Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #racconto tag

Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

27 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #luca lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.

È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.

Patrizia Poli

Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle. Ha gli occhi dell'anima per intravederle. Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli. Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente. Li tengono aperti un giorno sì ed uno no. Li tengono aperti uno sì ed uno no. Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi. Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi! Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli. Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere. Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni! Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi! Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi. C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere. Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso. Luca Lapi

Mostra altro

Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"

28 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #gianluca pirozzi

Nomi di donna

Gianluca Pirozzi

L’Erudita, 2016

pp 169

16,00

È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico.

Qui nomen omen, ogni racconto un nome di donna, con storie peculiari e diverse fra loro. C’è la vedova che corre all’alba per sentire ancora la presenza del marito a fianco, c’è la femme de chambre che indulge in un piccolo vizio (ci viene in mente La carriola di Pirandello) capace di scompaginarle la vita ordinata, c’è la nera che si chiama Bianca ed è sopravvissuta al naufragio di un barcone, c’è la maestra Fabiana che cambia sesso e diventa il maestro Andrea, c’è la trapezista con la crisi di panico, c’è la prostituta che muore nell’incendio doloso della sua roulotte, c’è la moglie uccisa dal marito in un raptus di violenza. Ci sono tante figure dai nomi a volte comuni, come Nadia o Diana, a volte importanti, come Galatea o Aristea.

“I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.”

E poi, quando sei quasi oltre la metà della lettura, ti viene in mente che forse quel nome l’hai già sentito e ti costringi a tornare indietro per renderti conto che sì, avevi visto giusto, quel personaggio è davvero già comparso a margine di un racconto precedente e ora c’è un reprise del motivo, uno sbalzo temporale in avanti o indietro, un nuovo ramo è germogliato a formare una chioma folta, e capisci che tutti i racconti formano un’unica - a questo punto grandiosa - trama di romanzo simil picaresco ed immaginifico che ricorda un po’ quelli dei sudamericani Marquez e Allende. Gianluca Pirozzi ha vissuto in molte parti del mondo e, se è vero che il batter d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, forse c’è un senso in tutto ciò che accade, una trama invisibile e sottile lega ci lega gli uni agli altri.

Più che di realismo magico o di surrealismo, si tratta di una raffinata rappresentazione della mente umana attraverso varie patologie. Molti dei personaggi, anche se non tutti, sono affetti da manie borderline, curiosamente derivate dalle loro passioni e dal loro lavoro. Diana, etologa, ha l’abitudine di paragonare ogni persona che incontra, anche i compagni di vita, agli animali. Edda, interprete simultanea, continua a tradurre mentalmente ogni parola e situazione. Alcune di queste manie sfociano nel delirio e nell’omicidio, altre in fughe, altre ancora restano confinate nel privato. Ma dietro a codeste fissazioni eccentriche si celano metafore della comune esistenza. Diana che non riconosce più in Ottavio il capriolo cui era solita paragonarlo, è simbolo, per contrasto onirico, della fine dell’amore, di come all’improvviso chi avevamo tanto vicino ci appaia diverso, dissonante, strano, non ci capacitiamo di averlo voluto al nostro fianco e riesca difficile persino rammentare il perché dei sentimenti e degli slanci che provavamo.

Quando capita di recensire testi così interessanti, che, pur nella loro intellettualità e nel loro spessore, sono avvincenti e intriganti, torna davvero la voglia di leggere.

Mostra altro

Diego Popoli, "Fotografie"

26 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #diego popoli

Fotografie

Diego Popoli

Edizioni Leucotea, 2015

pp 95

11,90

"Eravamo in quella fase dell'adolescenza, nella quale ti sembra di aver già vissuto tutto quello che puoi vivere, anche se in realtà, non sei altro che un debuttante, su questo grande palcoscenico che ci hanno dedicato." (pag 38)

Ventuno racconti che sembrano far parte di un unico corpus - quasi opera “di formazione” - molto brevi e molto semplici, dove succede poco ma si riflette tanto, anche in modo filosofico, sulla vita, sull’esperienza, sulla crescita, sull’amicizia. Fulminei episodi più pensati che agiti, flash back.

Amori, delusioni, avventure estive, viaggi ferragostani in stile Il sorpasso, domeniche sonnolente dove a farla da padrone è la noia - una noia che, forse, rimpiangiamo come non luogo nel quale tutto poteva ancora avvenire - fughe notturne nella provincia emiliana che ricordano le canzoni di Lucio Dalla. Quante Anna e quanti Marco hanno calpestato quei palcoscenici che non ci sono più e che sono già intrisi di maledetta nostalgia? Quanti amici, quanti compagni di scuola, quante figure conosciute, o anche solo intraviste, ci siamo lasciati alle spalle, mentre ognuna di loro, passando come una meteora, donava qualcosa: una riflessione, un insegnamento, un esempio?

