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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Nassim Nicholas Taleb, "Antifragile"

14 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

Antifragile

Nassim Nicholas Taleb

Il Saggiatore, 2013

 

Antifragile è ciò che guadagna dalla volatilità e dal caos. Mentre il robusto resiste agli urti ma non cambia mai, e il fragile, al minimo cambiamento, soccombe, l'antifragile migliora. Come? In diversi modi, ovviamente, dato che questo aggettivo si può adattare a diversi sistemi. Uno è l'organismo umano con la sua adattabilità a condizioni anche alquanto estreme e a cui passare dal solleone alla neve, da un'abbuffata domenicale ad un bel digiuno, non nuoce, anzi, stimola il metabolismo. Anche le società possono essere Antifragili. Una collettività che, faccio due esempi assurdi, da una crisi economica o da una pandemia, trasformasse il problema in una opportunità per rivedere le modalità di lavoro e trasporti, la socialità, il modello di sviluppo o di sanità pubblica in senso più umano, equo ed ecologico sarebbe Antifragile. La stessa società che, per dire, fronteggiasse i medesimi imprevisti irrigidendosi in milioni di regole spesso contraddittorie, coartandosi in una comunicazione terroristica, puntando la risoluzione su un unico fattore non efficace al 100%, e fomentando le divisioni sociali, sarebbe estremamente fragile, con le conseguenze immaginabili. Taleb a volte in maniera condivisibile, a volte con opinioni davvero fuori da ogni convenzione, ci illustra i punti di fragilità del mondo in cui viviamo: medicina, economia, politica, scuola. Non è importante essere d'accordo o meno con lui, è importante a mio avviso cogliere lo spirito di chi offre un punto di vista alternativo, non polarizzato nelle solita dicotomia da etichetta che sa di già visto o già sentito. Un libro, come il precedente Il cigno nero, che mette ottimismo, perché ci invita a danzare nel caos, a capire che non tutte le regole vanno rispettare per il bene collettivo, che pensare di avere il controllo non è mai una cosa troppo buona. Uno dei meravigliosi messaggi che si coglie tra le righe è proprio quello di accogliere l'imprevisto nella nostra vita, benedirlo, perché quello è la vita, non l'ordine fittizio che noi esseri umani abbiamo di classificare le cose per fare finta di capirle. Taleb ci ricorda che l'antifragile in noi è proprio ciò che viene dal profondo: la cultura per ciò che amiamo, avere opinioni coerenti con noi e non con i nostri interessi, il lavoro artigianale, l'accettazione del fatto che non tutto può essere compreso, ma deve sempre essere vissuto. Tutto ciò che resiste al tempo, insomma, come i grandi classici della letteratura, il buon vino e il buon senso della nonna. Dopo avere finito questo saggio viene semplicemente voglia di lasciarsi andare al caso, correre un rischio, sperimentare una forma qualsiasi di ristrettezza, perché, come ci insegnano i maestri spirituali, quello che ti spezza non è cadere in sé, ma l'urto con il terreno, duro e rigido come certe convenzioni dure a morire.

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Il capo perfetto

8 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Blanco non è un capo perfetto, e lo si vede dai primi minuti del film. Ha un atteggiamento paternalistico  con i suoi dipendenti, non disdegna di fare il galletto con qualche bella e giovane stagista, li usa come operai nei giorni festivi, però li aiuta come può nei loro problemi privati perché i loro dolori affliggono anche lui, a suo dire. In realtà è più preoccupato dell'afflizione delle sue tasche causata da lavoratori distratti o preoccupati. Non è cattivo, è un po' vanesio. Se fosse davvero perfido, non si perderebbe negli imprevisti che gli accadono proprio la settimana prima di ricevere l'ennesimo premio prestigioso: un lavoratore licenziato che protesta, una stagista arrapata ed arrivista, una tresca tra dipendenti che sta mandando in tilt il cornuto di turno. Quando le sue strategie da signorotto di provincia falliscono miseramente (e giustamente), passa alle maniere forti, ma da neofita, le farà sfociare nel dramma per sé e per gli altri. Film gustoso, Bardem regala una gamma di espressioni facciali meravigliose a ogni fotogramma, l'umorismo è corrosivo, di buonismo manco l'ombra, nessuno si salva, tantomeno quelli che parrebbero le vittime della situazione. Una descrizione realistica del mondo delle aziende, dove di facciata ci sono regole rigide ma che scavando leggermente mostrano il peggio dei vizi umani, su cui amabilmente si glissa per amore del profitto. Il capo perfetto è come il medico pietoso: fa danno. Come diceva Blanco senior "ogni tanto occorre truccare la bilancia per farla stare in equilibrio", e chi lo nega è ipocrita o nato ieri.

