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racconto

Bugie e fantasie

27 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Cominciava con un prurito sulla guglia del naso. Era come una puntura di spillo che si allargava in onde crescenti di formicolio. La carne si arrossava, la pelle si tendeva e poi si arricciava in crespe e nodi legnosi.

Trentadue anni e mezzo erano passati da quando Pinocchio non era più un burattino di legno, però, ogni volta che mentiva, il suo naso - l’antenna impertinente che la natura protendeva fuori della sua testa - ancora si trasformava. Era sempre un evento spiacevole ed imbarazzante. L’ultima volta il fattaccio era accaduto sul locale Firenze-Prato e Pinocchio aveva fatto il viaggio chiuso nella toelette nell’attesa che gli passasse. Quel giorno, ricordava, aveva sparato una balla all’uomo seduto di fianco, esagerando l’abilità del proprio cane da caccia.

Ma perché succedeva qui, in questa fredda sera di Dicembre, mentre si pavoneggiava nel cappotto nuovo, specchiandosi in una vetrina gravida d’addobbi natalizi? Non aveva raccontato bugie a nessuno, era solo con propri pensieri. Cosa aveva pensato esattamente? Si sforzò di ricordare. Dunque, aveva osservato un nuovo modello di computer, infiocchettato come un pacco regalo, poi il palmare a fianco, e infine il piccolo robot parlante. Ah, ora rammentava. Lo aveva paragonato a un burattino. Ecco i burattini del terzo millennio, aveva pensato. Per fortuna io ormai sono un uomo in carne ed ossa. Sono a posto, sono arrivato.

Tornò a guardarsi nella vetrina. Vide un bell’uomo elegante sui quaranta. Era cambiato parecchio da quando le sue scorribande con Lucignolo mettevano a soqquadro il paese e facevano disperare il povero babbo. L’antica struttura di frassino, a ben guardare, si era conservata nelle giunture, un po’ rigide per la sua età, e nelle onde rade e scolpite dei capelli. Ma a tradirlo davvero era sempre e solo il naso. Indisciplinato e puntuto, pronto a trasformarsi in legno nei momenti meno opportuni. Come ora, con questo nevischio ghiacciato che ti tagliava la faccia.

Si guardò intorno. Nessuno si era accorto di niente, grazie al cielo. Era tardi, i negozi stavano chiudendo. Gli ultimi passanti rincasavano frettolosi col bavero alzato contro la tramontana. Calcò il cappello sugli occhi, poi si ficcò in un cinema di seconda visione. Al buio avrebbe atteso che tutto finisse.

Coprendosi il naso con la mano, chiese un biglietto. La cassiera alzò due occhi fissi e distratti insieme. Aveva un’aria triste, la bocca piena di briciole. Faceva tutt’uno col banco di formica dietro il quale nascondeva la sua cena. Pinocchio distolse lo sguardo, sempre più a disagio, e si rincalzò ancora di più nel cappotto. Il freddo gli gelava le ossa.

Entrò nella sala buia e si cacciò nell’ultima fila. Davano un film di guerra degli anni cinquanta. Vicino a lui c’erano un paio di pensionati intirizziti e una coppia di mezza età, che si baciava con bramosia clandestina.

Allungò le gambe, cercò di rilassarsi. Il naso non accennava a tornare normale, anzi, nel gelo della sala, era l’unica parte del suo corpo ancora calda.

Era la maledizione della fata, rifletté, la vecchia baldracca turchina che gli aveva fatto da madre. Se davvero gli avesse voluto bene come diceva, non l’avrebbe tormentato col ricatto della bontà. Ogni buon’azione, un pezzo di legno in meno. Aiutava una vecchietta ad attraversare nel traffico? Via un dito. Faceva l’elemosina sul sagrato della chiesa? Ecco che al posto di un orecchio di legno, si ritrovava della cartilagine molliccia. Per conquistarsi tutto un corpo aveva faticato l’intera infanzia, su su fino al terribile, meraviglioso, giorno in cui perfino il suo pene di frassino aveva distillato una bianca perla del tutto umana. Ma bastava un niente. Nell’attimo in cui alterava il reale anche solo di un piccolissimo scarto, doveva correre pentito a nascondere l’ingombrante frutto della sua colpa.

Eppure, davanti alla vetrina dei computer, l’ingegner Pinocchio non aveva detto nessuna delle sue solite bugie. Non aveva gonfiato la potenza dell’auto, le acrobazie del pene, le tette della segretaria. Non aveva soffiato il progetto ad un collega. Non aveva lusingato nessuno, non aveva fatto complimenti ad arte per ingraziarsi i superiori. Non riusciva proprio a capire dove poteva aver sbagliato.

Però cominciava a sentirsi stranamente bene. La sala di proiezione era come un utero accogliente. Lui era immerso nel lago di bagliori che piovevano dallo schermo ed il calore gli si stava propagando dal naso al resto del corpo. Strinse il pezzo di legno fra le dita. Era come avere fra le mani una tazza di caffè caldo, una stufa accesa. Chiuse gli occhi.

Rivide una bottega di falegname, lontana nel tempo, profumata di trucioli e con un tappeto di morbida segatura. Un uomo anziano intagliava un ciocco. Canticchiava, allegro.

“Ti farò gli occhi e tu vedrai. Ti farò la bocca e tu parlerai. Ti farò il cuore e tu amerai.”

Era stato un desiderio, un dono d’amore, una formula magica.

Quattro lunghe ciglia di legno avevano sbattuto stupite, una gamba era balzata giù e si era avvicinata ciottolando, impaziente di riunirsi al resto del corpo.

“Ti chiamerò Pinocchio.”

Il burattino di legno aveva sorriso, i tondi occhi illuminati di malizia. Era un burattino allegro, terribile, vivacissimo. Geppetto, suo padre, lo amava proprio per le sue marachelle.

I primi anni della sua vita erano stati spensierati, poi era venuta la consapevolezza della diversità, il bisogno di apparire un altro. L’innumerevole sfilza di bugie.

Raccontava ai burattini di Mangiafoco che lui era figlio di un sultano. Vendeva l’abecedario per andare a vedere il teatro. Magico teatro, pieno di maschere, trasformista e bugiardo, fantastico, innocente. Raccontava a Lucignolo che loro due non erano asini, bensì nobili cavalli da corsa, mentre, preoccupati, si tastavano le orecchie pelose nel tetro luna-park del Paese dei Balocchi.

In quella vita aveva portato vestiti di carta fiorita e cappelli di mollica di pane, s’era bruciato i piedi e se n’era fatti intagliare un paio nuovi di zecca da Geppetto, aveva imparato a mangiare bucce e pan di feccia, aveva conversato col grillo parlante. Ed aveva sempre Lucignolo con sé.

Lucignolo. Naso all’insù, occhi di pece, una ne fa e cento ne pensa. Lucignolo attore, bugiardo, unico amico.

Quando Lucignolo era uscito dalla galera, tutti in paese gli avevano voltato le spalle. Pinocchio per primo, perché ormai dai suoi pantaloni spuntavano rosee ginocchia di ciccia e tutti gli consigliavano di star lontano dalle cattive compagnie. Pensa a studiare, gli dicevano, pensa a tuo padre, pensa a farti una posizione ora che sei un bambino vero, che non hai più la testa di segatura. Così si era trasferito a Firenze e Lucignolo era morto d’overdose nel cesso di un bar.

Ecco dov’era il punto.

La più grossa delle bugie l’aveva detta a se stesso. La bugia era il suo desiderio di apparire per forza come gli altri. Perché uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero. Ma lui non era come gli altri. No, lui non era un essere umano, era un burattino di legno. E non era un ingegnere, era un attore. Doveva stare sul palco, insieme agli altri burattini come lui.

Amava il teatro, amava Lucignolo e persino il Gatto e la Volpe. Amava anche la fata, ma solo quando gli si mostrava sottoforma di lucida lumaca o di capretta azzurra.

Dallo schermo piombò su di lui una luce blu, che circondò di un alone le sue mani. La presa divenne una morsa, le dita si contrassero e formicolarono. Pinocchio le guardò a lungo, stupito. Poi sorrise.

Erano tornate di legno.

Uscì dal cinema con l’andatura guizzosa e scricchiolante della sua gioventù. Cantava. “Ti farò il cuore e tu amerai”

Passò davanti alla cassiera. Si guardarono: un grosso burattino di legno dall’aria contenta, infagottato in un cappotto di Versace, e una donna di mezza età, con un ammiccante baluginio turchino fra i capelli.

Trentadue anni e mezzo erano passati da quando Pinocchio non era più un burattino di legno, però, ogni volta che mentiva, il suo naso - l’antenna impertinente che la natura protendeva fuori della sua testa - ancora si trasformava. Era sempre un evento spiacevole ed imbarazzante. L’ultima volta il fattaccio era accaduto sul locale Firenze-Prato e Pinocchio aveva fatto il viaggio chiuso nella toelette nell’attesa che gli passasse. Quel giorno, ricordava, aveva sparato una balla all’uomo seduto di fianco, esagerando l’abilità del proprio cane da caccia.

