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Post con #giuseppe scilipoti tag

Frutta martorana e Ossa di Morto

30 Ottobre 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #ricette

 

 

 

 

 

Durante il periodo di Ognissanti e la Festa dei Morti nelle pasticcerie e nei bar risulta onnipresente la frutta martorana, dolci tradizionali che simboleggiano, nonché ricreano, i frutti tipici siciliani: mandarini, limoni, arance, fichi d'India etc, prodotti morbidissimi realizzati con la pasta reale o pasta di mandorle. Avendo un alto concentrato di zucchero, se divorati in grandi quantità possono causare la carie ai denti.

Da menzionare le Ossa dei Morti, caratteristici biscotti Made in Sicily, di dura consistenza, preparati con zucchero, farina, albume e chiodi di garofano. Data la croccantezza, danneggiarsi qualche dente non é affatto difficile. In proposito é “morto” probabile che annualmente i dentisti tra Ottobre e Novembre faciano affari d'oro, quindi occhio e… bocca! 
Ad ogni modo sia la frutta martorana e sia le Ossa dei Morti solitamente vengono combinati insieme e venduti in vassoi o in cestini con l'aggiunta di caramelle e cioccolatini, al fine di arricchirli, rendendoli di fatto più gradevoli all'occhio e naturalmente al palato. Associare tali prodotti ad Halloween è da ritenersi una bestemmia, in quanto con la festività americana non c'azzeccano nulla, sebbene le Ossa dei Morti potrebbero far pensare il contrario. 
Avevo otto anni e non avevo ancora assaggiato entrambe le tipologie di dolci. Idem per mia sorella Cettina, tant'è che tutti e due sbavavamo alla vista, con quell'incollare le nostre facce alle vetrine delle pasticcerie ,immaginando di quanto potessero essere buoni. Un pomeriggio i nostri genitori ci promisero di acquistarne un misto, a patto di pazientare una settimana in attesa del 2 di Novembre, il giorno della Commemorazione dei defunti, e con la raccomandazione di mangiarli con parsimonia sia per prestare attenzione ai i denti e sia perché molto calorici. 
Per la Festa dei Morti andammo a pranzare dai nonni paterni. Fu nonno Peppino ad andare in mattinata al bar sotto casa per comprare i dolci desiderati, sostenendo che, data la confusione, il proprietario a fine giornata con i guadagni forse si sarebbe potuto permettere l'acquisto di una villetta al mare con piscina. A tavola, io e mia sorella fondamentalmente eravamo impazienti di "sconfezionare" il vassoio che stava in bella mostra sopra il frigorifero. 
Dopo un gozzoviglio di pasta al forno, carne e bibite gassate, arrivammo alla frutta, ma non ancora a quella frutta zuccherata tanto ambita. Mi scoglionai e presi l'iniziativa di prendere il vassoio e di aprirlo proprio mentre la mia famiglia era distratta a parlare o a sbucciare i vari frutti posizionati, per non dire ammassati nella fruttiera. I miei familiari si accorsero di ciò che avevo fatto e per ovvi motivi si irritarono. Indifferente, afferrai un pugno di frutta martorana in una mano e un pugno di Ossa di Morto in un'altra. 
«Sei uno zulu!» mi rimproverò mia madre. 
«Prendine ancora, mi raccomando» ironizzò, seccato mio padre. «Stai sicuro che poi ti potrai fare la dentiera come a tuo nonno!»
I nonni sorridevano, presumibilmente non volevano unirsi alle polemiche. Sorprendentemente mia sorella rimase a guardare, sembrava aspettare il permesso dei grandi. 
Assaggiai avidamente un Ossa di Morto e un dolcetto qualsiasi di frutta martorana, precisamente una pera. Restai deluso. Il primo troppo croccante, valutandolo niente di che, il secondo troppo dolce, sdegnoso e senza un retrogusto di frutta come avevo erroneamente immaginato. Con nonchalance rimisi al suo posto l’ormai inutile bottino che tenevo tra le mani, ovvero nella rettangolare guantiera di cartone. 
Mia sorella cominciò a lagnarsi fastidiosamente dal momento che era decisamente schifiltosa. 
«Ah, non li voglio più! Sto scimunito li ha toccati con quelle sue manacce zozze e li ha buttati lì con gli altri!» 
Litigammo. Siccome la schizzinosa Cettina si trovava seduta di fronte a me, non potendola percuotere facilmente le lanciai un Ossa di Morto sulla fronte, un biscotto duro come pochi. 
Mia sorella con l'intento di scendere dalla sedia per reagire allo sgarro, maldestramente fece cascare una bottiglia di coca cola senza tappo sopra il vassoio aperto; tuttavia lo strato trasparente che di norma viene inserito dai pasticceri o dai baristi nella parte superiore della confezione aveva salvaguardato quasi interamente il contenuto. 
Il risultato fu il seguente: mio nonno strafottendosene della ricorrenza si lasciò andare a una serie di bestemmie, mia nonna, sospirando, provvide ad asciugare dove necessario e a gettare nella pattumiera la sottile striscia protettiva, mia madre, invece, mi guardò con espressione inviperita, mentre mio padre mi aveva semplicemente "martorato" emh, martoriato a dovere con degli schiaffoni. 
E la rompi di Cettina?
«Così ti impari!» esclamò compiaciuta, sgranocchiando candidamente un agrume martorana. 

 

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Sequenze da sogno e fantastici scenari

10 Ottobre 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Sto volando appeso a un palloncino arancione. Il cielo, d'un meraviglioso azzurro turchino, mi appare particolarmente invitante ed è divertente osservare da quassù la gente che sta giù. Volo, volo sempre più in alto, le nuvole mutano costantemente di forma e si spostano al mio passaggio. Tutte tranne una, tant'è vero che vado a sbatterci contro. Sento un un rimbombo paragonabile a una cupa risonanza e infine l'idrometeora lampeggia. Il palloncino esplode rilasciando una miriade di coriandoli colorati. Sto cadendo e per di più a una velocità pazzesca. Fa la comparsa un inquietante buco nero, ho paura di cascare in qualche luogo tenebroso e buio. 

