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Post con #cultura tag

RADIOLIBRI, PRIMA E UNICA WEB RADIO COMPLETAMENTE DEDICATA AL MONDO DEI LIBRI, DA OGGI ANCHE IN FM

12 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

Da lunedì 10 aprile 2017RadioLibri – prima e unica web radio interamente dedicata al mondo dei libri – trasmette per la prima volta anche in FM: è infatti possibile ascoltare tutti i giorni mezzora del palinsesto di RadioLibri – che vanta oltre 90 rubriche – sulle frequenze di Radio Città Futura, FM 97,7 o in streaming su radiocittafutura.it.

 

Ogni giorno dalle 17.30 alle 18.00 andrà in onda PAROLE IN SINTONIAuno spazio sempre diverso interamente riservato all’editoria, mission dell’unica radio dedicata al mondo dei libri, ideata da Matteo Fago e Carlo Mancini.  Parole in sintonia è frutto della collaborazione tra Carlo Mancini, CEO e Station Manager di RadioLibri, e Renato Sorace, presidente di Radio Città Futura.

 

Questa sinergia si aggiunge a quella già rodata e avviata il 3 ottobre scorso con Radio Capital, che prevede la lettura di romanzi già selezionati e recensiti da RadioLibri ogni lunedì sera, all’interno del programma Capital NightSide con Manuela De Vito, speaker anche di RadioLibri. 

 

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#lartetisomiglia

20 Dicembre 2016 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #cultura, #lorenzo campanella

Con questo spot il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, punta alla promozione dei Musei Italiani.
L'iniziativa/campagna sui social porta l'hashtag #lartetisomiglia.

In Italia abbiamo più di 4.500 istituti a carattere museale e simili. Questo dato imporrebbe un generale ripensamento delle politiche occupazionali.
In compenso c'è il monologo di Crozza del 2013 a darci una panoramica di cosa è la Cultura per il Popolo Italiano.


Dal mio punto di vista, la Cultura non è dentro un libro, un museo, un partito, una biblioteca, ma nel cambiamento di un sistema di pensiero. Knowledge porta knowledge. Perché se i media cambiano noi dovremmo cambiare.
Ma new media e old media devono coesistere e questo sarà il nucleo di un prossimo intervento.

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Piccoli mondi

28 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

Piccoli mondi

ABEditore presenta i volumi della collana Piccoli Mondi, presto disponibile in tutte le librerie d’Italia, ma già ordinabile online sul sito ufficiale!

Una raccolta che rivisita i classici meno diffusi di Dumas, Poe, Stevenson, Twain, ecc…, con un tocco di originalità in più. Un modo per appassionarsi alla letteratura di un tempo, resa ancora più attuale dalla selezione dei racconti più sagaci e interessanti.

La genialità è nascosta nelle copertine, che spiccano per precisione e cura dei particolari. Ma al loro interno abbiamo storie sempre attuali che continuano a stuzzicare la nostra curiosità!

A chiudere il cofanetto dei Piccoli Mondi una raccolta delle favole più note, che è un viaggio alla scoperta di ciò che non abbiamo mai letto da bambini.

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#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

22 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando
Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

È possibile portare l’Orlando furioso sui social, tradurne le ottave in tweet? A cinquecento anni dalla prima pubblicazione del poema, hanno raccolto la sfida i profili Twitter della Società Dante Alighieri @la_dante e di MuseoFerrara @museoFe. È partito riscuotendo da subito una partecipazione convinta il progetto#furioso16tw, che invita alla lettura del capolavoro di Ariosto esaltandone gli aspetti di grande umanità. Il progetto, con la supervisione scientifica di Alberto Casadei, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Pisa nonché membro del Consiglio scientifico della Dante, si svilupperà sino al prossimo 18 novembre. Stanno al gioco anche i profili del Comune di Ferrara @ComuneDiFerrara, del Comitato nazionale per le celebrazioni ariostesche @2016furioso e di Palazzo dei Diamanti @PalazzoDiamanti, dove prosegue la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Non a caso, il progetto scanzonato si domanda cosa vedesse invece il poeta quando li teneva ben aperti.