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Cristò, "La meravigliosa lampada di Paolo Lunare"

4 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

Cristò

Terrarossa Edizioni, 2019

 

 

Paolo, nonostante il suo ominoso cognome, decide di inventare una lampada che produca luce solare, per regalarla alla moglie per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio. Dopo tre anni l'opera è compiuta, ma non è ciò che il pover'uomo aveva immaginato: la luce prodotta è fioca, pallida e mostra immagini di un'altra dimensione. Petra, ignara di ciò che suo marito fa ogni notte da tre anni e sospettando addirittura una di lui relazione extraconiugale, nel suo rimuginare ci rivela una storia lunga almeno trenta anni, fatta di omissioni e di bugie nei confronti di Paolo. Ognuno di loro, grazie alla prodigiosa lampada, scopre che la propria vita non è proprio come gliel'avevano raccontata. E quindi? Cambierebbe davvero qualcosa se scoprissimo che qualcosa di fondamentale nella nostra vita è falso? Soprattutto cosa è fondamentale? Come noi ci raccontiamo la nostra vita o come ce la raccontano gli altri? Cristò non ci offre una sua risposta. Ci suggerisce che alla fine sono più importanti i sentimenti, ecco, su quelli sarebbe meglio non mentire. Nel racconto le persone mentono per debolezza, per non fare soffrire gli altri, per non ammettere le proprie paure. Perché sono umani in definitiva. E per questo motivo finiscono per espiare questi momenti di omissione o menzogna con una infinita e alienante coazione a ripetere gesti stereotipati e ormai svuotati di senso, secondo la migliore morale cattolica. Anche qui lo scrittore non ci fornisce la sua opinione ma parrebbe accettare questa etichettatura come ragionevole o corretta. Morire di sofferenze dopo avere vissuto nella sofferenza della bugia, senza nemmeno la possibilità di redenzione. Una vita privata di senso in ogni sua manifestazione quindi. Una vita che non auto-ripara le sue ferite perché, nonostante la storia proceda su un binario di salvezza, l'ultima parola del racconto rovescia di nuovo qualsiasi apparenza evolutiva nei nostri comportamenti. Per quanto possiamo specchiarci in certi sprazzi della luce fisica che la lampada di Paolo ci regala, non credo di avere visto il riflesso di ciò che è la Vita. Non per il senso che le do io almeno.

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Ferenc Karinthy, "Epepe"

9 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Qualche settimana fa ho letto la notizia di una signora sordomuta che doveva andare a Bologna ed è finita in Polonia. Mi è tornata in mente questa assurda notizia leggendo questo libro di cui sentii parlare qualche anno fa, a seguito della pubblicazione di Adelphi. A Budai, linguista ungherese, accade la stessa cosa, con la differenza che lui finisce in una nazione misteriosa dove si parla un idioma incomprensibile e di cui lui non riesce a cogliere nemmeno i suoni, tanto sono pronunciati in maniera bizzarra, e dove la gente conduce una vita caotica e frenetica, perennemente in coda o occupata ad accapigliarsi, litigare e inveire. Budai usa ogni trucco possibile per cercare di ricostruire l'oscura sintassi facendo ricorso a tutte le sue conoscenze di poliglotta, insegnandoci diverse sottigliezze sullo studio delle lingue e la loro classificazione ma non risolvendo nulla di fatto. Nemmeno i gesti sono un linguaggio universale e ammesso che l'amore, inteso in senso più fisico che mentale, lo sia, non offre che una pausa ristoratrice nella confusione da cui Budai è avvolto. La situazione precipita abbastanza velocemente, il protagonista si accontenta di sopravvivere e Epepe, sempre che si chiami così e non Dede, Eveve o altro, l'unica persona con cui era riuscito ad avere un rapporto emotivo, sparisce dalla sua vita inghiottito dalla Storia di questo strano Paese, dedito a caos e rivoluzioni come pochi altri, tanto che lo stesso Budai inizia a ipotizzare che forse nessuno riesca davvero a comunicare in maniera efficace in quella incomprensibile comunità. Più volte durante la lettura mi sono chiesta se la storia fosse fine a se stessa o ci fosse un secondo livello di lettura, tipo, che so, l'incomunicabilitá nella società dell'individualismo o l'ego che si sente perso quando si scontra con i diversi punti di vista della realtà oppure se, come dice Carrére nella prefazione, Epepe "rientra nella narrativa pura, ammesso che una cosa simile esista: narrativa da orologiaio, ludica, chiusa sul proprio risultato". Non so, certamente è una piacevole lettura che consiglio.