Ma perché succedeva qui, in questa fredda sera di Dicembre, mentre si pavoneggiava nel cappotto nuovo, specchiandosi in una vetrina gravida d’addobbi natalizi? Non aveva raccontato bugie a nessuno, era solo con propri pensieri. Cosa aveva pensato esattamente? Si sforzò di ricordare. Dunque, aveva osservato un nuovo modello di computer, infiocchettato come un pacco regalo, poi il palmare a fianco, e infine il piccolo robot parlante. Ah, ora rammentava. Lo aveva paragonato a un burattino. Ecco i burattini del terzo millennio, aveva pensato. Per fortuna io ormai sono un uomo in carne ed ossa. Sono a posto, sono arrivato.

Tornò a guardarsi nella vetrina. Vide un bell’uomo elegante sui quaranta. Era cambiato parecchio da quando le sue scorribande con Lucignolo mettevano a soqquadro il paese e facevano disperare il povero babbo. L’antica struttura di frassino, a ben guardare, si era conservata nelle giunture, un po’ rigide per la sua età, e nelle onde rade e scolpite dei capelli. Ma a tradirlo davvero era sempre e solo il naso. Indisciplinato e puntuto, pronto a trasformarsi in legno nei momenti meno opportuni. Come ora, con questo nevischio ghiacciato che ti tagliava la faccia.

Si guardò intorno. Nessuno si era accorto di niente, grazie al cielo. Era tardi, i negozi stavano chiudendo. Gli ultimi passanti rincasavano frettolosi col bavero alzato contro la tramontana. Calcò il cappello sugli occhi, poi si ficcò in un cinema di seconda visione. Al buio avrebbe atteso che tutto finisse.

Coprendosi il naso con la mano, chiese un biglietto. La cassiera alzò due occhi fissi e distratti insieme. Aveva un’aria triste, la bocca piena di briciole. Faceva tutt’uno col banco di formica dietro il quale nascondeva la sua cena. Pinocchio distolse lo sguardo, sempre più a disagio, e si rincalzò ancora di più nel cappotto. Il freddo gli gelava le ossa.

Entrò nella sala buia e si cacciò nell’ultima fila. Davano un film di guerra degli anni cinquanta. Vicino a lui c’erano un paio di pensionati intirizziti e una coppia di mezza età, che si baciava con bramosia clandestina.

Allungò le gambe, cercò di rilassarsi. Il naso non accennava a tornare normale, anzi, nel gelo della sala, era l’unica parte del suo corpo ancora calda.

Era la maledizione della fata, rifletté, la vecchia baldracca turchina che gli aveva fatto da madre. Se davvero gli avesse voluto bene come diceva, non l’avrebbe tormentato col ricatto della bontà. Ogni buon’azione, un pezzo di legno in meno. Aiutava una vecchietta ad attraversare nel traffico? Via un dito. Faceva l’elemosina sul sagrato della chiesa? Ecco che al posto di un orecchio di legno, si ritrovava della cartilagine molliccia. Per conquistarsi tutto un corpo aveva faticato l’intera infanzia, su su fino al terribile, meraviglioso, giorno in cui perfino il suo pene di frassino aveva distillato una bianca perla del tutto umana. Ma bastava un niente. Nell’attimo in cui alterava il reale anche solo di un piccolissimo scarto, doveva correre pentito a nascondere l’ingombrante frutto della sua colpa.

Eppure, davanti alla vetrina dei computer, l’ingegner Pinocchio non aveva detto nessuna delle sue solite bugie. Non aveva gonfiato la potenza dell’auto, le acrobazie del pene, le tette della segretaria. Non aveva soffiato il progetto ad un collega. Non aveva lusingato nessuno, non aveva fatto complimenti ad arte per ingraziarsi i superiori. Non riusciva proprio a capire dove poteva aver sbagliato.

Però cominciava a sentirsi stranamente bene. La sala di proiezione era come un utero accogliente. Lui era immerso nel lago di bagliori che piovevano dallo schermo ed il calore gli si stava propagando dal naso al resto del corpo. Strinse il pezzo di legno fra le dita. Era come avere fra le mani una tazza di caffè caldo, una stufa accesa. Chiuse gli occhi.

Rivide una bottega di falegname, lontana nel tempo, profumata di trucioli e con un tappeto di morbida segatura. Un uomo anziano intagliava un ciocco. Canticchiava, allegro.

“Ti farò gli occhi e tu vedrai. Ti farò la bocca e tu parlerai. Ti farò il cuore e tu amerai.”

Era stato un desiderio, un dono d’amore, una formula magica.

Quattro lunghe ciglia di legno avevano sbattuto stupite, una gamba era balzata giù e si era avvicinata ciottolando, impaziente di riunirsi al resto del corpo.

“Ti chiamerò Pinocchio.”

Il burattino di legno aveva sorriso, i tondi occhi illuminati di malizia. Era un burattino allegro, terribile, vivacissimo. Geppetto, suo padre, lo amava proprio per le sue marachelle.

I primi anni della sua vita erano stati spensierati, poi era venuta la consapevolezza della diversità, il bisogno di apparire un altro. L’innumerevole sfilza di bugie.

Raccontava ai burattini di Mangiafoco che lui era figlio di un sultano. Vendeva l’abecedario per andare a vedere il teatro. Magico teatro, pieno di maschere, trasformista e bugiardo, fantastico, innocente. Raccontava a Lucignolo che loro due non erano asini, bensì nobili cavalli da corsa, mentre, preoccupati, si tastavano le orecchie pelose nel tetro luna-park del Paese dei Balocchi.

In quella vita aveva portato vestiti di carta fiorita e cappelli di mollica di pane, s’era bruciato i piedi e se n’era fatti intagliare un paio nuovi di zecca da Geppetto, aveva imparato a mangiare bucce e pan di feccia, aveva conversato col grillo parlante. Ed aveva sempre Lucignolo con sé.

Lucignolo. Naso all’insù, occhi di pece, una ne fa e cento ne pensa. Lucignolo attore, bugiardo, unico amico.

Quando Lucignolo era uscito dalla galera, tutti in paese gli avevano voltato le spalle. Pinocchio per primo, perché ormai dai suoi pantaloni spuntavano rosee ginocchia di ciccia e tutti gli consigliavano di star lontano dalle cattive compagnie. Pensa a studiare, gli dicevano, pensa a tuo padre, pensa a farti una posizione ora che sei un bambino vero, che non hai più la testa di segatura. Così si era trasferito a Firenze e Lucignolo era morto d’overdose nel cesso di un bar.

Ecco dov’era il punto.

La più grossa delle bugie l’aveva detta a se stesso. La bugia era il suo desiderio di apparire per forza come gli altri. Perché uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero. Ma lui non era come gli altri. No, lui non era un essere umano, era un burattino di legno. E non era un ingegnere, era un attore. Doveva stare sul palco, insieme agli altri burattini come lui.

Amava il teatro, amava Lucignolo e persino il Gatto e la Volpe. Amava anche la fata, ma solo quando gli si mostrava sottoforma di lucida lumaca o di capretta azzurra.

Dallo schermo piombò su di lui una luce blu, che circondò di un alone le sue mani. La presa divenne una morsa, le dita si contrassero e formicolarono. Pinocchio le guardò a lungo, stupito. Poi sorrise.

Erano tornate di legno.

Uscì dal cinema con l’andatura guizzosa e scricchiolante della sua gioventù. Cantava. “Ti farò il cuore e tu amerai”

Passò davanti alla cassiera. Si guardarono: un grosso burattino di legno dall’aria contenta, infagottato in un cappotto di Versace, e una donna di mezza età, con un ammiccante baluginio turchino fra i capelli.

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Asili

26 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ora sai che faccio, mi metto il cappottino e il berretto, siedo sulla panca nello spogliatoio, e aspetto mamma. Ti prego, ti prego Signore, fa’ che mamma venga a prendermi. Almeno per mangiare. La pasta è molle, l’uovo fa schifo. Ieri ho vomitato, mi hanno fatto alzare, mi hanno portato al centro della stanza, mi hanno lasciato lì in piedi, da sola, mentre andavano a prendere qualcosa per pulirmi perché avevo tutto il grembiule sporco di vomito. Chiamavo mamma, ero bagnata, mi vergognavo perché tutti mi fissavano, mi puntavano contro il dito, ridendo con quelle boccacce sdentate.

