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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Michel Bussi, "Ninfee Nere"

21 Gennaio 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Ninfee Nere

Michel Bussi

Edizioni E/O, 2022

 

Una cosa che non si può perdonare ad un giallo è che l'autore bari. Perché noi lettori, sotto sotto, vogliamo dare sfogo al nostro lato narcisistico e cimentarci nell'investigazione insieme al protagonista, per sfidarlo e, possibilmente, arrivare alla soluzione prima di lui. Quella è la vera goduria. Occorre quindi procedere ad armi pari: ciò che sa lo sbirro, devo saperlo anche io. E nello stesso modo. Poi starà a noi mettere insieme tutte le informazioni, setacciarle, capire quali sono importanti, quali buttate lì per sviarci (in questo per esempio la Christie era banale, qualunque cosa detta dal buon Hastings era una boiata volta a distrarci dalla retta via) ma soprattutto quali non collimano. Perché dalle discrepanze si può capire chi mente. E chi mente, si sa, ha qualcosa di terribile da nascondere. Nel caso di Ninfee nere, chi ha qualcosa da celare è Bussi, probabilmente la capacità di intrecciare una trama onesta con il lettore, visto che per tutto il romanzo ci propina una versione artefatta della storia, ovviamente senza dircelo. Per cui cambia i nomi, sta bene attento a non rivelarci dettagli che risulterebbero anacronistici alla lettura che lui ha infiocchettato per noi, ma soprattutto quando rivela il trucco lo spiega con un "eeeehhh ma si cambiavano il nome per gioco". Tra questo e il protagonista, l'ispettore Serenac, un Agente di Pubblica Frivolezza come lo chiamo io, uno che va ad indagare su un omicidio con giubbotto di pelle e moto e senza pudore si provola alla grandissima la moglie dell'unico sospettato, la quale mentre gli fa gli occhi dolci, gli cambia ogni tre per due la deposizione sull'alibi del marito e gli improvvisa un mezzo spettacolo di burlesque in commissariato, prima di dargliela con una sveltina in piedi sulla cattedra della scuola elementare dove lei insegna, così, tanto per non venir meno né al ridicolo né al buongusto, non si sa cosa sia più irritante nel romanzo. Serenac si rivela poi un precursore del ghosting in tempi pre-social e anche noi lettori veniamo mollati senza una spiegazione plausibile su questo fatto. Il finale iperglicemico corona un romanzo di cui si salvano solo le prime tre righe del geniale incipit. E l'assassino? Tranquilli che con un poliziotto così ha fatto a tempo a morire di morte naturale. Bocciato.

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Alessandro Ceccherini, "Il mostro"

11 Gennaio 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Il mostro

Alessandro Ceccherini

Nottetempo, 2022

 

 

Ho appena terminato questo libro. Cinquecento pagine di una ricostruzione degli eventi del Mostro e che cercano di fare collimare tutte le insensatezze, imprecisioni, investigazioni a membro di loppide, prove artefatte e forse anche depistaggi. Mission Impossible insomma. Ceccherini, a cui riconosco una approfondita ricerca storia, politica e sociale degli ultimi 50 anni, prima di tutto commette un errore imperdonabile che fa crollare tutta la sua impalcatura: pone la prima mutilazione pubica sulla Cambi nell'82, quando questa avvenne l'anno prima sulla De Nuccio. Se contiamo che al centro degli omicidi vi è un medico cocainomane e sessuomane che nella storia viene coinvolto a partire dal caso di Calenzano, i conti non tornano. Come poi si giustifichino le prime 3 coppie di delitti apparentemente senza connessione è un'acrobazia degna del Movimento Cassina: ovvero il primo un delitto passionale (messo in carcere un ritardato, verosimilmente innocente), il secondo una roba rituale massonica, così, de botto senza senso (cit), dal terzo in poi una strategia della tensione 2.0 in cui al quarto appunto coinvolgono il suddetto chirurgo sociopatico drogato, perché chi non metterebbe un piano per destabilizzare una nazione intera nelle mani di uno psicolabile lussurioso e con amicizie potenti senza tema che lo divulghi all'urbe e all'orbe? Tra le pieghe scorgiamo quel mentecatto del Pacciani che si insinua trascinando quell'altro Torsolo del Vanni che piano piano vengono utilizzati come capri espiatori. In mezzo ci passano tutti: Licio Gelli, Rodolfo Fiesoli, la Massoneria, la Magistratura, i Servizi Segreti, i Carabinieri, la CIA, lo scandalo del Forteto, la morte di Rino Gaetano e qualche spicciolo che sto sicuramente dimenticando. Un guazzabuglio in cui si perdono con grande facilità il filo e le connessioni e che diventa poco credibile perché, pallottoliere alla mano, si parla di 16 persone uccise rimaste senza giustizia per un complotto che ha coinvolto a occhio un centinaio di persone senza che nessuna mai abbia parlato per salvarsi. Nemmeno quella faina del Lotti, che addirittura finisce per autoaccusarsi nella sua oligofrenia certificata. Possibile? Tutto lo è teoricamente, ma se stiamo messi così male a omertà, depistaggi, forze dell'ordine e magistratura incapaci, beh, allora ci meritiamo tutto. In due parole: mi è parso una inutile complicazione di una storia criminale più facilmente giustificabile con l'operato del classico assassino seriale, mai trovato perché ai tempi mentalità e tecniche investigative erano inadeguate. Ma il Rasoio di Occam gli fa proprio così schifo?

