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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

Una storia molto romantica

17 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

                                             

 

Hotel Excelsior di Roma. Un evento speciale di grande risonanza. Sono presenti nel grande salone delle feste tutte le più alte autorità in campo politico, dello spettacolo, dell’aristocrazia e dell’alta borghesia cittadina. Una serata di beneficenza per una raccolta fondi da destinare ad una delle tante organizzazioni umanitarie sparse per il pianeta. Nella sala spiccano le donne fasciate in abiti impossibili, donne mature, vere matrone cariche di cellulite e cerone con al seguito le loro figlie che non sono da meno. Ce ne sono di ogni tipo, da quelle ossute e compunte, capelli tirati indietro e pelle pallida. Sedute sui divani con aria di sufficienza, come se per loro stare lì fosse una gentile concessione. Altre, grasse oltre il limite, che già stando ferme a chiacchierare animatamente sudano, con conseguenze nefaste per i loro vestiti. Al centro della sala poche coppie di anziani ballano, seguendo la musica di un complesso messo sul lato opposto al buffet. La serata non decolla, c’è un‘aria di stanchezza fra gli invitati, gente abituata a fare di queste serate il loro passatempo preferito. A certi livelli farsi vedere e presenziare ad avvenimenti del genere è obbligatorio. A un certo punto della serata arriva lui. Appena mette piede nella sala si nota un certo risveglio da parte delle matrone che cominciano a darsi di gomito. Indirizzano i loro sguardi verso il nuovo entrato. Un giovane dall’aspetto fascinoso, lo smoking che indossa gli sta a perfezione, mette in evidenza spalle larghe, muscolose. Su un giro vita piatto e sodo. Il viso leggermente abbronzato, la mascella squadrata volitiva, i capelli neri corvino lucidi e appena mossi. Procede con un passo lento e misurato, i suoi occhi scuri con riverberi d’acciaio scrutano l’ambiente come una pantera che cerca la sua preda. Le madri, ancor prima delle figlie, lo divorano con gli occhi e non sono poche quelle a cui sfugge un sospiro. Lui passa lentamente guardando e facendosi guardare. Ha in mano un flute di champagne. Finalmente arriva dall’altra parte della sala dove incrocia lo sguardo di un esemplare femminile che attira il suo interesse. In quel grigiore assoluto lei splende di colore e vitalità. Una ragazza alta, formosa, inguainata in un lungo abito verde smeraldo che le sta come un guanto. Non è vistoso, ma attira per ciò che copre. Una leggera scollatura evidenzia un solco fra due splendide rotondità color avorio. Ha un viso da bambola, due gote pronunciate e due meravigliosi occhi verdi. I capelli sono tirati su mettendo in evidenza un collo eburneo con degli incavi che inducono a pensieri lascivi.

I due si guardano, sono attratti uno dall’altra. Lui fa la prima mossa, si avvicina e le parla.

 

 "Buonasera signora, vuole essere così cortese da concedermi il prossimo ballo?

 

Lei lo guarda per un attimo poi con un sorriso risponde: "Signorina, prego,  sì, credo di poter accettare il suo invito, se intanto vuole essere così gentile da prendere ancora dello champagne."

 

"Lo consideri già fatto, signorina, mi perdoni,è che mi pare strano che una bella donna come lei non abbia trovato ancora un uomo degno di accompagnarla."

 

"È gentile a dirlo signore, ma è così."

 

Lui si allontana per prendere due flute, mentre lei resta pensierosa, un dubbio le attraversa la mente. Lui ritorna e lei si fa trovare pronta per un ballo. Bevono, poi si buttano in pista. Il valzer non è  proprio un ballo adatto, ma si adeguano e portano a termine i loro volteggi. Lui la invita fuori al terrazzo per bere in pace.

In precedenza aveva fatto preparare, dietro lauta mancia, un tavolino in un angolo del terrazzo, dal quale si ammirava  lo splendido panorama di Roma.

 

"Venga, mi sono preso il permesso di far preparare un tavolino apposta per noi per restare più tranquilli."

 

"Grazie, vedo che non perde tempo lei, mi sa che è un gran rubacuori. Comunque, preferisco restare qui all’aperto, almeno si respira, là dentro era diventato impossibile con tutte quelle cariatidi. Senti che ponentino!"

 

I due si siedono e lei come prima cosa si toglie le scarpe, lui ride, comprende le difficoltà femminili. Restano in silenzio per un po’, lei ha la mano sul tavolino, lui si abbassa a sfiorarla con la sua e lei non si ritrae. Le mani restano unite, poi lei dà un’occhiata al piccolo orologio che indossa e sbotta.

"Senti, che ne dici se la finiamo co sta pagliacciata, per me è durata pure troppo, se dovemo andà, andiamo e togliamoci sto pensiero."

 

"Cosa dice? Non la riconosco più, signorina… a proposito ancora non mi ha detto come si chiama, non posso chiamarla sempre signorina, avrà un nome."

 

"Certo, io me chiamo Anna Tiburzi, pe ‘ll’amici  Annarella, in arte Magda. E tu, come te chiami, bel moro?"

 

"Vuol dire, forse, che lei è una… come dire, una escort?"

 

"Sì, bello, dillo pure, tanto nun m’offendo, so na mignotta e allora? Che te credevi? Ma dico io, tu pe farti na scopata stai tanto a fa er damerino! Quanto ti è costato sto tavolo qua fori, li potevi sparagnà me li devi a me, era mejo!"

Viè qua moro, fatte dà n’occhiata un po’ meglio, me sa che pure tu, sei un gran paraculo."

 

"Cosa dice, Magda?!"

 

"E falla finita, no! Mi sembravi na faccia conosciuta, quando ti ho visto mi sembravi una faccia conosciuta, ora che te vedo meglio mi sa che sei, Giggi er divo, ti sei tagliato i baffetti, perciò mi sono confusa. Tu guarda proprio te dovevo incontrà, la serata la posso dì sprecata, tutto sto lavoro per niente, che te possino!"

 

"A bella, credi che per me non nu è lo stesso? Un sacco de soldi spesi a voto. Se vede che attiriamo, ma lo dovemo fa con l’antri, no fra de noi. Ora però, mi sa che è mejo c’alziamo i tacchi, prima che questi ci vengono a chiedere la donazione obbligatoria pe la loro causa, che poi manco l’ho capita qual è."

 

"Hai ragione,  damose! La serata la potemo finì da sora Titta co na bella matriciana, però famo a mezzo, eh?"

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Asfalto

15 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #il mondo intorno a noi

 

                        

                                                         

 

Patrizia abitava in una delle periferie più degradate della città. Un casermone di sei piani dove gli inquilini erano tutti degli emarginati dalla società. Un insieme di umanità che sopravviveva alle insidie della vita di tutti i giorni trovando il modo di tirare avanti, anche ai margini della legge. Al secondo piano c’era una famiglia di emigrati dal sud che dovevano trovarsi già al nord, ma per una serie di circostanze sfavorevoli si era  dovuta fermare ed ora erano inchiodati in quella specie di torre di dannati aspettando il giorno di una improbabile partenza. Una vita precaria sperando in un cambiamento che tardava ad arrivare. Il primo piano era stato occupato da due donne anziane; rimaste sole senza l’apporto delle famiglie, si erano unite per dividere la loro solitudine, per quanto la vita fosse difficile in quei posti, nessuno faceva mancare un aiuto alle due sventurate vecchiette. L’ultimo piano invece era dominio assoluto di un gruppo di sbandati di varie nazioni, un marocchino, due senegalesi, un eritreo e quattro rumeni. Pur avendo lingue e usanze differenti, la necessità di avere un tetto sopra la testa aveva costretto tutti a una sorta di armistizio e, nelle loro diversità, il sodalizio razziale funzionava. Patrizia era quella che abitava con i genitori al terzo piano, un piccolo appartamento di due camere con cucina e servizio. Il padre era un tuttofare che sbarcava il lunario andando a cercare lavori che nessuno voleva accollarsi. Un brav’uomo, prigioniero di un destino che lo aveva visto soccombere quando gli era stata diagnosticata una malattia che lo aveva reso inabile per la società per la quale lavorava. La madre, isterica e complessata, si arrangiava con lavori di sartoria. La maggior parte dei suoi clienti erano gli stessi inquilini e quelli dei caseggiati limitrofi, che ricorrevano a lei per rivoltare abiti, aggiustare e salvare il salvabile. Si era assunta il compito di fare le pulizie nell’immobile, impresa ardua perché non c’era lavoro che potesse togliere le tracce della miseria e dello squallore dai muri incrostati. Le case popolari non brillavano certo per pulizia e la manutenzione era una chimera che tutti inseguivano e nessuno riusciva ad afferrare. Patrizia aveva cercato di andare a scuola, ma, arrivata alla licenza media, si era dovuta arrendere, non era stato possibile andare avanti, ora vagava fra il divano, il letto e un telefonino rimediato chissà come. Di sera usciva con quelle sue improbabili minigonne che la madre riusciva a cucirle, le t-shirt le comprava al mercatino dei neri a un euro l’una. Era ormai maggiorenne e poteva andare in locali che le davano l’illusione di vivere una vita normale. Molte volte era stata vista in compagnia dei ragazzi dell’ultimo piano andare in locali di infima classe e, giorno dopo giorno, la sua vita continuava come in una nebbia, in un sogno confuso fra illusione e realtà. Non aveva un presente degno di essere vissuto né poteva sperare in un futuro diverso. Era una ragazzotta in carne, non bellissima ma graziosa, gioviale, esuberante e sempre pronta a buttarla in caciara. Un fisico prorompente a volte volgare, ma che attirava le fantasie maschili come un fiore attira le api. Una sera fu invitata a salire con i ragazzi di colore su all’ultimo piano per stare un po’ insieme. Un bicchierino, una fumatina, uno scherzo e una mano che s’insinua fra le cosce, un rilassamento ed ecco che su di lei ombre nere si alternano, prima una sottile, evanescente, poi una massiccia e dolorosa, poi un’altra, un’altra ancora, ancora una. Il dolore prevale e il risveglio, crudo, bestiale. Un giro con lo sguardo intorno, corpi nudi, vede nero, tutto nero, la vista è ancora incerta, ma nella nebbia della sua mente una fievole luce, quella di una finestra che dà sulla strada, un pensiero veloce, un balzo, il rumore di vetri infranti e il fresco della notte che s’impossessa di lei, leggera, le sembra di volare, ebbrezza di un breve attimo poi una visione, qualcosa che conosce bene, l’asfalto. Quell’asfalto screpolato e sudicio che, da quando è nata, lei ha calpestato davanti casa sua. Lui è lì che aspetta nella sua immobilità fra rifiuti, crepe come ferite e liquidi, come quelli color rosso sangue che, escono dal suo corpo disteso sull’asfalto che, avidamente, ne assorbe la vita.