Per 40 giorni, escluse le domeniche, saranno pubblicati tweet scherzosi e in rima per invitare i lettori a interagire con il testo del Furioso andando “a caccia di mostri”, o cercando tra i versi le occasioni per leggere ancora il poema da un punto di vista attuale. #furioso16tw si concentra infatti sugli elementi umani dell’opera, quelli che non perdono mai di attualità e che permettono ancora oggi ai lettori di riconoscersi in un poema ambientato ai tempi di Carlo Magno e pubblicato per la prima volta il 22 aprile 1516. Twitter, grazie alla sua immediatezza non invasiva, si presta persino al coinvolgimento di personalità culturali, chiamando in causa eventi del territorio che sovrappongono il passato al presente. Gli scambi di vedute nascono da veri e propri “botta e risposta” che raccolgono le affermazioni di chi approfondisce la poetica di Ariosto senza scostarsi troppo dal quotidiano, così Stefano Benni, Roberto Pazzi, Luigi Dal Cin, Guido Conti, Vittorio Sgarbi e Nuccio Ordine, almeno per il momento.

Temi come la follia amorosa, il movimento caotico per seguire gli oggetti del desiderio, il confronto tra il vero e l’apparenza contribuiscono a disegnare una vera e propria parabola umana all’interno del poema. Diversamente dal mondo dantesco, tutto verticale e orientato verso il Cielo, quello del Furioso è orizzontale: il lettore deve immergersi e guardarsi attorno, cogliendo le contraddizioni proprie di ogni uomo dietro le sembianze di una perfetta armonia. Un esempio di 140 caratteri, non uno di più: «Il grande Orlando, paladino fiero, / si ritrova più matto di un cavallo. / E il senno? Sulla luna! Sarà vero?».

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
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Il bagitto

6 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

Il bagitto

I veri destinatari degli editti del 1591 e 93, promulgati da Ferdinando I° dei Medici, meglio noti come Leggi Livornine, furono gli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica, spagnoli, quindi, ma soprattutto portoghesi. Grazie alle leggi di Ferdinando, gli ebrei ottennero libertà di commercio, di pratica religiosa, di possesso e pubblicazione di libri. L’editoria livornese divenne poliglotta e riprodusse la babele di lingue di una città porto franco, piena di vita, di scambi culturali e commerci.

Sin dagli inizi del seicento s’insediò nella nostra città una comunità di marrani. Costoro erano stati obbligati a convertirsi al cattolicesimo ma erano rimasti giudei nell’anima e la loro lingua madre era il giudeo-portoghese.

Nel settecento si ebbe una dicotomia fra il parlare alto del ceto dirigente, che usava il portoghese, e quello basso, la lingua dei profughi e del popolo. Se il portoghese rimase la lingua della comunità fino al XIX° secolo, soprattutto negli scambi ufficiali, mentre il castigliano venne usato nella letteratura e nelle funzioni liturgiche, l’ebraico come lingua sacra e l’italiano come mezzo di comunicazione nei rapporti con la Toscana, il bagitto fu una lingua giudeo italiana, utilizzata dalla comunità labronica più popolare. Non è propriamente una lingua né un dialetto, piuttosto un gergo per capirsi fra simili senza essere compresi dagli altri.

La base linguistica è toscana, la cadenza cantilenante portoghese.

La S sonora diventa dolce, la G occupa il posto della C, la P diventa F, la V si scambia con la B, le doppie si tramutano in scempie, sparisce la caratteristica livornese del rafforzamento.

Furono scritte molte opere in bagitto, le più conosciute sono La Betulia Liberata di Luigi Duclou e La molte d’Ulufelne di Natale Falcini.

Con la dispersione della comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale, del bagitto rimangono poche tracce, esso continua a vivere (o, almeno, continuava, fino ai decenni passati) fra i banchi del mercato, gestiti da secoli da ebrei livornesi, prima dell’avvento dei cinesi, degli indiani e dei senegalesi.

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Ci ho o c'ho?

17 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cultura

Ci ho o c'ho?

ERRORI E ORRORI

Va bene dire a mamma, mamma ho fame
ma si può dire anche ma’ c’ho fame
e aggiungere per gli altri: c’hanno sete
e ricordare: anch’io c’avevo sete.

Adesso tutti scrivono così,
scrittori giornalisti e poetastri
gentaglia da strapazzo, scrittorastri
che non sanno le regole…

C’hanno solo le fregole
di mostrarsi istruiti e intelligenti.

Ma sono poco più che dilettanti
della scrittura, quella letteraria.
La loro è una scrittura secondaria
che deve andare al rogo.

