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Post con #laboratorio di narrativa tag

Laboratorio di Narrativa: Luca Lapi

23 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #luca lapi

 

 

Luca Lapi continua con i suoi racconti che diventano sempre meno racconti e sempre più piccoli sassi lanciati nell'acqua con la speranza che creino onde in espansione. Se dal punto di vista narrativo c'è un regresso, da quello psicologico, forse, abbiamo finalmente un passo avanti.

Dopo il recente lutto che lo ha colpito, dopo aver perso la figura di attaccamento primario, di accudimento e di riferimento, Luca non si limita più a gridare bizzosamente la sua solitudine ma comincia quel processo di distacco/maturazione che lo porta a crescere e a identificare se stesso come qualcosa di inserito nella società, dalla quale pretende diritti ma verso la quale ha anche doveri e responsabilità.

Al contempo, però, continua a chiedere aiuto, a pretendere che le sue note diventino sinfonia, laddove, ahimè, è lui il primo ad esprimersi a senso unico, a monologare più che dialogare, a rispecchiarsi negli altri non mostrando, almeno apertamente, di riconoscerli e avendo sempre e solo come baricentro se stesso.

Anche lo stile sembra più maturo, meno frammentato da virgole prolisse, illuminato da quei pun, da quei giochi di parole brillanti, "inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola", vere e proprie scorciatoie dell'intuito poetico, che sono la caratteristica principale della scrittura e del pensiero di Luca. 

Patrizia Poli

 

 

Biagio è un essere umano

     Biagio è un essere umano.
     Ha dei diritti, come ogni altro essere umano.
     Sa che ogni suo diritto, una volta acquisito, diventa un dovere verso se stesso e verso gli altri.
     Intende vigilare affinché ogni suo diritto non degeneri in un rovescio, capace di rovesciare su di lui l'edificio morale, civico che sta tentando di costruire.
     Sa che ogni suo diritto è fondamentale poiché è fondato sulla roccia della Costituzione dello Stato di cui è cittadino.
     E' universale, al di là dei confini nazionali e continentali.
     E' inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola.
     E' indisponibile a compromessi.
     Biagio, ripeto, è un essere umano.
     Non è un avere disumano.
     Lo sa ed esige che ognuno lo sappia, giustamente.
     Lo ripete, perciò, periodicamente, riproponendolo attraverso una sua Nota su Facebook.
     Vorrebbe che questa sua Nota non restasse ignota e che diventasse l'inizio di una sinfonia.
     Lascia il condizionale e grida, imperativo, a squarciagola, alla sua Nota:"Diventa vento che spazi via ogni ingiustizia, legandola a testa in giù ad ogni sua responsabilità, finora, mai assunta!!!"

          Luca Lapi 

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Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

27 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa

Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.

È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.

Patrizia Poli

Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle.
Ha gli occhi dell'anima per intravederle.
Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli.
Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente.
Li tengono aperti un giorno sì ed uno no.
Li tengono aperti uno sì ed uno no.
Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi.
Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi!
Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli.
Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere.
Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni!
Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi!
Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi.
C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere.
Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso.

Luca Lapi

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Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

27 Giugno 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

Monologo, dialogo, flusso di coscienza: sofisticate strategie narrative attraverso le quali l’autrice ricostruisce la storia dolente di una donna. Un cerchio che si apre e si chiude sulle stesse parole, su un nome che riporta al passato. Un loop fra ciò che è e ciò che è stato, dove tre donne e un uomo si muovono attraverso dialoghi serrati, riannodando il filo della memoria per ricostruire la trama. Queste quattro persone sono “Le variabili del cerchio” di Mari Nerocumi: Delphine, malata di cancro, Roxane, sua ex compagna, David, fratello dell’una e marito dell’altra, Cécile, madre di Delphine, moribonda in un letto d’ospedale. Un cerchio fatto di omosessualità, di famiglia, soprattutto di affetti intrecciati e intersecati.

L’amica “speciale” di un passato ormai lontano, l’eterno senso di abbandono che accompagna ricordi dolce-amari, una verità mai svelata e poi, l’ultima beffa della vita, la scoperta della malattia. È questo che e convince Delphine, la protagonista, a riprendere la ricerca di una madre mai conosciuta e, nella scoperta del segreto rivelato, ritrovare la vita che proprio la madre morente ancora una volta le regala. Delphine rintraccia Cécile quando sembra essere troppo tardi, quando è in procinto di pederla ma, invece, tardi non è, perché proprio questa donna che per salvarla ha rinunciato a lei, sta per offrirle nuovamente se stessa con una donazione di organi.

Qullo che colpisce Delphine, più che la possibilità di salvezza insperata, è l’idea di essere stata burattino sul palcoscenico, manovrato a sua insaputa da Cécile prima e da David e Roxane poi, essere stata, appunto, “variabile del cerchio”. “È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.” Ma anche lei, anche Delphine, mente sulla malattia, e il gioco del non detto si moltiplica come in un labirinto di specchi.

È forse la figura della madre il punto debole del racconto. Una “madre-eroina” disposta a rinunciare alla figlia per preservarla dalla violenza di un padre aggressivo e pericoloso, è in verità, oggi, poco probabile. L’abbandono, il distacco, appare piuttosto come la scelta di una donna debole, incapace di ribellarsi e di costruirsi un’ esistenza autonoma, lontana dal dominio maschile, libera con la propria creatura. L’altro punto è, forse, il non aver saputo ben integrare l’interessante antefatto del collegio - con la ribellione saffica delle due ragazze - al resto della storia.

È un racconto scritto con grande delicatezza di linguaggio, ma anche con forza, con un ritmo serrato che arricchisce tutta la narrazione di pathos. Lo stile è molto pulito e questo, al giorno d’oggi, è già tanto.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Le variabili del cerchio

Mari Nerocumi

Nel buio della stanza d'ospedale le parole della donna risuonano come un’eco interminabile.

D’impulso le chiedo come si chiama.

–Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa.

Un tuffo al cuore mi porta su una giostra irrefrenabile mentre la mente cerca di rallentare, ha paura dei vari buchi in cui può incappare, sparsi qua e là.

Uno di questi è proprio il nome della suora cui mi affidasti ancora prima che nascessi. I ricordi mi riportano alla disperazione di due mesi fa, quando ho saputo della malattia e ai tentativi fatti per accettarla. Mi sono illusa di recuperare la mia dignità mantenendo un segreto bugiardo. Un altro buco in cui sono inciampata. Per accettare quello che mi stava succedendo, sono arrivata persino a registrare la mia voce, nel tentativo di acquisire quelle poche sicurezze che ora tu, immobile in questo letto, stai demolendo a una velocità insostenibile.

Ma sei stupida!– mi urla il cuore ora – Quale altro segno dovevi ancora darmi? Seduta, con le braccia conserte, avverto il tumulto dal di dentro. Come ho fatto a non capire?

Sono diventata così cieca da non comprendere che stai morendo per me, per darmi nuovamente la vita.

Affondo la faccia nelle mie lacrime, ma stavolta non hanno a che fare con la disperazione: è il tuo amore che mi assale. Sfinita mi arrendo e scelgo finalmente di credere che tutto questo non sia frutto del caso. Accasciata sul tuo corpo mi addormento mamma, ora che so che non voglio più lasciarti e che tu, non mi lascerai più.

–Ho bisogno di tornare a Le Mans e vorrei che tu venissi con me. È un favore che ti chiedo!

–Le Mans?...Ma come ti salta in mente, tornare lì è da pazzi, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Non contare su di me. Io ho deciso di metterci una pietra sopra.

–Io no, Roxane, non posso –

Sento la vita che mi sfugge dalle mani e mi sembra l’unica alternativa alla pazzia.

Ho mentito a me stessa troppo a lungo e ora è arrivato il momento di fare ordine.

–Perché? Non capisco. Sono anni che ci vediamo solo per le feste comandate, raramente affrontiamo discorsi diversi da che tempo fa oggi e dal nulla mi chiedi un favore così grande.

Mi stai nascondendo qualcosa … Cosa ti avrà riportato a quel periodo?

–È vero, è strano che io lo chieda proprio a te.

–Soprattutto dopo quello che è successo. Era questo che stavi per dire?

–Roxane, in ballo c'è la nostra amicizia. Non conta niente che te lo chieda io?

–La nostra amicizia? La nostra storia la chiami… “amicizia”? Ma ti ricordi come sono andate le cose? Come ci siamo lasciate te lo ricordi?

–Non volevo riferirmi a questo.

–Che mi hai lasciato per un uomo, lo ricordi?

Sembra tu stia parlando di un’altra persona e di un’altra vita.

– A quel tempo eravamo molto confuse.

– No, tu eri quella confusa.

– Sì io ero molto confusa. Ero un’adolescente con le idee poco chiare sulla propria sessualità, in un collegio di sole donne ...

–Che faccia tosta … Continui a infierire?

–Ma se David me l'hai presentato proprio tu.

–Non mettere in mezzo mio fratello!

–Ma è possibile che dopo tanti anni ce l’hai ancora con me? Hai la tua vita adesso e pensi ancora a quello che è successo tra noi?

–Alcune delusioni sono difficili da superare e basta!

–Lo vedo.

–E poi… Eravamo confuse, lo so, ma nonostante tutto una parte di me l’ho lasciata in quel collegio e certe volte provo ancora nostalgia.

– Già, è vero, allora ci torni con me? Voglio liberarmi dai rimpianti una volta per tutte.

– Che intendi? C’entra ancora la ricerca di tua madre?

Era questo che mi nascondevi?

– Sì, è così. Ma c'è dell'altro. Il Saint Julien è stato il luogo che ha visto le nostre menti in subbuglio, io con la mia ansia, tu con i tuoi complessi, dare una svolta significativa ai falsi perbenismi e moralismi che imperavano chissà da quando. Siamo state capaci di smontare i castelli di conformismo che ci circondavano, abbiamo seminato perenne agitazione in quel convento.

