Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #cultura tag

PREMIO LETTERARIO "VOCI-CITTA' DI ABANO TERME"

22 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il Circolo I. P. LA C. (Insieme Per LA Cultura)

con i Patrocini (richiesti):
della Regione Veneto e della Provincia di Padova;

dei Comuni di: Abano Terme (PD), Castelvenere (BN), Cinto Euganeo (PD), Erice (TP), Grosseto, Grottammare (AP),Marino Laziale (RM), Montegrotto Terme (PD),Montignoso (MS), Roma, Teggiano (SA);
e di: G.A.L. (Gruppo Azione Locale) Patavino, Parco Regionale dei Colli Euganei (PD).

Gemellato con le Associazioni Culturali:

Alberoandronico (Roma), Cenacolo Altre Voci (Milano),Circolo Smile (Vallecrosia - IM),
Il Porticciolo (La Spezia), Mimesis (Itri – LT), Pegasus Cattolica (Cattolica - RN),
Pelasgo 968 (Grottammare - AP).

Con la collaborazione delle Associazioni Culturali:

Accademia Alfieri (Firenze), Amici Insieme Onlus (Siano –SA),
Bellizzi Arte & Sociale (Bellizzi - SA), Carta e Penna (Torino),
Habeas Corpus (Napoli), Le Tartarughe (Ostia – RM)

e con:

Parco Letterario “F. Petrarca” e dei Colli Euganei (PD),Confesercenti (PD);
F.A.I. (Fondo Ambiente Italiano) – Delegazione di Padova;
Consorzio Vini dei Colli Euganei (PD);
ARTeMuse – David & Matthaus Edizioni (Serrungarina – PU);
Kairòs Edizioni (Napoli); Rupe Mutevole Edizioni (Bedonia - PR);
Anterem, Maremma Magazine, Nuova Tribuna Letteraria, www.tavolainscena.it.

organizza il

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE
“VOCI – CITTÀ DI ABANO TERME” – X Edizione 2015

Scadenza: 28 febbraio 2015

Informazioni, regolamento e bando di concorso su www.circoloiplac.com e info@circoloiplac.com

Mostra altro

"RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

18 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #interviste, #cultura, #televisione

 "RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

Il 28 settembre è stata pubblicata su Repubblica un’intervista a Mario Tronti, che ho letto e conservato per alcune frasi che mi hanno colpito. Alla domanda dell’intervistatore, Antonio Gnoli, “Nostalgia delle rivoluzioni?” Tronti risponde “No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni…. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto.” Più avanti dice “La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente.”

Bene, a parte che già la seconda asserzione sembra una risposta alla prima, mi sentirei di commentare e completare questi interventi di Tronti.

Innanzi tutto direi che la grande arte, la grande letteratura, il grande pensiero (altro è la grande politica) vivono una fase molto confusa, come lo stesso Tronti dice. Perché? Forse non esistono più artisti, letterati, pensatori o, peggio, non esistono più movimenti? Non so cosa risponderebbe Tronti a questa domanda, e mi rammarico per la mancanza di spirito dell’intervistatore che non ha saputo cogliere il segno. Io risponderei che esistono: i movimenti, il pensiero, la letteratura, la poesia e l’arte sono ancora grandi, e continueranno ad esserlo, altrimenti la razza umana intera sarebbe un fallimento. Ciò che sottolineerei invece, è che se nella prima parte del Novecento i pensatori e gli artisti erano pochi, la cittadinanza combatteva con l’analfabetismo, con le guerre e con le idee che venivano represse da certi totalitarismi, avere idee faceva paura e faceva notizia, se ne parlava… la voce passava di bocca in bocca, non era certo il calcio ad occupare il nostro pensiero perché l’umanità intera ancora non si era asservita al Dio Televisione. Cosa è cambiato tra la prima e la seconda metà del Novecento? I mass media, il modo di comunicare che, se prima era condivisione, con la TV diventa fruizione passiva. Pasolini aveva ben inquadrato il problema nel 1966, quando scriveva: «La televisione è l’espressione concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano. Ossia è la depositaria di ogni volgarità e dell’odio per la realtà». Ma la televisione è anche comunicazione che si subisce, non un “cum”, ma un “da - a”, non la si può controbattere, e anche se la mania del passaparola non si è persa, cosa è successo con la voce che passa di bocca in bocca a metà del novecento? Semplice, se prima si parlava del raccolto nei campi, della fatica in fabbrica, della vendemmia e delle idee che si venivano a conoscere (perché comunque gli argomenti a disposizione erano pochi), con l’avvento della TV si è iniziato a parlare dei programmi televisivi, degli attori, di Sanremo, di Canzonissima, dell’ombelico della Carrà e così via, travolti da un crescendo incredibile che culmina con l’arrivo delle TV private, degli spogliarelli delle massaie, delle veline e dei programmi più idioti che esistano, fino al Grande Fratello e allo yogurt della Marcuzzi.

Negli anni ottanta e novanta, quando andavo in ufficio l’argomento principe delle conversazioni era il programma visto il giorno prima, e se si trattava di un programma di approfondimento, immancabilmente diventava l’occasione per sentirsi un esperto del tema: l’ex telespettatore alla pausa caffè indottrinava gli altri. Intendiamoci, a volte era anche interessante, ma raramente si parlava di arte o di idee, mai una volta che si parlasse di un dubbio o di un pensiero profondo, sempre e solo certezze.

Se l’agente provocatore inseriva temi significativi nel discorso, questi non veniva seguito, semmai veniva deriso e messo da parte. Così, piano piano, chi parlava di idee si trovava ad essere sempre più solo, fino a rinchiudersi in una sorta di setta. Era comunque visto con rispetto, ma alla conversazione stimolante si preferiva sempre parlare delle cosce di qualche velina o della lite tra politici in qualche salotto privilegiato.

Le masse hanno cominciato a vedere la TV e considerarla un oracolo anche perché permetteva, nella conversazione, di ripetere il modello “da – a”, cioè non si comunicava, ma si imponeva un ragionamento agli altri, tutto era già digerito e non si permetteva nessun contraddittorio. La TV è l’unico strumento di comunicazione degno di essere acceso in cucina, in camera e nel soggiorno, se ne sta sempre accesa a riversare su di noi immagini truci e non obiettabili, e il telespettatore che ha il potere di dire no, invece di spegnere si limita a sguazzare sul telecomando passando da un canale all’altro.

Verso la fine del Novecento abbiamo assistito ad un altro fenomeno, molto più interessante: l’utilizzo della rete, il computer, la comunicazione telematica… e non mi dilungherò nello spiegare come funziona, del resto lo sappiamo tutti, ma sottolineo che per molti non è altro che l’evoluzione della TV, a volte in peggio, perché diventa uno strumento che isola dando l’illusione di aggregare.

Bene, tutto questo ha portato a disperdere la capacità di aggregarsi intorno a un’idea. Ecco il problema. La dispersione, la non aggregazione, loro sono i veri nemici dell’arte, del pensiero, della letteratura… per non dire della politica, che dovrebbe pensare al bene comune, invece… lasciamo perdere.