Ancora un poco
e andrem tutti a ramengo,
lo affermo e lo sostengo,
se non torniamo presto alla cultura,
alla cultura vera.

A legger certe cose
scritte in modo incosciente
mi vien da rigettare.

Ravvediamoci in tempo!
Torniamo a compitare
in un modo decente!
Riprendiamo immanente la lettura
dei classici, dei grandi…

E tornerà così la primavera
della letteratura.


Ho scritto questi pochi versi “balzani”, prendendo a prestito un aggettivo che Dino Campana - il poeta folle di Marradi, autore della più grande opera innovativa del novecento ,“I canti orfici”- usava per definire le poesie bislacche dei futuristi. Ho scritto questi pochi versi mettendo volontariamente nelle prime righe degli “errori/orrori” di ortografia, di grammatica, di sintassi, o come volete chiamarli. Direi piuttosto orrori, ché definirli errori è un eufemismo. Purtroppo è invalso oggigiorno questo malsano modo di usare la particella “ci” apostrofata; quando le regole della letteratura seria non lo permettono.
Veniamo al dunque. Scrivere, ad esempio, come ho fatto io c’ho fame, vuol dire di conseguenza leggere: cò fame; e così c’hanno sete, si legge “canno sete”, e c’avevo sete: “cavevo sete”.
Purtroppo gli scrittori di oggi, e anche qualche poeta (ma in poesia, debbo dire, ne ho riscontrati pochi di simili sgorbi) sono soliti comportarsi in tale maniera. E quello che è più grave, è il fatto che le case editrici ammettono che si compiano tali “reati letterari”.
Un giorno lessi sulla terza pagina di un quotidiano - sapete, la pagina che ogni giornale dedicava alla cultura (recensioni, presentazioni di libri, critiche) - un titolo a otto colonne che dettava così: Il nuovo vocabolario della lingua italiana: che c’azzecca! Con chiaro riferimento a un’esclamazione usata dall’allora nuovo entrato in politica.
Ma quell’illustre giornalista, di cui non faccio il nome ma che posso assicurare andava e va per la maggiore, pensava erroneamente che tutti avrebbero letto come pronunciava il politico: che ciazzecca! non rendendosi conto, ahi lui meschino, che la lettura esatta di quell’obbrobrio letterario è: CHE CAZZECCA! Ma è possibile non rendersi conto dell’errore/orrore in cui scrivendo in tal modo si incorre?
Leggo purtroppo così anche in romanzi di autori stranieri; quindi anche i nostri traduttori (che debbo riconoscere sono molto bravi, invero) si adagiano alla bisogna e alla consuetudine invalsa.
Bene, ho scritto (e scrivo, quando mi capita) a diverse case editrici, indicando la pagina o le pagine del libro in cui ho riscontrato o riscontro l’errore/orrore; nessuna si è degnata e si degna di rispondere (almeno per cortesia, o magari solo per giustificare questa nuova (assurda!) forma di scrittura); e tanto meno alcuni autori e traduttori cui ho inviato le mie rimostranze.
Allora mi sono rivolto all’Accademia della Crusca, la famosa istituzione con sede in Firenze, che riunisce studiosi ed esperti di linguistica e filologia italiana per esporre il problema.
Cercando in rete ho trovato la risposta, riferendo la suddetta accademia ciò che Luca Serianni, insegnante di storia della lingua italiana nell'università di Roma La Sapienza, accademico della “crusca” e direttore degli studi linguistici italiani e degli studi di lessicografia italiana, ha scritto in proposito ne La crusca per voi.

Voglio illustrare brevemente cos’è La crusca per voi. Si tratta di un foglio che l’accademia fiorentina pubblica ogni sei mesi ed è indirizzato alle scuole e a tutti quelli che amano in qualche modo la lingua del nostro paese. Io ho ricevuto il foglio per diversi anni, poi, per gravi difficoltà economiche dell’istituto, l’invio venne sospeso, e non ho più provveduto a richiederlo. Il foglio suddetto offre consulenze a chi ne fa richiesta e fornisce risposte a quesiti di carattere grammaticale e sintattico; e più in generale linguistico.
Veniamo al punto che ci interessa: ci con il verbo avere.

«Col verbo avere si è sempre più diffusa nell'italiano parlato di ogni regione l'inclusione dell'elemento ci, dando quasi luogo a un paradigma diverso: non ho, hai, ha, ma ciò, ciai, cià. Quando forme del genere, tipiche dell'oralità, devono ricevere rappresentazione scritta sorgono problemi. Naturalmente non è possibile adottare Iscrizioni come *c'ho...” (Luca Serianni)

Avete capito bene: non è possibile usare c’ho.