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The Fall

7 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Fa uno strano effetto vedere dopo venticinque anni la protagonista di X files, sempre nel ruolo di una poliziotta molto capace, dare la caccia a Mr Grey, quello delle cinquanta sfumature, qui un assistente sociale con famiglia a carico che durante le ore notturne si diverte a identificare tra giovani professioniste di Belfast le sue future vittime da serial killer strangolatore. Si può guardare come un noir, godendosi la suspense del gioco ad alta tensione tra l'agente Stella e il predatore braccato, che non esita a esibire quel lato narcisistico che caratterizza spesso questo tipo di criminali. Si può apprezzare l'introduzione psicologica del serial killer, molto curata, e dei vari personaggi, credibili e le cui fragilità vengono esposte ma mai dichiarate apertamente. Oppure si può leggere tra le righe un'amara constatazione di quello che è il ruolo imposto alle donne e ai loro corpi nella nostra società. Stella è una donna con un lato maschile molto sviluppato e non lo nasconde. Non esita a contattare uomini che ritiene attraenti a prima vista per notti di sesso che non si ripeteranno più, non esita a soddisfare i suoi desideri "più particolari", non si fa intimorire da altri uomini. Rifiuta le etichette che si danno in genere alle donne per pietismo, la vittimizzazione e l'agiografia delle sante contro le puttane, sa di avere scelto di combattere sia contro il crimine sia all'interno di una organizzazione maschilista e paramilitare, sa che la debolezza è richiesta al suo sesso, che ne sa fare un'arma al momento giusto, ma che è anche ciò che la condanna alle critiche feroci di chi accusa le vittime di "non avere reagito". Sa che essere assertive, quando si è donne, si paga col giudizio di arroganza e freddezza da parte degli altri. E lo dice, abbastanza spesso, durante tutte e tre le stagioni. Basta sapere ascoltare.

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Midnight Mass

16 Novembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensione, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

In una piccola isola di pescatori in crisi economica da anni giunge un giovane prete a sostituire temporaneamente l'anziano reverendo che è stato ricoverato in ospedale durante un pellegrinaggio. La comunità è inevitabilmente autoreferenziale, cattolica, affamata di fede, poco collegata col continente. Pochi sono i non praticanti o di fede diversa ma convivono serenamente. L'unica bigotta invasata sopravvive nonostante sia antipatica anche alla sua immagine riflessa. Ma subito è palese che qualcosa è arrivato insieme al parroco: un'entità oscura che scatena eventi latori di funesti presagi. E, subito dopo, il primo miracolo durante la messa, davanti a tutti, agognato e inspiegabile, come tutti i miracoli. Come prevedibile la gente rinnova il fervore verso la chiesa ma alcuni strani comportamenti del religioso e misteriose sparizioni notturne ci fanno intuire che la distinzione tra bene e male non è così evidente. Questa miniserie in 7 puntate, che mi ha ricordato il romanzo "Hex" ma che di  horror ha poco e nulla, ha molteplici piani di lettura che si svelano in un bellissimo dialogo sulla morte tra due ex che si rivedono, e un bellissimo monologo finale su cosa sia la vita, con riflessioni che molto devono a certa psicoanalisi di Hillman e filosofia orientale. Il prete, che come un pappagallo ripete il mantra dell'accettazione all'ex alcolista, è il primo che la infrange sconvolgendo la comunità con un miracolo, inteso come un vero e proprio atto devastante che avrà ricadute sulla vita di tutti. I miracoli non sono desideri. I miracoli, di qualunque natura siano, vanno contro le leggi della fisica o dell'etica, e i vantaggi che essi comportano ricadono per forza sulla comunità con costi spesso insostenibili. Sia che invertiamo il processo dell'entropia, sia che godiamo di vantaggi economici, sociali o sanitari, da un'altra parte paghiamo noi o i nostri simili. E se rincorriamo ciecamente questi sogni, se ci facciamo condurre da persone che celano uno spirito corrotto dietro la rispettabile patina di costrutti sociali accettati dalla maggioranza, sanciremo in breve tempo la nostra distruzione. Il mondo si può sicuramente cambiare ma solo dopo averlo accettato per ciò che è, riconoscendo nella nostra vita non un vuoto simulacro da proteggere egoisticamente, bensì un dono molto meno materiale da offrire alla bellezza a cui viene continuamente esposto. Ma anche quella va prima trovata, e la serenità, la non appartenenza a nessuno degli schieramenti in gioco, di qualunque gioco si parli, l'eresia in senso etimologico, sono l'unico modo efficace. 

