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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

altea

Giorgia Tribuiani, "Guasti"

2 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Guasti

Giorgia Tribuiani

Voland

 

Già a pochi minuti di ascolto di questa storia (ne ho usufruito su Storytel) è evidente, per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i discorsi di co-dipendenza affettiva, che Giada, protagonista di questa storia, ne soffra. Tanto che, all'inizio, si resta un po' perplessi: se il lettore ha già capito il problema della protagonista, vista la brevità della narrazione, perché proseguire? Per diversi motivi. Il primo è che la Tribuiani fa capire la personalità di Giada e il suo enorme e avvolgente problema senza far mai dichiarare apertamente una sola goccia di malessere. Lei, in questa grottesca situazione, pare quasi contenta. Ma le sue parole, pronunciate con apparente contentezza, celano ben altro. Il secondo motivo è che, dietro una storia surreale, originale e certamente bizzarra, io ho visto un sottotesto metaforico svolto in maniera molto credibile e che rappresenta la situazione psicologica della protagonista e la terapia per uscirne. Giada infatti da diverso tempo vive per inseguire le mostre in cui viene esibito il corpo plastinato del suo ex compagno, un noto  fotografo che, per concedersi un post-mortem simile, doveva essere un discreto narciso. In realtà lei dai tempi della convivenza con lui aveva rinunciato alla sua vita che non era certo importante come quella dell'artista reso ora opera d'arte. Lui continua a permeare la sua vita così come il ricordo e l'immagine di ogni oggetto d'amore non abbandona il co-dipendente affettivo che, se da una parte accetta a stento con dolore l'abbandono, non concepisce minimamente che esso finisca tra le braccia di qualcun altro. Immaginate pure la reazione di Giada quando un riccone decide di comprare l'unica immagine che le è rimasta del suo semidio. Rifugiarsi nell'unica toilette guasta del museo (unico luogo affine per una personalità evidentemente rotta sotto il profilo affettivo) e accettare il timido ma determinato aiuto di un vigilante che la guida nel suo percorso terapeutico. È abbastanza indicativo che Giada, proprio mentre inizia a capire il suo dramma interiore, venga invitata a lasciare la mostra da un direttore che le nega di incontrare il suo amico guardiano perché la donna avrebbe fatto scattare degli allarmi in passato con la sua inopportuna presenza. Perché i nostri problemi sono una bellissima zona confortevole che ci siamo creati negli anni e cercare di uscirne fa davvero scattare le sirene protettive della paura di ciò che è ignoto e ostacola il terapeuta. Ma Giada ha deciso: se un vigilante e una ragazza con le pinze argentate nei capelli, incontrati da poco per caso,  le vogliono bene, la capiscono e la guidano verso la salvezza, perché lei non può farlo da sola? Cosa deve fare per ottenere la liberazione? L'unica soluzione immaginabile. E anche qui direi che, se da un punto di vista della verosimiglianza è ridicolo un guardiano che presta il suo consenso al piano di lei, all'interno della metafora ci sta tutto. Perché il vigilante si è sempre preso cura della donna, il compagno è sempre stato un tramite. E Giada, che paradossalmente per tutto il libro si è stizzita a sottolineare che lei non era la moglie (come dire: non ero legata così tanto a lui, ero libera. Certo, come no), ci lascia nelle ultime righe con una risata che emette suoni di libertà. E che gli allarmi suonino, la terapia è finita.

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Remo Rapino, "Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio"

25 Novembre 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Remo Rapino

2019, Minimum Fax

 

 

Se questo libro è strepitoso per la lingua con cui è stato scritto, diventa imperdibile nell'interpretazione di Fabrizio Gifuni, che gli presta nella sua versione audio una voce roca, incazzata, dolente per l'umanità e il mondo che Bonfiglio Liborio non è mai riuscito a capire in oltre 80 anni di vita. Ormai prossimo alla morte, rievoca la sua vita nei diversi periodi, ogni narrazione preceduta da una sonora russata, ogni ricordo uno sproloquio carente in punteggiatura, ma arricchito da un dialetto vivo, sfavillante e perfetto per i "vaffangulo" che il protagonista non risparmia a nessuno, nemmeno al cosiddetto amore della sua vita.
Il vecchio cocciamatte ripercorre 80 anni di storia italiana puntellata dai suoi ritornelli ossessivi come i segni neri, Giordani Teresa, il maestro Cianfarra Romeo. Vivrà la guerra, l'emigrazione, le lotte sindacali, il carcere e il manicomio, ma tutto da spettatore esterno, con il naso e i palmi delle mani schiacciati contro l'invisibile vetro mentre osserva smarrito una realtà che non riesce davvero ad elaborare.
Povero, ignorante, emarginato, non riesce mai davvero a fare quello scatto che gli permetterebbe di emanciparsi, socialmente o culturalmente, troppo preso dalle sue ossessioni, dal suo vittimismo, dalla sua rabbia  cieca, da un passato che non può cambiare. Ultimo, talmente ultimo che non riesce nemmeno ad essere protagonista della sua permanenza in manicomio, dove in 9 anni avrà una parvenza di vita simulata (il riconoscimento da parte degli altri, una sorta di innamoramento, il lutto, l'attuazione di una idea a favore della collettività) ma che poi dovrà abbandonare, per guarigione da una pazzia che mai è stata tale, ma solo risposta a una domanda fondamentale, esistenziale, una domanda sul senso della sua vita, intesa come vita passata per ore davanti alla catena di produzione delle rondelle, una domanda che ignorata lo porterà ad un gesto sconsiderato portatore di ulteriori segni neri.
Così Bonfiglio Liborio, a suo modo filosofo, osserva perplesso il mondo, la gente, la società, in maniera grezza e per noi brava gente divertente, lo scruta e lo critica, cogliendo senza vera consapevolezza i nostri limiti, le ingiustizie, le piccinerie, le follie, e riportandoli a noi con il suo sgangherato monologo, permettendoci di ridere amaramente su ciò che siamo e sulla nostra umana cattiveria verso quelli come lui, che solo per caso o per privilegio ingiusto, non siamo dei reietti. Non dimentichiamolo. Bonfiglio Liborio ci teneva un sacco che lo sapessimo.
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Paul Watzlawick, "Istruzioni per rendersi infelici"

