascondere le sue difficoltà alla famiglia di Giuseppe, non voleva caricarlo di altri pensieri.
L'anziana maestra girava per casa, spostava una sedia, metteva a posto un libro, perdeva tempo, in parole povere. Ogni tanto un'occhiata all'orologio in attesa che arrivassero le tredici. A quell'ora scendeva in strada e si avviava alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portata, in poche fermate, in un quartiere vicino dove c'era il mercato rionale. Era diventata un'occupazione che ripeteva tre volte a settimana dopo il quindici del mese, quando i soldini iniziavano a scarseggiare. Arrivava al mercato e si posizionava in uno degli angoli della piazza rettangolare lasciata in eredità alla città dal Duce. Da quella posizione attendeva che i banchi iniziassero a chiudere e verso le quattordici, con la sporta al gomito come si usava un tempo, iniziava il suo percorso. Non rovistava, questo no, ancora non c'era arrivata, ma sapeva dove gli operatori del mercato lasciavano le cassette con la verdura e la frutta non più vendibili e lì si serviva, sceglieva anche con cura. Velocemente faceva il suo giro e velocemente spariva dal mercato senza mai prendere più di quello che le sarebbe potuto servire. Sapeva che dopo di lei sicuramente sarebbero passate altre persone bisognose.
Nonostante ripetesse questa operazione in un mercato di un quartiere a lei sconosciuto e dove lei stessa sarebbe dovuta essere una sconosciuta, non sapeva che era stata notata, casualmente, proprio da uno dei proprietari dei banchi di frutta e verdura. L'uomo aveva visto questa signora vestita dignitosamente, pettinata e pulita e all'inizio si era stupito che prendesse le cose che lui scartava ma che non buttava nei secchioni perché sapeva del "mercato" non ufficiale che si apriva quando loro chiudevano. Gli dispiaceva vedere che la crisi non risparmiava nessuno e che, anzi, sempre più pensionati riducevano le quantità di merce acquistata.
Irma, dopo la sua spesa, tornava a casa e pranzava, con calma, senza preoccupazioni di orario, in fin dei conti era l'ora in cui mangiava anche quando insegnava. Appena finito, puliva la frutta, la metteva nei contenitori e la riponeva in frigorifero. Puliva la verdura, la lavava, la cuoceva e la divideva in due come per la frutta e anche la verdura andava in frigo. Ogni tanto rifletteva sul come si era ridotta, sul perché la sua pensione non le bastasse più dopo tutti i sacrifici che aveva fatto e faceva. Aveva anche messo da parte il cellulare che il nipote le aveva regalato, o meglio, lo aveva sempre con sé ma non lo usava mai per chiamare ma solo per ricevere. Per risparmiare telefonava solo dal fisso a costo zero. Aveva anche preso l'abitudine di prendere i libri in biblioteca, anche se le costava un lungo viaggio in autobus. E proprio leggendo attendeva che arrivasse la sera. Alle diciannove apriva il frigo, prendeva metà della frutta e della verdura, metà del pane comperato la mattina e scendeva di un piano, tirava fuori le chiavi ed apriva la porta del pianterreno. Andava in cucina e metteva frutta e verdura nel frigorifero della vicina. Poi andava nella camera, l'unica a parte la cucina, da letto, prendeva il libro sul comodino e, dopo aver salutato con un bacio l'uomo sdraiato sul letto, iniziava a leggere riprendendo dal punto dove l'aveva lasciato il giorno prima e leggeva fino al ritorno della moglie dell'uomo.
Il fruttivendolo ormai aveva memorizzato i giorni e l'orario della spesa della signora Irma e non sapendo come fare per aiutarla senza recarle offesa, aveva iniziato a lasciare un sacchetto con frutta e verdura buona. Sapeva che lei sarebbe stata la prima visitatrice e che non correva il rischio che altri la prendessero al suo posto. L'uomo aveva l'idea di conoscere la signora delle due, come la chiamava parlando con la moglie. Era convinto che avesse avuto una parte nella sua vita ma non riusciva a focalizzare il dove e il quando. Forte di questa convinzione aveva deciso di scoprire chi fosse e quel giorno, chiuso il banco, si mise in macchina ad attenderla. La segui nel suo percorso verso casa e vide dove abitava. Attese qualche minuto e poi andò a controllare i nomi sui citofoni. Irma C. lesse e gli si affollarono nella mente molti ricordi. La Maestra Irma, ecco chi è, quella che mi diceva sempre che ero uno zuccone perché studiavo poco, che mi arruffava i capelli la mattina quando entravo e all'uscita. La Maestra Irma che mi ha insegnato a leggere e scrivere e far di conto. La Maestra Irma che non ha mai urlato con nessun bambino, nemmeno i più agitati. Con gli occhi lacrimosi, risalì in macchina e tornò a casa.

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