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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Hello there

29 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Non si fermò per Deia. Ormai si era tuffata. Si scosse e riprese la sua fuga, si arrampicò per raggiungere una terrazza aggrappandosi a delle grate verticali. Raggiunta con le mani la superficie si issò. Il suo naso incontrò degli stivali neri, lucidi. Alzò lo sguardo e disse: «Salve!»

Le Guardie Imperiali lo stavano aspettando - massicci, arcigni e acefali, non sembravano particolarmente inclini alla conversazione. Lo tirarono su senza troppi inchini, presentazioni o strette di mano e lo trascinarono via. Fu inserito in una capsula, ma non spedito nello spazio.

La capsula, con lui dentro, fu a sua volta infilata nel sistema di tubature da trasporto veloce, e schizzò via verso la sua destinazione. Con la testa che rimbombava, stretto in una sorta di camicia di forza piena di cinghie, bendato, venne estratto da quella specie di uovo trasparente, e gettato in una cella vuota – per quanto non prima di aver tentato la fuga liberandosi dei suoi accompagnatori, schiantandosi mirabilmente contro una parete. Non sapeva cosa sarebbe accaduto ora.

Qualche stanza più in là, in quel labirinto di prigioni, stanze delle torture, e centri di raccolta informazioni di ribelli e sediziosi, c'era Babbo Naziale. Penzolava tristemente a testa in giù, appeso come un punching ball al soffitto. Non erano ancora riusciti a farlo parlare. Non era chiaro se fossero il coraggio e la forza interiore a impedirgli di rivelare qualche segreto, o più semplicemente l'alzheimer.

Attutito, ovattato, si udiva clamore, si intuiva un frastuono tutt'intorno.

Fuori, difatti, i sottoproletari e gli immigrati, in sintesi gli Inzaccherati, i Morti Arrabbiati, le Squadre Ribelli non ancora neutralizzate, stavano ingaggiando una strenua lotta contro le Guardie Imperiali, i Rullastrade, e i Robot Lavoratori, programmati per proteggere lo status quo in caso di bisogno. Non solo. Altri morti si trascinavano fuori dall'oceano, avvolti in alghe, fradici, impressionanti – anche gli alieni caduti in mare dal cielo, periti durante il tentativo di trovare una vita migliore nel ricco centro dell'Impero – la Terra – si erano destati. In aggiunta, fior di bidelle roteavano le loro ramazze elettroniche, brandivano le loro capre elettriche, usavano secchi come scudi – guidate da Mamma Arlanovich, arrivata in qualche modo lì con la slitta dalle renne robot di Babbo Naziale, guidata dalla nonna, morta e sempre più allegra, quanto ignara di quel che realmente accadeva. Le pareva una grande festa, con una grande parata.

Una grande festa che si stava svolgendo attorno al Palazzo Arancione.

 

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Una comunanza particolare

27 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

C'era sempre tensione tra alieni e terrestri, tra autoctoni e forestieri – all'interno delle classi basse.

L'Impero aveva organizzato le cose per bene, fomentando la classica Guerra dei Mondi tra Poracci – inducendo l'orizzontalità della lotta in luogo della verticalità che avrebbe trovato come obiettivo il Governo Imperiale stesso. I profughi alieni venivano stipati nel Sottomondo insieme ai sottoproletari emarginati dalla robotizzazione, nonché dagli stessi lavoratori alieni che, ancor più disperati e ricattabili, vendevano la loro forza lavoro a salari miserevoli. Altri per sopravvivere si davano alla delinquenza, e allo spaccio di Eccitatina. C'era quindi odio, venivano percepiti come invasori, criminali, usurpatori – e vivevano proprio in mezzo a loro, di fianco a loro, sotto di loro, sopra di loro. Erano un costante drappo rosso sventagliato davanti al toro del loro rancore e della loro disperazione. Ciò si manifestava con violenza verbale che si concentrava sulle differenze culturali, anatomiche e cromatiche – quando non diventava fisica. E la società bene, quella dei piani superiori, sofisticata e acculturata, che accoglieva gli alieni a braccia aperte li accusava quindi di razzismo, di xenocromofobia e quant'altro.

Ma ora che erano coperti di feci le cose stavano migliorando. Ora era tutto più chiaro.

Erano lo sterco e le feci delle classi superiori. Terrestri e alieni, insieme, inzaccherati dalla stessa merda. Erano finalmente diventati dello stesso colore. Era finalmente evidente che erano effettivamente uguali: erano entrambi la latrina della Società Superiore. Non era il compagno di disperazione a essere il nemico. Erano loro, lassù in alto, che li avevano gettati in una cloaca, li sfruttavano, li abbandonavano, li facevano lottare tra di loro per le briciole dei sontuosi banchetti di cui si ingozzavano, lottare come animali messi l'uno contro l'altro per scommessa, e li deridevano, li aizzavano, li tifavano – e quanto si divertivano a vederli azzuffarsi e alterarsi, le vene gonfie, gli occhi feroci, comodamente seduti nei loro triclini, divani e poltrone di seta e velluto tempestati di diamanti. Ma ora non era più così.