7 Novembre 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #psicologia

 

 

 

 

Le Istruzioni per rendersi infelici di Paul Watzlawick possono essere realmente annoverate nel filone della "biblioterapia" nel senso clinico del termine. E come ogni medicinale possono dare fastidiosi effetti collaterali in individui predisposti al momento del lettura. È quello che successe a me, 5-6 anni fa quando lo comprai e lo iniziai: subito avvertiti un senso di malessere, fastidio. Non lo capivo. Lo abbandonai ma lo portai con me nei successivi traslochi, complice un inconscio che sapeva che prima o poi ne avrei colto i frutti. E così è stato negli scorsi giorni, durante i quali l'ho fatto fuori in 3 pause pranzo al sole. Lettura che è stata rapida, senza soffermarmi troppo, ma sorridente, perché giungeva dopo anni di esperienze scomode e di testi di filosofia, sociologia, spiritualità, che mi hanno permesso di capire che non c'era nulla da capire, il libro offre ciò che promette dal titolo, ovvero le istruzioni da seguire se si vuole vivere infelici.

Watzlawick espone sornione le sue regole, tutte attraversate da una potente ironia ma tutte corrette. Se glorifichiamo il passato, se ci riterremo indegni di essere amati, se passeremo il tempo a manipolare i nostri cari, se ci porremo obiettivi facilmente raggiungibili, non sarà possibile sbagliare, come seguire una ricetta passo passo, il risultato è garantito: la nostra infelicità. E non sono fantasiose teorie dell'autore, no, no, sono corroborate dalla saggezza degli antichi (giapponesi, romani, greci) e dei grandi contemporanei (Rousseau, Dostoevskij, Nietzsche).

Personalmente è un testo che non mi sento di consigliare a neofiti di psicologia, filosofia, sociologia o spiritualità: il rischio di trovarlo superficiale e ostico esiste. Un precedente approccio anche spicciolo alle materie di cui sopra permetterà di apprezzarlo, intuire una serie di sottotesti che Watzlawick appena accenna (narcisismo e manipolazione, difficoltà nelle relazioni amorose, gestione errata dei fallimenti) e scovare le geniali verità in esso contenute. Poi, se proprio ci tenete, potete sempre decidere di applicare al contrario le sue istruzioni e cercare di avere una vita appagante. De gustibus.

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Rebecca Kauffman, "La casa dei Gunner"

29 Agosto 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

La casa dei Gunner

Rebecca Kauffman

Big Sur, 2020 

 