I mezzi di diffusione o di promozione delle arti e del pensiero ieri erano pochi, oggi sono tanti, ma spesso asserviti a un sistema che ha come scopo principale la commercializzazione di qualcosa e non la promozione o diffusione di un pensiero. E mettiamoci pure che oggi gli stimoli sono tanti, quasi tutti innaturali, commerciali, materiali…

Se ieri si poteva contare su un passaparola efficace, oggi abbiamo un passaparola prevalentemente dispersivo, in gran parte telematico e, invece di condividere una o due idee, si condivide di tutto sentendosi protagonisti del nulla. Già, perché se il mezzo di comunicazione che prima era la TV permetteva di essere protagonisti nella chiacchierata del giorno dopo, la rete illude di essere protagonista da subito, grazie ai messaggini, a Facebook, ai blog.

Ciò non significa che non c’è pensiero, arte, letteratura o poesia… c’è, c’è, vi assicuro che c’è… ma è tutto sommerso, vittima di un sistema più intelligente di noi che ha fagocitato la nostra capacità di essere un insieme di persone e non una massa informe di individui.

Con questo voglio dire che Tronti ha ragione, non sembra che abbia colto le ragioni che hanno reso la nostra fase confusa, come lui stesso l’ha definita.

D’accordo, buona parte del Novecento è stata una miniera di idee e di creatività, oggi non si vede lo stesso movimento, ma non è vero che mancano le idee, il pensiero, l’arte… direi invece che tutto nuota nella dispersione informativa di cui tutti siamo testimoni. Oggi quello che manca è la capacità di aggregare e la forza per combattere una battaglia più grande di noi.

Però bisogna provarci, altrimenti che ci stiamo a fare qui?

Ancora una volta richiamo i temi del Manifesto Culturale il Bandolo, che si pone come indicatore di una direzione da prendere per colmare, anche solo in minima parte, quel grande vuoto segnalato anche da Tronti!

Claudio Fiorentini

Mostra altro

La crisi del contemporaneo

16 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

La crisi del contemporaneo

Certo che essere un contemporaneo oggi non è una cosa da nulla. In qualsiasi momento ti capiti di esserlo è già una bella sfida, ma se ti capita oggi, nell’era in cui l’informazione è alla portata di tutti, allora vedrai che sfortuna: trovi sempre qualcuno che ti mette sul tavolo la storia e, invece di sentirti proiettato al futuro, immancabilmente ti trovi a parlare del passato. Ah, che bello sarebbe se ti dicessero: “Contemporaneo, sei forte, vai avanti che ti aspetta un bel futuro” e se magari concludessero anche con un “Grazie!”. Inutile sperarci. Essere un contemporaneo significa che ti devi confrontare con gente che è al mondo come te, con la stessa vita, gli stessi problemi, lo stesso sistema nervoso quasi sempre a pezzi e lo stesso ambiente malsano che condividi con tutti… essere contemporaneo significa condividere il tuo spazio con qualcuno che ti considera suo contemporaneo.

Bene, e allora veniamo al punto. A me è capitato di essere contemporaneo ora, in piena era dell’informazione, e sai che ho notato? Che tutti credono di saperne più di te, vuoi perché a scuola ci vanno un po’ tutti, vuoi perché è facile trovare informazioni in rete e leggerle in pillole (senza verificare le fonti), vuoi perché quello veramente ha studiato e non vede l’ora di fartelo capire, alla fine quello che ti sta davanti non ti vede come fonte di arricchimento, ma ti vede come ricettacolo del suo ego. E che fa con il suo ego? Te lo sbatte davanti: se sei un pittore di astratti lui ti tira fuori Kandinski; se sei un poeta quello ti tira fuori Baudelaire; se sei un romanziere quello ti sbatte in faccia Manzoni. E tu sei quasi intimidito, senti che ti devi giustificare perché loro sono mostri sacri e tu no, ascolti il discorso di quello lì che ti sta facendo vedere com’è bravo e quanto è informato, mentre il tuo lavoro artistico scompare mestamente e tu ti senti un inetto.

Ma non c’è da scoraggiarsi, succede a tutti i contemporanei che non sono stati certificati dal mercato o dalla TV. La realtà è che la storia dei contemporanei ancora non è stata scritta, quindi un contemporaneo, per definizione, non ha ancora passato il filtro del tempo. E quanti ce ne sono che ancora non passano il filtro, tutti insieme ammassati nell’attuale, un periodo di tempo infinitesimo di cui abbiamo coscienza perché lo stiamo in qualche modo vivendo.

Ma vedi, è importante essere contemporaneo, del resto noi lo siamo dal momento che ci parliamo. E proprio perché contemporanei forse non ci rendiamo conto di quanto sia importante il nostro contributo: un contemporaneo fa, esegue, crea, e con la sua arte, forse inconsciamente, diventa un piccolo tassello che serve a costruire la storia di cui si parlerà tra cinquant’anni. Facendo e creando, ovviamente, interagisce con altri, si espone ai suoi contemporanei, nevvero? E rischia di suo! Che lo prendano per un cialtrone o lo considerino un genio folle non importa, bisogna però apprezzare che il contemporaneo gioca a carte scoperte mentre il mercato lo osserva sorridendo e lo espone a critiche impietose.

Ha coraggio un contemporaneo, il clima non gli è mai favorevole, ancor meno oggi. Eppure non demorde.

Gli altri, che sono sempre lì a servire da paragone, sono stati storicizzati, riconosciuti e ammirati… eppure anche loro sono stati una volta contemporanei, anche loro si sono esposti al rischio della derisione, e di due o tre che sono stati riconosciuti dalla storia, centinaia di grandi talenti sono stati dimenticati. Facile paragonare un contemporaneo a uno storicizzato, difficile è capire quanto coraggio ci sia nell’essere contemporaneo, alla fine non importa se si passerà alla storia, importa contribuire a questo meraviglioso movimento che determina l’evoluzione dei linguaggi artistici, e vi assicuro che farne parte è un onore.

Claudio Fiorentini

Mostra altro

Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

3 Settembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Il manifesto de Il bandolo, Claudio Fiorentini

Protagonismo del “vicino di casa”