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Eckhart Tolle, "Il potere di adesso"

20 Dicembre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Il potere di adesso

Eckhart Tolle

2013

 

Eckart Tolle, in realtà Ulrich Leonard, ma si è ribattezzato così in onore di Meister Eckart, il mistico. Affetto da una grave forma di depressione giovanile, Tolle racconta che, a 29 anni, in preda all'ennesimo crollo psicologico accompagnato da svariati pensieri suicidi, una mattina si sveglia e sperimenta la beatitudine. Ovvero, pur essendo disoccupato, senza fissa dimora, soldi nemmeno a parlarne, per 6 mesi vive come un vagabondo provando una gioia pura nei confronti della Vita. Egli riconduce tale stato al crollo della cosiddetta mente egoica, quello strumento potente e affilatissimo che ci aiuta ad essere precisi ed efficienti ma che se non tenuto a bada ci procura innumerevoli sofferenze per rimuginio interiore, e nutrimento del cosiddetto "corpo di dolore". Quest'ultimo è semplicemente lo stato di sofferenza che viene alimentato di continuo dai nostri pensieri, dalla nostra immaginazione, dalle nostre supposizioni che nulla hanno a che vedere con la realtà, a noi celata dal velo di Maya. Il potere di adesso è il riconoscimento del qui e ora, dell'osservazione della nostra mente come testimoni esterni, constatando come ci rovina la vita e "abbassarne il volume", affinché il cuore e l'anima possano permetterci di agire nel mondo provando la pace interiore, che, a differenza della felicità, non dipende da fattori esterni. Tanti gli argomenti affrontati nel libro quali le relazioni di coppia, l'emotività femminile legata ai cicli ormonali, il lasciare andare e affidarsi alla vita, tanto che più che un libro da leggere, è un vero e proprio manuale da tenere sul comodino per consultazione. Molto divulgativo e esemplificativo, non lo suggerirei tuttavia come primissimo approccio alla spiritualità.

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Javier Marias, "Domani nella battaglia pensa a me"