Perché mamma non viene a prendermi? Così vado a casa e mangio almeno il purè, che mamma lo fa buono, e poi guardo la tv dei ragazzi.
Stamani mi hanno dato un foglio e una matita. “Disegna, Gina”, mi hanno detto. Ho puntato la matita sul foglio, ho tracciato un arco con una mano sola. Quella che mi aveva dato il foglio ha chiesto: “Cos’è, Gina?”. “È un ponte, va bene?” ho detto io. Così, se non altro, la piantava di obbligarmi a disegnare. A me non riesce disegnare, a me non piace disegnare. Vorrei che mi lasciassero leggere tutti i libri che hanno in quella stanza di là. Ma forse non so leggere.
Ieri ci hanno fatto sedere in cerchio. “Gina, raccontaci qualcosa di te”, hanno detto. Non mi è venuto niente da dire, mi sembrava di avere una scatola da scarpe al posto della testa. Ero tutta sudata.
“Non temere, Gina, qui hai tante nuove amiche.”
Mamma mi ha spiegato che due persone diventano amiche quando si conoscono da tanto tempo e si vogliono bene. Non so quanto è che sono qui, ma queste non sono mie amiche e non voglio bene a nessuno. No, davvero, queste non sono mie amiche, queste puzzano e si pisciano addosso. Se mi avvicino, mi danno le spinte. Una mi ha detto: “Vai via, puttana.” Mamma non vuole che dica certe parole, non vuole nemmeno che le ascolti.
Mamma, ti prego, vieni.
***


“Ci fumiamo una sigaretta, Giovanna?”
“Sì, Angela, ma facciamo presto che fra poco rientra la direttrice.”
Giovanna e Angela si appoggiano al vetro esterno e fumano in fretta, aspirando a grandi boccate. L’aria sta rinfrescando, il sole cala e si va a nascondere dietro le colline. Una terza infermiera passa loro vicino spingendo una sedia a rotelle vuota. “Sbrigatevi, la vipera è in arrivo.”
“Come le hai viste, oggi?” chiede Giovanna.
“Insomma… al solito, qualcuna tranquilla, altre meno.”
“È assurdo quanto riescono a essere cattive alla loro età. Ce l’hanno con Gina, poverina, la isolano.”
“Gina non lega con nessuno, parla poco, non si apre, non è collaborativa... ”
“Già, oggi ho provato a farla disegnare, ma niente.”
Suona un campanello, le due infermiere spengono in fretta le sigarette sotto la suola delle scarpe. “Dai, al lavoro.”
Tornano nella grande stanza comune. “Svuoti tu le padelle?” dice Angela, a voce alta, per farsi sentire dalla direttrice che, proprio in quel momento, sta scendendo le scale dai piani superiori.
“Sì, e tu vai a prendere i pannoloni, taglia media e grande, mi raccomando.”
La direttrice si è fermata ai piedi della scala. “Giovanna, Angela”, dice con un sorriso da serpe, “le nostre ospiti hanno bisogno di voi. Non siete qui per divertirvi. Questo non è un asilo, ragazze, ricordatevelo, è una casa di riposo.”

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Luisa Sordillo

25 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Questo racconto di Luisa Sordillo ti graffia dentro, ti fa male a leggerlo.

La “mano caina” di chi non ha cuore, ma solo “un ignobile muscolo”, ha spezzato la vita di una creatura gentile. Chicca rimane bloccata, spaurita, trafitta da un destino inaspettato e crudele. Ci vuole coraggio ad affrontare questo dolore, narrandolo, nella speranza, purtroppo vana, che non accada mai più.

Storia di un grande amore, è la memoria struggente di un legame interrotto. Se si è avuta la sorte di incontrare un piccolo essere, un dolce animale dagli occhi “senza orizzonte”, le tracce del suo passaggio non ti abbandonano più, anche quando diventano solo frammenti di ricordo. Luisa Sordillo riesce a costruire immagini che scavano l’animo, sin dalla prima dolorosa descrizione dell’ultimo guaito della cagnolina “pancia all’aria, a ricercar la stella infausta”… E l’angoscia, per contrasto, riporta ai momenti di gioia, “con i rituali frenetici” del giornaliero ritrovarsi, con la “tiepida e svelta leccata sulla mano”, a quel tacito parlarsi, che è promessa d’amore eterno.

Tenero e delicato racconto, dove la pena per la perdita e per l’assenza si avverte non solo dalle dolenti parole, ma anche dal ritmo della narrazione, talvolta spezzato, quasi a trattenere il singhiozzo di un dolore mai spento.

Patrizia Poli e Ida Verrei

UNA FREDDA GIORNATA D'INVERNO

Giaceva immobile, come una giostra nel bel mezzo di un black out, braccata all’improvviso da un buio non annunciato e non prevedibile, senza messaggero tramonto. Pancia all'aria, a ricercar la stella infausta; le zampette indurite, come strette da una morsa di cemento, si presentavano senza direzione, sperduta la bussola, in ordine sparso. La coda, oscurato il sole, era come una foglia d’autunno, migrante e spaesata, senza consapevolezza alcuna.

Gli occhi aperti ma vuoti, lasciavano però filtrare la paura, il contorno infame dell’agguato in cui era caduta, l’incredulità, il tentativo vano di sottrarsi al destino.

L’avevo portata su di un palmo di mano una fredda giornata di inverno, premio ambito dei miei reconditi sogni di bambina, più volte domandato e più volte negato.

Anche io, in fondo, ero stata per lei un anelato premio: tutti conquistati dalla sua vivacità e dalla sua tenerezza di fiocco di vita, ma nessuno sufficientemente pronto a farne parte integrante delle proprie giornate e delicato bersaglio dei propri sentimenti.

Entrambe perciò ci facemmo l’occhiolino al primo sguardo, contraccambiando un affondo nel pelo incolto con una tiepida e svelta leccata sulla mano.

Era Chicca, questo il suo nome, un tenero incrocio tra un confusionario e allegro yorkshire ed un raffinato e scorbutico pechinese, di un colore talmente bello da sembrare una spiga di grano baciata dai raggi del sole, dipinta in un quadro d’autore, spennellato da dorate meches e lucenti e chiari colpi di sole, sogno di attrici e donne di classe. Il suo musetto vispo con il tartufo schiacciato, tipico del pechinese, la rendeva sufficientemente civettuola e femmina ed i suoi occhioni senza orizzonte, penetravano senza permesso dentro l’anima, facendo di quel castagno intenso un invincibile passepartout per strappare concessioni e sorrisi.

I primissimi giorni non si distingueva da un cricetino e trovava rifugio e diletto in una scarpa n. 45 che le era stata regalata come parco giochi a suo esclusivo dominio, dove esercitare ogni tipo di acrobazia e allenamento muscolare e dentario.

Ricordo ancora il primo cappottino di velluto rosso, cappa di marmo sulle sue fragili zampe e il collarino in tinta, con un campanellino che ne segnalava sempre la presenza, onde evitare misfatti indesiderati.

I momenti con lei sono indimenticabili. Rientrare a casa e vederla saltellare di gioia, irrefrenabile e con un tamburo battente al posto del cuore, assistere ai suoi rituali frenetici e alle sue inarrestabili corse per scaricare l’ansia e la paura del mio non ritorno, i suoi balletti da primadonna della Scala, leggiadra e piroettante come una trottola di seta.

In una parola, vita.

Quella che le venne miseramente portata via ancora in una fredda giornata d’inverno, cupa e piovosa, da quel destino scritto con inchiostro di uomo, brutale, impietoso, con un macigno nel petto, arido e grigio.

Un boccone avvelenato la prese per la gola, assatanandola, invadendola di fiele, logorandola fin dentro l’anima. Un addio cruento, vigliacco, insolente.

Una lacrima che ancora scorre, la mia , nel fragore di un gesto insensato, nella mano caina che restò in silenzio, nell’ignobile muscolo di qualcuno che al battito riconduce un cuore, nella cecità di una notte subdola, in un’assenza che scava e consuma, in un amore incondizionato inciso nel cuore, in un giorno d‘inverno che non porterà all‘estate, in quell‘ultimo gemito che non dimenticherò.

Luisa Sordillo

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Giuseppe Guerrini

24 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Si legge che è un piacere il delizioso “La nuvola di Matteo” di Giuseppe Guerrini, compiuto e gentile racconto, scritto con un’essenzialità stilizzata e visiva allo stesso tempo.

Parla della strana comunicazione che s’instaura fra un bambino e una nuvola, amica immaginaria, sorta di primo amore, metafora di amicizie uniche, labili e preziose, capaci di attenuare per un momento lo sconfinato senso di solitudine, simbiosi d’amore, in un mondo fatto di animismo e fantasie, emozioni di un’infanzia che sogna.

C’è un’infinita dolcezza in quel “guardare il cielo”. Matteo gioca con le nuvole, dialoga con loro, le chiama per nome, si solleva oltre il suo mondo e sceglie “l’amica”, quella nuvola, “la sua nuvola”. I due amici hanno una lingua segreta, fatta di “pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri fra il grano” e “risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore” in un codice segreto, decifrabile solo con gli occhi di un cuore bambino. Nascono così “giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia”, destinati a finire come tutte le cose belle. La morte della nuvola, presagita da “piccoli vortici tristi” è la fine del sogno, dei misteri del cuore di un bambino e il passaggio alla vita normale. Si diventa “normali” quando si cessa di volgere gli occhi al cielo, o quando, sollevando nostalgicamente lo sguardo, non si riesce più a scorgere la “propria nuvola”.