«Siamo nella stessa barca spaziale» avevano concordato tacitamente, le due fazioni di poveracci.

«Nella stessa barca spaziale di merda» avevano poi precisato, sempre tacitamente.

 salendo nella città, stavano salendo in un ring, e all'altro angolo c'era l'Impero.

 

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Cronache Novomarziane

25 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Navicelle Scorbutiche Militari e Squadroni Spazzapianeti erano partiti alla volta di Marte.

Grumpama aveva premuto il pulsante che apriva il sipario metallico sulla Stanza delle Vecchie Amministrazioni, il quale aveva rivelato un po' di vecchi e meno vecchi seduti attorno a un tavolo che giocavano a Risiko. Erano i vecchi Bis-Imperatori: Clintush, Bushama, e altra gentaglia dalla doppia faccia.

«Signori, ho bisogno del vostro aiuto» esordì Grumpama.

I Grandi Antichi dell'Impero si girarono lentamente verso di lui.

«Ho bisogno che mi confermiate che è ora di una nuova guerra».

Mentre erano tutti fissi su di lui, Bushama prese velocemente delle pedine dalla mappa del Risiko e  le nascose in tasca.

«La nostra equilibrata amica Millie Tary Klingon sostiene che i Novovodki e i loro amichetti siano dietro agli odierni disordini, che sono ancora in corso.»

«Davvero?» disse Clintush, spaesato «Credevo fossimo stati noi», aggiunse guardandosi attorno.

Poi lo sguardo gli cadde sulla mappa del Risiko, e si girò verso Bushama con aria sospettosa.

«Suggerisce la loro totale distruzione» riprese Grumpa «Oppure la via diplomatica: solo un bombardamento laser a tappeto in stile Dresda.»

I Depositari dell'Esperienza Imperiale annuirono saggiamente e si rivolsero di nuovo verso l'Imperatore in Carica, dicendo pressoché all'unisono:

«Tutte e due le cose. Nel dubbio è sempre meglio la Distruzione Totale. Seguita da un Bombardamento a Tappeto, per sicurezza, perché non si sa mai e, inoltre, perché il Complesso Militare-Industriale va aiutato. Adotta anche tu un Complesso Militare-Industriale, Grumpama. Noi ai nostri tempi l'abbiamo fatto!» e brillarono loro gli occhi (tipo dinamite) ripensando a tutti gli esplosivi che avevano fatto riversare sulle teste di alieni vari in giro per il Sistema Solare.

Concluso ciò, Clintush guardò Bushama e dopo una pausa disse: «Posso vedere cos'hai nelle tasche?».

Intanto, su Marte, la NovoVodka stava intercettando sui propri Radar Galattici le flotte imperiali in avvicinamento. La presenza di Squadroni Spazzapianeti rendeva la situazione piuttosto chiara. Si stava giungendo alla resa dei conti. La Terza Guerra Interplanetaria sembrava alle porte, le loro porte – e l'intero Sistema poteva esplodere in un massiccio e definitivo big bang. Poteva essere la fine del Sistema Solare così come lo conosciamo. I Novovodki cominciarono a sguainare la loro stessa Tecnologia Spaccamondi.

 

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Sulla strada

24 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Deia e Crispin balzarono sulla strada, mentre Babbo Naziale e il suo aguzzino passavano a urlare una nuova vocale nella Stanza del Supplizio, i Poliziotti della Squadra Maneschi spingevano da parte Madre Arlanovich, i Morti pullulavano ovunque, gli abitanti del Sottomondo cominciavano ad emergere dai tombini orribilmente inzaccherati, il Palazzo Arancione si apprestava ad attaccare la NovoVodka e Marte tutto, e il Gigante di Smeraldo cresceva e cresceva, verde luccicante, da qualche parte nell'universo.

I due fuggitivi in qualche modo si scalmanavano giù per la via, in mezzo a cadaveri che chiedevano loro l'ora, a cittadini che correvano intorno urlando, distratti dalla loro quotidiana esposizione ai rassicuranti fasci di luce e di Informazioni Certificate, velivoli che procedevano a testa in giù, antiche macchine rimesse in moto dai morti, che però procedevano oblique su due ruote, sottoproletari che facevano capolino dai buchi-entrata del suolo.