– Ricordo come sbiancavano le suore quando sentivano odore di guai, la nostra unione sfidava la loro legge naturale e più si sentivano minacciate e più ci divertivamo.

– E ti ricordi il periodo in cui volevano tenerci a distanza? Suor Celine dopo la predica serale ci chiudeva a chiave ognuna nella sua cella di punizione. Rimanevamo l’intera notte sveglie a parlare e il muro che ci divideva diventava invisibile.

– Tutto diventava una sfida! Il Saint Julien è stato il nostro castello incantato.

– In quel periodo solo grazie a te sono riuscita a cambiare ciò che ero, facendo spazio alla parte migliore di me ma mi sono illusa di aver finalmente cancellato tutte le mie angosce.

– Già, e poi …

– Avevamo fatto un patto, ricordi?

Lo sapevo che tiravi fuori il patto.

No.

– Ci siamo impegnate a rimanere sempre legate. E invece cosa abbiamo fatto? Cosa ne è stato delle ragazze del Saint Julien, dove sono state nascoste per tutti questi anni?

– Abbiamo semplicemente smesso di fare la guerra. Eravamo delle ragazzine, Delphine!

– Abbiamo smesso di sognare, Roxane.

I portici del Saint Julien erano la nostra finestra sul mondo. Lo squarcio di cielo che accoglieva quel chiostro era il nostro sguardo rivolto alla libertà. Quelle mura se potessero parlare scriverebbero poemi di solitudini sconfinate.

– Ma tutto questo è successo prima della nostra storia.

Lo sapevo che mi facevi piangere.

– Perché non recuperiamo quello spirito tornando lì? Non ho altra scelta Roxane, sento che solo tu mi puoi stare accanto in questa che potrebbe essere la mia ultima sfida

– Ma cosa dirai a David? E ai ragazzi? Come giustificherai la tua assenza ai tuoi corsisti?

E poi hai già provato tempo fa a cercare tua madre e i risultati non sono stati così incoraggianti. Non vorrei che rimanessi di nuovo male.

– Ora più che mai devo trovarla e la troverò.

Non ho pensato ancora bene cosa dire a David, vorrei raccontargli la verità mezza verità, come sto facendo con te vorrei che sapesse che ritorniamo Le Mans, io e te per fare una gita in nome dei vecchi tempi e per ritrovare… mia madre.

Avevo dimenticato l’effetto che mi fai, sei vento leggero che mi accarezza la faccia e che mi fa respirare aria pulita dopo la pioggia.

Avevo dimenticato quanto senso pratico avesse Roxane.

I suoi bagagli sono già pronti in macchina quando bussa alla porta.

Scende David ad aprirle. Li osservo dalle scale, si abbracciano con una strana aria negli occhi...come se sapessero qualcosa che non so.

Faccio per scendere, ne voglio capire di più, ma Matt ha bisogno di me, prima di partire.

Matt ha la mia stessa sensibilità di quando ero bambina e sono sicura che la mia partenza lo rattrista parecchio.

Ricordo come mi sono sentita quando Suor Teresa se n’è andata. Sono rimasta settimane senza scambiare una parola con nessuno e temo che anche Matt possa provare le stesse sensazioni per poi rinchiudersi in se stesso. Al mio ritorno spero di avere ancora occasioni per farmi perdonare per questa ed altre mille mancanze.

Forte è la spinta che mi impedisce la resa e ora come ora non ho la possibilità di tornare indietro.

Forte è il bisogno di cercare quella parte di me che mi è sempre mancata. Ma forte è anche l’ansia che mi assale...

Chi cerco a Le Mans adesso che è passato così tanto tempo?

Chi troverò? Qualcuno che ha il mio stesso sangue? Una madre affettuosa disposta a starmi vicino? Mi sento stupida ed egoista a pormi queste domande, forse è l'istinto di sopravvivenza di chi è malato mi rispondo. E se non vivesse più a Le Mans?

Di lei so che mi ha negato il suo affetto, la sua presenza, ma ora che sto male non può più continuare a ignorarmi né posso continuare a ignorarla io.

– Pronta?

– Sì eccomi...

– Povero cucciolo, te la riporterò presto quest'impiastro di madre.

– Sì ma è l'unica madre che ho, risponde un po' imbronciato Matt.

L'unica madre che ho è la risposta di un figlio

– Mamma mi porti un profumo francese?

Non mi sorprende la richiesta di Becky che invece è contenta di liberarsi per un po' di me.

– Certo. Hai qualche preferenza?

– Sì voglio Chanel n.5, l’original, mi raccomando.

– Stai attento ai ragazzi.

– E tu starai attenta a te? – mi chiede David con la solita dolcezza.

Gli rispondo di sì con un sorriso, cercando di infondergli sicurezza, ma dal suo sguardo non ne traspare tanta.

Mi chiude lo sportello della macchina e vuole che apra il finestrino prima di andare, per sussurrarmi all'orecchio il suo ti amo.

Gli stringo la mano mentre con l’altra saluto i ragazzi seduti sugli scalini, sono tutto quello che ho, mi dico soffocando le lacrime per la paura di perderli.

Ci dirigiamo verso il porto e mi suona strano ora stare in macchina con Roxane. Guardo fuori dal finestrino e mi sento in imbarazzo, come se avessi il dovere di porgerle delle scuse ma non certo la volontà.

E nemmeno lei a quanto pare ha voglia di parlare, assorta in chissà quali pensieri, guida in silenzio, incurante di tutto ciò che la circonda.

A un certo punto il suo silenzio mi incuriosisce così tanto che mi dimentico del mio imbarazzo e sono io a voler rompere il ghiaccio.

– Tutto ok Roxane? Ci hai ripensato?

– No, al contrario... mi ci voleva un bel viaggio, certo non avrei mai pensato di farlo a Le Mans, ma avevo bisogno anch'io di staccare la spina.

– Era a questo che stavi pensando?

– Sì anche... un po' di cose messe assieme.

– Non mi hai detto come l'ha presa Anne.

– Beh la conosci no? La sua diffidenza è proverbiale e nemmeno questa volta si è smentita, dati i nostri precedenti.

– Dipende da cosa le hai raccontato.

– Dici?

– Sì dico.

– Lei pensa che la storia che abbiamo vissuto abbia ancora importanza per me.

Sono sicura che questo è quello che pensi tu

– E poi ci sono diverse cose che mi frullano in testa e soprattutto una che ancora non ti ho detto: Anne ha espresso il desiderio di avere un figlio e mi ha proposto di adottarne uno.

– Gesto coraggioso, è davvero ammirevole da parte vostra, e tu? Condividi il suo stesso entusiasmo?

– Ecco è proprio questo il nodo della questione, io non so se ho tutto questo coraggio. Diventare madre mi spaventa, sento che è un ruolo che non mi si addice.

– Forse dovresti dirlo ad Anne, dovresti parlarle chiaro.

L'arrivo al porto interrompe il nostro discorso. Il mio sguardo si perde all'orizzonte e mi lascio pervadere dall'odore salmastro del mare. Era da tempo che non ci venivo.

Il traghetto per Le Havre sta per partire per cui decidiamo di non tornare sull'argomento.

Ci affrettiamo a raggiungere la banchina per l'imbarco e mentre ci avviciniamo sento l'aria che mi accarezza la faccia e torno a quindici anni fa quando affrontai il viaggio di sola andata verso Portsmouth.

L'immaginazione mi riporta a quei momenti e mi restituisce una pace interiore che non pensavo di poter più provare. Quell'orizzonte era una nuova vita per me e avevo cercato di abbracciarlo in tutta la sua immensità.

– Una volta arrivate a La Havre, prenderemo un taxi per arrivare alla stazione, mi informa Roxane, interrompendo il percorso dei miei ricordi.

Realizzo solo ora che si è occupata del viaggio nei minimi dettagli, ricordandosi soprattutto che io non amo volare.

– Avremmo impiegato molto meno tempo con un volo aereo, le chiedo guardandola.

Lei sorride a occhi bassi.

– Grazie Roxane, le dico con il viso traboccante di sincerità, mentre riponiamo i bagagli nel vano.

Nel ringraziarla avverto la sensazione che aspettavo da quando ci eravamo messe in macchina. Lei mi guarda stavolta e sono io ora a sorriderle. La mia gratitudine è riuscita a rompere il velo che sembrava annebbiare la vista e impedire di guardarci negli occhi. L'imbarazzo di prima è svanito, ritrovo finalmente la persona cui avevo donato il mio cuore un tempo, una persona affidabile, a cui confidavo i miei pensieri più oscuri, che mi sapeva capire senza fare tante domande, ora so che il forte affetto che ci legava non si è mai spento. Sono contenta di averlo ritrovato, come lo è anche Roxane.

– Pronto? David, ci siamo appena imbarcate sul traghetto. Ho lasciato Delphine in bagno e sono corsa a chiamarti.

– Calmati, andrà tutto bene.

– Spiegami come? Non so se ce la faccio a resistere. Sono anni che le nascondiamo la verità. I sensi di colpa mi stanno divorando e non ho il coraggio di guardarla negli occhi. Non riesco a sopportare più questo peso che porto da quindici anni sulla coscienza.

– Ricordati che se abbiamo scelto di non dirle la verità è perché è stata sua madre a volerlo.

– E credi che questo basti a far tacere la mia coscienza?

– Ascolta Roxane, io non so perché Delphine abbia deciso dopo quindici anni di ritornare a Le Mans e ritrovare sua madre, ma se è quello che desidera noi non possiamo impedirglielo. Cécile mi ha fatto promettere di non dirglielo e cavolo si tratta di mia moglie! Non credere che non mi sia costato nasconderle la verità per tutti questi anni.

– Allora devi dirglielo, David! Io non posso continuare a vivere questa farsa,

mi sono tenuta alla larga apposta, ma nonostante questo lei è me che ha cercato per questo viaggio.

Ma come credi che reagirà quando saprà che la madre ha sacrificato la sua vita, il suo amore per tenerla lontana da un padre drogato e manesco e soprattutto che noi ne eravamo al corrente?