9 Novembre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Tutto in questo libro è ingannevole a partire dal titolo, tratto da una citazione di Shakespeare che recita "Domani nella battaglia pensa a me, cada la tua spada, dispera e muori". Quello che pareva un romantico arrivederci di una sposina lasciata a casa dal suo guerriero, si tramuta in una spaventosa maledizione di un fantasma: pensa a me, al male che mi hai fatto, che la tua forza ti abbandoni e che tu possa morire soffrendo. La storia è abbastanza nota: Marta invita Victor a casa sua in assenza del marito, a Londra per lavoro, per una cenetta e una possibile avventura extraconiugale che non verrà mai consumata perché la donna, seminuda dopo i primi approcci, ha un malore e dopo poco muore. Victor nell'agitazione della consapevolezza che chiunque troverá il cadavere capirà che la donna era in gentile compagnia, i sensi di colpa per lasciare il bimbo che dorme nella cameretta a fianco insieme alla madre morta, dopo alcuni goffi tentativi di rintracciare il marito per avvertirlo, fugge. Ma poi cerca un contatto con la famiglia di lei: troppa è la curiosità di sapere chi e come hanno trovato il corpo, cosa hanno capito e se sono riusciti a risalire a lui, se hanno scoperto che la donna aveva in realtà anche un amante fisso, dettaglio che Victor conosce ma per il quale si è portato via le prove. In realtà come spesso accade nei libri di Marías non succede molto: tante riflessioni, minuziose descrizioni del quotidiano, conversazioni, congetture, ricordi e digressioni che ampliano il tema principale e che devono condurci al fatto finale, totalmente inatteso e che rovescia tutto quanto sapevamo dall'inizio. Victor è un uomo comune messo di fronte a un fatto eccezionale, sgradevole, di cui si rifiuta di accettare la responsabilità, per non uscirne in maniera ancora più miserabile, perché teme l'ira dei familiari della donna e del marito. Ma Victor, come tutti noi, si arroga il diritto di conoscere tutta la realtà quando ne immagina uno spicchio corrispondente a ciò che lui con i suoi limitati strumenti può limitarsi a percepire e al massimo immaginare, dimenticandosi che quasi mai le cose sono come ce le prefiguriamo. Troppe sono le variabili in gioco: le nostre motivazioni, fatti che ci vengono nascosti, i moti dell'animo altrui. Come viene ripetuto in più punti del romanzo, viviamo nell'inganno e non dobbiamo dolercene o sentirci stupidi per questo, essendo la nostra condizione normale. Come dice un antico adagio "la vita è una tragedia vista da vicino e una commedia vista da lontano". Se per ogni nostro pensiero, desiderio, progetto o interazione ce ne ricordassimo e ci prendessimo con più leggerezza e ironia, riusciremmo a ridere degli inganni che subiamo e di quelli che più o meno volontariamente causiamo negli altri, e riusciremmo ad amare di più il prossimo, consci del fatto che siamo tutti attori e spettatori nel medesimo teatro. E forse tutti vittime e carnefici allo stesso modo.

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Lidia Yuknavitch, "La cronologia dell'acqua"

20 Ottobre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La cronologia dell'acqua 

Lidia Yuknavitch

Nottetempo Edizioni, 2022

 

 

Inizio questo libro con i primi due capitoli che spaccano. Intensissimi per il contenuto, un aborto spontaneo al nono mese, scrittura opulenta, un pizzico di olistica che non guasta mai. Poi l'autofiction continua, l'infanzia col padre padrone, la sorella grande che abbandona la casa appena può, pare ci fossero molestie, la madre con la gamba corta succube del marito, lei che annega metaforicamente e non, tutto ciò nelle acque clorate della piscina. Perché è la cronologia del prezioso liquido, non dimentichiamolo. E quindi piscina lì, piscina quando traslocano in Florida, il padre che non vuole che studi, e poi l'acqua diventa quella delle docce dove ammira i corpi delle atlete, la saliva dei baci ambosessi in cui, ancora minorenne, si prodiga con una sessualità promiscua e violenta che manco Moana quando aveva il doppio degli anni, e poi la piscina dell'Università a cui approda per borsa di studio sportiva e dove si fa buttare fuori in due anni perché più che partecipare a orge sempre strafatta e in iperalcolemia non fa. Questa vita al limite viene minuziosamente descritta fino ai 30 anni quando, in questa vita devastata e sprecata Ken Kasey, mica pizza e fichi, di tutto il collettivo con cui scrive riconosce il talento da scrittrice solo in lei, e glielo dice pure senza infilarle dentro nessun organo dei suoi. Miracolo. Scopriamo poi che il primo racconto con cui lei si fa notare si intitola "la cronologia dell'acqua", e tutto mi fa pensare che fossero i primi due notevoli capitoli a cui poi viene aggiunto tutto questo pippone. Ma quando a metà libro lei invita la sua scrittrice feticcio alle 4:30 del mattino a schiaffeggiarle la patafiolla squirtando come un idrante, no raga, io mi sono arresa e mi sono chiesta "ma che cavolo sto leggendo? Ma questa sarebbe una scrittrice di talento?" Un elenco di umori corporali rilasciati a ogni pagina, una storia inesistente, l'ennesima, posso dirlo?, storia che con la scusa di universalizzare il proprio vissuto  ammira il proprio ombelico peraltro pieno di lanetta puzzolente. Ma anche basta di scrittori che producono grazie alle loro nevrosi. Ma basta di gente che ci fa credere che vivere per raccontarla sia sprecare la vita per poi miracolosamente scoprirsi talentuosi e ripercorrere i folli anni del prima. Ma basta proprio parlare di sé in un afflato narcisistico a spirale. Macchissenefrega di quello che hai fatto o del fatto che quando lo hai fatto non capivi nulla perché eri ottusa da sostanze psicotrope? Ma che plusvalore mi da questa scappata di casa? Ma chi lo dice che i suoi libri valgono, addirittura ha una cattedra negli USA dove insegna scrittura. Ah beh. Figuriamoci. Comunque mollato a 2/3. E non mi è piaciuto a parte i primi capitoli, nel caso non mi fossi spiegata bene.