Credo che alla fine i libri ci dicano davvero qualcosa quando vanno a toccare qualche oscura corda interiore. Non che gli altri non ci dicano nulla, semplicemente a volte toccano corde mute, a volte corde che ancora non abbiamo, magari con un effetto ritardato di anni rispetto al momento in cui li leggiamo. Questo libro, che in un altro momento non mi avrebbe detto nulla, letto in questo periodo, ha posato il suo sguardo dentro di me. Dico che non mi avrebbe colpito granché perché non amo particolarmente queste storie corali stile Grande Freddo di amici che si ritrovano dopo anni per occasioni ferali e si vomitano addosso segreti e bugie. Questo caso però fa eccezione perché le confidenze scambiate dal gruppo dei Gunner hanno tutte a che fare con la morte di Sally, amica suicida, il cui funerale è motivo del rimpatrio, la quale 15 anni prima aveva abbandonato il gruppo di amici senza una spiegazione. E ognuno dei sopravvissuti ritiene di essere a conoscenza, addirittura essere il responsabile, del motivo per cui Sally troncò i rapporti con tutti. Le rispettive confessioni inevitabilmente ribaltano il punto di vista di ognuno, nel momento in cui ci si rende conto che la propria visione della realtà era falsata dal mancato confronto con gli altri, dato che ognuno taceva per pudore. E Sally, silenziosa e lontana, conosceva i segreti di tutti loro. Perché a pensarci è proprio cosi che va: la nostra percezione di un fatto è sempre pesantemente affetta dal nostro bagaglio di esperienze, dalle nostre convinzioni e dai nostri schemi. E parlarne con gli altri ci può aiutare a cambiare le nostre convinzioni, a volte a ribaltarle, e paradossalmente questo ci fa sentire stupidi, fragili, inadeguati. Perché ci troviamo ad amare persone che fino a poco prima avevamo disprezzato o a capire che il nostro sentirci responsabili per le azioni di un'altra persona e metterci al centro del mondo era una ridicola forma di egocentrismo. Ognuno dei protagonisti scende cautamente da un piedistallo di azioni miserabili che però lo aveva fatto sentire importante e responsabile di una certa catena di eventi, perché sempre meglio stare sotto i riflettori da cattivo che in disparte da buono o sfigato, no? Quante masturbazioni mentali, quante inutili sceneggiature di film inesistenti ci raccontiamo pur di sentirci vivi! Per evitare di guardare in faccia una realtà dolorosa, a volte insipida, o che più semplicemente non ha noi come protagonista. Quando potremmo accettare la vita, anche quando ci pone di fronte a destini spaventosi, decidendo che tutto può essere affrontato, proprio come fa Mikey, schivo, timido e consapevole di ciò che lo attende. Un'accettazione che può passare anche da confessioni imbarazzanti, perché il punto è che a renderci liberi è sempre la consapevolezza. Un libro che mi sento di consigliare a chi ha bisogno di stravolgere il proprio punto di vista sulle cose. Stando attenti: si può scoprire che la felicità è già fuori dalla porta e non era per nulla come la immaginavamo. Ma va bene così.

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Kim Ki Duk, "Ferro tre"

22 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

Corea, 2004

 

È difficile dire se il mondo in cui viviamo è una realtà o una fantasia”. Questa frase appare in sovra impressione nella famosa sequenza finale del film, in cui si vedono due delicati talloni femminili racchiusi tra due piedi maschili che puntano verso di noi, entrambi su una bilancia che segna 0 kg. Impossibile. Deve essere rotta, come nel film ci hanno mostrato già 2 volte. Solo che durante il film la bilancia andava ricalibrata verso il basso, perché dava pesate eccessive. Forse perché segnava la pesantezza della gabbia lussuosa in cui è rinchiusa la protagonista, il cui nome, come quello del ragazzo, non è mai pronunciato. Entrambi invisibili, lui agli occhi della società, lei a quelli del marito che la riempie di oggetti ma anche di botte e urla, che la svuota di ogni aspirazione, di ogni bellezza, di quello sguardo fiero e profondo che conserva solo nelle fotografie che la immortalano in un momento certamente più felice della sua vita. Lui, pur non essendo un barbone è fondamentalmente un senza fissa dimora: entra in abitazioni private i cui occupanti sono provvisoriamente assenti, usa il letto, la cucina, ma ripara anche le piccole cose che non vanno più, lava i vestiti e i piatti, rimette in ordine le vite altrui, a suo modo. Lui, una vita da tenere in ordine non la ha, vive il momento. E per errore entrerà nella casa di lei, proprio perché, essendo invisibile, a differenza dei lividi sulla sua faccia, freschi di una lite col marito, lui non ne percepisce la presenza. Ma si vedono. Non pronunceranno una sola parola tra loro. Ci sarà solo la fuga, mai disperata, mai affrettata, mai spaventata. Nemmeno quando troveranno il cadavere di un uomo morto in casa, anzi, gli faranno un piccolo ma dignitoso funerale e lo seppelliranno. Perché il mondo è disordinato, anche in certe morti lontani dai figli che si preoccupano solo quando non rispondi più al telefono e non ti vengono a trovare pur sapendoti gravemente malato, e la gentilezza è il migliore atto di cura delle cose e delle persone. Ma quella pausa di doverosa delicatezza verso chi non può più provvedere a sé stesso segnerà la fine del viaggio. Lei torna alla odiata vita coniugale, con un coniuge che non si rassegna ad averla triste e sfiorita per sempre, col costante pensiero al ragazzo senza nome. Lui, invece, col sorriso che non lo abbandona mai, sfrutta la detenzione per rapimento per diventare invisibile agli occhi di chi usa la vista per vedere solo ciò che cerca. Solo così potrà tornare da lei evitando la feroce vendetta del marito. E lei per l’unica volta in 87 minuti di pellicola infrange il silenzio e pronuncia una frase, una bugia, enorme, su di sé e i suoi sentimenti. Ma deve farlo, per sopravvivere a quella gabbia dorata di indifferenza. Perché quando vivi in un mondo che costantemente ti ignora, a volte devi tradirlo per potere preservare il reame invisibile in cui puoi essere te stesso e fare entrare l’unica persona o cosa che ti fa nascere un sorriso. E pazienza per gli altri che pensano di esser solo la causa di quella incomprensibile gioia: alla fine vediamo solo ciò che ci conviene vedere. Solo la contentezza può andare contro la forza di gravità. 

