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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Robert T. Kiyosaki, "Padre ricco padre povero"

24 Maggio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Padre ricco padre povero

Robert T. Kiyosaki

Gribaudi, 2004

 

Questo libro, dalla copertina bruttissima mai cambiata, è davvero un testo che tutti dovrebbero leggere, sottolineare e rileggere, ma soprattutto mettere in pratica. In 6 capitoli, Kiyosaki, un vero milionario, ci spiega come fare soldi, anche tanti, perché no, pur senza essere Musk o Bezos. Il trucco sta nel capire che i soldi che i veri ricchi fanno non vengono dallo stipendio, ma proprio no! Il salario, o come lo si voglia chiamare, è la ruota che ci intrappola come criceti che la percorriamo senza andare da nessuna parte, sempre in affanno a far quadrare i conti con le bollette e le spese. Il punto fondamentale del saggio è che noi classe medio-povera abbiamo la mentalità del consumo, i ricchi dell'investimento. Stop. Date la stessa cifra, enorme o miserabile, a due persone con queste mentalità e vedrete il diverso utilizzo: chi ha una mentalità da povero la userà per comprare beni deficitari, ovvero oggetti che costano o che si svalutano, il ricco li investirà, magari rischiando, o in beni che aumentano potenzialmente di valore, in fondi, in beni immobili. Insomma il povero lavora per il denaro, per il ricco è il denaro a lavorare, standoci ovviamente dietro. Il povero va a debito col mutuo, il leasing o altro, perché gli hanno insegnato che "un po' di debito fa bene". Verissimo, peccato che si ometta la seconda parte, e cioè che il bene è delle banche. Il ricco magari va per anni in affitto o compra una macchina di lusso solo quando ha già fatto gli investimenti importanti. Se pensiamo che comunque non sapremmo da dove iniziare per investire, oggi è pieno di corsi serissimi, dalla pianificazione finanziaria al trading on line, che con poca spesa possono iniziarci a giocare con i nostri risparmi minimizzando, ma mai riducendoli, i rischi di perdita. Perché anche con i soldi occorre leggerezza. E indovinate chi considera i soldi come amici e non se ne cruccia tanto se ne perde qualcuno per strada?

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Delia Owens, "La ragazza della palude"

7 Maggio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La ragazza della palude

Delia Owens

Solferino, 2020

 

L'esordio di Delia Owens, zoologa felicemente prestata alla narrativa, ci racconta due storie che si alternano tra loro nei diversi capitoli: la morte di Chase, giovane donnaiolo della parte buona della città, trovato cadavere nel 1969 in quella stessa palude che è la casa di Kya, la ragazza selvatica letteralmente cresciuta da sola da quando ha 10 anni, che è la seconda storia, nonché quella principale. Kya a stento conosce la sua data di nascita, non sa né leggere né scrivere ma conosce tutte le piante e gli animali che abitano la sua palude. Non ha la patente ma sa destreggiarsi negli intricati rivoli di acqua salmastra di Barkley Cove, e già a 15 anni sa cosa significa essere abbandonati dal vero amore e che buttarsi tra le braccia di un miserabile come Chase Andrews è solo l'ennesima ferita che si apre. Considerando il suo passato di ragazza al di fuori della società in tutti i sensi, viene ovviamente accusata dell'omicidio del ragazzotto di buona famiglia, vista anche la loro infelice relazione. Non ci sono prove ma alcuni indizi puntano su di lei, nonostante abbia un alibi di ferro. Mentre il processo va avanti, la Owens ripercorre le tappe sgangherate della vita di questa giovane donna, vero simbolo di Antifragilitá, che riesce a trasformare ogni urto della vita in una fioritura personale. Da analfabeta a laureata honoris causa, da bimba che vive sotto la soglia di povertà a donna che vivrà dei proventi dei libri pubblicati in cui divulga la sua conoscenza praticamente unica su flora e fauna del luogo, le manine che al mattino presto si tuffavano per ore nel fango in cerca di molluschi da vendere saranno le stesse che disegneranno le figure che ornano le pagine dei suoi libri, il corpo abusato dallo spocchioso Chase verrà dolcemente amato da Tate, l'uomo che fin da bambina le ha fatto da protettore, insegnante e poi compagno di vita. Kya viene seguita nella sua vita con l'occhio affettuoso della zoologa che dalla nascita segue l'oggetto dei suoi studi descrivendo le diverse fasi della vita senza giudizio, fino all'ultimo suo respiro. La Vita semplicemente accade, ci dice la Owens, ma siamo noi a farne qualcosa di speciale o meno. E va osservata, descritta ma non interrogata troppo. Perché ad alcune domande la risposta arriva, come quelle sulla madre di Kya o del fratello maggiore, ma sul padre e tutti gli altri figli non ne arriverà mai nessuna. E non c'è un perché, dobbiamo farcelo bastare. E dobbiamo ringraziare che almeno su quello che è successo a Chase Andrews alla fine una risposta ci viene data. Buona lettura.

