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giuseppe scilipoti

"Shilde" (1988) Regia di Darezhan Omirbayev

17 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Con il cortometraggio Shild ("Luglio" in lingua kazaka) il regista Darezhan Omirbayev esibisce deciso il suo biglietto da visita e, di conseguenza, mostra fin da subito un concreto potenziale. Successivamente diventerà uno dei maestri del cinema made in Kazakistan.

In questo caso si parla di cinema sovietico, anzi, di morente cinema sovietico, visto che il crollo dell’U.R.S.S. risultava imminente. Nonostante la limitatezza dei mezzi tecnici a disposizione, il regisseur riesce a confezionare un gioiellino che, a mio avviso, ha dei richiami con il neorealismo e dove la trama è secondaria, infatti, il susseguirsi è “narrato” attraverso la prospettiva di due bambini che, a momenti, potremmo etichettare come Ladri di meloni.

A questo punto mi chiedo se Omirbayev non abbia tratto ispirazione, almeno parzialmente, addirittura prendendo in prestito alcune sequenze, da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Ad ogni modo, l’atmosfera ricreata non lascia indifferente l’attento spettatore: povertà, doveri e tediosità quotidiana. I due bambini trovano soltanto un qualche stimolo col cinema, con delle ragazzate e giochi infantili. Oltretutto il finale presagisce come, globalmente, per grandi e piccini la condizione nelle steppe in Kazakistan rimane e rimarrà “arida”.

Vorrei segnalare che con “Shilde” è possibile fare i dovuti collegamenti con il successivo lavoro filmico del già citato kazako artista, ovvero il lungometraggio, Kairat, tanto da considerare il primo un prequel diretto, per via di alcuni dettagli che non mi sono di certo sfuggiti.

Il bambino assomiglia tantissimo all'adulto Kairat, entrambi interessati a opere filmiche, entrambi provenienti da una località pastorale/contadina piuttosto squallida, entrambi protagonisti di quell'essere non proprio incentivati, ed entrambi che si lasciano travolgere dall'uggiosità esistenziale a dispetto di un sole che irradia quei luoghi dimenticati da Dio. Cosa molto importante, è presente una sequenza onirica che si confonde con la realtà, indubbiamente tale espediente filmico viene preservato e sfruttato successivamente in maniera ancora più decisa col film appena menzionato, prodotto agli inizi degli anni novanta.

Quindi, assemblando il cortometraggio e il lungometraggio, sicuramente il risultato finale non lascia margini di dubbio, ovviamente, secondo una mia predisposizione da appassionato spettatore cinematografico.

Tra le varie cose mi sono focalizzato su come fin dall'inizio sia stata gestita la cinepresa, in quanto si sposta verso l'alto e intorno alla finestra, attraverso la madre addormentata e il ragazzo sveglio, per poi seguire il movimento pigro di una mosca che ronza. Che sia una sorta di colonna sonora sperimentale? Il movimento appare scandito ulteriormente appena il protagonista si alza dal “giaciglio”, dove è facile capire la sua situazione, l’ambiente, il ceto etc.

La scalcinato ed improvvisato cinema, in cui viene mostrato un melodramma musicale russo in stile Bollyowood, beh, Omirbaev continua ad avere buona padronanza di regia e sa “inquadrare” con professionalità, ad esempio lo sfiorarsi l’avambraccio quasi discreto tra i due fanciulli, elemento peraltro presente anche in Kairat.

In conclusione, direi che è uno di quei cortometraggi da visionare, adatto per molti ma non per tutti.

 

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L'assassinio di una patatina

15 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Premessa: chi non conosce l’ammiccante spot su una nota marca di patatine interpretato dal grande Rocco Siffredi?

Da questo breve intervento pubblicitario, mi è venuta l'ispirazione per scrivere una sorta di giallino pieno di parole “patatinose” trascritte in corsivo.

Buona lettura e buon divertimento.

 

 

 

All'esterno del Patata Meccanica, uno dei discopub di Chips City più frequentati dai cipster, una patatina stava riversa a terra in un mare di ketchup. Due giovani patatini, Crik e Crok, furono i primi a trovare il cadavere e di conseguenza ad avvertire la polizia.

Gli agenti, a sirene spiegate, arrivarono sulla scena del crimine dove un nugolo di curiosi aveva già invaso la zona. Il commissario Crocco Siffreni, incaricato delle indagini, una volta sceso dalla vettura di servizio, si mise fin da subito a lavoro esaminando la vittima con estrema attenzione.

«Che peccato, era così giovane e così novella!» constatò con amarezza.

La scientifica, da una ricostruzione sommaria, stabilì che l’uccisione di Pata Snella (il suo nome completo in base ai documenti recuperati dentro la borsa) era stata causata da numerosi fendenti.

Siffreni, interrogò Fonzies, il buttafuori del locale, un tipo alto, dal giubbotto in pelle e dallo stile di capelli anni cinquanta.

«Ehi, io non so niente!» dichiarò l’addetto alla sicurezza con espressione disinvolta, braccia conserte e spalle appoggiate al muro.

Il commissario successivamente interpellò Potato, l'inserviente ispanico che, tra le varie mansioni, aveva l'incarico di gettare i rifiuti in un cassonetto collocato vicino al luogo dell’omicidio.

«No Señor! No vi nada!» sosteneva anche lui.

Altri patatini furono interrogati, affermando di non aver notato nulla di sospetto, compresa la magrissima Stiki e la rotondetta Ring, le due stewart del discopub.

Le telecamere guaste resero l'indagine ancora più complicata, come se la gravosa vicenda fosse stata a vantaggio dell'assassino, che era riuscito così a colpire nel momento giusto, tuttavia il commissario non si perse d'animo e andò ad investigare assieme ai colleghi all'interno del Patata Meccanica semivuoto.

C'erano tre avventori seduti ai tavoli, quattro cameriere, la cassiera, il barista ed infine Yonkers, l’irrequieto proprietario. Furono tutti ascoltati.

Yonkers si dimostrò abbastanza nervoso e giustificò il suo comportamento dicendo che i clienti, approfittando dell'omicidio avvenuto, incuriositi erano scappati fuori senza pagare il conto.

Il fiuto investigativo di Siffreni era entrato in azione tanto da farlo insospettire, e, al contempo, tra la caterva dei curiosi si sentì come seguito da una misteriosa figura femminile che ritrovò appena uscito da locale.

«Scusami, per caso hai visto qualcosa?» le chiese il commissario, credendo di essere sulla strada giusta.

«Forse!» si limitò a rispondere la patatina che aveva dinanzi. E si presentò col nome di Dixi San Carlo.