– Non lo so. Non riesco a immaginare quali possano essere le conseguenze.

Delphine è sempre stata così imprevedibile.

– Allora raggiungici. Ho la sensazione che il momento giusto sia arrivato e non si possa più rimandare. Se non vuoi dirglielo tu, glielo dico io.

– Roxane, non essere impulsiva. Va bene, prendo un volo e vi raggiungo alla stazione. Aspettatemi lì.

Delphine, spero solo tu ci possa perdonare.

Mi ricordo di lei come se la vedessi adesso...con le dita nelle grate del giardino del Saint Julien, quasi a volerle strappare...

ti osservava durante la ricreazione, gioiosa al vederti e così triste al lasciarti.

Spero non dubiterai della nostra buona fede, volevamo solo proteggerti e quando decidesti di venire a vivere a Portsmouth ci sembrò il momento meno opportuno per rivelarti una verità che si presentava così scomoda a tutti.

– David? Cosa ci fai qui? È successo qualcosa ai ragazzi?

– No, i ragazzi stanno bene. Li ho accompagnati dai nonni.

– E perché? Tu lo sapevi, Roxane?

– Beh…Sì, mi ha avvisato che avrebbe preso un volo per raggiungerci.

– Delphine devo parlarti…

– Io vi lascio da soli. Vi aspetto al caffè di fronte all'edicola.

– Ma come? Dove vai, Roxane?

– Delphine, vieni, troviamo un posto per sederci.

– Ma si può sapere cos’è tutto questo mistero?

– Nessun mistero, cara. O meglio, voglio che non ci siano più misteri sulla tua vita a Le Mans.

Ora che siamo qui scoprirai la verità, quella che cercavi quando ci siamo conosciuti. Non so come la prenderai e mi sento un codardo per non avertene mai parlato.

– Ma di che stai parlando?

– Quindici anni fa ero giovane e soprattutto innamorato perso di te. Avrei fatto qualsiasi cosa per proteggerti ed è quello che feci. In cuor mio sapevo di negarti un diritto ma l'istinto di proteggerti ebbe il sopravvento.

Delphine, quindici anni fa ho conosciuto tua madre e non te l'ho mai detto. Roxane è stata mia complice nel cercare informazioni su di lei dopo che mi riferì che il tentativo di rubare il tuo fascicolo personale era fallito. Ci servimmo di un investigatore privato che in poco tempo ci fornì le notizie che cercavamo. Scoprimmo che tua madre si chiamava… si chiama Cécile Le Blanc,

originaria di Nantes, e che abita nei pressi di Place de Jacobines. Rue Wibur Wright per la precisione.

– Cosa?

– Calmati Delphine, fammi finire.

Allora aveva quarantotto anni. La sua storia è molto diversa da quella che tu hai immaginato per anni. Quando bussammo alla sua porta ero arrabbiato quanto te, ma quando la vidi apparire all'uscio, senza che avesse ancora aperto bocca, sfumarono tutte le mie più agguerrite intenzioni.

Era una donna minuta e la somiglianza con te era incredibile. Il viso era scavato da una tensione perenne più che dal peso degli anni. Aveva i capelli del tuo stesso colore, raccolti alla nuca, ma ciò che tradiva più di tutto la somiglianza con te era la bellezza disarmante, di chi seduce senza rendersene conto. Forse era la sua perenne aria di tristezza ad aumentare il suo fascino.

Rimanemmo fermi e freddi sulla porta io e Roxane. Non fece cenno di farci entrare.

Capite le nostre intenzioni, uscì lei. Si chiuse la porta alle spalle e ci portò all'altro lato della piazza vicino al fiume Sarthe. Lì seduta su una panchina si sciolse in un pianto e ci rivelò il suo grande segreto. Era come se ci stesse aspettando da tempo. Iniziò a parlare con la sua voce calda e sia io che Roxane ci abbandonammo a quella familiarità estemporanea. Ci raccontò di averti avuta giovane, a ventidue anni. Aveva sposato tuo padre da un paio d'anni, durante i quali aveva già avuto modo di conoscere il suo lato oscuro e di pentirsi dell'errore commesso sposandolo.

Lui si era dimostrato un insoddisfatto che non riusciva a realizzare le proprie ambizioni e che sfogava con la violenza la propria inadeguatezza. Abusava dei farmaci che maneggiava per lavoro e che gli servivano più per stordirsi che per reale dipendenza.

Varie volte era finita in ospedale, e un po' per paura, un po' per mancanza di alternative non aveva mai avuto il coraggio di liberarsi di lui. Si sentiva una vittima ma era giovane e non aveva perso ancora le speranze che le cose potessero cambiare. Lunghi periodi di assenza, dovuti al lavoro, tenevano via tuo padre, dandole una finta tregua e l’illusione di riprendersi la sua vita, fino al successivo ritorno. Io e Roxane la guardavamo increduli senza avere il coraggio di interromperla.

– Continua...

– Ci raccontò che fu proprio durante uno di questi viaggi che si accorse di essere rimasta incinta. Era al secondo mese quando già prese la decisione di affidarti al Saint Julien. Conosceva suor Teresa della quale si fidava e con lei prese accordi.

Alla tua nascita non raccontò niente a nessuno, era tornata a casa dei suoi,

dove tua nonna era morta e tuo nonno era diventato ormai così vecchio da non rendersi più conto del mondo che lo circondava.

Le sembrò un segno del destino, avere la possibilità di vivere un'esperienza solo sua: te. Pensò di fuggire per sempre lontano da lui, ma il peso della fuga continua, l'angoscia di vivere con la paura di essere inseguita e scoperta la fece tornare alla realtà. Il Saint Julien era la scelta più giusta, valeva la pena di starti lontana ma saperti sana e protetta. Mi fece promettere di non dirti la verità. Sarebbe stata lei un giorno a dirtela. Ogni tanto ci scriviamo, io l'aggiorno su di noi, sui ragazzi, e lei è contenta di saperti felice con noi.

Non avercela con Roxane, la decisione di tacerti i fatti è stata mia.

So di essermi comportato da egoista ma ti ho vista felice e non me la sono sentita. Non volevo ostacoli al tuo desiderio di liberarti del passato.

– Cosa ti chiese esattamente?

– Mi chiese di non rivelarti la sua identità, era importante che lo facesse lei al momento giusto.

– Sei stato un vigliacco.

– Delphine cerca di capirmi, ti ho nascosto la verità per tutto questo tempo al solo scopo di evitarti una sofferenza.

– O per egoismo David?

– Non sopportavo l'idea di vederti infelice, finalmente la vita sembrava sorriderti e l'ossessione della ricerca delle tue origini sembrava ormai acqua passata.

– Perché non hai cercato un altro modo per risolverla? Perché vedo un tuo tornaconto in tutto questo?

La tua protezione mirava alla tua tranquillità non alla mia. Il tuo tacere non ha fatto altro che aumentare il mio senso di inadeguatezza. Ho passato la mia vita a cercare di sentirmi bene con me stessa e in mezzo agli altri ignorando che ci fosse qualcuno come mio marito a tirare i fili dall'alto. Prima mia madre, poi Roxane, poi tu, tutti con l’intenzione di proteggermi senza nemmeno avvisarmi quale pericolo potessi correre. È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.

– Mi rendo conto solo adesso di aver fatto male i conti, certe cose non si possono rimuovere con un colpo di gesso dalla lavagna, e ora che stai per ritrovare tua madre ti chiedo solo un favore: ricordati di quello che siamo stati e di quello che siamo. Cerca di capirmi ti prego.

– Non so cosa dire David, mi sento ingannata da te e non riesco a perdonare niente adesso, ti prego torna a casa dai ragazzi e lasciami in pace.

– Ok, ti lascio sbollire la rabbia, ma pensa a quello che ti ho detto, ti prego.

– Dove è andato David?

– Gli ho detto di tornare a casa. Non ho bisogno della sua protezione adesso e tanto meno della tua!

– Che cosa stai dicendo?

– Cosa ci fai con quel registratore in mano? Ridammelo e non osare più frugare nella mia borsa.

– Non ho frugato, avevo mille cose in mano tra cui la tua borsa, mi è caduta in terra e...

– Eh cosa?

– Ho ascoltato parte della registrazione Delphine. Quando hai saputo della malattia? Non posso crederci, perché non me l'hai detto subito?

– Cosa avrei dovuto dire? Che posso morire? Tutti possiamo morire da un momento all'altro, e poi dirlo a chi... a te?

– Che intendi con “a te”? E a David e ai ragazzi non ci pensi?

– È proprio perché penso a loro che non l'ho detto!

– Ma hanno il diritto di saperlo.

– Come io avevo il diritto di sapere chi era mia madre?

– Sì, te lo ha detto David?...finalmente!

– Quindici anni di menzogne, come avete potuto?

Siete stati dei vigliacchi, nascondermi la verità sapendo quello che significava per me.

– Abbiamo cercato di proteggerti, era solo questo il nostro scopo credimi. Pensavamo fosse il momento sbagliato, tua madre lo pensava.

– E quando sarebbe stato il momento giusto? Quando lo decidevate voi? E se fossi già morta, non avrei mai potuto sapere che mia madre MI AMAVA così tanto da sacrificare la sua stessa vita per me?

– Non piangere ti prego.

– Lasciami stare...non mi toccare, lasciami da sola!

– No, non posso, mi sento così in colpa e in più adesso che so della tua malattia, vorrei solo scomparire.

– Ecco brava scompari.

– No, non dirmi così, dobbiamo mantenere la calma e riflettere, quando torneremo a Portsmouth, David prenderà contatti con il dottor Milestone, chiederemo il parere di altri medici e stabiliremo il da farsi.

– Basta! Sono stanca del “vostro da farsi”, non l’ho detto a David appunto per questo motivo e non osare farlo tu, altrimenti….altrimenti

– Va bene smettila di piangere, lasciati asciugare le lacrime. Farò come dici tu ma calmati adesso.