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Frank Ostaseski, " I cinque inviti"

26 Aprile 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

I cinque inviti

Frank Ostaseski

Mondadori, 2017

 

Libro delicato e maestoso insieme, racchiude le esperienze di Frank Ostaseski, buddhista e co-fondatore dello Zen Hospice, struttura che accoglie malati terminali spesso in condizioni economiche o sociali disagiate. Ostaseski in decenni di esperienza a fianco dei pazienti come semplice "facilitatore" o "accompagnatore" ci fa dono dei cinque insegnamenti più importanti appresi da questa sua incredibile esperienza. Il primo è "non aspettare": la vita va vissuta con consapevolezza ogni momento. Se sentiamo di volere fare qualcosa, e quel qualcosa rischia di renderci felici, dobbiamo farlo senza esitare, soprattutto se ciò ha a che fare con i nostri sentimenti. Il secondo è "accetta tutto, non rifiutare nulla": difficile soprattutto nella seconda parte, Ostaseski ci suggerisce di non gettare via nemmeno quelle esperienze che noi giudichiamo negative o brutte, perché vivremmo e ci conosceremmo solo a metà. Il terzo è "porta nell'esperienza ogni parte di te stesso": esattamente come non dobbiamo rifiutare nulla dall'esterno, dobbiamo farlo con ogni parte di noi, anche quelle sgradevoli. Conoscerci resta sempre il grande obiettivo di questa vita. Il quarto insegnamento è "riposa nel pieno dell'attività": così come tra inspirazione e espiazione esiste una brevissima pausa, così dobbiamo trovare un momento per noi, e quel momento coincide con la nostra vulnerabilità, la nostra benedizione che ci apre al mondo. Il quinto invito è" coltiva la mente che non sa": stupiamoci, sperimentiamo cose nuove abbandonandoci, cogliamo la bellezza nel mondo. Tutti gli inviti si dipanano tra le storie dei malati, le loro toccanti condivisioni, il profondo senso che alcuni di loro hanno trovato solo al limitare della Soglia. In Ostaseski non c'è mai ostentazione del dolore, mielositá, ma sempre e solo compassione pura e pietà per la condizione umana, fatta di una unica illusione, su cui spesso nemmeno la Morte riesce ad alzare il velo.

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Paolo Borzacchiello, "La parola magica"

1 Aprile 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La parola magica

Paolo Borzacchiello

Mondadori, 2022

 

 