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L'ultima lettera

11 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                            

 

 

 

Ciao, ragazzo mio

 

Lo so tu e la mamma state attraversando un momento di sbandamento e di difficoltà, in questo periodo di annientamento della ragione. La mia assenza si sta prolungando oltre il previsto e di questo sono dispiaciuto, non sai quanto vorrei tornare presto da voi per affrontare insieme questo destino avverso. Mi chiedo se siete rimasti nella casa in città o siete andati dai nonni in campagna, io vi avrei portato là, almeno da quelle parti c’è una calma relativa ed è più facile sopravvivere. Ti ricordi, figliolo, quando ci andavamo la domenica? La nonna ci preparava sempre la pasta  fresca e le verdure dell’orto riempivano gli occhi e la pancia. Immagino che, a parte qualche ristrettezza, non deve essere cambiato molto a casa loro, in città, immagino, invece, i problemi sono enormi. Dove mi trovo io, non è poi tanto male, siamo in tanti, forse troppi, ammassati nello stesso spazio, l’igiene è scarsa, non possiamo lavarci molto, ma nonostante tutto non soffriamo di malattie, credo che sia proprio lo sporco che ci protegge, abbiamo tutti una patina di sudiciume addosso che ci preserva da tante malattie, se si muore non è per questo motivo. L’abbigliamento è uguale per tutti; un bel pigiama a righe che era stretto quando  lo hanno distribuito, ma che adesso va largo a tutti. Non parliamo di me, io tiro avanti sorretto dalla speranza di rivedervi. Le notizie qui sono scarse e non sappiamo gli sviluppi degli eventi. Ti ho lasciato solo un anno fa, mi ricordo che eri un ragazzino vivace, sveglio e capace di capire al volo gli eventi nefasti che stavano per investirci. Ora dovresti essere cresciuto e non solo in età, ma anche più maturo, nella mente e nel comportamento. La vita ti ha costretto a crescere troppo in fretta, adesso sei tu il responsabile della famiglia in mia assenza, bada a tua madre, so che lei è forte, ma è sempre una donna e, alla lunga, potrebbe cedere, tocca a te sorreggerla e rincuorarla, che non si dia pena per me, io tengo duro, non sono solo, con me ci sono molti amici, ho trovato anche dei paesani, siamo uniti e, come sai, l’unione fa la forza. Ben presto tutto questo finirà, dovrà pur avere una fine.  Allora ci rivedremo, sono sicuro che al mio ritorno non troverò più un bambino ma un uomo, e sarò fiero di te.

Devi dire alla mamma che qui il cibo non è abbondante, ma è sufficiente per tenerci in forze. C'impegnano in lavori di scavo. Lei sa che a questa attività sono abituato, ho sempre fatto questo nella mia vita da contadino, ho scavato buche per alberi, ho zappato per togliere le pietre che impedivano la coltivazione, ho scavato per creare canali d’irrigazione e ho scavato fosse per seppellire i miei cari, adesso scavare buche nei cortili non mi dà nessun problema. Quello che manca è un po' di libertà in più, ma del resto non si può chiedere troppo, sai che  i militari sono obbligati ad obbedire agli ordini dei superiori ed io sono sempre stato uno ligio al proprio dovere. Noi povera gente siamo nati per obbedire, poco importa chi comanda, per noi non cambia nulla.

Figlio mio, la lontananza è l’unica cosa che mi fa star male, passi la mancanza di libertà, il cibo, il filo spinato, la rete metallica che circonda il campo e tutto il resto, quello che mi addolora maggiormente è sapervi lontani e in balia d'eventi più grossi di voi. Non possiamo ricevere posta, altrimenti avrei voluto sapere di voi, tutti i giorni, avrei ricevuto nuova forza dalle vostre parole, per andare avanti.  Niente e nessuno avrebbe fermato la volontà di sopravvivere a tutto questo. Questi che ci tengono qui, in questo recinto come polli in un pollaio, sanno cosa fa male all’uomo, non la fatica, non le sevizie, non la paura, ma la mancanza di notizie dei propri cari. Questa privazione influisce sullo stato d’animo, così hanno buon gioco sulla volontà, l’uomo è capace di resistere a tutte le angherie possibili, ma non alla lontananza degli affetti familiari. Io cerco di rimanere sereno, affidando alla carta i miei pensieri, anche se penso che questi non arriveranno mai nelle tue mani. Vorrei essere capace di collegarmi con te telepaticamente, per farti sapere di me e per conoscere le vostre pene. 

Nei quartieri, dove siamo alloggiati, le persone vanno e vengono, c’è un continuo alternarsi di uomini, vengono ogni giorno dei nuovi e vanno via dei vecchi, non si riesce a fare amicizia per più di due tre giorni che già vanno via. Per non creare disagio a chi va fuori, prima di farli uscire li portano a lavare, perché la puzza che abbiamo addosso si sente anche da lontano. Li vedo, quando si avviano verso le docce, una costruzione robusta di mattoni, un vero lusso in questa fetta di terra deserta dove, a occhio, l’orizzonte non offre che cielo e una lunga distesa d'erba. Dopo le docce non tornano certo indietro per sporcarsi di nuovo,  penso li facciano uscire dall’altra parte, perché quelli che entrano non si vedono più. Sono davvero fortunati quelli destinati alle docce che rispondono all’appello la mattina. Io non sono stato chiamato ancora, chissà, quando sarà il mio turno, spero presto anche perché la puzza mi si è attaccata addosso e comincia a darmi molto fastidio.

Caro ragazzo, se mai un giorno dovessi leggere questa lettera, ricorda che solo l’amore per te e per la mamma mi ha tenuto in vita, non sono un eroe che non ha paura di nulla, sono soltanto un uomo che si è trovato, suo malgrado, invischiato in qualcosa e che anche adesso, dopo anni, ancora non ha capito nulla. Sono un uomo che è stato strappato all’amore della sua donna e all’affetto del figlio, in nome di un’assurda concezione di potere da esercitare su interi popoli. Sono sicuro che, quando tutto sarà finito, si ritornerà a come stavamo prima, come se niente fosse accaduto. Si ricorderanno i giorni tristi che stiamo vivendo e le vittime di questa follia, e allora dovranno essere gli stessi popoli, a unirsi e promettere reciprocamente di non ricadere nello stesso errore.  

Abbi cura di te figlio mio e non lasciarti prendere da pensieri di vendetta o di rivalsa, lascia andare chi grida e incita a prese di posizione. Come sempre succede, l’acqua del fiume scorrerà eterna, anche quando incontrerà ostacoli sul suo cammino, troverà sempre il modo di passare e continuare la sua corsa verso la libertà del mare infinito. Addio e possa, chi ha il potere di farlo, benedire il tuo cammino e salvaguardare la tua vita. Tuo padre  Francesco che ti ama tanto.

 

Dachau 22 Aprile  1943 

    

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Risveglio

9 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                           

 

 

 

Sono nervoso e infuriato a causa di una lettera anonima che mi hanno recapitato a mano. L’ho trovata questa mattina sulla mia scrivania in ufficio. Dopo averla letta il sangue mi è affluito alla testa, stavo per esplodere, poi mi sono messo a pensare chi poteva essere tra i miei colleghi l’autore di quella missiva, qualcuno che ha del risentimento verso di me. Deve essere per forza uno di loro, uno che è nella cerchia dei miei cosiddetti amici. Nessuno estraneo poteva avere la possibilità di entrare e mettere la lettera proprio sulla mia scrivania. Li ho ripassati nella mia mente, uno alla volta e, analizzando i loro comportamenti, tutti sono compatibili con questa azione infame che è stata compiuta.

