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Post con #cultura tag

Nasce DeA Planeta

20 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

 

DeA Planeta Libri


Nasce DeA Planeta,
il nuovo marchio dedicato alla narrativa
della casa editrice DeA Planeta Libri

 

Milano, 19 giugno 2017 – Nasce DeA Planeta, il nuovo marchio della casa editrice DeA Planeta Libri dedicato alla narrativa, frutto delle sinergie tra il Grupo Planeta e il Gruppo De Agostini.

DeA Planeta Libri è una casa editrice operativa dal 1 gennaio 2017, in cui sono confluiti i marchi De Agostini, AMZ, Abracadabra e UTET, già operanti negli ambiti kids e ragazzi, saggistica e varia. Con DeA Planeta si arricchisce l’offerta sul mercato italiano di una nuova proposta dedicata a tutti i filoni della fiction: dal thriller al femminile, dalle storie vere ai libri evento, dagli autori affermati agli esordienti.

 

IL MARCHIO - DeA Planeta è una proposta contraddistinta da trame dalla forte personalità e orientate alle nuove tendenze, con uno sguardo attento ai gusti dei lettori, sempre messi al centro nella scelta delle storie. «Il punto di forza sarà il network internazionale che lega la casa editrice alle altre realtà dei gruppi editoriali di cui fa parte: globalitàtrasversalità e rapidità di reazione saranno i tratti distintivi di DeA Planeta» dice Daniel Cladera, alla guida del marchio.

 

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Dea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempi

5 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

 

Data di uscita 23 maggio
Target: 14+ | Prezzo 9,90 euro

 

Le più belle storie romantiche di tutti i tempi in una nuova traduzione integrale e una veste grafica adatta a tutti i teenager, in grado di avvicinare i giovani lettori ai capolavori immortali della letteratura. Questa è la linea guida che ha orientato la scelta dei nuovi titoli, tutti contrassegnati da preziose prefazioni d’autore: Cime tempestose (Emily Brontë) porta infatti la firma di Tommaso PincioRagione e sentimento (Jane Austen) quella diEvita GrecoMadame Bovary (Gustave Flaubert) e Dracula (Bram Stoker) vedono la prefazione rispettivamente di Andrea Bajani e Claudia Durastanti.

 

MADAME BOVARY - Due sole cose sono importanti per la giovane e bellissima Emma Rouault: la ricchezza e il prestigio, che da sempre insegue senza sosta. Non importa se le sue origini sono umili e il marito, Charles Bovary, è un mediocre medico di provincia, ordinario nei modi e nell’aspetto. Per sfuggire a una vita che detesta, Emma si rifugia nei suoi preziosi libri, e sogna a occhi aperti amori romantici e totalizzanti come quelli delle sue eroine preferite. Ben presto, tuttavia, quasi senza accorgersene, si ritrova prigioniera in un mondo di bugie e inganni, soffocata dai suoi stessi desideri. Prima gli occasionali incontri d’amore con Rodolphe, il ricco proprietario terriero che pur non amandola la seduce con la promessa dei soldi, poi gli appuntamenti appassionati con il giovane Léon in un albergo di paese... Tutto questo sarà sufficiente per guarire la sua anima insoddisfatta? Un grande romanzo d’amore. Una protagonista fragile e disperata, impossibile da dimenticare.

“Emma non vuole una vita ordinaria. Ama, e l’amore l’ammala.”
Andrea Bajani

 

CIME TEMPESTOSE - Nella brughiera inglese, lontano dal trambusto della città, esiste un luogo in cui le passioni imperversano come una tempesta: è Wuthering Heights, la proprietà del cupo Mr Heathcliff. Rude, crudele e dotato di un carisma disarmante, Heathcliff è un uomo consumato allo stesso modo dall’odio e dall’amore. L’amore tormentato per la bella e capricciosa Catherine. Cresciuti insieme, Heathcliff e Catherine sono anime gemelle, incapaci di vivere l’uno lontano dall’altra… Ma mentre lui è solo un povero bracciante, Cathy è nata per diventare una vera signora, e ben presto il suo fascino e la sua grazia attirano gli sguardi di Edgar Linton, il ricco e gentile erede di una magione nei dintorni. Il loro destino si intreccia così in modo inevitabile, tra vendette e incomprensioni, distacchi e ricongiungimenti, e come un vento impetuoso devasta le vite di due intere famiglie. Perché niente è più distruttivo di un amore impossibile.