Più che l’argomento, più che lo stile, colpisce, appunto, la pregnanza dei raccontini - veri e propri scatti fotografici a penna - se rapportata alla loro trama e al loro volume: quel poco o niente che vi accade lascia però un’orma, un’unghiata sul cuore, genera una riflessione, regala un insegnamento.

La narrazione procede per sbalzi, fra presente, passato e passato ancora più passato, fra ricordi e pensieri, fra un qui ed ora molto ordinario, come la fila alla posta, e l’iperuranio dove le memorie diventano perfette idee platoniche.

Si parte dalla metà degli anni ottanta, quando tutto sembrava ancora facile e possibile,

La strada che ci portava via, lunga e sconosciuta, la immaginavamo senza buche e piena solo di cose belle. Non sarebbe stata così. E il viaggio non lo avremmo fatto tutti insieme, come previsto.” (pag 79)

per arrivare lentamente fin quasi ai giorni nostri o, almeno, a quei primi anni duemila dove gli accadimenti mondiali hanno minato la fiducia e sconvolto la realtà come la conoscevamo.

Fotografie, di Diego Popoli, è il secondo libro che leggo delle edizioni Leucotea e trovo che questa casa editrice si caratterizzi per l’ottima e compiuta qualità della scrittura. Le sbavature sono veramente poche e facilmente risolvibili.

Mostra altro

2016 che anno di merda!

15 Agosto 2016 , Scritto da Francesca Romana Con tag #racconto

2016 che anno di merda!

“2016 che anno di merda!” È cominciato male, ricordi Stefano? Eravamo insieme, come ogni anno da tredici anni ormai, al veglione di San Silvestro con tutti i colleghi: vino, vestiti eleganti, mutande rosse che portano bene, poi a mezzanotte il brindisi. Io, come sempre, ho alzato il calice e ho guardato verso di te, ma tu eri girato da un'altra parte. Seguendo il tuo sguardo, l'ho vista la biondina tutto pepe, la nuova recluta con dieci anni meno di me, che da quando era arrivata, due mesi prima, faceva strage di cuori. Era fasciata in un tubino nero che le mozzava il respiro e le tette rifatte le schizzavano fuori dalla scollatura. Ho avuto un triste presentimento, poi tu ti sei girato, hai abbassato lo sguardo, eri imbarazzato ed è stato lì che ho pensato per la prima volta “2016 che anno di merda!” e invece ad alta voce ho detto “auguri amore!” tu hai farfugliato qualcosa e poi mi hai portata in pista. Mi tenevi stretta aggrappandoti a me come un naufrago si terrebbe alla zattera, ma la marea ti stava portando lontano e ho iniziato a sentire freddo.

Che freddo di merda ho avuto per due mesi giorno e notte: un brivido che mi percorreva dentro e mi faceva battere i denti, non mi scaldavano maglioni e termosifoni, il gelo era sceso nel mio cuore e aspettavo la primavera , sperando che tu tornassi da me. Furono due mesi di bugie a cui fingevo di credere, sessanta giorni in cui ti inventavi cambi di turno per uscire all'improvviso, straordinari fuori programma per tornare a notte fonda. E io zitta a tremare di freddo nel letto da sola, o era paura? Una folle paura di perderti, di ammettere che il tuo sorriso più dolce non era più solo per me. Abbiamo fatto anche l'amore qualche volta. Oh, sì, ti piaceva farlo con me, io sapevo come farti impazzire e tu sopra di me eri libero, eri te stesso, eri padrone. L'avevamo fatto anche meglio di altre volte, forse perché io cercavo di godermi ogni attimo come fosse l'ultimo e tu pensavi a lei. Avevamo goduto a lungo ed eravamo rimasti fianco a fianco in silenzio, spossati, sudati, senza parole e dopo io avevo sentito di nuovo freddo.

Poi una sera sei tornato e non so come hai trovato il coraggio “Romi, io amo un'altra. Ti lascio, mi dispiace...” e hai iniziato con una serie di scuse interminabili a dire che non volevi farmi soffrire, mentre io tremavo sempre di più, che non avresti mai pensato che potesse succedere e nel mentre mi strappavi il cuore, lo gettavi a terra, lo calpestavi. “2016 che anno di merda!” fu l'unica cosa che riuscii a dire, ma non piansi, non davanti a te. Piansi dopo per ore, per giorni, mentre realizzavo il vuoto della mia vita. Piansi dopo, quando ti dicevo che potevi passare a prendere le tue cose che io sarei stata fuori e invece ti guardavo portare via le valigie nascosta dietro l'angolo di Piazza del Popolo. Dio quanto eri bello e Dio solo sa quanto ti ho amato.