Sono in macchina sulla tangenziale e corro come un pazzo. Non vedo l’ora di arrivare a casa per parlare con mia moglie su quanto riportato nella lettera. E’ scritto che mi tradisce, con un tale che non conosco, un dentista. Come può essere accaduto, lei non è mai andata dal dentista, ha i denti in ordine e anche tutto il resto.

È giovane, bionda, bella da togliere il respiro, io sono fortunato che abbia scelto proprio me come suo compagno di vita. La sua bellezza certo mi ha fatto penare, ma devo dire che fino ad oggi non ho avuto motivo di dubitare di lei.

Il traffico è scarso e spingo sull’accelleratore.  

Ad un tratto, davanti vedo come un velo bianco che m'impedisce la visuale, lascio il volante per schiarirmi gli occhi, ma il bianco non se ne va, diventa ancora più intenso, quasi abbagliante. Ogni rumore è scomparso, non sento più il motore della macchina, solo un silenzio irreale, volteggio come un uccello, ma non vedo l’azzurro di un cielo dove potrei volare. Solo bianco e silenzio, sono come sospeso nel vuoto, non sono seduto, né sono in piedi, come faccio a mantenermi, non ho nessun riferimento di dove mi trovo.

Non ho la sensazione del tempo che passa, questo bianco che mi avvolge è l’unica cosa che riesco a percepire. Sto ancora cercando di capire qualcosa, quando, improvvisamente, nel bianco si crea una specie di fessura, uno squarcio come lo strappo in un lenzuolo; attratto da quel buco, che si presenta nero, mi avvicino con lo sguardo che entra in quel nero,  man  mano si allarga, si allarga fino ad inghiottirmi. Ora sono nel buio più completo, sono passato dal bianco al nero totale, mi preoccupa non poco questo cambiamento, sembra che il nero aiuti la mia memoria, sono cosciente e ho una vaga sensazione di sapere chi sono. Il nero mi aiuta a pensare e nella mia mente ritorno ad un momento prima dell’apparizione del bianco in cui sono stato avvolto. Il tempo trascorso fra i due colori è stato, a mio giudizio, di pochi minuti e anche adesso, che sono al buio, penso che non siano passati che pochi secondi e già un bagliore si fa strada nell’oscurità, un barlume di luce normale, chiara, calda come quella di un raggio di sole. Da quella parte entrano anche dei suoni indistinti, sembrano parole, dei lievi sussurri come di gente che parlotta sottovoce, i miei occhi si abituano alla luce e riesco a distinguere delle ombre, sagome di persone, chi sono!

Come possono trovarsi davanti a me che sono in macchina sulla tangenziale? Il ricordo si fa sempre più nitido, sono io, Giorgio, e sto correndo verso casa, come faccio a vedere delle persone invece della strada? Ho la mente confusa. Una delle ombre si avvicina al mio viso, quasi mi sfiora con la punta delle dita, avverto una scossa, la mano è fredda, mentre io sono caldo, volgo lo sguardo intorno e il cerchio di luce si apre ancora di più. Altre sagome mi circondano, non vedo bene i visi, ma capisco che tutti guardano me, le voci si alzano, il rumore delle parole si amplifica nella testa, nel mio campo visivo appare una mano, la vedo muoversi verso le ombre, è la mia che cerca di zittire quei rumori assordanti. Capisco finalmente che sono a letto, vedo le coperte sul mio corpo. Quella seduta vicino al letto sembra mia moglie, ma Silvana è bionda, giovane e bella, questa le assomiglia molto, ma è più matura, i capelli non sono d’oro, ma spenti e avvizziti e molte rughe, adesso riesco a vedere, le solcano il viso. Le somiglia molto, chi è questa? Non l’ho mai vista e, mentre m’interrogo sulla persona, mi ricordo del perché stavo correndo, mia moglie mi tradisce e io sono arrabbiato. La donna si alza e viene a parlarmi vicino al viso, un'ondata di panico s’impossessa di me, cosa vuole? Lei comincia a parlare e la voce è uguale a quella di Silvana, che succede? Perché invece di essere in macchina mi ritrovo in un letto bianco e con una donna che vuole farsi passare per mia moglie'

 

"Ciao caro," sussurra lei "finalmente, mio Dio quanto ci hai fatto penare, quanto tempo ancora volevi restare lontano da me?"

 

Io sento le sue parole e realizzo che in un modo o nell’altro deve essere mia moglie, quello che non mi spiego è perché sia invecchiata così. Cosa è successo?  Presumo di essere in ospedale, forse ho avuto un incidente, questo lo posso capire, quello che vedo lo giustifica, ma non capisco come mai la donna vicino a me è così cambiata, invecchiata, non sarà stata colpa mia, le ho fatto qualcosa per punirla del suo tradimento? Non mi ricordo. Accidenti, i ricordi non mi aiutano, è tutto così confuso. Adesso la donna esce dal mio campo visivo e vi entra un uomo in camice bianco, un dottore, che si avvicina e mi prende il polso, poi mi guarda negli occhi con una piccola pila luminosa, mi dà fastidio, continua a tastarmi, a verificare le mie condizioni, mi solleva dal letto e ora, seduto, posso vedere chiaramente intorno a me, alcuni visi sono noti, altri meno. Mia moglie o, almeno, quella che le somiglia, piange in silenzio, guardo meglio e in un angolo vedo mio padre che se ne sta da solo, non parla, mi guarda e ogni volta che lo fa s’incupisce in volto, ma nello stesso tempo gli occhi mandano sprazzi di luce e di felicità. Le altre ombre che vedevo si sono materializzate tutte intorno al mio letto, sono persone venute per me.

Arrivano altri medici e dai discorsi che fanno tra loro intuisco la verità, una verità che piano piano,  riempie la mia testa dolorante. 

Il dottore mi parla, con voce normale,

 

"Buongiorno,  allora, come ti senti? Riesci a capire dove ti trovi  e...   ricordi  qualcosa  prima di adesso?"

 

Lo guardo e provo a parlare, ho difficoltà ad emettere suoni, però, dopo alcuni tentativi la voce esce flebile ma chiara:

 

"Sì dottore, la sento e sono molto felice di poterla ascoltare. Sono tornato e… solo una domanda; quanto tempo?"

 

"Cinque anni. Caro Giorgio, sei stato assente tanto tempo, ora devi stare solo calmo, tutto riprenderà come prima. Ci vorrà un po’ di tempo, ma il peggio è passato."

 

Mi rimetto sdraiato perché mi gira la testa, richiudo gli occhi e penso di essere stato fortunato, mia moglie è ancora qui vicino a me, non può avermi tradito ed è questa la cosa più importante.

 

 

 

 

 

 

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Laboratorio di narrativa: Niccolò Mencucci

8 Maggio 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa

 

 

 Terapia sperimentale psicoculturale

 

Questo brano, estrapolato da un romanzo ancora in divenire di Niccolò Mencucci, tratta l’annoso e pervasivo problema di una presenza materna troppo ingombrante. Per quanti sforzi faccia l’uomo - anche adulto, anche anziano - non riuscirà mai a tagliare quel cordone ombelicale che per alcuni è particolarmente spesso e pesante, diventa una sorta di cappio al collo capace di inficiare presente e futuro.

Abbiamo un bel dire che il passato va messo da parte. Tentiamo tutti di farlo, di prendere in mano la nostra vita, di pensare che, appunto, essa è solo nostra, e ripartire da  dove ci siamo interrotti, (anzi, no, da dove non ci siamo mai mossi) ma il passato è sempre là, a schiacciarci, a paralizzarci, a farci da comodo alibi per non crescere e non maturare mai. E in questa trascrizione di seduta psicanalista vien fuori che persino Dante, se ha scritto la Commedia, forse lo deve a sua madre.

Il testo è corretto, lo stile piano e pulito, anche se ci sono imprecisioni (le turpi)e delle incongruenze, come il fatto che i due continuino ad alternare il tu con il lei. 

Bisognerà vedere, trattandosi di brano di romanzo e non di racconto a se stante, come si armonizzerà col resto e quanto reggerà la struttura dell’intera opera.

(Patrizia Poli)

 

 

PROVENIENZA: dal “romanzo” Bartolomeo Mettimal.

 

Terapia sperimentale psicoculturale (ex COCOM) – 17 aprile 2017

Parziale trascrizione di seduta, studio della dottoressa Alberta Cosini, partecipante: Dr.ssa Alberta Cosini e Signor Bartolomeo Mettimal, anni 21, fascicolo cifrato

 

ALBERTA: “Che ne pensa degli ultimi eventi che le sono capitati, Signor Bartolomeo?”

BARTOLOMEO: “Perché si ostina a chiamarmi con Signor? Mi chiami Bartolomeo... manco avessi trent'anni...”