«Che intendi con quel “forse”?»

«Che forse posso aiutarti. Dipende da te!»

«Ho capito l'antifona!» esclamò l’investigatore e tirò fuori il portafoglio estraendo una banconota da cento Pai.

«Non voglio essere pagata, o perlomeno non col denaro!»

«E allora in che modo poss...» e non gli fece finire la frase che la tuberina lo bloccò mettendogli un dito in bocca.

Lui cominciò a sgranocchiarlo con gusto, per continuare ancora con Più Gusto.

«Sei uno gnocco da paura, sai? Se ti aiuto, ti andrebbe di passare la notte con me?» propose Dixi con fare seducente.

L'investigatore assunse un'espressione compiaciuta.

«Immagino che c’è l’hai dorato» aggiunse l’attraente patatina.

«Va bene. Dai, friggi tutto!»

Dixi gli raccontò che, mentre se ne stava seduta ad un tavolino, si era accorta che il proprietario, sotto la maglietta, dal bancone del bar aveva nascosto furtivamente uno di quei coltelli usati per tagliare gli agrumi, per poi con atteggiamento guardingo allontanarsi piano piano in direzione dell’uscita.

«Porca Patata! Non mi aveva convinto fin dall'inizio quello lì» pensò il commissario, realizzando per l’ennesima volta di quanto fosse affidabile il suo sesto senso.

Rientrò dentro il locale per parlare nuovamente con il probabile colpevole e tentare un bluff per inchiodarlo.

«Un testimone asserisce con certezza che dopo averti seguito, ha assistito all'uccisione della signorina Snella. Sei fritto!» disse il funzionario di polizia mettendolo alle strette.

Il gestore del discopub ingiallì a quelle parole.

«Non ho fatto nien-te!» balbettò scuotendo la testa.

«Le prove sono a dir poco schiaccianti, inoltre l’utensile non è di tipo comune, se hai provveduto a farlo sparire lo cercheremo in maniera accurata mentre, se hai provato a ripulirlo, ci penserà la scientifica. Ti assicuro che le tracce rimangono sempre!»

Il sospettato si mise a tremare per poi scoppiare in lacrime accasciandosi sopra il bancone come un sacco di patate.

«Pata, mi ricattava da circa un anno, se non le davo tremila Pai al mese, avrebbe spifferato a mia moglie che la riempivo di pop-corn con alcune clienti.»

Il commissario annuì, ammanettò Yonkers e, prima di portarlo alla centrale, si fece dire dove aveva nascosto l'arma del delitto. Quest’ultimo indicò una friggitrice piena di olio.

Siffreni mantenne la promessa fatta alla San Carlo, infatti, dopo aver stilato il rapporto riguardo l'indagine lampo, si avviò verso la casa dell'appariscente patatina, dal momento che gli aveva fornito l'indirizzo.

«Ops, sei così Gustosa che in pochi minuti ti ho già riempita di maionese, mi sa che ho fatto una frittata

«Tranquillo, tanto prendo la Puff pillola!» lo rassicurò lei.

«Io di patate ne ho viste tante, gustose, fragranti. Non ce la faccio a stare senza. Ma nessuna è come te. Fidati di uno che le ha provate tutte, tu sei la migliore» ammise il poliziotto con tono intrigante.

«Mi fido Croccantino, e allora non trattarmi mai come una semplice Amica» concluse la patatina.

E ritornarono a patatare, con la radio accesa e con sottofondo la canzone "Evviva la patata, evviva chi l'ha creata!" di Wacko’s Santini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Volcano

12 Aprile 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Il Vulcano, che sgradito regalo natalizio ci fece a noi poveri acitorriani. 

Quel magma, quel maledetto magma che senza pietà si mise a sfrigolare e a bollire come se fosse acqua caldissima derivante da un mefistofelico bollitore, tramutandosi in una implacabile ed impressionate lava rossa tanto da associarla a quella dell'Inferno dantesco.

Ho scolpito nell'anima ogni singolo fotogramma di quel drammatico giorno, a cominciare da quel fumo che via via si innalzava sempre più in alto sulla mia città collocata alle pendici dell'Otna. La quiete prima della tempesta, anzi, prima dello sfacelo, fondamentalmente una seconda Pompei.

All'improvviso, sentii i miei occhi bruciare in maniera pazzesca finché un’angosciante oscurità color ardesia imprigionò il sottoscritto assieme agli altri cittadini di Aci Torre in un misto di stupore e tensione fino ad arrivare alla temutissima eruzione seguita dal terremoto. Ci fu un parapiglia inaudito e una cacofonia di urla strazianti accompagnata dai pianti lancinanti dei bambini. La gente per ovvi motivi si prodigò a correre a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili.

L'Otna, senza troppi complimenti sparò una silurata lavica ad un'altezza incredibile, in una sorta di orgasmo, tant'è che gli zampilli e le colate apparivano come sperma rosso ed incandescente, mirati a distruggere tutto e tutti. Gli spruzzi sottili di lava scottante scivolarono via dal Vulcano alla massima velocità. Erano inarrestabili.  

La paura mi paralizzò totalmente e restai a guardare quel magnifico e al contempo orrendo spettacolo. Non durò molto, dal momento che una voce interiore mi esortava a sbloccarmi e di conseguenza ad agire. In fondo ero ancora molto giovane ed avevo una vita davanti.

Le ceneri e i gas riempirono gravosamente l'aria, mi tappai la bocca con la mano e, durante la fuga, posso assicurarlo, il cuore mi pompava a mille, peraltro assai motivato a non arrendermi, infatti avrei sputato sangue e cenere pur di non lasciarmi sopraffare da quel gigante impietoso.

Irreversibilmente fiumi di roccia fusa si addentrarono sull'inerme città sottostante sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa ovvero scuole, parchi, case, supermercati, monumenti ed altre infrastrutture. Numerose bombe vulcaniche vennero catapultate dalla montagna sempre più instabile ed eccitata, procurando una moltitudine di esplosioni.

In fase conclusiva la gigantesca fontana di lava guadagnò “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, insomma metri quadrati completamente coperti. Lo sleale e spietato Vulcano vinse con estrema facilità.
La terra si spaccò ed inciampando caddi al suolo come un sacco di patate per poi strisciare e dimenarmi.

«Sto morendo?» mi chiesi sul punto di svenire.
Da quel preciso istante, credo di aver pianto e pregato, non ricordo bene, ed infine il buio. Una volta che riaprii gli occhi, con grande sorpresa mi ritrovai al Policlinico con i medici e gli infermieri piuttosto affaccendati.   Gli angeli col camice bianco, (così li soprannominai) con i dovuti strumenti mi monitoravano costantemente temperatura, battito cardiaco e pressione sanguigna.

Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere al disastro, in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi avevano caricato di fretta e furia nella loro auto di servizio in direzione per Bessina. Mi commuovo nel pensare che, nonostante la gravità della situazione, i due agenti non esitarono neanche un secondo a mettermi in salvo anziché tirare avanti, se non fosse stato per loro a quest’ora non sarei qui a scrivere questo racconto. Con entrambi sarò eternamente in debito.

Ora vivo a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza dalla mia regione perennemente a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.

Qui non c’è nulla da temere.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sigonella

18 Marzo 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 


 

 

 

Nell'inverno del 2005 da circa quattro mesi prestavo servizio militare in qualità di fante dell'Esercito in ferma annuale (VFA) alla Crisafulli-Zuccarello di Messina, in attesa di concorrere in ferma prefissata. (VFP1)

In quel periodo fummo impiegati nell'Operazione Domino, un'operazione di sostegno alla Pubblica Sicurezza nel contrasto alla criminalità.

Oltre a ciò, a causa degli attentati di Nassiriya del 2003, i livelli di allerta risultavano elevati, ragion per cui fummo dislocati in quattro diverse località considerate a rischio di attacchi terroristici.

Chi andò a presidiare la Raffineria di Milazzo, chi l'Aeroporto di Reggio di Calabria, chi l'Aeroporto Catania-Fontanarossa e chi invece la base aerea italiana/americana di Sigonella, un'enorme struttura militare situata sempre nel catanese e assai distante dai centri abitati. Il sottoscritto venne destinato a quest'ultimo sito.

Inizialmente stavo per lamentarmi con i superiori in quanto avrei voluto lavorare a Milazzo, (la mia città natale si trova a 8 km) tuttavia, lasciai perdere.

Fondamentalmente una moltitudine dei miei colleghi, in virtù di raccomandazioni, andarono smistati vicino casa, alloggiando in comodi hotel, mentre le nostre squadre furono ospitate dalla caserma del 41° Stormo di Sigonella, e ci dovemmo adeguare a delle stanzacce dai muri scrostati, con gli armadietti sgangherati che odoravano di ruggine e con dei letti putridi.

In aggiunta, impossibile descrivere l'indecenza dei luridi bagni, ad aggravare la malagevolezza un certo numero di gabinetti guasti e l’acqua calda delle docce o dei rubinetti che veniva a intermittenza.

Desideroso di fare carriera, mi rassegnai e pensai che determinati calici amari andavano bevuti fino in fondo, in compenso a mensa i pasti erano buoni.

La caserma dell'Aeronautica era un via vai di personale connazionale e non solo, difatti si poteva accedere sia nella parte italiana e sia in quella statunitense (grossomodo attaccate). con l'unica raccomandazione di non comprare cibo, accessori o articoli nei negozi U.S.A., visto che i commercianti o chi gestiva gli spacci statunitensi non potevano vendere nulla ai militi italiani, tranne agli ufficiali, ai sottoufficiali e a coloro che avevano buone conoscenze.

Il perché di tale divieto?

In primis si pagava in dollari, (problema facilmente risolvibile grazie ai numerosi bancomat presenti) inoltre i prezzi dei prodotti risultando piuttosto bassi, (sigarette, radio, profumi, cellulari etc.) certi furbacchioni acquistavano a Sigonella per rivendere al doppio se non al triplo all'esterno della base.

Il 41° Stormo di Sigonella, a differenza del Naval Air Station Sigonella, disponeva di un unico spaccio discretamente fornito. C'erano delle bibite, dei sacchetti di patatine, dei gelati confezionati e la sera facevano pure le pizze, sebbene surgelate e cotte al microonde.

In compenso di mattina la scelta appariva più variegata, con teche di dolci e pezzi di tavola calda, tanto è vero che contribuivano ad affollare il locale anche tantissimi soldati statunitensi. A tal proposito, mi domandavo come mai gli yankee, pur avendo ogni ben di Dio nei loro bar/empori, preferissero fare colazione proprio lì.

Lo chiesi ad un graduato americano di nome Joe, con il quale strinsi amicizia, un ragazzotto biondo proveniente da Fort Lauderdale, Florida.

«Voi avete corneto, capucinno e caffè italianno!» mi rispose.

Ritenevo Joe un tipo simpatico, ogni qualvolta parlava in inglese, o in quel suo italiano stentato, quasi sempre terminava le frasi con un "minchia!" e ciò mi faceva sorridere.

Ad ogni modo furono diramati i turni da otto ore in quattro gruppi da tre soldati. Per la precisione bisognava effettuare tre mattine, tre pomeriggi, e tre notti. Al termine delle nove turnazioni ci venivano concessi tre giorni liberi con la possibilità di spenderli come meglio credevamo. Chi abitava nel catanese, nel messinese, e nel siracusano di norma preferiva tornare a casa.

Nel mio caso non tornai neanche una volta nella mia città, dal momento che era scomodissimo scendere con l'autobus a Catania, andare alla stazione, e prendere due treni per arrivare a Barcellona Pozzo Di Gotto, per non parlare di quanto fosse problematico il ritorno a Sigonella. 

Dato che non avevo ancora conseguito la patente, per ovvi motivi non potevo guidare il VM 90, un mezzo a metà fra l'autocarro tattico e il fuoristrada.

Mi fu così assegnato l'incarico di capo macchina ed avevo la responsabilità di segnalare all'equipaggio o via radio eventuali movimenti sospetti durante il percorso e di controllare la condotta di guida del conducente.

L'equipaggiamento in dotazione era composto da un gibernaggio, una torcia, un giubbotto antiproiettile, uno zaino tattico, un elmetto (mai indossato dal momento che tenevamo perennemente il basco in testa) e l'arma individuale, precisamente un Ar 70/90 con due caricatori di riserva.

Ci volle del tempo per abituarmi a quei turni abbastanza tediosi e monotoni. Il capo muta e i comandanti ci stavano col fiato sul collo, tant'è che spuntavano a sorpresa a controllare il nostro operato. Guai se ci trovavano sbragati, non rasati, con gli anfibi sporchi, il fucile con la cinta non slacciata e guai serissimi se ci pescavano imboscati a oziare o a dormire. Il servizio avveniva o con il mezzo in movimento tra i vari checkpoint oppure stando fermi per qualche ora con l'arma a tracolla all'esterno di Sigonella ai lati del VM 90.