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Joseph Pontus, "Alla linea"

15 Ottobre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Alla Linea 

Joseph Pontus

Bompiani, 2022

 

Joseph Ponthus, scomparso a 42 anni per tumore, due anni dopo avere conosciuto il successo con il suo unico libro, Alla linea, una specie di romanzo in versi sciolti, o un poema sulla vita in fabbrica. Umanista, educatore sociale, attivista politico, questo gigante dal pelo fulvo decide di trasferirsi in Bretagna per amore della moglie. Lì però resta disoccupato mesi non trovando lavori nel suo campo e decide, pur di fare qualcosa e portare a casa uno stipendio, di affidarsi all'agenzia interinale che gli propone solo lavori temporanei presso lo stabilimento del pesce e il mattatoio, a parte una fugace e grottesca incursione di pochi giorni nella scolatura del tofu, operazione tanto specifica e deprivata di senso da costituire un mantra per tutto il tempo in cui la svolge. Allo stabilimento del pesce si svuotano casse di pesci e se ne fanno bastoncini, prima delle feste arrivano i crostacei e molluschi nobili; al mattatoio si spostano con enorme fatica fisica quarti di manzo e di bue. La storia che Ponthus ci racconta è tutta nei gesti ripetitivi alla linea di produzione, da cui il titolo, i guasti al nastro trasportatore, le chiamate all'ultimo minuto dell'agenzia che ti prenota per due giorni o due mesi, ma che gliene frega a loro, gli interinali come i disoccupati devono esistere per i momenti storici di sovrapproduzione. È una legge del mercato. E allora c'è la rivincita degli operai che si intascano il cibo più caro e prelibato senza farsi vedere come indennizzo, le macchine che possono mutilarti a vita se non stai attento, gli scioperi di quelli a tempo indeterminato perché gli interinali, se si uniscono, perdono il diritto di chiamata. Ma se non si cambiano le cose è per colpa loro, li accusano, che non hanno il coraggio di scioperare. Si scopre un micromondo, che per la maggior parte di noi è sparito da un secolo, fatto di precarietà, assenza di diritti, turni rispettati grazie al passaggio in auto dei colleghi, fine settimana di recupero della stanchezza. In ogni capitolo però riluce una inattesa leggerezza di chi non vuole piangersi addosso, che sa che tutto è temporaneo e il presente va comunque goduto. Ogni giorno ci riserva la possibilità di sorridere, a volte ridere, con calembour, canzoni o poesie modificate sul tema della fabbrica, battute di spirito autoironiche, citazioni filosofiche, a volte. Ponthus non decide di resistere, non si oppone a qualcosa più grande di lui ma decide di Esistere con tutto ciò che ha, con tutto ciò che è, scrivendo furiosamente fino a notte fonda pur sapendo che pagherà il debito di sonno il lunedì mattina, cucinando e cenando con la moglie, passeggiando per le spiagge, lasciando la testimonianza di un mondo operaio defraudato e proletario che persiste nel cuore della civilissima Europa. Un grande insegnamento per chi fa parte della nostra generazione, uno spaccato insolito ma poi più prevedibile di quanto si pensi in questa nostra società in declino che ci sta spremendo fino all'ultima goccia sulla linea della fabbrica neoliberista.

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George Orwell, "1984"

