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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Matthew McConaughey, "Greenlights"

17 Settembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

Non mi interessano particolarmente le autobiografie, tantomeno di gente bella, ricca, famosa che, immagino io, non avrà granché da dirmi. Se non mi avessero messo la pulce nell'orecchio con i principi dello Stoicismo che il buon Matthew segue e applica, non avrei mai immaginato di leggerlo. E invece adesso lo sto pure consigliando. Trentacinque anni di aneddoti, sfide, cadute, attese, riflessioni e introspezione incollate da diverse foto dell'epoca e parecchi "adesivi da paraurti" come li chiama lui, cioè quei motti, frasi che contengono verità e consigli utili a vivere. Una vita trascorsa in una famiglia di sani valori cristiani anche se tra padre e madre ogni tanto il salotto buono si trasformava in un ring e i rituali di crescita avvenivano con risse degne di un saloon (per me le scene più esilaranti) ma anche una vita da bravo ragazzo americano fatta di pochi agi e molta azione. La filosofia dell'attore è semplice: la vita è come una mappa cittadina, piena di semafori rossi a cui DEVI fermarti. Chiamala pandemia, disoccupazione, lutto in famiglia, tutti noi abbiamo vissuto momenti, più o meno lunghi, in cui il traffico si è bloccato. Ma tutti i semafori rossi hanno un pregio: prima o poi diventano verdi. E la transizione avviene col tempo, che però, come ci insegnano i fisici, non è una costante, per cui se quello dell'orologio tarda troppo, possiamo noi ribaltare la situazione prima scorgendo il lato buono, rendendo l'attesa attiva (un po' come quando ascolti una musica o rifai mentalmente la lista della spesa in attesa che scatti il colore del via), creandoci degli obiettivi. Tutto ma NON vittimizzarci, compiangerci (piangere sì però), rimpiangere. L'attesa costruttiva fa sì che sia il bersaglio a colpire noi. Per cui desiderare in maniera sincera, ma soprattutto viaggiare, seguire l'istinto e l'intuito, provare, fallire, capire quando ci si sta allontanando da ciò che si è. Cercare di restare fedeli a noi stessi il più possibile, accettare quando ce ne allontaniamo, perdonarci, girare la barra di quanto basta e riprendere la via. Tutto qui? Sì, un tutto che però non è per nulla facile, richiede dedizione, umiltà, coraggio come lo stesso autore sottolinea. Ciò che ne viene è una vita degna di essere vissuta e raccontata anche nelle sue parti più meschine e luride, un viaggio gratificante di amore per sé stessi.

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Claudio Lagomarsini, "Ai sopravvissuti spareremo ancora"

10 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
Ai sopravvissuti spareremo ancora
Claudio Lagomarsini
 
Fazi, 2020
 
 
I "trespassers" in inglese sono gli intrusi, ovvero coloro che oltrepassano un confine. Perché in America nelle proprietà private appendono un cartello in cui dicono cortesemente che verranno "sparati". Il seguito della frase è tradotto nel titolo di questo breve romanzo che ha come protagonista la provincia carrarese (immagino, vedono le Apuane ma hanno il mare) con i limiti che Marcello, l'autore del diario personale che diventa poi la storia narrata, vorrebbe oltrepassare. Ma a volte i muri sono alti e privi di appigli, e agilità e astuzia non bastano. Marcello descrive nel suo diario l'estate del 2002 con il Salice, il fratellino, il Tordo, l'amante della nonna e Wayne, lo sbruffone di paese per cui sua madre ha mollato il padre che ora, invece di fregarsene dei figli da vicino, lo fa dal lontano Brasile. E già così, si capisce che tipo è Marcello: uno sfigato bravo sui libri, innamorato della tipa a cui passa le versioni e che la dà ad un balordo, uno come Wayne ma con la moto, uno che usa tutto il suo spirito per mettere soprannomi così azzeccati che poi alla fine ti pare che questi personaggi siano stati davvero battezzati in quel modo. Il fratello va al mare, ha gli amici, scherza. Lui no. Lui vorrebbe evitare l'impietoso spettacolo di quella provincietta intrisa di un patriarcato e un sessismo squallidi, di cui le donne sono prime esponenti con i loro litigi da due soldi per questioni di minchia più che di cuore, raccontini usciti dritti da becere commediole anni '70 italiane, zuffe stile galletti da pollaio per serbatoi di acqua, inutili prove di forza per ribadire stancamente un machismo anacronistico, illusioni di chi non vuole ammettere che il figlio è un ladro o il nipote è gay, con l'aggravante di porre un reato e l'omosessualità sullo stesso piano. Ma questo gli tocca. Deve vederlo ogni giorno. Vorrebbe, cerca di interporsi tra le parti in causa per spezzare queste dinamiche ormai stantíe e prevedibili, ma riceve solo risatine di scherno o strilla di terrore. Non si possono cambiare certe cose. Te ne vai, oppure resti e sopporti. Marcello, personaggio non particolarmente furbo o simpatico, e per questo umanissimo e così vicino, dall'alto dei suoi 17 anni non ci sta. Sceglie la terza soluzione con tutte le conseguenze. Resterà il dubbio se la fine si sarebbe potuta evitare o cambiare, se la catena causale di coincidenze avrebbe inevitabilmente portato alla classica "tragedia in provincia" o se inconsciamente il tormentato adolescente abbia cercato quell'esito. L'unica certezza che resta al termine della storia è che la vera arma non era quella detenuta dal Tordo ma la meschineria soffocante di un ambiente inadatto a un giovane più riflessivo e introverso, a cui basta un nulla per essere innescata.
 