Essendo inverno, pur avendo un pesante maglione sotto la divisa, io e i miei colleghi patimmo un freddo terribile, specie durante i turni notturni. Alcuni presero febbroni da cavallo e passarono la convalescenza all'ospedale militare.

L'Operazione Domino, a mio avviso, aveva un non so che di paradossale, trovavo strano che noi soldati facessimo la guardia armata ad altri soldati in un posto del genere.

In primo luogo i militari statunitensi apparivano efficienti e attrezzatissimi, dall'armamentario ai mezzi. Da segnalare che dalla recinzione del Naval Air Station Sigonella non di rado li vedevamo addestrarsi in maniera professionale, con armi da lancio, arti marziali, capriole etc.

Oltretutto, la base veniva sorvegliata con attenzione anche dalle pattuglie della polizia militare con le loro accattivanti automobili di colore bianco dalle sirene blu e rosse simili a quelle della NYPD. (New York City Police Department)

Gli uomini e le donne dell’MP (Military Police Corps) indossavano la classica mimetica verde, armati di pistola, manganello e manette. Francamente sembrava che se la tirassero.

In seguito scoprimmo che i "poliziotti" tenevano d’occhio persino le nostre stesse mute e gli avieri del 41° Stormo, peraltro con l’incombenza di non far circolare più del dovuto i civili non autorizzati e all’occorrenza fermare possibili sospetti chiedendo l’ausilio dei carabinieri.

In quei tre mesi, non successe niente di particolarmente eclatante, i giorni passavano lenti e non c'era un granché da fare. Complice il poco riscaldamento dormivamo al calduccio ore ed ore nei letti delle camerate ché, grazie a Dio, i cuscini, le coperte e le lenzuola ci venivano spesso sostituite con quelle pulite dopo aver sollecitato il disagio a chi di dovere. I bagni purtroppo rimasero immondi e con i soliti malfunzionamenti.

Ci sembrava inutile girovagare la Naval Air Station Sigonella, visto e considerato che non potevamo acquistare nulla. Scendere a Catania per la libera uscita non conveniva, dato che gli autobus raramente rispettavano gli orari, e si finiva consegnati se non tornavamo alla base entro le 23:00.

Essere puniti consisteva in non poter lasciare la caserma. Alla fin fine cosa cambiava? È presto detto: i provvedimenti venivano trascritti nelle documentazioni personali e ciò non avrebbe giovato alle note caratteristiche.

Se non dormivamo ci mettevamo a giocare a carte, a farci degli scherzi, a cazzeggiare con i cellulari, a confrontarci, a confortarci qualora sentissimo malinconia o nostalgia, a leggere romanzi, fumetti e riviste. A tal proposito ho un ammiccante aneddoto che vorrei raccontare.

In un noioso pomeriggio di pioggia, mentre mi stavo cimentando a leggere Nato per uccidere, un libro di guerra ambientato in Vietnam, all'improvviso un certo Costa mi lanciò addosso un fotoromanzo pornografico colpendomi il viso.

«Fatti gli occhi compare! Te lo presto ma non me lo sgualcire. Sto andando in bagno. Eh, la voglia chiama ancora!» mi disse ridendo.

Tornò dopo un quarto d’ora visibilmente esausto e si lasciò cadere a peso morto sul letto in posizione fetale. Chiaramente si era sfogato alla grande. Accantonai il romanzo poiché avevo trovato qualcosa di più interessante e soprattutto più eccitante.

I tre mesi in qualche modo passarono, finché una mattina gli ufficiali ci annunciarono finalmente il ritorno a Messina, con l’aggiunta di una bella notizia, cioè il beneficio di una graditissima licenza della durata di 14 giorni. Inutile dire la felicità che albergava dentro di noi, quelle dodici settimane di Operazione Domino ci vennero letteralmente ripagate.

Tornammo alla Crisafulli-Zuccarello in tarda serata, dapprima ci fu la consegna dell’equipaggiamento in armeria, per poi avviarci alle nostre camerate e, una volta sistemati gli effetti personali nei rispettivi armadietti o nei relativi borsoni, andammo nelle brande pieni di allegria.

Il giorno seguente, nel piazzale, durante l’alzabandiera cantammo a squarciagola l’Inno d'Italia, successivamente ci furono i complimenti da parte del Comandante di Reggimento, che ritenne globalmente soddisfacente il supporto prestato alle Autorità di Pubblica Sicurezza e, al contempo, rimproverò aspramente senza fare nomi, coloro che si erano macchiati di imperdonabili scorrettezze.

Gli elementi in questione non appartenevano alla nostre mute ma bensì alla Compagnia Mortai in servizio alla Raffineria di Milazzo. Quali furono le conseguenze per quelle teste di cavolo non lo venni mai a sapere.

Appena giunti in Compagnia Fucilieri, ci adunammo nel cortile, il nostro capitano rinnovò i convenevoli e incaricò un giovane tenente di origine napoletana di assegnarci le licenze, chiudendo un occhio con quelli che avevano ricevuto alcune punizioni non gravi, chiamate per l'esattezza "consegne semplici", nel corso dell’Operazione Domino.

Per il ritiro della licenza dovevamo eseguire la solita modalità standard, ovverosia, una volta che veniva chiamato il nome e cognome dell’interessato, dalla posizione di riposo ci si metteva sugli attenti sbattendo il tallone destro, dicendo ‘comandi’, alzando e abbassando velocemente il braccio destro, si effettuava un dietro-front, e ci si staccava dalla riga/fila per andare a passo veloce dinnanzi l'ufficiale o sottufficiale, sbattendo nuovamente il medesimo calcagno accompagnato dal saluto militare. Ricevuto il foglio si ritornava al proprio posto in attesa del ‘rompete le righe’.

Passò una buona mezz'ora e le licenze furono consegnate a tutti, tranne al sottoscritto.

L’inquietudine si impadronì di me ed essendo tra le prime file guardai il tenente Palma con aria perplessa chiedendogli con umiltà delle spiegazioni.

«Soldato!» mi disse. «Sei a rapporto dal capitano Mottola, entra nel suo ufficio che ti deve parlare.»

Confesso che l'ansia crebbe a dismisura, bruciandomi lo stomaco.

«Perché non mi hanno consegnato la licenza? Vuoi vedere che dovrò svolgere un servizio alla porta carraia!» ipotizzai decisamente scazzato ma, se così fosse stato, l’avrei saputo dai furieri e non dal comandante.

Bussai alla porta del Comandante di Compagnia, una voce tuonò "Avanti!" e, col cuore in gola, entrai nell'ufficio.