L’intuizione dei geni del marketing, quella che fa crescere in modo esponenziale le Aziende, col senno di poi sembra quasi banale, e infatti, i vari guru di cui spesso leggiamo sui giornali, prima di essere degli smanettoni e degli inventori, sono degli osservatori del comportamento umano.
Senza citare nomi e cognomi, concentriamoci sulle intuizioni che hanno dato spazio ad alcune recenti invenzioni e reso possibili alcune innovazioni di cui oggi ci avvaliamo.
Solo trent’anni fa, quando si era in giro, per fare una telefonata si andava al bar o in una cabina, i computer erano oggetti misteriosi che occupavano intere stanze, le fotocopie puzzavano di laboratorio fotografico… nessuno avrebbe mai pensato che dopo pochi anni la mobilità e l’integrazione dei sistemi d’informazione sarebbe diventata imprescindibile. Ma lasciamo da parte l’ovvio, del resto le innovazioni sono parte della nostra vita, e parliamo di due semplici intuizioni che nascono dall’osservazione del nostro comportamento da animali sociali, e che stanno occupando gran parte del nostro tempo. Mi riferisco alla necessità di portarsi appresso un oggetto che fa di tutto, e alla necessità di partecipare attivamente alle attività del mondo, quindi manifestazione del proprio io o del proprio ego.
Le due necessità sono consecutive, perché se è vero che fa comodo avere a disposizione uno strumento polifunzionale, nel momento in cui riesco a parlare di me e rendere pubblico il mio pensiero, il valore dell’oggetto aumenta, in quanto permette al mio ego di manifestarsi!
Una delle dinamiche che pervade il mondo dei mezzi d’informazione di massa si basa proprio su questa necessità. Facciamo qualche esempio. Iniziamo dal grande fratello (e derivati), che è un grande contenitore di nulla. Metti in una casa un po’ di giovanotti ansiosi di esibirsi in qualsivoglia inezia, e hai un boom di ascolti. Contenuti zero, costi minimi, fatturato faraonico. La radio ha meccanismi diversi, ma usando il telefono e la volgarità, facendo scherzi di scarsa eleganza, gli ascolti aumentano, e questo coinvolgendo sempre l’uomo comune. Di nuovo, contenuti zero, costi minimi e fatturato alto. Se poi andiamo in rete è ancora più evidente, basta pensare alla blogosfera, dove ognuno si fa promotore delle proprie idee o del proprio ego. Ancora peggio se andiamo nei social network, dove un impero miliardario che non paga diritti sui contenuti pubblica qualsiasi scemenza facendo credere all’utilizzatore che, così facendo, si manifesta al mondo.
In tutti questi casi c’è un fattore comune: il coinvolgimento di gente normale, che parla di sé!
Mi spiego. Il grande fratello ha portato il “vicino di casa” alla celebrità, per cui si è creato un modello. Nel secondo caso l’animatore del programma radiofonico ha telefonato al “vicino di casa” e ha trasmesso la sua voce via radio, per cui si è creato un altro modello. Nel terzo caso il “vicino di casa” ha messo in rete i propri contenuti in modo strutturato, e non importa che sia l’ideologia di una setta satanica o un commento critico alla Divina Commedia. Nell’ultimo caso, il “vicino di casa” ha manifestato un suo pensiero, anche banale, e ha ricevuto commenti da quelli che lo seguono.
Ma di cosa stiamo parlando, se non di editoria?
Bene, e se volessimo parlare di editoria su carta? Se volessimo estendere il discorso alla diffusione dell’arte in tutte le sue discipline e spingerlo all’estremo, non avremmo uno scenario per certi versi analogo? Immaginate: l’editore pubblica quello che capita, anche le opere insignificanti del “vicino di casa”, tanto chi paga è l’autore, il gallerista espone quello che capita, anche le croste del “vicino di casa”, perché il pittore paga, il produttore musicale incide la musica che capita, persino le schitarrate incoerenti del “vicino di casa”, perché chi paga è il musicista… e se non ci sono editori né galleristi, allora il “vicino di casa” usa le potenzialità della rete, tanto qualcuno che clicca “mi piace” lo trova sempre...

Cosa governa il mondo dei media o della diffusione dell’arte? Cosa guida l’editore nelle sue scelte? Cosa porta nella rete tanto vuoto? Credo che sia facile rispondere: l’ansia di protagonismo del “vicino di casa”.
Intendiamoci, “vicino di casa” è solo una metafora, in realtà dovremmo capire se siamo noi quel “vicino di casa” che pubblica la propria vanità in un blog, in una rete sociale o presso un editore.

È questo quello che vogliamo?

Ebbene, io sfaterei il mito del successo, del resto è facile con la frammentazione del mondo dell’editoria (in tutte le sue forme), e ricorderei al “vicino di casa”, e anche a me stesso, che il protagonismo effimero è tutt’altro che rivoluzionario. La radio, la televisione, la rete, i blog, le pubblicazioni, le mostre, etc… sono solo strumenti dove transita l’idea, e contengono tanti di quegli specchi per allodole che occorre un’educazione all’utilizzo. Le dinamiche del cambiamento sono quelle che si basano su idee forti, e l’idea vive se la si condivide, e se la si fa crescere, utilizzando i mezzi di diffusione in giusta misura e con il giusto criterio, ricordando che deve essere l’idea ad usare i mezzi, e non il contrario.

Claudio Fiorentini

MANIFESTO CULTURALE
IL BAND
OLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che
genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i
consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una
cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.
Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e
l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che
ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un
erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto
vocazione.
Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e
slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni
gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione.
Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali
autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.
Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.
Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni
culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata
mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra.
Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del
vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della
comunicazione e dei suoi orizzonti.
Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la
conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il
pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova
arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre
maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di
comunicazione.
E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di
diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di egotismo, e troppo
spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È
facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le
rende invisi
bili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e
non un servizio di diffusione dell'opera artistica.
È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli
operatori debbono proporre val
ori: il valore della scoperta, il valore della
diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore
dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una
galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci
rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di
Narciso.
Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che
sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità,
da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo.
Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello
più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.
Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto
aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il
sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea
propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la
ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come
esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.
È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a
una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è
dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali,
mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non
parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un
messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un
senso, dell
a vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che
l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.
Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo
dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la
coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire
dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura
contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre
più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.
Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni,
potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi
mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il
danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi -individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti
creativi hanno in questo una grande responsabilità.
Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo
trattarle.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller

Mostra altro

Perché ho aderito al manifesto del Bandolo

31 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura, #claudio fiorentini

Perché ho aderito al manifesto del Bandolo

Aderisco al manifesto perché ritengo che in Italia non sia incoraggiata la produzione di grande narrativa, in favore di romanzi esili, facilmente intercambiabili, che si bruciano nell’arco di una stagione e non rimangono nel cuore del lettore, non creano personaggi indimenticabili o archetipi dell’inconscio. Le situazioni sono sempre le stesse, si prediligono trame che hanno a che fare con la storia recente, con qualche episodio di attualità, o quelle vagamente intimiste e minimaliste. Quando prendo in mano un classico, sento la differenza, sento lo spessore, sento il richiamo della poesia, sento le scorciatoie dell’intuito e vorrei provare queste sensazioni anche con i libri di oggi ma non mi riesce più. Inoltre, se voglio leggere della buona narrativa di genere (fantascienza, fantasy etc) devo da sempre ricorrere a libri stranieri, mai tradotti in Italia. Infine, qui da noi non si pubblicano più raccolte di racconti.

Aderisco al manifesto perché da anni assisto a un fenomeno di appiattimento e massificazione dovuto sì, a scelte commerciali sbagliate dell’editoria, ma anche, ultimamente, dalla facilità di accesso data dalla rete, che, se da una parte concede visibilità e voce a chi non ne avrebbe, dall’altra crea un magma di sedicenti scrittori semianalfabeti dal quale è difficile che le rare eccellenze possano emergere. Oggi chi scrive tende subito a pubblicare di tutto e di più, senza autocritica, senza “gavetta interiore e temporale”. Le inezie che ai nostri tempi scrivevamo sul diario privato adesso vengono immediatamente stampate, auto pubblicate, immesse in rete senza nemmeno essere state rilette, e trovano il finto plauso di parenti, amici, contatti virtuali, creando delle stelle di cartapesta facebookiana, ognuna con il suo codazzo di falsi ammiratori. Chi scrive in modo responsabile, critico, chi fa ricerca stilistica e strutturale viene omologato alla massa dei mediocri auto celebrantisi, oppure penalizzato per il marchio d’infamia di aver pubblicato a pagamento o tramite self publishing.

Aderisco al movimento perché vorrei che la rete si trasformasse da mezzo di accesso caotico e auto celebrativo, in filtro reale, in selezione autentica, in specchio di verità e non di lusinga, dove vengano giudicati solo i testi - dal manoscritto inedito al libro pluripremiato a livello internazionale - e non chi li stampa.