La storia contenuta in questo libro non è il fine ultimo della lettura. Anzi. È un mezzo. Come avverte lo stesso autore nella versione audio, il libro è pianificato in maniera tale da essere intrigante e coinvolgente (lo è, garantito) nella trama, ma allo stesso tempo contiene una serie di principi di mindfulness e comunicazione tali da plasmare il nostro modo di pensare tramite la reiterazione o, nella versione scritta, tramite caratteri in grassetto. Insomma: tu leggi una bella storia, e nel mentre inizi a sviluppare doti di maggiore consapevolezza, autostima, usare le parole in un certo modo, modificare i tuoi pensieri e di conseguenza la realtà. Pronti? Via! Leonard è l'alter ego dell'autore a Londra. Un giorno una vecchia acidona e scurrile lo assume per convincerla a non sterminare l'Umanitá. Perché sì, la decrepita ciminiera è Dio, con tanto di Arcangeli, Lucifero e compagnia cantante. Schizofrenica delirante o vera divinità? E come agirà Leonard? Usando e spiegando a noi lettori tutte le tecniche e i trucchi della comunicazione verbale e non verbale, e utilizzando i principi della PNL (di cui Borzacchiello è stato docente per anni) con tutto il razionale neurofisiologico sottostante. Funziona? Per il protagonista non ve lo dico, leggetevi il libro, per il lettore assolutamente sì. Le frasi che "devono restare impresse" sono piccoli semi che germogliano nei giorni a venire. Ci si troverà a prediligere i termini positivi pensando anche solo a noi stessi, per ingannare quella stupidotta della mente che non capisce negazioni e ironia, cercheremo di fare dire almeno 3 volte di seguito sì ai nostri interlocutori (anche qui, se volete sapere perché, leggete il libro), osserveremo con più attenzione labbra e occhi degli altri ma soprattutto ogni grattata di naso, nostra o altrui, ci dovrà subito far chiedere perché la situazione è stressante, a meno di allergie primaverili. Un buon consiglio è quello di scrivere le frasi in grassetto e i concetti reiterati su un quaderno, da leggere ogni giorno. Il pensiero si plasma ma è materia dura e resiliente, tende a tornare alle idee precedenti con estrema facilità. Buona lettura e buon percorso.

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James Hillman, "Il codice dell'anima"

4 Marzo 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Il codice dell'anima

James Hillman

Adelphi, 1996

 

 

 

Credo che la lettura di questo libro rappresenti uno spartiacque. Non perché sia un libro necessario (pochi lo sono, questo certamente non rientra nel novero, anzi) ma perché stravolge qualsiasi punto di vista sulle nostre vite. Hillman, allievo di Jung, psichiatra e creativo innovatore, espone nel Codice i principi della sua rivoluzionaria teoria, non comprovabile attraverso gli strumenti scientifici, secondo cui ognuno di noi nasce per accogliere un'anima, un daimon, una ghianda, come ama chiamarla lui. Questa entità inconoscibile ma presente è la nostra vocazione, lo scopo della nostra vita, ciò che ci consentirebbe di dare il massimo se lo seguissimo. Ma al contempo è anche ciò che la nostra società, la famiglia, le convenzioni spesso combattono, perché non si allineano con le necessità comuni. Judy Garland, Josephine Baker, Ingmar Bergman, sono solo alcuni dei famosi esempi portati da Hillman per giustificare la sua tesi. Dagli episodi dell'infanzia, costellati di precocitá, bugie, ossessioni, alle follie, le dipendenze o la decadenza dell'età adulta, Hillman seziona e analizza le vite di personaggi famosi e controversi con un metodo induttivo che affascina ma razionalmente non tiene. Del resto lui sostiene una visione teleologica dell'esistenza, per cui noi non nasciamo dai nostri genitori che si incontrano, bensì sono loro che si sono trovati in maniera solo apparentemente casuale per dare origine ad un bimbo che accogliesse una certa anima: se un daimon è particolarmente eccezionale, Hillman sottolinea l'implausibilitá della coppia generatrice, come dire che l'universo tutto cospira affinché certe congiunzioni uniche tra un corpo e la sua ghianda avvengano. Con questo non si pensi che Hillman sia un fatalista: assolutamente no e dedica un intero capitolo alla differenza tra questo e il determinismo, che implica il libero arbitrio. L'ultima parte è dedicata a ciò che è un apparente paradosso, ovvero il daimon dei cosiddetti malvagi, e ad esempio porta l'uomo più cattivo della storia, almeno secondo lui, e ne descrive il deterioramento della ghianda, che di per sé non può portare a nulla di negativo, a meno che non ne venga fatto un cattivo uso. Terminato il libro, resta un senso di smarrimento insieme alla fascinazione: ammesso che i criteri scientifici non siano d'aiuto per stabilire la veridicità di questo impianto teorico, questo saggio ci indurrá in ogni caso a scavare nella nostra infanzia, in tutte quelle passioni che abbiamo abbandonato magari perché poco proficue, in tutto il malessere che forse ci opprime per una vita e un lavoro che troviamo insoddisfacenti. L'idea che non siamo qui per una causa nel passato ma per un motivo che deve essere cercato nel futuro è un invito a svegliarsi ogni giorno nel mondo chiedendosi quando conosceremo quella ragione, quale essa possa mai essere, meravigliandoci dei nostri talenti, dei nostri scopi ben al di là di uno stipendio, una casa e una famiglia, delle potenzialità con cui possiamo migliorare il mondo in cui viviamo. Hillman stesso ammette che il male della società è avere perso la capacità di connetterci con il nostro daimon, di reinterpretare le nostre vite attraverso il mito, di  esplorare l'immenso dio che è dentro di noi. Il codice dell'anima e la sua poetica immaginale o si accettano come un dono o si rigettano come ciarlataneria senza esitazione. A noi la scelta. Però ve lo dico: la differenza da fuori si vede.