E invece... non solo atterro morbidamente ma sorprendentemente mi ritrovo in un mondo fantastico dove vivono fate e altre creature, tra cui alcuni draghetti verdi, rossi e blu che svolazzano intorno. Senza pensarci due volte cavalco un unicorno viola chiaro, finché avverto il desiderio di scendere dal bellissimo cavallo, in quanto desideroso di salire su un'alta quercia. Mi arrampico agilmente e dalla cima dell'albero osservo quattro giganti che giocano spensierati tra le rocce e i prati. Il panorama è singolarmente suggestivo, i colori corrono e si mescolano insieme, come acquarelli lasciati cadere da un bambino.

Da quest’altezza, proprio sotto di me, impossibile non notare un mare cristallino da far abbagliare gli occhi. Mi lancio senza remore, un tuffo davvero piacevole. Sott'acqua scovo una moltitudine di noci di cocco grandi come palloni da calcio e ne raccolgo una. Riemergo, e mi incammino per la spiaggia dalla sabbia dorata in direzione di un gazebo con panche e tavolo. Ai lati di un palo portante in legno della graziosissima struttura trovo una mini canna di bambù appuntita. La ritengo utile come punteruolo per effettuare un forellino al frutto che tengo in mano. Comincio a succhiare attraverso la cannuccia improvvisata. Il liquido all'interno della noce è STRAbuono, tra l'altro atipicamente frizzante.

Successivamente… puff! Suona la sveglia sul mio Android, sveglia da sempre impostata faustamente sulle dolci note di Andantino di Wolfgang Amadeus Mozart.

Mi alzo emozionato, trasognato per quanto sognato!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Hot Shot part Deux

8 Ottobre 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Gli Stati Uniti sono sull'orlo di una crisi politica e militare da quando un baldanzoso e coatto dittatore (esteriormente e palesemente ispirato a Saddam Hussein), di una nazione del Medio Oriente, con l'ausilio dei suoi militi, prende in ostaggio un gruppo di coraggiosi marines che aveva l'ordine di ucciderlo. Il presidente americano ordina di mandare una seconda squadra di addestrati ed esperti soldati, ma anche loro cadono nelle mani del nemico e finiscono per essere imprigionati assieme agli altri. Dopo tre missioni fallite, i funzionari della Casa Bianca ideano l'unica soluzione: Topper Harley (Charlie Sheen), considerato Il Migliore di quelli rimasti. 

Denton Walters, (un eccellente Richard Crenna), il suo ex colonello, e Michelle Rodham Huddleston, (una Brenda Bakke in parte, forse troppo!) un avvenente agente della Cia, gli fanno visita al fine di convincerlo a ritornare a servire il paese. Tuttavia, il giovane tenente, in seguito agli eventi di Hot Shots, in cui gli viene inferta una dolorosa delusione amorosa causata da Ramada, (interpretata da una insolita Valeria Golino), lascia il mondo dell'azione e dismette la divisa, decidendo di isolarsi in un monastero buddista. Lì aiuta i monaci con numerose (e bizzarre!) attività quotidiane, praticamente vivendo "giorno per giorno" (cit. de Rambo II - La vendetta), e per di più in una autoforzata castità, limitandosi a sfogare la sua aggressività e la sua mascolinità attraverso combattimenti illegali. Non senza una certa riluttanza, Topper, per una serie di circostanze, decide di accettare la missione ad alto rischio. Competenza, follia e un sano essere burlesco, in cooperazione con un manipolo di uomini + una donna, saranno le risorse essenziali per completare con esito positivo l'incarico che gli è stato affidato.

Se nel primo episodio veniva parodiato principalmente Top Gun, questa volta tocca ai film Rambo. Charlie Sheen fa di tutto per assomigliare almeno fisicamente all'originale veterano di guerra del Vietnam. Niente sud-est asiatico, visto che l'azione si sposta altrove, pur mantenendo atipicamente, tra le ambientazioni, le giungle di “rambiana” memoria. Ma non è tutto, dal momento che il parodiare prosegue a oltranza, difatti appaiono scene riconducibili a una moltitudine di film di successo, da Star Wars, Casablanca, Robocop, a Terminator II – Il giorno del giudizio.  Per il resto l'humour si perpetua costantemente, un humour pazzesco che risulta il segno distintivo della commedia hollywoodiana contemporanea.

Hot Shots! - part Deux ha una densità di battute leggermente maggiore rispetto Hot Shots!. Alcune di esse con nonchalance si prendono gioco del Governo e dell'esercito americano, del regime dittatoriale iracheno e relative forze armate. A tutto questo "carnevalare" non sfuggono nemmeno le personalità politiche dei paesi alleati con gli States, per non parlare dei luoghi comuni, peraltro inseriti intelligentemente. Data la natura del prodotto filmico, sarebbe consigliabile visionare il lungometraggio con il doppiaggio in italiano, tutta un'altra cosa rispetto alla versione originale in inglese. Di fatto il riadattamento si avvale, tra la varie cose, di alcune voci dall’inflessione dialettale. Ad esempio i soldati iracheni, compreso il baffuto villain di turno, non di rado si esprimono con cadenza meridionale. 

La violenza... sì, il film è violento e di base guerrafondaio, muore un sacco di gente, però c'è un però, si parla di una violenza da cartoni animati alla Looney Tunes o comics per ragazzi, in cui le persone vengono colpite e i loro corpi assumono movenze strane e senza una goccia di sangue, anzi, in verità c'è una sola goccia di sangue. Da menzionare la gagliarda sequenza hot tra Topper e Huddlestone che, dapprima fanno l'amore in una limousine, per poi concludere nell'abitazione della donna con uno scimmiottare il famoso Basic Instict, senza cascare nell'erotismo vero e proprio e soprattutto nella perversione. La scena mantiene sempre e comunque un sex appeal, fa eccitare e... ridere o sorridere quanto basta.

Conclusione: Hot Shots 2, ne consiglio la visione, magari potrebbe far storcere il naso a chi non nutre simpatia per gli Stelle e Strisce. Tra l’altro, "scherzando e ridendo" c'è del patriottismo e una sottesa propaganda. Per ovvi motivi non è una pellicola che va presa sul serio. Sarebbe strano il contrario. 

Ottimo intrattenimento per un pomeriggio o una serata da passare allegramente tra amici, il film garantisce allo spettatore tanto di cui ridere. E di ridere in questi tempi tediosi e difficili c’è proprio bisogno. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il guardiano del faro

8 Giugno 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

Elia, il guardiano, adorava i profumi e i suoni del mare, in particolar modo i cavalloni che si schiantavano sugli scogli attorno alla struttura. Ogni qualvolta c'era una tempesta, dalla postazione più alta del faro contemplava la distesa in burrasca sotto di lui. Chi l'avrebbe mai detto che da quell'uomo avrei ereditato tali estatiche sensazioni?