– Non c'è molto da fare...morirò e non voglio Roxane, non voglio…

L’afa della città aumenta il mio stato di confusione. Il sole sta calando, dovrebbero essere le quattro ma il mio orologio? L’ho dimenticato e vorrei averne la certezza. Ho la testa frastornata. La confessione di David mi ha messo ko. Sono combattuta. Vorrei comprenderlo ma la rabbia è troppa. Lui che ha sempre predicato la verità come principio indiscusso alla base della nostra vita insieme. Me lo sarei potuto aspettare da chiunque ma non da lui. Eppure lo conosco, lui è uno che se fa una promessa cascasse il mondo la mantiene.

Il taxi preso al volo alla stazione si dirige di corsa a Rue Wibur Wright.

Roxane è accanto a me col viso preoccupato. La guardo mentre il pensiero di mia madre si sostituisce a quello di David.

Non mi aspettavo di poterla conoscere in così breve tempo.

L'immaginazione non indugia a partire. Nei miei sogni è sempre stata una donna di bell'aspetto, dai tratti gentili e remissivi, un non so che di rosso nell’abbigliamento, i capelli raccolti, orecchini di perle e tacco alla francese. Ora ne ha 63 di anni. Chissà se sente il peso dell’età. Chissà come ha fatto a vivere col pensiero di dover sacrificare l’amore di una figlia per saperla in vita.

Rue Pierre Mendès France, siamo quasi arrivate.

Ecco la prossima dovrebbe essere Rue Wibur Wright.

Il taxi si ferma davanti a un palazzo enorme grigio con le finestre bianche, mentre scendo le gambe mi tremano. Roxane mi ha parlato di un appartamento al piano terra, potrebbe essere questo o quello laggiù. Mi fa segno di seguirla, avanziamo verso l’interno dove si apre un ampio giardino con al centro una piccola fontana, la statua di un putto offre acqua dalla bocca, dovrebbe essere quello lì facendomi segno con la mano.

Vedo fiori, tanti fiori sul davanzale della finestra, le cui tende a righe lasciano intravedere poco dall’esterno. La porta di ingresso è quella con gli scalini, ricorda Roxane. Cécile Le Blanc e Philippe Dupont riporta la targhetta affissa sulla porta. Roxane suona il campanello che io non oso toccare. Il cuore mi balza in gola.

Non avverto alcun movimento, né si percepiscono rumori…

Roxane si sporge per suonare di nuovo, ma nessuno viene ad aprire.

Il cigolio di una finestra dall’altro lato del palazzo attira la nostra attenzione, la vecchina che si affaccia ci chiede:

– Chi cercate?

Trattengo il respiro e la voce stenta ad uscire, come quando mi nascosi sotto la scrivania di Suor Celine in cerca dei documenti sulla mia identità.

– Cerchiamo la Signora Le Blanc, sa dov’è?

– Ah Cécile, la mia amica, è in ospedale la povera Cécile al Centre Hospitalier.

– E come mai? Le è successo qualcosa?

– Siete parenti?

– Sì ehm sì, questa donna è una sua parente…

Il respiro non si ferma stavolta.

– Ah ma come…? Ma avvicinatevi vi prego io non vedo bene.

Cécile è sempre stata sola, come me, povera donna.

Il marito l’ha lasciata, un mesetto fa si è trasferito a Parigi quel farabutto. Lei era così contenta di essersene finalmente liberata, non le sembrava vero, diceva di voler partire anche lei per andare lontano da qui, voleva raggiungere una persona, ma non mi ha mai detto chi fosse questa persona. E si stava preparando a lasciare tutto quanto quando è successo quello che non doveva succedere.

Io ero con lei sapete, un improvviso malore…alla testa, non so dire il termine che i medici hanno usato, apo...qualcosa ma quello che so è che da quel momento non si è più svegliata.

Io ho fatto tutto quello che potevo fare, ho raccolto le poche cose che aveva preparato in borsa e ho fatto chiamare l’ambulanza dalla signora Lacroix.

Povera Cécile, la circolazione le ha sempre dato problemi.

È successo tutto così velocemente.

– Quando signora, quando è successo? Le chiedo con la voce affannata.

– Nel primo pomeriggio di ieri, saranno state le tre.

Mi aveva chiamata per dirmi delle piante, quando innaffiarle in sua assenza, ho visto le valigie preparate ma non ha fatto in tempo a dirmi tutto la povera Cécile.

Le infermiere dell’ospedale mi hanno consigliato di parlarle.

La mia voce avrebbe potuto risvegliarla…mi hanno detto, lo credete vero?

Soprattutto se ero una persona a cui voleva bene, ma lo sapevo che l’episodio della spazzatura se l’era legato al dito. Io non volevo farlo, è stata la signora Lacroix a dirmi di attaccarle un cartello per la spazzatura fuori la porta.

– Va bene signora la ringraziamo. Ha detto il Centre Hospitalier?

– Si signorina sì, può darsi che riuscirete a svegliarla voi Cécile, così la riportate a casa.

Roxane mi osserva con sguardo interrogativo …

La ruga in mezzo alla sua fronte tradisce la stanchezza e la tensione.

Ho bisogno di sedermi le dico.

Raggiungiamo l’altra parte della strada, mi siedo su una panchina.

– Perché? Perché le cose non possono mai andare come voglio? Mi sento la testa girare in un vortice.

– Calma Delphine, vado al bar a prenderti qualcosa da bere.

– No per favore, non ti muovere da qui. Non lasciarmi sola, ho paura di sentirmi male.

– Che intendi fare adesso?

– Non lo so, mi ritrovo a conoscere l’unica madre che ho in ospedale, al suo capezzale.

E per dirle cosa? Che sono la figlia che cercava di raggiungere? Che fare? Andare lì e sperare che si svegli come dice la vicina? Povera me, povera stupida, che pensavo di ottenere? Di colmare finalmente il vuoto di una vita spesa a pensare a come sarebbero state le cose se fossi vissuta con lei?

Che strazio Roxane! Che strazio! Mi sento il cuore scoppiare.

Le lacrime mi inondano il viso e i singhiozzi diventano sempre più rumorosi.

Roxane mi stringe la testa con le mani accostandola al suo corpo sudato, un passante mi guarda stranito e rattristato.

Il destino mi ha beffato ancora una volta.

In preda a un torpore generale, non riesco più a decidere e lascio che Roxane lo faccia per me.

Saliamo di nuovo su un taxi diretto al Centre Hospitalier.

– Che io ricordi è un buon ospedale, vedrai che la rimetteranno in sesto, cerca di rincuorarmi Roxane.

Salire le scale non mi è mai pesato così tanto. Guardando il marmo degli scalini, sento risucchiarmi dal basso come se fossero sabbie mobili. Cerco di distrarmi ma la pesantezza del mio corpo me lo impedisce.

Arrivate nel reparto di neurochirurgia, l’infermiera ci indica la stanza.

D’improvviso risento il cuore che comincia a battere così forte da non poterlo controllare, come se prima avessi potuto farlo. La porta è aperta, intravedo un letto. Sono circa due metri distante da te, ora il cuore mi si ferma.

Roxane mi sorregge e sento che mi spinge a camminare verso l’interno della stanza.

Arriviamo all’uscio e ho voglia di fuggire. Faccio per voltarmi ma Roxane mi afferra per un braccio – siamo venute per lei – mi ricorda con sguardo duro.

Sei da sola in questa stanza, hai gli occhi chiusi, le mani stese lungo il corpo, il viso pallido.

Mi siedo accanto al tuo letto, gli ospedali hanno tutti lo stesso odore: alcol misto a polvere.

La vetrata della finestra è ampia e la luce del sole si propaga avvolgendo completamente il tuo corpo.

Il bianco è accecante e si espande fino a me seduta al lato opposto sulla punta della sedia.

Mi alzo. Forse perché il riflesso del sole mi impedisce di vedere chiaramente il tuo viso o forse perché presa da una smania non riesco a crederci ancora… che sei qui davanti a me.

Respiri come se stessi dormendo.

Nemmeno il colorito tradisce il tuo stato di salute.

La vicina ha detto di parlarti e io ti parlo con il cuore in mano e col desiderio che tu davvero possa sentirmi.

Le tue dita sono lunghe e affusolate, le so riconoscere le dita giuste per suonare l’arpa mi dico.

Guardo le mie per vedere se somigliano alle tue. Forse sì, ma le lacrime iniziano a riempire gli occhi e a stento riesco a osservarti come voglio. Mi giro per cercare Roxane ma non vedo più nemmeno lei.

Al collo non hai una collana di perle, ma una piccolissima croce, di diamanti, credo.

Forse riponi speranze in un Dio che non ti ha mai aiutata, non ha mai esaudito il tuo desiderio più grande.

Porti ancora la fede, segno della tua integrità morale e della tua fedeltà a un uomo che ti maltrattava, tradiva e ingannava. Come hai fatto a resistere tutti questi anni?

Non avresti mai potuto abbandonarmi di tua volontà, sapevo che non era un’attenuante che volevo a forza concederti. Quante volte ho pensato che qualcosa o qualcuno ti costringesse a stare lontana da me e che un giorno sarebbe poi scomparso come per magia.

Mi avvicino al letto.

Ora in controluce è la mia ombra a stendersi sul tuo corpo.

Tento di sfiorare il tuo viso, rugoso e vellutato, le tue ciglia lunghe, i tuoi capelli bianchi e le ciocche ancora castano grigio.

Avverto il calore del tuo corpo che riscalda le mie mani fredde e scioglie il mio cuore ormai colmo di preghiera e d’affetto per te.

Mi stringo al tuo petto inalando il tuo profumo sconosciuto.

Il tuo respiro è a tratti irregolare forse per il peso del mio corpo su di te.

Avvicino il mio viso al tuo mentre le lacrime ti bagnano con l’ingenua speranza di poterti svegliare.