"Da un po’ di tempo, un avvocato che arringa nel mio tribunale notturno ripete la stessa solfa. L’assassino, sostiene lui, non è nessuno di noi. È l’intonaco color pesca, la siepe del pitosforo, il ghiaino bianco delle nostre case. Sono le taccole in umido che abbiamo mangiato, i racconti piccanti che ci siamo scambiati e l’aria che abbiamo respirato. Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi. Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo".
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Carmen Totaro, "Un bacio dietro al ginocchio"

2 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 

 

 
 
 
Un bacio dietro al ginocchio
Carmen Totaro
Einaudi, 2021
 
 
"Aveva notato che lì, nella cava, le parole gridate disegnavano una curva e poi si disperdevano. Schizzavano in alto come un fuoco d'artificio e poi precipitavano, non ne restava nulla. Era come se si esaurisse la voce che le aveva pronunciate, e lei avrebbe voluto aggiungere la sua a quella della figlia, gridare allo stesso modo, più forte, piangere, perché neanche lei aveva ricevuto consolazione."
Nella preparazione al duello finale tra Ada e Elisa, madre e figlia, un duello degno di un western, con questa ambientazione abbacinante in una cava sperduta nel mezzo di un'assolata Sardegna, le parole sono proiettili che rimbalzano impazziti. 
Nel capitolo che apre il romanzo invece le parole sono stentate, non hanno getto, cadono vicino a chi le pronuncia, senza veramente raggiungere l'altra, ognuna recita la propria verità ma senza che l'altra davvero la ascolti.
Una cena di compleanno goffa e malriuscita, poi il rientro a casa. Ada resta sola, Elisa esce e nulla sarà più come prima né per i protagonisti né per noi lettori. Qualcosa accade, viene descritto ma mai spiegato veramente, anche se la soluzione appare semplice e logica, poche sono le alternative, per non dire nessuna. Ma quando Ada riporta i fatti è evidente come questi non combacino con quanto è accaduto. Veniamo trascinati in un giallo psicologico in cui la verità trova una sua strada attraverso questa dissonanza cognitiva continua tra narrato e riferito, in cui i perché si intuiscono, la psicologia di Ada si svela a ogni capitolo con le sue paure, la dipendenza affettiva, i fallimenti e le illusioni, il suo modo ottuso di interagire con gli amici della figlia, la sua indebita intrusione nelle vite altrui, il suo essere così giudicante. Elisa, gelida e determinata, tornerà ad abitare le pagine nella seconda metà, e proprio l'assenza di spiegazioni del suo gesto, ma un certo sollievo per il suo fallimento, ci indirizzano verso una ragazza confusa, arrabbiata, senza meta e irrisolta. Un notevole scavo in due personalità al limite che si trovano ad avere necessità dell'altra per uscire dal pozzo nero in cui languiscono da anni senza mai avere davvero il coraggio di ammettere la necessità di aiuto. "Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si deve avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre". Bello davvero.
 
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Giri /Hagj, la serie.

