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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

Stella

14 Aprile 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

È già passato un mese dall'incidente. Da allora, tutto solo, ogni sera per intere mezz'ore,  malinconicamente mi affaccio sul balconcino, quello che era il nostro rifugio. Anzi, lo è anche adesso, mia amata Stella. 

Stella, mai nome più appropriato.

Oggi, più del solito rimango a contemplare l'infinita estensione, miriadi di asterischi luminosi (come li chiamavi tu) son sparpagliati sulla tela corvina posta in alto. Ah, se fossi un pittore, dipingerei un quadro per poi titolarlo Firmamento d'amore. 

Piango e sorrido, un'alternanza di emozioni.

Stella, Stellina, la notte… MI è vicina.

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Connessione schifosa

13 Aprile 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Mamma mia, che schifo di connessione!

La linea è veramente lenta. Ho provato inutilmente ad accendere e spegnere il router più volte nonché a smanettare con le configurazioni.

Uffa! Necessito di una spedita navigazione in Internet, visto che tra circa un'ora inizierà la videoconferenza con i miei collaboratori e con i dirigenti dell'azienda per cui lavoro.

Diamine, ogni due mesi pago puntualmente la non proprio economica bolletta, la Solar System deve garantirmi il collegamento veloce 24 ore su 24.

Non mi rimane altro che contattare il supporto tecnico. Fortuna che i tempi di attesa del Numero Marrone sono brevissimi.
«Salve, cosa posso fare per lei?» mi chiede un operatore dalla voce metallica.
Nervosamente gli spiego la mia problematica.
«Capisco, le passo Andromeda, un consulente apposito inerente al problema segnalato.»

La chiamata viene quindi trasferita, ripetendo quanto già reclamato.

«Moltissimi utenti stanno riscontrando la stessa anomalia» mi espone Andromeda. «Ecco, la sua connessione proviene da Saturno, appena può vada su Impostazioni e clicchi su Marte, il server più vicino.»

Termino la chiamata, prodigandomi ad attuare l’indicazione appena ricevuta.

Oh, finalmente! Ora sì che internet è velocissimo, speriamo piuttosto che non ci siano costi aggiuntivi.

Pazzesco, il bello è che la Solar System progetta di creare su Plutone dei server. Se topperanno, la compagnia dovrà “spaziare” altrove.

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La scuola

6 Aprile 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Nella mia scuola in Mozambico eravamo solo donne. C'erano pochissime scuole miste nella mia città, eppure vivevo nella capitale – Maputo oggi, Lourenço Marques allora -. Erano tempi rigidi, quanto ai comportamenti adatti alle ragazzine. Ma non era così tanto difficile conoscere ragazzi, evidentemente. Molte delle mie amiche avevano fratelli, perfino i miei genitori avevano ospiti ogni tanto, i cui figli maschi erano della mia stessa età. E, soprattutto, conoscevo ragazzi nel mio liceo.

Però, il liceo non era pensato perché i due sessi si conoscessero. Era invece costituito da due parti rigidamente separate, una maschile e l'altra femminile. Tanto rigidamente che è bastato un nulla per fa saltare in aria la separazione!

Nel mio primo anno in quel liceo eravamo molto più donne che uomini. Così, la scuola è dovuta adattarsi: l'intero primo anno (il mio) è stato trasferito a un complesso di stanze cedute dalla zona maschile del liceo. E come noi dovevamo per forza circolare, dovevamo anche per forza mescolarci.

Tanti saluti alla rigidità.

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Il fidanzamento 2

27 Marzo 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

     

                                                 

 

 

 

Non so proprio come lui ha avuto il coraggio di riavvicinarmi il giorno seguente. E se io non avessi voluto essere la sua fidanzatina? Cosa avrebbe fatto in questa ipotesi?

Ma il problema è stato brillantemente risolto, nell'invincibilità dei dieci anni. Non mi ha detto più niente a riguardo, ma mi ha tenuta fermamente per mano. Per un lungo mese, questo è bastato. Tutti e due sapevamo che eravamo fidanzati. Ancor oggi ricordo quella sensazione di un calore un po' arrossito, quell'appartenere che allo stesso tempo possedeva, quell'essere già grande.