Senza artifici linguistici, né ricerche di effetti speciali, con un linguaggio classico, lieve, l’autore, in questo racconto bello e commovente, dipinge immagini piene di poesia e riesce a regalare una visione suggestiva del mondo infantile.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La nuvola di Matteo

Matteo aveva otto anni e guardava le nuvole. Guardava sempre le nuvole. Gli piacevano proprio quelle cose lontane, informi e mutevoli sospese nel cielo. Era capace di passare interi pomeriggi steso sull’erba, perduto a guardarle nascere, trasformarsi, dissolversi o correre via portate dal vento. Se gli avessero chiesto cosa voleva fare da grande, avrebbe risposto “il meteorologo”. In verità Matteo non era tagliato per le scienze esatte, cose come “temperatura di rugiada” o “entalpia di condensazione” non erano per lui. Il suo interesse non era scientifico: per Matteo le nuvole erano amiche, compagne di strada a cui rivolgere un saluto, raccontare storie.

I suoi genitori erano preoccupati. Avevano cresciuto il loro bambino con amore, accompagnati dalle ansie consuete – i rischi di troppa televisione, i videogiochi violenti, i pericoli di Internet… Invece era loro toccato in sorte un bambino contemplativo, sognatore, che non impazziva per la Playstation, si stancava subito di televisione, non era attirato da Internet, e preferiva scorrazzare per la campagna con la sua bicicletta rosso vivo, sempre da solo, inseguendo chissà quali fantasie. Oppure guardava il cielo. Tanto bastava a farlo contento. Amava soprattutto certi pomeriggi estivi, quando, quasi dal nulla, si materializzano cumuli che crescono in altezza, netti e bianchissimi contro l’azzurro, poi lentamente scuriscono e si sfrangiano sulla cima allargandosi come un fungo minaccioso. Matteo sapeva che quelle torri di vapore ospitavano temporali, e poterle godere da lontano nella loro interezza gli dava un’ebbrezza strana, come se fosse capace di abbracciarle, come se gli appartenessero.

Matteo aveva inventato una classificazione tutta sua per le nuvole. C’erano le “cavalcatrici”, che correvano portate dal maestrale accavallandosi e mutando forma in continuazione, le “ritagliate”, che sembravano brandelli di bianco tenue spezzati dai venti d’alta quota, le “tremoline”, attraversate da strisce di piccole onde fitte, e naturalmente le “pecorelle”, e tante altre. C’erano anche le “sentinelle”. La famiglia di Matteo abitava in campagna, nella pianura che terminava ai piedi di una montagna appuntita. Attorno a quella cima si formavano a volte delle nubi sommitali, che anziché essere portate via dalle correnti sembravano indugiare sul versante sopravento come se ci abitassero. Erano quelle le “sentinelle”. Matteo pensava che quelle fossero nubi speciali, vive, perché parevano opporsi al vento che le avrebbe dovute allontanare. Non poteva sapere che era proprio il vento atlantico a generarle spingendo in alto lungo il pendio l’aria umida, e che sembravano ferme perché in realtà si rigeneravano in continuazione, evaporando da una parte e condensando dall’altra. Quando si formava una nuvola di quel tipo Matteo la osservava a lungo per vedere se si stancava di sostare nei paraggi della cima e magari le veniva voglia di muoversi verso di lui o curiosare lì attorno. Non era mai accaduto, ma questo non lo scoraggiava affatto.

Un giorno d’inizio estate era comparsa una di quelle nubi, e Matteo, al solito, l’aveva tenuta d’occhio per tutta la mattina, naso per aria mentre pedalava tra i campi di grano. La nuvola sembrava all’inizio starsene raccolta, appallottolata timidamente presso il monte. Più tardi però parve prendere coraggio, si allargò e sfilacciò un poco, infine protese un lembo verso la pianura, proprio nella direzione di Matteo. Quando si fece ora di pranzo Matteo si diresse verso casa. Giunto sulla soglia, gettò ancora un’occhiata verso la cima. Fu allora che si accorse che dalla nube usciva un piccolo ricciolo di vapore, che si dissolse rapidamente. Un saluto! La nuvola lo stava salutando! Matteo ne fu felice, ma non tanto sorpreso, gli parve anzi del tutto naturale rispondere al saluto. Agitò le braccia rivolto verso il monte ed entrò in casa contento. Mangiò in fretta e furia e tornò subito fuori, ignorando le raccomandazioni della mamma e rispondendo “C’è la nuvola!” alle sue obiezioni preoccupate. Lei lo lasciò andare, sospirando rassegnata e domandandosi ancora una volta cosa mai avessero da rimproverarsi lei e suo marito come genitori.

La nuvola era ancora là, appoggiata alla cima. Matteo iniziò a pedalare tra il grano nella sua direzione, e lei emise due propaggini che Matteo interpretò come un segno di benvenuto. Ne fu felice: ormai erano diventati amici. Rispose al saluto correndo su e giù per i sentieri. Trascorse così tutto il pomeriggio, parlando alla nuvola di cose che non avrebbe saputo spiegare, nel misterioso codice fatto di pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri tra il grano con la sua bicicletta scarlatta, e decifrando risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore. Al tramonto la nuvola si colorò di rosa sfumato in viola, e parve ritirarsi presso la cima. Matteo lo interpretò come un gentile segno di congedo, così la salutò e rientrò in casa, felice come non mai. Prima di andare a dormire volle darle un’ultima occhiata discreta. Sbirciò cautamente dalla finestra per non disturbarla. La nuvola ricopriva la cima con un manto uniforme che si distendeva placido sul pendio, risplendente di luce lunare. Sembrava pulsare piano, come per un lento respiro. “Sta dormendo”, pensò Matteo rassicurato, e si coricò sereno.

I giorni che seguirono furono per Matteo i più felici mai vissuti, giorni di gioia, meraviglia, scoperta. Giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia. Corse infinite sui pedali, disegni tracciati con le ruote nelle stoppie del grano appena mietuto, a dialogare con la sua amica nella loro lingua segreta, un dialogo fatto del piacere di conoscersi, dell’affetto, di cose piccole come il suo cuore bambino, troppo grandi per essere raccontate. La nuvola pareva capire, ora aprendosi, ora arrotolandosi; sorrideva in piccoli vortici di vapore, lo accarezzava da lontano allungando un lembo candido. Era il suo modo di rispondere a Matteo, o così lui credeva, chi può dirlo?

Qualche giorno dopo, appena alzato, Matteo sentì in televisione le previsioni del tempo. Il clima stava per cambiare, il meteorologo alludeva a un “anticiclone” che avrebbe portato aria secca e vento di bora. Matteo non aveva idea di cosa fosse un anticiclone, ma sapeva che la bora dissolveva le nubi sentinelle. La sua nuvola era in pericolo! “Mamma, cos’è l’anticiclone?” chiese angosciato, come se conoscere la risposta gli conferisse il potere di cambiare le cose. “Non lo so, Matteo. È aria, credo. Chiedilo al babbo quando torna”. Matteo però non aveva tutto quel tempo: doveva avvertire la sua amica, salvarla! Corse fuori lasciandosi alle spalle i rimproveri sconsolati e inutili della mamma. Inforcò la bicicletta e iniziò a tracciare linee spezzate, angoli acuti a rappresentare la minaccia. La nuvola inizialmente gli sembrò sorpresa, confusa, attraversata com’era da sottili ombre grigie. Matteo continuò, inventando nuovi segni: “Scappa, nuvola, scappa o morirai!” scriveva nelle stoppie, “Fatti portare via dal vento, non restare qui!”. Ma la nuvola non si muoveva, non poteva allontanarsi. Allargava lembi sfilacciati di bianco tenue mentre si sgonfiava al centro, come a giustificarsi per non poter andare via. Matteo capì che alla sua amica non era concesso altro che rimanere lì, vicino alla cima, a dissolversi sotto i suoi occhi. Intanto l’aria stava già cambiando. Il vento aveva iniziato a girare, e l’azzurro del cielo diventava più carico, più cupo. Il profilo delle colline si faceva netto, i colori più marcati. La nuvola iniziava a sfumarsi nei contorni, e piccoli vortici tristi la attraversavano. “Non sparire, povera nuvola mia” tracciava Matteo sulla pianura, ma lei diventava ogni minuto più tenue. Allora Matteo lasciò un ultimo ampio cerchio, come un abbraccio, e si fermò a guardare, piangendo e singhiozzando. I lembi ormai pallidi della sua amica sembravano ancora volerlo accarezzare, consolarlo e cercare conforto, sempre più labili. Restò infine un piccolo ricciolo di vapore, come un ultimo saluto, che si arrese al vento disperdendosi. “Addio nuvola mia, addio!” gridò Matteo tra le lacrime. Rimase ancora a lungo a guardare la montagna completamente sgombra. Il cielo terso, di un blu profondo, e l’orizzonte lontanissimo e netto rivelavano l’immensità del mondo. Matteo sentì una solitudine sconfinata.

Passò la bora e arrivò il maestrale, accompagnato da nubi frettolose, candide e mutevoli. In altri tempi Matteo avrebbe passato ore ad ammirarle, ma adesso non gli dicevano molto: non erano come “quella” nuvola. Ogni tanto guardava ancora la cima, ma era sgombra.