7 Maggio 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.

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Giulia Blasi, "Manuale per ragazze rivoluzionarie"

2 Aprile 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Manuale per ragazze rivoluzionarie

Giulia Blasi

 

Rizzoli

2020

 

 

"No, guarda, per favore, anche basta col femminismo" e "NON MI PARLARE DELLE FEMMINISTE, LE ODIO" e "Ma davvero c'è ancora bisogno di scrivere roba simile?". Questi sono i commenti di 3 donne a cui ho provato a suggerire la lettura/ascolto di questo libro. Provato, perché nemmeno mi hanno lasciato finire. Il femminismo è morto, ridicolo, inutile e fascista. E proprio a chi la pensa così questo libro è dedicato. Giulia Blasi, scrittrice e interprete su Storytel del suo saggio, spiega esattamente come e perché nasce il femminismo, cosa è diventato, perché è tanto osteggiato dalle stesse donne, cosa è il femminismo da giardino, dove sta sbagliando. E fin qui si potrebbe pure accusarla di scrivere sue opinioni personali con cui abbiamo tutto il diritto di non essere d'accordo. Ma fa di più. Ci tira fuori dalla caverna, una delle tante in cui siamo belli comodi sdraiati, e ci mostra come ciò che sappiamo o pensiamo di sapere sia solo un teatrino di ombre, frutto di un marketing preciso e spietato che ha come unico scopo quello di farci fessi e contenti. Lo stesso che ci manipola facendoci beare del fine settimana in cui andremo a fare una gita fuoriporta e distogliendoci dal fatto che come somari abbiamo sprecato 40 ore delle nostre vite davanti a un PC a memorizzare protocolli. I giorni sono tutti uguali, è il valore che il capitalismo dà loro per la sua sopravvivenza che cambia. Le persone sono tutte uguali ma il patriarcato ha tutto l'interesse ha discriminare donne e minoranze di ogni sorta per proliferare meglio. Il saggio insegna a diventare più consapevoli, aiutare chi non lo è, come gestire gli attacchi sul web, la sessualità, come sono nati certo fenomeni al di là di certa propaganda che li ha sviliti. Ma soprattutto fa il punto su un Paese rimasto agli anni '50, dove gli uomini sono ancora più vittime di certa mentalità in quanto, a differenza delle donne che si sono evolute, non capiscono più il mondo che sta loro attorno. In un momento storico cruciale come questo, capire che la rivoluzione di una delle tante masse emarginate dal sistema è uno dei grimaldelli per scardinarlo, è fondamentale. Almeno prima di esprimere un'opinione su un movimento che non conoscete (perché non lo conoscevo manco io prima di leggere il libro) leggetelo. Poi se ne riparla.

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Matt Haig, "La biblioteca di mezzanotte"

31 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

La biblioteca di mezzanotte
Matt Haig
2020
 
A molti questo libro parrà scontato e superficiale, altri lo definiranno fantastico e illuminante. Sono vere entrambe le opinioni, la differenza la fa chi lo legge. Chi ha alle spalle qualche riflessione sulla vita e le opportunità non ci troverà nulla se non le conferme a ciò che già aveva intuito. Vittimisti, sconsolati, dediti al rimpianto cronico scopriranno che wow, mica l'avevano mai vista così la faccenda. La storiella non è nulla di che, più o meno il film di Capra La vita è meravigliosa (o se vogliamo buttarla sul colto, pure Dante 700 anni fa si fece accompagnare per un tour pre-mortem da una guida di fiducia) condita da un briciolo di fisica quantistica. 
Nora dopo una giornata in cui tutto va storto (e a chi non è capitato?), dall'amica che non risponde al Whatsapp alla certezza di avere sprecato tutti i suoi talenti nella vita, decide di lasciare il mondo terreno. Nel limbo che la separa dalla morte vera e propria si imbatte in una biblioteca che contiene tutte le sue possibili vite causate da tutte le possibili scelte diverse che avrebbe potuto fare. Inizia quindi a sperimentare centinaia di vite possibili. Quale sceglierà? Ora, prima di elencare quali sono i messaggi degni di nota del romanzo, vorrei solo avvisare l'incauto lettore che sì, tutto molto bello e poetico e zen, però non è che tutto nella vita si condisce con queste colate di pensiero positivo. Insomma, shit happens e io aggiungo sometimes it lasts, e non solo non c'è nulla di male ma è meglio farci i conti. Per cui l'ultimo capitolo leggetelo con una sana dose di cinismo. Ora veniamo ai messaggi da tenere a mente:
1) Mai essere precipitosi nel giudizio. Una giornata di M capitò pure a Matt Haig che infatti arrivò sull'orlo di una scogliera e del suicidio e che probabilmente si ispira a questo fatto personale nel romanzo. Andiamo a dormire e il giorno dopo scopriremo anche un sacco di cose belle.
2) Valutiamoci. Facciamo un mucchio di cose belle per chi ci circonda, spesso non ce lo dicono o ce lo dicono in modo goffo o sbagliato ma è così. Senza di noi qualcosa va peggio sicuro, fidatevi.
3) Ringraziamo chi ci fa stare bene così impedivano agli altri di inciampare nel punto 2
4) La Vita la maggior parte delle volte va vissuta e non capita. Ovvero ammazzarsi di domande soprattutto che non avranno risposta (perché il tipo a cui piacevo mi ha rifiutato? Perché il collega astioso mi ha poi fatto complimenti bellissimi? Ho ferito mai qualcuno?) fa sì che il mondo proceda sereno senza di noi che stiamo lì al palo con espressione ebete. Hai voglia poi che ti perdi le occasioni.
5) Le cose vanno vissute sennò non possiamo sapere se davvero sono buone o cattive per noi. Se sono cattive averle vissute ci insegnerà un mucchio di roba. Prezzo alto ma soddisfazione garantita.
Termino con uno stralcio del libro: "Forse però è così che sono fatte le vite di ognuno. Forse persino quelle all'apparenza così perfette nella loro intensità, o degne di essere vissute, alla fine hanno lo stesso sapore. Acri di disillusione e monotonia e ferite e rivalità, intervallati da sprazzi di meraviglia e bellezza. Forse era questo l'unico significato che aveva davvero importanza. Essere il mondo, testimone di sé stesso".
Buona vita, insomma.
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Le Tellier, "L'anomalia"