“La storia di un amore tumultuoso che resiste agli anni e al distacco, diventando prima ossessione e poi il contrario di ciò che dovrebbe essere l’amore: vendetta.”
Tommaso Pincio

 

RAGIONE E SENTIMENTO – Al mondo non esistono due caratteri più diversi di quelli delle sorelle Dashwood: tanto Marianne è esuberante e impulsiva, quanto Elinor è riservata e razionale. Questa differenza emerge in tutta la sua forza quando l’amore bussa per la prima volta al loro cuore. Marianne perde la testa per l’aitante e impetuoso Willoughby, conosciuto durante un fortuito incidente, e per lui arriva a struggersi a tal punto da ammalarsi gravemente. Elinor, invece, che nutre un tenero affetto per il timido e impacciato Edward, soffoca stoicamente le proprie emozioni quando scopre che il giovane è promesso a un’altra, tanto da convincere tutti – persino se stessa – di non provare nulla per lui. Fra speranze, delusioni e svolte inattese, riusciranno le ragazze a risolvere l’eterno dilemma tra ragione e sentimento e a trovare la felicità? Un capolavoro della letteratura romantica che, con arguzia e ironia, ci fa entrare nel cuore e nella mente delle protagoniste per sognare, sospirare e crescere con loro, pagina dopo pagina.

“Questo libro è pieno di verità. E l’essere pieni di verità è una di quelle cose
che rendono i libri non solo degni di stare nelle biblioteche,
ma di essere letti, al bisogno, come una medicina.”

Evita Greco

 

DRACULA - È una notte gelida quella in cui Jonathan Harker, giovane avvocato inglese, arriva in Transilvania per incontrare un nuovo cliente, il conte Dracula. Il nobile lo accoglie nel suo castello, un tetro maniero in rovina, dove ben presto – tra spaventose visioni notturne e agghiaccianti sospetti sul suo ospite – il soggiorno di Jonathan diventa un incubo… Intanto, sulle coste nebbiose dell’Inghilterra approda una misteriosa creatura assetata di sangue. Tra le sue prime vittime c’è un’amica di Mina, la fidanzata di Jonathan, che dopo atroci sofferenze muore… o meglio, si trasforma in un essere mostruoso pronto a cibarsi di altro sangue. E quando la dolce Mina rischia di subire lo stesso terribile destino, inizia una disperata corsa contro il tempo per salvarla e ricacciare il vampiro nelle tenebre da cui è venuto. Il più celebre romanzo gotico di sempre; una miscela perfetta di amore, morte, sensualità e orrore che s’insinua nelle vene del lettore per non lasciarlo più fino all’ultima pagina.

Dracula ci insegna che siamo destinati a diventare vampiri ogni volta che ci affezioniamo a qualcuno, e ci ricorda che quando leggiamo un libro succhiamo il sangue dalle parole per diventare immortali.”
Claudia Durastanti

Dea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempiDea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempiDea classici: le più belle storie romantiche di tutti i tempi
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RADIOLIBRI, PRIMA E UNICA WEB RADIO COMPLETAMENTE DEDICATA AL MONDO DEI LIBRI, DA OGGI ANCHE IN FM

12 Aprile 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

 

Da lunedì 10 aprile 2017RadioLibri – prima e unica web radio interamente dedicata al mondo dei libri – trasmette per la prima volta anche in FM: è infatti possibile ascoltare tutti i giorni mezzora del palinsesto di RadioLibri – che vanta oltre 90 rubriche – sulle frequenze di Radio Città Futura, FM 97,7 o in streaming su radiocittafutura.it.

 

Ogni giorno dalle 17.30 alle 18.00 andrà in onda PAROLE IN SINTONIAuno spazio sempre diverso interamente riservato all’editoria, mission dell’unica radio dedicata al mondo dei libri, ideata da Matteo Fago e Carlo Mancini.  Parole in sintonia è frutto della collaborazione tra Carlo Mancini, CEO e Station Manager di RadioLibri, e Renato Sorace, presidente di Radio Città Futura.

