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Post con #racconto tag

Una comunicazione dal Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

12 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Caro lettore,

 

ci rivolgiamo a lei, certi che saprà capire e apprezzare il nostro intervenire nel bel mezzo di questo romanzo (o supposto tale) e perdonarci l'interruzione: giacché questo intervento è dettato dalla nostra funzione istituzionale ufficiale e, conseguentemente, da uno scopo socialmente educativo: quello di preservare l'integrità delle Nozioni di Verità su cui si basa la nostra Civiltà, così come sancite per legge.

Qualsiasi sia il movente della narrazione che stiamo inceppando, puro intrattenimento involontariamente diseducativo o consapevole sfida ai nostri Principi Fondanti, dev'essere chiaro che essi nella realtà reale non possono esser messi in discussione. La Scienza è sacra. Qualsivoglia discorso critico, anche quando apparentemente razionale, deve essere ignorato, osteggiato e, soprattutto, deriso, giacché inevitabilmente specioso: se contraddice ciò che si è stabilito essere Scienza, allora non può essere a sua volta Scienza. La Scienza si libra atarassicamente sopra tutto: chiara, limpida, incontrovertibile, immutabile, imperturbabile, assoluta. In grado di dimostrare con chiarezza la necessità di imporre cure in nome del Profitto: giacché se non c'è Profitto, non c'è Salute. Questa è la funzione della Scienza Medica, finalmente giunta all'odierna concezione dopo secoli di faticoso progresso.

Chi la nega, nega le vite che salva, e con ciò diventa complice dei decessi provocati dalla sua mancata applicazione. La Scienza, caro lettore, la Scienza.

Galileo non ha sofferto invano. Ha sofferto per noi.

Newton non ha preso una mela in testa per nulla: ha sopportato quel bernoccolo per noi.

Chi dubita la sincerità e l'assennatezza dell'attuale politica sanitaria, insulta questi giganti e il loro sacrificio.

Perché Einstein si umiliava producendosi in facce buffe e linguacce?

Per conquistare i bambini alla nostra causa.

E cosa recita il giuramento di Ippocrate, se non: «Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il giudizio dell'Impero, questa Inoculazione, foss'anche solo per il bene del Profitto».

Quindi, in virtù di ciò, ci troviamo costretti ad invitarLa a procurarsi il prima possibile un cerino, un accendino, una tanica di benzina, una torcia, delle pietre focaie, un lanciafiamme, e appiccare il fuoco al presente libercolo, proprio quello su cui sta correntemente leggendo queste frasi. Nel caso non provvedesse personalmente ad adempiere a questo invito, a eliminare questa fonte di disinformazione diseducativa, questo attentato narrativo al Dogma della Scienza Farmaceutica, in sintesi, questo vomitevole grumo di parole infette, ci troveremmo costretti ad appiccare noi stessi il fuoco a questa pagina dall'interno, inducendo un incendio che si diffonderà al resto dei capitoli, finché il libro dovrà capitolare: ora, si renderà ben conto che se ciò dovesse avvenire, per esempio, mentre il libro è nella sua borsa, o abbandonato in sua assenza sullo scaffale della libreria di casa, le menzionate borsa o libreria prenderebbero a loro volta fuoco, e ciò propagherebbe le fiamme sulla sua persona, se sta portando la borsa, o all'interno dell'abitazione che ospita la libreria - fiamme che procederebbero a incenerire il suo organismo e/o la sua dimora. Converrà con noi che ciò potrebbe causarle qualche disagio. Per evitare queste incresciose (ma non per noi) conseguenze, nonché una sua candidatura ad essere espulso dalla civiltà ed eiettato nello spazio in una capsula con limitata dotazione di carta igienica, è quindi consigliabile risolva quanto prima il problema segnalatole. Ad ogni modo, vorremmo rassicurarla ricordandole che, come soluzione definitiva alternativa in caso di recidività, è altresì contemplato l'utilizzo dello Sminuzza Ossa Imperiale, rinomato per l'intensità e la lentezza dell'agonia in grado di infliggere.

 

Cordialità,

il Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

offertovi dalla CSK

(provate anche voi la nuova Inoculazione contro la Rivoluzione!)

 

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Fine

11 Maggio 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto


 

 

 

 

Per lui era finita prima ancora che finisse. Giovanni, 68 anni, lo sapeva di essere messo già molto male e quest’ultimo attacco non ci voleva proprio. Accettò come una tomba lo stanzino buio dove l’avevano ricoverato: era ancora cosciente, ma ormai quasi cieco, impossibilitato a parlare e inibito a fuggire. Terminale: era la parola che aveva sentito pronunciare dal medico poco prima, insieme alle altre che gli risuonavano per la testa… ictus, tetraplegia, ospice.

Non avevano perso tempo e per fortuna c’era ancora un posto libero all’ospice. L’avevano portato a Santa Colomba, dove spedivano quelli come lui più di là che di qua. Steso sul letto, con la mente vuota, stava immobile ad aspettare, concentrato a respirare un breve e rapido respiro, e poi un altro, e un altro ancora, velocemente, senza perdere il ritmo, inalando aria preziosa. Inspirava come se fosse l’ultimo ossigeno concessogli.

“Sto forse per morire? Ciao Angela, come va? Ciao Angela, come va? Boh, questa mattina le gira un po’ storta. Ma perché non capisce! No, no, non aprire la finestra, per favore! Ho freddo e la luce, tutta quella luce, mi abbaglia.”

L'infermiera spalancò la finestra, gli rassettò il cuscino e uscì.