Ho provato a voltare pagina, ti giuro. Cercai di reagire, di non pensarti, uscivo con le amiche, ho anche accettato di farmi accompagnare a casa da Giorgio, ricordi? Mi moriva dietro da sempre, ma una volta seduto sul divano con me ha capito anche lui che non avrei mai potuto lasciare che nemmeno mi sfiorasse con un dito e se ne andato mogio mogio, promettendomi amicizia, affetto incondizionato e poi non si è fatto più vedere. Ma chissenefrega di Giorgio, di Carlo e di chiunque altro, tu non c'eri più e la casa era vuota, la doccia pulita, il letto mai disfatto, e a volte provavo, appena entrata, a restare un attimo in silenzio immaginando di sentirti cantare mentre spadellavi frittate o cuocevi spaghetti. Provai ad odiarti ma ancora non ci riuscivo. Speravo che saresti tornato e volevo essere pronta, non potevo cancellarti dal mio cuore.

Poi un giorno, un collega, sai uno di quelli che si professano amici di tutti ma non sai mai di chi veramente lo sono, si avvicina e mi fa “ senti Occhi di gatto...”, questo era il mio soprannome fra i vecchi dell'ambiente, ” io ti sono amico e non posso tacere, tanto presto o tardi lo scopriresti da sola , sai...”, cercava le parole e io lo fissavo interrogativa, ” la donna di Stefano è incinta” disse e, mentre lui continuava a parlare con tono compassionevole, cercando di farmi coraggio, io non lo ascoltavo più. La testa mi ronzava “2016 che anno di merda!” non sentivo più nulla, solo un ronzio, come se un calabrone mi avesse punto il cervello e si stesse gonfiando, mi sarebbe scoppiato e presto avrebbe fatto schizzare gli occhi e la materia grigia sarebbe uscita dalle orbite, colando a terra goccia a goccia, lasciandomi vuota, ebete, senza più sentimenti né pulsioni, senza gioe né dolori. Presto sarebbe tutto finito.

Feci un sorriso forzato e girai le spalle, uscendo ti incontrai sul cancello, stavi montando in servizio e io smontavo, erano quattro mesi che ci avevano organizzato i turni in modo che non dovessimo mai incontrarci. Incrociai il tuo sguardo. eri contento, stavi pensando a lei e ti si mozzò il sorriso sulle labbra. Finalmente ti odiavo, dai miei occhi uscivano fiamme e mi accorsi che per un attimo avesti paura. Mi fissavi a bocca aperta, io passai oltre e, fatti pochi passi, ti chiamai ad alta voce: “Stefano!”. Ti girasti sorpreso e il cellulare ti colpì in piena fronte. Era stato il tuo ultimo regalo, conteneva tutte le nostre fotografie, i nostri ricordi e non volevo tenerlo con me.

Il giorno dopo mi presi un turno di ferie, tu eri smontato dalla notte e dormivi da lei, venni sotto casa e mi fermai su una panchina. Mi ero portata una bottiglia di vino e iniziai a bere, brindavo a voi, alla vostra salute, al bambino che avrebbe allietato la vostra vita e brindavo al “2016, davvero un anno di merda!” . Bevvi tanto, troppo, non bastò una bottiglia, ne comprai un'altra ed era quasi buio quando, dopo un'intera giornata passata a bere senza mangiare nulla, arrivai di nuovo barcollando davanti casa vostra e iniziai a urlare sotto la finestra “vieni giù uomo di merda! Vieni a dirmi in faccia che farai un figlio con la tua puttana” e in quel preciso momento scoppiai a piangere, caddi in ginocchio e piansi.

Non so come ero tornata sulla panchina e lì mi raccolse un collega con la volante, raggiunto dalla telefonata che avevi fatto tu per segnalare le mie molestie. Ero fradicia di pioggia, ubriaca marcia e avevo freddo “2016 che anno di merda” gli dissi soltanto e mi addormentai in auto mentre mi portava in Questura. O forse fu un dormiveglia in cui rivissi attimo per attimo quel lontano giorno in cui avevo perso la nostra bambina. Ricordi Stefano? Ero incinta di cinque mesi, tutto andava bene poi all'improvviso una fitta lancinante in fondo alla pancia e quel rivolo di sangue che mi scendeva lungo la coscia. Il panico mentre mi portavi in ospedale, il dolore, quando mi dissero che era morta. La vidi sai? Era piccolissima e rosa, credo di essere morta un poco anch'io quel giorno e forse è morto anche il nostro amore con lei. Niente fu più come prima, io che volevo riprovarci a tutti i costi, tu che rifiutavi. Avevi paura per me o chissà forse per te, non ci dicemmo mai niente, ma i sensi di colpa uccisero giorno dopo giorno il nostro rapporto. Ora l'avresti avuta con lei la “nostra” bambina, non si perdonano certe cose.