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Valerie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

1 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 
 
 
Cambiare l'acqua ai fiori
Valerie Perrin
 
Edizioni E/O, 2018
 
 
"Il tempo è magnifico quando qualcuno ci ama" recita una delle frasi che precede ogni capitolo del libro. Ma è magnifico anche quando amiamo, pazienza se il sentimento è a fondo perduto, nessun amore è mai inutile, anche se non ricambiato ci insegna sempre qualcosa su di noi. E Violette ama. La sua fiammella vitale, nonostante le tragedie e le ingiustizie che l'hanno segnata, e che man mano ci vengono disvelate, non si è mai spenta. Ma la tiene al sicuro, ormai sfiduciata e spaventata che qualcuno possa spegnerla. Perciò ha una cameretta color pastello al piano superiore ma riceve solo nello spoglio soggiorno monocromatico. Perciò ha un armadio di vestiti colorati e fioriti che rigorosamente indossa sotto pastrani e soprabiti neri o blu scuro. Nessuno deve conoscere il lumicino che ancora rabbioso e cocciuto arde dentro di lei. Preferisce raccontarsi di essere morta, come gli ospiti del cimitero di cui fa la guardiana, occupandosi di mille piccole cose che non le spettano, perché, lo dice lei stessa, se dovessimo fare solo ciò che rientra nelle nostre mansioni, solo ciò che ci si attende da noi, che noia sarebbe la vita? Ha deciso così, Violette, di traghettare quel barlume di linfa vitale fino al comune destino di tutti noi in un silenzio ornato da alcune bugie. Nessuno deve sapere. Troppo dolore. Ma il destino con i suoi fili lunghissimi, e dalle imprevedibili reti, inizia a intessere una delicata trappola che scatterà 37 anni dopo e che le farà capire che la vita non può stare troppo a lungo celata, deve esplodere, ardere, come la gioia, come l'amore. La vita trova sempre una fessura da cui filtrare e inseminare noi stessi e chi ci circonda. Quella vita che ci mette di fronte a prove apparentemente insormontabili ma che ci dà sempre la forza per superarle, quella vita che ci insegna che non sempre la verità ci rende liberi, a volte è meglio speculare nel dubbio e scegliere la soluzione più pacificatoria per noi, perché certe verità sono una condanna a vita. Quella vita con un senso dell'umorismo crudele che ti toglie in maniera assurda una famiglia per restituirtela fuori tempo massimo, quando ormai non ci credevi più, quando dicevi che non era più roba per te. Quella vita che lega la tua esistenza a una anziana coppia clandestina che pare uscita da un film e ti fa capire che il caso, come il male, è amorale, segue un binario il cui senso possiamo distinguere solo al capolinea, se riusciamo. Quella vita che ci sorprende dimostrandoci che i giudizi sulle persone, anche quando ponderati dopo anni di conoscenza, possono essere semplicemente sbagliati, perché tutti siamo feriti, fragili, ammaccati, e tutti a modo nostro ci difendiamo, a volte attaccando. Ma magari siamo troppo insicuri per ammetterlo.
La Perrin, fotografa e scenografa, compagna di Lelouche, scrive un libro semplice, che non ci racconta nulla di nuovo, ma lo fa con dolcezza, garbo, luminosità, senza mai scadere nello smielato o nello scontato, con dei colpi emotivi ad effetto sfruttando il solo costrutto narrativo.  I personaggi ben delineati, sono vivi e plastici, umanissimi e dolenti. Un romanzo che con delicatezza ci ricorda che ogni punto di fine corrisponde a un nuovo inizio, e anche in un piccolo cimitero di campagna possono rinascere la vita e la redenzione.
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TERMINATOR- DESTINO OSCURO

6 Novembre 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema, #fantascienza

 

 

 

 

Con questo ultimo capitolo dovrebbe essere finita la finta esalogia di Terminator. La definisco finta perché questo sesto film scombicchera tutte le carte in tavola, ripartendo dal mitico sequel che riuscì a superare in grandezza il primo (cosa di solito rara al cinema). La storia, a cui in parte ha rimesso mano Cameron, riprende dal 1992, con una Sarah Connor trentenne e l’adolescente Edward Furlong in un bar su una spiaggia centroamericana. Un modello T-800 con le fattezze di un giovane Schwarzenegger fredda il ragazzo sotto gli occhi della madre. Completata finalmente la missione per cui era stato programmato, il cyborg si allontana, chiudendo un prologo che spazza via l’inutile terzo capitolo, il macchinoso quarto e il ridicolo quinto, francamente parodia più che sequel. John Connor, il vero motivo dell’esistenza dei Terminator viaggiatori nel tempo, non esiste più.

Per chi è tornato indietro dal futuro il Rev-9, con i suoi tratti da maschio latino, con la sua insidiosa capacità di usare il proprio esoscheletro come arma grazie alle sue caratteristiche di nanomorfo? Per Dani, giovane messicana, a cui è stata inviata come protezione una umana del futuro potenziata, che non poteva che chiamarsi Grace, perché se non è la grazia a salvarci chi potrebbe mai farlo? E se non fossero chiari i riferimenti alla mitologia cristiana fin dal primo film, Linda Hamilton ce li chiarisce con una frase quando afferma che Dani è “la nuova Vergine Maria” al suo posto.