“No, no! Aspetta Angela! Non andare via, ti devo parlare, ti devo dire una cosa, aspetta! Mai nessuno che mi racconti qualcosa, anche poche parole. Ah, Angela, sempre indaffarata. Vai, vai, vai pure, mia cara: con te anche quella poca luce che c’era se n’è andata, ora solo ombre scure mi circondano… questa è la nostra camera, vero? Lo capisco bene, quell’ombra laggiù deve essere l’armadio, e lì c’è la finestra: l’avrà chiusa? Peccato che non riesco a muovermi, se no la chiuderei io. Quando torna devo ricordarmi di chiederle di accostarla; forse è aperta perché sento un gran freddo. È sempre sbadata, si scorda sempre tutto, la mia Angela. Che strana sensazione: mi sembra di ricordare che era giugno, no… forse maggio o agosto… non importa, comunque quel giorno non lo dimenticherò mai. Lei entrò di corsa ed era bellissima: grondante di sudore, indossava una maglietta bagnata che le aderiva al seno, aveva le belle gambe tornite in mostra, i capelli raccolti in una coda di cavallo, e con gli occhi grandi sbarrati mi guardava. E poi? Non ricordo. Sarà accaduto tanti anni fa. Non sono tanto in gamba oggi. Insomma, mi sembra di vederci meno del solito. È tutto buio qui, c’è solo un tenue chiarore laggiù. Rimpiango la luce del sole…  chi se lo ricorda più il sole, per me è diventato solo una parola spenta. Dovrei scriverla o farne un disegno: un cerchio tondo con le righe attorno, i raggi, uno corto e uno più lungo. Ma quelli disegnati non scaldano e io ho freddo. Cancello tutto: parole mai dette, linee mai scritte, soli mai visti che non scaldano. Non vedo, non sento, non riesco a parlare. Che c’è, che è successo? È capitato che… non ricordo. Ma queste voci che mi par di sentire sono come un’eco sussurrato.”

Come bisbigliando a bassa voce, ma in realtà senza parlare e quindi senza sentirsi, si faceva domande e si dava risposte.

“Perché ricordare? Sono morto, ormai, che importa ricordare. Polvere ecco che sarò. O pensavo davvero di potermi riprendere pensando nella polvere? Io sto morendo. Sciò, sciò, fff, fff, via, via.” Agitava le mani, schiaffeggiando l’aria per scacciare nuvole di mosche che credeva gli girassero attorno, ma in realtà non muoveva un dito.
“Amo gli animali, non farei del male nemmeno a una mosca. Gli animali si nascondono quando sanno di morire. E io sono ben nascosto? Già, tutto programmato, tutto perfetto: una simmetrica sincronia la morte, già sperimentata milioni di volte. Però dovrò avvisare tutti i miei amici. Basta! Ecco, sto male di nuovo. Ancora questo buio che abbaglia, questo silenzio assordante.”

I pensieri gli costavano fatica, non gli uscivano più dalla testa rendendogli la mente intorbidita, non riusciva a ritrovare la giusta disposizione e ricostruire i fatti reali e si addormentò.

“Devo aver dormito ancora, dopo quella breve crisi di scoraggiamento. D’altronde siamo qui per poco, poi saremo altrove, e il nostro posto al sole non sarà altro che in un pugno di polvere. Ma anche ora non sono messo tanto meglio: non vedo, non sento, non riesco a parlare. Mi sento come se fossi già morto. Mi scappa. Quando si è giovani non ci si bada, quando capita, capita, ma alla mia età ci si vergogna di tutto, anche di chiedere di andare al bagno. Chissà quando ci sono andato l’ultima volta… deve essere passato un bel po’… per forza, non mangio. Non ho fame, però ho sete: meno male che Angela ogni tanto mi bagna le labbra.”

L’infermiera gli bagnò la bocca e sostituì la sacca delle urine del catetere.
“Questo silenzio fa male alle orecchie, è un continuo brusio, un ronzio, a volte un altro ricordo… passavamo le serate sotto l’immensa quercia a pochi passi dalla casa, ciascuno disteso sulla propria sdraio in silenzio, sorseggiando un bicchiere di vino, e guardando spegnersi, uno dopo l’altro, tutti i raggi del crepuscolo. In quei momenti il tempo sembrava essersi fermato, tutto procedeva lentamente, avveniva a poco a poco finché calava il buio. Oh, Angela, sento una irresistibile voglia di chiudere gli occhi, di dormire.”

Finalmente le voci lo lasciarono andare e con un gorgoglio sembrò pronunciare il nome di Angela. “Dottore, venga è morto” disse l’infermiera. Il medico prese la pila dal taschino, gli alzò la palpebra illuminando la tonda, immobile pupilla vitrea. “Vado a chiamare il prete” disse l'infermiera e uscì. Nel corridoio incrociò la collega: “Che è successo?” le chiese. “Il numero cinque, andato” rispose. “Chi era?” chiese ancora. “Giovanni, mio marito” rispose Angela con gli occhi lucidi.

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Reminiscing II

10 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Saro correva nella polvere, ridendo sgangheratamente, mentre gli altri lo inseguivano. Giunto all'acqua si tuffò, mutò in sirenetto e la caccia proseguì in questo modo – finché non arrivò per primo agli scogli e si salvò, com'era regola del gioco. La piccola Deia lo applaudiva.