Sfortunatamente, anche mia Madre lo sapeva (devi averci visto mano nella mano). L´ho sentita che bisbigliava e rideva con le amiche. Questo mi ha terribilmente offesa, mi sono sentita ridicolizzata.

Lo so oggi che non è proprio così. Mia Madre era furba, sapeva che tutti questi movimenti innocenti fanno parte del crescere, e mi lasciava fare.

 

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Il fidanzamento

9 Marzo 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

       

                                           

 

 

 

Il mio primo scontro con l'amore è stato all'età di dieci anni. Il mio primo fidanzamento.

Nei party di cui ho già parlato ho conosciuto un ragazzino. Tanto piccolo quanto me, e probabilmente tanto inesperto. Mi fa ridere oggi quando ci penso. Ballavamo vicinissimi quegli slow interminabili, scostando un po' i volti, mentre guardavamo non si sa che in lontananza, cercando di mascherare il nostro disagio.

Un giorno che ero fortunatamente da sola, vedo Zé  (diminutivo per José, il suo vero nome) avvicinarsi rigidamente, dritto, ancor più a disagio di quando ballavamo insieme. Il mio cuore perde un  colpo. Succedeva ogni volta quando lui era vicino e, in questi momenti, non vedevo più niente.

Rigido, Zé non dice niente, nemmeno mi saluta. Allunga una mano quasi aggressiva dove intravedo un foglio. Lo prendo, ma non stacco i miei occhi dai suoi. Ancora senza dire una parola se ne va, sempre rigido, ancora dritto, ancora tanto a disagio.

Intontita, guardo il foglio dov'è scritto, sbagliando un po':

Vuoi essere la mia fidanSata?

 

 

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I party

18 Febbraio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Nonostante la rigidità di quei tempi (1972/3/4) facevamo del nostro meglio per goderci la vita, avvicinarci, flirtare.

Una cosa che ci piaceva tantissimo, erano le feste, cioè, i party, questo il nome “ufficiale”, un po' a causa dell'influenza dell'Africa del Sud, a fianco del Mozambico.

Erano poche le persone che abitavano in appartamenti. Tutti i miei amici, e io tra l'altro, abitavamo in villette. E in tutte le villette c'era un garage.

Il giorno del party l'auto era tristemente parcheggiata sulla strada. Nel garage restavamo solo noi, i giovani, pronti al divertimento. Si installava la magnifica tecnologia di quei tempi, l'anziano giradischi, e tutti noi ballavamo, ridevamo, flirtavamo.

Ricordo bene quel calore pomeridiano, quell'allegria, quella sensazione. Ah, la sensazione! Gli ormoni scorrevano tra le coppie aggrappate in una lenta, lentissima danza, lo slow.

È stato veramente un periodo meraviglioso.

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La fisarmonica

6 Febbraio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

Quando ero ancora un piccolissimo essere saltellante e spumeggiante di gioia, mia madre decise che dovevo fare qualcosa in più, oltre a saltellare. Così mi iscrisse alle lezioni di fisarmonica. Io, invece, volevo disperatamente imparare a suonare il pianoforte. Ancora oggi non capisco perché i miei genitori non abbiano acconsentito, e ormai purtroppo non c'è piú nessuno a cui chiedere. I miei genitori non ci sono, mia sorella, cinque anni più grande di me, non lo sa. Lo sapevo io, forse, ma l´ho dimenticato.

Visto che non avevano fatto la mia volontà, ho fatto il possibile e l'impossibile per non imparare la più piccola cosa. Non sono mai riuscita a leggere gli spartiti, passavo la lezione a bocca aperta, guardando il pomo d'Adamo smisurato del professore, e non imparavo mai niente. Tutto quello che fui capace di ottenere da questo pegno d'amore dei miei, è stata la costatazione che ci sono uomini che hanno un pomo d'Adamo smisurato, e altri no.

 Oggi vorrei aver imparato.