20 Settembre 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Mi sento di consigliare vivamente ai pochi che, come me fino a poco tempo fa, ancora non hanno letto 1984 di Orwell, la versione audiolibro di Storytel. La narrazione è concepita infatti come i vecchi radiodrammi dove, oltre alle diverse voci dei protagonisti, si aggiungono i rumori di sottofondo quali le sirene, il gorgoglio della teiera, lo schiocco di due calici di birra che si incontrano. Come stare al cinema ad occhi chiusi, insomma. Sul libro, un classico contemporaneo tra i più citati nel genere distopico, posso dire che mi ha molto colpito l'utilizzo manipolatorio che si fa della parola: dal bipensiero, ovvero la diffusione di concetti opposti dati entrambi come veritieri, alla riscrittura della Storia e della cronaca, per dirigere l'odio del popolo verso il nemico del momento. E tutto ciò, fingendo che le precedenti versioni non siano mai esistite. In psicologia, parlando di rapporti abusanti narcisistici, questo modo di fare ha un nome preciso: gaslighting, ovvero traumatizzare la vittima dipendente distorcendo la realtà e convincendola che questa corrisponda alla verità ogni volta che il manipolatore lo desidera. Essere convinti di due evidenze opposte crea nel nostro cervello una dissonanza cognitiva che a lungo andare ci rende fragili e impauriti. Ripensando a fatti recenti, a come ad esempio tante persone paiono non ricordare più tante regole contraddittorie promulgate durante gli ultimi due anni, il Grande Fratello di Orwell pare avere fatto ogni tanto capolino anche nella nostra realtà. Del resto come spiegava il collega a Winston, la Neolingua si basa fondalmente in una riduzione drastica del numero dei lemmi, affinché ogni parola abbia un significato il più generico possibile. Meno vocaboli, meno possibilità di esprimersi, minore possibilità di sviluppare un pensiero critico. Basta accendere la TV e confrontarla con un programma di 30 anni fa per notare la semplificazione mostruosa che ha subìto la lingua parlata anche da parte di chi dovrebbe fare divulgazione. Più paura verso un nemico a volte inventato, meno parole disponibili, più confusione. Da secoli la ricetta perfetta.

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Nope

18 Agosto 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

Jordan Peele mi era piaciuto con il suo surreale e corrosivo Get out, per cui mi ha incuriosito questo suo nuovo lavoro che comincia con una scena se non altro originale: un uomo viene ucciso da una moneta che ad alta velocità cade dal cielo conficcandoglisi nel cervello. I figli devono prendersi cura del ranch ma le cose non vanno bene. Finché il giovane non si rende conto che nei cieli della sperduta valle in cui vive dimora quello che pare a tutti gli effetti un UFO. E insieme alla sorella decide di "svoltare" riprendendolo, magari creando una piattaforma propria, per andare dalla mitica Oprah e diventare ricchi e famosi. Alternata alla storia principale viene proposta in flashback quella di Gordie, personaggio fittizio di una sitcom anni '90 interpretato da uno scimpanzé che un giorno, senza motivo, uccise quasi tutti i presenti sul set risparmiando solo due bimbi. Nope è un film che affronta tanti temi ma che ha per protagonista lo sguardo: nostro sul mondo, del mondo su di noi. Oggi immortalare il mondo ha trasceso i comuni fini artistici per diventare una immensa fonte di guadagno: dallo scatto dell'influencer a chi riprende un omicidio, alle telecamere di sorveglianza che, ignare, testimoniano tragedie. Il primo che le posta, le divulga, le trova, si accaparra fama e soldi. Per le polemiche c'è spazio dopo. Ma a Peele interessa il mentre: quanto costa ottenere quello scatto, quel video perfetto che potrebbe cambiarti la vita? Magari la vita stessa. Perché in definitiva con lo sguardo cerchiamo di replicare ciò che facciamo da millenni: controllare la Natura, che notoriamente, la sa molto più lunga di noi, e se vuole, con un buffetto ci scaraventa all'inferno. La strage di Gordie, il calcio iniziale del cavallo, la terrificante scena allo spettacolo di rodeo, ci indicano più volte che le reazioni esterne a noi sono spesso imprevedibili. E invece gli sguardi perenni dei protagonisti a scrutare le nuvole, la chrome ball sul set, il pozzo che scatta le foto al cielo, siamo noi che pur guardando in alto vediamo solo il nostro dito furiosamente egocentrico. Non a caso tra i due figli, chi trova la chiave di volta è il fratello più riservato che, addestrando i cavalli, sa che il predatore non va mai guardato negli occhi e quando lo vede li tiene bassi. Come dire umiltà, voliamo basso, mettiamoci da parte ogni tanto. E guardiamo che fine fa lo scatto perfetto fatto dalla esuberante sorella quando alla fine si rende conto di essere sopravvissuta nonostante tutto. Fotografia davvero notevole. 