 

Deia raccontava a Crispin la sua infanzia su Nettuno. Arrivò al diffondersi dell'epidemia – ma non riporteremo particolari. I Medici Interplanetari, associazione volontaristica, giunse da loro, azionò delle Cupole Automatiche e stabilì dei centri di ricovero e di Inoculazione per tentare di combattere il dilagare del virus – e sopperire alle lacune sanitarie di questa parte della galassia, ovvero la cosiddetta Terza Galassia – l'insieme dei luoghi e delle popolazioni più poveri del sistema solare.

Alcuni bambini pesce furono presi in carico da una specifica Cupola Medica che osservò un proprio protocollo, costituito dal seguente trattamento. Utilizzò un proprio Inoculo sperimentale per una porzione. E quello regolare per l'altro – ovvero quello sancito come efficace dalla Sperimentazione Sanitaria Globale. Ma in dosi minori rispetto a quelle raccomandate. Tra i bambini pesce trattati in quest'ultimo modo c'era Saro. La Cupola era stata eretta dalla CSK, allo scopo di confondersi con quelle dei Medici Interplanetari. E sfruttare così l'occasione offerta da un'epidemia nella poco protetta e regolata Terza Galassia – dove eventuali vittime contavano meno o, ad ogni modo, non quanto i miliardi di Dollari Terrestri che se ne potevano potenzialmente ricavare.

Quando i genitori dei ragazzini accusarono la CSK di aver usato i loro figli come cavie, e di non averli informati della sperimentazione in corso. Per conto suo, la CSK fornì documenti di approvazione del Comitato Etico Sanitario locale nonché di consenso informato dei genitori stessi, in cui si certificava la correttezza e la trasparenza del suo agire.

I genitori sostennero si trattasse di documenti contraffatti. Non solo. I legali della class action sviluppatasi riuscirono ad ottenere una lettera di uno degli Specialisti per le Malattie Ittico-Infantili parte dello staff della stessa multiplanetaria farmaceutica, il dottor Kamikaze, che sollevava diverse eccezioni sulla moralità della sperimentazione, tra cui il fatto che quell'Inoculo non fosse stato testato a sufficienza prima di essere impiegato sui bambini. Il dottor Kamikaze si schiantò contro l'inverosimile corazzata della CSK, che terminò il suo contratto subito dopo. La CSK rimase illesa.

I giudici si arricchirono.

 

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Reminiscing

8 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #recensione

 

 

 

 

Deia era in grado di comprendere Crispin. Sapeva cosa significava aggrapparsi a speranze immaginarie. Ed era stata sufficientemente fortunata da poter sperimentare il sollievo del vedere e percepire quella speranza immaginaria assumere concretezza reale. Babbo l'aveva difesa quel giorno: era apparso nell'orfanotrofio in costume per festeggiare il Natale e rallegrare i ragazzini. E non sparì. Tornava. Tornava regolarmente a trovarla e portarle dolciumi, videolibri, film intracerebrali - e attenzione. Ma non poteva adottarla. Non erano contemplate adozioni per scapoli. E lui era un partito orrido che non aveva attratto alcuna potenziale signora Naziale, e/o lui stesso non sembrava propenso a dedicare parte della propria vita a una donna. Voleva il proprio appartamento tutto per sé. Poter lasciare calzini sporchi in ogni stanza, sistematicamente, come simbolo/vessilli di libertà. Inoltre era pecuniariamente poco abbiente. Ma si configurò comunque come una presenza che lei poteva investire di un affetto vero e, a suo modo, ricambiato. Quella stessa presenza regolare indusse i vari monelli privi di famiglia ad avere più rispetto per lei, per quanto non di rado accompagnato da rodenti invidia e gelosia – giacché lei aveva, in parte, ciò che loro speravano solamente. Aveva sconfitto quindi l'introversione autistica, e le sue capacità empatiche erano fiorite ulteriormente. Sentiva, percepiva, capiva.

Crescendo, il loro rapporto maturava, e le comunicazioni si approfondivano, nozioni trapelavano.

Emergeva che Babbo era coinvolto con i Ribelli. E Deia aveva certo le sue profonde motivazioni per apprezzare quell'appartenenza. Rabbia impotente la scuoteva quando pensava all'Impero e a come la CSK fosse compenetrata con esso – a come fosse corresponsabile del Principio Fondante Inoculare, elemento imprescindibile di Civiltà: e a come essa fosse colpevole di aver ucciso i suoi quattordici compagni di giochi, tra cui il piccolo Saro, di cui lei si prendeva cura, di cui era particolarmente amica, a cui era specialmente legata. Il fatto di non averlo protetto dalla CSK faceva sì che lei stessa, nei suoi pensieri, fosse in qualche modo colpevole. Era quindi stata costretta a fare qualcosa. L'acronimo della CSK, dove abitava, era stato ritradotto in Cosmic Serial Killers.

Scoprì di avere anche lei un Potere, con lo svilupparsi della sua femminilità. Concepì quindi come metterlo al servizio della Causa. Si iscrisse alle eliminatorie regionali per diventare Miss Vaccino. Vinse diverse selezioni. Fu adocchiata da Orrido Porchinstein. E il resto fu trasmesso in diretta galattica su tutti i pianeti del circondario.

Molti abitanti della galassia sentirono pungolati, o confermati, i dubbi che nutrivano sul Sistema – ma che fino ad allora non avevano osato menzionare in pubblico, per timore delle ritorsioni.

Lo scontento si diffondeva, come un nuovo tipo di contagio.

 

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La Cantina Multiforme

6 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Crispin riconobbe lo stanzone, esitò un momento, poi prese Deia per il polso e la tirò verso il varco – finché furono dentro. Allora la parete crollata, o sparita, si ricompose dietro di loro.