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Matthew McConaughey, "Greenlights"

17 Settembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

Non mi interessano particolarmente le autobiografie, tantomeno di gente bella, ricca, famosa che, immagino io, non avrà granché da dirmi. Se non mi avessero messo la pulce nell'orecchio con i principi dello Stoicismo che il buon Matthew segue e applica, non avrei mai immaginato di leggerlo. E invece adesso lo sto pure consigliando. Trentacinque anni di aneddoti, sfide, cadute, attese, riflessioni e introspezione incollate da diverse foto dell'epoca e parecchi "adesivi da paraurti" come li chiama lui, cioè quei motti, frasi che contengono verità e consigli utili a vivere. Una vita trascorsa in una famiglia di sani valori cristiani anche se tra padre e madre ogni tanto il salotto buono si trasformava in un ring e i rituali di crescita avvenivano con risse degne di un saloon (per me le scene più esilaranti) ma anche una vita da bravo ragazzo americano fatta di pochi agi e molta azione. La filosofia dell'attore è semplice: la vita è come una mappa cittadina, piena di semafori rossi a cui DEVI fermarti. Chiamala pandemia, disoccupazione, lutto in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto momenti, più o meno lunghi, in cui il traffico si è bloccato. Ma tutti i semafori rossi hanno un pregio: prima o poi diventano verdi. E la transizione avviene col tempo, che però, come ci insegnano i fisici, non è una costante, per cui se quello dell'orologio tarda troppo, possiamo noi ribaltare la situazione prima scorgendo il lato buono, rendendo l'attesa attiva (un po' come quando ascolti una musica o rifai mentalmente la lista della spesa in attesa che scatti il colore del via), creandoci degli obiettivi. Tutto ma NON vittimizzarci, compiangerci (piangere sì però), rimpiangere. L'attesa costruttiva fa sì che sia il bersaglio a colpire noi. Per cui desiderare in maniera sincera, ma soprattutto viaggiare, seguire l'istinto e l'intuito, provare, fallire, capire quando ci si sta allontanando da ciò che si è. Cercare di restare fedeli a noi stessi il più possibile, accettare quando ce ne allontaniamo, perdonarci, girare la barra di quanto basta e riprendere la via. Tutto qui? Sì, un tutto che però non è per nulla facile, richiede dedizione, umiltà, coraggio come lo stesso autore sottolinea. Ciò che ne viene è una vita degna di essere vissuta e raccontata anche nelle sue parti più meschine e luride, un viaggio gratificante di amore per sé stessi.

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Claudio Lagomarsini, "Ai sopravvissuti spareremo ancora"

10 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
Ai sopravvissuti spareremo ancora
Claudio Lagomarsini
 