 

Questa sinergia si aggiunge a quella già rodata e avviata il 3 ottobre scorso con Radio Capital, che prevede la lettura di romanzi già selezionati e recensiti da RadioLibri ogni lunedì sera, all’interno del programma Capital NightSide con Manuela De Vito, speaker anche di RadioLibri. 

 

www.radiolibri.it

FB: RadioLibri

Twitter: Radio_Libri

Instagram: radiolibri

Ascoltaci su radiolibri.it o scarica la nostra app per dispositivi Apple e Android

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#lartetisomiglia

20 Dicembre 2016 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #cultura, #lorenzo campanella

Con questo spot il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, punta alla promozione dei Musei Italiani.
L'iniziativa/campagna sui social porta l'hashtag #lartetisomiglia.

In Italia abbiamo più di 4.500 istituti a carattere museale e simili. Questo dato imporrebbe un generale ripensamento delle politiche occupazionali.
In compenso c'è il monologo di Crozza del 2013 a darci una panoramica di cosa è la Cultura per il Popolo Italiano.


Dal mio punto di vista, la Cultura non è dentro un libro, un museo, un partito, una biblioteca, ma nel cambiamento di un sistema di pensiero. Knowledge porta knowledge. Perché se i media cambiano noi dovremmo cambiare.
Ma new media e old media devono coesistere e questo sarà il nucleo di un prossimo intervento.

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Piccoli mondi

28 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

Piccoli mondi

ABEditore presenta i volumi della collana Piccoli Mondi, presto disponibile in tutte le librerie d’Italia, ma già ordinabile online sul sito ufficiale!

Una raccolta che rivisita i classici meno diffusi di Dumas, Poe, Stevenson, Twain, ecc…, con un tocco di originalità in più. Un modo per appassionarsi alla letteratura di un tempo, resa ancora più attuale dalla selezione dei racconti più sagaci e interessanti.

La genialità è nascosta nelle copertine, che spiccano per precisione e cura dei particolari. Ma al loro interno abbiamo storie sempre attuali che continuano a stuzzicare la nostra curiosità!

A chiudere il cofanetto dei Piccoli Mondi una raccolta delle favole più note, che è un viaggio alla scoperta di ciò che non abbiamo mai letto da bambini.

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#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

22 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando
Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

È possibile portare l’Orlando furioso sui social, tradurne le ottave in tweet? A cinquecento anni dalla prima pubblicazione del poema, hanno raccolto la sfida i profili Twitter della Società Dante Alighieri @la_dante e di MuseoFerrara @museoFe. È partito riscuotendo da subito una partecipazione convinta il progetto#furioso16tw, che invita alla lettura del capolavoro di Ariosto esaltandone gli aspetti di grande umanità. Il progetto, con la supervisione scientifica di Alberto Casadei, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Pisa nonché membro del Consiglio scientifico della Dante, si svilupperà sino al prossimo 18 novembre. Stanno al gioco anche i profili del Comune di Ferrara @ComuneDiFerrara, del Comitato nazionale per le celebrazioni ariostesche @2016furioso e di Palazzo dei Diamanti @PalazzoDiamanti, dove prosegue la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Non a caso, il progetto scanzonato si domanda cosa vedesse invece il poeta quando li teneva ben aperti.

Per 40 giorni, escluse le domeniche, saranno pubblicati tweet scherzosi e in rima per invitare i lettori a interagire con il testo del Furioso andando “a caccia di mostri”, o cercando tra i versi le occasioni per leggere ancora il poema da un punto di vista attuale. #furioso16tw si concentra infatti sugli elementi umani dell’opera, quelli che non perdono mai di attualità e che permettono ancora oggi ai lettori di riconoscersi in un poema ambientato ai tempi di Carlo Magno e pubblicato per la prima volta il 22 aprile 1516. Twitter, grazie alla sua immediatezza non invasiva, si presta persino al coinvolgimento di personalità culturali, chiamando in causa eventi del territorio che sovrappongono il passato al presente. Gli scambi di vedute nascono da veri e propri “botta e risposta” che raccolgono le affermazioni di chi approfondisce la poetica di Ariosto senza scostarsi troppo dal quotidiano, così Stefano Benni, Roberto Pazzi, Luigi Dal Cin, Guido Conti, Vittorio Sgarbi e Nuccio Ordine, almeno per il momento.