Arrivata in Questura ero sveglia, piangevo, il trucco sciolto che colava sul viso e tremavo, tremavo di nuovo come una foglia in balia del vento. Il capo mi prese da parte, mi fece la paternale, mi voleva bene, mi ha sempre stimato, aiutato e mi assicurò che non ci sarebbe stata denuncia da parte di Stefano anche se gli avevo sfregiato la macchina con la chiave, anche se aveva un bernoccolo in testa per via del cellulare la sera prima, mi assicurò che non ci sarebbero stati nemmeno provvedimenti disciplinari, ma io dovevo promettere che mai più mi sarei avvicinata a lui e che avrei fatto subito domanda di trasferimento e che avrei accettato di incontrare la psicologa che segue chi ha problemi di stress a causa del servizio. Non ricordavo di averti graffiato la macchina, non ero sicura, allora guardai la chiave di casa nostra e vi trovai tracce di vernice blu, la stessa della tua auto.

Accettai ogni condizione. Incontrai la psicologa e, mentre aspettavo il trasferimento, non uscii mai di casa se non per lavoro, non un uomo, non un sorriso. Rientravo in casa e mi chiudevo in camera mia, davanti al PC. Mi inventai una realtà virtuale, un uomo dolcissimo e meraviglioso che mi amava, che mi copriva di attenzioni e la sera facevo l'amore con lui a distanza, non pensavo più a Stefano, seguivo i colloqui con la psicologa e ricominciai a lavorare con impegno. Stavo guarendo. Appena finito il turno correvo da lui, lui mi aspettava. Non mi avrebbe mai fatto soffrire, poi una sera si è rotto il computer, niente schermo, niente collegamento, niente più uomo dei miei sogni. “2016 che anno di merda”. Fu proprio quella sera che suonasti alla porta, avevi dimenticato qualcosa nell'armadio e mi chiedevi di entrare, ti scusavi per non aver avvertito, ma tanto sapevi che ero sempre in casa, fu così che mentre fingevo di sorriderti, ti presi alle spalle e ti colpii con violenza alla testa con la tua mazza da baseball, proprio quella che eri venuto a cercare e che non trovavi nell'armadio.

Ora sei lì disteso a terra, una pozza di sangue sotto la testa, mi guardi e mi ascolti attentamente con gli occhi spalancati. Sei tutto mio un'altra volta, sei qui e non te ne andrai mai più, aspetteremo insieme che arrivi l'estate.

Mostra altro

IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

29 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL SOGNO DEL GIOVANE ZAR di Tolstoj

Il sogno del giovane zar è un racconto scritto nel 1894 e accantonato dopo la delusione dell'autore per i primi passi del nuovo zar Nicola II, ancora legato all'autoritarismo.

Il sovrano, protagonista del testo, dopo una dura giornata di lavoro passata con i ministri e i collaboratori, si concede un po' di riposo. Si addormenta e in sogno trova un personaggio che lo conduce in vari luoghi del suo regno. Questo misterioso accompagnatore sembra un Virgilio, ma potrebbe essere lo stesso Dio. Dovunque trovano dolore e iniquità; soldati che devono uccidere, famiglie distrutte dall'alcol dalla cui vendita lo stato guadagna, giudici che condannano a pene severe ad esempio per un furto di poca paglia, giovani strappati alle famiglie per fare i soldati mentre i ricchi rampolli riescono a farsi esentare. Soprattutto vedono tanta corruzione. Il giovane zar è sconcertato; eppure il suo accompagnatore gli ricorda che tutto viene dalle leggi che lui firma.

Che fare allora? Il sovrano è animato dalle migliori intenzioni e non crede di essere causa di tanto male. Ama il suo popolo, afferma e allora vorrebbe reagire a quanto visto nella desolante ricognizione nel suo regno. Al risveglio si confida con un dignitario e con la zarina.
Riceve dal primo dei consigli rassicuranti e pieni di piaggeria; lo zar è virtuoso e troppo buono. Deve governare come sempre, senza curarsi di eventuali danni che saranno accidentali. Chi è povero è egli stesso responsabile della sua situazione. La zarina, invece, colpita dalla gravità delle preoccupazioni del marito, vuole che condivida il peso delle responsabilità di governo con altri soggetti.
Ma c'è un terzo suggerimento che viene dalla voce di chi l’ha accompagnato nel sogno. Lo zar deve ricordarsi di essere un uomo. Fallibile, precario, simile ai suoi sudditi. Domani potrà essere il suo ultimo giorno. I doveri verso gli altri, gli viene spiegato, sono innanzitutto etici con richiami alla sfera religiosa.

È un racconto molto denso; i riferimenti a fatti reali sono vari e non sempre ben accostati. Si parla anche di deportazioni e persecuzioni verso le minoranze religiose, di una sentenza di morte verso un soldato che aveva colpito un superiore dopo una grave offesa, dei danni della cattiva istruzione pubblica.

Il racconto termina con l’invito ad aspettare un cinquantennio per sapere quale fra le tre strade suggerite sarà fatta propria dal monarca. La prima è quella dell’assolutismo irresponsabile, incapace di emendarsi davanti alle storture della società; la seconda propone riforme costituzionali, parlando di condividere il potere con i rappresentanti del popolo, limitando i poteri del sovrano; la terza è quella potenzialmente rivoluzionaria. Questa consiste nel ricordarsi che il possesso del potere è un momento e che anche chi lo detiene è un momento in quanto essere effimero come tutti. Invece i doveri dell'uomo verso l'uomo sono eterni.