Erano fuori dal labirinto. Erano nella cantina di casa Arlanovich. O in una delle sue tante conformazioni ed espressioni. Questa specifica porzione ricordava bene di averla sognata. Una stanza umida, vuota, a parte alcuni piccoli mucchi di detriti. Erano nella semioscurità.

La condusse all'altra estremità, dove dei gradini portavano verso una stretta apertura sul soffitto, da cui trapelava della luce. Riuscì a issarsi e aiutò Deia a salire.

L'apertura si chiuse a sua volta.

«Cosa succede?»

«Non lo so. Ma è la mia cantina. Siamo al sicuro. Per il momento. Immagino sia un'altra invenzione di mio padre Pyotr. Una che credevo di aver solo sognato. Come la Torre Mobile. La nostra cantina è come un serpente che si snoda fuori dalle regole dello spazio-tempo. Si allunga, si restringe e si torce a piacimento. Ma a piacimento di chi?»

«È il discorso più lungo che ti abbia sentito fare» osservò lei.

Erano in un'altra porzione onirica. Qui c'erano scaffali ricolmi di oggetti, giornali antichi dotati di prime pagine di polvere, hardware obsoleto da cui fili pendevano come tentacoli intrecciati di ragnatele. Ninnoli, tazze, caraffe, brocche, pupazzetti. Componenti elettronici, transistor, microchip. Fusibili, sparsi liberi sui ripiani. Vecchi poster ormai fusi con le pareti dall'umidità. Scatole slabbrate di giochi da tavolo, schermi ciechi, cassette consumate da cui spuntavano fogli di carta vergati di diagrammi, formule e altri geroglifici. Scheletri di misteriosi macchinari appoggiati ai muri. Entrando in altri varchi, percorrendo passaggi, arrampicandosi per altri gradini e scale, arrivarono in un ambiente pulito, moderno e confortevole.  Vi erano mattonelle, piastrelle, tecnologia, un frigorifero. «Tutto questo non dovrebbe esistere» mormorò Crispin. «Era il rifugio che sognavo, in cui io e i miei potevamo andare a ripararci, in caso di guerra».

Deia intanto aveva aperto lo sportello del frigidaire e stava scrutando dentro, il viso illuminato dalla lampadina interna.

«Sai, ti avevo scritto.»

Lei si girò verso di lui e lo guardò per un momento. «È proprio il tuo giorno loquace questo. Fammi pensare a quale delle tipologie appartieni»

«Non importa. In realtà non sono davvero un ammiratore. Tentavo di convincermi di esserlo.»

«Meglio così. Significa che non correrò rischi. Anche se non è chiaro perché volessi esserlo».

«Era solo il tentativo di appigliarmi a un sogno. Per avere qualcosa con cui orientarmi. Ti scrivevo sciocchezze poetiche. Ti scrivevo che potevi salvarmi. Ma non lo credo realmente. Semplicemente, non avevo di meglio da fare».

«Capisco» rispose lei. Era della tipologia dei sognatori depressi, concluse.

«Ti guardavo, la luce elettrica sul volto. E ti ho vista irreale di nuovo».

Deia aveva passato l'infanzia in un orfanotrofio. Era aliena. Ed era l'unica sirena. Si sentiva diversa, e si isolava. Non aveva il completo controllo della propria metà inferiore, che a volte – quando era particolarmente nervosa – tornava ittica e squamosa all'improvviso, facendola scivolare per terra tra le risate degli altri orfani – tra i quali vi erano altri extramondani, più normalmente dotati di ventose, tenagliette o carapaci. «Pesce!» le gridava schernosamente qualcuno. Sapeva cosa significava essere differenti. Essere tristi. Preferiva starsene in disparte. Osservava gli altri, durante le pause di gioco, lo sviluppo delle loro amicizie attraverso il tempo. Le erano familiari bambini che invece non la consideravano, di cui seguiva le azioni e relazioni – senza interagire. Era come un'entomologa affezionata. Quella conoscenza a distanza le permetteva di sviluppare affettività senza correre il pericolo di venire delusa da un rifiuto. Rifiuto che l'avrebbe solo inaridita, le avrebbe reso tutto il mondo inviso, nemico. Questo stratagemma le permetteva di coltivare un piccolo ritaglio fiorito in un deserto, arginando quest'ultimo. Tenendo a bada le ineluttabili formiche della psicosi o dell'autismo, sperando che qualcuno prima o poi sarebbe accorso in aiuto. O non le sarebbero rimasti che i simulacri interiori dei propri genitori, con cui si sarebbe definitiva chiusa dentro sé stessa.

Un Natale, qualcuno di particolarmente arguto sentenziò: «Gli ospiti sono come il pesce: dopo tre giorni puzzano. A parte Deia, che puzza di pesce fin da subito! Pesce, pesce pe...». Non fece a tempo a finire l'ultima reiterazione perché la bocca gli fu serrata da un simpatico scappellotto. Gliel'aveva bonariamente quanto efficacemente elargito Babbo Natale, con la sua ben nota generosità.

«Sei sicuro che non sia il fetore del tuo cervello andato a male?» gli chiese con un rubicondo sorriso. Non è chiaro? Non era un Babbo Natale qualsiasi. Era Babbo Naziale.

 

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Il labirinto dei display

4 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Correvano forsennatamente attraverso i cunicoli del Labirinto, non si fermavano nemmeno ad ascoltare se i passi delle Guardie si avvicinavano. Era difficile orientarsi ma tentavano di proseguire in direzione opposta rispetto alla provenienza, per quanto le continue svolte i bivi, trivi e tetrivi lo permettessero: un corridoio che si allontanava dall'entrata poteva improvvisamente anche torcersi su stesso e riportarli indietro.