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Compassione

28 Gennaio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #racconto

 

 

 

 

 

L’apprendista misura il rumore dei suoi passi sul terreno viscido e ripassa nervoso i discorsi pensati per l’occasione. Al di là di un giardino con aiuole bordate di sassi e insolite piante dai minuscoli fiori gialli, la casa. Alcuni gatti lo vedono. È un incontro di sguardi più che umani che fuggono oltre la balaustra tra i riflessi del mare. Nonostante l’aria invecchiata è ancora una bella villa fin du siècle. Due immancabili palme svettano sulle irregolarità del tetto. I licheni ricoprono i gradini di marmo di Carrara lasciando il passo, più in basso, al muschio e di lato alla cymbalaria.

Il ragazzo distoglie lo sguardo sbrigativo dai gatti e attraversa deciso il giardino una volta ben curato, calpesta aiuole e tutto quello che incontra senza riguardo. Non ha più bisogno di ripassare nessun discorso, perché non ci sarebbero stati discorsi.

La casa era stata per lui proibita per molti, troppi anni, vietata a tutti i poveracci come lui che abitavano le casupole umili del borgo, al di là della ferrovia dove nessuna pianticella dai fiori minuscoli aveva mai rallegrato la povertà. Tutta vietata, salvo il giardino, enorme.

Oggi, in questo giorno di fine aprile con un bel sole a scaldare le membra dopo il freddo della montagna, le cose sono cambiate. Il giovane non è più l’apprendista giardiniere al seguito del padrone di anni or sono, quando si spaccava braccia e spalle per tagliare rami, regolare siepi e zappare aiuole in cambio di poche monete e sguardi di commiserazione quando non di sprezzo. Tanto tempo è trascorso da quando l’elegante signora della bella villa fine secolo attraversava con aria spocchiosa mista a disgusto le strade scalcinate del villaggio sulle quali si aprivano gli usci degli indigenti con gli odori di povere minestre a permeare l’aria degli alloggi.

Anni da quando il padrone della bella villa con le sue squadracce irrompeva nel borgo per bastonare i rossi, quando il padre veniva trascinato via per insegnargli il buon vivere a suon di olio di ricino e manganello; anni da quando il gerarca era salito di grado ed erano stati altri ceffoni, non più quelli delle squadracce, ma dalle mani della milizia; anni da quando avevano trovato il suo cadavere gettato in un fosso. Invece, erano trascorsi solo mesi, eppure lunghi come anni, da quando aveva preso la via della montagna per unirsi ai ribelli che di miseria e soprusi erano stanchi. Poi si era dato Ivanov come nome di battaglia e si era calcato in testa un basco con cucita in fronte una stella rossa, tanto perché fosse chiaro a tutti da che parte stava.

Con quel basco in testa e imbracciando un mitra recuperato da un lancio di rifornimenti per i partigiani da parte dell’aviazione alleata, si era nascosto nei boschi condividendo con altri disperati come lui giorni di pericoli e di stenti, scampando alle retate di tedeschi e repubblichini, rischiando ogni momento di finire sulla forca e sognando il sole dell’avvenire che gli avevano promesso. Si era nascosto, attaccato quando era stato possibile, mai fuggito.

Adesso il ragazzo è tornato per regolare i conti nel solo modo che ha imparato: premendo il grilletto di un’arma.

Avanza deciso attraverso il parco oramai trascurato mentre si assesta lo Sten a tracolla a bilanciare il peso di un tascapane dalla parte opposta e procede diritto verso i gradini di marmo una volta belli lustri, oggi preda del muschio. Li sale. Sta per sfondare con un calcio l’uscio a lui tanto a lungo proibito, quando resta sorpreso nel vedere accostate le due ante finemente intarsiate, ma senza più il lucido dei tempi andati.

Le apre. Nell’atrio tutto è silenzio e la casa pare deserta. Dalle porte che si aprono sul vano vede un salone, le poltrone in pelle del salotto, poi una sala da pranzo, tutte grandi, enormi, arredate in finto Chippendale, come si conviene nelle case della gente per bene. Le tapparelle non sono abbassate del tutto e lasciano filtrare fasci di luce fioca a tagliare la penombra. Sembra che nessuno da tempo abbia più usato quelle sale.