Resta un testo attuale; ogni giovane re, premier, magnate dovrebbe riflettere su quale via seguire prima di mettere una firma in calce a un documento.

Mostra altro

LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

14 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA LEVATA DEL SOLE di Luigi Pirandello

Il protagonista della novella, Gosto Bombichi, lascia questa lettera alla moglie, dopo una drammatica riflessione sulla sua vita:

Ho perduto: pago. Non piangere, cara. Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio. Del resto, t'assicuro che non ne vale proprio la pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole.”.

Ha perso molti soldi al gioco, al Circolo dei buoni Amici; i creditori gli hanno dato solo ventiquattro ore di tempo per saldare il debito. È notte fonda e Gosto ha fatto il suo sconsolante bilancio sulla situazione. La vita lo ha sempre nauseato e non trova appigli morali o pratici a sorreggerlo. La moglie tedesca è per lui una persona distante; alla fine nemmeno le lascia il biglietto che annuncia la terribile decisione. Ma ai condannati spetta un ultimo desiderio; il suo sarà quello di vedere la levata del sole. Esce da casa nella tenebra, dopo aver preso la rivoltella. Intende raggiungere un posto dove gustarsi questo evento naturale; sarà uno spettacolo grandioso oppure una cosa da poco, amplificata da tanti poeti e poetucoli? Gosto vuole soddisfare questa curiosità prima di spararsi. L'ambiente cittadino immerso nell’oscurità provoca variegate sensazioni in lui; disgusto e schifo davanti a certi passanti, senso di ristoro grazie alla frescura dell'aria e alla bellezza del cielo stellato. Lentamente si avvia verso la periferia, controllando di avere sempre con sé l'arma. Le strade sono sporche e bagnate; si insozza nel fango. Ormai non c'è più nessuno in giro. È stanco e allora si appoggia a una pietra attendendo che il sole sorga.

Ma cosa significa la levata del sole? Ogni giorno nasce il sole; ogni giorno si apre una possibilità nuova. Forse Gosto, nonostante si premuri di vedere se la pistola è sempre nella sua tasca, si augura che quell'evento gli porti forza e fiducia, orientandolo ad affrontare i problemi e non a fuggirli.

Per la scrittrice Hanna Arendt l'uomo ha il potere di iniziare (un’azione, un discorso, un progetto) e questa facoltà gli viene da quell'inizio che è stato la sua nascita. Ogni giorno l’uomo può intraprendere e creare. La levata del sole darà forza anche al disperato Gosto? Nella triste periferia in cui si trova, dopo qualche ora finalmente la luce arriva, timidamente, quasi scusandosi col mondo ancora in riposo. Poi però si fa decisa e salutare:

Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole”.

Gosto, appoggiato alla pietra e vinto dalla fatica, in quel momento rappresenta l’umanità sofferente, bisognosa di fede, di infinito, di coraggio per affrontare la vita. Avrà saputo ricevere quanto probabilmente sperava vedendo, per la prima volta, la levata del sole?

Ecco il testo:

“Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al sonno”.

Mostra altro

LA POSTA di Federico De Roberto

1 Giugno 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA POSTA di Federico De Roberto

I protagonisti della novella sono il tenente Malvini e il soldato siciliano Cirino Valastro; operano nella stessa unità e sono parte di un battaglione che si sta addestrando prima di entrare in linea e combattere.

Tra i due si crea un rapporto abbastanza forte, nonostante le differenze culturali; in molti reparti la vita in comune e la condivisione dei pericoli accorciava infatti le distanze gerarchiche.

Valastro non sa leggere e scrivere; si rivolge al tenente perché gli legga le lettere che arrivano da casa e poi gli chiederà anche di scrivere le risposte. All'ufficiale si apre un mondo molto vivace; nelle missive si parla di affari di famiglia, terre da coltivare, boschi, una mula da curare, frutti e cibi locali. La parte spassosa è quella in cui Malvini cerca di decifrare le tante espressioni in siciliano. D’altronde, come già notato nella novella La paura, De Roberto è sempre attento a evidenziare la specifica provenienza regionale degli uomini attraverso la parlata.

Il soldato diventa particolarmente caro al superiore dato che si fa apprezzare per impegno e disciplina. Gli altri lavorano con gli attrezzi leggeri, lui vuole quelli più pesanti che sa come maneggiare. L’abitudine alla fatica lo avvantaggia. È tra i migliori tiratori. Merita anche una ricompensa per una coraggiosa azione notturna. Il suo spirito è solo offuscato dalla nostalgia di casa. Malvini lo stima, anche se ciò che sente per lui non è un sentimento univoco; all’ammirazione per la costanza si affianca la consapevolezza dell’ingenuità e “della grande umiltà del poveretto”.