Patrizia Poli

Elenco aggiornato dei firmatari

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Roberto Mestrone
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Valentina Vinogradova
Stefania Catallo
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto Canfora
Angelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunati
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Pontuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo
Giovanni Bergamini
Norbert Francis Attard
Daniela Taliana
Bartolmeo Errera
Fabiana Boiardi
Alessandro Da Soller

Mostra altro

"ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini

25 Agosto 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #cultura

 "ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini

Ho aderito con convinzione al Il Bandolo Manifesto Culturale per le motivazioni espresse che sono anche le linee teoriche di un percorso culturale multiforme il cui approdo dovrebbe essere l'affermazione dell'arte in genere come nuovo elemento dialettico con il reale, sgombro dalle sovrastrutture e dai tanti vincoli che deturpano e avviliscono la creatività favorendo esclusivamente le leggi del marketing. Ovviamente il discorso è complesso, ma è già una buona partenza di intenti ritenere che l'arte debba essere considerata una forma di servizio, ma non stare al servizio di niente e di nessuno, pena la libertà di espressione. Non siamo alla corte di sovrani, non riceviamo commissioni artistiche particolarmente restrittive, non consideriamo l'arte una forma di élite sociale, al contrario una forma di umanesimo che, pur non potendo prescindere dai dati reali, sappia elevarsi a livelli di sensibilità particolare che affondi lo sguardo ampio e attento sulla vita concreta e sulle dinamiche dello spirito per fare del particolare un frammento di universale riflessione bellezza e godimento. Quello che si è perso è proprio la dimensione dell'umano inteso come fragilità, insicurezza, sofferenza, bisogno l'uno dell'altro, che, se da una parte sono causa di dolore, dall'altra temprano e fortificano anche attraverso gli insuccessi e le cadute. "Com'è bello l'uomo quando è uomo" soleva recitare Menandro! Oggi, invece, in nome dell'efficientismo, delle sicurezze sbandierate, del trionfo del marketing, tutto viene pianificato dal danaro, sicchè la creatività, di per sè attitudine che si esplica e opera nella libertà, ne rimane soffocata. Ma che importa: assieme ai prodotti artificialmente costruiti e propinati, dai cibi alle bevande, al vestiario ecc ecc anche il far poesia o letteratura in genere si è adeguato all'artificiosità. Mettere in piedi costruzioni formali di precario equilibrio, dato che manca la robustezza del pensiero, è diventato più ricorrente che fare le parole crociate. L'editoria, in crisi come tutti gli altri settori della società, cerca di porre rimedio come può: si serve di specchietti delle allodole. Ben venga allora l'opera educativa degli artisti che cercano il contatto col pubblico ma non per sfilate di opere personali (un po' lo sono le presentazioni o le mostre!), ma per avere un confronto, per esporre alla sensibilità altrui il frutto della propria sensibilità, della ricerca, dell'indagine che abbia per materia un comune terreno di domande irrisolte, di riflessioni sul vivere quotidiano che sfugge alla grande Storia, ma costituiscono la storia di ciascuno di noi. Occorre tuttavia rigore, serietà, onestà intellettuale che spingano a scrivere (immagino anche a dipingere o altro) solo per "necessità", per ineluttabilità, quando lo scrivere è una spinta interiore a cui non ci si può sottrarre, azione questa che richiede onestà perché se è vero che "ciascuno è poeta da parte di un altro" (Callimaco), l'originalità non va sacrificata, perché risulta essere creatività fresca, viva, capace di volare alto, di ricrearsi in fieri e produrre lo stesso effetto creativo in chi legge e in chi ascolta. Solo così l'arte produce bellezza e utilità. Bisognerebbe però crederci e essere coerenti nei propositi, negli obiettivi, nelle modalità prescelte per realizzare tutto ciò, altrimenti "Quis custodiet ipsos custodes?". Altrimenti sarebbe come giocare alle signore (uno dei giochi preferiti dalle bambine nella mia fanciullezza). Un augurio affettuoso a tutti.

Adriana Pedicini

 "ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini
Mostra altro

Il Bandolo- Manifesto culturale. Adriana Pedicini

23 Agosto 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #cultura, #claudio fiorentini

Il Bandolo- Manifesto culturale.  Adriana Pedicini

MANIFESTO CULTURALE "IL BANDOLO" AL POLMONE PULSANTE

Il 28 maggio scorso, ore 19 e pochi spiccioli, presso il Polmone Pulsante (salita del Grillo 21, Roma), Franco Campegiani, Marco Mastrilli e Claudio Fiorentini, hanno dato vita al Manifesto "IL BANDOLO".
L'intenzione, con questa operazione, è di contrastare la "dispersione" che oggi caratterizza il sistema della promozione artistica.


La cronaca

Si è svolta una serata esplosiva al Polmone Pulsante; critici ed eruditi hanno dato vita a un dibattito folgorante e difficile. Dibattito di un un livello culturale veramente elevato. Si possono dichiarare veramente contenti gli audaci iniziatori di un manifesto artistico di tale portata; e soprattutto Claudio Fiorentini, Marco Mastrilli e Franco Campegiani per essere stati la fiamma che ha acceso la miccia; importante ora dare seguito ad un'opera di così alto profilo novativo che avrà senz'altro voce nella cultura artistica a venire, nella storia letteraria del secolo. I commenti più importanti sono venuti da Angelo Sagnelli, Michele Bianchi, Ettore Giaccaglia e da altri personaggi del panorama culturale attuale. Se da una parte Sagnelli si è soffermato sul fatto che a questo Manifesto manca qualcosa di fattivo, rimanendo quindi una dichiarazione di intenti, dall'altra parte Giaccaglia ha sposato interamente il contenuto, anche perché lui è a capo di una fondazione (Mecenate Italia) che lavora proprio nella direzione descritta. La discussione si è protratta per quasi tre ore. Ma gli argomenti erano di tale interesse che si sarebbe potuta prolungare ben oltre. Questa la confessione schietta di Claudio Fiorentini: "Insomma, credo di essere entrato nella gabbia dei leoni, senza aver studiato da domatore... la prossima volta reagirò con forza, usando il candore, che mi caratterizza". E quella di Franco Campegiani: "Il folto pubblico di addetti ai lavori (artisti, letterati e critici), molti dei quali membri della sezione romana del Circolo Culturale I.P.LA.C (Insieme per la Cultura), diffuso su scala nazionale, che in qualche modo ha costituito l'alveo in cui l'iniziativa è nata, ha incentrato la conversazione intorno al nucleo ideale che il manifesto intende portare avanti: quello dell'arte come "vocazione", idea destinata a creare una ferita profonda nell'odierno tessuto culturale dominato dall'idea diametralmente opposta dell'arte come puro e semplice professionismo. Non per denigrare il professionismo (ci mancherebbe altro!), ma per dire con forza che esso è ininfluente ai fini della creatività".

QUESTO IL DOCUMENTO CON I FIRMATARI

MANIFESTO CULTURALE

IL BANDOLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.

Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto vocazione.

Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione. Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.

Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.

Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra. Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della comunicazione e dei suoi orizzonti.

Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di comunicazione.

E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di narcisismo, e troppo spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le rende invisibili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e non un servizio di diffusione dell'opera artistica.

È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli operatori debbono proporre valori: il valore della scoperta, il valore della diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di Narciso.

Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità, da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo. Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.

Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.

È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali, mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un senso, della vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.

Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.

Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni, potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi - individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti creativi hanno in questo una grande responsabilità.

Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo trattarle.

Art springs from an interior dialog to become thinking in motion that generates

change. We participate in these dynamics by becoming mindful weavers of a
web that will know how to restore dignity and freedom to a culture mired down
in narcissism, cliques and self celebration.
Our values are creative awakening, authenticity, involvement and
aggregation, with the desire to break down the barriers and the patterns
imprisoning culture and art circuits, fouled by social climbing and a mistaken
concept of cultural professionalism. Art is first and foremost vocation.
Our intent is to support and promote initiatives that will give new vigor and
momentum to the creative work, allowing the ideas that spring from every
cultural gesture to develop in a truth that is removed from any mystification.
We want to cultivate a thinking that will make authentic universal values
bloom in the fascinating but regretfully arid contemporary world.
Where art comes together, there’s a message of peace.
Today we witness the sad show of the scattering of cultural and artistic
events, due to the artist’s narcissism and the deplorable mindset of tending
one’s own garden and not enriching oneself by team work. What
contemporary culture lacks is sense of Community, of living together, of
participation, despite the abnormal extension of communication and its
horizons.
It all explicates on a superficial level, and this dispersion restricts knowledge.
Instead of spreading the thinking brewing among us, it’s the thinking
contained in commercial products that is divulged. The new art, which exists
but is neutralized by this grim system, which creates ever more scattering and
does not support the work in its being communication tool, is rarely divulged.
It’s easy to neutralize art: you can do it with a mirror for larks! The means to
propagate art are hardly more than receptacles for egotism, and much too
often the circulation is reserved for those who pay more, rather than to those
who deserve it. It is easy to satisfy the ego, the desire to come out on top, to
make one’s voice be heard. That is why quality artworks is often swimming in a sea of mediocrity that makes them invisible. By paying, can be obtained a
service suited to satisfy the author, not a service that will propagate artwork.
It is hard to promote artistic products: to do it, you need guts. Operators must
offer values: the value of discovery, the value of circulation, the value of the
care for the product, the value of the encounter and the value of coming
together. Whether it is a publisher, a bookseller, a cultural gathering, an art
gallery, a theater, a literary award … whatever us artists turn to must offer
value, it must not merely be a Narcissus mirror.
The artist’s worst enemy is the ego, and it would be gullible to think that
substituting I with Us suffices to reach universality, the latter not to be
understood in a purely globalizing and extensive sense. It is possible to
overcome individualism by recognizing and embracing the deepest level of
subjectivity. One thing is the Ego, another is the Self.
The contemporary world is devastated by an improper and arid grouping
concept that compels to live superficially. Uniformity is the symptom of
absence of depth. That erroneous propaganda which deviously pushes to
misinterpret the inner dig, the search for oneself, the self analysis, labeling it
as intimism, as exclusion of the other, as withdrawing of the ego in itself.
It is essential for the individual to start thinking no more as a monad, but as a
community. Art is communion, is exchange, is dialog that takes place deep
down. It is there, where universal values can be found, whilst we tend to
mistake universal with general consent. Art does not speak to all, turning
them into a mass, but to the heart of each one. It is not a political or
advertising message, but a revelation of the sense, or one of the senses, of
life. It truly addresses the other, with the awareness that the other is first of all
a consciencial dimension of the self.
If dispersion is the result of a boorish system ruling the world of art, then at
least we need to try to find aggregation, to find cohesion, to try and gather
into one or more basins, the creative individuals who want to exit the usual
contemporary art and culture circulation model. All of this in the attempt of
guiding an ever larger public towards a higher quality cultural product.
By coming together, sharing, uniting and exchanging opinions, we will be able
to give art its proper dimension and bridge the huge gaps of this system. The
Power is how we want it, because money is at the service of the mind,
whereas the contrary is not true. Is then up to us – individually, to each one of
us – to try to change direction, and creative souls, in this scenario, have a
huge responsibility.The arts are thinking training grounds, creativity laboratories, and we must
treat them as such.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Roberto Mestrone
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Valentina Vinogradova
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto CanforaAngelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunato
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Puntuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo

Mostra altro

La morte di Huber Matos

1 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera, #cultura

La morte di Huber Matos

Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.

Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 "Antonio Guiteras", entrò all'Avana a fianco di Fidel e di CamiloCienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilò, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà.

Foto: foto di Huber Matos e una caricatura di Garrincha.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

La morte di Huber Matos
La morte di Huber Matos
Mostra altro

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

22 Marzo 2014 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #cultura, #marcello de santis

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

Qualcuno aveva l'opportunità di appuntare su pezzi di carta con un mozzicone di matita le impressioni e le paure che si sentivano e si subivano sul piroscafo, uno scriveva alla famiglia con tutti gli errori dovuti alla sua ignoranza:
... appena partì la nave cominciano a darci manciare... da grandi signori, pasta bianca come la schiuma che in Italia si trivava a cinquecento lire il chilo, carne di tutte le qualità, burro che all'Italia non si conosceva, caffè, zucchero, frutta e marmellata, insoma tutte cose che manciavano le signori, che all'Italia non si potevano manciare perché per manciare quei pasti doveva pagare a peso d'oro...

Nei momenti più brutti a gruppi si tenevano stretti, specie se il mare era arrabbiato, e si facevano coraggio cantando la canzone mamma mia dammi cento lire/ che in america voglio andar... era il costo del viaggio? non ha importanza, è la canzone in sé che conta. Una canzone riadattata da una ballata di tutt'altro argomento risalente all'anno1850 per gli emigranti del nord dell'Italia della seconda metà dell'ottocento; questi andavano nelle Americhe del sud. Adesso invece a partire per l'America (del Nord) sono i contadini meridionali, napoletani in particolare, siamo, come detto, nei primi decenni del '900, e la canzone opera di un autore di cui non si conosce il nome è diventata di tutti, sussurrata nelle lunghe giornate e nottate sui bastimenti.

Mamma mia, dammi cento lire
che in America voglio andar

Cento lire io te le do
ma in America no no no

Pena giunti in a
lto mare
bastimento si ribaltò



Questo era il succo della triste ballata dell'emigrante che è costretto ad andare per sopravvivere, ma anche col miraggio, nato chissà come, che laggiù si sarebbe diventati ricchi.

Mentre qui nel paese natio, ci sono altri poveracci ad aspettare la lettera dall'America, che poteva contenere denaro necessario - anche qui per sopravvivere; perché emigrare significava il più delle volte anche questo:separazione dalla moglie, dal padre anziano, dalla madre vecchia, dall'innamorato/a, dai figli; ma anche dalla terra dal paese dove si è nati, dagli odori di casa, dai sapori delle minestre a pranzo riscaldate la sera.

Voglio riportare qui delle note che mi ha comunicato il mio amico Salvatore Marchionne, un medico chirurgo napoletano ora in pensione, che vive a Napoli. Dopo aver letto la prima parte del mio saggio ha scritto sotto il saggio questo commento:

... la storia, quella vera ci ricorda che il popolo napoletano nel 1861 ebbe due sole possibilità: o diventare brigante, o emigrante. Nel 1860 era suddito di un regno ricco di opifici di fabbriche metal meccaniche di cultura e d'arte, poi però a causa di un vile re piemontese e del mercenario Garibaldi e della massoneria inglese, diventò l'anno successivo povero e senza beni che erano stati razziati dal vincitore. Molti furono trucidati e sciolti nella calce viva, centinaia di paesi rasi al suolo... e fu cosi che iniziò l'emigrazione verso l'America. Se non ci fosse stata l'unità d'Italia, sarebbe stato il Regno delle due Sicilie ad accogliere emigranti... Le canzoni avevano per argomento questo triste fenomeno che assumeva anno dopo anno proporzioni bibliche, ne nascevano una dopo l'altra, come vedremo appresso.