A: “È lei che vuole condurre questo dialogo dandomi del lei! Fin dall'inizio gliel'ho sempre detto: dammi del tu! Dammi del tu! Sennò non potremmo mai avere una buona relazione tra terapeuta e paziente. E difficilmente tra amici.”

B: “Ok, Alberta, ti darò del tu, anche perché sono stanco di essere così formale, dopo tutte queste sedute. Comunque, degli ultimi eventi capitati non mi sembra di averci fatto caso, sinceramente. Anzi, non m'avrebbero fatto la minima differenza se non fossero mai accaduti.

A: “Quindi il fatto che tu abbia litigato pesantemente con tua madre qualche giorno fa, riattaccandole il telefono in faccia, e che tu abbia cominciato a cercare una maggiore indipendenza dalla tua famiglia la trovi una cosa così poco importante?”

B: “Appunto, sì. Di solito situazioni del genere mi mettono l'angoscia, e comincio ad avere il fiato corto, il petto stretto, e infine la mente, bloccata nell'ossessione del caos che ho combinato. Ma stavolta... davvero... niente, una pace, come fuori dalla finestra della mia camera da letto, che c'era uno stormo di piccioni che continuavano a tubare sul giardino, all'ombra del cipresso. Dopo aver riattaccato il telefono per dieci minuti non ho fatto altro che ascoltare quel loro tubare incessante al cielo, senza mai distogliere l'ascolto. A momenti non sentivo il mio respiro da quanto mi ero immerso in quel rumore silenzioso.”

A: “E successivamente ha avuto modo di ripensarci, oppure di farsi prendere da quel dolore?”

B: “No. Perché dovrei? Per soffrire? E di cosa? Di mia madre, che non capisce il casino in cui mi trovo alla mia età e di tutti i drammi e le turpi che dovrò affrontare in futuro, e che con ostinazione cerca in tutti i modi di mettere parola e di indirizzarmi verso una linea di pensiero, un modello da seguire. Di sicuro vuole plasmarmi come lei vuole, e, ogni volta che cerco di farle capire che non potrà funzionare, lei immediatamente si impone, quasi con fare dittatoriale. Stavolta però mi sono ribellato, e l'ho mandata a quel paese, e con lei tutto il suo voler trasformarmi in qualcosa che non sono e non voglio essere. Forse è per questo che non me la sento di soffrire per lei, nonostante verso la fine della chiamata ha cominciato ad abbassare il tono della voce. Tanto, a me non m'interessa...”

A: “Aspetta. Tu hai detto prima “abbassare il tono della voce”. In che senso “abbassare”?”

B: “Nel senso che la sua voce, dopo che io l'avevo mandata a quel paese, aveva iniziato a tendere verso un timbro più spento, quasi pietoso, come di supplica, di preghiera. Io pensavo volesse giocare sporco, e di adottare la tecnica della pietà, del senso di colpa indotto: io l'accusavo, giustamente, di starmi plagiando; lei negava e riaffermava la sua linea di pensiero, composta da idee quali l'imposizione di smettere di pensare al passato, di non soffrirci e di comportarsi come una persona normale; io allora le ribadivo le sue idee, per me assurde...”

A: “Perché “assurde”? Non ti vanno a genio?”

B: “Smettere di pensare al passato? L'uomo è fatto di passato, l'uomo è tale perché è il suo passato: come fa a rinnegarlo? Con che coraggio puoi negare a te stesso ciò che sei stato, ciò che hai fatto e ciò che hai avuto? E come fai a non soffrire per i fallimenti che hai compiuto nel tuo passato? E come fai, davanti a questi, a rimanere una persona normale? Buon Dio, c'è gente che impazzisce per certi traumi che gli accadono che alla fine non sa più se sia ancora un umano o si sia trasformato in una bestia infame e terribile.”

A: “Non è che esageri? È una lettura infernale quella dell'uomo e della bestia. E forse lei non intendeva questo. Tutt'altro!”

B: “Tutt'altro?”

A: “Non pensare al passato significa che il passato è tale perché non è più presente, ma appunto passato, e quindi non vivente in maniera esplicita. Certi diavoli del passato alla fine si possono dominare. Messi nelle condizioni di non poter più nuocere, contribuiscono al raggiungimento di un'armonia soddisfacente col proprio passato.

B: “Certo. Però per iniziare a dominarli bisogna impedir loro di far soffrire, di indurre al dolore… eh… mica è facile…”

A: “Quello ti rende poi pazzo: il dolore. La normalità scatta quando non si è più vinti da quel dolore. Quella è l'armonia. E dubito fortemente che una persona possa diventare una bestia se soffre: la sofferenza è uno dei sentimenti più umani che esistano in natura, forse al pari dell'amore e del coraggio. La pazzia è quando non esiste più l'umano. Nulla.”

B: “E infatti parlavo di questo. Della figura dell'uomo e della bestia. Sa, di recente sono stato in un piccolo paesino, Montegemoli, da solo, andando col bus una mattina, quando il tempo me l'ha permesso. Molto carino, davvero.”

A: “E' il paese della madre di Dante, giusto? Dove è nata lei, se non sbaglio.

B: “Sì. E' un piccolo paese in collina, perfettamente mantenuto nella sua forma medievale, in mezzo alla pianura pisana, ai suoi boschi, alle sue foreste. Ero partito di prima mattina, del tutto svogliato e anche un po' apatico: non c'era nulla da fare e nulla da scrivere, e allora me ne andai in biblioteca a leggere qualcosa; lì incontrai alcuni miei amici, e uno di loro stava leggendo un libro riguardante la storia di un paese, Montegemoli. Stava facendo una ricerca storica su quel paese, e allora si era dato da fare per trovare tutti i libri che ne parlassero: aveva trovato solo quello. Era affascinato da quella cittadella arroccata, solitaria e silenziosa, tanto che mi consigliò di farvici una girata. E così feci: presi il primo autobus; stetti due ore sul bus, ci rimasi un'altra mezz'ora in più per colpa del traffico sull'autostrada, e poi mi trovai alle porte del paese. Temevo di annoiarmi in un paese così antico e quasi del tutto privo di attività e di locali moderni, e invece non mi fermai un attimo a visitarlo. Vi passeggiai per tutta la giornata, fermandomi per qualche tempo in un bar, che aveva la terrazza su quel meraviglioso panorama verde. Fin qui sarebbe una gita normale, però, vicino ad una casa, ebbi qualcosa. Mi ero un attimo fermato sulla porta, ormai colpito dalla stanchezza per la continua camminata, e in quell'istante mi colpì alla lingua uno strano sapore, come di amaro, che lentamente scendeva fino all'estremo della lingua, fino in basso, nella gola, e poi dalla gola nel petto, nel cuore. Respirai male, annaspai per qualche secondo, e cominciai a lacrimare. Quasi non me ne ero accorto se non dalle piccole gocce che apparivano ai miei piedi, vicino ai gradini della casa. Una strana malinconia mi prese, e se ne andò solo andandomene da quel luogo.”

A: “Non sai che casa era quella?”

B: “No. Sapevo che quello era il paese della madre di Dante, ma non sapevo in quale casa lei aveva dimorato. Non c'era nemmeno una targa commemorativa che me lo potesse indicare. Poi, questa voce è più una leggenda che un effettivo dato storico. Ma perché me lo chiede?”

A: “Sai, Dante era un personaggio particolare."

B: “Che bella novità…”

A: “Aspetta… rampollo di una famiglia aristocratica: aveva una grande conoscenza del suo tempo, delle arti contemporanee, ma in particolare lui era fissato con il sapere degli avi, con la cultura del passato, che nella Divina seppe ridar vita con grande maestria. Però questo suo passato lo viveva, tanto da costringerlo ad una visione del mondo non conciliante con i suoi conterranei: lui era un Guelfo nero, credeva nel papa fino ad un certo punto, e gli altri volevano spingerlo alla totale sudditanza. Lui si rifiutò: il papa e altri suoi sostenitori allora gli tesero la trappola. Una volta sconfitti tutti i Guelfi a Firenze, lui venne processato in contumacia, per baratteria, un crimine oggi paragonabile al peculato, all'abuso d'ufficio.

B: “Sì, sì, Era a Roma quando lo condannarono, perché il papa voleva fargli credere di voler negoziare con lui.”

A: “Ora, un crimine come la baratteria era comune nella politica fiorentina: Dante nella Commedia continua a professare la sua innocenza, ma molto probabilmente era effettivamente colpevole...”

B: “Dove vuoi arrivare, Alberta? Perché stai facendo questa divagazione su Dante?”

A: “Perché è analoga alla tua situazione, per certi versi. E tornando alla sua condanna, per concludere la parentesi, questa non sminuisce la sua fama di poeta e di grande autore, né di uomo, nonostante l'adulterio e l'abbandono della famiglia, perché un crimine del genere veniva commesso all'epoca per favoreggiare alcune politiche fondamentali per il benessere della Comune, e dei suoi cittadini. E Dante credeva in questo, nelle persone. E in parte continuò a crederci, nei fiorentini, anche dopo che venne esiliato a vita. Andò in tutte le città che fossero vicine alla sua Firenze, alla sua terra madre: mai l'abbandonò.”