Ma perché Valastro è instancabile e supera i compagni per disciplina e sacrificio? “Ignorando la storia, i confini le ragioni della patria, si rassegnava più degli altri alla necessità che lo aveva divelto dall’isola remota”.

È analfabeta, ignorante e quindi prende la vita al fronte come un fatto di necessità. A ciò che è necessario non si fa resistenza, ma ci adegua con durezza, in attesa che le cose cambino.
Quando però le lettere iniziano a portare cattive notizie, Malvini teme di affliggerlo. Istintivamente non se la sente di dargli sofferenza; comincia allora a raccontargli bugie mentre gli legge le lettere. Le menzogne si accumulano. Che fare, d’altronde? Un grande attacco è prossimo ed è meglio che il ragazzo sia in forma e concentrato. Perciò nulla gli dice della morte della sua mula, di varie questioni spiacevoli, della perdita della speranza di sposare una giovane delle sue parti. Un soldato deve restare sereno nel momento in cui si sta preparando un assalto che potrebbe essere l’ultimo. Così il giovane, ignaro delle cose grandi, resta ignaro anche di quanto succede a casa sua.

Su Malvini e le sue bugie e omissioni sorgono inevitabilmente alcune domande. Ha agito così, come sembrerebbe all’inizio, solo per una sollecitudine affettuosa verso il ragazzo? Non aveva diritto Valastro di sapere ogni cosa, oppure bene ha fatto il superiore a esercitare una benevola censura? Il soldato che deve uscire dalla trincea e affrontare il nemico deve essere sereno, si spiega nel testo.

Ma poiché, nel caso del soldato siciliano, il massimo impegno al fronte coincide con la massima ignoranza e delle cose che riguardano la storia e la politica (non avendo potuto studiare) e di ciò che succede a casa sua, emerge un’altra considerazione. Il tenente, su un piano di minore o maggiore consapevolezza, forse fa parte anche lui, a livello basso, di un sistema più ampio di sorveglianza sullo spirito degli uomini che setaccia preventivamente ciò che si può conoscere, in vista del miglior rendimento al fronte: “Il soldato … doveva avere l’animo sgombro per affrontare serenamente la morte”.

Mostra altro

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

27 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

Questa è una novella all'altezza del miglior De Roberto, letta nell'edizione Garzanti; è il De Roberto che pur non avendo servito nella Grande Guerra si dimostra ottimo scrittore di cose militari.
I protagonisti sono due ufficiali e l'ambiente è quello della guerra in montagna. La neve ha costretto italiani e austriaci ad arretrare alla ricerca di posti più riparati. Gli ultimi attacchi invernali del regio esercito non hanno prodotto risultati; anzi, una compagnia, guidata dal capitano Colombo e in possesso solo di armi leggere, è sparita senza lasciare tracce dopo un assalto quasi suicida.

L’inverno passa e quando il tempo migliora, il capitano Tancredi manda pattuglie verso le linee nemiche; i parenti dei soldati scomparsi e soprattutto la moglie di Colombo fanno pressione per avere notizie sui loro cari. Tutti morti? Oppure ci saranno dei prigionieri? Servono risposte.

Qui il mistero si fa gradualmente più fitto; il reparto sparito tra le fredde rocce, l'individuazione di un soldato impigliato nei vecchi reticolati, l'insuccesso di ogni pattuglia mandata a recuperarlo accrescono l'interesse per la vicenda. Chi è quel soldato? Bloccato da mesi, irrigidito dal gelo, sembra racchiudere la soluzione al mistero. Ma gli uomini che devono riprendere quel corpo falliscono e si nascondono dietro a laconiche giustificazioni; è pericoloso intervenire perché c'è una mina vicina, sostengono con poca convinzione. Tancredi, pur avendo ottenuto una sospirata licenza, decide di andare a vedere di persona conducendo pochi uomini; è suo dovere farlo.

Qui c'è la parte più emozionante; sembrano pagine tratte da un diario di guerra. L'ufficiale si muove nella nebbia, sfida i cecchini, raggiunge il corpo martoriato dai colpi e dal freddo; il recupero riesce con grande fatica. Non c’è nessuna mina. Si trattava proprio del capitano Colombo che guidò lo sfortunato assalto alla trincea austriaca; i commilitoni che lo conobbero raccontano del suo valore e dell'amore per la giovane moglie, più volte ribadito in modo appassionante.

Proprio Tancredi si assume l'onere di andare a Roma a riferire la tragica notizia alla donna. Non vorrebbe farlo; è molto a disagio e allora si fa accompagnare dall'amico Laurana, un imboscato piuttosto sfacciato. Davanti alla vedova, una contessa, il disagio diventa sconcerto; la donna non mostra dolore. In realtà voleva conoscere in modo sicuro la sorte del marito per avviare le pratiche per avere la pensione.