Passò anche il maestrale, tornò il vento atlantico, caldo e umido. Si formò una nuova nube sentinella. Ma non era “quella” nube. Matteo si accorse di avere perso gran parte dell’interesse per le nuvole. Prese ad annoiarsi, e così cominciò a frequentare i suoi coetanei. Dovette condividere i loro interessi, e dopo un po’ iniziarono anche a piacergli. I suoi genitori erano contenti: finalmente avevano un figlio “normale”, dicevano. Ogni tanto però Matteo gettava ancora uno sguardo alla montagna. Spesso c’era una nube presso la cima, talvolta anche molto bella. Ma non meritava attenzione: non era “la sua nuvola”. Quella non sarebbe tornata mai più.

Giuseppe Guerrini

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Pia Deidda

22 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Abbiamo deciso di riproporre in questa sede i migliori racconti di tre anni di attività del Laboratorio di Narrativa

Cominciamo con Pia Deidda e il suo "Di queste notti insonni"

In “Di queste notti insonni” Pia Deidda ricostruisce in modo magistrale un ambiente arcano e rurale. Una piccola, minuscola, donna è la protagonista di questo racconto delicato, incentrato su un “femminile” d’altri tempi e altri luoghi, ma ancora vivo nella memoria di società patriarcali.

In una camera, in uno spazio notturno illuminato solo dalla luce fioca di un lume a olio e dal rosseggiare delle carbonelle di un braciere, si consuma un’esistenza grama, un’inconsapevole rassegnazione, simbolo di un’antica rinuncia al riscatto. Nastassia e Bartulu, una donna e un uomo: lui, solo una massa umidiccia e maleodorante sotto la trapunta, sui tre materassi del letto a baldacchino… un russare, un gorgoglio, uno sbuffo, un grosso naso rosso solcato da capillari… Lei, quasi evanescente, con i piccoli piedi freddi, raggomitolata tra la preziosa biancheria profumata di lavanda, unica consolazione in quel suo povero mondo fatto di coercizione e di dominio. Ed un pensiero… quasi un ambito sogno, in quel presente oscuro e senza prospettive: la morte come soluzione, come cambiamento. Ma è solo una fugace idea, un balenio nella mente… “Per tutto c’è tempo”.

Il lettore sente il freddo dello stanzone, delle lenzuola ghiacce, dei piedi illividiti, la ruvidezza della camicia da notte, l’umidità delle calzette di lana appese ad asciugare.

Al centro del racconto, troneggia la descrizione del letto a baldacchino, “alto e regale”, simbolo di un amore gelido e mancato, di “incolori e ghiacce notti”. La protagonista, tuttavia, lo riveste di “pizzo e frangette a pippiolini”, di ricami e racemi, seguendo il volo della sua fantasia, della sua arte, della sua vitalità tarpata.

Il braciere, che compare all’inizio del racconto, torna nella chiusa, a completare un cerchio che tiene in sé tutta la vita della protagonista, fino a un desiderio di morte che non è neanche un vero impulso a farla finita, ma è solo un’assenza di azione, di slancio, è un vuoto totale per il quale, ahimè, c’è sempre “tempo”.

Il linguaggio mescola parole semplici, ripetute a rafforzare la concretezza di oggetti comuni, come il legno, la tela, la brace, ad altre più desuete e scelte.

Patrizia Poli e Ida Verrei

DI QUESTE NOTTI INSONNI

Nastassìa si china e, sollevando la lunga camicia da notte di pesante tela, osserva i piccoli piedi scalzi poggiati sull'impiantito di legno. Sono violacei e freddi, tanto freddi. Punta il peso sui talloni e inarca le lunghe dita, qualche gelone già s'intravvede.

Davanti al camino della grande cucina sono stese, su un filo legato teso fra due sedie, ben quattro paia di calzette di lana ruvida. Ma sono ancora umide e Nastassìa ha i piedi nudi.

Non riesce ancora ad organizzarsi nel bucato; fa difficoltà a calcolare la quantità di panni da lavare ogni volta e i tempi fra lavaggio, asciugatura e stiratura.

Ė per questo che i suoi piedi quella sera sono freddi. Anzi gelidi. Bisogna considerare anche che il suo Bartùlu, dopo il tramonto del sole, non mette più ceppi di legna nel camino, che piano piano si spegne lasciando poche braci rossastre e polvere fine grigia ormai fredda.

Lei raccoglie, prima che si spenga tutto il fuoco, quei tizzoni di brace ardente e li mette nel braciere di rame collocandolo al centro della stanza da letto.

Nastassìa si strofina le braccia cercando un po' di calore e guarda in alto sul letto. Gli arriva il suono grasso, cadenzato da un sibilo intermittente più acuto, del russare del suo Bartùlu.

Si prospetta un'altra notte quasi insonne, pensa, mentre mette il piede sul primo gradino della scaletta. Guarda in alto e si tiene ben salda con le mani. Quell'operazione le mette sempre apprensione ogni notte. Anzi, due volte al giorno. Al mattino quando deve rigovernare il letto e alla sera quando si appresta a dormire.

Soffre di vertigini Nastassìa da quando è piccola. Ricorda ancora molto bene di quando con i bambini del paese, eludendo la sorveglianza del vecchio sacrestano Peppineddu, si saliva furtivi sulla torre campanaria. Lei arrivava solo alla prima rampa e, mentre una strana ansia la prendeva, non riusciva ad andare oltre il primo pianerottolo. Era sempre la prima ad essere presa da Peppineddu mentre gli altri più svelti già suonavano la campana con rintocchi stonati.

Il suo è un letto da veri signori; fatto costruire dal suo Bartùlu su modello di uno continentale visto in una vecchia stampa arrivata fino a Ittiri da chissà dove e appesa da chissà chi su un vecchio muro scrostato della taverna del cambio postale.

Ė un alto letto a baldacchino di legno che sfiora il basso soffitto di travi di legno. Bartùlu ha voluto che il ripiano che accoglie i tre alti materassi fosse sollevato da terra per proteggere la sua sposina dal freddo che proviene dal pavimento e dai topi che vi scorrazzano indisturbati durante la notte.

Non sa Bartùlu che Nastassìa sa, perché glielo ha detto la vecchia Mariedda, la paura che aveva provato da bambino quando era rimasto rinchiuso per sbaglio tutta la notte dentro il grande magazzino dietro il mulino. L'avevano trovato all'alba che ancora saltava da una gamba ad un'altra pallido come un cencio.

La scaletta l'ha voluta lei perché quel letto gli è sembrato, già dalla prima volta, invalicabile. Minuta, senza forza nelle magre braccia, non aveva avuto l'agilità per saltarci sopra la prima notte che da sposina entrò in quella grande camera. Bartùlu capì da subito che forse sarebbe stato il caso di far costruire una piccola scaletta per la sua piccola sposa.

Nastassìa sale lentamente gli stretti scalini e i piedi freddi e magri dolgono un po' ad ogni passo. Insomma è una impresa titanica arrampicarsi lassù ogni notte. Poi a lei duole la schiena la sera perché non è ancora abituata a fare i lavori di casa. Bartùlu le aveva promesso prima delle nozze l'aiuto di una serva, ma, ad un anno dal matrimonio, non ne aveva visto nemmeno l'ombra.

Ogni notte salendo la scaletta ammira i tessuti che ricoprono gli alti materassi e il baldacchino. E' il suo orgoglio di sposa quel tripudio di filati e ricami. Quando arrivano le comari o le amiche per farle visita lascia sempre la porta semi aperta affinché s'intravveda il suo capolavoro.

Ha lavorato alacremente per mesi per poter trasformare quello spoglio legno e quella scheletrica impalcatura in una alcova calda e accogliente. Se deve esistere che sia almeno bello, aveva detto timida sposina a capo chino e ad occhi semichiusi appena l'aveva intravisto mentre Bartùlu si stava spogliando dagli abiti nuziali.

Aveva subito pensato ai grandi teli che avrebbero coperto il baldacchino. Sarebbero stati cuciti insieme pezzi di leggero tulle rosato che lei nel frattempo aveva ricamato a punto pieno nei risvolti in vista e rifinito con un pizzo a frangette e pippiolini fatto all'uncinetto. Non aveva copiato un disegno preciso, a lei piaceva anche improvvisare. Erano motivi geometrici che seguivano un ordine sparso un po' casuale. Alla fine era risultata un'opera che aveva una sua caotica armonia.

Per coprire il ripiano di legno aveva invece usato una tela grossa di canapa anch'essa rosata tessuta con motivi in rialzo di asfodeli e pavoni affrontati di un rosa intenso. Il primo materasso l'aveva rivestito di un tessuto bianco di lino a motivi tono su tono a nodini che seguivano un disegno a rombi alternati convessi e concavi. Era stato un lavoro molto impegnativo riuscire a contare al telaio trama per trama, ordito per ordito, e non sbagliare nemmeno un passaggio.