In realtà le cose non stanno proprio così. In un film che fa del genderswap il suo punto di forza, con tre donne ad affrontare la minaccia del futuro di Legion, il sistema che ha preso il posto di Skynet, è palese come gli uomini siano relegati al ruolo comunque secondario di antagonista (Gabriel Luna come Rev-9) e supporto (Schwarzy come Terminator che ha acquisito una parziale coscienza umana). La stessa triade femminile è composta in maniera interessante: un’anziana, una latina (minoranza spesso associata a fenomeni come povertà e migrazione) e Mackenzie Davis, una donna potenziata quasi come un cyborg e con una carica erotica da far sussultare persino una eterosessuale convinta come la sottoscritta.

C’è quindi spazio per affrontare altri temi: alcuni più visibili, come l’ambientazione messicana, il muro che le nostre eroine dovranno tentare di attraversare per raggiungere il Texas, il controllo esercitato dalla tecnologia e che consente al Rev-9 di rintracciare letteralmente ovunque le donne. Altri sono più sottotraccia (e giustamente, direi, vista la natura e gli scopi del film): la maternità, certo, ma anche la vita, intesa come una serie continua di obiettivi da raggiungere, anche quando il principale viene meno. La morte prematura di John Connor ha comprensibilmente tolto ogni ragione di vita alla madre Sarah ma ha reso inutile anche la “vita” del T-800, impossibilitato a tornare nel suo futuro e senza una missione da compiere. Come si sopravvive “dopo”? Con la razionalità della macchina, che, sviluppando una consapevolezza simil-umana, sceglie un altro scopo, e ne crea uno ulteriore per la madre che vive di ricordi sbiaditi e saltuario alcolismo, rivelando tutta l’umana debolezza che in questi frangenti ci contraddistingue.

Per il resto il film ha i suoi momenti di pantoclastia orgiastica con incidenti mozzafiato, esplosioni, incendi, risse di massa. Non manca una scena claustrofobica e di estrema azione con un combattimento in una fusoliera di un aereo che precipita in fiamme e che risulta davvero notevole. Rispetto ai tre sequel sottotono che qui vengono elusi, il Terminator Schwarzenegger ha molti meno spazi ironici, più sommessi, sempre corredati dalla sua monolitica e rocciosa espressione. Molti meno anche i colpi di scena a cui siamo stati abituati negli anni in cui occorreva diffidare della comparsa di ogni personaggio “buono” in quanto poteva rivelarsi una copia del Terminator più tecnologico. Si è puntato più sulla storia che sugli effetti, diciamo.

Una pecca che trovo assurda dopo 6 episodi è l’ostinazione del doppiaggio italiano a non volere trovare un’unica traduzione per l’ormai leggendario “I’ll be back” che è un marchio di fabbrica! All’inizio la stessa Sarah Connor afferma qualcosa come “torno presto” in italiano. E no! La frase sarebbe “Tornerò” e va pronunciata così perché deve stupire che a dirla sia proprio lei, la prima terminatrice di Cyborg! Lo stesso T-800, quando parte con l’insolito manipolo di donne guerriere, dice “Forse stavolta non tornerò”. E lo stesso orrore di doppiaggio lo commisero nel primo film. Dubito si gireranno altri film della serie, in quanto questo mette più o meno un punto fermo, ci saranno forse altri spin-off o reboot, per spremere quanto più possibile da un’icona del cinema anni ’80, nel caso spero se lo segnino da qualche parte. È solo una piccola frase, ma per noi fan è praticamente la chiave ad un mondo. 

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John E. Douglas, Mark Olshaker "Caccia nelle tenebre"

6 Agosto 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Caccia nelle tenebre

John E. Douglas, Mark Olshaker 

Rizzoli, 1997

 

Torna uno dei più famosi profiler del FBI dopo l’esordio con Mindhunter, libro che ha ispirato la serie omonima e che indaga la mente dei più pericoloso dei serial killer americani. Qui la parte autobiografica lambisce solo la narrazione, che è maggiormente dedicata alle diverse tipologie di assassini, ai casi specifici, le prove e gli indizi che hanno condotto Douglas e i suoi colleghi ad individuare, anche se non sempre, il colpevole. Dalle coppie maledette come quella di Paul Bernardo e Karla Homolka, in cui precipitiamo nostro malgrado nell’abisso della manipolazione e delle vittime che si fanno carnefici in quanto completamente soggiogate da una forte personalità narcisistica e sociopatica.

È un’occasione per esplorare la criminalità femminile, le donne vittime di violenza, la caratteristica prevalentemente muliebre di espiare i traumi vissuti con un’aggressività auto-diretta, fatta di dipendenza da alcool, droghe, prostituzione. I reati commessi da donne vengono analizzati anche nel capitolo sui rapimenti di infanti, in cui spesso le protagoniste sono madri mancate o madri che hanno appena perso un bimbo, spesso donne con un identikit ben preciso, estetico, psicologico e anagrafico.