B: “Oh, Cristo…”

A: “Alcuni storici credono che lui fosse giunto perfino a Montegemoli, nella casa di sua madre. Dove con molta probabilità anni prima nacque, e, dopo, nel suo esilio, vi iniziò a comporre la Commedia. Eh, sì, lì nacque probabilmente sia l'uomo, sia il poeta. E forse anche il figlio. Per quanto si allontanò dalla madre, terra o città che fosse, lui non se la dimenticò.”

B: “Credo che dovrò chiederle scusa.”

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L'abbazia

7 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

La potente vettura sfrecciava, rombando, attraverso la campagna assolata. Una zona pianeggiante interamente coltivata a girasoli, ma gli occupanti della macchina non davano importanza al panorama. Lui al volante era occupato alla guida e, alla velocità con cui procedeva, non poteva distrarsi, lei invece se ne stava distesa sdraiata al suo fianco. I due erano in viaggio di nozze e, anche se stanca, Simona era felice vicino al suo sposo. Federico si voltò a guardarla, mentre affrontava una curva, i loro sguardi s’incontrarono, si sorrisero; la luna di miele continuava.

 

"Ho sete"

"E allora?"

"Come, allora, ho sete e fa un caldo tremendo, non possiamo fermarci da qualche parte?"

"Hai visto nello zaino? Ci dovrebbe essere un thermos."

"Ho visto ed è vuoto, che faccio?"

"Come fai? Aspetti, come faccio io, siamo in aperta campagna, nessun posto dove fermarci."

"Non sai cosa pagherei per una sorgente, un fiume, un lago, qualsiasi cosa purché sia liquida."

"A proposito di liquidi, Fedino, oltre a bere dovrei anche…"

"Cosa? Non capisco."

"Insomma mi scappa, è da stamani che non ci vado, dobbiamo fermarci per forza."

"Possiamo fermarci anche subito, le piante sono alte per nasconderti e poi non passa nessuno."

"No, non sono proprio capace così all’aperto, resisterò ancora un po’, però alla prima fattoria ci fermiamo, chiederemo da bere e anche il favore di usare il bagno."

"Stavo pensando a noi due. Tu sei felice?"

"Certo amore, molto felice ma stanco, è da stamattina che guido."

"E io? Ho fame, ho sete, mi scappa e sono distrutta, ma sono felice lo stesso."

 

Simona aveva preso la cartina e stava guardando se ci fosse qualcosa nelle vicinanze da poter sfruttare per le loro esigenze.

 

"Senti, ho visto che fra non molto c’è una deviazione sulla sinistra, c'è un’abbazia, possiamo chiedere asilo, so che i monaci accolgono volentieri i forestieri."

"Ti prego, i preti no, non li sopporto, magari qualche chilometro in più e troveremo un autogrill, meglio direi!"

"Non credo di poter resistere così a lungo, i monaci sono vicini, manca poco e poi non sono preti, non fanno politica come gli altri, dai, siamo arrivati ecco la deviazione."

 

Il cartello era davanti a loro e Federico dovette rallentare per riuscire a fare la stretta curva. 

Dopo un tornante, la strada saliva tortuosa circondata da un fitta vegetazione che nascondeva la visuale. Dopo una serie infinita di curve, finalmente apparve la sagoma maestosa del convento.

L’eco dei colpi sul batacchio risuonò cupo nel silenzio irreale che circondava la costruzione. Lo spioncino si aprì e una voce sottile chiese: "Pace e bene fratelli, cosa vi spinge alla nostra dimora?"

"Buongiorno," rispose Simona "abbiamo visto l’indicazione sulla via maestra e abbiamo pensato che valeva la pena salire quassù, è davvero un posto incantevole, volevamo passeggiare e visitare anche il vostro convento, ma come sempre accade la vita ha le sue necessità, è colpa mia, ho dei bisogni fisiologici che non posso più rimandare."

"Oh! Capisco," fece la voce dietro lo spioncino "noi non potremmo accogliere donne all’interno, ma credo che nel vostro caso faremo uno strappo alla regola, vedo che entrambi avete bisogno di aiuto, adesso vi apro."

La voce, aperto il portone, risultò appartenere ad un frate grassottello con i capelli bianchi, che li accolse e li condusse verso delle celle destinate ai pellegrini, l’unica raccomandazione fu di non parlare, vigeva la regola del silenzio.

La piccola stanza che li accolse era spoglia, ma aveva tutto il necessario per poter assolvere ai loro bisogni. Poco dopo il frate che li aveva accolti bussò alla porta, per condurli dal padre superiore. Lo trovarono dietro una scrivania. Il suo aspetto colpì i due sposini: sulla cinquantina, il viso pieno di verruche e cicatrici, le mani pelose e forti, si alzò dalla sedia per ricevere i due ragazzi, accennò un sorriso che non fece altro che peggiorare il suo aspetto sinistro.

 

"Benvenuti fratelli, ringrazio il cielo che mi permette di fare una buona azione, siamo lieti di poter alleviare le vostre pene, ho già dato ordini per il pranzo, una coppia di freschi sposi non ci era mai capitata, segno del cielo."

"Veramente non direi, padre," intervenne Federico "si tratta solo di una semplice necessità fisica, la vostra abbazia era l’unica soluzione possibile, in questa zona deserta."

"Capisco, ma, nonostante la sua evidente incredulità, non succede nulla che Lui non veda. Ora, se permettete, vi accompagnerò al refettorio per il pranzo, poi potete ritirarvi nella vostra cameretta per un meritato riposo."

 

Il pasto fu consumato in un silenzio irreale. Si udiva solo il tintinnio delle posate nei piatti. Subito dopo furono accompagnati nel chiostro per riposare al fresco degli alberi. Al tramonto i frati cominciarono a ritirarsi e anche i due sposi furono costretti a tornare nella cella. Erano stanchi anche loro e non tardarono a addormentarsi. La notte era tranquilla e silenziosa. Simona ebbe un guizzo nel sonno e si ritrovò sveglia seduta nel letto, Federico dormiva, lei invece sentiva addosso una strana sensazione di disagio, perché si era svegliata? Si accorse di avere freddo, l’aria nella cella era molto fresca, decise di prendere un golf, ma, mentre apriva la valigia, udì degli strani rumori. A quell’ora della notte era più che strano sentire un rumore del genere, leggero, ovattato, uno strano fruscio. Stava per svegliare il marito, ma ci ripensò, non voleva passare per una donnicciola timorosa, forse era solo frutto della sua fantasia. Si avvicinò alla porta, ma non sentì nulla, stava per tornare indietro, quando sentì  di nuovo quel fruscio. Spense la luce e socchiuse appena la porta, tutto era buio, ma in fondo al corridoio vide arrivare un fascio di luci che si muoveva in modo quasi sincrono, venivano verso di lei. Impaurita chiuse il più possibile la porta e lei li vide sfilare uno dietro l’altro ognuno munito di una torcia. Decisa a saperne di più, nonostante la paura, prese un saio trovato nel cassettone e, dopo averlo indossato, si mise a seguirli. Arrivò al refettorio e lo trovò pieno di uomini, alcuni con il saio, altri in borghese. Erano tutti in piedi davanti al tavolo dove avevano mangiato e, da alcuni contenitori posti al centro, prelevavano della polvere bianca per confezionare piccole bustine, grandi come quelle di zucchero. Simona afferrò al volo la situazione e per poco non si tradì con un grido soffocato. Capì che, in quella situazione, la sua vita valeva ben poco se la trovavano a spiarli. Tornò sui suoi passi, con il cuore che batteva all’impazzata. Scosse il marito e, una volta svegliato, gli raccontò cosa aveva visto.

 

"Dobbiamo andar via subito, se si accorgono, ci uccidono e, in questo posto deserto, non ci troveranno mai."

"Calmati, adesso, sai che non è possibile, siamo chiusi dentro, come possiamo fare, dobbiamo comportarci con naturalezza, domani mattina ce ne andiamo e al diavolo i loro traffici."

 

L’alba li colse già pronti e vestiti, con i nervi tesi e, quando il frate venne a chiamarli, sobbalzarono. Il priore li attendeva in giardino.

 

"Buongiorno, cari figlioli, spero che abbiate riposato bene, vi vedo già pronti a partire, non volete fare nemmeno colazione? Qualcosa vi turba,  forse non siete stati accolti bene? Ditemi cosa posso fare per voi."

"Non si preoccupi, padre, è stato tutto al di sopra delle nostre aspettative, ma  deve capire, siamo in viaggio di nozze e vorremmo raggiungere la nostra meta il più presto possibile. Non ci resta che ringraziarvi."

"Non dovete farlo fratelli, è nostro dovere aiutare chi ha bisogno, sono io che ringrazio voi e per farlo vi dono questa scatola, contiene un campionario delle nostre specialità di erbe medicinali, forse non ne avrete bisogno, ma così vi ricorderete di noi. Andate in pace e buon viaggio, il Signore vi protegga."