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Inception

2 Marzo 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

A un anno e mezzo dall'ultima volta, decido di rivedere Inception per la quarta volta, incuriosita da un articolo in cui si faceva notare come uno dei protagonisti, l'allora Ellen Page, nel film si chiama Ariadne, come l'Arianna del labirinto, e non a caso è lei l'architetta dei mondi onirici abitati dalla squadra di Cobb, il vero protagonista. Ricordo che quando tempo fa parlai con entusiasmo del film a una cara amica, lei mi rispose che Inception era molto più di un meccanismo perfetto di scatole cinesi che di aprono in sequenza: era un discorso sull'inconscio e sulla realtà di ciò che viviamo. A quei tempi non avevo strumenti per capire il messaggio che mi veniva dato, per cui archiviai tutto nel mio cassetto "cose che forse un giorno mi saranno chiare". Sempre nello stesso articolo mi incuriosiva la frase "Cobb è un uomo come noi, frammentato e separato dal suo Paese e dalla sua famiglia". Ho provato quindi a leggere il film in senso psicoanalitico/mitologico: Cobb è l'uomo moderno inteso come maschio, privato del suo principio femminile, impersonato dalla moglie, che egli teme e tiene segregata a un livello del suo inconscio assai profondo. Il principio maschile è rappresentato dal sole, dal fare, dalla determinazione, dalla razionalità, da tutto ciò che è prima della soglia (ovvero la vita) mentre il femminile è lunare, oscuro, magico, emotivo, vendicativo, e attratto da tutto ciò è oltre la vita. La coppia, che ha vissuto anni felici insieme, entra in crisi quando i due si separano per la morte di lei, morte causata da lui, che le ha instillato il dubbio che la sua esistenza onirica non fosse reale. Lei sceglie di oltrepassare la soglia vendicandosi di lui, lui resta al di qua, isolato da tutti. Tutto ciò che gli rimane è intrufolarsi negli inconsci altrui come un ladro, in quanto nel suo si annida la sua pericolosa metà che lo vuole trascinare nel mondo ctonio insieme a lei. Alla fine, se Michael Caine non ha mentito e l'ultima scena è reale, Cobb si è riunito alla sua famiglia, ha ritrovato la sua completezza, e c'è riuscito nel momento in cui ha capito che la sua parte femminile era già dentro di sé, ciò che aveva relegato nello scantinato era una sbiadita idea della complessità femminile, che accettare il suo lato buio e lasciare andare quella figura mostruosa gli avrebbero permesso di integrarlo di nuovo. Se invece Caine ha mentito, allora Cobb è rimasto la sotto, ha abbandonato il suo principio maschile  e ha preferito vivere nel sonno degli inferi per non affrontare una realtà dolorosa. Resta un film che rivedrei all'infinito, qualunque interpretazione gli si voglia dare.