Diciamolo chiaramente. Crispin aveva di nuovo dimenticato di spegnere il Terminale Oculare, e le Forze Imperiali, divisione Rintracciamento e Morte, l'avevano individuato ed erano passati all'azione, sorpresi che la sua ubicazione corrispondesse coincidentalmente proprio con la sua usuale abitazione. Ma non era tutto:

i Rullastrade, con uno stridio e uno sbandamento posteriore, irruppero sulle carreggiate, negli spazi verdi e sulle strade mobili, forti delle loro enormi ruote schiacciatutto e presero a investire i cadaveri, a spappolarli, impastarli, stenderli, allungarli, pressarli, piastrificarli, appiattirli senza pietà, scagliando e sparpagliando le loro ossa dappertutto nell'impeto, ossa che si scontravano tra di loro creando strane melodie percussive xilofoniche, mentre «Uccidete i morti! Sterminateli! Annichiliteli! Mortificateli!» urlava Grumpama nelle orecchie dei piloti, connesse al Centro Operativo del Palazzo Arancione. Ovviamente era difficile evitare i cittadini durante queste scorribande e diversi venivano a loro volta presi sotto i rulli compressori, ma era tutto a posto perché i piloti si scusavano al volo e chiarivano «Questione di ordine pubblico!» senza fermarsi, in maniera tale da sopire qualsiasi polemica o incomprensione sul nascere, o meglio sul morire – cosa che faceva tirare un sospiro di sollievo agli eventuali parenti o amici o conoscenti presenti, rassicurati sulla situazione. «Ah, questione di ordine pubblico. Tutto a posto allora» si dicevano annuendo l'uno all'altro e se ne tornavano a casa tranquillizzati.

E quindi, dicevamo, Deia e Crispin eran lì che si lanciavano per le vie come se le vie fossero scarpate in cui buttarsi e rotolare lontano – ma un Rullastrade si era messo sulle loro tracce, li aveva presi di mira e li stava caricando – riempiendo tutta la larghezza della strada con la propria vastità rombante, da una parte edifici, dall'altra il Fiume della Morte, non lasciando scampo, se non quello di battere qualche record olimpico e vincere per la prima volta la sfida di velocità Organismo vs. Macchina. Che in effetti era un po' improbabile.

Ma un subitaneo cancello a destra invitò Crispin ad aggrapparsi, arrampicarsi e scavalcare al grido di «Seguimi! Di qua!» – e nel buttarsi dall'altra parte si stava già girando per assicurarsi che Deia avesse seguito. Ma non c'era. La vide per una frazione di secondo mentre si gettava nel fiume, dall'altra parte, il cosiddetto Fiume della Morte, a causa dell'inquinamento e delle lontre radioattive mangiauomini, proprio un attimo prima che il Rullastrade passasse dritto per la strada, in un clamore di boati e polvere.

 

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Una visita inaspettata ma non troppo

22 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«È su Edos» disse la nonna, ingurgitando un pasticcino. Subito dopo si udì battere alla porta, con sobbalzante trasalimento generale (esclusa nonna). Corsero all'uscio. Madre sbirciò attraverso la finestra a destra dell'entrata. Si girò verso di loro inacidita. «Cosa avete combinato?»

Crispin guardò Deia, e si avvicinò alla finestra, mentre la porta subiva altri colpi, assestati con accresciuta violenza, tanto che la si vedeva vibrare e l'intonaco della parete cominciava a cadere come forfora.

«Signora Arlanovich, ci faccia immediatamente entrare» gridò una voce rozza e rauca. Crispin guardò le tre donne con gli occhi fuororbitanti, nonché battendo i denti con una mano in bocca, cosa non particolarmente sana per la menzionata mano.

«Dobbiamo scappare» disse Deia. «Mamma, non c'è tempo per spiegare, ma noi siamo dalla parte dei buoni – almeno credo» proferì Crispin, scuotendosi – e si diresse con la sirena verso le scale della cantina. Intanto la porta veniva scardinata dalla posizione che era nel suo pieno diritto occupare, schiantandosi sul pavimento, aprendo la visuale su un drappello di poliziotti in tenuta antisommossa, caschi con visiera, giubbotti antilaser, armi, bagagli e ghigno feroce sul grugno d'ordinanza. A una simile intrusione feroce, disordinata, vandalica e distruttiva nel suo sacro focolare domestico, Madre Arlanovich sbuffò fumo nero dalle narici, sostituendo l'iniziale espressione incredula, con una oscillante tra il furioso e il furibondo, e agguantando la sua ramazza elettronica di fiducia, urlò «Come diamine di poffarbacco osate?», mentre roteava l'attrezzo come un bastone da kendo o come delle nunchaku, improvvisamente mutata in un'esperta di arti marziali marziane (anche la Repubblica dei Ming era stata esiliata su Marte) dalla collera che la faceva sembrare un dragone rosso di furore – una paonazza con la ramazza. Le Notizie Poliziesche Ufficiali del relativo Bollettino vi direbbero che i tutori dell'ordine non erano impressionati, ma mentirebbero.