Il secondo materasso l'aveva ricoperto con un tappeto di lana dai colori rosso, giallo e blu squillanti su fondo chiaro. Uomini e donne si tenevano per mano in un ballo tondo che non sarebbe finito mai. E qui sospirò Nastassìa pensando che il suo Bartùlu l'unico ballo che aveva fatto in vita sua era stato il giorno del loro matrimonio quando era stato preso con la forza dai compari di anello. Non avrebbe ballato mai più Bartùlu. Ma neanche Natassìa.

Il terzo e ultimo materasso era ancora coperto da una nera coltre pesante di orbace. La bella coperta all'uncinetto filè era ancora dentro la cassapanca e non era stata ancora completata. Nastassìa riusciva però a ricavarsi molte ore di lavoro per ultimare la sua opera rubandole al governo della casa e alla cucina. Bartùlu più volte se ne era lamentato, specialmente quando tornava dal mulino alla sera stanco e affamato e trovava il desco vuoto ma la giovane mogliettina al telaio.

A completare l'opera c'era la finissima biancheria del suo ricco corredo. Le lenzuola e le quattro federe le aveva riccamente ricamate con orli a giorno e punti pieni e a catenella. Fiori, fogliette e racemi giravano leggeri lungo i contorni per dirigersi verso il mezzo, mentre pizzi sottili e delicati realizzati al tombolo ne ornavano i bordi.

Bartùlu dorme alla grande. La bocca aperta ora emana un gorgoglio come l'acqua che passa nelle condutture che azionano la macina del mulino. No, non si è proprio abituata a quei suoni mutevoli che accompagnano il trascorrere delle sue notti. S'infila piano piano dentro le lenzuola fredde, anzi gelide. Si raggomitola per riscaldarsi con quel poco calore che emana il suo corpo. Bartùlu no, non lo tocca; il suo corpo è caldo ma lo trova umidiccio ed emana un odore che sa di farina e fuliggine; neanche la lavanda che mette dentro le federe lo riesce a mitigare.

E, mentre pensa questo, le arriva una zaffata del suo alito pesante. Lo osserva alla luce tremula della lampada ad olio. Riuscirà con il tempo ad accettare questo uomo che le è stato imposto come marito? Pensa che sarà difficile riconoscere quest'uomo di vent'anni più grande di lei come l'uomo della sua vita. Si gira dall'altra parte e si copre le orecchie con il cuscino e sprofonda il naso nelle federe profumate.

Oh, no! Ha lasciato la lampada ad olio accesa sul tavolino. Se Bartùlu si svegliasse in questo momento sarebbe un rimbrotto che durerebbe per giorni. Deve ridiscendere, rifare il percorso intrapreso. Si dà della stolta, si scopre e mette i piedini sugli stretti gradini della scaletta. Si avvicina al tavolino e guardando la fiamma soffia sullo stoppino. La lampada si spegne di colpo. E adesso? Ripercorre la strada a tentoni, urta la sedia che cade. Bartùlu manda uno sbuffo come la pentola quando bolle con la carne di pecora dentro. Sbatte più volte sui gradini; sa che al mattino si ritroverà con lividi violacei sulle gambe. Salita si risistema nelle ghiacce lenzuola, si accovaccia stretta stretta abbracciandosi le ginocchia. Quanto è stupida; povero Bartùlu ad avere una moglie così incapace. Poverino.

Adesso il russare di Bartùlu è diventato un miagolio. E no, non riuscirà mai ad abituarsi. Come sarebbe stato bello sposare Gavino, il giovane servo pastore della sua famiglia. Ma i suoi genitori appena subodorato l'idillio si erano premurati di combinare in tutta fretta quel matrimonio che avrebbe dato lustro e dignità alla loro adorata bambina. Ed eccola qui con il suo Bartùlu a fianco in questo alto e regale letto; concepito più per appassionati e amorevoli incontri d'amore piuttosto che queste incolori e ghiacce notti, pensa Nastassìa vergognandosi delle sue fantasie nel momento in cui il suo cuore le formula. E si scopre a guardare il suo Bartùlu: naso grosso e rosso solcato da una miriade di piccoli capillari, la barba irta e sempre incolta, i denti giallognoli e marci.

Ma come fa a vederlo? Oh no! Ha dimenticato il braciere ancora acceso in mezzo alla stanza! Ma che stolta che è! Che donna fatua! Ecco cosa succede a perdersi in simili peccaminose fantasie!

Scende veloce e prende il braciere. Mai lasciarlo nella stanza per tutta la notte. L'aria diventerebbe mefitica e pericolosa. Potrebbero anche morire.

Già morire. Ma è solo un breve pensiero. Fugace, leggero, passa così come è arrivato. Tarlo invisibile che ogni tanto s'insinua nei suoi pensieri. Lei o lui non importa, sarebbe comunque un cambiamento.

Si dirige in cucina e posa il braciere dentro il camino, lo svuoterà al mattino. C'è tempo. Per tutto, c'è tempo.

© Pia Deidda 2010

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Viaggio senza fine. Racconto di Adriana Pedicini

11 Luglio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

“E che cazzo!” un urlo uscì di botto dalla chiostra sconnessa dei denti anneriti dalle troppe sigarette. Un prurito enorme lo aveva costretto ad affondare le unghie indurite nella carne fino a farla sanguinare. Nel dormiveglia ancora non capiva se apparteneva al suo corpo tutto questo prurito o a quello che ormai restava del suo sarcofago. Prese una ciabatta nel vano tentativo di schiacciare qualche cimice o altro lurido insetto in agguato.

Si girò e rigirò nella brandina ed ebbe schifo del suo compagno di cella che aveva il gusto orrendo di pisciare sulle pareti tracciando chissà quali improbabili disegni. Gli disse di smettere e che usasse la latrina. Ne ebbe in risposta un calcio in bocca che gli mandò giù un incisivo già traballante nella sua sede.

Rimpianse per un attimo, come riscosso alla coscienza per una improvvisa luce, i tempi in cui ogni sera raccattava per strada cartoni abbandonati per farne il giaciglio personale da quando aveva preso a vivere in strada, lasciando la casa in cui - lo aveva capito - non c’era più disponibile per lui neppure un centimetro quadrato che non fosse occupato da lei.

Sparse a terra guepiere bordate di trine, boccette di profumo rovesciate, scarpe di ogni tipo e colore. Puzzava di marcio questa eccessiva cura di sé, questa voluttà di apparire la tigre aggressiva dal cuore tenero e compiacente. Anche perché non era lui il destinatario di tali soavità. Il colmo fu quando trovò sul suo comodino, - non capì mai se volutamente lasciata o frutto di sbadataggine - la foto di un lui in una piccola bustina di plastica con su scritto Dott. Avv. A. Z.

Una colata di emozioni rabbiose scese dentro di lui da capo a piedi per poi lasciarlo in uno stato di prostrazione indicibile. Si sentì affiorare sulla pelle il tante volte provocatoriamente sbandierato orgoglio maschile. Ne ebbe paura lui stesso, temette un gesto insano che gli potesse recare giustizia immediata, diede una testata al muro, corse in bagno mettendo la testa sotto lo scroscio gelido del rubinetto. Si guardò pietosamente allo specchio, gli passarono davanti agli occhi le immagini tutte della sua vita fino a quel momento. Trattenne con grande sforzo la voglia di urlare e di spaccare tutto, la tensione nervosa gli provocò un collasso.

La testa ancora gli girava, era pesante; riuscì tuttavia a raccogliere dentro una ragionevole decisione le sue energie residue. Senza prendere nulla, anzi lasciando persino i suoi effetti personali, si chiuse alle spalle la porta di casa avendo deciso una volta per tutte di troncare i ponti col passato. Vagava ormai senza meta come spinto da una strana forza, da una volontà ossessiva di andare via, di andare oltre, lontano. Solo un viaggio continuo e incessante l’avrebbe potuto condurre lontano da sé, dalla sua sofferenza interiore, dal suo smacco come uomo e come marito.

Quel giorno aveva preso l’ultimo treno, come ormai faceva da anni, pagando il biglietto con i pochi spiccioli raccattati all’angolo poco distante grazie all’elemosina di frettolosi e distratti passanti

Si era trovato catapultato in una grande piazza, dove un via vai di gente di diverse razze, dalle facce ebeti più della sua - pensava - non faceva altro che andare avanti e dietro come automi impazziti. Tutto quel brulicare, quel vocìo, quelle risate scomposte, quel fervore di vita gli dava ai nervi come quell’insegna di Illy-caffè che sinistramente svettava sul palazzo più alto della piazza. Non voleva vedere nessuno, voleva stare solo. Pensò di andarsi a seppellire nel sottopassaggio. Peggio. Il puzzo dell’urina che i cani leccavano come acqua pura e i resti di cibo sminuzzato che donne, uomini e bambini raccoglievano nel fondo di luride ciotole gli diedero il voltastomaco e stette ad un punto dal vomitare. Più in là corpi deturpati da antiche malattie e volti stravolti da alcol e droghe di pessima qualità creavano come una via Crucis di dannati destinati a condividere la sofferenza del Golgota tra l’indifferenza della gente comune. Molti di essi non avrebbero visto l’alba schiarire il cielo del giorno successivo.