Ricordo come fosse ieri. Il risveglio, l'alba di quella mattina coi raggi del sole che entravano dalla suggestiva finestra che dava sul Golfo di Genova.

Il letto che mi aveva ospitato era duro come la banchina di un porto. Non mi meravigliai che il vecchio camminasse con la schiena ricurva. Mi inoltrai, scalzo, in direzione della cucina, noncurante del pavimento mal ridotto e di alcune schegge di legno che andarono a conficcarsi nella pianta dei piedi. Elia stava lì, appoggiato a un sgangherato e rumoroso frigorifero a fumarsi la pipa con espressione malinconica.

«Sei sicuro?» mi domandò. Annuii, senza particolari remore, d'altro canto non sapevo dove andare.

Dopo una frugale colazione andammo in spiaggia per ammirare le magnifiche onde che si infrangevano delicatamente sulle rocce che circondavano la torre. Mi soffermai pure su Elia, a cominciare dalle mani nodose per l'età, il viso visibilmente stanco e la brezza che gli soffiava sui pochi capelli bianchi. Le sue guance erano rugose e provate da chissà quanti venti affrontati.

«Sarai tu e quella luce. Entrerete in simbiosi e fungerete da guida ai naviganti» mi disse quell’uomo canuto indicando con l'indice verso l'alto senza degnarmi di uno sguardo. Sospettai che quella specie di eremitaggio gli avesse fatto dimenticare come guardare una persona negli occhi.

Successivamente mi spiegò le mansioni da svolgere per poi effettuare una serie di esempi pratici. Imparai in fretta, grazie ad una dote innata per la manualità risalente ai tempi dell'orfanotrofio e, qualora ci fossero stati problemi di natura tecnica, mi sarei avvalso di un manuale o, nei casi peggiori, avrei potuto utilizzare il telefono per chiedere assistenza a chi dovere. Riguardo la paga e gli approvvigionamenti, in quel periodo, venivano garantiti mensilmente dalla marina mercantile.

L'ormai ex guardiano mi consegnò le chiavi e ci salutammo senza che gli chiedessi dove fosse diretto. Dalla porta d'ingresso lo vidi percorrere lentamente una stradina sterrata portando con sé una logora valigia. Rimasi da solo, i gabbiani che garrivano mentre volavano liberi sembravano darmi il loro benvenuto. Rientrai.

In cucina accesi il fornellino a gas, desideroso di una cioccolata calda, fin dal primo momento pronosticai che non mi sarei mai liberato di quel freddo perenne. Indipendentemente dagli abiti che indossavo o dalle varie stufe accese, il gelo si sarebbe insinuato nelle mie ossa, oltremodo. Non mi sbagliai. In quel primo giorno di lavoro feci il secondo "trekking" sulla torre, le scale di ferro arrugginito risalivano a spirale lungo pareti. Chissà quanta fatica per Elia arrampicarsi tutte le volte necessarie!

Una volta raggiunta la cima, mi cimentai scrupolosamente nel pulire i pannelli in vetro, lucidare l'obiettivo, sistemare gli stoppini e riempire d'olio una moltitudine di lampade assieme ad altre incombenze che diventarono consueta routine.

Anni dopo, in un tetro pomeriggio di novembre prossimo alla tempesta, notai una figura femminile proveniente dalla stessa callaia con la quale il mio predecessore aveva lasciato il faro. La donna si fece strada attraverso la sabbia proprio sotto di me, visto che mi trovavo nella parte bassa della struttura. Oltrepassò una piccola barca e, quando raggiunse il bordo della scogliera, si fermò a osservare il golfo. Il suo lungo vestito azzurro fluttuava come quello di un angelo. Puntai i riflettori su di lei, accademicamente parlando.

Dapprima trovai strano che, con l’imminente scatenarsi della tormenta, quella donna avesse deciso di dirigersi proprio lì, finché realizzai quali fossero le sue reali intenzioni. Corsi e la raggiunsi, la invitai a ritornare indietro. Inizialmente rimase muta poi parlammo un po', la sua voce sofferta mi colpii profondamente, tant’è che non rammento cosa ci dicemmo.

A un certo punto sciolse il nastro che le legava la coda. I suoi lunghi, ondulati capelli castani caddero a cascata e furono rapidamente sferzati dal minaccioso vento piovigginoso. Era bella, decisamente bella, i lineamenti delicati enfatizzavano il chiarore della sua carnagione.

Si mise a piangere, con gli occhi chiusi.

«Mi manca mio marito!» esclamò portandosi la mano alla bocca per soffocare un singulto. Infine si girò di spalle chiaramente intenzionata ad attuare l’insano gesto. Il suo amato doveva essere un marinaio o un pescatore. E lei lo stava per raggiungere, il mare le avrebbe fatto da ponte per il cielo.

La vidi gettarsi. Non potei fare nulla.

Io, Tancredi Diotallevi, ho il costante ricordo di quella apollinea donna che mi pesa sul cuore. Sono passati circa trent'anni anni, costellati da episodi belli e meno belli. Stamattina scopro che presto sarò sollevato dal mio incarico ma non per raggiunti limiti d'età. In buona sostanza la tecnologia cartografica e altri strumenti di navigazione installati nei mezzi marittimi non giustificano più l'operato del sottoscritto e, naturalmente, l’utilizzo dell’emettitore di segnali luminosi della struttura.

Dovrei essere malinconico, deluso… invece no, da quanto ho appreso dalla raccomandata che mi è stata fatta pervenire dal postino, il faro avrà un nuovo contratto di locazione. A tal proposito il Comune di Genova prevede di trasformarlo in un museo e di consentire al pubblico visite panoramiche. Mi è stato chiesto di rimanere in qualità di guida.

Accolgo con entusiasmo la proposta e per di più sarò lieto di condividere le mie storie ai visitatori.

Tutte tranne una.