30 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #fantascienza

 

 

 
 
 
L'anomalia
Hervé Le Tellier
2020
 
 
"Sì proprio così. Posso ricordarle la frase di Nietzsche? 'Le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria'. In questo momento, l'intero pianeta si trova di fronte ad una verità inedita, che rimette in discussione tutte le nostre illusioni. È un segno che ci è stato inviato, indubitabilmente. Ma, pensare richiede tempo, ahimè. L'ironia sta nel fatto che essere virtuali implica forse maggiori doveri nei confronti del nostro prossimo, del nostro pianeta. Soprattutto collettivamente.
- E perché mai?-
- Perché - ed è stato già detto da un matematico - questo test non è destinato a noi in quanto individui. Questa simulazione pensa in termini di vastità oceaniche, se ne infischia del movimento di ogni singola molecola d'acqua. È dunque dalla specie umana nella sua interezza che la simulazione si aspetta una reazione. Non ci sarà nessun salvatore supremo. Dovremo salvarci da soli".
 
Leggere ora questo romanzo scritto ben prima del 2020 e che si incasella con difficoltà (fantascienza? Ucronia?) fa veramente uno strano effetto. Nel romanzo di Le Tellier, che si manda giù che è una delizia, accade l'impossibile, che è poi quanto scritto in sinossi. Un intero aereo con il suo contenuto umano viene misteriosamente "duplicato" durante una turbolenza. Ci si ritrova quindi con 243 esseri umani con medesimo DNA ma anche ricordi di quelli del medesimo aereo atterrato 3 mesi prima al JFK. A parte le ovvie difficoltà di gestire la situazione da un punto di vista sociale, psicologico, economico e militare,  diventa urgente capire come il fatto possa essere accaduto e chi ne sia il responsabile. E per trovare una spiegazione occorre scomodare Nick Bostrom, filosofo reale, e la sua disturbante teoria. Le problematiche per inserire i "doppioni" sul pianeta si sciolgono a poco a poco e tutti i rivoli costituiti dai 7 personaggi che il romanziere ha deciso di seguire confluiscono in un rassicurante lieto fine ma nessuno ha risposto alla domanda fondamentale: se i "cigni neri" sono come degli enormi quiz inviati alla specie umana per testare le loro risposte, dalla nostra risposta dipende o la nostra evoluzione verso uno stadio evolutivo più alto o il crash del sistema essere umano. E come la filosofia insegna, bisogna sempre affrontare i problemi, mai evitarli. Perché a ignorarli può succedere un problema di impaginazione delle ultime righe.
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Luke Rhinehart, "L'uomo dei dadi"

25 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'uomo dei dadi

Luke Rhinehart

1971

 

"Poteva esistere un uomo totalmente a caso? Poteva un singolo uomo sviluppare talmente le sue capacità da poter variare la sua anima, a piacere, da un'ora all'altra? Poteva un uomo essere una personalità infinitamente multipla? O meglio, come l'universo secondo alcuni teorici, essere una personalità multipla in continua espansione, tale da potere essere contratta solo dalla morte? E del resto, anche allora, chi poteva dirlo?"