Oh se mi potessi stringere, se le tue braccia potessero cingermi la vita, il collo,

se mi potessi baciare la fronte con le tue labbra, se tu potessi abbandonare la tua testa sul mio petto. Mamma, oh mamma non riesco a non pensare al tempo che ci è stato tolto, quanto desiderio di te nell’anima che questo momento sta colmando, quanti abbracci sognati che ora sembrano realtà.

– Delphine, David non è partito, è fuori e vorrebbe entrare.

– No, non ora Roxane, non so che dirgli.

– Hai qualcosa da dirgli Delphine.

– Ha aspettato quindici anni per dirmi di mia madre, ora spero non si dispiaccia se non uso la cortesia di dirgli subito ciò che mi ha spinto a venire qui.

– Ascolta, devo parlarti di una cosa importante.

– Non so di cosa tu voglia parlarmi ma non trovo ragioni più importanti che stare qui accanto a lei adesso.

– Delphine, posso solo immaginare come ti senti. Cécile ha affrontato una vita di sofferenze e il coraggio di questa donna difficilmente l’ho conosciuto in vita mia.

Anzi no…lo vedo solo ora, lo riconosco in te, che per anni hai lottato contro i tuoi stessi sentimenti cercando di trovare una giustificazione valida a quello che ti succedeva senza cedere a commiserazioni sterili e senza cercare colpevoli a tutti i costi.

Ma ora siamo alla resa finale e non possiamo tornare indietro.

I medici ci hanno appena riferito che Cécile non ha speranze, le sue condizioni non sono migliorate da ieri e si aspettano che possa lasciarci da un momento all’altro.

Abbiamo scoperto anche che tra la documentazione medica di Cécile c’è il suo consenso alla donazione degli organi.

So che può sembrarti una mostruosità da parte mia pensare a una cosa del genere,

ma… tua madre può salvarti la vita e per quanto possa avere dell’incredibile questa storia, non sembra affatto un caso che tu sia arrivata qui proprio in questo momento.

– No, non continuare ti prego, non riesco e non voglio pensare a niente in questo momento.

– Tua madre può salvarti la vita una seconda volta e non puoi rifiutarti di considerarlo, non sei qui per caso.

– Non avrei mai potuto pensare che il sostegno che ero venuta a chiederle potesse essere un sacrificio pari alla sua stessa vita.

– Nessuno poteva immaginarlo, ma è opportuno che ora ci pensi. Tra poco farà buio. Vado a prendere qualcosa da mangiare. Porto David con me, nel frattempo aspettami qui.

La luce che entra nella stanza è diventata soffusa, non vedo il tramonto dalla finestra, ma raggi lontani timidamente illuminano le pareti.

Ti guardo ancora incredula e con la testa piena di se. Tante le domande, nessuna ha risposta.

Una voce proveniente dalla porta sospende i miei pensieri, provo a ignorarla evitando di distogliere lo sguardo da te, ma quel tono quasi familiare cattura inevitabilmente la mia attenzione.

– Salve, volevo avvisarla che tra poco l’orario delle visite termina.

Guardo l'ora dell'orologio appeso sopra l’uscio, sono le sette, questa volta non mi manca la certezza, anzi forse preferirei tornare a prima, a quando non ne avevo di certezze su di te.

– A che ora esattamente? – chiedo, con ingenuità e forse speranza di poter avere più tempo.

– Alle sette e mezza viene richiesto ai familiari di lasciare la stanza.

– Solo mezz’ora – bisbiglio quasi senza rendermi conto.

– Mi dispiace, so che la signora Le Blanc sta molto male. Volevo proporle una preghiera prima di andarsene, se per lei va bene.

– Ecco io non saprei o forse non sono in animo di fare preghiere in questo momento.

– Permette che lo faccia io in silenzio?

– Lei è una suora?

– No, sono una novizia volontaria qui al Centre Hospitalier.

– Ah capisco.

– È sua madre?

– Sì, si chiama Cécile e l’ho conosciuta solo oggi.

– Ah... mi scusi non si offenda se mi vede sorridere ma la trovo proprio una bella storia: riuscire a sentire la voce della propria figlia prima di lasciare per sempre questa vita ha del miracoloso.

– Un miracolo sarebbe se si svegliasse.

– Vede, al contrario di quanto si possa pensare i miracoli non hanno nulla di sensazionale.

– Che intende?

– È facile avere fede se otteniamo quello che chiediamo senza problemi, è difficile avere fede quando ci viene chiesto di abbandonarci a circostanze che sembrano inconciliabili con la nostra vita.

– Ho ritrovato mia madre nel momento in cui non potrò vederla mai più, nel momento in cui ho saputo di avere una malattia grave e lei non potrà mai essermi di sostegno. Questa le sembra una circostanza conciliabile con la vita di qualcuno?

– In alcuni momenti della nostra vita non è importante come andranno le cose, se le riteniamo giuste o no. Non sta a noi agire, c’è chi lo fa per noi. Conosce quella pratica di lasciare andare il proprio corpo all’indietro sapendo che c’è qualcuno che ci prenderà?

Basta fare questo e credere che nulla avviene per caso.

Le svelo un segreto di chi è credente: sentirsi amati permette alla nostra anima di fluire dal nostro respiro e arrivare agli altri.

Sua madre ha la possibilità di sentire il suo respiro prima di morire, ed è il regalo più bello che lei potesse farle. Pensi se fosse morta da sola, qui, senza nessuno.

– Vogliono che mi prenda il suo fegato per salvarmi la vita e io non so se posso farlo.

– Ascolti il respiro di sua madre, solo così percepirà la sua anima e il suo amore; sono sicura che tutte le sue domande avranno una sola risposta.

Ora la lascio alla sua preghiera.

– Grazie… non credo di aver sentito il suo nome…

– Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa...

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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

3 Marzo 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

Classico esempio di fiaba surreale che vuole essere molto più di quello che in effetti è, contenendo, ed aprendo senza svilupparli, spunti di ogni genere a beneficio degli interessi e della filosofia dell’autore.

“La vera storia della piccola fiammiferaia”, di Sergio Cena, è una rivisitazione della favola di Andersen, ma qui la protagonista finisce in paradiso, dove incontra figure oniriche che potrebbero ricordarci quelle incrociate da Alice nel paese delle meraviglie, se ne conservassero la potenza immaginifica e se non fossero appesantite dal credo anarcoide dell’autore. La coprofagia degli agenti antisommossa ha una vaga reminiscenza omerica (se si pensa ai compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe) ma risulta terribilmente sgradevole e fine a se stessa.

Patrizia Poli

Inviate i vostri racconti (massimo 5 cartelle) a ppoli61@tiscali.it

LA VERA STORIA DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA

La piccola fiammiferaia se ne stava rannicchiata all’angolo di due vie, offrendo zolfanelli ai passanti che, improvvisamente, tre passi prima di passare di fronte a lei, diventavano sbadati o distratti o trovavano modo di salutare qualche perfetto sconosciuto che transitava sul marciapiedi opposto.

“Signore vuole comprarmi una scatola di zolfanelli?” Chiese la piccola fiammiferaia a un tizio in ghingheri che stava scendendo da una Maserati ultimo modello.

“Come osi interpellarmi lurida mendicante!?” Disse l’uomo accendendosi un sigaro grosso e lungo con il suo accendino di platino tempestato di diamanti.

La piccola fiammiferaia, rabbrividendo per il freddo, guardò l’uomo allontanarsi e accese uno zolfanello per scaldarsi le dita ghiacciate e stava per accenderne un altro, quando un’ombra le si parò innanzi. La piccola fiammiferaia alzò lo sguardo e vide la figura imponennte di uno sbirro che, con il suo ridicolo berretto in testa, la interpellò con aria truce: “Lo hai il permesso per vendere infiammabili? Eh, lo hai il permesso!?”

Non fosse stata la vigilia di Natale e non avesse avuto così freddo, la piccola fiammifaraia avrebbe cercato di sgusciare tra le gambe dello sbirro, invece, infreddolita e intorpidita com’era, disse semplicemente: “ No, non ce l’ho il permesso per vendere infiammabili.”

“Allora mi sa che ti appioppo una bella multa, che te ne ricorderai per un pezzo”, disse lo sbirro fregandosi le mani soddisfatto.

“Ma non ho venduto neppure uno zolfanello!” protestò la piccola fiammiferaia.

“Allora te ne appioppo anche una per occupazione del suolo pubblico, replicò lo sbirro facendo uscire di tasca il blocco delle contravvenzioni.

Lo sbirro succhiò pensosamente il cannello della penna biro, ché la minima riflessione impegnava seriamente le sue facoltà intellettive, poi con un sorriso a trentasei denti, non uno di meno, aggiunse: “E poi ti porto all’orfanotrofio.”

La piccola fiammiferaia, nel sentire nominare l’orfanatrofio, sapendo esattamente di cosa si trattava, freddo o non freddo, trovò la forza di scattare in piedi e fuggire a gambe levate tra una folla carica di pacchetti natalizi. Lo sbirro, invece, con il suo blocco di contravvenzioni in mano, scivolò su una sghinga di cane e planò nella vetrina di una pasticceria di lusso, rompendosi l’osso del collo.

La piccola fiammiferaia tanto corse che si trovò in men che non si dica alla periferia della città. Trafelata e ansante si accorse di un banco che distribuiva la zuppa. L’odore della zuppa, pur non essendo gran cosa, le fece gorgogliare lo stomaco, ma non avendo mangiato da tre giorni, trovò l’odore assolutamente delizioso, cosicché decise di mettersi in coda per aver un po’ di zuppa anche lei.

Quando arrivò il suo turno, la donna che serviva la zuppa la guardò d’un occhio con aria sospettosa. “Sei una rifugiata siriana?” le chiese brusca.

“No, signora, non sono una rifugiata siriana”, rispose la piccola fiammiferaia.

“Sei per caso una rifugiata circassa?”

“No, signora, non sono una rifugiata circassa”, ripeté ancora la piccola fiammiferaia.