Svariati capitoli sviscerano il terribile tema della pedofilia e dell’adescamento dei bambini, vengono citati e descritti, fin troppo minuziosamente, casi della cronaca statunitense: diciamo che dopo averli letti è facile avere il terrore che vostro figlio faccia anche solo un km in bici da solo, vada a lezione di ballo o semplicemente esca da scuola non accompagnato.

Ed è proprio dopo avere suscitato emozioni simili che Douglas ci da una lezione fondamentale: vittime si diventa anche a seguito dell’educazione ricevuta. Un bambino cresciuto tra mille paure, proibizioni e insicurezza è una vittima perfetta per un adulto con intenti maligni. E l’adulto lo sa, e percepisce le piccole vittime con facilità. Un bambino educato a temere tutto non saprà di chi fidarsi e, se conoscerà un adulto gentile, premuroso, rassicurante penserà ingenuamente di poterlo seguire in totale sicurezza. E quando l’adulto gli proporrà cose sgradevoli, probabilmente non saprà reagire, pensando che lui ha sempre ragione, anche quando fa cose sgradevoli o dolorose. Il modo migliore per crescere un bambino, ci insegna Douglas, è di stimolare la sua autostima. I figli devono essere educati a credere prima di tutto in sé stessi, solo dopo avere raggiunto questo stadio di consapevolezza saranno in grado di discernere i pericoli esterni. Paradossalmente un ragazzino sicuro di sé tenderà a rispondere con fermezza ad un adulto, dando quindi un segnale al possibile molestatore che, se la situazione oltrepasserà un limite, si ribellerà, griderà attirando l’attenzione di altri che potrebbero accorrere. Se invece sarà stato educato ad abbassare la testa in presenza di ogni persona “grande”, lo farà anche con persone che non meritano rispetto. E Douglas lo dice da padre di 3 figlie, con tutta la consapevolezza di quanto difficile possa essere un percorso simile. Ma va fatto. I figli vanno presi per mano e guidati a camminare in bilico su una corda, sospesa sui pericoli da una parte, la buona educazione dall’altra.

Lascio a chi avrà il piacere di leggere il libro la descrizione delle diverse tipologie di pedofili e molestatori e di come, in base al tipo di vittima ricercata, si possa risalire ad un identikit ben preciso. La sezione del libro che segue è a mio giudizio la parte più debole del libro, dedicata ad una giovane recluta il cui stupro con omicidio apre il libro e di cui Douglas sente la necessità di ricostruire l’intera vita in una maniera per i miei gusti fin troppo agiografica e serenamente evitabile.

Più interessante la parte finale in cui il profiler ribadisce le sue idee sulla pena di morte (che approva pur sapendo non essere assolutamente un deterrente al crimine) e sul fatto che è sempre più convinto che il male vada sempre scelto e non sia qualcosa che “capita per caso”; e proprio per questo ritiene che l’unica arma che possediamo per prevenire il crimine sia prevenirlo. Crescere bambini in un ambiente fatto di affetto, cure, cultura può ridurre drasticamente la probabilità di avere adulti disturbati che danneggiano la società.  Questa è la riflessione che a mio parere maggiormente colpisce, tornando ai capitoli iniziali sula pedofilia, perché la stessa modalità di crescere un bambino per evitare che diventi vittima di aggressione è la medesima che potrebbe impedire lo sviluppo di una mente criminale. Vittime e carnefici sono separate tra loro da un sottilissimo filo, forse da quella stessa corda su cui dobbiamo accompagnare i figli che educhiamo, una corda su cui forse camminiamo tutti noi per l’intera vita, sperando di non cadere mai tra gli artigli del malintenzionato che può incrociare la nostra strada all’improvviso e di non danneggiare mai nessuno in un momento di (stra)ordinaria follia. Un equilibrio precario di cui ci rendiamo conto solo quando leggiamo libri come questo

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Lars Kepler, "L'ipnotista"