 

I due si guardarono e Federico capì che la moglie era dubbiosa, ancora non si fidava dei frati nonostante la gentilezza che il priore stava dimostrando. Non potevano fare altro che accettare il regalo e mettersi in macchina. Appena partiti, Simona sfogò tutto la sua frustrazione.

 

"Maledetti ipocriti e delinquenti, seee...  erba medica dice lui, te la do io l’erba, che faccia di bronzo. Andiamo via subito alla prima caserma dei carabinieri li denuncio!"

"Dai, amore! Stai calma, adesso, siamo fuori pericolo e questo è il necessario, e poi non è detto che hai ragione tu, anche se non mi piacciono, sembra che in fin dei conti si siano comportati in modo impeccabile, forse ti sei fatta suggestionare, ora calmati respira a fondo e godiamoci il viaggio."

 

Simona, ancora scura in volto, si mise seduta e, dopo essersi calmata, spinta dalla curiosità, aprì la scatola avuta in regalo, forse aveva ragione Federico. Poteva essersi impressionata. Nella scatola trovò una quantità di bustine, uguali a quelle che aveva visto confezionare, ogni confezione recava le indicazioni per un uso corretto del medicinale. Man mano che proseguiva nella lettura si stava rendendo conto che non c’era nessun indizio che indicasse qualcosa di diverso da quello che quei frati erano.

Ritrovato il sorriso, stava per chiuder la scatola, quando vide un sacchetto che non aveva indicazioni, incuriosita, lo aprì e assaggiò con la punta della lingua, aveva un buon sapore, di limone, ne prese ancora e ne offrì anche al marito. Dopo pochi minuti fu presa da una strana euforia e anche Federico si comportò in modo strano. La macchina cominciò a sbandare, il giovane accelerava e frenava di botto, Simona urlava ridendo ad ogni frenata. Ad un tratto apparve in direzione opposta un grosso tir, Federico gli puntò contro correndo per poi sterzare all’ultimo minuto, ma nel compiere l’operazione sbandò andando a sbattere contro un albero. I due sposi morirono sul colpo. Lui incastrato nel volante lei sbalzata fuori e schiantata sull’asfalto. Dopo  pochi minuti  una macchina si fermò per prestare i primi soccorsi. Dalla vettura scesero alcuni uomini, uno di loro aveva il volto pieno di verruche e cicatrici. Due di loro si occuparono di ricomporre i corpi, un altro si preoccupò di recuperare il cofanetto con le erbe medicinali facendolo scomparire fra le pieghe del saio che indossava.

 

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Un angelo

4 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Mary Ann aveva quindici anni. Una ragazza semplice, obbediente e studiosa. Nel quartiere dove abitava da sempre era conosciuta da tutti, e tutti avevano simpatia per lei. Era sempre sorridente e aveva gesti gentili verso le persone che la circondavano. A differenza delle sue coetanee, che andavano in giro spavalde e provocatrici, ostentando vestiti indecenti, lei non indossava mai abiti vistosi o provocanti, mai una minigonna o dei pantaloni troppo attillati che potessero mettere in mostra le sue curve. Era una bella ragazza, già donna per la sua giovane età, formosa, occhi neri, capelli scuri, un viso delicato che s’illuminava di luce ogni volta che sorrideva. Frequentava la chiesa ed era corista del piccolo coro che accompagnava la messa domenicale. Aveva una voce celestiale, cristallina e, a sentirla cantare, sembrava di ascoltare la voce di un angelo. Il parroco, in breve tempo, da semplice corista la promosse solista del gruppo e, man mano, dalle sole funzioni religiose riuscì ad organizzare delle vere e proprie serate musicali. La gente accorreva per ascoltarla. Erano estasiati da quella voce così pura e meravigliosa. La fama si stava allargando; veniva gente anche da altri quartieri della città. Ogni domenica la messa delle undici era piena di gente, molti non trovavano posto all’interno e aspettavano fuori. Dopo la messa, s’intratteneva nel giardino e nel sagrato della chiesa, proprio per ascoltare il canto della ragazza. Lei non si tirava indietro, era sempre presente. Con il coro cantava le lodi al Signore con un'intensità che riusciva a commuovere i presenti, era un vero angelo.

Venne il periodo di Natale e, nella chiesa, fervevano i preparativi per la cerimonia della vigilia. Quella sera, a mezzanotte, alla nascita di Gesù, era previsto uno spettacolo, una rappresentazione della Natività dove lei, vestita da angelo, doveva benedire la folla e, a seguire, doveva cantare un repertorio di canzoni natalizie. Era stata creata una scenografia molto intrigante dove si vedeva un paesaggio campestre e sullo sfondo una capanna. Tutto un lato della chiesa era stato adibito a questa rappresentazione canora. Tutta la comunità era in fermento, specie il parroco che già prevedeva un pienone. La parrocchia, in genere poco affollata, adesso era sempre piena. Le fortune della piccola chiesa del quartiere erano in rialzo. Lo spettacolo di Natale doveva consentire al pastore di raccogliere soldi a sufficienza per comprare un organo nuovo e, se era possibile, fare qualche restauro all’edificio. L’assidua presenza di persone d'altri quartieri, obbligava il parroco a rendere l’ambiente confortevole, così da aumentare l’interesse e il piacere del pubblico. Quella ragazza era stata la sua fortuna, in tanti anni di sacerdozio non aveva mai incontrato una voce così incantevole in una ragazzina e, inoltre,  era anche una perla di virtù. Devota e timorata di Dio, conduceva una vita irreprensibile, non creava mai problemi, né ai genitori, né a scuola, e tanto meno in chiesa o agli amici. Tutto procedeva come previsto, tutti i giorni, durante questo periodo natalizio, le ragazze del coro e Mary Ann facevano le prove delle canzoni da presentare. I canti si udivano anche all’eterno, nella strada, e tutti a quel suono si fermavano ad ascoltare la voce celestiale di Mary. Un richiamo al quale nessuno sapeva resistere.

Era il ventitré di dicembre e la mattina, come il solito, la ragazza si recò in chiesa per le ultime prove, ormai si era affiatata con  tutte le sue amiche, conoscevano i brani a memoria e formavano un gruppo molto compatto e preparato. Entrò in chiesa e, dopo diverse ore, quando fu tempo di andare a pranzo, lei non era uscita insieme alle altre amiche. Passò ancora del tempo e il prete, preoccupato, si mise a cercarla. Le ragazze del coro erano tutte andate via, la chiesa era deserta, gli addetti alle scene erano a pranzo, di lei nessuna traccia. Il parroco, sempre più in ansia e preoccupato, telefonò a casa della giovane per assicurarsi che fosse tornata a casa, ma ebbe risposta negativa dalla madre, nessuno l’aveva vista. Agitato il parroco convocò altre persone per mettersi alla ricerca della ragazza. Fu un urlo prolungato che mise fine alle ricerche. La trovarono in uno sgabuzzino che era usato come spogliatoio delle ragazze, quando dovevano cambiarsi d’abito. Fu il sagrestano che andò a sbirciare là dentro e la vide per terra. Era distesa a faccia in giù con la schiena scoperta, l’abito da angelo che indossava era calato fino alla cintola, aveva tutta la schiena nuda e, al posto delle scapole, aveva due orrende ferite. Come se qualcuno avesse tentato di tagliare la carne intorno alle spalle, due tagli profondi e slabbrati che avevano provocato un’emorragia inarrestabile. Il suo sangue era sparso per terra e l’abito bianco, sul quel rosso scuro, risaltava sinistramente. La polizia, dopo aver rimosso il cadavere, si mise subito ad indagare per scovare il colpevole. Sapeva bene che, se l’avessero trovato prima gli altri, nessuna forza al mondo lo avrebbe salvato dal linciaggio. Durante le indagini, in un cestino degli attrezzi usati per costruire la scena dello spettacolo, furono rinvenute un paio di forbici, quelle grandi da sarta, nonostante i tentativi di ripulirle, le macchie di sangue confermavano che era stata quella l’arma del delitto. Da lì a scoprire l’autore dell’efferato crimine il passo fu breve, infatti, poco dopo si videro due poliziotti che trascinavano una donna scarmigliata e urlante che continuava a scalciare e a urlare. Era  una sarta, una santa donna, dicevano in giro, devota e legata alla chiesa, oltre al suo mestiere di sarta aiutava spesso il parroco, quando questi aveva bisogno di una costumista per le sue recite.

  • “Voi non capite, ho dovuto farlo, non era possibile, lei non è un angelo, era impossibile, non poteva essere un angelo. Non potevo permettere che una come quella rappresentasse un angelo del cielo e dare la benedizione a tutti noi. Lei è solo una sporca negra, era come una macchia d’inchiostro su quell’abito candido da angelo che io stessa avevo confezionato, come osava fare la parte di un angelo di Dio, gli angeli non sono negri,  ho dovuto tagliarle le ali per non farla volare più, è una negra, capite, una negra!" 