La donna che serviva la zuppa ora la guardava apertamente con sospetto. “Allora, dimmi, di quale Paese sei rifugiata?” volle sapere.

“Di nessun paese”, ripose la piccola fiammiferaia. “Sono di qui.”

“Allora niente zuppa, tu non ne hai il diritto. Via di qui pezzente, fila!” intimò la donna che serviva la zuppa.

La piccola fiammiferaia fece la mossa di andarsene, ma un negro che era dietro di lei la trattenne per un braccio dicendo: “Aspetta piccola, dividerò con te la mia zuppa.”

“Ah, ah!” fece la donna che serviva la zuppa, che aveva udito le parole del negro. “Prova a darle anche solo una cucchiaiata di zuppa e potrai andare altrove a riempirti la pancia.”

Il negro stava per protestare, ma la piccola fiammiferaia gli disse di lasciar stare e, prima che alla donna venisse in mente di telefonare all’orfanatrofio, si rimise a correre per le buie vie della periferia.

Senza più un briciolo di fiato, la piccola fiammiferaia si lasciò scivolare a terra e, appoggiata al muro di mattoni anneriti di una fabbrica abbandonata, cercò di riprendere le forze che non vennero. Affaticata e infreddolita, accese uno ad uno gli zolfanelli che le restavano, senza riuscire a scaldarsi. Allora lasciò che il freddo la penetrasse e, mentre diventava insensibile alla morsa del gelo, si mise a pensare a certe finestre che aveva visto quando il tempo era ancora clemente, dalle quali usciva odore di buono tra un coro di voci allegre.

Raggomitolata su se stessa con la visione del calore di quelle finestre si assopì dolcemente per non svegliarsi più.

Il corpicino senza vita fu trovato l’indomani dagli uomini della nettezza urbana, venne un’ambulanza che lo trasportò all’obitorio, dove fu sezionato per il più gran bene dell’umanità.

La piccola fiammiferaia aprì gli occhi e con grande stupore si accorse di essere in un prato cosparso di papaveri rossi, ma di un rosso così rosso come solo i papaveri sanno essere rossi, di fiori gialli, di fiori azzurri e anche, ma per vederlo occorreva fare attenzione, di fiori screziati. Godendosi il tepore del sole, la piccola fiammiferaia guardò le nuvole bianche che veleggiavano nell’azzurro del cielo e si chiese com’era che d’un tratto fosse primavera e, visto che c’era, si domandò anche dove fosse finita la fumosa periferia della città. Si guardò attorno, ma della città nessuna traccia.

“Com’è che sono finita in questo bel posto?” Si chiese, e mentre se lo chiedeva scorse una donna che all’ombra di un parasole le si avvicinava.

Vedendola così bella ed elegante, la piccola fiammiferaia rimpianse di non avere più zolfanelli da vendere, perché certamente, ne era sicura, la bella signora ne avrebbe comprati e con i soldi che le avrebbe dato avrebbe potuto comprarsi una bella pagnotta calda di forno.

La bella signora, che intanto era giunta a pochi passi dalla piccola fiammiferaia, le sorrise. La piccola fiammiferaia, incoraggiata dal sorriso della bella signora, trovò il coraggio di chiederle: “Signora, per favore mi può dire dove siamo?”

“Siamo in Paradiso, piccola mia”, rispose la bella signora.

“E dov’è il Paradiso?” Chiese la piccola fiammiferaia che non aveva mai inteso parlare di un posto nomato così.

“È qui”, rispose la bella signora.

“È molto bello qui”, disse la piccola fiammiferaia, “ e mi piacerebbe starci un po’, prima che venga qualcuno a cacciarmi.”

“Ma nessuno può cacciati dal Paradiso. Qui sei a casa tua”, la rassicurò la bella signora.

“Non vedo case”, disse la piccola fiammiferaia guardandosi attorno stupita. “Comunque io di case mica ne ho.”

“Oh”, disse la bella signora, “quando la vorrai l’avrai la tua casa e fatta a misura per te.”

“Per adesso mi accontenterei di mangiare”, sospirò la piccola fiammiferaia. “È da tanto tempo che non mangio più, che nemmeno me lo ricordo.”

“Prendi questo”, disse la bella signora, tendendole un cestino della merenda che, la piccola fiammiferaia ne era certa, la bella signora non avesse con lei al suo arrivo.

“Ci troverai dentro quel che ti piace e, prima che tu abbia ancora fame, avrai la tua casa con la dispensa piena delle cose che ti verrà in testa di mangiare.”

La piccola fiammiferaia accettò con grazia il cestino della merenda che la bella signora le offriva, un po’ perché aveva fame, ma proprio una fame da lupi, un po’ perché era curiosa di vedere l’effetto che le avrebbe fatto ricevere un regalo, perché davvero nessuno le aveva mai offerto qualcosa, a parte gli scapaccioni che si prendeva quando tornava senza aver venduto tutti gli zolfanelli.

Come ebbe in mano il cestino della merenda, la bella signora le disse: “Scusami, ma ho un affare urgente da sbrigare. Ci vediamo caruccia.” E se ne andò.

La piccola fiammiferaia, visto un bel pietrone che troneggiava in mezzo al prato, lo raggiunse, vi si accomodò sopra ed aprì il cestino della merenda. “Una coscia di pollo arrosto!” esclamò, che del pollo arrosto conosceva solo l’odore. Assaggiò e scoprì che la carne calda del pollo arrosto era davvero squisita. Terminata la coscia di pollo, stava per deporre giudiziosamente l’osso nel cestino, quando vide una bella fetta di groviera, con talmente tanti buchi che faceva veramente piacere guardarla. Prendendola delicatamente tra le dita, assaggio e trovò che anche quella era buona, ma proprio buona che più buona non si può. Terminata la fetta di groviera, la piccola fiammiferaia si disse che sarebbe stato troppo bello riaprire il cestino e trovarvi dentro una banana, perché lei di banane non ne aveva mai mangiate, ma a vederle le davano veramente tanta voglia. Sollevando un pochino il coperchio del cestino della merenda, sbirciò all’interno e vide qualcosa di giallo. “Accidempoli”, fece, “vuoi vedere che c’è dentro veramente una banana! Assaggiando la banana si disse che non aveva mai assaggiato niente di così buono, ma poi pensando che non conosceva altro che il pane secco, si disse che era troppo facile e si mise a ridere, dicendosi che da quel momento sì che sarebbe stato un po’ più difficile dire una cosa così.

Ristorata, ebbe voglia di camminare, cosicché, cammina che cammina, incrociò una stradina di terra battuta.

“Deve essere la strada che porta alla casa della bella signora”, si disse osservandola e, contenta della sua scoperta, prese a seguire la stradina. Dopo un po’ che camminava all’ombra di grandi alberi fronzuti lungo la stradina di terra battuta, vide in lontananza un omaccione appoggiato alla balaustra di un ponticello.

“Deve essere il guardiano della casa della bella signora”, pensò. “Se mi chiederà chi sono e cosa vengo a fare a casa della bella signora, gli dirò che sono venuta a restituire il cestino della merenda, così mi lascerà passare.”

Con quell’idea in testa, si avvicinò all’omaccione che, intanto, accortosi della sua presenza, la stava osservando avvicinarsi.

“Come ti chiami bella bambina?” chiese l’omaccione con un vocione grosso almeno quanto la sua persona, appena la piccola fiammiferaia fu a portata di voce.

“Sono la piccola fiammiferaia, rispose la piccola fiammiferaia.

“Mica è un nome Piccola Fiammiferaia!” fece sapere l’omaccione.

La piccola fiammiferaia sentendosi piccola piccola di fronte all’omaccione, con un filo di voce rispose: “Signore, temo di non aver altro nome che questo.”

“Suvvia, disse l’omaccione, non vorrai mica che la gente passi il tempo a chiamarti Piccola Fiammiferaia, no!?”

La piccola fiammiferaia, che non sapeva cosa rispondere, si strinse nelle spalle.

“Fiammetta!” Esplose il vocione dell’omaccione. “Ti va se ti chiamerò Fiammetta?”

“Oh, Fiammetta è proprio un bel nome, rispose la piccola fiammiferaia. Lei è davvero gentile ad avermi trovato un nome così bello.”

“Oh, non è niente”, rispose l’omaccione. “È che sono un poco poeta.”

“E cosa è che fa un poeta?” Volle sapere la piccola fiammiferaia, che ora si chiamava Fiammetta.

“Scrive parole, ma non proprio parole qualunque, ma delle parole che messe insieme prendono un senso che nessuno sospetterebbe che potrebbero assumerlo delle parole qualunque messe insieme.”

“Ah”, fece Fiammetta, “deve essere un mestiere difficile fare il poeta.”

“Dipende”, disse l’omaccione. “Certi giorni è difficile difficile e certi giorni è facile facile, solo che non sai mai quando è uno dei giorni difficili o uno di quelli facili, ma è solo il giorno dopo che sai che il giorno avanti, quello che pensavi fosse un giorno di quelli facili facili era invece uno di quelli difficili difficili, ma così difficili che non ti dico, oppure il contrario, che quello che pensavi fosse un giorno difficile era invece un giorno facile facile, come quelli che se ne vedono pochi.”

Impressionata, Fiammetta guardò l’omaccione piena di ammirazione e disse: “Accidenti, deve essere più difficile fare il poeta che vendere zolfanelli all’angolo della strada.”

“Devi avere ragione, piccola, perché davvero a me nessuno, ma proprio nessuno, ha mai comprato una sola poesia.”

“Poveretto”, disse Fiammetta, “e com’ è che ti riusciva di tirare a campare?”

“Mica mi è riuscito”, disse l’omaccione col vocione che si era fatto triste.

“Sono crepato di fame. O meglio stavo tranquillamente crepando di fame quando è arrivato un gruppo di agenti antisommossa che a colpi di sfollagente mi ha aiutato a rendere l’anima.”

“Avevi rubato un’anima!?” chiese Fiammetta stupita, anche se non aveva la minima idea di cosa potesse essere un’anima.