Temi come la follia amorosa, il movimento caotico per seguire gli oggetti del desiderio, il confronto tra il vero e l’apparenza contribuiscono a disegnare una vera e propria parabola umana all’interno del poema. Diversamente dal mondo dantesco, tutto verticale e orientato verso il Cielo, quello del Furioso è orizzontale: il lettore deve immergersi e guardarsi attorno, cogliendo le contraddizioni proprie di ogni uomo dietro le sembianze di una perfetta armonia. Un esempio di 140 caratteri, non uno di più: «Il grande Orlando, paladino fiero, / si ritrova più matto di un cavallo. / E il senno? Sulla luna! Sarà vero?».

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
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Il bagitto

6 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

Il bagitto

I veri destinatari degli editti del 1591 e 93, promulgati da Ferdinando I° dei Medici, meglio noti come Leggi Livornine, furono gli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica, spagnoli, quindi, ma soprattutto portoghesi. Grazie alle leggi di Ferdinando, gli ebrei ottennero libertà di commercio, di pratica religiosa, di possesso e pubblicazione di libri. L’editoria livornese divenne poliglotta e riprodusse la babele di lingue di una città porto franco, piena di vita, di scambi culturali e commerci.

Sin dagli inizi del seicento s’insediò nella nostra città una comunità di marrani. Costoro erano stati obbligati a convertirsi al cattolicesimo ma erano rimasti giudei nell’anima e la loro lingua madre era il giudeo-portoghese.

Nel settecento si ebbe una dicotomia fra il parlare alto del ceto dirigente, che usava il portoghese, e quello basso, la lingua dei profughi e del popolo. Se il portoghese rimase la lingua della comunità fino al XIX° secolo, soprattutto negli scambi ufficiali, mentre il castigliano venne usato nella letteratura e nelle funzioni liturgiche, l’ebraico come lingua sacra e l’italiano come mezzo di comunicazione nei rapporti con la Toscana, il bagitto fu una lingua giudeo italiana, utilizzata dalla comunità labronica più popolare. Non è propriamente una lingua né un dialetto, piuttosto un gergo per capirsi fra simili senza essere compresi dagli altri.

La base linguistica è toscana, la cadenza cantilenante portoghese.

La S sonora diventa dolce, la G occupa il posto della C, la P diventa F, la V si scambia con la B, le doppie si tramutano in scempie, sparisce la caratteristica livornese del rafforzamento.

Furono scritte molte opere in bagitto, le più conosciute sono La Betulia Liberata di Luigi Duclou e La molte d’Ulufelne di Natale Falcini.

Con la dispersione della comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale, del bagitto rimangono poche tracce, esso continua a vivere (o, almeno, continuava, fino ai decenni passati) fra i banchi del mercato, gestiti da secoli da ebrei livornesi, prima dell’avvento dei cinesi, degli indiani e dei senegalesi.

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Ci ho o c'ho?

17 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cultura

Ci ho o c'ho?

ERRORI E ORRORI

Va bene dire a mamma, mamma ho fame
ma si può dire anche ma’ c’ho fame
e aggiungere per gli altri: c’hanno sete
e ricordare: anch’io c’avevo sete.

Adesso tutti scrivono così,
scrittori giornalisti e poetastri
gentaglia da strapazzo, scrittorastri
che non sanno le regole…

C’hanno solo le fregole
di mostrarsi istruiti e intelligenti.

Ma sono poco più che dilettanti
della scrittura, quella letteraria.
La loro è una scrittura secondaria
che deve andare al rogo.

Ancora un poco
e andrem tutti a ramengo,
lo affermo e lo sostengo,
se non torniamo presto alla cultura,
alla cultura vera.