Nel mentre Deia e Crispin stavano scendendo a rotta di callo le scale della Cantina, pensando e sperando di sfruttare nuovamente la sua Multiformità salvifica che li aveva tratti d'impiccio in precedenza, ma, come si sa, c'è sempre un ma. Delle voci. Rauche e rozze. Provenivano proprio da di sotto. In qualche modo, la Polizia Imperiale aveva trovato un accesso alla Cantina, e li stava cercando. E loro stavano per gettarsi affettuosamente tra le loro braccia. Pur con l'apparato cardiorespiratorio in pieno e pulsante allarme, i due si pietrificarono, gli occhi sgranati reciprocamente fissi in quelli dell'altro, e senza emettere un fiato risalirono precipitosamente con uno slancio comunque teso a rispettare un coerentemente non detto voto del silenzio che

 

CRAAASSSSSHHH

 

si ruppe proprio sul più bello insieme ad un vaso che schiantandosi a terra, e per il principio dei vasi comunicanti, comunicò alla gente di sotto che era ora di diventare gente di sopra.

Il Capitano del Drappello Addetto alla Porta li vide passare di corsa, sbirciando nel ventaglio di movimenti ipnotici che Mamma Arlanovich persisteva a roteare minacciosamente davanti ai suoi occhi, un gioco di prestigio che le stava valendo diversi applausi da parte del gruppo, ormai conquistato dall'ammirazione per la donna - «Eccoli!» esclamò l'uomo in posizione di comando «Presto inseg...»

 

SDDEEEEEEEENG

 

stavolta la bidella casalinga inferocita non si limitò a illustrare circonferenze nell'aria, ma disegnò anche un'ammaccatura sull'elmetto del Capitano, il quale reagì serrando di botto la visiera facciale, interrompendo il suo comando con un CLUNK a cui seguì un bofonchìo ovattato – ciò mentre Deia e Crispin contemplavano l'utilità di una finestra quanto non avevano mai fatto prima.

 

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Kirsten Roupenian, "Cat person"

21 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #racconto

 

 

Catperson

Kirsten Roupenian

Einaudi, 2017

 

Cat person è un libro di racconti scritto da Kirsten Roupenian che prende il titolo dal primo della raccolta, diventato famoso in quanto pubblicato sul New Yorker e leggibile in lingua originale gratuitamente qui. Personalmente ho letto solo questo racconto che mi ha suscitato parecchie riflessioni che vado a sviscerare. Non so se avvertire di eventuali “spoiler” in quanto il racconto è breve e si basa più sui dialoghi che sulle azioni, in ogni caso almeno lo scheletro della trama sono costretta a svelarlo.

Margot è una giovanissima studentessa universitaria che incontra Robert, uomo più maturo. Un sorriso, una battuta, ci scambiamo i numeri di telefono? Si, perché no? Messaggini, emoticon, cuoricini, battute, sciocchezze di quando un flirt inizia, come trasferire ciò che potrebbe nascere tra di loro sui loro gatti in una dimensione di invenzione che ha come scopo tastare la realtà dei loro sentimenti. Poi un giorno decidono di mangiare insieme, complice una scusa banale. Nulla di preordinato, solo per rompere il ghiaccio. E alla fine l’appuntamento. Un film, un bar fino alla conclusione totalmente deludente per lei, che decide di non vederlo più. Ma non finirà così. Un’ultima serie di messaggi sempre più sgrammaticati da parte di Robert, che culminano in una parola atroce e squallida, chiude il racconto e verosimilmente la relazione tra i due.

Ora, leggendo in giro commenti da parte di persone certamente più titolate ed esperte della sottoscritta, Catperson rappresenterebbe le modalità con cui oggi si instaurano relazioni di tipo sessuale/affettivo ai tempi dei social e di internet. Ed è questo che non mi ha convinto per nulla dopo averlo letto. Perché il racconto è scritto in maniera incredibilmente realistica, tanto che è facilmente intuibile come la scrittrice si rifaccia a un evento autobiografico, come lei stessa dichiara in una intervista, ma non è questo il punto. A me è parso che il problema principale tra Margot e Robert non sia WhatsApp ma proprio il modo in cui i due si relazionano tra di loro. La narrazione si svolge tutta dal punto di vista di lei, tanto che noi sappiamo su Robert esattamente ciò che conosce la ragazza e, come lei, ci facciamo un’idea che poi cambiamo, eventualmente, durante il racconto. Ciò che principalmente salta all’occhio è come Margot sia vittima di una educazione tipicamente femminile e sbagliata per cui i comportamenti di lui vengono misurati in base alle azioni di lei. Una smorfia bevendo, uno sbadiglio di troppo al cinema, l’ammissione di non essere maggiorenne (negli USA lo si è a 21 anni e lei ne ha uno di meno), un abbigliamento troppo casuale vengono messi immediatamente in relazione di causa-effetto con qualsiasi manifestazione di lui che potrebbe essere un segnale di non apprezzamento: un silenzio troppo prolungato, un sorriso a metà, una battuta infelice. E non solo. Nonostante lei si renda conto che lui è forse un po’ infantile per la sua età, che non sia delicato nelle manifestazioni fisiche e affettive, nonostante oscilli continuamente tra il timore che lui sia carino e affidabile o un potenziale serial killer, decide di far prendere alla serata una certa piega, e solo quando si rende conto che lui è brusco, forse poco esperto e vorrebbe ritirarsi, non lo fa. Perché? Perché non vuole sembrare una bambina forse. O perché non vuole offenderlo. Insomma, perché le hanno insegnato che una donna non può cambiare idea quando lancia il sasso, sennò “che figura ci fa?”. Pazienza se trascorre la durata di un amplesso penoso a ridere o sentirsi idiota per ciò che sta facendo. Lui poi è evidentemente un uomo sentimentalmente educato dalla pornografia: non viene detto esplicitamente ma le parole profferite, i gesti, la goffaggine fisica che provoca fastidio in chi la subisce, francamente ridicoli e inadeguati ad un primo appuntamento, lo svelano. Anche qui: internet può avere avuto un peso quando era un adolescente, ma non certo nella relazione con Margot. Il danno è stato già fatto. La decisione che prende poi Margot di “volatilizzarsi” (nel racconto originale viene usato il termine “ghosting”) non è certamente figlia dei nostri tempi. Dacché mondo è mondo gli amanti delusi se la sono data a gambe levate, fuggendo altrove o staccando telefoni fissi.