Sono andato ancora a cercare tra i miei circa quattromila libri, perché ricordavo di avere qualcosa sull’argomento, e ho rinvenuto (a fatica) un volumetto dal Serianni curato, dal titolo Eig – italiano, grammatica, sintassi, dubbi” (dove Eig sta per enciclopedia italiana Garzanti, una garzantina del 1997 molto attuale e per me, ma ritengo per tutti, utilissima).
Ecco quanto l’illustre accademico riporta.

In molti usi idiomatici il verbo Avere si presenta combinato con l’elemento ci.
Si tratta di modi esclusivi della lingua parlata, che sarebbe difficile trasferire nello scritto non solo per ragioni stilistiche, ma anche per difficoltà grafiche.
Come rendere l’elisione della vocale e i ci davanti al verbo Avere?
Non si può scrivere c’ho, c’hai, c’ha, c’abbiamo, c’avete, c’hanno, che corrisponderebbero a una pronuncia cho, chai, cha e via di seguito, e mantenendo intatta la particella si suggerirebb
e una pronuncia inesistente.”

Io ho fatto tantissimi anni fa il liceo classico, negli anni in cui fare il classico voleva dire uscire maturi nel vero senso della parola e con quell’insieme di informazioni che, una volta dimenticate, sarebbero diventate cultura. Bene, a noi hanno insegnato che ci non si può mai elidere davanti a vocali che non siano i ed e. Esempi: “c’invitano”, “c’eravamo”.

Mi pongo una domanda: oggi, che cosa insegnano ai licei in generale?

Quando scrivo le mie modeste cose, poesie e racconti nel mio durissimo dialetto tiburtino, scrivo tutt’attaccato, ad esempio: presente indicativo: io ciàgghio, tu cia’, issu cià, nui ciavémo, vui ciavéte, issi ciànnu, (io ho, tu hai, ecc.). E all’imperfetto: io ciavéa, tu ciavì, issu ciavéa, nui ciavèmmio, vui ciavèvvio, issi ciavéanu (io avevo, tu avevi, e così di seguito).
E non ci penso minimamente ad elidere (c’agghio, c’avì, c’avéa, c’avèmmio, c’avèvvio, c’avéanu, perché leggerei caggio, cavì, cavéa, etcc…).
Però scrivo c’èmmio iti (ci eravamo andati), c’èvvio iti (ci eravate andati), etcc. proprio perché conscio di una corretta forma.

Debbo concludere però riportando ancora alcune righe di Luca Serianni, importanti:

"D'altra parte, anche la grafia ci ho, ci hai - che è quella a cui ricorse un grande scrittore sensibile alla rappresentazione del parlato, il Verga - non è soddisfacente, perché suggerisce una pronuncia della vocale [i] che in realtà non esiste

Quindi intende, anche se non lo dice, che sarebbe meglio eliminare anche questo modo di scrivere.

Mi chiedo ancora e chiedo: perché si continua, in romanzi, racconti, articoli di giornali, saggi e quant’altro, a incorrere in tale bruttura? Non viene mai in mente a nessuno dei cosiddetti scrittori, giornalisti e traduttori (quasi tutti, purtroppo, come se si fossero passati parola) di stare commettendo uno scempio della lingua? O a costoro lo impone qualcuno? (Sia pure una tradizione letteraria “errata”?)
E che dire degli editori che pure hanno dei revisori ante-pubblicazione istruiti anch’essi, essendo a loro volta scrittori e letterati?

E’ un peccato. Un vero peccato.

marcello de santis

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Accademia labronica

22 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cultura

Accademia labronica

La Biblioteca Labronica, intitolata a Francesco Domenico Guerrazzi, è la principale collezione pubblica di Livorno, in cui sono conservati autografi e manoscritti di Leopardi, Galilei, Foscolo, D'Annunzio, una edizione dell'Encyclopedie stampata nella città, e più di seicento volumi pubblicati a Livorno fra il 1644 e il 1900.

Essa deriva dall' Accademia Labronica fondata da Giuseppe Vivoli nel 1816, con l'appoggio del Granduca Ferdinando III di Lorena, rifinita negli statuti del 1837.