A legger certe cose
scritte in modo incosciente
mi vien da rigettare.

Ravvediamoci in tempo!
Torniamo a compitare
in un modo decente!
Riprendiamo immanente la lettura
dei classici, dei grandi…

E tornerà così la primavera
della letteratura.


Ho scritto questi pochi versi “balzani”, prendendo a prestito un aggettivo che Dino Campana - il poeta folle di Marradi, autore della più grande opera innovativa del novecento ,“I canti orfici”- usava per definire le poesie bislacche dei futuristi. Ho scritto questi pochi versi mettendo volontariamente nelle prime righe degli “errori/orrori” di ortografia, di grammatica, di sintassi, o come volete chiamarli. Direi piuttosto orrori, ché definirli errori è un eufemismo. Purtroppo è invalso oggigiorno questo malsano modo di usare la particella “ci” apostrofata; quando le regole della letteratura seria non lo permettono.
Veniamo al dunque. Scrivere, ad esempio, come ho fatto io c’ho fame, vuol dire di conseguenza leggere: cò fame; e così c’hanno sete, si legge “canno sete”, e c’avevo sete: “cavevo sete”.
Purtroppo gli scrittori di oggi, e anche qualche poeta (ma in poesia, debbo dire, ne ho riscontrati pochi di simili sgorbi) sono soliti comportarsi in tale maniera. E quello che è più grave, è il fatto che le case editrici ammettono che si compiano tali “reati letterari”.
Un giorno lessi sulla terza pagina di un quotidiano - sapete, la pagina che ogni giornale dedicava alla cultura (recensioni, presentazioni di libri, critiche) - un titolo a otto colonne che dettava così: Il nuovo vocabolario della lingua italiana: che c’azzecca! Con chiaro riferimento a un’esclamazione usata dall’allora nuovo entrato in politica.
Ma quell’illustre giornalista, di cui non faccio il nome ma che posso assicurare andava e va per la maggiore, pensava erroneamente che tutti avrebbero letto come pronunciava il politico: che ciazzecca! non rendendosi conto, ahi lui meschino, che la lettura esatta di quell’obbrobrio letterario è: CHE CAZZECCA! Ma è possibile non rendersi conto dell’errore/orrore in cui scrivendo in tal modo si incorre?
Leggo purtroppo così anche in romanzi di autori stranieri; quindi anche i nostri traduttori (che debbo riconoscere sono molto bravi, invero) si adagiano alla bisogna e alla consuetudine invalsa.
Bene, ho scritto (e scrivo, quando mi capita) a diverse case editrici, indicando la pagina o le pagine del libro in cui ho riscontrato o riscontro l’errore/orrore; nessuna si è degnata e si degna di rispondere (almeno per cortesia, o magari solo per giustificare questa nuova (assurda!) forma di scrittura); e tanto meno alcuni autori e traduttori cui ho inviato le mie rimostranze.
Allora mi sono rivolto all’Accademia della Crusca, la famosa istituzione con sede in Firenze, che riunisce studiosi ed esperti di linguistica e filologia italiana per esporre il problema.
Cercando in rete ho trovato la risposta, riferendo la suddetta accademia ciò che Luca Serianni, insegnante di storia della lingua italiana nell'università di Roma La Sapienza, accademico della “crusca” e direttore degli studi linguistici italiani e degli studi di lessicografia italiana, ha scritto in proposito ne La crusca per voi.

Voglio illustrare brevemente cos’è La crusca per voi. Si tratta di un foglio che l’accademia fiorentina pubblica ogni sei mesi ed è indirizzato alle scuole e a tutti quelli che amano in qualche modo la lingua del nostro paese. Io ho ricevuto il foglio per diversi anni, poi, per gravi difficoltà economiche dell’istituto, l’invio venne sospeso, e non ho più provveduto a richiederlo. Il foglio suddetto offre consulenze a chi ne fa richiesta e fornisce risposte a quesiti di carattere grammaticale e sintattico; e più in generale linguistico.
Veniamo al punto che ci interessa: ci con il verbo avere.