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nove domande e mezza cineparlando con Giuseppe Scilipoti

4 Giugno 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #giuseppe scilipoti, #interviste, #cinema

 

 

 
 
 
Amici lettori del blog più cultural entusiasmante del web, eccomi ritornato a voi, abbiamo tutti passato un periodo difficile. Non vediamo l’ora che finisca e, allora, oggi, per darvi qualche minuto di piacevole distrazione, vorrei intrattenervi parlando di cinema. Il cinema, questo affascinante mondo della fantasia notoriamente definito come la settima arte, perché in esso possiamo trovare letteratura, recitazione, fotografia, arte figurativa, musica, arredamento, costumi. Inoltre, alla realizzazione di un film contribuiscono tantissime figure professionali artisticamente eccezionali, di conseguenza a volte i titoli di coda sono interminabili. 
A proposito di talenti, per questa occasione abbiamo nostro ospite Giuseppe Scilipoti, un giovane scrittore appassionato e informatissimo cultore di questa arte, al quale abbiamo proposto le nostre fatidiche 9 domande e mezza. E ora silenzio, please: ciak si gira.
 
1)Il tuo regista preferito.
 
 Steven Allan Spielberg! Da notare come abbia citato il suo nome completo con tanto di esclamazione. Questo perché il celebre, versatile, competente e inimitabile regista americano ha creato film indimenticabili che sono entrati nella storia del cinema e nell’immaginario popolare. Uno che gira capolavori come Lo SqualoSchindler'sListJurassik Parkla quadrilogia di Indiana Jones etc., film che tra l'altro non ti stanchi mai di guardare, dimostra e rende perfettamente l'idea di cosa vuol dire fare cinema e, naturalmente, di come competenza faccia  rima con potenza. Cinematografica, ovviamente.
 
2)Dai un Oscar come migliore film a quello che non è stato premiato ma che lo avrebbe meritato.
 
L’attimo fuggente. E francamente non capisco perché a suo tempo non vinse il prestigioso premio. Il film in questione ha contribuito a rivalutare positivamente la mia esistenza, e chissà a quanti spettatori di tutte le età e di tutto il mondo. Da sottolineare come io consideri il lungometraggio un'autentica poesia sullo schermo. Ah, quando dice che la poesia è morta! Fondamentalmente nel 1989 i membri votanti incaricati di scegliere a chi conferire l'Oscar non hanno saputo cogliere il cosiddetto “Carpe diem”. Un vero peccato.
 
3)Il ritorno del drive in sarebbe solo un revival oppure una grande idea?
 
Mah, guarda... Sono sempre stato a favore di idee o iniziative che hanno sapore retrò o vintage ma non di quelle che sanno di anacronistico. I drive in francamente non mi attirano, preferisco i canonici cinema, in primis le multisale. Se avrò modo di rivalutare positivamente il cinema all'aperto, ti farò un entusiastico fischio che manco il più bravo rumorista ci riuscirebbe.
 
4)L’attore e l’attrice che faresti uscire dal sarcofago.
 
Dal sarcofago? A 'sto punto ci sarebbero due attori di teatro risalenti all’Antico Egitto che desidero riesumati. Scherzo, risusciterei Totò e Anna Magnani. Ti immagini un Totò con un odierno Totò, Peppino e la...malafemmina che scrive assieme a Peppino De Filippo la famosa lettera con lo smartphone utilizzando WhatsApp? Sai che gag e siparietti improvvisati si creerebbero? Ad ogni modo scelgo Totò perché, essendo il Principe della risata, in tempi caotici e difficili come quelli che stiamo tediosamente affrontando, sarebbe a dir poco indicato, col vantaggio poi di mettere in risalto con profonda ironia, o comunque con spassosissimo humour, vizie le virtù degli italiani d'oggi, politica compresa. Riguardo Anna Magnani, a parte l'indiscutibile bravura recitativa, e quel suo rappresentare l'emblema della libera donna mediterranea, avendo avuto un carattere impetuoso, penso proprio che un suo eventuale ritorno in vita, tra le varie cose, concerebbe per le feste tutte quelle attricette che risultano un insulto per la recitazione. Ah, prova adesso a immaginare la Magnani invitata a Pomeriggio Cinque di Barbara D'Urso, poco ma sicuro che in una sola puntata la farebbe a pezzi, magari ponendo fine a quella che definisco un'inutile trasmissione stracolma di ipocrisia.
 
5)Perché secondo te i sequel non sono quasi mai all’altezza della prima versione?
 
Allora, questa è una domanda alla quale provo a rispondere tirando le somme. In verità sono capitati certi sequel degni di nota che hanno surclassato e sbancato al botteghino il primo film. Ad esempio nella quadrilogia Indiana Jones sento di poter affermare che il terzo capitolo, ovverosia Indiana Jones e l’ultima crociata, risulta il migliore. Questo vale per il sottoscritto, globalmente per il pubblico e, a quanto pare, pure per la critica. Un esempio di sequel andato male direi L’allenatore del pallone, uno dei film cult anni 80. A tal proposito non capisco come Banfi si sia prestato a questa stronzata cinematografica che peraltro è una parodia deprimente. A ‘sto punto preferivo che l’immaginaria Longobarda finisse in serie B, piuttosto che riaffermarla in Seria A in un film di serie C. (e sonobuono!). Madonna benedetta di Manfredonia! Lino Zaga (il suo primo nome d’arte) non poteva continuare a interpretare Nonno Libero nel telefilm Un medico in famigliaSecondo me, il noto attore pugliese, dopo aver finito di girare il lungometraggio, si è pentito, assieme a Sergio Martino, il regista. I sequel non riusciti tra l’altro creano un doppio danno perché, in un certo senso, intaccano il primo film, visto che poi lo spettatore tende a idealizzare il finale. Se sai che un film finisce in un modo, ti immagini il prosieguo. Penso di rendere l’idea, no? Oltre i sequel, a rovinare la prima versione ci sarebbero le serie TV ispirate ai film. Conosci il telefilm su Robocop datato anni novanta?Assolutamente incolore, insipido e per di più realizzato per un target adolescenziale. In conclusione, realizzare i sequel o i reboot è una grossa responsabilità. Io, se fossi regista e mi chiedessero di girare un seguito di un film di successo, rifiuterei senza problemi. Preferirei rischiare con un prodotto nuovo.
 
6)Come vedi il futuro del cinema?
 