2 Agosto 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'ipnotista

Lars Kepler

Longanesi, 2009

 
In questo periodo ho letto un paio di bei libri, tuttavia sento l'esigenza di prendermi dieci minuti per stroncare codesto romanzo, un immondo pastrocchio nato, immagino, sulla ormai mitologica scia dei "gialli scandinavi", scia quasi mai all'altezza di quei 4-5 meritevoli.
L'ho ascoltato come audiolibro, nulla da dire sull'interpretazione. Sulla storia invece sì. Parte col botto, ma quello è facile. Una famiglia sterminata in maniera truculenta apre le danze.  Violenza, sangue, ferocia e un pizzico di mistero: alla mortale orgia è sopravvissuto il figlio adolescente, un quindicenne in coma per le lesioni ricevute. Ed essendo anche l'unico testimone è un bel problema, perché non parla. L'ispettore Linna, un tipo un po' bizzarro e poco simpatico ma almeno originale nel suo essere sopra le righe, si avvale dell'aiuto di tale Erik Maria Bark, uno psichiatra che da anni non pratica più l'ipnotismo, tecnica che lo aveva condotto alla fama mondiale, in quanto era talmente esperto da riuscire a rievocare ricordi ormai sopiti in pazienti che avevano subito gravi traumi. Con grande cautela il ragazzo viene ipnotizzato e pare rivelare che la sorella maggiore, sopravvissuta anche lei in quanto residente altrove, l'avrebbe spinto a uccidere tutta la famiglia. E quindi via tutti a cercare questa donna. Ma prima non facciamoci mancare un po' di sfiga al povero Bark, che non solo ha una moglie che da dieci anni gli rinfaccia l'unica scappatella che lui ha avuto in stato di ebbrezza accusandolo di adulterio ogni volta che un'infermiera lo chiama per lavoro, ha un figlio malato dipendente da un farmaco che lui gli inietta personalmente ogni giorno e si becca pure una querela da un'associazione in difesa degli imputati di omicidio per avere ipnotizzato il ragazzo, che uno da una parte si solleva e pensa "vedi, non è solo in Italia che la giustizia è farraginosa, pure in Svezia stanno messi male", dall'altra però ti irriti perché non capisci come mai. Ma non fermiamoci qui, che il bello ha da venire. La sorella viene finalmente interrogata, pare una ragazza quasi normale, a parte che per poco non trancia a morsi la carotide di una poliziotta e poi si mette a ridere. Subito dopo il fratello, che era in coma, non dimentichiamolo, si stacca da solo cannule, catetere e flebo per poi rimettersele e non destare sospetti, (e qui chi ha visto cosa sono inizia a ridere a crepapelle per l'impossibilità della cosa da effettuarsi con una mano sola), si alza dal letto di ospedale, si libera nuovamente dai dispositivi medici, e nel tentativo di uscire accoppa con nonchalance un'infermiera che lo ostacola nel suo proposito, riuscendo a uscire dal nosocomio.
L'ispettore Linna capisce che il ragazzo poteva muoversi perché, quando ormai è a casa, si ricorda di avergli visto le piante dei piedi lerce, chiama per avvisare in reparto, perché sai, è solo un minore in rianimazione, mica le infermiere controllano se si muove, aspettano il primo ispettore sborone che passa lì; e però è troppo tardi. Il letto è vuoto. Dove sia finito il giovane non lo sapremo mai. Alla voce narrante che dice "capitolo 21" ho bloccato la narrazione, tolto l'audiolibro dal dispositivo e con una mossa degna del famoso meme "No Maria, io esco", sono sgusciata fuori da Audible. I colpi di scena sì, le cretinate furbe no, grazie. Per fortuna ho ancora 3 libri con Rocco Schiavone a consolarmi. 
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Paolo Trincia , "Veleno"

18 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Veleno

Paolo Trincia 

Einaudi, 2019

 

Il libro-inchiesta di Trincia si apre con una ripresa in Africa, lui che riprende la morte di un bimbo per Ebola davanti al dolore del nonno e dei genitori che devono seppellirlo. Non prova assolutamente nulla, se non la soddisfazione per la riuscita del servizio. Una famiglia straziata per avere perduto un bimbo ma Trincia, padre di famiglia, non viene scosso, probabilmente perché sa che è un pericolo che non potrà mai incombere sui suoi cari, e si sa, spesso guardiamo con sollievo quando qualcosa di brutto accade agli altri e non a noi, quando magari sappiamo che certe tragedie non potranno mai nemmeno sfiorarci perché “viviamo nella parte giusta del mondo”. In compenso possono capitarne altre, più subdole e agghiaccianti perché perfettamente mascherate e protette dalle cosiddette istituzioni.

Il caso di Veleno, nato come podcast a fine 2017, ricostruisce le vicende dei “Diavoli della Bassa Modenese” in cui un “bambino zero”, Dario, proveniente da una famiglia disagiata, riferisce agli assistenti sociali che il fratello maggiore lo tocca sotto le coperte. Si scoprirà anni dopo che in realtà si tratta di banale solletico. Ma chi intervista Dario, e qui iniziano i fatti sconcertanti, è una giovane psicologa che ha alle proprie spalle solo alcuni anni di tirocinio. Il bambino, e con lui gli altri, verranno sempre interrogati senza una registrazione, per cui non sarà mai dato sapere se le risposte erano spontanee o indotte da chi interrogava. È già facile suggerire risposte in un adulto, figuriamoci in un bambino. Dario viene prima affidato a un istituto pubblico, poi ad una famiglia affidataria. Da qui in poi gli eventi si susseguiranno a cascata. Nelle conversazioni il bambino inizia a parlare di atti di pedofilia con i genitori, rapporti incestuosi in famiglia, orge e delitti nei cimiteri. Anche qui, tutto riferito dalle consulenze della psicologa, non un solo video. Verrà trasferito in altra scuola e, incredibilmente, i suoi racconti inizieranno a infarcirsi di pedofili tra maestre e direttrici, uomini in soprabito che lo minacciano fuori dalla scuola e che nessun altro vede. Insomma, questi pedofili satanisti sono una setta più ramificata della mafia, dato che in ogni scuola in cui lui andrà riferirà di avere incontrato adulti coinvolti in messe nere e atti sessuali violenti. Fatti peraltro avvenuti in paesini in cui chiunque sa tutto di tutti, eppure nessuno avrebbe visto questi nutriti gruppi di persone mascherate che la notte scavalcano il cimitero locale per sgozzare animali, bambini stranieri (sì, anche quelli), stuprarne altri e celebrare riti dediti al demonio.