Il capitano se ne stava tranquillamente seduto a una scrivania ingombra di carte a fumarsi un sigaro, ed andai nella sua direzione, sbattendo dapprima il tacco e unendo le mani a paletta sugli attenti.

«Comandi! Sono stato messo a rapporto da lei!» esordii con espressione insicura.

«Stai su riposo!» mi ordinò, ed io obbedii.

L'ufficiale, dando brevi boccate al sigaro, mi guardò intensamente per alcuni secondi ed infine appoggiò il cubano ancora acceso sul posacenere.

«Stai sereno, non ti mangio mica!» 

Presi un respiro profondo, cercando di rilassare i muscoli tesi, e poi espirai.

«Aspettavi la licenza, eh?» ironizzò.

Non sapendo come rispondere, scrollai educatamente le spalle.

«Ebbene, caro mio, ti ho convocato per un motivo ben preciso...» 

Si interruppe di colpo per soffiare via della cenere del sigaro che si era andata a depositare su delle scartoffie, mentre la mia impazienza cresceva.

«Abbiamo gradito in particolar modo il tuo ottimo operato.»

Quella frase mi aveva piacevolmente spiazzato tant'è vero che restai a bocca aperta.

«Tra l'altro sei l’unico a non aver collezionato neanche una consegna e non hai nemmeno piagnucolato per la destinazione. Figurati che, giorni prima dell'Operazione Domino, parecchia gente mi rompeva continuamente le palle per essere piazzata nelle località che meglio conveniva a loro» aggiunse.

«Capitano, vede... ho soltanto.....» farfugliai non riuscendo a trovare le parole giuste.

«Hai fatto più del tuo dovere ed è per questo che ci tenevo a darti personalmente la licenza» espose, e da un cassetto della scrivania prese l'attesissimo foglio di carta, timbrato e firmato sia dal Comandante di Battaglione, sia dal Comandante di Reggimento e sia da lui stesso.

Quest’ultimo si alzò in piedi, nonostante le bellissime parole, mi sentii piccolo piccolo davanti a quell'uomo alto e dall'aspetto formale. Non riuscivo proprio a crederci.

Mi consegnò l’agognato documento e mi volle stringere la mano, una stretta fortissima e vigorosa.

«Molto bene, soldato, davvero molto bene. Ogni tanto mi stupisco anch'io in questa caserma del cazzo!» concluse facendomi cenno che potevo andare.

Lo ringraziai mettendomi sull'attenti e dopo un passo indietro, eseguii un dietro-front uscendo dalla stanza del Comandante di Compagnia.

I miei occhi diventarono lucidi all’istante, una pienezza interiore difficile da descrivere.

Nel cortile mi aspettavano due miei colleghi impiccioni per sapere cosa fosse successo. Non avvertii la necessità di spartire le parole lodevoli espresse dal capitano Mottola, infatti, misi in pratica un aforisma di mia creazione:

È controproducente condividere le cose con altri, più te le tieni per te, più diventano preziose! 

Mi limitai a dire che mi avevano aggiornato sul prossimo trasferimento in Compagnia Controcarri, una comunicazione tra l'altro vera in base alle disposizioni che mi furono segnalate all’inizio dell'Operazione Domino e che la licenza erastata dimenticata nell'ufficio del capitano.

Tornai in camerata e, anziché preparare i bagagli per tornare a casa, mi sedetti sopra una branda qualsiasi per godermi in santa pace l’enorme gratificazione ricevuta.

Non mi ritenevo ambizioso e affamato di vanagloria ma che provavo a fare del mio meglio con grinta non posso che confermarlo. Da quel giorno in poi cominciai a credere in me stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Scrittura, cinema, fantasia ed io

3 Marzo 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti

 

 

 

 

Qualcuno recentemente mi ha chiesto: "Ti piace scrivere?" 

"Mi piace? Io amo scrivere!" risposi e rispondo con convinzione, visto che ho un legame particolarmente stretto con la scrittura, un'attività essenziale di cui mi occupo da quando ero uno sbarbatello sedicenne. Ufficialmente mi sono messo entusiasticamente in circolo cinque anni fa, confrontandomi con molti autori in diversi siti di letteratura, spesso con risultati incoraggianti o gratificanti, ad esempio con ben 10 premiazioni in qualità di autore del mese, e con il lusinghiero giudizio su Robozoo, un brevissimo racconto di fantascienza, pubblicato su una gratuita antologia online/cartacea di A.A. V.V. dal titolo Mercurio Solido.

Nonostante ciò, non mi considero uno scrittore, semmai uno scribacchino, o, al massimo, uno scrittore in erba, vuoi per una questione di umiltà, vuoi perché non ho ancora pubblicato nulla di commerciale e vuoi perché in giro ci sono autori dannatamente bravi e competenti. Sì, insomma, autentici maestri di scrittura, senza la necessità di scomodare i blasonati Andrea Camilleri, Susanna Tamaro, Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli, Elena Ferrante, etc.

Tenendo conto delle mie attuali pubblicazioni - all'incirca un centinaio tra racconti, soliloqui, poche poesie, testi sperimentali e testi inediti - ebbene è la chiara dimostrazione che tale passione è un continuo macinare chilometri di lettere, sia in formato digitale e sia su carta, tant'è che in passato su dei fogli bianchi, l'inchiostro nero ebbe il (dis)piacere di mescolarsi con le innumerevoli lacrime causate dal mal d'amore, con l'aggiunta dell'inchiostro rosso del cuore. Ah, che spreco!

Pazienza, inutile piangere sull'inchiostro versato, chi ha avuto ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato e... chi ha scritto, ha scritto, ha scritto.

Va bene, lo ammetto, succede che, se sono triste, amareggiato, deluso, sarei capace di scrivere addirittura milioni di componimenti, sia per sfogo e sia per mettere a nudo la mia anima, senza però cercare la compassione di nessuno. Al contrario, se mi sento felice e raggiante, stranamente tendo a scrivere poca roba, dal momento che avverto una condizione talmente meravigliosa da non avere... parole.

Comunque, il genere da me prediletto è l'autobiografico, per esorcizzare almeno in parte eventi passati e trapassati, tra l’altro mi ritengo un nostalgico puro, decisamente legato ai miei spensierati verdi anni, tra cui il periodo del militare, oppure a quando, in maniera trionfale, lasciai la terribile prima ex fidanzata, col pregio di ricominciare daccapo, ritornando ad essere estasiato come un bambino, e grintoso come quei ventenni che ardono di spaccare il mondo, uno status che, avendolo già vissuto dopo le superiori, rappresentò una sorta di remake per il sottoscritto. A tal proposito è doveroso metaforizzare in termini cinematografici, d'altro canto sono un acceso cultore della Settima Arte.