Avanza senza curarsi del rumore degli scarponi sul pavimento ancora lucido fino ai piedi di una scala in finta Calacatta che del prezioso marmo ha solo il bianco crema e le tenui venature giallo dorate. Le ringhiere occhieggiano all’Art Nouveau come un poco lo pretende tutta la villa, ma sono pastrocchi di fantasia, senza uno stile definito e che ne fanno giusto un esempio di cattivo gusto, come mobili e tutto quanto.

Sta per perlustrare le stanze, ma ecco una voce giungere da sopra:

«Sei tu, Marietta?»

Marietta è la serva di casa, arrivata giovanissima a servizio dalla campagna, fedele, minuta, una bellezza slavata, incolore. L’aveva conosciuta quando di nascosto dai padroni gli aveva portato un bicchiere di quello buono per tirarlo su di forze. Lui non era mai rimasto affascinato dalla ragazza sciupatella e aveva goduto del vino, non della serva.

A chiamare era stata una voce flebile di donna. Il giovane non risponde e inforca le scale che lo portano a una grande anticamera dove si aprono le camere da letto. Sulla porta di una di queste appare la padrona che alla sua vista ha un attimo di sgomento. Poi si volta e scappa dentro. La insegue d’impulso, ma si arresta non appena varcata la soglia: davanti a lui in un enorme letto d’ottone giace un ragazzo che potrebbe avere la sua età. La donna si protende per difendere quel corpo, allarga le braccia come per impedire che gli sia fatto del male, ma l’ex apprendista non è lì per fare giustizia di ammalati.

Qui la luce del sole penetra abbondante dalle tapparelle rimaste mezzo scostate e il ragazzo ha modo di osservare la donna: non è più la gran signora dalla puzza sotto il naso; indossa una vestaglia modesta, ha il viso sbattuto più dal dolore che dal tempo, lo sguardo spaventato invece di quello arrogante dei tempi migliori, quando aveva attorno a sé un marito e tre figli altezzosi come lei. Su un comodino molte medicine, farmaci costosi comprati a caro prezzo alla borsa nera, ma che non avrebbero guarito il figlio, tanto meno salvato.

Il partigiano Ivanov si riprende dalla sorpresa e intima con voce determinata fino alla crudeltà:

«Dov’è il porco?»

La donna non risponde, ma l’iniziale spavento diventa paura quando sente il rumore secco e metallico dell’otturatore: il ragazzo ha messo il colpo in canna e con grande soddisfazione vede il terrore accendersi nei suoi occhi. Finalmente!

«Dov’è?» intima di nuovo alzando il tono e fa un passo avanti nell’atto di assestare un manrovescio su quelle guance raggrinzite e senza più traccia di belletti. La donna si porta di scatto una mano al volto per difendersi dallo schiaffo ed esclama:

«Ce l’avete davanti!»

Ha usato il “voi” per rivolgersi all’intruso. In altri tempi sarebbe stato un “tu”, ma la situazione non è più quella e il riguardo le è uscito di bocca d’istinto: meglio assecondare, oramai finito il tempo del disprezzo.

Subito dopo indica il comò dove è posata una cornice con il ritratto del “porco” in divisa nera d’ordinanza, orbace in testa, sguardo fisso e piglio fiero. Accanto altre due più piccole, come si fosse inteso rispettare una sorta di gerarchia post mortem: sono le foto dei figli in divisa del Regio Esercito, caduti in Africa. Il terzo è lì nel letto, febbricitante e semi incosciente.

Adesso nel giovane rimbalzano sentimenti molto diversi. Ha le mani sudaticce mentre spiana l’arma con il dito sul grilletto. Vorrebbe decidere di chiudere la partita con quello che resta dell’odiata famiglia, ma l’espressione addolorata dalla donna, il suo terrore, il respiro affannoso del ragazzo e quanto c’è di disfacimento nella casa glielo impediscono. Ivanov è arrivato tardi e a nulla serve lo Sten pronto a far fuoco perché altri eventi hanno già fatto giustizia per lui.