Aspè che prendo la sfera di cristallo, pardon, l'uccello dalle palle di cristallo... (e qui ho storpiato o parodizzato un film di Dario Argento). Allora, se intendi il cinema come luogo pubblico finalizzato alla visione di opere cinematografiche, prevedo che sarà più "indoor", infatti basta prendere in esame Netfix, che sta tallonando sempre di più le sale cinematografiche, risultando poi persino più economico oltre che pratico. Stai comodamente a casa, risparmi anche sul cibo visto che al supermercato 2,50 euro circa risultano sufficienti per comprare un sacchetto bello grande di popcorn e una qualsiasi bevanda. Inoltre, penso che in futuro la dovuta evoluzione tecnologica comporterà schermi sempre più grandi a sfavore dei Grandi Schermi, sebbene, quest’ultimi non verranno “spenti” in toto. Le sale cinematografiche riusciranno in qualche modo ad andare avanti inventando visori 5D, 6D e chissà cos'altro. Se intendevi cinema come Settima Arte o industria cinematografica ti dico solo che le idee legate alla società e alla sempre più marcata globalizzazione irreversibilmente la trasformeranno. Da segnalare che essendo stato raccontato di tutto e di più, penso che la creatività potrebbe far rima con novità, se ad esempio verranno creati generi o ibridi nuovi. Eviterei di puntare troppo sui remake, reboot e soprattutto sui seguiti. A tal proposito ho già risposto nella quinta domanda.
 
7)Come è nata in te la passione per il cinema?
 
La passione è nata grazie a mio padre. Quando ero bambino, quasi ogni sera, in soggiorno io il mio papà guardavamo insieme film di ogni genere. Ho bellissimi ricordi, sai? Quante risate con le commedie e quanta emozionante tensione nei thriller o nei polizieschi. In estate, non andando a scuola, gli horror, a tarda notte non mancavano, sebbene mia madre si incazzasse per quel genere di visioni. Comunque gli action restavano i nostri lungometraggi prediletti, ad esempio i vari TerminatorRobocopIndiana Jonee qualsivoglia. Gli attori che ci facevano gasare erano Jean-Claude Van Damme e Steven Seagal, spesso per scherzare mimavamo tra di noi le loro mosse. Ricordo poi che mio padre non cambiava mai canale durante le sequenze di sesso, sebbene non di rado mi mettessero a disagio. Forse mi riteneva già grandicello, oppure voleva semplicemente erudirmi.  Figurati che mi fece visionare Basic Insticnt integralmente e... senza censure. Eh sì, la sera ci rifugiavamo in quel magico mondo, il soggiorno rappresentava il nostro Cinema, mio padre per qualche ora dimenticava i suoi problemi quotidiani, come ben sai essere genitore e capofamiglia non è mai facile. Capii come il cinema non fosse solo intrattenimento, anzi rappresentsse una forma d’arte che va contemplata e vissuta, oltre a fornire quell’immedesimazione che contribuisce enormemente alle nostra esistenza. Se in aggiunta si ha estrema passione come il sottoscritto, diventa addirittura un elemento F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E.
 
8)Una cinematografia internazionale sottovalutata.
 
Umh, vediamo... direi quella della Groenlandia, ha da sempre avuto una freddissima accoglienza. Figurati che due notti fa ho visionato un horror decisamente singolare prodotto in questa enorme isola/iceberg che mi ha fatto gelare il sangue! Ah, ah, ah, ah, ah, aspè, rispondo seriamente alla domanda. Dunque, essendo un cultore della cinematografia internazionale, posso chiaramente affermare che il cinema Made in Taiwan, pur non essendo snobbato, purtroppo, è oscurato da quella cinese o da altre cinematografie asiatiche. Taiwan, a differenza della Cina continentale, non soffre di eccessive censure. Il loro modo di fare cinema è un po’ più libero e dispongono di una creatività pazzesca. Tuttavia, allo stato attuale, non sono riusciti a collocarsi al vertice della piramide. Taiwan, piccola isola dalle grandi caratteristiche. Quando riuscirà finalmente ad essere valorizzata pure come grande cinema?
 
9)Qual è l’aspetto più importante in un film? (Soggetto, interpretazione colonna sonora, ecc.ecc.)
 
L’aspetto? GLI aspetti, visto che per un film è buona cosa e giusta che sia completo e curato in tutti i comparti. Prendiamo in esame Ritorno al futuroGrande Giove, in quel film non manca nulla, può avere incongruenze o i cosiddetti blooper, però tecnicamente e visivamente è realizzato con i controcoglioni. E stiamo parlando di un prodotto filmico degli anni 80. Ad ogni modo, tornando al cuore della domanda, a differenza di altre arti, il cinema funziona solo grazie al lavoro di squadra. Dal cast tecnico a quello artistico, in entrambi i casi DEVONO essere frutto di reali e concrete specializzazioni, affinché si completino a vicenda e si pongano a servizio l’una dell’altra. Non bisogna per forza essere dotati di budget faraonici, l’importante è gestire un prodotto filmico seguendo con  professionalità quello che con umiltà ho appena detto.
 
½ ) Sei un regista per un giorno, che film vorresti dirigere?
 
Il film che desidero dirigere si intitola "La scomparsa di Giuseppe Scilipoti", tratto da uno dei miei tanti racconti pubblicati su Letture da MetropolitanaIl testo, se vogliamo, dispone già di una sua sceneggiatura che filmicamente andrebbe ampliata. In buona sostanza il lungometraggio che ne verrebbe fuori sarebbe un giallo parodistico pieno di battute a raffica, e per di più coglierei l’ottima occasione per mettere in scena il Gruppo degli Investigautori. In passato sia io che altri/altre autori/autrici (te compreso!) ci siamo divertiti a realizzare individualmente componimenti orientati sul ritrovarci narrativamente insieme a risolvere casi fuori di testa, componimenti che magari si potrebbero assemblare al fine di trarne un lungometraggio “corale”. Secondo me è un’idea geniale.
 
Molto bene, carissimi amici del blog con vista sempre in cinemascope, ringraziamo Giuseppe Scilipoti per la sua disponibilità e per averci illuminato la scena con la sua competenza. Amici lettori, torneremo ancora su questi schermi prossimamente con altre belle novità culturali, per non lasciarvi soli in balia dello scoramento, anche grazie all’arte tutto andrà bene.
 
Bio Scilipoti
 
Mi chiamo Giuseppe Scilipoti, trentaseienne della provincia di Messina, appassionato cultore della cinematografia fin dai miei verdissimi anni. Al cinema devo le mie conoscenze, la mia personalità, la mia vita, tutto. In qualità di spettatore, così come lettore di opere narrativa, i miei generi preferiti sono il poliziesco e il thriller, inoltre, avendo un animo sensibile non disdegno i film sentimentali e le commedie romantiche.  Sono un purista dei prodotti filmici stranieri che visiono immancabilmente in lingua originale con sottotitoli annessi. A tal proposito ho una spiccata predilezione per il cinema asiatico, da quello coreano a quello taiwanese. Adoro poi il cinema scandinavo, mi galvanizza quello americano e ammiro quello italiano, precisamente quello di genere anni sessanta, settanta e ottanta. Naturalmente il poliziottesco e il poliziesco fra tutti.
Ho all’attivo diverse recensioni pubblicate in vari siti. Ecco in quali:
 
(col nick di Josh84)
(col nick di Gunny84)
Ed infine uno svariato numero di recensioni pubblicate su YouTube riguardo cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi indipendenti girati da filmmakers italiani.
 