Finalmente posso dirigere IO stesso il film della mia vita! realizzai tra me e me quell'indimenticabile 7 luglio 2014, trascrivendo l’importante pensiero su un’agendina, poiché, giusto per ribadire, tagliai la pellicola, ehm, i ponti, con la despota di allora che, per tantissimo tempo, mi costrinse a dovermi attenere ad un copione di merda.

In seguito, disgraziatamente, una seconda regista prese in mano il mio film, sicuramente non meno peggiore della precedente cineasta polacca, che di certo non era Agnieszka Holland.

Praticamente un altro clamoroso flop al botteghino, per poi ritornare ad essere nuovamente libero.

Riguardo la bellissima relazione sentimentale che sto vivendo, a livello esistenziale il régisseur sono io, mentre l'aiuto regista è Francescala mia fidanzata. Ora sì che ci siamo, e per di più con l’assenza di paletti e censure. E che caz... ciak!

Da segnalare che risulto pure fantasioso, fantasista, fantastico oltre che eterno sognatore ed instancabile speranzoso, elementi imprescindibili per una sana ispirazione con lo scrivere di tutto e di più.

Ecco, tornando a parlare di cinema, con la fantasia, se occorre divento contemporaneamente sceneggiatore, regista e attore, difatti giro certi film mentali che meritano premi di ogni tipo, in primis i Telegatti. Sono il Telegattone... maaaaaaoo!!! 

Cari lettori, vorreste vedere la mia collezione di Telegatti, vero? Sorry, that's not possible, li tengo gelosamente conservati dentro di me, inoltre, avendo alle spalle svariate cantonate, dispongo persino di una moltitudine di Tapiri d'Oro e, di conseguenza, mi viene naturale da pensare: me Tapiro!

Davvero una bella cosa la fantasia, sapete quante volte mi ha salvato la vita? Eh, avoja! 
Utilizzando una nuova metafora e soffermandomi sul brutto periodo di qualche anno fa, precisamente l’intero 2017, per poco non stavo per cadere in un profondo baratro nerissimo e, proprio tramite la proverbiale capacità mentale, creai un mega tombino, passandoci così sopra con tanto di dito medio alzato. Infine, una volta preso atto della gravosa situazione, reagii e mi liberai di colei e di coloro che mi stavano spingendo in un angoscioso stato, caratterizzato da un senso di vuoto chiamato depressione.

In conclusione, tirando le somme chi è 'sto Giuseppe Scilipoti?

Operatore Socio Sanitario, scrittore in erba (che finora non se l'è fumata) dall'animo poetico che scrive poesie a ogni morte di papa, attento lettore e concentrato spettatore cinematografico, sincero recensore o commendatore, (see, magari) scusate, volevo dire commentatore, pornografo, (non specifico per non ritrovarmi in una “posizione” scomoda, vi basti sapere che... vabbè, non ve lo dico!) personaggio cauto, sensibile, riflessivo nonché dall'indole umoristica e soprattutto se stesso.

 

 

 

 

 

 

                                                                                                        

 

 

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Il tempo del ritorno (1993) Regia di Lucio Lunerti

23 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

Misconosciuto film italiano datato 1993 dell’altrettanto (mi)sconosciuto Lucio Lunerti, il quale gira un film drammatico, con lievissime venature thriller e mistery, che ha come cornice i post Anni di Piombo, con tanto di immagini di repertorio, al fine probabilmente di ricreare un lungometraggio con qualche elemento documentaristico.

Il tempo del ritorno l’ho trovato un po’ lento, sebbene la storia risulti interessante, tuttavia il film non riesce a coinvolgere ed emozionare più di tanto, nonostante, nella parte finale, avvenga una decisa virata verso situazioni comunque già inflazionate, con lo scotto, ahimè, di perdere la “carica eversiva.” Infatti, a tal proposito, poche volte ho visto soluzioni e sintesi efficaci, e non si è nemmeno cercato di sfruttare a pieno le implicazioni psicologiche. Soltanto una buona padronanza della macchina da presa ha permesso al sottoscritto di non criticare troppo il film e la dizione sopra la media degli attori, specie i confronti tra i vari personaggi, che senz’altro rendono più che verosimile la storia, tra l’altro senza mai divagare, però azzerando o quasi le figure di contorno.

Il film, comunque, non si basa solo ed esclusivamente su una matrice politica, poiché si dedica pure ad altre cose, ad esempio a svelare aspetti sorprendenti dell’“indagine” da parte di Luca Ansaldi, (Stefano Abbati), il protagonista, che accetta un pericoloso e scottante incarico da parte di Giovanni Duranti (Alberto Di Stasio), amico e regista televisivo, in primis per chiudere il suo passato “rosso”, in cui “manifestava” assieme ad un gruppo di amici/dimostranti, di cui ognuno ha cambiato vita per non dire “partito.”

Al film contesto per lo più quella mancanza di coraggio nel raccontare in maniera più incisiva, a cominciare dal fatto che si potevano rendere più "cazzute" alcune sequenze di morte che, per ovvi motivi, non posso, anzi non voglio, spoilerare.

Che altro dire?

Il cinema italiano degli anni 90, nonostante risulti globalmente di scarso lustro, aveva in egual modo parecchio da dire, producendo di fatto film di vario genere e attingendo a migliaia di contesti. A livello intellettuale lo si può suddividere in due filoni, ovvero uno "alto" ed uno "basso," in questo caso direi di orientarci in una via di mezzo e senza quella pretesa di focalizzarsi eccessivamente sulla storia.

Da segnalare come Il tempo del ritorno in certe sequenze mi abbia ricordato Concorso di colpa di Claudio Fragasso, interpretato da Francesco Nuti, per via della sequela orientata sullo “rispolverare” eventi passati al fine di trovare e sbattere davanti allo spettatore la verità su un piatto d’argento, con le dovute e tragiche conseguenze.

In conclusione, Il tempo del ritorno non è una di quelle pellicole memorabili, merita una semplice visione e con la consapevolezza poi che difficilmente in futuro si andrà a riguardarlo, difatti una volta basta e avanza.

 

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"License to Wed" (2007) Regia di Ken Kwapis

12 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Ho visionato proprio stamattina Licenza di matrimonio ("License to Wed" titolo originale in inglese) e, francamente, non si può certo definirlo un capolavoro né uno dei migliori film con Robin Williams, in quanto non porta nulla di innovativo.

Non è un brutto lungometraggio, semmai risulta nella media, e per di più godibile quanto basta. Se dovessi riassumere il prodotto cinematografico in due parole direi… irregolare e (troppo) bizzarro.