L'Accademia aveva lo scopo "di promuovere in Patria il gusto e la cultura delle Scienze, delle Lettere e delle Arti", nelle adunanze dei membri si poteva scrivere "a libera scelta sopra qualsivoglia elemento" senza però entrare nel merito della religione o della politica

(Che ne pensate? Non è anche, forse, proprio lo spirito di questo blog?)

I soci costituirono una biblioteca e scrissero gli Atti dell'Accademia. Il primo presidente fu Pietro Parenti e il primo segretario Francesco Pistolesi. Alla metà dell'ottocento la biblioteca constava già di settemila volumi messi a disposizione del pubblico nel 1843 e poi donati al Comune nel 1852.

Ebbe fra i suoi membri molti cittadini illustri da Angelica Palli a Enrico Mayer.

Cessò la sua attività nell'ultimo decennio del XIX° sec.

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Scrittori, editori e premi letterari

30 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Scrittori, editori e premi letterari

Oggi orientarsi nel mondo dell’editoria non è per niente facile e gli scrittori hanno serie difficoltà a scegliere il cammino da intraprendere. Non intendo con questo mio scritto trovare la formula magica per capire come muoversi, ma un briciolo di orientamento credo che sia necessario.

A quanto pare, in Italia si pubblicano circa 64000 titoli l’anno, esistono circa 2700 editori e si indicono ogni anno oltre 1800 concorsi letterari. Questi numeri vanno naturalmente aggiornati e variano a seconda della fonte, comunque sono cifre da capogiro. Ci verrebbe da chiedere: ma allora, quanti scrittori ci sono in Italia? O peggio, quanti lettori? Supponiamo che vi siano un paio di milioni di scrittori (inclusi i poeti)… non credo che sia un numero lontano dalla realtà… e quanti lettori in Italia leggono più di dieci libri (compresi i libri di poesia) l’anno?

È chiaro che si pubblicano troppi titoli, ed è altrettanto chiaro che si pubblica di tutto, senza curarsi della qualità perché avendo un mercato facile alcuni editori si limitano a stampare qualsiasi cosa, e il libraio chiude le porte al distributore perché anche lui, vedendo cataloghi con migliaia di schede, ha difficoltà a identificare l’opera valida da proporre ai lettori, e immancabilmente ripiega sui nomi noti, facili da identificare e da vendere.

Ma andiamo per parti.

Editori

Per conoscere un editore occorre leggere le opere che ha in catalogo. Facile non è, ma frequentando circoli e salotti, parlando anche con addetti ai lavori, si possono scambiare impressioni e imparare molte cose su quali editori hanno reputazione solida e quali invece pubblicano di tutto (spesso senza neanche leggere l’elaborato mandato dall’autore). L’editore deve anche avere una buona distribuzione (se possibile nazionale) e deve seguire l’autore anche dopo la pubblicazione. Tuttavia, la cosa più importante che l’editore deve proporre è l’EDITING. Un libro con un buon editing è un lavoro che nel mercato si fa onore, un editing mediocre invece boccia il libro e rovina la reputazione dell’editore… L’editing consiste nella revisione dell’opera da parte di un esperto che, in collaborazione con l’autore, corregge errori, rivede la punteggiatura e soprattutto rivede la redazione. Un buon editor può proporre delle modifiche significative, questo non deve essere preso come un attacco all’autore, al contrario, se il libro non valesse, l’editor serio non lo commenterebbe, semplicemente si rifiuterebbe di fare il lavoro.

Insomma, l’autore sprovveduto rischia di alimentare un mercato editoriale fuorviante, quindi deve tenere a mente che l’editore valido fa selezione di testi, fa un buon editing, ha una buona distribuzione e segue i propri autori. Infine, non è detto che un editore non a pagamento sia migliore di un editore a pagamento; certo, meglio non a pagamento, ma intendiamoci: tra un editore a pagamento che fa un buon editing e uno non a pagamento che non lo fa, meglio il primo.

Esistono, in questo panorama, alcuni editori piccoli che si fanno onore, questi sono il vero trampolino di lancio per uno scrittore di talento.