 
 
 
 
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Francesca Abis "Non tutto il male viene per nuocere"

18 Maggio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni

 

 

 

 

 

Non tutto il male viene per nuocere

Francesca Abis

 

Place Book

 

 

"Antonio e Michele sono amici da sempre. Insieme gestiscono un chiosco in Sardegna, nella caraibica spiaggia di Sa Perd’e Pera, pietra a forma di pera. Avendo però speso tutti loro risparmi per acquistare la licenza balneare, non ne hanno per sistemare il locale che sta cadendo a pezzi: i lettini sono quasi tutti rotti, gli ombrelloni strappati e le sedie e i tavolini di plastica bianca ingialliti dal sole. In una soleggiata mattina, irrompe nella loro vita Chiara".

 

Apprezzabile opera letteraria di Francesca Abis - autrice sarda dotata di grande sensibilità - mi ha colpito. Lieto di essere il primo a recensire questo suo bel romanzo che mi ha tanto acchiappato ed emozionato. Avendo letto un certo numero di suoi racconti brevi, sapevo che non mi avrebbe deluso.

Intensità dell'immagine/azione di buona densità emozionale sono i punti forti del libro che, tra le varie cose, sgancia una scossa agli stereotipi sulla Sardegna e sui sardi, e per di più non si limita a dare corpo visivo. Innanzitutto l'Isola dal mare di Smeraldo fa da cornice a una trama praticamente anti deleddiana, (chi conosce Grazie Deledda sa che i suoi lavori risultano fortemente drammatici e colmi di rassegnazione tra Decadentismo e Verismo). Mi sono sentito trasportato in un solo attimo nei suggestivi luoghi, sebbene per certe località menzionate abbia fatto largo uso di Google Maps, al fine di aumentare il senso di immedesimazione.

Non tutto il male viene per nuocere cattura da subito l'attenzione con la sua cover, una copertina che incuriosisce, che attira l'occhio e invoglia a tendere la mano, prendere il romanzo dallo scaffale o scaricarlo su Kindle.
Basta il primo capitolo a far immergere il lettore in una scrittura piacevolissima, l'autrice è capace di trasformare le parole in una deliziosa e squisita Vernaccia che va giù che è un piacere.

Secondo me, l’autentica forza del libro sta proprio nella straordinaria normalità della storia o, almeno, quella iniziale, visto che il susseguirsi della vicenda vira all'inaspettato, tant'è che in certi frangenti mi sono addirittura commosso.

I "Fratelli Diversi" li considero simpatici, genuini, onesti e leali. A volte danno origine ad alcuni siparietti, dei quali mi è stato impossibile non sorridere. Inoltre ho ammirato quel loro legame che considerarlo fraterno è dire poco.

Si entra facilmente in empatia con i personaggi, “I fratelli diversi, Chiara e gli altri, (oops, involontariamente ho citato la nota fiction anni novanta!), per non parlare del giusto inserimento di buoni sentimenti, che fortunatamente non cascano sul cliché buonismo nemmeno nelle battute finali, e di alcune venature drammatiche necessarie ai fini dello svolgimento, venature comunque inserite strategicamente. Da segnalare l'impronta investigativa del quindicesimo capitolo, impensabile proprio.

Tra tutti i personaggi il mio preferito è indubbiamente Chiara, non soltanto per il piano ben orchestrato da lei ma anche in virtù del suo passato. Con lei mi sono decisamente identificato, un esempio di persona risoluta, forte, che non si è mai piegata alla vita nonostante la morte dei genitori. 

Di Antonio e Michele (I Fratelli Diversi) si hanno pure riferimenti sul loro passato, ecco, diciamo che nel corso della lettura si potrebbero utilizzare per delle sottotrame pur sempre legate da un filo conduttore.

Che altro dire?

È un romanzo intelligente perché equilibrato, non vuole eccedere ed evita il tentativo di un volo radente, o meglio si mantiene a una solidità narrativa che punta in alto, raccontando eventi e situazioni disparate, tuttavia senza mai rischiare di bruciarsi alla Icaro.

Un esordio riuscito, al massimo penalizzato da alcune linearità. Ad ogni modo sono sicuro che in futuro Francesca Abis ci regalerà opere di spessore sempre maggiore.

Attendo altre sue pubblicazioni.

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Globalizzazione

6 Maggio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

«Ti ricordo che domani abbiamo compito in classe, quindi spegni quell’affare.»

Michele, non rispose, si limitò ad annuire con impercettibili cenni del capo.

«Francamente non ci tengo a beccarmi un due in matematica per colpa tua» protestò Marcello, sempre più spazientito.

«Non ti scaldare, abbiamo un mucchio di tempo per studiare» lo tranquillizzò Michele, dandogli un minimo di attenzione.

Marcello lo fissò con aria interrogativa, si chiedeva cosa stesse cercando su Internet, difatti, dall'angolo in cui stava seduto, non riuscendo a scrutare bene il PC e non avendo voglia di alzarsi dalla sedia da scrivania, glielo domandò.

«Sembri molto preso. Che diavolo stai combinando?»

«“Diavolo”? Non sarebbe un'idea da scartare!» esclamò il suo compagno di scuola e, tramite iTunes, fece doppio clic su un'icona per riprodurre il brano La danza delle streghe di Gabry Ponte, per cantarla forsennatamente e per di più storpiando il ritornello.

«Danzano le streghe, danzano le streghe, di Michele Fonte, Michele Fonte Michele Fonte…»

«Sei proprio divertente. Però non hai risposto alla mia domanda».

«Siamo quasi ad Halloween, al Green Lantern ci sarà una festa a tema e non so come vestirmi. Magari da vampiro? Oppure da lupo mannaro?»

«Ah, quella sorta di carnevale in versione dark? A mio parere qui in Italia l’ho sempre vista come un qualcosa di artificioso» gli fece notare Marcello grattandosi il mento, perplesso.