Luke Reinhardt, protagonista omonimo dello scrittore (che però si chiama in realtà George Cockcroft e non c'entra nulla con queste vicende totalmente inventate) è uno psicanalista mediamente bravo, mediamente di successo, mediamente ricco ma soprattutto mediamente infelice, da buon medio borghese che ha tutto quanto gli servirebbe per sentirsi totalmente appagato. Cosa non va nella vita di Reinhardt e di milioni di americani di mezza età? Che sono solo se stessi, forse, o magari che sono l'unico se stesso che hanno imparato ad essere scivolando tra i paletti di società, educazione, morale, legge. Ma l'io si può cambiare come un vestito? Secondo lui sì. Basta prendere un dado e dare una opzione a ogni faccia, tiri e quello che esce sarai. Vuoi stuprare la vicina di casa, ammazzare, frodare, farti sodomizzare, corrompere i tuoi figli, mentire? Vai, lanciati, mica lo hai deciso tu, è il maledetto (o benedetto?) dado! Inizia dalle piccole cose e poi lanciati (dopo il dado si intende, sia mai), sii chi mai avresti potuto immaginare, sperimentati! Non ci dicono fior di psicologi, filosofie, guru che il nostro ego è il peggior nemico? E allora annulliamolo, che aspettiamo? Se saremo infiniti non vivremo più nella prigione dell'Io ma correremo felici nel labirinto di mille personalità fluide senza mai fermarci. Fino all'uscita. Se decidiamo di uscire. E se sapremo riconoscerci.

Libro che parte con un'idea geniale, trasgressiva, dissacrante e che alcuni hanno deciso di seguire davvero come filosofia di vita ai tempi della pubblicazione (a cavallo tra i '60 e i' 70) ma che da un punto di vista letterario secondo me diventa prolisso, ripetitivo e un po' troppo indulgente in scene ed episodi pruriginosi che lasciano il tempo che trovano a un certo punto. Scoppiettante la prima metà, declinante la seconda, con gli ultimi due capitoli notevolissimi, brevissimi ma geniali. Un invito scherzoso (sì?) alla follia, al libero arbitrio dei sensi, all'infrazione delle regole, al correre nudi per strada urlando a squarciagola frasi senza senso incuranti delle guardie o degli sguardi. Anzi, forse proprio per provocarli.  Ovviamente non applicabile davvero nella realtà. Tranne che per.

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Giorgia Tribuiani, "Guasti"

2 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Guasti

Giorgia Tribuiani

Voland

 

Già a pochi minuti di ascolto di questa storia (ne ho usufruito su Storytel) è evidente, per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i discorsi di co-dipendenza affettiva, che Giada, protagonista di questa storia, ne soffra. Tanto che, all'inizio, si resta un po' perplessi: se il lettore ha già capito il problema della protagonista, vista la brevità della narrazione, perché proseguire? Per diversi motivi. Il primo è che la Tribuiani fa capire la personalità di Giada e il suo enorme e avvolgente problema senza far mai dichiarare apertamente una sola goccia di malessere. Lei, in questa grottesca situazione, pare quasi contenta. Ma le sue parole, pronunciate con apparente contentezza, celano ben altro. Il secondo motivo è che, dietro una storia surreale, originale e certamente bizzarra, io ho visto un sottotesto metaforico svolto in maniera molto credibile e che rappresenta la situazione psicologica della protagonista e la terapia per uscirne. Giada infatti da diverso tempo vive per inseguire le mostre in cui viene esibito il corpo plastinato del suo ex compagno, un noto  fotografo che, per concedersi un post-mortem simile, doveva essere un discreto narciso. In realtà lei dai tempi della convivenza con lui aveva rinunciato alla sua vita che non era certo importante come quella dell'artista reso ora opera d'arte. Lui continua a permeare la sua vita così come il ricordo e l'immagine di ogni oggetto d'amore non abbandona il co-dipendente affettivo che, se da una parte accetta a stento con dolore l'abbandono, non concepisce minimamente che esso finisca tra le braccia di qualcun altro. Immaginate pure la reazione di Giada quando un riccone decide di comprare l'unica immagine che le è rimasta del suo semidio. Rifugiarsi nell'unica toilette guasta del museo (unico luogo affine per una personalità evidentemente rotta sotto il profilo affettivo) e accettare il timido ma determinato aiuto di un vigilante che la guida nel suo percorso terapeutico. È abbastanza indicativo che Giada, proprio mentre inizia a capire il suo dramma interiore, venga invitata a lasciare la mostra da un direttore che le nega di incontrare il suo amico guardiano perché la donna avrebbe fatto scattare degli allarmi in passato con la sua inopportuna presenza. Perché i nostri problemi sono una bellissima zona confortevole che ci siamo creati negli anni e cercare di uscirne fa davvero scattare le sirene protettive della paura di ciò che è ignoto e ostacola il terapeuta. Ma Giada ha deciso: se un vigilante e una ragazza con le pinze argentate nei capelli, incontrati da poco per caso,  le vogliono bene, la capiscono e la guidano verso la salvezza, perché lei non può farlo da sola? Cosa deve fare per ottenere la liberazione? L'unica soluzione immaginabile. E anche qui direi che, se da un punto di vista della verosimiglianza è ridicolo un guardiano che presta il suo consenso al piano di lei, all'interno della metafora ci sta tutto. Perché il vigilante si è sempre preso cura della donna, il compagno è sempre stato un tramite. E Giada, che paradossalmente per tutto il libro si è stizzita a sottolineare che lei non era la moglie (come dire: non ero legata così tanto a lui, ero libera. Certo, come no), ci lascia nelle ultime righe con una risata che emette suoni di libertà. E che gli allarmi suonino, la terapia è finita.