Poi dopo il viaggio faticoso pericoloso e pauroso, finalmente, l'America. New York e la Statua della Libertà che già si vedeva all'orizzonte... datemi i vostri poveri; eccoci, dicevano in cuore, siamo arrivati. Ma una volta giunti laggiù non sempre si trovava l'oro dei sogni; come dice un'altra canzone popolare, anche questa canticchiata sulle navi,

... trenta giorni di nave a vapore/ fino in America noi siamo arrivati/ fino in America noi siamo arrivati/ abbiam trovato né paglia né fieno/ abbiam dormito sul nudo e terreno/ come le bestie abbiam riposà... ma anche l'orgoglio di aver contribuito a qualcosa di positivo di cui andare fieri: ... e l'America l'è lunga e l'è larga/ l'è circondata da monti e da piani/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città.


Melania Mazzucco, Roma, 6 ottobre 1966, autrice del libro Vita che descrive le vicende del nonno emigrato in America nel 1903, ma anche le misere disastrose condizioni degli italiani che sbarcavano a New York e che erano oggetto - almeno per quei primi anni del secolo - dello sfruttamento sistematico delle maestranze locali. Per chi volesse approfondire notizie sul fenomeno, ma anche godersi la lettura di uno splendido libro d'amore,consiglio il libro Vita di Melania Mazzucco, che è uno dei più belli che ho letto, semplice nella scrittura,appassionante nell'argomento, doloroso nelle situazioni descritte.
Si può trovare a soli 10,90 euro nelle edizioni Rizzoli,
BUR biblioteca universale Rizzoli, 2010

Voglio riportare il pezzo in cui Melania Mazzucco descrive le visite mediche cui si viene sottoposti non appena si arriva, e la tassa da pagare per sbarcare, e la vergogna di denudarsi davanti a quegli sguardi talvolta e spesso irrisori...

... la prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache.... gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine... lui nudo, in piedi, desolato e offeso... (e) quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano...
... le brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, tanto brutte che non se le metterebbe neanche un prete...
... il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre gli li ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitori
o del piroscafo...

E' una delle fasi dell'avventura del ragazzo Diamante, che non si trova più i soldi, glieli hanno rubati, e allora con un segno sulla schiena lo spingono in un angolo tra quelli che con la prossima nave saranno rimpatriati; gli rimarrà negli occhi solo l'immagine di quei fabbricati - che vede dalla finestra aperta - che sfiorano il cielo; e quel mare; e quel sogno che svanisce appena nato. Ma poi il giovane riesce a passare, e allora non gli importa più della vergogna, del dolore, della paura di tornare dai suoi. E' finalmente in America.
Andiamo avanti.

... si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere...
... mentre dilaga in lui una fame prepotente realizza di non essere a casa sua...
... neanche il puzzo che gli mozza il respiro... puzzo di scarpe vino e piscio stantio... lo investe una fetola puzzolentissima...

Diamante è partito dall'Italia per ritrovare una bambina che aveva viaggiato sullo stessa nave ma ora l'aveva perduta di vista, la bambina di nome Vita con la quale nel corso del romanzo il ragazzo intreccerà una tenera storia d'amore; ma lui adesso è qui in una
... casa tutta nera, fatiscente, decrepita, che sembra dover cadere da un momento all'altro... questa è l'America... canottiere lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano il locale in due e gli schiaffeggiano il viso.

Ve lo racconterei tutto il libro, ma non mi è concesso in questa sede, mi resta solo consigliarvi la lettura; ché andrà a integrare in maniera massiccia questo molto breve saggio,
E' ora di tornare all'argomento del titolo, per chiudere il mio scritto.

partono 'e bastimenti
pe' terra assai luntane...
cantano a buodo
so' n
apulitane...

http://www.youtube.com/watch?v=mRtpc0qDg2g

Ma prima vorrei ricordare che E.A.Mario, molto colpito dal fenomeno dell'emigrazione, ne scrisse altre di canzoni sull'argomento, forse non poi famose come Santa Lucia luntana, ma importanti quanto quella; ad esempio la Mandulinta 'e ll'emigrante che dice tra l'altro: Quanta miglia ha fatto 'o bastimento!/ Sóngo giá tante ca nisciune 'e cconta./ Ma n'arpeggio doce porta 'o viento,/ na canzone, mentre 'a luna sponta. è la città dei mandolini che canta per loro, è Napoli che da buona mamma invia le sue canzoni col suo strumento principe; Si' tu ca t'avvicine/ a nuje, triste e luntane,/ quanno 'e ccanzone/ce parlano 'e te!

Faranno i soldi questi poveri emigranti? diventeranno ricchi? E famosi?
Se pensiamo che troviamo laggiù lontani dagli affetti più cari e dalla terra che per un meridionale è più preziosa della mamma- la nostalgia è tantissima e talvolta fa morire - più di un milione di nostri paesani; e non sempre e non tutti trovano l'oro che speravano, anzi per molti si parlava, nelle lettere che scrivevano, o nelle righe storte e piene di errori dei diari improvvisati, di "scannatoio".

Ma la storia ci dice che sì moltissimi dei nostri conterranei hanno dato lustro a quella terra assai luntana, in contrapposizione a quelli, e non sono stati pochi, che vennero rispediti al mittente per malattie e/o per altri motivi; molti dicevo, sono diventati sindaci di città, poliziotti in gamba, imprenditori importanti, cantanti famosi. Intanto in attesa di ciò lavoravano duramente per guadagnare soldi per tirare avanti la barca; ma anche soldi da mandare, in parte, ai parenti in Italia.
Scrivevano lettere piene di una nostalgia tutta napulitana; nostalgia che strappa le lacrime e stringe il cuore.
Ecco qualche una lettera scritta da New York piena di errori ma anche di tanta nostalgia.

“Caro Padre e Madre vi scrivo queste due righe per farvi sapere che io sto bene come pure la moglie e figli come spero che sara (senza accento) di voi due vi fascio (faccio) sapere che vi avevo scritto per natale ma poi mi sono cambiato (ha cambiato idea?, ha cambiato paese?). Sono tornato a stare a Novio’chi. Vi facio (con una c - faccio) sapere che qua in america va molto male perché non ci sta lavori io pure lavoro tre giorni la setimana (con una t - settimana) ce (c'è) da fare andare avanti perche e tutto cara (c'è da fare molòto per andare avanti ché qui è tutto caro). Vi faccio sapere che il 14 magio fano (con una n - fanno) la comugnione (comunione) anche due figli Ugo e Dante quando mi scrivete mi farete sapere come stano quelle de sunde america (forse parenti femmine emigrate in Sudamerica) e come gliva (e come se la passano - gli va) ma sento dala (con una l - dalla) gente che va male anche la (la senza accento -là). Tanti saluti a tutti i parenti e a quelli che domandano di me, tanti saluti la famiglia di mia moglie”

Nascono, come ho detto più sopra - altre canzoni che descrivono tutto questo.
I figli di Napoli partono, e il poeta assiste alle scene piene di lacrime e dolore sulle banchine del porto.