“Oh, è solo un modo di dire”, spiegò l’omaccione. “Comunque senza saperlo, gli sbirri quel giorno mi fecero un favore, ma proprio un gran favore.”

“Non capisco dove stia il favore nel bastonare un povero poeta che crepa di fame...” disse Fiammetta, confusa.

”È che poi mi sono ritrovato qui, e qui sto bene”, spiegò l’omaccione.

“Non ci sono sbirri qui in Paradiso?” Chiese Fiammetta con un filo di voce.

L’omaccione rise con un vocione così grosso, che tutto lì intorno sembrò ridere con la sua stessa voce.

“Certo che ce ne sono di sbirri, mia cara, ma stanno al loro posto.” Così dicendo l’omaccione indicò in basso del ponte.

Curiosa Fiammetta diede un’occhiata e vide una mandria di agenti antisommossa che grufolava nel torrente a secco.

“Cos’è che mangiano? Non vedo niente che si possa mangiare nel greto, a meno che non si mangino i ciottoli.”

“Ognuno mangia la cacca dell’altro”, disse l’omaccione.

“E perché si mangiano l’un l’altro la cacca?” Fece Fiammetta disgustata.

“Così imparano ad aver fatto gli agenti antisommossa.”

“Ma è disgustoso!” disse Fiammetta storcendo la bocca.

“Anche loro lo trovano disgustoso, solo che non possono fare a meno di papparsi l’un l’altro la cacca.

Ad un tratto a Fiammetta parve di riconoscere lo sbirro del giorno prima. “Lo conosco quello!” Esclamò.

“Quello? È appena arrivato, e te lo dico io che dovrà mangiarne di cacca!”

“Ma tu come fai a sapere tante cose ? chiese Fiammetta.

“È che sono il guardiano della mandria e il mio compito è quello di non lasciarli dormire sino a che non hanno mangiato la loro razione di cacca quotidiana.”

“Oh”, fece Fiammetta, “davvero non è un bel lavoro per un poeta.”

“Ma è già meglio che stare al loro posto.”

“Di questo non dubito proprio”, disse Fiammetta con un brivido.

Poi aggiunse: “Ora devo andare, la bella signora che ho incontrato mi ha detto che avrò una casa fatta su misura per me e non vorrei proprio che fosse vicino a quei tipi cattivi.”

“Tu devi aver incontrato la Madonna, disse l’omaccione. Non ti sei accorta che era la Madonna?

“Chi è la Madonna?” Chiese Fiammetta.

“È la dea più antica dell’universo”, spiegò l’omaccione

“E cosa è una dea?” volle ancora sapere Fiammetta.

“Ecco... una dea è... come dire ? Un essere, ma non proprio un essere, ma più di un essere, che comunque è un essere, perché per essere è, che insieme ad altri esseri come lei ha fatto in modo che questo universo esistesse.”

“Accidenpoli ! E una donna... voglio dire una dea così si è fermata a parlare con me, esclamò Fiammetta, considerando per la prima volta, il suo vestitino grigio che era tutto un rattoppo.”

“Oh”, fece l’omaccione, “se è per questo l’altro giorno giocavo a briscola con Manitù e ho anche vinto un totem e tre amuleti.“

Fiammetta non sapeva chi fosse questo Manitù, ma pensando dovesse essere come la Madonna o qualcosa così, fu molto, ma molto impressionata.

“Bene”, non ti trattengo, disse l’omaccione. “Vedo là due bighelloni che se la dormicchiano e devo andare a dargli la sveglia.... Ah dimenticavo, mi chiamo Cosetto.”

“Felice di aver fatto la tua conoscenza, Cosetto”, disse Fiammetta, e si allontanò contenta, ma proprio contenta che non avrebbe saputo dire quanto fosse contenta.

Percorso qualche chilometro, la stradina si inoltrava in un bosco grande almeno come una foresta. La piccola fiammiferaia che ora si chiamava Fiammetta, non aveva mai inteso parlare di lupi e di altri pericoli che, non si sa perché, ma si nascondono sempre, ma dico sempre sempre nei boschi, non fu neanche un pochino spaventata di entrare nel bosco, e invece di rabbrividire nell’ascoltare le voci misteriose del bosco, ne fu incantata.

Camminando tranquilla tra la foresta di alberi del bosco, ascoltava il cuculo cuculare, il merlo merleggiare e gli altri uccelli uccellare e, quando udì il rumore di una cascatella, ancor più incuriosita, si mise a seguire un ruscello che ruscellava lì per caso, per vedere com’era che l’acqua facesse tanto baccano. Quando Fiammetta vide l’acqua gettarsi dall’alto di un monticello, saltellando di roccia in roccia, restò ancora una volta incantata, ma così incantata che non si accorse subito dello zufolare che pareva provenire da una vecchissima quercia frondosa, ma così frondosa, che se fosse stata solo un po’ più frondosa avrebbe rischiato di non essere più una quercia. Però alla fine Fiammetta intese lo zufolare e chiedendosi come mai una quercia così vecchia sentisse il bisogno di zufolare le si avvicinò e toh, mica era la quercia che zufolava, bensì un ragazzino che soffiava dentro un flauto di Pan.

A vero dire Fiammetta non sapeva bene se fosse giusto definirlo un ragazzino quello che suonava il flauto di Pan, perché quello era un ragazzino solo per metà, mentre per l’altra metà si sarebbe proprio detto una capra.

“Cos’è che sei ?” gli chiese Fiammetta, che non aveva mai visto niente di simile.

Il metà ragazzino, metà capra, smise di zufolare e senza mostrarsi sorpreso dalla presenza di Fiammetta rispose: “Ma sono un fauno, che altro se no !?”

“E cosa fanno i fauni, a parte zufolare, s’intende”, volle sapere Fiammetta.

Il fauno si grattò pensieroso uno dei due cornetti che gli spuntavano dalla fronte, poi rispose: “Normalmente i fauni fanno i fauni, come le ninfe fanno le ninfe. Però io adesso ti stavo aspettando e mentre aspettavo zufolavo”.

“Tu sapevi che sarei passata di qui!?” fece Fiammetta stupita.

“Sì”, rispose il fauno. Me lo ha detto Venere. Sai, la signora che ti ha dato il cestino della merenda.”

“Pensavo che quella signora si chiamasse Madonna, disse Fiammetta. Almeno così mi ha detto Cosetto.”

“Oh, Cosetto ha ragione”, acconsentì il fauno, “ma è che Venere ha molti nomi. Anche noi fauni a volte la chiamiamo Venere, a volte Afrodite, altri la chiamano la Dea madre, altri ancora la chiamano Maria, a volte Madonna...”

“Deve essere perché è una dea che ha tanti nomi”, rifletté Fiammetta interrompendo l’elencazione del fauno.

“Ecco è così, hai proprio capito”, fece il fauno battendosi il pugno sul palmo della mano.

“Invece tu come ti chiami?” chiese Fiammetta.

“Il mio nome è Panuccio. Dimmi ti piace il mio nome?”

“Moltissimo”, fece Fiammetta. “Panuccio è davvero un bel nome, tanto bello che deve essere Cosetto ad avertelo dato.”

“Verissimo”, fece il fauno, “è stato proprio Cosetto a chiamarmi Panuccio. Prima del suo arrivo in Paradiso mi chiamavo solo Fauno, proprio come tutti gli altri fauni, cosicché quando uno si metteva a chiamare un fauno era davvero un pasticcio, perché nessuno sapeva quale fauno chiamasse, ma adesso so che quando uno chiama Panuccio è proprio me che chiama e mi risparmio un sacco di corse inutili.”

“E com’è che si chiamano gli altri fauni?” volle sapere Fiammetta.

“Cosetto ha dato un nome a ciascuno di loro, ma la lista sarebbe troppo lunga per elencartela adesso. Però Cosetto è un vero onomatopeuta e Venere, voglio dire la Madonna, è davvero contenta e uno di questi giorni lo farà salire alla seconda sfera celeste.”

“Sì, ripose Fiammetta, Cosetto è davvero un gran onocoso... voglio dire, poeta.”

Mentre discorrevano, Panuccio e Fiammetta avevano raggiunto la stradina e insieme si misero a percorrerla. Panuccio spiegava a Fiammetta com’era la vita lì in Paradiso e di come fosse sufficiente desiderare una cosa per ottenerla, ma che per ottenerla bisognava avere un’idea precisa di cosa desiderare, cosicché non era possibile ottenere una cosa di cui si era soltanto sentito parlare, ma che bisognava averne avuto l’esperienza, cioè averla conosciuta, ed era per questo che tutti incontravano tutti, perché così si scambiavano esperienze e più esperienze si facevano più la vita diventava gradevole, perché lì la vita era lunga quanto l’eternità, neanche un secondo di meno, ma che se uno al posto di annoiarsi diventava proprio bravo nel fare qualcosa, ma proprio una cosa qualunque, allora Venere, cioè la Madonna, appena aveva un momento di tempo libero, veniva a darti il biglietto per andare nella seconda sfera celeste e lì si cominciava una nuova vita, che però nessuno sapeva come fosse, ma visto che nessuno tornava indietro, tutti pensavano che lassù si dovesse proprio stare bene, senza tutte quelle mandrie di lazzaroni schifosi che pascolavano e impestavano l’aria e poi c’era da dire che...

Per Fiammetta la seconda sfera celeste per il momento poteva stare dove si trovava e ammantarsi di tutto il mistero di cui voleva ammantarsi. Per ora si accontentava del vestitino rosso, ma proprio rosso rosso come solo sanno essere rossi i pa paveri, che aveva sostituito lo straccetto grigio unto e busunto, tutto un rattoppo, che indossava pocanzi, e delle scarpette di vernice nera, con il bottone sul lato che brillavano che era un piacere vederle... e poi là, in cima alla collina, non era forse la sua quella casetta d’odoroso legno di pino col tetto appuntito appuntito, tutta ricoperta d’edera verde, ma così verde come solo l’edera sa essere verde?