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Remo Rapino, "Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio"

25 Novembre 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Remo Rapino

2019, Minimum Fax

 

 

Se questo libro è strepitoso per la lingua con cui è stato scritto, diventa imperdibile nell'interpretazione di Fabrizio Gifuni, che gli presta nella sua versione audio una voce roca, incazzata, dolente per l'umanità e il mondo che Bonfiglio Liborio non è mai riuscito a capire in oltre 80 anni di vita. Ormai prossimo alla morte, rievoca la sua vita nei diversi periodi, ogni narrazione preceduta da una sonora russata, ogni ricordo uno sproloquio carente in punteggiatura, ma arricchito da un dialetto vivo, sfavillante e perfetto per i "vaffangulo" che il protagonista non risparmia a nessuno, nemmeno al cosiddetto amore della sua vita.
Il vecchio cocciamatte ripercorre 80 anni di storia italiana puntellata dai suoi ritornelli ossessivi come i segni neri, Giordani Teresa, il maestro Cianfarra Romeo. Vivrà la guerra, l'emigrazione, le lotte sindacali, il carcere e il manicomio, ma tutto da spettatore esterno, con il naso e i palmi delle mani schiacciati contro l'invisibile vetro mentre osserva smarrito una realtà che non riesce davvero ad elaborare.
Povero, ignorante, emarginato, non riesce mai davvero a fare quello scatto che gli permetterebbe di emanciparsi, socialmente o culturalmente, troppo preso dalle sue ossessioni, dal suo vittimismo, dalla sua rabbia  cieca, da un passato che non può cambiare. Ultimo, talmente ultimo che non riesce nemmeno ad essere protagonista della sua permanenza in manicomio, dove in 9 anni avrà una parvenza di vita simulata (il riconoscimento da parte degli altri, una sorta di innamoramento, il lutto, l'attuazione di una idea a favore della collettività) ma che poi dovrà abbandonare, per guarigione da una pazzia che mai è stata tale, ma solo risposta a una domanda fondamentale, esistenziale, una domanda sul senso della sua vita, intesa come vita passata per ore davanti alla catena di produzione delle rondelle, una domanda che ignorata lo porterà ad un gesto sconsiderato portatore di ulteriori segni neri.
Così Bonfiglio Liborio, a suo modo filosofo, osserva perplesso il mondo, la gente, la società, in maniera grezza e per noi brava gente divertente, lo scruta e lo critica, cogliendo senza vera consapevolezza i nostri limiti, le ingiustizie, le piccinerie, le follie, e riportandoli a noi con il suo sgangherato monologo, permettendoci di ridere amaramente su ciò che siamo e sulla nostra umana cattiveria verso quelli come lui, che solo per caso o per privilegio ingiusto, non siamo dei reietti. Non dimentichiamolo. Bonfiglio Liborio ci teneva un sacco che lo sapessimo.
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