«Col verbo avere si è sempre più diffusa nell'italiano parlato di ogni regione l'inclusione dell'elemento ci, dando quasi luogo a un paradigma diverso: non ho, hai, ha, ma ciò, ciai, cià. Quando forme del genere, tipiche dell'oralità, devono ricevere rappresentazione scritta sorgono problemi. Naturalmente non è possibile adottare Iscrizioni come *c'ho...” (Luca Serianni)

Avete capito bene: non è possibile usare c’ho.

Sono andato ancora a cercare tra i miei circa quattromila libri, perché ricordavo di avere qualcosa sull’argomento, e ho rinvenuto (a fatica) un volumetto dal Serianni curato, dal titolo Eig – italiano, grammatica, sintassi, dubbi” (dove Eig sta per enciclopedia italiana Garzanti, una garzantina del 1997 molto attuale e per me, ma ritengo per tutti, utilissima).
Ecco quanto l’illustre accademico riporta.

In molti usi idiomatici il verbo Avere si presenta combinato con l’elemento ci.
Si tratta di modi esclusivi della lingua parlata, che sarebbe difficile trasferire nello scritto non solo per ragioni stilistiche, ma anche per difficoltà grafiche.
Come rendere l’elisione della vocale e i ci davanti al verbo Avere?
Non si può scrivere c’ho, c’hai, c’ha, c’abbiamo, c’avete, c’hanno, che corrisponderebbero a una pronuncia cho, chai, cha e via di seguito, e mantenendo intatta la particella si suggerirebb
e una pronuncia inesistente.”

Io ho fatto tantissimi anni fa il liceo classico, negli anni in cui fare il classico voleva dire uscire maturi nel vero senso della parola e con quell’insieme di informazioni che, una volta dimenticate, sarebbero diventate cultura. Bene, a noi hanno insegnato che ci non si può mai elidere davanti a vocali che non siano i ed e. Esempi: “c’invitano”, “c’eravamo”.

Mi pongo una domanda: oggi, che cosa insegnano ai licei in generale?

Quando scrivo le mie modeste cose, poesie e racconti nel mio durissimo dialetto tiburtino, scrivo tutt’attaccato, ad esempio: presente indicativo: io ciàgghio, tu cia’, issu cià, nui ciavémo, vui ciavéte, issi ciànnu, (io ho, tu hai, ecc.). E all’imperfetto: io ciavéa, tu ciavì, issu ciavéa, nui ciavèmmio, vui ciavèvvio, issi ciavéanu (io avevo, tu avevi, e così di seguito).
E non ci penso minimamente ad elidere (c’agghio, c’avì, c’avéa, c’avèmmio, c’avèvvio, c’avéanu, perché leggerei caggio, cavì, cavéa, etcc…).
Però scrivo c’èmmio iti (ci eravamo andati), c’èvvio iti (ci eravate andati), etcc. proprio perché conscio di una corretta forma.

Debbo concludere però riportando ancora alcune righe di Luca Serianni, importanti:

"D'altra parte, anche la grafia ci ho, ci hai - che è quella a cui ricorse un grande scrittore sensibile alla rappresentazione del parlato, il Verga - non è soddisfacente, perché suggerisce una pronuncia della vocale [i] che in realtà non esiste

Quindi intende, anche se non lo dice, che sarebbe meglio eliminare anche questo modo di scrivere.

Mi chiedo ancora e chiedo: perché si continua, in romanzi, racconti, articoli di giornali, saggi e quant’altro, a incorrere in tale bruttura? Non viene mai in mente a nessuno dei cosiddetti scrittori, giornalisti e traduttori (quasi tutti, purtroppo, come se si fossero passati parola) di stare commettendo uno scempio della lingua? O a costoro lo impone qualcuno? (Sia pure una tradizione letteraria “errata”?)
E che dire degli editori che pure hanno dei revisori ante-pubblicazione istruiti anch’essi, essendo a loro volta scrittori e letterati?

E’ un peccato. Un vero peccato.

marcello de santis

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Accademia labronica

22 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cultura

Accademia labronica

La Biblioteca Labronica, intitolata a Francesco Domenico Guerrazzi, è la principale collezione pubblica di Livorno, in cui sono conservati autografi e manoscritti di Leopardi, Galilei, Foscolo, D'Annunzio, una edizione dell'Encyclopedie stampata nella città, e più di seicento volumi pubblicati a Livorno fra il 1644 e il 1900.