Premi letterari

Difficile scegliere a quale premio letterario partecipare, se ve ne sono oltre 1800. Come scegliere? Prima occorre verificare la storia del concorso, la giuria, se si danno premi in denaro… Tuttavia ci sono altri parametri importanti, che variano a seconda delle sezioni. Parlando di narrativa edita, ad esempio, è importante verificare se tra data di pubblicazione del bando, data di scadenza e data della premiazione vi sia il tempo sufficiente per valutare i libri. È vero che vi sono delle tecniche per leggere rapidamente, ma se un giurato deve valutare 300 romanzi, come fa se ha a disposizione un tempo limitato, diciamo, un paio di mesi? Per la narrativa breve e per la poesia il tempo è meno tiranno, tuttavia questo parametro ha il suo peso. Oltre il tempo, occorre vedere chi ha vinto le edizioni anteriori e, se la giuria non cambia, si può avere una minima idea di quali sono i criteri di valutazione, ma questo lo può fare solo un autore esperto.

Sta di fatto che vincere un premio, anche importante, non cambia la vita né aumenta la visibilità, occorre insistere, vincerne diversi, perseverare, e non adirarsi se non si è tra i vincitori.

Scrittori

Veniamo al punto più importante, gli scrittori, o quelli che si definiscono tali. Se all’inizio abbiamo parlato di un mercato non selettivo e di un numero spropositato di opere pubblicate, dovremmo chiederci se tutte queste opere sono valide o meno, e chi è il vero responsabile di questo sproposito. Spesso, infatti, ciò che si pubblica non merita grande considerazione: è carta stampata per soddisfare l’ego dello scrittore e per dare lavoro all’editore. Attenzione però, questo è un danno terribile per la cultura perché opere di valore nuotano in un immenso mare di mediocrità senza poter emergere mentre il mercato tende a trattare allo stesso modo un capolavoro e un lavoro scadente, degradando l’Opera a prodotto. Inoltre, nella maggior parte dei casi i lettori sono gli amici e i parenti, e se spendono dieci euro per un libro, preferiscono quello dell’amico o parente, a prescindere dal valore dell’Opera, a quello dell’autore che probabilmente merita di emergere. Allora, cosa fare? Innanzi tutto l’autore deve fare autocritica, perché deve pubblicare meno e pubblicare meglio. È preferibile tenere un manoscritto nel cassetto piuttosto che pubblicarlo male. Mai pubblicare con editori che ti danneggiano la reputazione e mai pubblicare per forza o per vanità. Meglio aspettare il momento giusto, e nel frattempo frequentare circoli e salotti per conoscere gente, scambiare opinioni e, alla fine, trovare lettori critici prima di mandare il manoscritto a qualsiasi editore. La critica, che non è né polemica né elogio timoroso, ci aiuta a crescere. Meglio cestinare un lavoro immaturo e concentrarsi sul passo successivo che pubblicarlo solo perché è la nostra creatura.

In conclusione, il nostro lavoro di scrittori o di poeti è meraviglioso, ma dobbiamo fare attenzione all’ego che ci trascina nel torbido mondo dell’editoria piratesca, quando non addirittura nel fai da te, che non porta da nessuna parte. Quindi, una volta che siamo certi del valore della nostra opera, dovremo affrontare la scelta dell’editore e la scelta del concorso. Per fare una scelta ponderata occorre informarsi, frequentare i circoli giusti per saperne di più, condividere impressioni ed esperienze, insomma: fare un bagno di umiltà e prepararsi ad imparare… e poi, una volta fatta la scelta, mettersi in gioco e prepararsi anche ad accettare eventuali rifiuti, ricordando che è meglio non pubblicare niente che pubblicare male.

Claudio Fiorentini

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#ioleggoperché?

23 Aprile 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #cultura

#ioleggoperché?

Quando ho saputo dell'iniziativa #ioleggoperché mi sono incuriosito. La prima reazione è stata positiva, pensavo fosse nata da qualche blogger abbastanza fortunato da azzeccare la classica frase a effetto. Poi ho scoperto che si trattava di un progetto strutturato dietro al quale sono stati spesi molti soldi. A quel punto ho guardato l'elenco dei titoli selezionati, e mi sono sentito male. Vorrei chiarirvi cosa penso dei libri coinvolti, ma Andrea Coccia su Linkiesta lo ha spiegato meglio di quanto potrei farei io.

Ho provato a stare zitto sull'argomento, ma è il classico reflusso di acidità che sale dallo stomaco e mi fa venire voglia di urlare la quasi inutilità dell'iniziativa, e non solo perché convincere le persone a votarsi alla lettura a colpi di Casati Modigliani è da folli. E quindi eccomi qui, 23 Aprile, data del gran finale con volontari nelle piazze (inclusa una mia amica, scusa R.) e serata televisiva, a riflettere con voi sul perché in Italia non si legge e a dare la mia opinione, molesta e non richiesta come sempre.