Se proprio vogliamo dirla tutta internet, i social, la messaggeria istantanea, hanno amplificato e reso più facile comportamenti tra esseri umani che esistevano prima. Premesso che affettività e sessualità sono ambiti personalissimi che ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, è pur vero che una superficialità nelle relazioni, una certa fretta nell’approfondire il lato intimo in assenza di una vera conoscenza, aumentano la probabilità di restare delusi. Applicare l’algoritmo “Ti provo, mi fai schifo, ti lascio” ha più a che fare con una modalità usa e getta e consumistica delle persone, viste più come un vestito che deve calzarti perfettamente da subito, altrimenti lo riponi nello scaffale, manco l’idea di fare un orlo o una modifica, come si faceva un tempo. No. Si è sostituibili al primo fallimento, punto.

Si ha una visione del sesso legata a modalità di tecniche e fruizioni legati a modelli irreali in cui uomini e donne sono oggetti di carne. Questo è il vero problema tra Margot e Robert e chissà quante coppie di esseri umani che si incontrano e ci provano. Vanno continuamente al fast food e poi ci restano male se non trovano la tartare di fassona. E certo il problema non può essere imputato al fatto che hanno prenotato via internet. Quello era solo un mezzo come tanti altri. Margot e Robert avrebbero pure potuto vedersi frettolosamente un paio di volte alla cassa dove lei vendeva Red Vines, scambiare ogni volta due battute informali e poi decidere di uscire senza veramente conoscersi. Noi stessi lettori non conosciamo veramente Robert ma non possiamo avere un’idea di lui da quegli ultimi farneticanti messaggi, quell’ultima durissima parola che le indirizza, intrisa di anaffettività, rabbia, delusione, cattiveria, perché, per come sono andate le cose, siamo sicuri che noi non avremmo reagito allo stesso modo?

Come sempre accade, dovremmo iniziare a rivedere non il mezzo in sé, ma le modalità con cui ne usufruiamo e riflettere sia sul fatto che le persone possono non essere sempre sincere, (per cui: diamoci tempo per conoscerle, sai che bellezza salire in macchina con uno ed esorcizzare tutto il tempo sul fatto che lui potrebbe essere un sadico stupratore con battutine sceme e risatine isteriche), sia sul fatto che occorre lavorare ancora parecchio sulla consapevolezza da parte di entrambi i sessi sulle modalità di rapportarsi, sulla consapevolezza di se stessi e delle conseguenze delle proprie azioni, che non possono affidarsi a stereotipi o pressioni sociali. Almeno, questo è ciò che io ho letto in questo racconto. 

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Caos e Delirio

20 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #fantascienza, #racconto

 

 

 

 

I Tg, in ogni loro formato e modalità, erano costipati di notizie e allarme. Da una parte ci si compiaceva dei Ribelli arrestati, scovati nel SottoSottoSuolo (e qui apparivano immagini del Comandante dal labbro tremolante), sediziosi anti-imperialisti sedotti dal Lato Non Particolarmente Illuminato della Forza, o così sostenevano i mezzibusti, dall'altra vi era l'emergenza dei Morti dal Sonno Eterno Problematico, o Disturbato, che stavano mettendo a ferro e fuoco le città.

Come se non bastasse, questi Canali Imperiali, nell'insieme denominati TLCP, acronimo di Trasmissioni per il Lavaggio del Cervello Pubblico, cominciavano a insinuare che l'origine e causa di questo fenomeno potesse forse esser attribuita alla NovoVodka e alla sua coalizione di stati marziani – o così leggevano sulla velina mandata dal Palazzo Arancione (senza citare la fonte).

L'Impero avrebbe risposto?

Questi canali comprendevano la NBC, stante per Notificazione Baggianate Clamorose, la CNN, per esteso Comunicazione Notizie Nonvere, la BBC ovvero Bombardamenti di Bufale e Cavolate, mentre in Stivalonia era di base la RAI, forma contratta per Reiterazione di Assurdità Inventate.