«Compare, sveglia, non esistono solo carretti e pupi siciliani, la Festa di Sant’Agata di Catania o qualsivoglia. E sappi che al Green Lantern ci andremo insieme!»

«Manco morto!» tuonò l’altro con un cenno di no con il dito.

«Vedi? In qualche modo stai entrando nello spirito della ricorrenza. L’hai detto proprio adesso: manco morto!»

Marcello rise forzatamente, non gli andava di prestarsi ad una gazzarra halloweeniana.

«Mi prometti che non ti offendi?» gli chiese Michele.

«So già cosa vuoi dirmi, ovvero che sono mostro già così e che non c’è bisogno né di costume e né di trucco».

«No, non è questo!»

«E allora cosa?»

«Credo di essere sempre stato sincero con te, no?»

«Esatto. So che lo sei e su questo non ci piove!»

«A scuola ti ritengono retrogrado e non hanno mica tutti i torti. Hai mai sentito parlare di globalizzazione?»

«Sì, so cos'è! E allora?»

«Come ben sai è un fenomeno dal processo inarrestabile, inoltre non è affatto male condividere le culture, gli usi e i costumi di altri paesi e… soprattutto le feste!»

«Ma che cavolo dici?»

«Marcè, è inutile negarlo, sei rimasto indietro. Ti consiglio di metterti a pari passo con la società, quindi aggiornati ed evolviti». 

Dinanzi a queste parole, Marcello restò colpito tant’è che annuì all’amico con complicità.

«Ok, adesso andiamo a ripassare» gli disse Michele, dandogli una sonora pacca sulle spalle.

«Mi permetti di usare il tuo computer? Prepara libri, penne e quaderni, siediti tranquillo, che io intanto…»

«Che devi cercare?»

«Beh, visto che devo adattarmi alla globalizzazione, innanzitutto desidero dare un’occhiata al calendario delle feste giapponesi e sapere la data esatta del Capodanno cinese».

«Feste giapponesi? Capodanno cinese?»

«Le cose o si fanno fino in fondo o non si fanno proprio» gli rispose il neo globalizzato, digitando frettolosamente sulla tastiera. «E adesso scusami, vado pure su E-Bay, per acquistare un dragone di cartapesta e dopo su YouTube per imparare la Danza del Drago» concluse.

Michele lo guardò, sorridendo.

«Temo che la globalizzazione l’abbia presa un po’ troppo seriamente» pensò, ironico.

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

17 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.

In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.

A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.

Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.

Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.

Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.

Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.

La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.

In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.

 

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L'assassinio di una patatina

15 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Premessa: chi non conosce l’ammiccante spot su una nota marca di patatine interpretato dal grande Rocco Siffredi?

Da questo breve intervento pubblicitario, mi è venuta l'ispirazione per scrivere una sorta di giallino pieno di parole “patatinose” trascritte in corsivo.

Buona lettura e buon divertimento.

 

 

 

All'esterno del Patata Meccanica, uno dei discopub di Chips City più frequentati dai cipster, una patatina stava riversa a terra in un mare di ketchup. Due giovani patatini, Crik e Crok, furono i primi a trovare il cadavere e di conseguenza ad avvertire la polizia.

Gli agenti, a sirene spiegate, arrivarono sulla scena del crimine dove un nugolo di curiosi aveva già invaso la zona. Il commissario Crocco Siffreni, incaricato delle indagini, una volta sceso dalla vettura di servizio, si mise fin da subito a lavoro esaminando la vittima con estrema attenzione.

«Che peccato, era così giovane e così novella!» constatò con amarezza.

La scientifica, da una ricostruzione sommaria, stabilì che l’uccisione di Pata Snella (il suo nome completo in base ai documenti recuperati dentro la borsa) era stata causata da numerosi fendenti.

Siffreni, interrogò Fonzies, il buttafuori del locale, un tipo alto, dal giubbotto in pelle e dallo stile di capelli anni cinquanta.

«Ehi, io non so niente!» dichiarò l’addetto alla sicurezza con espressione disinvolta, braccia conserte e spalle appoggiate al muro.

Il commissario successivamente interpellò Potato, l'inserviente ispanico che, tra le varie mansioni, aveva l'incarico di gettare i rifiuti in un cassonetto collocato vicino al luogo dell’omicidio.

«No Señor! No vi nada!» sosteneva anche lui.

Altri patatini furono interrogati, affermando di non aver notato nulla di sospetto, compresa la magrissima Stiki e la rotondetta Ring, le due stewart del discopub.

Le telecamere guaste resero l'indagine ancora più complicata, come se la gravosa vicenda fosse stata a vantaggio dell'assassino, che era riuscito così a colpire nel momento giusto, tuttavia il commissario non si perse d'animo e andò ad investigare assieme ai colleghi all'interno del Patata Meccanica semivuoto.

C'erano tre avventori seduti ai tavoli, quattro cameriere, la cassiera, il barista ed infine Yonkers, l’irrequieto proprietario. Furono tutti ascoltati.

Yonkers si dimostrò abbastanza nervoso e giustificò il suo comportamento dicendo che i clienti, approfittando dell'omicidio avvenuto, incuriositi erano scappati fuori senza pagare il conto.

Il fiuto investigativo di Siffreni era entrato in azione tanto da farlo insospettire, e, al contempo, tra la caterva dei curiosi si sentì come seguito da una misteriosa figura femminile che ritrovò appena uscito da locale.

«Scusami, per caso hai visto qualcosa?» le chiese il commissario, credendo di essere sulla strada giusta.

«Forse!» si limitò a rispondere la patatina che aveva dinanzi. E si presentò col nome di Dixi San Carlo.

«Che intendi con quel “forse”?»

«Che forse posso aiutarti. Dipende da te!»

«Ho capito l'antifona!» esclamò l’investigatore e tirò fuori il portafoglio estraendo una banconota da cento Pai.

«Non voglio essere pagata, o perlomeno non col denaro!»

«E allora in che modo poss...» e non gli fece finire la frase che la tuberina lo bloccò mettendogli un dito in bocca.

Lui cominciò a sgranocchiarlo con gusto, per continuare ancora con Più Gusto.

«Sei uno gnocco da paura, sai? Se ti aiuto, ti andrebbe di passare la notte con me?» propose Dixi con fare seducente.

L'investigatore assunse un'espressione compiaciuta.

«Immagino che c’è l’hai dorato» aggiunse l’attraente patatina.