È doveroso fare un accenno alla trama: Sadie e Ben si amano e vogliono sposarsi con la benedizione e con la celebrazione dello stravagante reverendo Frank, il quale chiede, pardon, ordina, alla coppia di completare un corso di preparazione al matrimonio, formato da una serie di test veramente bislacchi, dalla durata di tre settimane. A complicare le cose i due fidanzati devono attenersi all’astinenza sessuale fino al giorno del loro sposalizio. Mica robetta, eh!

In sostanza, il susseguirsi narrativo mi è apparso decisamente prevedibile (pur senza spoilerare si capisce dove si vuole andare a parare), per non parlare di specifiche parti o sequenze tra noiosette e incredibili, fra cui il folle test “della guida alla cieca”, che si orienta su dell’apprezzato metaforico, visto che viene adeguatamente espresso il discorso "fede", nonché sul fatto che in un matrimonio ne possono accadere di cotte e di crude e, di conseguenza, bisogna avere coraggio e temperamento per affrontare la qualsiasi.

Come assistente, il reverendo dispone dell’aiuto di un adolescente paffuto, una specie di chierichetto o “perpetuo”, a metà tra l’angioletto e il diavoletto, che  ho trovato piuttosto simpatico e quindi ben inserito.

Soffermandomi sulla recitazione, Mandy Moore e John Krasinski, i “partner” principali, non risultano affatto due cattivi interpreti, al più un po’ anonimi; (non credo siano attori blasonatissimi), in compenso dispongono di quella necessaria chimica per far sì che il film proceda (quasi) senza intoppi. Ma è Williams colui che fa la differenza, sebbene il nostro caro “Sudy Nim” (così soprannominato a Hollywood e dintorni) non sia assolutamente quello degli anni novanta, si mantiene sullo standard con un atteggiamento da cabaret e, in un’occasione, addirittura da simil presentatore televisivo, ovvero quando si cimenta con una lezione di catechismo ai bambini della chiesa di St. Augustine.

Insomma, il noto e compianto artista raramente arriva a delle vere e proprie eruzioni comiche.  Si ha la sensazione che Williams si sia “controllato”, (ricordiamoci che non di rado la sua recitazione risultava improvvisata), forse a causa del fatto che interpreta un reverendo, oppure semplicemente ha dovuto adattarsi il più possibile al canovaccio, ehm, al copione imposto dagli autori e dal regista Ken Kwapis.

Circa le ambientazioni siamo sull’ok, l’unica critica sarebbero le sequenze ambientate in Giamaica sicuramente un po' troppo forzate. Si salvano pochissime gag, e un paio di frasi intrise di quell'humour che assai gradisco.

Ad esempio quando l'hostess dell'aereo diretto ai Caraibi si rivolge ai passeggeri dicendo:

--- Su questo volo è vietato fumare, ma una volta atterrati in Giamaica vi potrete accendere qualsiasi cosa! ----

Parliamoci chiaro: nel film non si ride mai in maniera sguaiata, peraltro negli ultimi quindici minuti la trama assume una tonalità seria/riflessiva,poiché lascia spazio al comparto romantico che commuove giusto un pochettino.

In conclusione, consiglio il film a voi spettatori? In verità vi dico: sì… ma non arriverete a consumare il DVD, ve lo garantisco.

 

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"James ou pas" (1970) Regia di Michel Soutter

8 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Dopo La Pomme, il regista Michel Soutter ci riprova un anno dopo con James ou pas, un film che ho trovato più assimilabile e più interessante rispetto al lungometraggio poc’anzi citato.

Soutter comunque non tradisce il suo marchio di fabbrica: non una Svizzera fatta di banche, di cioccolato e formaggio Emmental, ma un focalizzarsi su quel tipo di provincialismo estetico dove la routine è un piatto freddo tradizionale e quotidiano. Un paese neutrale, popolato da persone neutrali. Tutto è in bianco e nero oppure bianco o nero per cui il black & white implementato in questa opera filmica direi che è ideale.

Nel susseguirsi, o comunque nella narrazione, a parte lo stile e i dovuti collegamenti ed elementi presi in prestito dai precedenti film, si evita qualsiasi tentativo di costruire una vera e propria storia, mantenendo piuttosto quelle inflessioni drammatiche e introspettive che generano a momenti del surrealismo, specie nel finale. Hector, il protagonista interpretato dal veterano attore Jean-Luc Bideau, si ritrova a fare i conti con un omicidio di cui magari non è responsabile, oppure lo è solo dentro la sua testa. C’è quindi qualche elemento crime, viene addirittura chiamata in causa la polizia, l’indagine però spetta allo spettatore che, in base all’attenzione prestata al film in maniera indipendente, può tracciare, delineare, o comunque farsi un’idea di come sono realmente (o oniricamente) andate le cose. Chiavi di lettura, quindi? Umh, semmai chiavi di visione.

Ad ogni modo dall’incipit in poi seguiamo Hector, di professione tassista, che si imbatte (forse) casualmente in James, un enigmatico scapolo che vive in una abitazione collocata in un villaggio isolato. Improvvisamente Hector si ritrova coinvolto con degli sconosciuti e in situazioni che non riconosce ma in cui si lascia trascinare, a cominciare da Eva.

James ou pas  ha indubbiamente un suo (insolito) perché. Le sequenze, tra la varie cose, rappresentano campioni visivi della vita di allora, preparati con cura da un regista capace di tale indipendenza e coraggio. Numerose idee si intrecciano a formare un caleidoscopio di varie emozioni, a cominciare dai quei castelli in aria con dei tocchi di realismo.

Fondamentalmente il régisseur confeziona un'ispirata pellicola che possiamo definire indipendente e, per certi versi, anche sperimentale. Un viaggio mentale, un misto fra cinema e teatro d'avanguardia, per via di certi monologhi o, per meglio dire, la fusione di questi due elementi. Inutile scavare a fondo per cercare di estorcere i significati: l'opera va fruita senza farsi troppe domande e, di conseguenza, apprezzata per il lavoro di ricerca del linguaggio visivo totalmente al di fuori dei canoni cinematografici di allora e soprattutto di oggi, con una recitazione mai monocorde, sebbene certe sequenze possano risultare poco verosimili. Del resto i personaggi, anzi, Hector sulle battute finali sembrano essere pervasi dal dubbio. Ciò indubbiamente contagia lo spettatore, per di più generando incomprensioni, incomunicabilità, fallimenti interiori e quella routine di cui si è vittime che, “finalmente” una scossa “spezza.”