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Marco Balzano, "Le parole sono importanti"

27 Febbraio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Le parole sono importanti

Marco Balzano

Einaudi, 2019

 

Dieci voci note raccontano l'etimologia di dieci vocaboli italiani e altri ad essi correlati, ricostruendo quindi il significato di dieci parole di uso comune che non utilizzeremo più come prima dopo avere letto questo libro. Chi è contento si contiene in ciò che ha, deve quindi stare attento a non creare una "comfort zone" in cui si blocca ma avere uno spazio per essere felice, che ha la stessa radice di fertile, e invita quindi a creare, ad avere di più. Un modo per farlo è chiedere alle stelle, ovvero desiderare. Questo però rimanendo sempre soddisfatto di ciò che già possediamo, e quindi contenti. L'allegria invece condivide le origini con l'alacritá, e quindi il movimento. Chi è felice è probabilmente anche allegro, ma chi è allegro non è detto sia felice, insomma. È non per questione di gradazione di buon umore, ma proprio per causalità. Chi si diverte volge lo sguardo altrove, per non pensare ad altro. Se ci divertiamo troppo forse non siamo troppo contenti, e tantomeno felici, ma saremo allegri. Molta sorpresa deriverà dal termini limite e confine che, a dispetto dell'uso negativo e discriminatorio che ne facciamo ogni giorno, sono parole che invitano all'apertura, al confronto e alla condivisione. Rifletto invece sul termine ricordare, che significa avere nel cuore, e dimenticare, che trova le sue radici nella mente, da cui allontaniamo ciò che non ci appartiene. Come dire che alla fine possiamo eliminare qualcosa dalla nostra testa ma nel cuore una traccia resterà sempre? Il fascino di questo libro è che oltre alle divagazioni etimologiche dell'autore si possono aggiungere le nostre, ripensando alle nostre esperienze e rivedendo le nostre narrazioni. Perché il numero e la qualità delle parole che usiamo sono alla base per esprimere chi siamo, cosa vogliamo, e in definitiva rimodellare il nostro mondo, che a tratti coincide con la realtà. E comunicare bene di questi tempi mi pare una delle vie per uscire dall'impasse.

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Antonio Manzini, "Le ossa parlano"

28 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Le ossa parlano

Antonio Manzini

Sellerio Editore, 2022

 

Per la gioia di noi Bimbe di Schiavone, torna Manzini a raccontarci le avventure del burbero Giallini, ormai tutt'uno con il vicequestore più famoso d'Italia. La storia è molto "Rocco prima maniera" nel senso che la vicenda principale è quella investigativa, relativa al ritrovamento delle ossa di un ragazzino scomparso 6 anni prima. Molti degli intrecci che si erano creati nei precedenti libri vengono qui definitivamente sciolti, e per fortuna aggiungerei, che si stavano pianificando più complotti contro Schiavone che contro le case farmaceutiche. Italo troverà una sua definitiva collocazione, idem Caterina e Sandra. Schiavone invece non abdica alla sua scelta di infelicità volutamente cercata, il lutto per Marina è definitivamente la sua zona di comfort da cui dubito uscirà mai, è confortante la sua consapevolezza, però. Per le indagini Manzini ha chiesto aiuto al Labanof di Milano e si vede, l'ispezione e le ricerche sullo scheletro e la sua identificazione sono molto dettagliate e verosimili. L'indagine è tortuosa, piena di vicoli ciechi, e giustamente, perché in questi casi vi è una regola aurea che, per chi la sa, indirizzerebbe subito i sospetti nel modo giusto. Le continue retromarce e revisioni delle prove distolgono l'attenzione o comunque fanno pensare a una storia atipica. Invece no, è proprio la classica squallida storia dietro tanti bambini scomparsi nel nulla e spesso mai trovati. Forse un po' troppe scenette comiche che avrei tagliato perché spezzano troppo il filo  della trama, ma tutto sommato godibile per un viaggio in treno.