Essa deriva dall' Accademia Labronica fondata da Giuseppe Vivoli nel 1816, con l'appoggio del Granduca Ferdinando III di Lorena, rifinita negli statuti del 1837.

L'Accademia aveva lo scopo "di promuovere in Patria il gusto e la cultura delle Scienze, delle Lettere e delle Arti", nelle adunanze dei membri si poteva scrivere "a libera scelta sopra qualsivoglia elemento" senza però entrare nel merito della religione o della politica

(Che ne pensate? Non è anche, forse, proprio lo spirito di questo blog?)

I soci costituirono una biblioteca e scrissero gli Atti dell'Accademia. Il primo presidente fu Pietro Parenti e il primo segretario Francesco Pistolesi. Alla metà dell'ottocento la biblioteca constava già di settemila volumi messi a disposizione del pubblico nel 1843 e poi donati al Comune nel 1852.

Ebbe fra i suoi membri molti cittadini illustri da Angelica Palli a Enrico Mayer.

Cessò la sua attività nell'ultimo decennio del XIX° sec.

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Scrittori, editori e premi letterari

30 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Scrittori, editori e premi letterari

Oggi orientarsi nel mondo dell’editoria non è per niente facile e gli scrittori hanno serie difficoltà a scegliere il cammino da intraprendere. Non intendo con questo mio scritto trovare la formula magica per capire come muoversi, ma un briciolo di orientamento credo che sia necessario.

A quanto pare, in Italia si pubblicano circa 64000 titoli l’anno, esistono circa 2700 editori e si indicono ogni anno oltre 1800 concorsi letterari. Questi numeri vanno naturalmente aggiornati e variano a seconda della fonte, comunque sono cifre da capogiro. Ci verrebbe da chiedere: ma allora, quanti scrittori ci sono in Italia? O peggio, quanti lettori? Supponiamo che vi siano un paio di milioni di scrittori (inclusi i poeti)… non credo che sia un numero lontano dalla realtà… e quanti lettori in Italia leggono più di dieci libri (compresi i libri di poesia) l’anno?

È chiaro che si pubblicano troppi titoli, ed è altrettanto chiaro che si pubblica di tutto, senza curarsi della qualità perché avendo un mercato facile alcuni editori si limitano a stampare qualsiasi cosa, e il libraio chiude le porte al distributore perché anche lui, vedendo cataloghi con migliaia di schede, ha difficoltà a identificare l’opera valida da proporre ai lettori, e immancabilmente ripiega sui nomi noti, facili da identificare e da vendere.

Ma andiamo per parti.

Editori

Per conoscere un editore occorre leggere le opere che ha in catalogo. Facile non è, ma frequentando circoli e salotti, parlando anche con addetti ai lavori, si possono scambiare impressioni e imparare molte cose su quali editori hanno reputazione solida e quali invece pubblicano di tutto (spesso senza neanche leggere l’elaborato mandato dall’autore). L’editore deve anche avere una buona distribuzione (se possibile nazionale) e deve seguire l’autore anche dopo la pubblicazione. Tuttavia, la cosa più importante che l’editore deve proporre è l’EDITING. Un libro con un buon editing è un lavoro che nel mercato si fa onore, un editing mediocre invece boccia il libro e rovina la reputazione dell’editore… L’editing consiste nella revisione dell’opera da parte di un esperto che, in collaborazione con l’autore, corregge errori, rivede la punteggiatura e soprattutto rivede la redazione. Un buon editor può proporre delle modifiche significative, questo non deve essere preso come un attacco all’autore, al contrario, se il libro non valesse, l’editor serio non lo commenterebbe, semplicemente si rifiuterebbe di fare il lavoro.