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Robert T. Kiyosaki, "Padre ricco padre povero"

24 Maggio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Padre ricco padre povero

Robert T. Kiyosaki

Gribaudi, 2004

 

Questo libro, dalla copertina bruttissima mai cambiata, è davvero un testo che tutti dovrebbero leggere, sottolineare e rileggere, ma soprattutto mettere in pratica. In 6 capitoli, Kiyosaki, un vero milionario, ci spiega come fare soldi, anche tanti, perché no, pur senza essere Musk o Bezos. Il trucco sta nel capire che i soldi che i veri ricchi fanno non vengono dallo stipendio, ma proprio no! Il salario, o come lo si voglia chiamare, è la ruota che ci intrappola come criceti che la percorriamo senza andare da nessuna parte, sempre in affanno a far quadrare i conti con le bollette e le spese. Il punto fondamentale del saggio è che noi classe medio-povera abbiamo la mentalità del consumo, i ricchi dell'investimento. Stop. Date la stessa cifra, enorme o miserabile, a due persone con queste mentalità e vedrete il diverso utilizzo: chi ha una mentalità da povero la userà per comprare beni deficitari, ovvero oggetti che costano o che si svalutano, il ricco li investirà, magari rischiando, o in beni che aumentano potenzialmente di valore, in fondi, in beni immobili. Insomma il povero lavora per il denaro, per il ricco è il denaro a lavorare, standoci ovviamente dietro. Il povero va a debito col mutuo, il leasing o altro, perché gli hanno insegnato che "un po' di debito fa bene". Verissimo, peccato che si ometta la seconda parte, e cioè che il bene è delle banche. Il ricco magari va per anni in affitto o compra una macchina di lusso solo quando ha già fatto gli investimenti importanti. Se pensiamo che comunque non sapremmo da dove iniziare per investire, oggi è pieno di corsi serissimi, dalla pianificazione finanziaria al trading on line, che con poca spesa possono iniziarci a giocare con i nostri risparmi minimizzando, ma mai riducendoli, i rischi di perdita. Perché anche con i soldi occorre leggerezza. E indovinate chi considera i soldi come amici e non se ne cruccia tanto se ne perde qualcuno per strada?

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Delia Owens, "La ragazza della palude"

7 Maggio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La ragazza della palude

Delia Owens

Solferino, 2020

 

L'esordio di Delia Owens, zoologa felicemente prestata alla narrativa, ci racconta due storie che si alternano tra loro nei diversi capitoli: la morte di Chase, giovane donnaiolo della parte buona della città, trovato cadavere nel 1969 in quella stessa palude che è la casa di Kya, la ragazza selvatica letteralmente cresciuta da sola da quando ha 10 anni, che è la seconda storia, nonché quella principale. Kya a stento conosce la sua data di nascita, non sa né leggere né scrivere ma conosce tutte le piante e gli animali che abitano la sua palude. Non ha la patente ma sa destreggiarsi negli intricati rivoli di acqua salmastra di Barkley Cove, e già a 15 anni sa cosa significa essere abbandonati dal vero amore e che buttarsi tra le braccia di un miserabile come Chase Andrews è solo l'ennesima ferita che si apre. Considerando il suo passato di ragazza al di fuori della società in tutti i sensi, viene ovviamente accusata dell'omicidio del ragazzotto di buona famiglia, vista anche la loro infelice relazione. Non ci sono prove ma alcuni indizi puntano su di lei, nonostante abbia un alibi di ferro. Mentre il processo va avanti, la Owens ripercorre le tappe sgangherate della vita di questa giovane donna, vero simbolo di Antifragilitá, che riesce a trasformare ogni urto della vita in una fioritura personale. Da analfabeta a laureata honoris causa, da bimba che vive sotto la soglia di povertà a donna che vivrà dei proventi dei libri pubblicati in cui divulga la sua conoscenza praticamente unica su flora e fauna del luogo, le manine che al mattino presto si tuffavano per ore nel fango in cerca di molluschi da vendere saranno le stesse che disegneranno le figure che ornano le pagine dei suoi libri, il corpo abusato dallo spocchioso Chase verrà dolcemente amato da Tate, l'uomo che fin da bambina le ha fatto da protettore, insegnante e poi compagno di vita. Kya viene seguita nella sua vita con l'occhio affettuoso della zoologa che dalla nascita segue l'oggetto dei suoi studi descrivendo le diverse fasi della vita senza giudizio, fino all'ultimo suo respiro. La Vita semplicemente accade, ci dice la Owens, ma siamo noi a farne qualcosa di speciale o meno. E va osservata, descritta ma non interrogata troppo. Perché ad alcune domande la risposta arriva, come quelle sulla madre di Kya o del fratello maggiore, ma sul padre e tutti gli altri figli non ne arriverà mai nessuna. E non c'è un perché, dobbiamo farcelo bastare. E dobbiamo ringraziare che almeno su quello che è successo a Chase Andrews alla fine una risposta ci viene data. Buona lettura.

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