L'utilizzo di un hashtag per pubblicizzare il progetto fa pensare a un target giovanile, qualunque sia il concetto deviato di giovane in cui vive questa nazione, o quantomeno rivolto alle persone con maggiore dimestichezza con il digitale e con la rete. Il principio, almeno sul piano teorico, è corretto: è necessario rivolgersi alle nuove generazioni per farle appassionare alla lettura. Scegliamo quindi libri validi, in grado di appassionare una fascia di età che spazia tra i 18 e i 30 anni, cose tipo Il signore delle mosche di William Golding, o Il giovane Holden di Salinger e... cosa? Non sono in lista? Forse erano un target troppo adolescenziale... Bradbury? Huxley? Orwell? No? E chi hanno scelto? ... Il resto lo lascio all'immaginazione del lettore, non vorrei costringere la nostra Signora dei Filtri a introdurre la censura.

Il problema non è solo la lista, è tutto il progetto. Il mercato editoriale è in crisi su tutti i fronti, libri, mensili, quotidiani, riviste, non si salva nulla, e persino all'estero le vendite sono in calo. Parte della colpa è dell'onnipresente crisi economica, ma non può essere l'unica ragione. Sospetto che i tagli ai fondi per la scuola, nella mia memoria di bambino trentunenne sono cominciati nel '91, quando si cercavano soldi per finanziare l'intervento militare nei Balcani, abbiano giocato un ruolo fondamentale nel declino della lettura tra le nuove generazioni, e il dirottamento di fondi pubblici alle scuole private ha dato il colpo di grazia.

Come è stato fatto notare da diversi esperti e scrittori ben prima della nascita di questo progetto, per recuperare lettori si deve educare alla lettura, e si deve partire dalla scuola e dalle case private. È necessario circondarsi di libri, circondare i bambini di libri. Ma se gli adulti per primi non sono lettori, allora non ci saranno libri in casa, e gli impulsi saranno banali e poco efficaci. Una mia conoscente continua a portare me come esempio al figlio, con una qualche variante delle parole “visto come legge? Devi farlo anche tu così diventi intelligente!”. Parole lusinghiere, ma il suo povero figliolo, che io vedo forse un paio di volte l'anno, vuole solo giocare e divertirsi. Sorprendente come un bambino di otto anni possa compiere questa scelta, non trovate? Il risultato degli sforzi della madre, non lettrice e orgogliosa di esserlo, ha prodotto un bambino ancora incapace di coniugare i verbi all'indicativo con naturalezza e con un vocabolario limitato. Si tratta di una situazione estrema? Me lo auguro, ma non ne sono sicuro (mi sono trattenuto dal mettere link ai politici, quindi vi impongo di non pensare a loro). Sono queste le persone da spingere alla lettura? Davvero crediamo che un hastag o il banchetto gestito da studenti in cerca di crediti formativi facili (e da persone genuinamente entusiaste, come R.) possa riuscire nell'impresa?

Qualche giorno fa leggevo un'intervista al filosofo Umberto Galimberti pubblicata su Wise Society, l'intervista è datata e non so dirvi quale serie di coincidenza l'abbia portata sul mio schermo in periodo di #ioleggoperché, ma è perfetta per spiegare il mio punto di vista. Si parla di educazione e bambini, alla domanda “Dove e quando si apprendono i sentimenti?” Galimberti risponde così:

“Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione.”

Come fa notare Galimberti un tempo l'educazione avveniva attraverso il mito e oggi attraverso il romanzo, entrambe forme di narrazione. Anche quando la capacità di leggere non era diffusa come lo è oggi, una realtà che consideriamo più ignorante della nostra, le storie venivano tramandate oralmente e avevano gli stessi scopi di oggi, educazione e intrattenimento. Servivano a spiegare il mondo, sia il suo lato oscuro sia quello luminoso, alle nuove generazioni. Per questo motivo una povera ragazza indifesa viene stuprata dal lupo mentre attraversa il bosco da sola, e per lo stesso motivo Eros si innamora di Psiche.