In quel caso «Oh oh, che scherzetto» squillava giulivamente uno dei display appesi alle pareti, mostrando un sorrisone elettronico. Era una situazione disperante: quanta era la loro urgenza di mettersi al sicuro, tanta era l'impenetrabilità del dedalo. Ma a quanto pare non era l'unico problema. Mentre correvano attraverso un incrocio, al loro passaggio un quadrato di suolo cominciò a scricchiolare, e stavano giungendo all'altro lato di quell'area quando essa crollò sgretolandosi improvvisamente sotto i loro piedi. Chiunque ne fosse stato al centro sarebbe caduto in un abisso di cui non si scorgeva fine, un baratro che si perdeva nelle tenebre. Loro due, favoriti dalla posizione, riuscirono istintivamente ad aggrapparsi al ciglio della pavimentazione, che offriva qualche provvidenziale appiglio.

«Non preoccuparti, ora mi isso e ti tiro fuori io!» esclamò Crispin, scalciando nell'aria, paonazzo per lo sforzo – quando si accorse che Deia era già uscita e si apprestava a trascinarlo in salvo.

«Ahem. Grazie» proferì l'eroe, mutando il rossore dello sforzo in quello dell'imbarazzo.

Rifiatando notarono l'assenza di passi echeggianti attorno.

«Per il momento li abbiamo seminati, parrebbe. Tentiamo di essere razionali. Ci serve qualcosa per segnare il nostro passaggio»

«Ottima idea – così sapranno esattamente come trovarci»

«Ok. Non è una buona idea. Che ne dici di... potremmo cospargere i cunicoli di bucce di banana e farli cadere»

«Dobbiamo solo trovare un fruttivendolo.»

Avendo già esaurito le idee brillanti proseguirono in silenzio per un po'.

Poi, passando davanti ad un display, Crispin chiese:

«Siamo già passati di qui?»

«Fammi pensare. Oh, temo proprio di sì» rispose il display.

Nonostante la cattiva notizia, Deia sorrise, quasi ridacchiò, stupita che l'aggeggio avesse effettivamente risposto.

Fu allora che le pareti cominciarono a tremare. I due si guardarono allarmati.

Un blocco di pietra esplose sotto la spinta del TrapanoTalpa, che irruppe fragorosamente nel labirinto. Era una versione ridimensionata del mezzo che aveva interrotto la riunione dei Ribelli – esso si sistemò al centro del passaggio, puntò i fuggitivi dagli occhi sgranati, e finalmente partì verso di loro. Deia e Crispin osservarono queste operazioni al rallentatore, come pietrificati, e, quando s'imposero nuovamente di correre, sembrava che la fuga affondasse nella colla, le gambe erano ormai stanche, ed era la mera energia nervosa a trascinarli avanti.

Il  Trapano Talpa stava scivolando dietro di loro come un pescecane nell'acqua, di per sé silente, se non fosse stato per l'autista, impegnato a produrre vocalmente il suono del motore, più precisamente di un antico motore arrugginito, come notò stuporosamente Crispin, al contempo meravigliandosi di avere il tempo di produrre simili osservazioni nella situazione in cui si trovava.

La Guardia dal lato passeggero esclamò:

«La vuoi smettere? Sempre con questa mania»

Al ché l'altro replicò:

«Ma senza non è la stessa cosa» e continuò a rombare con ancor più convinzione, mentre il compagno lasciò sfuggire uno sbuffo esasperato.

Davanti agli occhi dei due, i fuggitivi si erano improvvisamente fermati presso un incrocio, forse sfiniti, e sembravano confabulare concitatamente. Vedendoli ormai rassegnati, privi di scampo, le Guardie non si sentirono mosse a pietà, anzi caricarono ancor di più, con l'apparente intento di investirli. L'eccitazione era palpabile: difatti ora anche il riluttante si era unito ai vocalizzi motoristici del pilota, raddoppiando il surrogato di rombo. Era fatta. Si avventarono a tutta velocità.

I due ribelli balzarono lateralmente all'ultimo momento, uno a sinistra e uno a destra – lungo il cunicolo perpendicolare. Il Trapano Talpa s'era ormai scagliato, e le Guardie non ebbero il tempo di decidere da che parte girare - né del resto avrebbe fatto differenza: questo era l'incrocio che aveva quasi inghiottito Deia e Crispin all'inizio della loro fuga. Il veicolo perforante finì dritto nella voragine, inghiottito dal buio tenebroso – accompagnato dal suono sempre più lontano del motore vocale dell'autista e dall'esclamazione «La vuoi smettere, ALMENO ORA?» finché – dopo qualche attimo – si udì un lontano ma comunque clamoroso tonfo frastagliato di clangori e cigolii e altri suoni non ben meglio identificati.

Intanto, una parete del labirinto sembrava essere crollata, o si era in qualche modo spalancata, offrendo l'accesso ad un ambiente familiare.

 

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Una pulce nell'orecchio

2 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«Sì, è il figlio di Pyotr» disse una figura, uscendo dall'ombra, da un angolo della stanza.

Era Deia. «Non sapevo mio padre fosse così famoso» rispose Crispin.

«Oh sì, era piuttosto presente nel nostro Circolo Ribelle» spiegò il Comandante con fare giulivo.