Molte sono le canzoni che accompagnarono quella povera gente che si imbarcava in cerca di fortuna, o quanto meno di un lavoro, che potesse permettere una vita migliore di quella che avevano nel loro paese. Sono talmente tante che richiederebbero una trattazione tutta e solo per esse, in un saggi a parte. Ma non possiamo non ricordare un'artista nata in un povero affollatissimo quartiere di Napoli, la Duchesca alla fine dell'ottocento (1996), una ragazza semplice che si chiamava Griselda Andreatini; ma a noi nota col nome d'arte Gilda Mignonnette. Si recò in Argentina una prima volta nel 1911 e poi di lì a quattro anni (1915) una seconda volta fino a che si trasferì definitivamente a New York nel 1924 (di là veniva in Italia per esibirsi di tanto in tanto)...



Gli emigrati d'America la ribattezzarono la regina degli emigranti, per la vicinanza della cantante ad essi, e per le molte canzoni che trattavano 'argomento dell'emigrazione; laggiù divenne in poco tempo la cantante napoletana più famosa degli Stati Uniti d'America. Cantava "E l'emigrante piange", "'A cartulina 'e Napule", "Mandulinata e l'emigrante", "Connola senza mamma", "Santa Lucia luntana".
Voglio qui riportare alcuni versi di una di esse "Connola senza mamma" scritta nel 1930 da Giuseppe Esposito e musicata da Gennaro Ciaravolo, musicista autodidatta, il cui primo, grande successo, fu, nel 1922, Mandulinata a Sorrento composta con la collaborazione di E.A.Mario.

Comm' 'e vapure scostano,
lassanno 'sta banchina,
turmiente e pene portano
luntano 'a Margellina'.
Nterr'â banchina chiagnono
'e mmamme'e ll'emigrante,
pe' chesto, 'nterr'a 'America,
só' triste tutte quante.

Meglio nu juorno ccá, Napulitano,
ca tutt' 'a vita p
rincepe luntano.
ll'America ch' 'e cchiamma,
luntana sta,
cònnola senza mamma,
ca nun po' d
à
felicità.

Traduciamo per che non è troppo addentro al dialetto napoletano: l'America che chiama questi figli di Napoli, sta lontana; ed è una culla senza mamma, che non potrà mai dare alcuna felicità.
Appena le navi partono, / lasciando questa banchina,/ tormenti e pene portano / lontano da Mergellina./ Sulla banchina piangono /le mamme degli emigranti, / per questo, in terra di America, / sono tristi tutti quanti.
Meglio un giorno qui, Napoletano,/ che tutta la vita principe lontano. / L'America che li chiama, / lontano sta, / Culla senza mamma, / che non può dare /felicità.
E più avanti il poeta prega, invoca quest'America lontana, dicendole, ti prego, America, culla senza mamma,. se Napoli li chiamo questi suoi figli, falli tornare... falli tornare... (connola senza mamma, falli turna', falli turna')

Eccola la canzone per la voce di Massimo Ranieri

http://www.youtube.com/watch?v=ZL4B7LJ3-e0

Nel 1927 Giuseppe De Luca scrive dei versi bellissimi musicati da Francesco Bongiovanni; e nasce la canzone 'A cartulina ìe napule: un emigrato riceve una cartolina di Napoli e piangendoci sopra lacrime amare non può non paragonarla all'America dei sogni di lui stesso e di tanti suoi compagni di avventura.



Vediamone alcuni versi:

Mm'è arrivata, stammatina,/ na cartulina:/ E' na veduta 'e Napule/ che mm'ha mannato mámmema... Se vede tutto Vommero,/ se vede Margellina,/ nu poco 'e cielo 'e Napule.../ 'ncopp'a 'sta cartulina!
E se vede pure 'o mare/ cu Marechiaro:/ Mme parla cchiù 'e na lettera/ 'sta cartulina 'e Napule!
Che gioja, stu Pusilleco,/ 'sta villa quant'è fina.../ Comm'è bello 'o Vesuvio.../ che bella cartulina!
E soffro mille spáseme,/'ncore tengo na spina/ quanno cunfronto 'Ameri
ca/ cu chesta cartulina!...

(m'è arriavata stamattina una cartolina, è una veduta di Napoli che mi ha mandato mamma, si vede il Vomero, Margellina... e un poco di cielo di Napoli... Si vede anche il mare con Marechiaro, mi dice più cose essa che una lettera... Che gioia vedere Posillippo, che bella villa... che bello il Vesuvio... che bella cartolina. E io soffro, ho in cuore una spina quando confronto questa america con la cartolina...)

Ma è' ancora Libero Bovio a commuoverci con i suoi versi che sempre il musicista Francesco Bongiovanni vestirà di una musica immortale.
Sta per arrivare Natale e stare lontani, specialmente in questi momenti è ancora più triste e chi scrive alla mamma a Napoli vorrebbe tanto sentire uno zampognaro. Prega la mamma di mettere a tavola anche il suo piatto, quando apparecchierà per il cenone, e facite, quann'è 'a sera d''a Vigilia, / comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io... come se con voi ci stessi anch'io.
Racconta e chiede tante cose, alla madre, che questa leggendo bagnerà con le sue lacrime: ché sì ha fatto i soldi, ma che non contano niente rispetto al paese che è stato costretto a lasciare, è vero, mo tengo quacche dollaro, e mme pare ca nun só' stato maje tanto pezzente...
Mia cara Madre, a vuje ve sonno comm'a na "Maria"./ cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'nc
roce!

E infine i versi dell'invocazione finale - che è un pianto dell'anima tutto napoletano - e che io credo siano tra i più belli della poesia napoletana, degni di quel grande poeta che risponde al nome di Libero Bovio:

Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!

E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo '
e Napule,
comm'è amaro stu ppane!

Mostra altro

TRADIZIONE CULTURALE LINGUA E DIALETTO di Adriana Pedicini

8 Marzo 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura

In Europa il latino ha mantenuto fino ai primi dell’Ottocento il suo assoluto predominio come lingua internazionale in campo scientifico e ancora oggi esso è la lingua viva ufficiale della Chiesa cattolica, con cui sono scritte encicliche, bolle, documenti. Le nomenclature scientifiche, soprattutto quelle della medicina, della zoologia e della botanica sono costituite in gran parte da termini latini.

Molte espressioni latine si utilizzano tuttora integralmente in vari contesti: a priori si scarta un’idea, motu proprio si conferisce un’onorificenza, si ritorna allo statu quo, si parla di un individuo sui generis e così via.

Noi parliamo un latino moderno quale si è venuto evolvendo nel corso dei secoli (lo stesso si può dire del francese in Francia, dello spagnolo, del catalano e del portoghese nella penisola iberica, del romeno in Romania: denominate tutte lingue neolatine).

Parole come oro, agosto, vino non sono altro che i vocaboli latini aurum, Augustus, vinum; molte altre parole italiane (voci dotte) sono state prese dal latino dopo essere rimaste abbandonate per molti secoli o dopo essere vissute solo in ambienti colti (aureo, augusto, velivolo).