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Nassim Nicholas Taleb, "Antifragile"

14 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

Antifragile

Nassim Nicholas Taleb

Il Saggiatore, 2013

 

Antifragile è ciò che guadagna dalla volatilità e dal caos. Mentre il robusto resiste agli urti ma non cambia mai, e il fragile, al minimo cambiamento, soccombe, l'antifragile migliora. Come? In diversi modi, ovviamente, dato che questo aggettivo si può adattare a diversi sistemi. Uno è l'organismo umano con la sua adattabilità a condizioni anche alquanto estreme e a cui passare dal solleone alla neve, da un'abbuffata domenicale ad un bel digiuno, non nuoce, anzi, stimola il metabolismo. Anche le società possono essere Antifragili. Una collettività che, faccio due esempi assurdi, da una crisi economica o da una pandemia, trasformasse il problema in una opportunità per rivedere le modalità di lavoro e trasporti, la socialità, il modello di sviluppo o di sanità pubblica in senso più umano, equo ed ecologico sarebbe Antifragile. La stessa società che, per dire, fronteggiasse i medesimi imprevisti irrigidendosi in milioni di regole spesso contraddittorie, coartandosi in una comunicazione terroristica, puntando la risoluzione su un unico fattore non efficace al 100%, e fomentando le divisioni sociali, sarebbe estremamente fragile, con le conseguenze immaginabili. Taleb a volte in maniera condivisibile, a volte con opinioni davvero fuori da ogni convenzione, ci illustra i punti di fragilità del mondo in cui viviamo: medicina, economia, politica, scuola. Non è importante essere d'accordo o meno con lui, è importante a mio avviso cogliere lo spirito di chi offre un punto di vista alternativo, non polarizzato nelle solita dicotomia da etichetta che sa di già visto o già sentito. Un libro, come il precedente Il cigno nero, che mette ottimismo, perché ci invita a danzare nel caos, a capire che non tutte le regole vanno rispettare per il bene collettivo, che pensare di avere il controllo non è mai una cosa troppo buona. Uno dei meravigliosi messaggi che si coglie tra le righe è proprio quello di accogliere l'imprevisto nella nostra vita, benedirlo, perché quello è la vita, non l'ordine fittizio che noi esseri umani abbiamo di classificare le cose per fare finta di capirle. Taleb ci ricorda che l'antifragile in noi è proprio ciò che viene dal profondo: la cultura per ciò che amiamo, avere opinioni coerenti con noi e non con i nostri interessi, il lavoro artigianale, l'accettazione del fatto che non tutto può essere compreso, ma deve sempre essere vissuto. Tutto ciò che resiste al tempo, insomma, come i grandi classici della letteratura, il buon vino e il buon senso della nonna. Dopo avere finito questo saggio viene semplicemente voglia di lasciarsi andare al caso, correre un rischio, sperimentare una forma qualsiasi di ristrettezza, perché, come ci insegnano i maestri spirituali, quello che ti spezza non è cadere in sé, ma l'urto con il terreno, duro e rigido come certe convenzioni dure a morire.

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Il capo perfetto

8 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Blanco non è un capo perfetto, e lo si vede dai primi minuti del film. Ha un atteggiamento paternalistico  con i suoi dipendenti, non disdegna di fare il galletto con qualche bella e giovane stagista, li usa come operai nei giorni festivi, però li aiuta come può nei loro problemi privati perché i loro dolori affliggono anche lui, a suo dire. In realtà è più preoccupato dell'afflizione delle sue tasche causata da lavoratori distratti o preoccupati. Non è cattivo, è un po' vanesio. Se fosse davvero perfido, non si perderebbe negli imprevisti che gli accadono proprio la settimana prima di ricevere l'ennesimo premio prestigioso: un lavoratore licenziato che protesta, una stagista arrapata ed arrivista, una tresca tra dipendenti che sta mandando in tilt il cornuto di turno. Quando le sue strategie da signorotto di provincia falliscono miseramente (e giustamente), passa alle maniere forti, ma da neofita, le farà sfociare nel dramma per sé e per gli altri. Film gustoso, Bardem regala una gamma di espressioni facciali meravigliose a ogni fotogramma, l'umorismo è corrosivo, di buonismo manco l'ombra, nessuno si salva, tantomeno quelli che parrebbero le vittime della situazione. Una descrizione realistica del mondo delle aziende, dove di facciata ci sono regole rigide ma che scavando leggermente mostrano il peggio dei vizi umani, su cui amabilmente si glissa per amore del profitto. Il capo perfetto è come il medico pietoso: fa danno. Come diceva Blanco senior "ogni tanto occorre truccare la bilancia per farla stare in equilibrio", e chi lo nega è ipocrita o nato ieri.

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