Promosso… fino all’ultimo fotogramma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

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Elogio alla Margherita

5 Febbraio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #ricette

 

 

 

 

Amo da morire la pizza, nello specifico la Margherita, tanto da considerarla come il mio cibo preferito. Ora, non so se i gusti delle pizze vadano scritti in maiuscolo, mettiamo non sia necessario, la cosa mi può andar bene tranne sulla già citata pizza, in quanto per me rappresenta la Regina.

Oh, sono talmente fissato che, se si dovesse intendere il nome proprio di persona femminile, non lo associo al fiore ma direttamente alla pizza in questione.

Idem la ‘Margherita’ di Riccardo Cocciante specie la parte finale della canzone:

Perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia (qui ci starebbe la parola ‘pizza’)

Margherita, Margherita
Margherita, adesso è mia
Margherita è mia

La Marghi (mi permetto il lusso di darle un diminutivo) è semplice, e per di più con pochi ingredienti, ovvero farina, acqua, lievito, mozzarella, pomodoro, olio crudo e, come ciliegina sulla torta, pardon, sulla pizza, del basilico fresco.       

Riguardo l'impasto, prediligo il tipo sottile e disdegno assolutamente la pizza gomma. A tal proposito, impossibile dimenticare una Margheritona degna di nota, (giusto per usare un eufemismo) mangiata 8 anni fa, durante le vacanze in Grecia, a Rodi, quando, in una pizzeria italo-greca, mi fu servito un autentico copertone intriso di sugo e con del formaggiazzo. Indubbiamente la Margherita peggiore mai assaggiata, una pizza Michelin, e non mi riferisco alla famosa Guida francese che, tra le tante cose, prende in esame la gastronomia.

Vi starete chiedendo se a volte mi è capitato di cambiare pizza, vero?

Di norma non la rimpiazzo, magari saltuariamente mi concedo un diversivo, ad esempio mi capita di scegliere la Biancaneve, avente solo mozzarella, olio e origano, o la quattro formaggi, oppure la Margherita con würstel. In sostanza pizze "derivate", anche se, in verità, dopo averle divorate, rimango con quel senso di insoddisfazione e con pentimento annesso.

Probabilmente in termini di gusti posso apparire scontatissimo, lo so, ebbene, a questo punto, avendo fatto 30, faccio 31, raccontando un aneddoto.

Tanti anni fa, trovandomi in trasferta per un campo militare in Campania, precisamente a Battipaglia, in qualità di caporale dell’esercito, una sera, io, con un gruppo di commilitoni in libera uscita, girovangando decisi a mettere qualcosa sotto i denti, optammo per mangiare una pizza in uno dei locali migliori della città, che ci fu consigliato da un maresciallo originario di quei luoghi.

Appena entrati al ‘BattiPizza’ ci sedemmo in un lungo tavolo e, quasi subito, il cameriere ci portò i menù. Mi risulta difficile descrivere lo stupore derivato dalla sterminata tipologia di pizze. Ben 500!!!

C'era la pizza con i fagioli, la pizza col radicchio, la pizza al sushi, la pizza con surimi, la pizza con la Paella, la pizza alla brasiliana con palmito ed il catupiry (un formaggio cremoso), per non parlare delle pizze alla frutta (ananas, mela, cocco, avocado, macedonia etc.) fino ad arrivare alle pizze dolci (ad esempio quella nutella) e alle pizze gelato.

Sotto il menù a caratteri cubitali c'era scritto: “Guaglió, se la scelta non ti soddisfa, dimmi che pizza vuoi e ti dirò chi sei!”

Ridemmo a quelle parole, poiché pensammo che nel listone ogni fantasia tendeva a essere già soddisfatta a priori.

Per circa mezz'ora restammo a decidere quale pizza ordinare, giustamente leggere tutte le 500 tipologie richiedeva tempo. Alla fine ciascuno fece la propria ordinazione e… indovinate quale pizza prese il sottoscritto?

Ma è logico: la Margherita, d’altro canto pizza che si ama non si cambia!

"Toglietemi tutto ma non il mio Breil" recitava un famoso spot sugli orologi.

"Toglietemi tutto ma non la mia Margherita" affermo invece io.

Visto che seguo Eros Ramazzotti,  parodio un po’ il brano Più bella cosa, con la speranza che il cantante non la prenda a male.

"Ti mangerei di più. Per dirtelo ancora per dirti che, più buona cosa non c'è, più buona cosa di te. Unica come sei. Soffice quando vuoi. Grazie di esistere!"

Cari lettori, direi che ho esposto quanto basta, onde evitare che il testo diventi una “pizza”, aggiungo soltanto che, dopo la lettura, se deciderete di mangiarvi una rotonda o ovale oppure una quadrata a teglia è doveroso augurarvi: buona pizza a tutti!

Agli intenditori, invece, un augurio speciale: Buona Margherita a tutti!

E, mi raccomando, non scordatevi la birra. E pazienza se lievita la pancia, si vive una volta sola!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gli aforismi di Scylix

31 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #gli aforismi di scylix

 

 

 

 

Essendo di natura cauta e riflessiva, oltre che umoristica, adoro moltissimo scrivere gli aforismi, essi probabilmente non semplificano, non risolvono, però in compenso generano considerazioni non da poco sulla vita e sull’esistenziale.

Solitamente le massime (visto che si possono chiamare anche così) non vanno titolate ma, per renderle più gradevoli all'occhio, ho pensato fosse la scelta migliore per questa miscellanea.

Buona lettura!

 

 

 

Aspetto esteriore vs aspetto interiore

 

Non bisogna spendere troppo tempo e denaro sull'aspetto fisico, ragion per cui non esageriamo con estetisti o palestre. Molto meglio rafforzare e abbellire ciò che abbiamo dentro, in quanto è un qualcosa che ci portiamo per tutta vita.

                                                                                                     

 

Dolore

 

Soltanto in pochi hanno il coraggio di convivere col dolore, ancora meno sono coloro che lo vincono. E io? Semplicemente non amo perdere.

 

 

Soldi

 

Non dobbiamo diventare cattivi e spietati per i soldi, sennò a quest’ora i potenti sarebbero tutti buoni.

 

 

La penna e un foglio di carta

 

Per fortuna, quando si sente l’esigenza di farlo, esiste la penna per esternare i propri pensieri su un foglio di carta, infatti, sarebbe un peccato lasciarli chiusi dentro la mente.

 

 

Sogni e incubi

 

Chi non dorme non sogna e chi non sogna non fa incubi.

 

 

Armi da fuoco

 

Non sono le armi da fuoco a uccidere le persone ma chi le punta e preme il grilletto.

 

 

 

 

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