Ancora un secco clic clak e leva il colpo di canna, abbassa lentamente l’arma e insieme lo sguardo, ma non sembra che questo rassicuri la donna. Lo rialza per osservare meglio intorno: la decadenza della villa fine secolo gli appare adesso come mai prima, ma c’è dell’altro: è la sofferenza palpabile nell’aria e che sembra impregnare tutto, muri, arredi, persone. E poi il futuro, anzi nessun futuro per quei due, il figlio per la malattia e la madre per una povertà alla quale difficilmente sarebbe riuscita ad abituarsi. Le povere minestre sarebbero spettate anche a lei.

Ivanov indietreggia, poi si volta di botto e scende le scale di corsa, lascia spalancato l’uscio e attraversa frettoloso il grande giardino. Fugge per prima volta da quando aveva preso la via della montagna.

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Il pattinaggio

25 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

C'era una scuola di pattinaggio nella mia città in Mozambico, dove mia madre mi aveva iscritta.

All'inizio avevo quattro anni, ma di questo periodo non ricordo tanto. Quello che ricordo bene è successo due anni dopo, quando ne avevo sei. Pattinavo in coppia. Eravamo lungamente applauditi, tanto festeggiati. Non per il fatto di essere bravi (quanto bravi potevamo essere noi?), ma perché eravamo buffi. E inaspettati.

Ricordo una volta in che Rui, il mio partner, aveva sbagliato mossa. Indignata, l'ho tirato dalla parte giusta, con irritazione e determinazione. A sua volta, lui ha tirato me, che ho rispostato lui… e questo è andato avanti così per un interminabile mezzo minuto. Mezzo minuto mentre pattini, è tanto! Gli spettatori, colti alla sprovvista, scoppiarono a ridere e a applaudire, una vera raffica di applausi che non smetteva mai. Mezzo minuto dopo ricominciammo a pattinare insieme alla musica, come se niente fosse.

Da questo evento non si può certo ricavare resilienza o qualche altra caratteristica positiva. L'immagine che si raccoglie è quella di una immensa testardaggine. Non essendo una caratteristica così bella, è stato un elemento molto utile in tutto quello che dopo mi è successo.

 

 

                                                                     

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La felicità

20 Gennaio 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #racconto, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

In Mozambico avevo un bel gruppetto intorno a me, e questo era una barriera agli scherzi degli altri. Però, anche questa barriera ti sottoponeva al ridicolo. Pur condividendo tanti segreti e barzellette, le amiche si tormentavano ogni tanto, mi tormentavano, a dire il vero anch'io lo facevo con loro. Ma non era tanto importante, eravamo amiche. Abitavamo vicinissimo le une alle altre, e siccome c'erano pochissime auto in giro, lo spazio era nostro per giocare e correre, per gareggiare in bicicletta. Di notte, era frequente andare a dormire a casa di una o dell'altra, tutte noi lo facevamo, in un miscuglio felice e spensierato.

Ricordo una cosa un po' cattiva che facevamo, tutte noi, come un esercito ben addestrato: toglievamo piccoli gocci di whiskey dai bicchieri degli ospiti di casa, e li conservavamo in una bottiglia. Quando toccava a una di noi andare a dormire da qualche amica, c'era sempre un piccolo sorso di whiskey accuratamente conservato. Quando tutti in casa dormivano, era la nostra ora assieme a quel liquido, la cui attrazione piuttosto amara era principalmente l'essere vietato.

Certo che questo evento ansiosamente aspettato non era un granché: ci ubriacavamo nella nostra piccola stanza, avevamo conversazioni stupide, e, alla fine, non andavamo da nessuna parte. Per di più, il giorno seguente avevamo un dolore nella testa insopportabile. Ma tutto questo è vivere, tutto questo è apprendimento, tutto questo è felicità. Insomma, tutto questo è amicizia.

Si non ci fosse l'amicizia, avresti vissuto quei momenti felici?  

 

 

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