Fazi, 2020
 
 
I "trespassers" in inglese sono gli intrusi, ovvero coloro che oltrepassano un confine. Perché in America nelle proprietà private appendono un cartello in cui dicono cortesemente che verranno "sparati". Il seguito della frase è tradotto nel titolo di questo breve romanzo che ha come protagonista la provincia carrarese (immagino, vedono le Apuane ma hanno il mare) con i limiti che Marcello, l'autore del diario personale che diventa poi la storia narrata, vorrebbe oltrepassare. Ma a volte i muri sono alti e privi di appigli, e agilità e astuzia non bastano. Marcello descrive nel suo diario l'estate del 2002 con il Salice, il fratellino, il Tordo, l'amante della nonna e Wayne, lo sbruffone di paese per cui sua madre ha mollato il padre che ora, invece di fregarsene dei figli da vicino, lo fa dal lontano Brasile. E già così, si capisce che tipo è Marcello: uno sfigato bravo sui libri, innamorato della tipa a cui passa le versioni e che la dà ad un balordo, uno come Wayne ma con la moto, uno che usa tutto il suo spirito per mettere soprannomi così azzeccati che poi alla fine ti pare che questi personaggi siano stati davvero battezzati in quel modo. Il fratello va al mare, ha gli amici, scherza. Lui no. Lui vorrebbe evitare l'impietoso spettacolo di quella provincietta intrisa di un patriarcato e un sessismo squallidi, di cui le donne sono prime esponenti con i loro litigi da due soldi per questioni di minchia più che di cuore, raccontini usciti dritti da becere commediole anni '70 italiane, zuffe stile galletti da pollaio per serbatoi di acqua, inutili prove di forza per ribadire stancamente un machismo anacronistico, illusioni di chi non vuole ammettere che il figlio è un ladro o il nipote è gay, con l'aggravante di porre un reato e l'omosessualità sullo stesso piano. Ma questo gli tocca. Deve vederlo ogni giorno. Vorrebbe, cerca di interporsi tra le parti in causa per spezzare queste dinamiche ormai stantíe e prevedibili, ma riceve solo risatine di scherno o strilla di terrore. Non si possono cambiare certe cose. Te ne vai, oppure resti e sopporti. Marcello, personaggio non particolarmente furbo o simpatico, e per questo umanissimo e così vicino, dall'alto dei suoi 17 anni non ci sta. Sceglie la terza soluzione con tutte le conseguenze. Resterà il dubbio se la fine si sarebbe potuta evitare o cambiare, se la catena causale di coincidenze avrebbe inevitabilmente portato alla classica "tragedia in provincia" o se inconsciamente il tormentato adolescente abbia cercato quell'esito. L'unica certezza che resta al termine della storia è che la vera arma non era quella detenuta dal Tordo ma la meschineria soffocante di un ambiente inadatto a un giovane più riflessivo e introverso, a cui basta un nulla per essere innescata.
 
"Da un po’ di tempo, un avvocato che arringa nel mio tribunale notturno ripete la stessa solfa. L’assassino, sostiene lui, non è nessuno di noi. È l’intonaco color pesca, la siepe del pitosforo, il ghiaino bianco delle nostre case. Sono le taccole in umido che abbiamo mangiato, i racconti piccanti che ci siamo scambiati e l’aria che abbiamo respirato. Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi. Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo".
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Carmen Totaro, "Un bacio dietro al ginocchio"

2 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 

 

 
 
 
Un bacio dietro al ginocchio
Carmen Totaro
Einaudi, 2021
 
 
"Aveva notato che lì, nella cava, le parole gridate disegnavano una curva e poi si disperdevano. Schizzavano in alto come un fuoco d'artificio e poi precipitavano, non ne restava nulla. Era come se si esaurisse la voce che le aveva pronunciate, e lei avrebbe voluto aggiungere la sua a quella della figlia, gridare allo stesso modo, più forte, piangere, perché neanche lei aveva ricevuto consolazione."
Nella preparazione al duello finale tra Ada e Elisa, madre e figlia, un duello degno di un western, con questa ambientazione abbacinante in una cava sperduta nel mezzo di un'assolata Sardegna, le parole sono proiettili che rimbalzano impazziti. 
Nel capitolo che apre il romanzo invece le parole sono stentate, non hanno getto, cadono vicino a chi le pronuncia, senza veramente raggiungere l'altra, ognuna recita la propria verità ma senza che l'altra davvero la ascolti.
Una cena di compleanno goffa e malriuscita, poi il rientro a casa. Ada resta sola, Elisa esce e nulla sarà più come prima né per i protagonisti né per noi lettori. Qualcosa accade, viene descritto ma mai spiegato veramente, anche se la soluzione appare semplice e logica, poche sono le alternative, per non dire nessuna. Ma quando Ada riporta i fatti è evidente come questi non combacino con quanto è accaduto. Veniamo trascinati in un giallo psicologico in cui la verità trova una sua strada attraverso questa dissonanza cognitiva continua tra narrato e riferito, in cui i perché si intuiscono, la psicologia di Ada si svela a ogni capitolo con le sue paure, la dipendenza affettiva, i fallimenti e le illusioni, il suo modo ottuso di interagire con gli amici della figlia, la sua indebita intrusione nelle vite altrui, il suo essere così giudicante. Elisa, gelida e determinata, tornerà ad abitare le pagine nella seconda metà, e proprio l'assenza di spiegazioni del suo gesto, ma un certo sollievo per il suo fallimento, ci indirizzano verso una ragazza confusa, arrabbiata, senza meta e irrisolta. Un notevole scavo in due personalità al limite che si trovano ad avere necessità dell'altra per uscire dal pozzo nero in cui languiscono da anni senza mai avere davvero il coraggio di ammettere la necessità di aiuto. "Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si deve avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre". Bello davvero.
 
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Giri /Hagj, la serie.

7 Maggio 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.

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