Verso sera si udirono in divese città ripetute esplosioni seguite da uno sgorgare massiccio e roboante, accompagnato da un fetore ignominioso e indescrivibile, ma soprattutto irrespirabile.

In breve, erano di nuovo esplose le condutture fognarie dei Residenti di Sopra, le quali stavano dunque tempestando e diluviando sostanze orrorifiche da basso, nel Sottomondo e sui suoi abitanti.

Il Palazzo Arancione diffuse subito la notizia che l'accaduto era opera dei Ribelli, i quali messi alle strette avevano optato per la Strategia del Caos, l'esplodere feci ovunque per passare camaleonticamente inosservati. Ci furono altresì interferenze nelle Connessioni Oculari dei cittadini da parte dei Ribelli stessi, i quali a loro volta sostenevano specularmente che i colpevoli fossero i Governanti, i quali volevano definitivamente affogare la popolazione sottoproletaria nella merda (come se non lo fossero già a sufficienza), risolvere così il problema della disoccupazione e risparmiare sui Sussidi, nonché riappropriarsi di vaste quantità di nuovi cadaveri da cui suggere energia, dato che attualmente i vecchi sembravano proprio non volerne più sapere di rimanere buoni buoni nelle loro tombe succhialinfa. Ad ogni modo, a quanto pare apparentemente entrambi concordavano sul fatto che la faccenda puzzava. E che la versione degli altri fosse puro Delirio.

 

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Grumpama, nemiciamici

18 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La faccia di Grump sparì, spinta via dalla faccia di Bombama – sullo stesso collo.

«Ih Ih Ih» ridacchiò con le gengive ben in vista, mentre cercava il suo compare sporgendo le pupille agli angoli degli occhi. «Qualche problemino Ronald?»

«Taci, Bomby. Nessuno ti ha invitato a uscire dalla tua fogna» bofonchiò l'altro, dal lato.

Le facce si spingevano a turno di lato per conquistare il centro della testa e parlare.

I morti traboccavano nelle strade, sembravano quasi tracimare dai monitor all'interno della Sala Operativa del Palazzo Arancione. Li si vedeva digrignare, morsicare lampioni, dare testate agli edifici.

«Che ne dici? Potresti fermarli con un bel bombardamento a tappeto! Io l'ho fatto su sette pianeti. Ho sganciato 213.747 missili solo nel mio ultimo anno di presidenza!» si vantò Bombama con benmostrato orgoglio.

«Pfff, bazzecole – io ero a 213.748 a giugno, figurati quanti altri ne avrò sparati fino ad ora»

«Lo vedi? Sei incoerente. Dicevi che avresti smesso con gli interventi militari»

«Perché, tu durante la campagna elettorale non avevi duramente criticato l'invasione dell'Urak, salvo poi fare sfracelli ovunque?»

«Beh, lo sai anche tu come va. Anzi, lo sai soprattutto tu. In campagna si dice qualsiasi cosa pur di prendere i voti dei gonzittadini

E risero entrambi stupidamente insieme, per poi tornare corrucciati e cagneschi subito dopo.

«Mandate i Rollastrade Spuntonati!» gridò Grump alla Sala Operativa.

Ora gli schermi mostravano morti effettuare telefonate anonime, alcune minatorie altre scherzose, e altri rovesciare vecchie macchine così tanto da farle tornare sulle ruote dopo un giro completo, rendendo l'intero sforzo discutibile. Il caos sembrava fuori controllo. Uno di quelli che prima abbaiavano ai passanti, ora stava abbaiando ad un cane, ricambiato. Sembrava volesse correggergli la dizione.

Le facce di Grump e Bombama furono a loro volta spinte improvvisamente via da quella di Millie Tary Klingon che urlava: “SANGUE SANGUE SANGUEEE!!! Questi morti sono stati liberati dai Novovodki! Stanno interferendo! Voglio la Terza Guerra Interplanetaria, subito! Voglio vedere Vladimir Ilic Putinovic sodomizzato a morte!”.

Grump diede un pugno alla faccia di Millie Tary Klingon che si stagliava sul proprio collo.

 

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L'Abisso del Popolo

16 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza


 

 

 

 

Deia non era passata inosservata. Quel che aveva detto, in quel contesto, si era inserito come il pezzo mancante in un circuito che una parte della popolazione aveva ormai costruito nella propria testa, che metteva in dubbio l'intera organizzazione Imperial-Inoculare: la discutibilità del profitto come fine ultimo della sanità, e l'equivalenza tra profitto e salute. C'era qualcosa che, curiosamente, non li convinceva del tutto. Ma dato che la Scienza era giusta, che gli Espertoni capitanati da Tronfio Pomposi e Boria Tracotanza avevano affermato che le cose stavano proprio così, e lo avevano detto con parecchia parecchia convinzione, chi erano loro per dubitare? Nonostante ciò, una sensazione di indefinito disagio, una vaga inquietudine non ben identificata, continuava a serpeggiare e sibilare, suggerendo scetticismi privi di definizione e forma. Il profitto è salute... perché il profitto ci fa stare bene. Fa andare avanti la società. Quindi la società è in salute. Quindi io sono in salute... perché sono parte della società. Certo, sono in salute. Non ci può essere salute senza profitto, no. O sì?