Le sue parole ossessive si ripercuotevano per la strada rimbalzando da palazzo a palazzo. La sua furia sembrava non placarsi, continuava a strillare in preda ad un raptus emotivo. Chissà cosa era scattato nella mente di quella donna, forse l’assurda convinzione di essere lei un angelo vendicatore e sostituirsi al Signore che stava permettendo ad una ragazza di colore di interpretare un angelo.

 

   

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Voglia di prendere un treno

2 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

                         

 

 

 

 

Piove. Sento il picchiettio della pioggia sul tetto. Sono tre giorni che non smette di piovere, un martellamento continuo, quel rotolare d’acqua sulle tegole, non mi dà pace, mi ossessiona, impedisce ogni forma di pensiero, non riesco a dormire. La mia camera è in una mansarda e da lì intuisco l’odissea della goccia che cade sulle tegole roventi di sole, sfrigola al contatto e poi, subito dopo, si riunisce ad altre per formare rivoli che si precipitano lungo le onde dei coppi, vanno sciabordando verso il vuoto, verso la madre terra. Piove ed io sono prigioniera della mia pigrizia, indolente, con assoluta mancanza di volontà. Dovrei alzarmi da questo letto dove ormai dormo da sola da troppo tempo. Non mi dà fastidio il rombo del tuono improvviso che fa tremare i vetri, o la luce abbagliante del fulmine che inonda la finestra di bagliori, quello che odio è il rumore dell’acqua. Quel suo percuotere incessante e monotono sul tetto, sulla mia testa. Mi sembra che voglia entrare da un momento all’altro, nella stanza, nel mio letto, portarmi via con quelle sue dita liquide, trascinandomi in un vortice di oblio. Odio quelle nubi oscure che impediscono di scorgere il cielo. perché in questo dannato paese piove così tanto? Perché devo starmene in questo spazio così ristretto, riparata solo da una sottile schiera di mattoni? Vorrei trovarmi, invece, dentro un buco al centro della terra, dove l’acqua non può arrivare e nemmeno il suo rumoreggiare. Vorrei solo restare in silenzio e al caldo, come sono stata fino a quando c’erano le sue braccia a proteggermi. Sono sola, sono a letto e non ho voglia di alzarmi. Piove, perché dovrei affrontare la nemica scrosciante, per andare a scuola? Se non ci vado è lo stesso, cosa posso imparare in un giorno, che già non sappia? Oggi c’è lezione d’inglese, stiamo studiando i verbi, se perdo una  lezione o due, non succede niente, alla fine non ne saprò più di adesso. Per imparare bene dovrei andare sul posto. Sì, vorrei andare proprio dove si parla inglese, circondata da gente che non mi conosce. Non sanno chi sono e, se mi vogliono, devono accettarmi così come mi vedono. Ho voglia di prendere un treno, partire, andare non so dove, solo seguendo la rotta del sole, per non ascoltare più questo borbottio di acque. Il ricordo è ancora vivo. Non posso dimenticare lo sciabordio del mare sotto la chiglia della barca che scivolava, con la vela gonfia, il mare azzurro apriva le sue braccia al nostro passaggio. Io e lui eravamo felici e ridevamo, sì ridevamo e ci baciavamo. Ci stavamo proprio baciando, quando la barca andò a sbattere contro degli scogli affioranti. Si era distratto per baciarmi e non li aveva visti. Le acque si chiusero su di lui, nascondendolo alla mia vista ed io rimasi sola, sommersa, circondata da lievi e infide onde trasparenti, aggrappata ad una tavola.

Piove, ancora acqua, ancora quella sensazione di soffocamento, disperazione e terrore, sapendo di trovarsi, senza via d'uscita, in una trappola mortale dalla quale non riesco a uscire e che ancora mi porto dietro. Non voglio restare qua, voglio scappare. Prendere uno di quei treni che percorrono la notte rumorosi. Li sento  nel buio delle notti che non dormo. Passano non lontano dal mio tetto, con quel singhiozzante rumore che somiglia al battito di un cuore tumultuoso. Li sento e il mio cuore si adegua al ritmo, lo segue fin che non passa. Spesso vedo la scia luminosa che  s'insinua fra gli alberi, fra le case addormentate. A lui non importa se piove, corre verso la sua meta, almeno lui sa dove andare, ha un punto d’arrivo. Io non so come fare, ho sempre voglia di  prendere quel treno, lui, quello delle tre e quarantacinque, quello che mi sveglia la notte. Non importa dove va, faremo il viaggio insieme, la sua meta sarà anche la mia, purché sia lontana dal mio tetto, lontano dai miei ricordi.

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Ritrovarsi

29 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

                               

 

 

 

 

 

La grande terrazza dell’ hotel Vesuvio sul lungomare di Napoli era addobbata con migliaia di fiori e un lunghissimo tavolo addossato alla parete interna, adibito a buffet. Divani erano situati tutt’intorno, rivolti verso il mare. Il party era  organizzato dal mio giornale che, come tutti gli anni, intendeva premiare i suoi migliori dipendenti. Io ero tra gli invitati, ma non fra i premiati. Non ero mai stato uno che amava primeggiare. Mi aggiravo per la terrazza con l’immancabile Martini, unica mia debolezza. Il buffet era ricco, ma non gradivo molto. Io ero più ruspante, preferivo pasta, carne e pesce in particolar modo. Con un leggero ritardo il direttore si avvicinò al microfono e salutò i presenti. Le sue parole si persero nell’aria profumata di mare. Il Castel dell’Ovo illuminato spiccava come un faro nel buio. Me ne stavo da solo a bere il mio ennesimo Martini. Odiavo fare da tappezzeria a quei quattro lecchini dei miei colleghi che sprizzavano adrenalina da ogni poro. All’improvviso, guardando verso le persone accalcate vicino al palco, con la coda dell’occhio vidi una donna con la schiena nuda. Ora, le spalle di una donna per quanto belle e interessanti non suscitavano certo un interesse particolare.  Non era più tanto giovane, aveva i suoi anni, ma quello che mi colpì non fu certo la sua schiena o la sua età,  bensì uno strano disegno che aveva sulla scapola sinistra. Un tatuaggio formato da due cerchi uniti, sui quali era posata una colomba. Conoscevo quel disegno e, se non mi sbagliavo, anche la donna che lo esibiva con tanta naturalezza. Dubitavo potessi sbagliarmi, non potevo pensare che un altro avesse avuto la stessa mia idea.  Quel disegno lo avevo scelto io, molti anni prima e, quando lei si era fatta fare il tatuaggio, io c’ero. Lentamente, mi avvicinai, volevo, però, prima assicurarmi che non fosse in compagnia, avrei fatto una magra figura e magari le avrei procurato una situazione  imbarazzante.   

Restai al suo fianco, ma, distanziato da un paio di persone e leggermente più arretrato, potevo vederla di profilo.  Difficilmente lei poteva vedere me. Finalmente il discorso del capo finì e udii più di un sospiro si sollievo. La massa si  precipitò al buffet. Lei invece se la prese comoda. Senza fretta andò a sedersi a un divano decentrato, rivolto dove sapeva esserci Capri.

Io ero rimasto in piedi con il mio Martini ormai caldo. Andai al bar a prenderne un altro e mi feci dare anche un Negroni, sapevo che era il suo preferito. Mi avviai e senza dire nulla mi sedetti al suo fianco. Quando si volse verso di me per rimproverare la mia sfacciataggine non feci altro che offrirle il Negroni. Lei rimase fra l’incredulità e la sorpresa, ci mise un attimo prima di riconoscermi. Poi, sorridendo e senza parlare, accettò il bicchiere e fece un gesto di brindisi verso di me. Alzammo i bicchieri e sorseggiammo.

  • Ciao, mi disse con una voce calda e  leggermente tremante – ti sei ricordato il mio Negroni, grazie! Ti trovo bene!
  • Le gioie della vita, - risposi - sono talmente poche che non si possono dimenticare. Che ci fai in questa bolgia, non sapevo che eri nel ramo anche tu. A me tocca, ma tu!
  • Sono anche io invischiata in questa pantomima, sono la corrispondente per l’estero, ramo politico. Sono stata chiamata a far parte della squadra da pochi mesi. Tu invece che fai?
  • Io mi occupo di cronaca locale. Mi mandano sempre nei posti più infami e desolati che esistono in Italia, paesi sperduti fra le campagne, in montagna, nelle isole, dovunque ci sia qualcosa che loro ritengono interessante per i lettori.
  • Ti ricordi i nostri sogni giovanili, quando studiavamo all’Università, facevamo tanti di quei sogni! Qualcuno si è avverato, altri purtroppo no, che vuoi farci.
  • Io mi ricordo tutto, di quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto. I momenti di gioia, di spensieratezza e anche di sconforto che abbiamo vissuto nel breve tempo della nostra gioventù. Poi le nostre strade si sono divise e da allora è rimasto solo il ricordo, anzi il rimpianto di qualcosa che avrei voluto fare allora e non ho avuto mai il coraggio di fare.

Lei mi guardò con uno sguardo incuriosito, mi fissò a lungo e lesse nei miei occhi una risposta che evidentemente conosceva già, ma che volle sentire dalla mia voce.