«La sua preparazione teorica era impareggiabile. È stata una grave perdita. Certo però che quando cominciava con la sua logorrea materialistico-dialettica, era un vero e proprio e lungo calvario» aggiunse, (mentre uno dei membri sussurrava all'altro «Senti chi parla»).

«Pensavamo che, forse, tu, potresti sostituirlo» concluse.

«Oh, no, non penso proprio» si schernì il figlio di Pyotr. «Non mi sono mai interessato a queste cose. Quando me ne parlava pensavo ad altro e annuivo ogni tanto. A caso.»

«Allora non c'è proprio speranza» recitò il Comandante, corrucciandosi.

«Senza Pyotr non penso combineremo un granché. Speravo potessi essere tu la nostra salvezza».

A questo punto sembrava stesse quasi per mettersi a piangere. Il labbro inferiore cominciò a tremare, sporgendosi in fuori, lo sguardo nel vuoto.

«Mi spiace, mi piacerebbe molto aiutarvi, ma...»

Proprio in quel momento una sorta di minuscolo essere di metallo fece capolino dall'orecchio di Crispin, si calò sulla sua spalla e si guardò lentamente intorno, ronzando ad ogni movimento. Alzò un dito meccanico verso di loro ed esclamò: «A-AAAAH!» - subito dopo ci fu un gran boato e si squarciò il pavimento lasciando spazio a una trivella gigante, che emerse dalle profondità scagliando il tavolo in aria, terrorizzando i presenti, e rivelandosi parte di un mezzo sotterraneo – una talpa tecnologica con una cupola che si aprì lasciando sciamare fuori Soldati Imperiali, mentre i Ribelli tentavano di scappare infilandosi in porte, corridoi e condotti dell'aria – inseguiti.

Deia, Crispin e Babbo si erano lanciati nella sala dell'Hardware Preistorico, dove i Soldati, fiondatisi, si incagliarono un po' sui numerosi avventori o contro i bancali. Svoltarono in una serie di cunicoli vuoti senza una precisa idea di dove fossero e di dove andare, fermandosi trafelatamente a un incrocio per ponderare la direzione. Sentirono uno scalpiccio avvicinarsi, e ripresero immediatamente la corsa scegliendo un tunnel a caso – mentre al rumore degli Stivali Imperiali cominciavano ad aggiungersi i dardi laser dei loro fucili, che fulminarono una parete proprio dove un microsecondo prima i tre stavano passando, come in tutti i migliori film di azione – ciò li pungolò a stremarsi ancora più follemente verso una ignota e improbabile via di fuga, sforzo che stava particolarmente mettendo alla prova l'apparato cardiorespiratorio di Babbo.

Un improvviso display elettronico annunciò: «Dedalo Senza Certa Uscita – decliniamo qualsiasi responsabilità verso chi vi entra» recitando la frase con una squillante voce robotica per i non vedenti.

«Per tutti gli hula hoop di Saturno!» esclamò Naziale dopo che un sibilo bruciante gli colse la gamba, facendolo rotolare a terra. «Andate! Non pensate a me!» gridò agli altri due.

«Ok» rispose Crispin, afferrando Deia per il braccio e catapultandosi nel labirinto.

Per un breve momento lei sembrò opporre resistenza.

«Ricordatevi: io vi avevo avvertito!» squillò il display, al loro passaggio.

«Beh, io mi aspettavo qualcosa del tipo 'non possiamo andare senza di te' o 'no, non ti abbandoneremo mai'» borbottò Naziale, mentre le Guardie Imperiali lo circondavano.

 

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Lo Scienzianesimo

30 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Entrarono nel covo, dove altre persone – circa una decina - erano intente a discutere intorno ad un tavolo. In particolare, un individuo dal cipiglio determinato stava disegnando su un foglio, illustrando qualcosa agli altri, proferendo le seguenti parole:

«...poi tornate indietro per la giungla, assicuratevi di avere le cipolle in tasca, calatevi tra le iene: cesseranno di ridere e cominceranno a piangere – questo aumenterà il vostro Punteggio di Cattiveria. Nello schermo seguente...»

A questo punto fu interrotto da un altro soggetto posto al suo fianco, che gli batté sulla spalla fissando Naziale e Crispin. Il Comandante, un po' infastidito, si girò verso di lui, poi seguì il suo sguardo e trasalì tossendo:

«Oh, eccovi, scusate, stavo spiegando un... un piano...» si schiarì la gola, nel contempo sottraendo il foglio alla loro vista.

«Ma passiamo ad altro. Il Tenente è qui con noi, con un nuovo amico» - la decina di persone si voltò verso gli ultimi entrati e colpì sonoramente il pavimento con il piede sinistro (uno di loro pestò così forte che si sbilanciò e cadde in avanti) - «è solo il loro modo di salutare» mormorò Naziale a Crispin, che era indietreggiato verso l'uscita. Subito dopo, il Comandante si lanciò in un discorso.