Insomma, l’autore sprovveduto rischia di alimentare un mercato editoriale fuorviante, quindi deve tenere a mente che l’editore valido fa selezione di testi, fa un buon editing, ha una buona distribuzione e segue i propri autori. Infine, non è detto che un editore non a pagamento sia migliore di un editore a pagamento; certo, meglio non a pagamento, ma intendiamoci: tra un editore a pagamento che fa un buon editing e uno non a pagamento che non lo fa, meglio il primo.

Esistono, in questo panorama, alcuni editori piccoli che si fanno onore, questi sono il vero trampolino di lancio per uno scrittore di talento.

Premi letterari

Difficile scegliere a quale premio letterario partecipare, se ve ne sono oltre 1800. Come scegliere? Prima occorre verificare la storia del concorso, la giuria, se si danno premi in denaro… Tuttavia ci sono altri parametri importanti, che variano a seconda delle sezioni. Parlando di narrativa edita, ad esempio, è importante verificare se tra data di pubblicazione del bando, data di scadenza e data della premiazione vi sia il tempo sufficiente per valutare i libri. È vero che vi sono delle tecniche per leggere rapidamente, ma se un giurato deve valutare 300 romanzi, come fa se ha a disposizione un tempo limitato, diciamo, un paio di mesi? Per la narrativa breve e per la poesia il tempo è meno tiranno, tuttavia questo parametro ha il suo peso. Oltre il tempo, occorre vedere chi ha vinto le edizioni anteriori e, se la giuria non cambia, si può avere una minima idea di quali sono i criteri di valutazione, ma questo lo può fare solo un autore esperto.

Sta di fatto che vincere un premio, anche importante, non cambia la vita né aumenta la visibilità, occorre insistere, vincerne diversi, perseverare, e non adirarsi se non si è tra i vincitori.

Scrittori

Veniamo al punto più importante, gli scrittori, o quelli che si definiscono tali. Se all’inizio abbiamo parlato di un mercato non selettivo e di un numero spropositato di opere pubblicate, dovremmo chiederci se tutte queste opere sono valide o meno, e chi è il vero responsabile di questo sproposito. Spesso, infatti, ciò che si pubblica non merita grande considerazione: è carta stampata per soddisfare l’ego dello scrittore e per dare lavoro all’editore. Attenzione però, questo è un danno terribile per la cultura perché opere di valore nuotano in un immenso mare di mediocrità senza poter emergere mentre il mercato tende a trattare allo stesso modo un capolavoro e un lavoro scadente, degradando l’Opera a prodotto. Inoltre, nella maggior parte dei casi i lettori sono gli amici e i parenti, e se spendono dieci euro per un libro, preferiscono quello dell’amico o parente, a prescindere dal valore dell’Opera, a quello dell’autore che probabilmente merita di emergere. Allora, cosa fare? Innanzi tutto l’autore deve fare autocritica, perché deve pubblicare meno e pubblicare meglio. È preferibile tenere un manoscritto nel cassetto piuttosto che pubblicarlo male. Mai pubblicare con editori che ti danneggiano la reputazione e mai pubblicare per forza o per vanità. Meglio aspettare il momento giusto, e nel frattempo frequentare circoli e salotti per conoscere gente, scambiare opinioni e, alla fine, trovare lettori critici prima di mandare il manoscritto a qualsiasi editore. La critica, che non è né polemica né elogio timoroso, ci aiuta a crescere. Meglio cestinare un lavoro immaturo e concentrarsi sul passo successivo che pubblicarlo solo perché è la nostra creatura.

In conclusione, il nostro lavoro di scrittori o di poeti è meraviglioso, ma dobbiamo fare attenzione all’ego che ci trascina nel torbido mondo dell’editoria piratesca, quando non addirittura nel fai da te, che non porta da nessuna parte. Quindi, una volta che siamo certi del valore della nostra opera, dovremo affrontare la scelta dell’editore e la scelta del concorso. Per fare una scelta ponderata occorre informarsi, frequentare i circoli giusti per saperne di più, condividere impressioni ed esperienze, insomma: fare un bagno di umiltà e prepararsi ad imparare… e poi, una volta fatta la scelta, mettersi in gioco e prepararsi anche ad accettare eventuali rifiuti, ricordando che è meglio non pubblicare niente che pubblicare male.

Claudio Fiorentini

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