«Va bene. Dai, friggi tutto!»

Dixi gli raccontò che, mentre se ne stava seduta ad un tavolino, si era accorta che il proprietario, sotto la maglietta, dal bancone del bar aveva nascosto furtivamente uno di quei coltelli usati per tagliare gli agrumi, per poi con atteggiamento guardingo allontanarsi piano piano in direzione dell’uscita.

«Porca Patata! Non mi aveva convinto fin dall'inizio quello lì» pensò il commissario, realizzando per l’ennesima volta di quanto fosse affidabile il suo sesto senso.

Rientrò dentro il locale per parlare nuovamente con il probabile colpevole e tentare un bluff per inchiodarlo.

«Un testimone asserisce con certezza che dopo averti seguito, ha assistito all'uccisione della signorina Snella. Sei fritto!» disse il funzionario di polizia mettendolo alle strette.

Il gestore del discopub ingiallì a quelle parole.

«Non ho fatto nien-te!» balbettò scuotendo la testa.

«Le prove sono a dir poco schiaccianti, inoltre l’utensile non è di tipo comune, se hai provveduto a farlo sparire lo cercheremo in maniera accurata mentre, se hai provato a ripulirlo, ci penserà la scientifica. Ti assicuro che le tracce rimangono sempre!»

Il sospettato si mise a tremare per poi scoppiare in lacrime accasciandosi sopra il bancone come un sacco di patate.

«Pata, mi ricattava da circa un anno, se non le davo tremila Pai al mese, avrebbe spifferato a mia moglie che la riempivo di pop-corn con alcune clienti.»

Il commissario annuì, ammanettò Yonkers e, prima di portarlo alla centrale, si fece dire dove aveva nascosto l'arma del delitto. Quest’ultimo indicò una friggitrice piena di olio.

Siffreni mantenne la promessa fatta alla San Carlo, infatti, dopo aver stilato il rapporto riguardo l'indagine lampo, si avviò verso la casa dell'appariscente patatina, dal momento che gli aveva fornito l'indirizzo.

«Ops, sei così Gustosa che in pochi minuti ti ho già riempita di maionese, mi sa che ho fatto una frittata

«Tranquillo, tanto prendo la Puff pillola!» lo rassicurò lei.

«Io di patate ne ho viste tante, gustose, fragranti. Non ce la faccio a stare senza. Ma nessuna è come te. Fidati di uno che le ha provate tutte, tu sei la migliore» ammise il poliziotto con tono intrigante.

«Mi fido Croccantino, e allora non trattarmi mai come una semplice Amica» concluse la patatina.

E ritornarono a patatare, con la radio accesa e con sottofondo la canzone "Evviva la patata, evviva chi l'ha creata!" di Wacko’s Santini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Volcano

12 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Il Vulcano, che sgradito regalo natalizio ci fece a noi poveri acitorriani. 

Quel magma, quel maledetto magma che senza pietà si mise a sfrigolare e a bollire come se fosse acqua caldissima derivante da un mefistofelico bollitore, tramutandosi in una implacabile ed impressionate lava rossa tanto da associarla a quella dell'Inferno dantesco.

Ho scolpito nell'anima ogni singolo fotogramma di quel drammatico giorno, a cominciare da quel fumo che via via si innalzava sempre più in alto sulla mia città collocata alle pendici dell'Otna. La quiete prima della tempesta, anzi, prima dello sfacelo, fondamentalmente una seconda Pompei.

All'improvviso, sentii i miei occhi bruciare in maniera pazzesca finché un’angosciante oscurità color ardesia imprigionò il sottoscritto assieme agli altri cittadini di Aci Torre in un misto di stupore e tensione fino ad arrivare alla temutissima eruzione seguita dal terremoto. Ci fu un parapiglia inaudito e una cacofonia di urla strazianti accompagnata dai pianti lancinanti dei bambini. La gente per ovvi motivi si prodigò a correre a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili.

L'Otna, senza troppi complimenti sparò una silurata lavica ad un'altezza incredibile, in una sorta di orgasmo, tant'è che gli zampilli e le colate apparivano come sperma rosso ed incandescente, mirati a distruggere tutto e tutti. Gli spruzzi sottili di lava scottante scivolarono via dal Vulcano alla massima velocità. Erano inarrestabili.  

La paura mi paralizzò totalmente e restai a guardare quel magnifico e al contempo orrendo spettacolo. Non durò molto, dal momento che una voce interiore mi esortava a sbloccarmi e di conseguenza ad agire. In fondo ero ancora molto giovane ed avevo una vita davanti.

Le ceneri e i gas riempirono gravosamente l'aria, mi tappai la bocca con la mano e, durante la fuga, posso assicurarlo, il cuore mi pompava a mille, peraltro assai motivato a non arrendermi, infatti avrei sputato sangue e cenere pur di non lasciarmi sopraffare da quel gigante impietoso.

Irreversibilmente fiumi di roccia fusa si addentrarono sull'inerme città sottostante sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa ovvero scuole, parchi, case, supermercati, monumenti ed altre infrastrutture. Numerose bombe vulcaniche vennero catapultate dalla montagna sempre più instabile ed eccitata, procurando una moltitudine di esplosioni.

In fase conclusiva la gigantesca fontana di lava guadagnò “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, insomma metri quadrati completamente coperti. Lo sleale e spietato Vulcano vinse con estrema facilità.
La terra si spaccò ed inciampando caddi al suolo come un sacco di patate per poi strisciare e dimenarmi.

«Sto morendo?» mi chiesi sul punto di svenire.
Da quel preciso istante, credo di aver pianto e pregato, non ricordo bene, ed infine il buio. Una volta che riaprii gli occhi, con grande sorpresa mi ritrovai al Policlinico con i medici e gli infermieri piuttosto affaccendati.   Gli angeli col camice bianco, (così li soprannominai) con i dovuti strumenti mi monitoravano costantemente temperatura, battito cardiaco e pressione sanguigna.

Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere al disastro, in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi avevano caricato di fretta e furia nella loro auto di servizio in direzione per Bessina. Mi commuovo nel pensare che, nonostante la gravità della situazione, i due agenti non esitarono neanche un secondo a mettermi in salvo anziché tirare avanti, se non fosse stato per loro a quest’ora non sarei qui a scrivere questo racconto. Con entrambi sarò eternamente in debito.

Ora vivo a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza dalla mia regione perennemente a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.

Qui non c’è nulla da temere.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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