«Per ora possiamo introdurre nuovi adepti senza remore. Come sapete, i nostri Sensori Riprogrammanti neutralizzano i nanocerebrochip proteggendoci. Sappiate anche questo però: il Governo Centrale ha emanato nuove direttive e i chip diventeranno a) obbligatori e b) non si potranno più spegnere – dovremo quindi elaborare una nuova tecnica. Si sta parzialmente ripetendo quello che era accaduto un secolo fa, quando i costruttori di telefoni cellulari resero le batterie non più estraibili, evidentemente in accordo con esigenze di intelligence della Comunità Internazionale»

«Ricordatevi: la popolazione è sempre più propensa a fare quel che Governo le impone, perché, come nell'antichità, vi è ormai identificazione tra potere e fede. La differenza è che la fede del presente non è più rivolta alla religione e alle sue divinità, concentrate a loro volta in un sovrano. Ma alla sua antica nemica: la Scienza. Abbandonate le superstizioni e le irrazionalità del passato, la Scienza è diventata la religione del presente. La Scienza è la nuova religione. Questo è il paradosso a cui siamo giunti. Possiamo chiamare la religione del presente: Scienzianesimo. Cos'è? Perché è una fede? Perché il cittadino comune, dopo secoli, ha finalmente imparato a riconoscere la Scienza come unica fonte possibile di conoscenza oggettiva. Ma, nonostante ciò, non ha ancora imparato a conoscere la Scienza. Dà quindi per scontato che il metodo sperimentale sia accuratamente applicato e i risultati comunicati da fonti istituzionali siano attendibili. In conseguenza di ciò, chiunque critichi tali conclusioni diventa anti-scientifico: non per il merito di quelle critiche, ma perché contraddicono la Grande Chiesa della Scienza – ovvero, il complesso delle forze dominanti, che mediante i media e comunicazioni ministeriali, etichetta quelle critiche come oscurantiste, medievali, superstiziose, irrazionali. Ecco, quindi, che la Scienza dominante diventa dogma, non più Scienza. Perché?

Lo sappiamo perché. Perché il metodo sperimentale viene utilizzato come specchietto per le allodole: nella realtà, sempre più frequentemente gli esperimenti e i loro risultati vengono deformati per raggiungere le conclusioni utili all'industria o parte di essa – utili a chi quegli esperimenti ha finanziato. Gli effetti negativi di un prodotto nascosti, le qualità amplificate oltremisura. Di conseguenza, se c'è qualcosa di antiscientifico è il non considerare che la Scienza (o, quindi, presunta tale) non è avulsa da interessi economici che possono deformarne intenti, metodologie e risultati. Se si vuole, fuor di teoria e astrazione, valutare il sistema Scienza, vanno valutati anche il sistema più grande in cui opera e la sua relazione con esso.»

Dopo aver fissato fino a quel momento un copione immaginario sul soffitto, sulle pareti e sul pavimento della stanza, finalmente il Comandante tornò con lo sguardo sulla tavolata, compiaciuto del proprio discorso, pronto a ricevere gli applausi dei suoi Compagni di Ribellione. Ma vi era silenzio, a parte un lieve chiacchiericcio. Vide una coppia di loro che si stava apparentemente sfidando a tris su un minicomputer polpastrellare, un altro membro che dormiva con la guancia appoggiata al braccio e una bolla che gli usciva dalla narice dentro alla quale si notava una ragazza bionda, un altro ancora che fissava nel vuoto sfidando il vuoto a ricambiare lo sguardo, altri due che ridacchiavano sommessamente raccontandosi qualche avventura della sera prima.

«Insomma, vogliamo fare i seri?» reagì il Comandante con voce un po' stridula, mentre la sua mano colpiva sonoramente il ripiano in legno.

«Capitano, siamo con  lei. È solo che abbiamo già sentito lo stesso discorso dozzine di volte» spiegò uno di loro.

«Capisco» borbottò il capitano paonazzo, massaggiandosi il palmo che aveva appena usato  percussivamente quanto dolorosamente. «Ma potevate almeno farmi fare una bella figura davanti al figlio di Pyotr». Gli astanti si girarono a guardare Crispin, colti di sorpresa, un'espressione di stupore sui loro volti, a parte l'addormentato, che continuava a russare raucamente.

«Baciami le spalle, Sheila» biascicò, per completezza.

 

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Le sottocatacombe

28 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ascoltava il rombare del Sottobolide in lontananza, mentre se ne stava seduto in una poltrona. Pensava a sua Madre, a sua Nonna, a Pyotr, al perché Naziale l'avesse coinvolto in quest'avventura pericolosa. Se fossero stati presi, cosa sarebbe successo? Sarebbero stati gattabuiati per quanto? O c'era qualcosa di peggio, in serbo? Non lo sapeva. Non conosceva il serbo.

Sentì il mezzo fermarsi, ma non spegnersi. Ripartì. Gli sembrava s'inclinasse. Stava salendo. Vi era un rumore metallico. Forse era una rampa. Sentì qualcosa che si chiudeva, con un boato, dietro di loro. Seguiva attentamente il racconto dei suoni, chiedendosi cosa significassero, tendendo orecchie  peraltro già piuttosto estroverse. Seguì un sibilo lungo e continuo, e poi il Sottobolide partì fulmineamente imboccando chiaramente un percorso in ripida discesa. Scatto che rovesciò la comoda poltrona su cui sedeva mandandolo a gambe all'aria.

Naziale lo chiamò. Egli uscì dalla Torre Mobile e poi dal sottobolide.

«Dove siamo?»

«Più in basso di dove tu sia mai stato.»

Si guardava intorno, scrutando quell'ambiente cavernoso, spoglio, misterioso.

Il vecchio arzillo lo condusse attraverso un varco e si trovò all'improvviso in una vasta grotta intermittente di luci, persone, movimenti, trilli, scalpiccii – piramidi di schermi si stagliavano presso ogni parete, e monitor lungo le file di bancali con strane, mai viste tastiere nere di gomma, dotate di una striscia variopinta obliqua in un angolo. Varie persone si affaccendavano attorno ad esse, scambiandosi osservazioni, occhiate ed esclamazioni. Sui tavoli c'erano custodie colorate da cui spuntavano strani oggetti semi-rettangolari con due buchi nel mezzo, alcuni dei quali erano o venivano infilati in delle specie di scatole dotate di pulsantiera, che una volta attivate muovevano delle sporgenze rotanti all'interno dei due fori – un filo collegava tali bizzarri strumenti alla tastiera, e sugli schermi apparivano strane immagini dal rozzo e approssimativo disegno.