  • Perché non lo hai fatto, allora! Ho atteso a lungo quel tuo gesto, anche io volevo farlo, ma dovevi essere tu a fare il primo passo.
  • Eravamo amici, ma tu eri lontana per me, irraggiungibile, eri il sogno che mi accompagnava e non volevo rompere quell’incantesimo.
  • Stupido, dopo tutto quello che abbiamo condiviso e sofferto insieme ti sei fatto prendere da scrupoli assurdi. Cosa credi, che io non abbia rimpianto la tua decisione, sono andata via proprio per quello. Il mio cammino è stato arduo, come donna farsi apprezzare, in questo campo, è molto difficile, dovresti saperlo. Oggi posso dire che sono realizzata, ma non sono felice.
  • Sei single o … hai un compagno?
  • Cosa posso rispondere alla tua domanda, cosa ti aspetti che dica? Speri di riprendere i discorso interrotto? Con quel tatuaggio che ho sulla spalla cosa pensi, la colomba non è mai volata via è lì che aspetta e i due cerchi sono sempre uniti.

Non le lasciai il tempo di continuare, buttai il mio Martini in una delle piante che ornavano il giardino pensile e mi avvicinai a lei. La presi per le spalle e la fissai negli occhi. Le nostre bocche si avvicinarono e, in quel momento, dagli spalti del Castel dell’Ovo s’innalzarono nel cielo i primi fuochi artificiali. La festa era finita, ma la vita stava per ricominciare.

 

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Strane presenze

27 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                               

 

 

 

 

 

La dimora avita della famiglia Strafford si ergeva imponente su una piccola collina ai margini di una vasta pianura, attraversata da un ruscello che scendeva ripido dalle non lontane montagne. Come in tutti i castelli l’ingresso era il ponte levatoio che sovrastava un fossato. Il retro confinava con l’inizio di una folta boscaglia che proseguiva fino ai piedi dei monti.

Teatro di scontri e d'assedi aveva vissuto la sua stagione d’oro fra la fine del XVII e il XVIII secolo. Passato il momento storico, le varie generazioni, che si erano succedute nella conduzione della dimora, avevano portato il maniero verso un degrado inesorabile.

Oggi il castello è meta di visite da parte di turisti frettolosi e di scolaresche distratte, l’intero complesso è passato in proprietà allo Stato che ha pensato bene di sfruttare la situazione aprendolo al pubblico, l’unico inconveniente per l’amministrazione, una clausola inserita nel contratto d'acquisizione che prevedeva la presenza  sine die, dell’ultima discendente della famiglia, la contessa Clara, che non aveva voluto lasciare la sua casa, riservandosi l’usufrutto di una piccola parte degli appartamenti nell’ala destra, quella che dava sul retro, con la vista del bosco poco distante e le montagne dietro a fare da scenografia. La donna, ormai quasi novantenne, voleva morire fra le mura amiche, aiutata dal suo fedele maggiordomo Arthur, anche lui molto avanti con gli anni.

La loro vita si svolgeva a ritmi lenti e riservati, un incaricato del comune si preoccupava di  rifornire del necessario la loro cucina, e il servitore si incaricava di preparare il necessario alla sopravvivenza. Lui, in pratica, viveva in cucina e dormiva in una camera attigua, mentre la padrona aveva due camere al piano alto e l’intera torre a disposizione. Isolati dal mondo i due vivevano in simbiosi l’uno dell’altra, non potevano immaginare una vita diversa da quella che conducevano.

Come tutti i pomeriggi, Arthur era seduto in cucina con il bricco dell’acqua sul fornello, il vassoio con le sei tazze pronte allineate, la zuccheriera e il piattino con i pasticcini. Aspettava il gracchiare del cicalino che l’avvisava di poter servire il tè. Puntuale come un cronometro, lo sportellino con il numero 22 si attivò ed emise quel suono sgraziato che lo richiamava al dovere. La sua faccia impassibile non si mosse mentre versava l’acqua in una delle tazze per preparare il tè, le altre restarono vuote, sul vassoio d’argento Sheffield. Terminata l’operazione, il maggiordomo prese il vassoio e, ondeggiando sulle gambe malferme, si avviò verso le scale tenendo in bilico il vassoio con tutto il suo contenuto.

  • Buon pomeriggio milady, disse, entrando nella stanza e posando il vassoio su un piccolo tavolino davanti il grande divano, sul quale era seduta la nobildonna
  •  
  • Grazie Arthur, servi pure, i miei ospiti sono impazienti di assaggiare la tua specialità, ho detto loro che questo tè viene direttamente dai nostri possedimenti in India, è una qualità rara e si coltiva solo in quella zona che è di proprietà della nostra famiglia. Avrai portato anche gli squisiti pasticcini che sai fare solo tu, vero?
  •  
  • Certo, madame, non avrei potuto fare altrimenti, sono a conoscenza dei gusti dei suoi ospiti e mi sono sforzato di essere all’altezza della situazione.
  •  
  • Sei troppo modesto, caro Arthur, conosciamo tutti il tuo senso del dovere e il tuo attaccamento alla famiglia, senza di te sarei persa. Bene, allora, se hai servito tutti, puoi servire anche me, oggi le mie ossa fanno i capricci e una buona tazza di tè sarà un vero toccasana.

Arthur versò il tè nella tazza della signora e fece finta di versarlo anche nelle altre. Porse la tazza piena e rimase in piedi, in attesa che la sua padrone finisse di sorbire la bevanda. Sentiva sempre di più dolore alle gambe, fare quelle scale infinite volte al giorno stava diventando una vera tortura per lui, ma sapeva bene che non c’erano alternative, il suo destino era legato alle stramberie di quella povera donna, sull’orlo della demenza senile. La signora immaginava che nel suo salotto venissero a trovarla a turno i parenti ormai defunti da tempo e gli amici di sempre, defunti anche loro. La cerimonia del tè non era la sola a cui si sottoponeva per compiacere l’anziana donna. Molte volte doveva approntare un pranzo, o una cena, all’improvviso milady chiamava e ordinava il pranzo per dodici persone, toccava a lui apparecchiare in pompa magna la tavola con tutti i servizi di piatti, bicchieri e posate per dodici, fortunatamente il cibo poteva evitarlo e preparava il menù solo per la donna e per lui. Lui, però, il suo pasto lo consumava nella cucina, come si conviene ad un maggiordomo.

Era ancora in piedi, mentre la signora aveva iniziato una fitta conversazione con alcuni dei suoi ospiti, si era immersa nel dialogo dimenticandosi del tutto del povero maggiordomo, che adesso sul serio cominciava a tentennare sulle gambe malferme.

  • Come le dicev, caro duca, lei ha ragione, sua maestà è davvero troppo indulgente con le popolazioni locali, laggiù in India il popolo è davvero ingrato, con tutto quello che stiamo facendo per loro, gli stiamo portando la civiltà, il progresso e quelli per riconoscenza si ribellano, inaudito.
  •  
  • Madame Janet, non verrà al ballo di corte? Non mi dica. È una vera jattura, se non viene lei non vado nemmeno io, mia cara, lei è la sola che vale la pena di vedere in quei balli noiosi.

Arthur, al limite delle forze, tossicchiò per richiamare l’attenzione della milady che come d’incanto si accorse di lui.

  • Scusa Arthur, hai ragione, sono proprio una sbadata, puoi sparecchiare e ritirarti, io intratterrò ancora un po’ gli ospiti. Dopo che saranno andati via farò un riposino fino ad ora di cena, forse non mangerò questa sera, questo tè e i tuoi fantastici pasticcini sono stati sufficienti, nel caso ti chiamerò per una cena frugale. Addio caro!

Arthur si affrettò a liberare il tavolo, prese il vassoio , allungando il passo strascicato, si allontanò. Era sicuro che la serata fosse finita, poteva finalmente riposarsi. Dopo la cerimonia del tè, tutte le volte la dama si addormentava e non la risentiva fino al mattino successivo. Tornato in cucina rimise in ordine le tazze. Lavò l'unica che era stata usata, ripose i biscotti nella scatola di latta per non farli deperire e, tolte le scarpe, si allungò sul divano che aveva fatto mettere nell’enorme cucina.

Era stanco, disperava di poter continuare ancora per molto quella pantomima, la donna era fuori di senno e lui, se continuava a starle dietro, correva lo stesso rischio.

Non voleva certo la morte della vecchia aristocratica, era stata una buona padrona, anche se un po’ sopra le righe per la sua eccentricità, non si poteva lamentare, aveva avuto anche lui i suoi giorni buoni. Ora la vecchiaia doveva dividerla con le bizze della donna e dei suoi immaginari compagni. Prima di addormentarsi nella sua mente prendevano forma le strane presenze che alimentavano la fantasia della sua padrona; fantasmi di personaggi che lui aveva conosciuto e servito per molti anni. 

Doveva convenire con la padrona, però, che madame Janet era sempre una bella donna, l’aveva vista prima in salotto ed era davvero in splendida forma.

 

 

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