Ma l'uomo è fatto di storie, l'uomo ha bisogno di narrazioni per poter vivere e spiegare la propria esistenza. Tutte le religioni, i miti antichi, i miti fondativi degli stati, sono narrazioni e su di esse si basa l'identità sociale e culturale della persona. Se una larga maggioranza della popolazione non legge libri, dove trova le storie tanto necessarie al proprio sostentamento? Troppo facile sparare sul mucchio e incolpare la televisione, anche perché alcuni prodotti televisivi o cinematografici sono ottimi. Vogliamo incolpare i social networks, i cellulari e la tecnologia varia? Potremmo, ma è l'evoluzione della narrazione stessa. Un tempo erano Ettore, Achille e Odisseo, poi sono stati i personaggi dei romanzi, persone comuni rispetto agli eroi classici. Oggi è l'uomo comune a raccontare la propria vita, perché ha accesso immediato al pubblico, Andy Warhol lo aveva previsto con largo anticipo e senza neanche conoscere internet. Si racconta la vita “vera”, “senza filtri”, per usare frasi a effetto. Salvo poi rifare le foto cento volte prima di pubblicare e andarsi a truccare e vestire prima di un video, e se manca qualcosa allora Photoshop risolve il problema in un istante. Ma la narrazione rimane concentrata sulla vita di tutti i giorni, si parla di lavoro o della sua assenza, di persone bloccate nel traffico, di gossip, di sport, della propria vita sociale o notturna, dei propri interessi, ci si esprime per iperboli o si dice cosa si vorrebbe fare anche se non si può fare. Le narrazioni “senza filtri” funzionano solo se siamo noi a mettere i filtri, a capire il senso. E in una narrazione che spesso si esprime per immagini, è fondamentale avere dei filtri, degli schemi per interpretare il messaggio. E i filtri nascono dalla letteratura, come diceva Galimberti.

Per questi motivi la campagna di #ioleggoperché è uno spreco di risorse. Invogliare alla lettura è difficile e spesso inutile, perché manca la volontà dell'altro di impiegare il proprio tempo in un'attività di fatto solitaria. Esistono casi in cui viene trasformata in attività di gruppo, per esempio ho scoperto che qui a Roma esistono gruppi di lettura di quartiere in alcune zone della città e talvolta i membri organizzano incontri con gli autori. Sono stato, per caso, a uno di questi incontri, tenuto nell'aula magna di una facoltà universitaria in centro. Le persone sotto i cinquant'anni erano cinque o sei, e sono scese rapidamente a due, cioè io e un'amica alla quale avevo parlato del libro.

Inoltre, selezionare titoli in modo arbitrario, qualsiasi sia il motivo, non è un'argomentazione valida. Il libro deve affascinare, deve incuriosire, deve farsi scegliere. Dire “questo è il più grande capolavoro della letteratura”, definizioni tipo “il libro dell'anno” o “un caso editoriale ancora prima di essere pubblicato” (Nota a margine: come può essere un caso editoriale se nessuno lo ha pubblicato? Se non è pubblicato, nessuno lo ha letto tranne l'editor, quindi il “caso” da dove nasce?) non invogliano me a leggerlo, uno di quei lettori forti di cui il mercato editoriale è tanto orgoglioso, uno di quelli a cui puoi rifilare le peggio letture e arriveranno comunque alla fine del libro, perché dovrebbe invogliare un non lettore? La lettura, per un bambino come per un adulto, deve essere un piacere, un divertimento.

Invece, nel tentativo di promuovere la letteratura, sono stati selezionati alcuni titoli inadatti allo scopo, si è lanciato un hashtag, si sa, se uno status non contiene almeno un paio di hashtag non serve a niente, sono state scelte facce giovani e volontarie per la distribuzione nelle piazze. Non so e non voglio sapere quanti soldi sono stati spesi per realizzare questa iniziativa sconclusionata, ma so quanti nuovi lettori porterà: nessuno. Con le stesse cifre si poteva fare molto di più, magari coinvolgendo scuole elementari e medie sul territorio italiano e acquistando libri per loro, sponsorizzando librerie interne alle scuole o altro ancora. Ma tant'è. In fondo, gli organizzatori sono l'Associazione Italiana Editori, l'Associazione Librai Italiani, l'Associazione Italiana Biblioteche, il Centro per il Libro e la Lettura, il Comune di Milano per Milano Città del Libro 2015 e la Rai. Mica sanno qualcosa di libri, loro. Però ne parlano e ne fanno parlare, e c'è una sola cosa peggiore delle persone che parlano di te: quelle che non ne parlano.

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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

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