«Ho capito» mormorò Crispin argutamente «Siamo nel covo dei ribelli e questa è tecnologia avanzata per raggiungere e fondere i circuiti dell'Impero a distanza, torcere il suo oppressivo apparato di controllo ipnoinformatico, devastare il sistema»

«Sagace, molto sagace» commentò Naziale scrutandolo «Ma no, questi sono solo antichi home computer e videogiochi con cui amiamo divertirci»

«Certo, è quello che ho detto» replicò il figlio di Pyotr annuendo con serietà.

«Sai, è un convegno per appassionati di hardware preistorico – anche questa è una forma di ribellione: un rifiuto di utilizzare la tecnologia moderna programmata per seguirci, controllarci, raccogliere informazioni su di noi – come i nostri cerebronanochip» concluse con un occhiolino.

Crispin aprì una grossa O con la bocca e gli occhi si sgranarono come due uova sode attorno alle pupille «Ho dimenticato di spegnerlo! Sanno dove siamo!»

«Non preoccuparti, questo luogo è isolato, e dei particolari sensori hanno già individuato e spento il tuo chip mentre entravi»

«Tenente!» furono interrotti da uno dei giocatori. «L'aspettavamo. Venga nel covo segreto» e li precedette oltre una tendina di perline.

«Tenente?»

«Sì, è diminutivo di “nullatenente”». E lo seguirono.

 

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Telegiornali Oculari e Fasci Lampionari

26 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

I Telegiornali Oculari e i Fasci Lampionari veicolavano la notizia che dietro la disinformazione anti-inoculanale si nascondevano interferenze nemiche atte a erodere la fiducia del cittadino nelle Istituzioni. La fonte di queste ingerenze che minacciavano la stabilità e la salute sociali era stata localizzata su Marte, nello Stato denominato NovoVodka. Il cittadino doveva quindi stare all'erta, non farsi influenzare, o meglio infettare, dalla continua propaganda che si propagava come un virus, insinuandosi tra le crepe della Vera Informazione a Norma di Legge e colando nel cervello a formare una mistura cognitiva che confondeva o addirittura sostituiva la residente miscela di nozioni approvate, subdolamente riprogrammando gli schemi cerebrali. Non poteva esserci che una programmazione, quella di origine ufficiale, sanzionata dal Ministero del Libero Arbitrio – il quale aveva istituito una apposita Commissione per filtrare le Cattive Notiziacce Infondate (CNI), e difendere la popolazione dal rischio di diventare un gregge belante in mano al nemico. Ma la legge era legge, e il gregge era gregge. La Commissione, quindi, doveva fungere da cane pastore e ricondurre i poveri ovini nel recinto imperiale. Distribuivano anche spillette e adesivi con diciture come “Noi beliamo solo per l'Impero!” e “Gregge sì, ma con oculatezza!” e “Licenza di belare (per il nostro Imperatore)” e “Non fermerete noi individui, perché uniti siamo gregge!”. Vi era anche un Ufficio in cui si poteva denunciare chi non si atteneva all'Informazione Certificata di Origine Controllata, nel qual caso il denunziante assumeva il ruolo di “belatore”.

Pensava a tutto ciò, Crispin, mentre viaggiava sui marciapiedi mobili, osservando i soliti capannelli di gente impegnata ad assorbire informazioni attraverso le luci arancioni che accompagnavano le vie e costellavano i parchi dalla vegetazione floscia e annerita. Arrivò presso uno degli Ascensori per l'Interno, così si chiamavano le cabine che conducevano nelle Città Sotterranee. Si racconta che originariamente il termine “Interno” fosse differente per quanto riguarda una delle sue consonanti, ma che ciò fu cambiato dopo attenti studi di marketing. Entrò e selezionò il livello desiderato.

Vide scorrere luci, forme e ombre attraverso le vetrate, finché, sussultando, l'ascensore si fermò, e con un cigolio che sembrò un lungo guaito si aprì. Il figlio di Pyotr si affacciò nel variopinto squallore del mondo di sotto. Metteva tristezza e allegria contemporaneamente. Camminò lungo quelle vie sconnesse, decadenti e colorate, come abbandonate da lungo tempo, osservato od ignorato da sguardi spenti e braccia bighellonanti. Là sotto erano stipate le orde spinte fuori dal mercato del lavoro dalla nuova manodopera robotica nonché da quella migrante e che ora vivevano di quasi niente, di un sussidio più che magro denutrito, tenuto il più possibilmente basso per limitare il perenne gonfiarsi del debito pubblico – fenomeno consentito solo al centro dell'Impero – a SuperHamburger – da una parte vampirizzando le colonie, dall'altra ricorrendo alla vendita di Buoni Imperiali all'estero, ben sapendo che non li avrebbero mai restituiti: ad un sollecito del creditore, avrebbero semplicemente ricordato a quest'ultimo quale fosse l'ammontare della loro spesa militare, e come questa spesa militare poteva eventualmente essere utilizzata. Non era il caso di farli arrabbiare.

 

Trovò Naziale che l'aspettava con la sua Sottomobile, nel luogo concordato.

«Fila nella botola» gli disse «Non devi vedere dove andiamo».

 

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