Laurana si offre di aiutarla a reperire la documentazione.

Più tardi, al ritorno al fronte, Tancredi apprenderà che l'amico e la contessa stanno per sposarsi.
È una novella amara; il divario tra fronte e Paese è enorme. Uomini di trincea da una parte e imboscati e civili dall'altra appaiono separati da una distanza fisica e morale incolmabile; sono due mondi che usano linguaggi diversi e che anzi non si parlano. Su tutto domina la figura del capitano Colombo, con il suo corpo martoriato, quasi "cristico", offeso dai colpi nemici e dalla corona di spine dei reticolati: “ … il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata … le palpebre chiuse, l’uniforme lacera … pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno”. Sembra già di vedere uno dei monumenti ai caduti che nel dopoguerra saranno costruiti in ogni paese.

Ma il suo sacrificio non è capito da chi lo aspetta a casa; è un'icona di sofferenza che però lontano dal fronte non suscita interesse o emozione. Tancredi invece è turbato da quella fine e ne apprezza la statura morale. L'unico vero e intenso “dialogo” dello stesso capitano Tancredi è infatti quello virtuale con la salma del commilitone caduto che egli stesso ha fisicamente staccato dal luogo di morte; è la sola persona che ha voglia di conoscere meglio, attraverso le testimonianze di chi gli era accanto in guerra. Tutto concorre nella novella, in definitiva, a fare dei combattenti una categoria morale diversa da chi non ha mai visto il fronte e l’inumanità delle sofferenze che affratellano i soldati.

Mostra altro

IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

25 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL VITALIZIO di Luigi Pirandello

In questa novella il vecchio Maràbito cede il suo terreno al mercante Maltese; in cambio avrà un vitalizio che l'acquirente spera naturalmente di breve durata. L'anziano dice, per rassicurare l'avido interlocutore, che dopo la vendita andrà nella sua casa in paese aspettando la morte. E aggiunge di voler lasciare il podere non per pigrizia ma perché stanco e fiducioso che altri più forti di lui lo lavoreranno meglio.

In poche frasi c'è quasi tutto il protagonista della vicenda, con la sua moralità e la sua schiettezza. Il mercante Maltese spera di ripetere l'affare di qualche anno prima quando un altro vecchio morì appena sei mesi dopo aver firmato un contratto simile. Spera quindi che il contraente anche stavolta muoia presto.

Maràbito non chiede più nulla alla vita; ha già dato tutto e gli basta quanto avuto.

Il tempo passa e l’uomo fatica a vivere senza le sue attività. La noia lo assale.

Soffre in silenzio quando viene a sapere che il nuovo proprietario amministra male il terreno. Ma non protesta; il suo ruolo è solo quello di attendere la morte nel suo alloggio, circondato dalle donne del vicinato che gli sono solidali perché detestano il cinico Maltese.

Gli anni scorrono, il vecchio ancora vive e il mercante gli paga il vitalizio con crescente rabbia, scoprendo di aver fatto male i suoi calcoli. Accade poi però che proprio Maltese muoia improvvisamente. Sono passati oltre cinque anni in cui il vecchio è diventato ottantenne e sta abbastanza bene. Quando una malattia sembra stroncarlo, le cure stregonesche di una delle donne lo salvano. È molto a disagio; accusato in modo strampalato dalla vedova del mercante che gli rinfaccia di essere ancora vivo, crede suo malgrado di essere uno strumento di vendetta dell'altro anziano morto poco dopo la firma del contratto.

Ora è lo scaltro notaio Zagàra a prendersi il podere e i relativi oneri; il vecchio non può durare a lungo, pensa. Invece fa in tempo a morire lui, mentre si festeggia il compleanno di Maràbito, ora addirittura centenario.

Tutti quindi scommettono frettolosamente sulla prossima fine del protagonista, associato a una morte che non arriva. Lui stesso soffre quando sopravvive ai più giovani. Gli sembra di essere un peso. Avete il vizio di campare a lungo, gli diceva il notaio facendolo irritare. In mezzo alle furbizie di tanti che non lo rispettano, lui brilla per equilibrio, coerenza, dignità. Ha sempre lavorato, è stato un emigrato, ha dato tutto; nella sua moralità non trova spazio ciò che non è meritato. A un certo punto, infatti, vorrebbe non ricevere più vitalizi, avendo avuto dopo tanti anni nel complesso ben più del valore della proprietà. Sembra il vincitore, dato che alla fine si riprende il podere dopo la morte del notaio. Eppure lo troviamo triste mentre da centenario guarda le nuvole stando nel suo terreno.

Non ci sono vincitori nella novella. Vince l'assurdo; chi voleva vivere muore, chi è stanco di campare continua a dover sopportare l'afa della vita. L'eternità senza la giovinezza è un fardello durissimo, come insegna la figura mitologica di Titone. Perciò più che il cinismo che domina la vicenda ambientata in un paesino siciliano, colpisce il lato enigmatico dell'esistenza. Si può essere beffati dalla morte che arriva inattesa, ma anche dalla vita che si aggrappa a chi non la vorrebbe più e diventa una condanna.