Si vergognavano di quella domanda che si inseriva subdolamente alla fine, rivelando la loro incertezza, qualcosa di socialmente sconfortante, che ormai bordeggiava con il sacrilego. E la Scienza era giusta, assoluta e immutabile. Quindi non c'era pericolo. Bisognava Inocularsi per ogni cosa. Anche contro gli Inoculi. Prendere pillole per qualsiasi cosa. Anche per smettere di prendere pillole. Erano sane. E salutari. Perché producevano profitto. Ma se lo scopo ultimo era il profitto... non poteva essere che... Come potevan esser sicuri che... Poi tutto si confondeva e non riuscivano a continuare e formare un'ipotesi completa, un concetto compiuto. Del resto, era chiaramente un ragionamento troppo difficile: come si potevano scindere Salute e Profitto? Impossibile! Ridicolo.

Deia fecondò l'ovulo dei loro timorosi dubbi soppressi – ed essi cominciarono a concepire coscientemente ciò che li tormentava nella prigione del loro raziocinio ammanettato, perché colpevole. Il Profitto è Salute... Il Profitto è Salute? Il Profitto è Salute... la Salute di chi fa Profitto. Noi ne profittiamo? No? Quindi significa che il Profitto è più importante della Salute generale. Che la Salute di chi fa Profitto è più importante della Salute generale. Quindi la Scienza, se è al servizio del Profitto, potrebbe non essere al servizio della Salute generale. Potrebbe non essere poi così salutare. Cosa gliene dovrebbe importare, se il fine è profittare?

Eppure quello era il progresso finale a cui si era giunti. Potevano le istituzioni e gli esperti star tutti sbagliando? O, addirittura, mentendo? Si sentivano folli a confessarsi questi pensieri. Se mai avessero osato pronunziare questi dubbi ad alta voce, sarebbero stati emarginati. Forse dovevano nascondere tutto in una botola in fondo al cervello, spostarci un mobile sopra e dimenticare. Un mobile in stile Impero. Sarebbero stati scherniti, derisi, declassati. Spediti nello spazio profondo in una capsula con una limitata scorta di carta igienica. O infilati nel rinomato Strizza Ossa Imperiale. Dovevano assolutamente evitare di pensarci.

Ma appariva loro l'immagine di un tale che si sprimacciava lentamente una lunga, folta barba, bofonchiando pensosamente: «Può essere, può essere – o forse potrebbe essere un pensiero di importanza capitale».

In qualche modo, Karl Mars, il Condivisionista, sorgeva come un archetipo da qualche rovina dimenticata del loro immaginario collettivo. E poi appariva Deia che forniva loro le nozioni mancanti, agghindata e splendente su quel palco. Se la Scienza era in mano al profitto privato delle Multiplanetarie, significa che potevano potenzialmente rendere Scienza qualsiasi cosa esse decidessero vendere, salutare inutile o nocivo, e i passivi adepti della Sacra Scienza avrebbero semplicemente ripetuto, assorbito e digerito. Venduto e comprato. Se la Scienza era in mano alle Multiplanetarie, allora anche la Sanità Imperiale lo era, perché si basava sulla Scienza. Sulla Scienza finanziata dalle Multiplanetarie. Che poi diventava Legge.

E Miss Vaccino non aveva parlato di corruzione?

Si servivano di loro. Proprio come si servivano di loro anche nella tomba, oltre che per tutta la vita. E loro non si sentivano affatto sani. Non si sentivano affatto in salute. Non si sentivano affatto felici. E avevano pure una certa fame. Era del resto l'ora del tè con i biscottini.

Doveva essere per questo che il nuovo Inoculo della CSK era quello contro una vecchia malattia contagiosa chiamata Rivoluzione.

 

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Frammenti sincroni

14 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«I morti stanno tornando?» esclamò la tv ologrammatica, accompagnata dal tintinnare di tazzine e dallo sbriciolarsi di biscottini. Crispin e Deia emersero dalla cantina, e si affacciarono sulla cucina.

Madre stava facendo merenda con nonna.

«Ah... ciao mamma, ciao nonna, questa è una mia amica». La sirenetta sorrise loro.

«Una tua amica? Tu non hai amiche» gli rispose la genitrice, mentre la nonna si levava la dentiera e la puliva dai detriti.

«Beh, allora non è una mia amica – è solo una tizia con cui condivido degli interessi.»

«Interessi? Tu non hai interessi». La nonna sorrideva mostrando le gengive.