La sostituzione di lingua di cultura e civiltà, depositaria ed ereditiera di un sapere secolare conquistato lentamente dal pensiero europeo, con le lingue dell’egemonia meramente politico-commerciale, quale è oggi l’inglese, “il gergo inglese –come diceva Schopenhauer- questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei” indica una sovversione profonda di ciò che sono i valori umani, e mostra come il desiderio di potersi intendere nel modo più scarno possibile nei rapporti pragmatici e d’affari abbia completamente surclassato e schiacciato l’esigenza di esprimere con le più sottili sfumature la forza spirituale del proprio pensiero.

Inoltre bisogna ammettere che nella tradizione culturale, più specificatamente letteraria, dei secoli passati e forse fino agli anni ’50, il modello della comunicazione scritta afferente al testo letterario era pressoché ritenuta egemone, era un esempio da non poter sottacere. Anche perché la comunicazione umana trovava in quel contesto il più autorevole sistema e l’ambito più prestigioso di formazione culturale. Siamo molto lontani dai contesti dell’auralità.

Per un lunghissimo periodo, dunque, la comunicazione letteraria ha prevalso su tutte le altre forme di comunicazione e di formazione, ma coloro che fruivano della letteratura, nonché dei valori e codici letterari, era un’esigua minoranza.

Con l’andar del tempo infatti si è costatato che questa supremazia della letteratura non aveva più nessuna radice nella tradizione familiare. Mancava lo spessore storico della memoria che era presente nelle classi colte dal Cinquecento alla metà del Novecento. Sicché la lingua ufficiale, latino o neolatino che fosse, cedeva pian piano il passo alle lingue moderne, e ancor di più alle parlate locali.

Oggi la situazione è ancora più complessa.

Infatti alla letteratura come strumento di comunicazione colta tende ad affiancarsi una serie di altri strumenti di comunicazione, la cui forza espansiva è sicuramente molto alta. Nella maggior parte si tratta di linguaggi fortemente semplificati, come sono tutti i linguaggi in cui alla parola scritta si sostituiscono altri strumenti di comunicazione, ad esempio l’immagine.

Tuttavia, poiché la lingua è di per sé un organismo vivente e dunque dinamico, anche se prescindiamo dal linguaggio letterario, e ci soffermiamo sul quello quotidiano, noteremo che il passare del tempo e le varie necessità del vivere quotidiano hanno influito sull’utilizzo di ogni lingua preesistente per quanto riguarda la durata, la evoluzione e quindi l’esito.

Ne consegue che la consacrazione linguistica degli Accademici deve fare i conti con le necessità impellenti della comunicazione sia scritta che orale, sia popolare che letteraria. Pertanto, mentre da una parte si assiste alla penetrazione nel bagaglio linguistico ufficiale di termini stranieri, dall’altra si deducono diverse persistenze che attraverso il dialetto riconducono proprio alle lingue del passato, e dato la peculiarità del nostro bacino culturale, alla lingua greca e alla lingua latina in primis, per poi essere trasferite nella lingua ufficiale.

Il dialetto col suo lessico peculiare offre lo spunto per spaziare nei campi più diversi, dall’antropologia alle tradizioni popolari, dalla storia alle caratteristiche morfologiche del territorio, fino ad arrivare alla tradizione linguistica.

Spesso gli abitanti di un determinato luogo sono individuati piuttosto che col proprio nome, quasi esclusivamente dai soprannomi in dialetto originati dalle caratteristiche fisiche, dal mestiere che ciascuno svolge o da altre particolari situazioni caratterizzanti. Ovviamente non mancano forti pregiudizi nei confronti del dialetto, considerato ”la lingua” dell’oralità, più povera di mezzi espressivi rispetto a quella ufficiale, meno funzionale, priva di una consolidata tradizione letteraria se non addirittura considerata segno di inferiorità sociale e di diversità culturale.

Invece, al pari della lingua nazionale che è la lingua della cultura ufficiale, dell’amministrazione e della tradizione letteraria, il dialetto ha una struttura linguistica altrettanto complessa e articolata, una propria grammatica e un proprio lessico che spesso è anche più ricco di quello della lingua ufficiale. Soprattutto esso costituisce un bene culturale di primaria importanza a cui bisognerebbe accostarsi come a uno strumento di comunicazione ricco di storia e di cultura.

Il dialetto è lo specchio dell’identità culturale di un popolo che nella tradizione (nel significato etimologico di consegna di cose) ritrova se stesso con l’obbligo di non sperperarla, ma di consegnarla, arricchita delle esperienze di vita, alle generazioni future. Infatti il patrimonio linguistico dialettale ripropone, se non lo stesso contesto storico e istituzionale della lingua d’origine, almeno lo stesso contesto situazionale e psicologico. Ciò vale sia per le formule religiose, sia per le origini del pensiero astratto, per le concezioni spirituali e le radici dei concetti in generale. Dunque il dialetto non è da considerarsi un lingua inferiore, né necessariamente meno colta, ma soltanto una lingua più antica, per meglio dire molto antica.

Se, ad esempio, effettuiamo un’analisi comparata dei termini afferenti agli antichi mestieri, agli strumenti utilizzati nelle antiche opere contadine, agli usi, costumi, tradizioni, giochi, cibi, edifici, canti popolari legati al lavoro, nascite, feste, malattie, morte, riti religiosi, formule apotropaiche, nonché alle parti del corpo umano, alle vesti, calzature, armature e così via e li confrontiamo con i corrispondenti latini e/o greci, noteremo che il passaggio intermedio tra la lingua antica e la lingua moderna è rappresentato proprio dal dialetto.

Naturalmente tali persistenze dialettali sono riscontrabili, con tutte le modifiche consonantiche, nei dialetti che furono e in parte ancora lo sono, gli eredi naturali della cultura e della lingua classiche, come il campano e il siciliano, anche se vi sono state numerose contaminazioni dovuti ad apporti linguistici di diversa provenienza come la spagnola e l’araba.

Proponiamo uno specchietto comparativo tra il greco in traslitterazione, il latino, il dialetto napoletano e l’italiano avvertendo che spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

GRECO

kome

oftalmòs

us-otos

kefale-kara

kara

------

ris-rinos

stoma-atos

odus-odontos

brachion

palame

dactylos

onyx-nychos

gony-gonatos

pus-podos

kardia-kardias

pleumon- is

persicòn melon

petroselinon

rafanìs

kapros

psylla

apotheke

…….

………

titthòs

…….

thallòs

echo

LATINO

coma

oculus

aurica

caput

cerebrum

cervix

nasus

os-oris/bucca

dens

brachium

palma

digitus

ungula

genu

pes,pedis

cor,cordis

pulmo,onis

malus persica

petroselinum

raphanus

caper

pulex

conditorium

catulus

corrigia

……

testa

thallus

teneo

DIALETTO

--------

Uocchio

recchia

crapa

capa

cerviello

naso

vocca

diente

vrazze

parma

dito

onghia

denocchie

pére

core

permone

perzeca

petrusìno

rafaniello

crapa

pòlece

putéca

cacciuttiello

currea

zizza

testa

tallo

tengo

ITALIANO

chioma

occhio

orecchia

testa

capo

cervello

naso

bocca

dente

braccio

palmo

dito

unghia

ginocchi

piede

cuore

polmone

pésca

prezzemolo

ravanello

capra

pulce

bottega

cagnolino

correggia

petto muliebre

testa,vaso

germoglio

tengo, ho

Adriana Pedicini

Mostra altro
<< < 1 2 3 > >>