Mostra altro

Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

23 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Stefanelli Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #racconto

Claudio Fiorentini, "Piricotinali col ruspetto"

Permettetemi, dice Patrizia Stefanelli, di consigliare un libro: Piricotinali col ruspetto di Claudio Fiorentini. Molto divertente.

LETTERA ALL'AUTORE

Caro Claudio, quante risate mi hai fatto fare e quanto, tra quelle risate, mi hai fatto pensare. Ehm… uhm… so che sei discreto, ma hai insistito ben bene con la signorina “Frufrù” e diamine! Un raccontino dei fatti lo potevi fare, una sfumatura, dico, almeno una delle possibili. Beh, scherzi a parte di certo la fantasia non ti manca. I tuoi mondi rispecchiano l’alienazione che a piccole dosi stiamo inglobando; senza accorgercene, siamo noi l’alienazione.
Cibi normali? Non sia mai! In cucina come in arte, ognuno vuol dire la sua ma "un culetto di Branchiatore" val bene la divisione in parti uguali, e chi si contenta gode due volte. Se poi, in un giorno quasi fortunato, a qualcuno venisse voglia di intervistare Il Divino, beh, forse farebbe meglio a vivere la vita, magari in un bel borgo troglodita (rispetto al futuro), dove la vita profuma “normalmente”. Un borgo al contrario, un "ogrob" per l’esattezza, in cui è difficile rinunciare alle false certezze ma non impossibile. Poche persone, fortunate e coraggiose, riescono a sentire i veri profumi.

Pausa - quartetto d’archi

Procedi per generi musicali e indicazioni agogiche, e questa indicata è la mia pausa. Ho ripreso dopo due giorni il tuo libro con incoscienza, giacché dovrei dormire. Non dormo da ventiquattro ore ma di fronte al pugile che accusa il grande amatore di "non aver usato il guanto", non resisto (sto ridendo, scusami, anzi, siine contento, solo non vorrei perdermi mentre ti leggo e intanto ti scrivo).
Ha sofferto senz’altro di una sindrome da abbandono di "Coscienza" e ne ha goduto terribilmente, così come solo un incosciente può fare. Mai giudicare però, perché a quanto pare, la coscienza da un momento all’altro, se le prende il capriccio, abbandona chiunque. E da un "crescendo ostinato" volgo al "canto popolare". Mi aspetto panismo e prodotti genuini. Eccoli! Personificati in -" Tea, Limone, Zafferano, Ginestra (bella citazione) e Mazza d’oro della famiglia delle primulacee". Un bel vivaio!
Ancora personificazioni con il "navigatore" monocorde schizofrenico. In crisi di autostima? Esilarante. Il prodotto tecnologico che dovrebbe essere privo di emozioni si stufa? Chi non ha vissuto la voce del navigatore come compagno di strada, spesso invadente e insistente. Le inversioni a U, che esso dichiara consentite, o le zone ZTL da attraversare, avrebbero portato a un percorso diverso e chissà… Se poi la tecnologia dovesse inventare un "Mutatempo", meglio leggere le istruzioni prima di qualsivoglia viaggio. Che bella che è la tua proverbiale pazienza, caro il mio Fiorentini, si percepisce ovunque.
Torna la "Coscienza", ehilà! Che dire della sospensione della coscienza dopo la morte, in attesa dell’espansione, per divenire un punto dell’infinito? Come hai fatto a scrivere di questo, mi chiedo. Filosofia e religione, grazia e leggera ironia in un mix che incanta. In fondo siamo solo esseri umani e anche limitati. Certo, se fossimo dei supereroi, le cose andrebbero diversamente, non sarebbe per niente male, ma che fatica! Meglio allora usare la fantasia, possiamo inventarci di esserlo, ma l’ossessività del protagonista di "Danubio blu", credimi, mi ha lasciato uno stress tremendo. Se poi penso che la vita sia solo un "Dlin" suonato col cuore, come bene sapeva fare l’amico John Smith, capisco che è tutta una musica, la vita, in attesa di quel momento unico e singolare. Sì, è bello vivere, stupenda la Terra, con gli animali, i suoni, l’aria, le piante, i cicli… senza l’uomo, almeno da un punto di vista alieno. L’essere umano è infettato, come tutto ciò che tocca, dal virus "m.o.n.d.e.z.z.a". Peccato.
Infine, la tua "conclusione rock": “Sei ROCK!” ti direbbe Celentano, per questo ti scrivo una lettera pubblica che non servirà ad alcuno per la comprensione del tuo fortissimo libro. Ognuno potrà capirla solo dopo averlo letto!

Con affetto e stima,

Patrizia Stefanelli

Mostra altro
<< < 10 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 > >>