«Ma sì, lo sai, gli Inoculi, la rivoluzione, cose così»

«L'unica volta che ti sei preoccupato degli Inoculi è stato quando ti hanno Inoculato. O meglio, eri preoccupato dell'ago, più che altro. La rivoluzione interessava a tuo padre, non a te: ti confondi. Ma forse ti interesserà sapere che c'è un nuovo Inoculo contro la Rivoluzione».

Nonna tentava di rimettersi la dentiera, ma non riusciva a infilarla dalla parte giusta.

«Ad ogni modo, Deia, cara, piacere di conoscerti: non ti consiglio di farti vedere in giro con lui, la gente potrebbe pensare tu sia strana, cominciare a evitarti, cambiare lato della Strada Mobile quando ti avvicini. Lo faccio anch'io quando lo incontro fuori casa. Ma non ti ho già vista da qualche parte?».

Crispin la trascinò via, attraverso il corridoio. Passando di fianco ad una finestra, percepì movimenti  inusuali all'esterno. Guardò fuori. C'erano gruppi di persone sbrindellate, consumate, parzialmente mangiate, che si trascinavano per strada, caracollando innaturalmente.

«Un momento» borbottò volgendosi verso Deia. «Ora che ci penso, mia nonna era morta.»

Tornarono indietro e Crispin entrò in cucina, fermandosi davanti alla strampalata vecchietta.

«Sono tornata» disse lei, prima di riprendere a sorseggiare il tè, osservata dalla figlia.

«Che diamine accade?» esclamò la losca figura avvolta in un mantello entrando a grandi falcate nella Sala di Monitoraggio Globale, costellata da cataste di monitor e fasci di bandiere hamburgerstrisciate. Il Palazzo Arancione, centro dei comandi dell'Impero, era perplesso dai recenti sviluppi. Ronald Grump fissava corrucciato le immagini provenienti da tutta la geosfera terrestre, con un'espressione che lo faceva sembrare una via di mezzo tra un babbuino e un macaco dal vello rigorosamente arancione e posticcio. Gli schermi mostravano morti che uscivano dalle tombe, e si riversavano in strada. Emise qualche suono disarticolato e rabbioso, tra un ringhio e un gargarismo, finché riuscì ad emettere: «Mandate l'esercito! Rimetteteli nelle tombe! Un esercito di becchini! Armate tutte le pompe funebri! Riseppelliteli! Ur-gen-te-men-te! Nessuna pietà per i morti!».

Era molto preoccupato. Lo sfruttamento energetico dei morti manteneva in funzione l'intero Palazzo Arancione e l'apparato imperiale. E lui questa sera aveva intenzione di guardare la partita di Fluffball, detta Pallafuffa. Come avrebbe fatto senza elettricità?

«Donaci un po' di informazioni, Babbo» ghignò sadicamente Fiorello, soprannominato La Guardia, rivolgendosi al vecchietto rubicondeggiante, che sorrideva soavemente.

«O lo sai cosa accadrà» mormorò sinistramente, mentre l'espressione diventava ancor più minacciosa, e l'indice si avvicinava ad un pulsante. Babbo cominciò a sudare.

«Per voi ho solo carbone» rispose audacemente. La faccia del suo aguzzino si serrò rabbiosamente, e l'indice scattò sul pulsante.

All'improvviso l'aria fu tagliata dall'agghiacciante canto di una zitella country che magnificava gli ideali di SuperHamburger, menzionando tutte le sue conquiste più nobili, dallo sterminio delle indigene tribù degli uomini pennuti, che abitavano le lande su cui sorse, ad Enola Gay, una coraggiosa madre di famiglia che decise di sgominare da sola i Giappolesi con alcune bombe pasticcere extranucleari che aveva costruito in cucina con un frustino, una scodella, delle uova, della farina, dello zucchero, una catapulta e un po' di plutonio. E quelli rimasero davvero molto giappolesi, i pochi che sopravvissero, quantomeno. Ad ogni modo, la petulante vecchietta country cantava con stridula passione, e quella stridula passione traforava come ferri da uncinetto le orecchie di Babbo Naziale, e dalle orecchie procedeva diretta al cervello. Egli strizzava e allucinava gli occhi in smorfie psicoisteriche che non mancavano mai di sorridere esageratamente con denti che si stringevano verticalmente sino a scricchiolare come una valanga di rocce in procinto di valangare. Ma riuscì a non fiatare. Imperterrito, Fiorello alzò il volume mentre i perfidi occhi gli affondavano ancor di più nelle orbite scure. Babbo ridacchiò sbarrando lo sguardo e all'improvviso sbottò in ripetuti «JINGLE BELLS, JINGLE BELLS», al ché il mastino gli si parò davanti, a un millimetro dalla faccia, e urlò: «DICCI DOVE SI TROVA PYOTR ARLANOVICH», finché entrambi cominciarono ad urlarsi addosso vocali senza senso, naso contro naso, fronte contro fronte, per un po' di tempo, a piacimento.

 

Continua...

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