Il vento sibilava incuneandosi nel tunnel come in una corsia preferenziale diradando almeno in parte la cappa di effluvi maleodoranti. Decise di tornare su, almeno avrebbe respirato meglio; a notte fonda sarebbero rimasti a girovagare solo i soliti bastardi in cerca di avventure o accomunati dalla voglia di fare qualche rapina - bel colpo - senza correre rischi.

Non si sarebbero curati certo di lui poveraccio senza neppure una lira.

Aveva fatto male i conti.

Seduto e poi sdraiato su una panchina ai bordi della piazza, poco a poco si era abbandonato al sonno più per la stanchezza che per il piacere di una buona dormita All’improvviso si sentì prima strattonare e poi tirare per i piedi fino al punto che di scatto si ridestò. Capì di aver occupato un posto fisso, già ricovero notturno di un giovane sbandato che dopo aver praticato i suoi riti serali andava lì a far decantare il suo sangue di tutte le tossiche sostanze, sdraiato semimorto senza un cencio che gli coprisse il corpo. E dire che l’aveva notato avanzare col passo traballante e soprattutto lentissimo, fermarsi di tanto in tanto come per dondolarsi su se stesso. Non aveva calcolato il tempo, non sapeva che, trascorsi i minuti necessari a ricoprire il breve tratto, i passi avrebbero condotto lì il giovane, proprio a quella panchina.

Trascorse il resto della notte alla meno peggio sdraiato alla stazione ferroviaria su una panchina di granito, troppo fredda e dura per un sonno ristoratore. Dormì agitando braccia e gambe in quell’improvvisato letto. Non era abituato a quelle anguste superfici. Si ritrovò a terra, la testa dolente e un sopracciglio spaccato. Ebbe un sussulto. Era stordito, non ricordava più dov’era.

Vide davanti a sé un’ombra, un’immagine strana. Non vedeva bene, forse a causa del sangue gocciolato nell’occhio. Si risedette, si rialzò mille volte. Era sconvolto, non capiva. Gli giravano gli occhi, la testa, i vagoni e i palazzi. Tutto gli sembrava mostruoso e nemico.

Soprattutto lo innervosiva il fatto che le braccia, per quanti pugni dessero all’ombra, sempre ricadevano inerti, senza riuscire a scacciarla. - Ho bisogno di muovermi” - pensò- “Devo andarmene di qui, non posso rimanere neppure un minuto, non posso darla vinta a questo diavolo che m’insegue”.

Per poco non si fracassò la caviglia salendo d’un balzo sul treno che si era appena avviato, un attimo prima che le porte a soffietto si sbarrassero ritraendo l’ultimo gradino.

Sedette in un angolo dello scompartimento quasi vuoto. Grondava sudore e dolore.

Il cuore era ancora pieno di amore e di donna, la sua. La mente no.

“Cazzo, perché sono su questo treno? Dove va, dove vado adesso?”

Si guardò intorno; nessuno, neppure un’anima viva. Per un attimo. Di lì a poco una straniera, di pelle olivastra, dalla gonna sgargiante, coi seni costretti in una blusa troppo attillata si sedette alle sue spalle.

- Chi sarà questa baldracca - pensò. - Quasi quasi me la spasserò stasera con lei; non farà mica storie. Con quella faccia di merda avrà fatto scuola a chissà quanti giovani e deliziato chissà quanti vecchi rimbambiti -. - Avrò tra le mani almeno un po’ di quello che era mio e me l’hanno scippato -.

Si alzò percorrendo guardingo il breve spazio che separava le due poltrone del vagone, si sedette proteso a intessere un qualche dialogo.

Appena le fu accanto la pur non troppo linda signora si ritrasse al puzzo che l’uomo ormai emanava. Non toccava acqua da parecchio.

Il fiato fetido rantolando su dai bronchi costipati dal catrame veniva fuori con zaffate nauseabonde.

Con un ghigno malefico la donna gli ordinò di non starle addosso, di andarsi a sedere a un altro posto.

La mente andò in corto circuito. Si vide di nuovo accerchiato dal fantasma traditore, da un’ombra scura che in forma di corvo lo accompagnava svolazzando fuori dal finestrino battendo il becco contro il vetro lurido.

Non tollerò questo ennesimo affronto. Non distinguendo più tra il nero corvino dei capelli di sua moglie e il rossiccio impastato di striature bianche della sconosciuta, né ricordando più l’aspetto dell’una e dell’altra, protese il braccio sinistro e facendo una torsione del corpo la strinse alla gola fino a farle uscire gli occhi fuori dalle orbite.

Le sputò sul viso e si dannò nel tentativo di aprire le portiere del treno in corsa. All’arrivo del controllore e della polizia di bordo non seppe pronunciare una sola parola ma solo emise grugniti di rabbia e uno strano riso disperato. Non oppose resistenza, si fece stringere le manette ai polsi. Finì in carcere. Si sentiva un vincitore, aveva ormai sconfitto per sempre l’ombra che gli toglieva l’aria, la bestia rivale nera e oscura come la notte che di tanto in tanto gli faceva visita. Eppure mai come in quel momento il cielo attraverso la grata del lucernario gli sembrò piccolo e lontano. Il viaggio lontano da sé era stato troppo breve oppure aveva sbagliato la meta. O forse il modo.

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L’INQUIETO - PERIODICO ATTACCO D’ANZIA

30 Giugno 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

L’INQUIETO - PERIODICO ATTACCO D’ANZIA

L’Inquieto è la diretta conseguenza dell’aggravarsi di fenomeni come disoccupazione giovanile e scioglimento dei ghiacciai. E’ l’antidoto che ci voleva per fronteggiare il malcostume, il maltempo e il mal comune mezzo gaudio. E’ la risposta che cercavano coloro che sono rimasti delusi dall’ultima stagione di Lost. E’ l’alternativa smart alle start-up, a Pinterest e ai train manager di Italo. E’ una rivista mensile che nel giro di poche ore è diventata bimestrale, trimestrale, infine quadrimestrale.

Tutto questo – e molto meno- è L’Inquieto, lo scontro frontale fra scrittura e illustrazione, la constatazione amichevole fra parole e disegni, il primo vero laboratorio di sperimentazione anti-creativa dove non si pagano diecimila euro l’anno per partecipare e non si utilizzano parole inglesi.

Per ogni uscita, una decina di racconti illustrati e illustrazioni raccontate, narrazioni fotografiche, massime di dubbia utilità (ma a colori!), recensioni di dischi in anteprima assoluta e tante altre rubriche moderatamente interessanti. E per i più esigenti, tonnellate di video di cuccioli buffissimi. Su L’Inquieto.

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Sezione primavera: Ascanio

11 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Un'avventura fantastica

di Ascanio Panarese (8 anni)