Nei racconti sempre più deliranti di Dario (almeno per noi che leggiamo, gli avvocati, i giudici, gli assistenti sociali che vagliarono quelle testimonianze li trovarono plausibili) vengono coinvolti altri bambini che nemmeno conosceva, bambini che, saranno in tutto una ventina, verranno sottratti alle loro famiglie con la stessa modalità: irruzione in casa di solito all’alba, prelievo del minore senza spiegazioni, affidamento e, ciò che non trova nessuna spiegazione sul piano logico, affettivo e psicologico, separazione dei fratelli.

Le bambine verranno tutte sottoposte a visita dalla stessa ginecologa, la quale riscontrerà tracce di abusi atroci e continuativi di natura sessuale. Nelle foto delle parti intime scattate al momento della visita, anni dopo, in dibattimento, la Prof.ssa Cattaneo di Milano indicherà chiaramente la presenza di un imene intatto, fatto che esclude l’abuso sessuale cronico. Le diagnosi di questo tipo sulle bambine saranno diverse. Può una ginecologa diagnosticare per errore una violenza sessuale inesistente più di una volta? Inesperienza? Negligenza? Altro? Anche gli altri bambini affidati a istituti o famiglie inizieranno a snocciolare storie di orge, rituali satanici e pedofilia, tranne una, che negherà sempre, chiederà la presenza dei genitori e verrà etichettata come “oppositiva” e “omertosa”.

Gli esiti di questa caccia alla strega saranno diversi ma tutti angoscianti: dal suicidio, alla morte per una donna gravemente malata e incarcerata, all’esilio per un’altra rimasta nuovamente incinta del quinto figlio e che cercherà riparo all’estero per evitare la sottrazione del neonato, prevista dalla legge.

Anni dopo, Trincia cercherà quei genitori e quei bambini, dopo una sentenza di assoluzione per non avere commesso il fatto. Solo alcuni degli ex-minori, adesso adulti, parleranno di ricordi confusi, di interrogatori pressanti, di risposte date solo per fare finire quella tortura. In molti ammetteranno di non ricordare di avere fatto quelle cose terribili di cui hanno accusato genitori e parenti, addirittura il prete del paese che per il dispiacere fu stroncato da un infarto. In molti ammetteranno di non ricordare nemmeno i propri genitori, altri di non volerli proprio vedere nel dubbio che comunque quelle cose siano davvero accadute. I fratelli separati rifiuteranno di incontrarsi. Quasi tutti, in un modo o nell’altro, preferiranno dimenticare il passato, vero o falso che sia, e proseguire le loro nuove vite iniziate in un’alba di trambusto.

Al di là delle singole storie, tutte strazianti, ciò che lascia questa inchiesta è il dubbio strisciante che la giustizia, gioiellino di qualunque Paese civile, possa, nel nostro, trasformarsi in una mietitrebbia impazzita, che maciulla chiunque abbia la sventura di porglisi innanzi, protetta da un malinteso senso del garantismo e della protezione dei più deboli, a patto di capire chi siano i più deboli in queste vicende.  Pone questioni sulla qualità del personale che interagisce in un procedimento giudiziario, da ginecologi che diagnosticano abusi sessuali su minori mai avvenuti, psicologi che intervistano bambini in assenza di registrazioni e su storie assai fantasiose e mai comprovate costruiscono impalcature di accusa smembrando e distruggendo famiglie. Sorgono dubbi legittimi nel comune cittadino che si chiede come i consulenti psicologici, medici, legali vengano selezionati nei procedimenti civili e penali, per scoprire che basta conoscere un Giudice per essere nominato d’ufficio e niente per redigere una consulenza di parte, che nessuno chiede mai ai cosiddetti periti un curriculum, una giustificazione di come abbiano acquisito le loro competenze, delle referenze. E come in questa tristissima storia, si intuisce che il consulente che sbaglia, non paga.

Il falso in perizia, l’unico reato che si può commettere redigendone una, è paradossalmente molto difficile da dimostrare perché basta che il parere tecnico sia motivato, e tutto va bene. Nessuno indaga la scientificità o la plausibilità del motivo. Quasi tutte le persone coinvolte tra avvocati, psicologi e medici, negheranno a Trincia un’intervista con motivazioni non del tutto convincenti. E anche noi, come Trincia all’inizio del libro, un po’ siamo sollevati che questi fatti terribili non abbiano riguardato i nostri cari. Ma non è Ebola, non è l’Africa. È da noi, è la Cieca Giustizia, e può colpirci quando meno ce lo aspettiamo. 

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