Un tempo un ragazzo di nome Oliver viveva con sua madre Delyne, con suo padre Cristopher e con suo fratello minore Jonathan. Oliver era un contadinello così povero da non poter neanche andare a scuola. I suoi occhi erano così azzurri e così brillanti che sembravano gemme illuminate dal sole; i suoi capelli invece erano più neri dei carboni. Era magrissimo dal momento che non aveva un soldo e doveva nutrirsi con il poco formaggio che la famiglia produceva, era smilzo e quasi gli si vedeva la gabbia toracica, ma con quel poco che aveva era comunque felice. La mamma era molto brava nel cucire i vestiti e con un po’ di lana riusciva a creare gli unici vestiti che lei, il marito e i figli portassero. Il padre, per quanto possa sembrare strano, era forte, robusto e veloce, in più alcune volte aveva mandato via gli uomini delle vicinanze che avevano cercato di rapire Oliver e suo fratello. Infine c’era il fratellino -che dire- era magro, basso e un po’ ritardato, ma, nonostante la sua dura-falsa vita, in cuor suo nascondeva un segreto: era colui che avrebbe guidato “il fratello” sino ai monti Megalitici per sconfiggere il mago che aveva reso suoi sudditi e schiavi i concittadini di Oliver: il suo nome era Perfyd. Ma una sera gli “uomini-rapitori” rapirono il padre e la madre di Oliver, e questi insieme al falso fratello (che però lui ancora non sapeva che fosse tale) scapparono in una campagna vicina. Ora, dovete sapere che quella campagna dove i due si rifugiarono era molto nota, poiché c’è chi sosteneva di aver visto una creatura mastodontica, dagli occhi rosso fuoco, una lingua appuntita e biforcuta come quella di un serpente e zampe robuste con uno spesso strato di grasso e pelliccia, con unghie che sfioravano il metro di lunghezza. Oliver ne udì il verso simile al latrato di un cane e in quel momento a Jonathan si illuminarono gli occhi e, da sotto la sua falsa pelle di umano, uscì fuori una magnifica e splendida creatura che volteggiava nel cielo come una farfalla appena uscita dal bozzolo, emanava un calore piacevole in quella fredda notte e la sua luce poteva abbagliare più di mille persone contemporaneamente perché il suo corpo illuminava come mille soli. Oliver sfortunatamente non riuscì a vederlo, perché dopo un attimo dalla trasformazione di Ulixe (il vero nome del “fratello”) svenne. Bisogna sapere che il mostro che ho descritto prima esisteva veramente, e Ulixe lo sapeva, infatti era stato proprio il mostro a strappargli dal petto il “cor incantesimus”, ovvero l’organo che gli permetteva di praticare incantesimi che, come avrete capito, non poteva più praticare. Al suo risveglio Oliver si ritrovò in un mondo pieno, zeppo fino all’ultimo millimetro di creature come Ulixe. Questi, appena Oliver si alzò, gli spiegò che lui era l’unico in grado di sconfiggere Perfyd; gli spiegò anche che gli uomini-rapitori erano complici di Perfyd e che avevano rapito i loro genitori perché erano della stessa razza di Ulixe. I compaesani, anche loro della stessa razza, si erano sottomessi a Perfyd come un coniglio si sottomette alla volpe. Ulixe gli disse che i Celestien, cioè la razza a cui apparteneva, erano stati sottomessi così facilmente da Perfyd, poiché a loro mancavano due cose che agli umani non mancavano di sicuro: il coraggio e lo spirito d’avventura. Oliver fortunatamente era sia umano che Celestien. Ovviamente col suo cuore onesto e leale accettò di affrontare Perfyd. Così dopo un lungo viaggio attraverso il “canyon de la muerte” e dopo aver attraversato “il passo del pendio roccioso”, arrivò a destinazione: “la tierra de mezzo”. Questa era desolata, disseminata di vulcani che fumavano ceneri color pece, scagliavano a terra detriti simili ad asteroidi. Questa parte remota del mondo fantastico era abitata da hobbit neri, troll con mazze lunghe un metro pronti a fare fuori chiunque avesse provato a rubare la pietra (dopo spiegherò cos’è) e da “mannaris canin” come la creatura della campagna, la stessa con occhi rossi e unghie lunghissime. Ulixe, che conosceva quella terra meglio dei suoi bucorim, cioè fessure sulle gambe dei Celestien usate per deporvi oggetti piccoli, indicò a Oliver la strada per il castello e il Celestien, fifone qual era, ritornò in terra sua. Oliver si avviò e ovviamente sapeva che la pietra non era altro che il cuore degli incantesimi di Ulixe, la fonte della tierra de mezzo. S’incamminò verso il castello alto e maestoso, con torri che superavano i duecento metri, ed entrò. Una volta dentro s’incamminò verso la sala del trono dove, come pensava sin dall’inizio, era seduto sulla poltrona in diamante Perfyd, dalla lunga barba nera e dal viso severo. Subito si accorse della pietra posata su un piatto d’oro abbagliante. Immediatamente la prese e con la pietra di Ulixe e con la sua divenne addirittura più forte di Perfyd e dopo aver formulato un “divisocorpum” uccise Perfyd e con questo crollò il suo maestoso impero che per anni era stato considerato la città dei mondi del regno fantastico, come da noi, tanto tempo fa, Roma fu l’impero più forte. Così i genitori di Oliver vollero restare nel mondo magico e con essi restarono Ulixe e Oliver, la cui vita da un giorno all’altro cambiò e senza nessun lungo preavviso salvò il regno magico e la nostra tanto amata Terra.

Ma un altro oscuro mistero stava per sorgere…

Ascanio Panarese

Istituto comprensivo “G. Mazzini” classe V A

Benevento, anno scolastico 2012-2013

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Sezione primavera: Ascanio

9 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Trappola mortale

di Ascanio Panarese (8 anni)

Richard Turner era un famoso astronauta che aveva compiuto ben tre viaggi nella stazione spaziale internazionale. Egli fin da piccolo aveva avuto molta passione per lo spazio e tutto ciò che lo riguardava. Si era laureato in tecnologia spaziale e lavorava presso la NASA: la più grande base spaziale.

Un giorno, mentre lavorava allo studio di una tecnologia aliena, ricevette un messaggio dal colonnello Stevens via telegramma che diceva così: “Rapito il caporal maggiore dei Marines presso l’area 51”.

Richard allora ispezionò in lungo e in largo l’area 51 e scoprì una cosa che lo sconvolse: era una sfera di quasi un metro di altezza, al cui interno riposava nientedimeno che un extraterrestre: una creatura non più alta di una sedia, interamente circondata da un materiale abbastanza robusto e trasparente, non ancora scoperto sulla terra; questo era l’inizio di un viaggio ai confini del nostro Sistema Solare e forse addirittura fino alla parte più estrema dello stesso spazio.

Tornato in laboratorio con la gigantesca sfera, Richard notò che più essa si avvicinava alla tecnologia aliena che lui stava studiando, più la sfera s’illuminava. La notte Richard si svegliò e notò un oggetto non identificato volare al disopra di casa sua. Uscì e … si rese conto di trovarsi a bordo di una nave aliena. Ai lati dell’astronave vi erano collocate capsule contenenti: robot, cyborg, androidi e … il caporal maggiore dei Marines.

Richard capì subito che gli alieni volevano far diventare il caporale un mutante per scopi interamente loro e del loro pianeta: Saturno. Corse allora verso la capsula che conteneva il caporale e invano cercò di rompere il vetro. La forma di vita che aveva un’intelligenza superiore a quella umana lo fermò e lo mise in sala di isolamento c-23. Qui dentro c’erano due cyborg siglati d-30 e z-23

Ad un certo punto i due cyborg lo condussero verso un muro su cui era appoggiato un congegno spazio-temporale in cui i cyborg lanciarono Richard e digitarono l’anno 2125. L’uomo si ritrovò in un’era in cui gli extraterrestri avrebbero sottomesso gli uomini.

Richard ritornò nella sua era e con l’aiuto dei cyborg escogitò un piano per far schiantare l’astronave aliena su Giove. Il primo giorno disegnarono il progetto su un foglio terrestre e lo modificarono più di trenta volte. Il secondo giorno si procurarono più di cento materiali provenienti da più galassie intorno a loro. Il terzo giorno poterono finalmente realizzare il progetto.

Dopo un mese di prove si decisero a piazzare la trappola e ad attuare il piano. Gli alieni ci cascarono e andarono a schiantarsi contro Giove. Richard, il caporale e i cyborg sganciarono la navicella di supporto e fecero ritorno alla Terra. Arrivati sulla terra, si recarono subito in laboratorio e, preso il cannone interstellare, rispedirono la sfera nello spazio sino a Saturno.

Richard e il caporale tornarono alla NASA e, per quanto riguarda i cyborg, essi decisero di arruolarsi nell’esercito americano e aiutare la NASA nelle ricerche spaziali svelando la formula del trasporto spazio-temporale.

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Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

11 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto

Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

È altero, superbo, elegante. Evoca grandi distese marine; onde increspate punteggiate di un bianco  indolente, adagiato, cullato; cieli limpidi solcati da ali spiegate come vele; lidi immacolati della Costa Azzurra o imponenti scogli della Riviera Ligure; bianche scie di pescherecci o di aliscafi per isole-sirene.

 

 È libertà, sogno, leggerezza.

 

Richiama il verso del poeta:

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
… (V.C.)

 

E ora è qui, quasi un miraggio, una strana creatura nella luce accecante di un pomeriggio d’inizio estate.

La bianca livrea sfuma nel grigio, e poi nel nero della coda; le zampe sottili di un giallo intenso, come il lungo becco che termina con un piccolo triangolo rosso. È immobile, fermo sul bordo del contenitore per rifiuti posto al lato della piazza.

C’è silenzio tutto intorno; le panchine sotto le acacie, occupate da qualche anziano che sonnecchia; i tavolini del bar, semivuoti. La saracinesca del Supermercato è abbassata.

Un breve strido, tre o quattro colombi si staccano dai rami, sbattono le ali, atterrano ai piedi del bidone, si fermano col capino alzato. Lui si volta lento, abbassa la testa, guarda dentro la pattumiera, vi immerge il lungo becco.

Oddio… ora insozzerà la sua bianca livrea… no… rialza il capo: nel becco un pezzo di pane; guarda giù, lo lascia cadere sui basoli sporchi. Poi ne raccoglie un altro, e un altro ancora; i suoi movimenti diventano convulsi. I piccioni si avventano famelici sui resti, piluccano in fretta. Per terra, accanto al bidone, c’è di tutto: pezzi di pane, di frutta, pasta e chissà che altro.

Lui ora è di nuovo immobile, guarda giù. Un altro strido, e dai tetti, dagli alberi, arrivano altri colombi. Dieci, venti, trenta. Non riesco a contarli,  una marea scura in movimento.

Lui apre le ali e spicca un breve volo. Si poggia su un cartellone pubblicitario, al lato opposto della piazza. Guarda verso la macchia grigia che ondeggia.

Poi, con grazia, lieve, si libra verso l’alto, le ali spiegate, tutt’uno col corpo agile e sottile. Va, si perde tra il biancore e l’azzurro, verso il mare.

 


 

 

 

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