Sergio Cena

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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

25 Febbraio 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

Ha il tono di una vecchia ballata, “Leggenda di periferia”, di Sergio Cena. Un uomo, una donna, la vita di strada, l’aggressione da parte di tre naziskin. Lui tratta male la compagna, la insolentisce, ma quando è il momento di difenderla non si tira indietro. Due persone ai limiti della società, libere e prive di legami, se non la solidarietà che unisce l’una all’altra e che si rinnova ogni giorno, come se si riscegliessero ogni volta, di là da ogni convenzione. Personaggi che si muovono in una periferia degradata come nel vecchio West, oppure sul palcoscenico di un teatro beckettiano.

L’iniziale descrizione d’ambiente è davvero molto efficace e anche lirica. Un po’ meno lo sono i dialoghi, dove la volgarità un po’ insistita appare di maniera.

La continua ripetizione di "l'uomo disse" ,"la donna disse", con l'aggiunta di "con voce lamentosa, con voce piagnucolosa etc etc", rende poco agile e moderna la narrazione. (Patrizia Poli)

Inviate i vostri racconti a ppoli61@tiscali.it specificando in oggetto: "Laboratorio di Narrativa"

LEGGENDA DI PERIFERIA

Era un vecchio angolo di periferia di città, un grigio suburbio cadente e inselvatichito. Anche i muri di scuri mattoni, al limitare dei deserti complessi industriali, parevano grigi alla luce dei fiochi, rari lampioni che costeggiavano la strada che s’allungava sino ai campi di grano. Fosche, nere e inquietanti erano invece le costruzioni che si potevano intravedere al di là dei muri, con le vetrate spezzate, simili a voraci bocche sdentate; le ciminiere inerti che ancora conservavano il ricordo di fumi avvelenati; i tralicci di ferro contorti e i gasometri sfiatati. Sui marciapiedi di cemento crepato, lungo i muri, e sul bordo della strada, unico segno di vita, vegetavano stantie e secche erbacce, giallastre alla luce del sole, ma ora simili a cenere. Una cicoria, testarda e disperata aveva bucato il catrame della strada e, trionfante, era fiorita con un unico misero fiore di un celeste slavato. Da un lato la strada si perdeva nel buio della campagna, dall’altro sfociava nella luce stantia, opaca, polverosa di una piazza, ultima propaggine abitata della città dove una rossa insegna luminosa lampeggiava come un richiamo sbiadito dal tempo.

Fu da quel lato che ad un tratto cominciarono ad udirsi delle voci. Voci lontane che echeggiavano incomprensibili e aliene lungo i muri della strada deserta. Erano la voce di un uomo cui rispondeva una voce femminile, a passo lento, dolente, avevano preso a risalire la strada. Man mano che i due si inoltravano nella cupa zona industriale le loro parole si facevano più intelligibili sino a esprimere frasi sensate.

“Miché, piagnucolò ad un tratto la donna. Non ho più gambe, fermiamoci.”

“Mica possiamo fermarci in mezzo alla strada, rispose l’uomo con voce spazientita. Non hai visto i lampi che ci sono? Dagli mezz’ora e verrà giù che dio la manda.”

“Non mi sento più i piedi”, si lamentò ancora la donna.

“Cristo di un dio schifoso”, bestemmiò l’uomo. “Guarda te se mi devo trascinare dietro sta vecchia baldracca.”

“Ma qui ci sono soltanto muri, che riparo vuoi che ci diano!?” Si lamentò la donna.

“Sto cercando una guardiola, disse l’uomo esasperato. Ci sarà pure un cazzo di guardiola con tutte queste vecchie fabbriche, no!?”

“Non dovevi lasciare che ci cacciassero da dove si era, disse la donna. Va a sapere dove andremo a finire adesso.”

“In culo al diavolo andremo, ma dammi il tempo di arrivarci.

“Si stava così bene in quel capanno”, riprese a lamentarsi la donna. “Ci hanno messo fuori come due cani rabbiosi. Non avresti dovuto permetterlo.”

“Non avrei non avrei... cosa avrei dovuto fare secondo te, eh!? Erano quattro contro me solo. Ma un posticino finiremo per trovarlo, te lo dico io, cristo di un dio!”

“Non sappiamo nemmeno dove stiamo andando, lamentò la donna. È da stamattina che camminiamo e non siamo arrivati in nessun posto.”

“Qui siamo arrivati, disse l’uomo indicando una guardiola dalla larga vetrata sfasciata.”

La donna osservò dubbiosa il gabbiotto e sospirò: “Se si mette a piovere a tempesta non servirà a molto come riparo.”

“Sempre meglio che stare sotto la pioggia battente”, rispose l’uomo deponendo il sacco che si trascinava appresso all’interno della guardiola.

Scavalcò la vetrina e con un piede accumulò in un canto le schegge di vetro frantumato, poi aiutò la donna a passare all’interno.

La donna ascoltò il raschiare dei vetri sparsi che l’uomo continuava ad accumulare e si guardò intorno. Era nero ma si poteva scorgere la sagoma di un sedile. Ne tastò la resistenza e vi si lasciò cadere con un sospiro.

“Mica sarà facile dormire qui dentro con tutti questi vetri rotti”, disse osservando il luccichio sinistro delle schegge appuntite. “Abbiamo solo una coperta.”

“Prendila te, disse l’uomo. Io mi aggiusterò comunque.”

“Ho fame, si lamentò la donna. È da ieri che non mangio nulla.”

“Anch’io non ho mangiato niente, ma mi lamento io, vecchia baldracca?”

“Ho fame lo stesso”, insistette la donna.

“Cristo di una madonna puttana!” Bestemmiò l’uomo scavalcando il vuoto della vetrata. “Proprio a me doveva capitare sta lurida vecchiaccia che non la finisce mai di lamentarsi.”

Si cacciò le mani in tasca e si allontanò verso la piazza blasfemando tra i denti.

La donna disfece il fagotto che l’uomo aveva con sé, ne uscì una vecchia coperta militare, strusciò col piede lungo la parete di fondo del gabbiotto per assicurarsi che non vi fossero schegge di vetro, poi depose a terra la coperta e vi si allungò sopra poggiando il capo su quello che era rimasto del fagotto. Era così stanca che si sarebbe addormentata subito, ma le faceva paura restare sola in quel luogo sconosciuto, cosicché chiuse gli occhi, ma restò con le orecchie tese, in attesa che a Miché sbollisse l’ira e tornasse da lei.

I passi dell’uomo si fecero udire dopo una mezz’ora. Camminava con calma e fischiettava.

“Eccomi vecchia baldracca”, disse con voce allegra scavalcando il vuoto della vetrina. “Eccomi con due belle pizze Margherita tutte per noi.”

La donna si mise di scatto a sedere. Alle sue narici era giunto l’odore grato del cibo che le diceva che Miché non si stava prendendo gioco di lei.

“Attenta che è bollente”, disse l’uomo porgendole una scatola.

L’uomo estrasse dalla scatola la seconda pizza e la piegò in due, ne addentò un pezzo e strillò: “Cazzo se scotta, attenta vecchia che se mordi, calda com’è, ti cascano tutti i denti.”

“Ho troppo fame per lasciare che si raffreddi”, disse la donna a bocca piena.

Per un po’ masticarono in silenzio, poi la donna chiese: “Miché, come le hai pagate le pizze?”

“Trovato macchina aperta con borsello dentro”, spiegò l’uomo. “ Ho potuto comprare anche una birra e un’aranciata e mi è rimasta ancora un po’ di moneta.”

“L’aranciata!” Sospirò la donna. Mi è sempre piaciuta l’aranciata, sin da quando ero piccola.

“Le baldracche come te non nascono piccole, disse l’uomo. Nascono vecchie e baldracche.”

“Fa niente, disse la donna. Mi è sempre piaciuta lo stesso.”

Terminata la pizza, l’uomo tese la lattina alla donna e restarono a bere lui birra, lei aranciata.

“Mi ha fatto venir voglia di fare pipì”, disse la donna con voce lamentosa.

“Non aprire le cataratte del Niagara qui dentro!” Scattò l’uomo.

“Dammi una mano a uscire, va’”, disse la donna avvicinandosi alla vetrata.

La donna era appena uscita che l’uomo sentì provenire dall’esterno uno strano rumore come di pietrisco scosso dentro un sacco. Anche un gemito gli sembrò di udire, ma di questo non era sicuro.

“Cosa diavolo stai facendo baldraccona!?” Chiese sporgendosi oltre il bordo vuoto della vetrata.

Vedendo che la donna non rispondeva, scavalcò la vetrata, ma, fatto qualche passo, si arrestò. Subito subito pensò fossero poliziotti, poi guardie notturne, poi vide gli stemmi nazisti che brillavano cupamente sulle nere giacche attillate e capì. Si pulì le mani sul retro dei pantaloni e li osservò. Erano tre e lo stavano fissando con biechi sorrisi osceni. Gli sembravano proprio teste di morto. In mano tenevano catene da motocicletta che luccicavano sinistramente alla luce di un lampione. L’uomo capì che erano quelle ad aver fatto il rumore di pietrisco, allora il suo sguardo si posò al suolo e vide la donna giacere a terra.

Un urlo profondo gli scaturì dalle viscere e si dilatò nell’aria notturna squarciandola come un sipario di tela. Senza segno di preavviso si voltò di scatto e si precipitò addosso al teppista che stava alle sue spalle. Quello, preso di sorpresa, non ebbe il tempo di reagire. Trascinato sin contro la vetrata della guardiola, perse l’equilibrio e cadde all’interno la testa per prima.

Cadendo, il teppista si era lasciato sfuggire la catena che stringeva in pugno. L’uomo la raccattò d’un balzo e si voltò per affrontare gli altri due teppisti, ma la strada era tornata a essere deserta. Piegato leggermente sulle gambe, il volto trasformato da una diabolica maschera truce, l’uomo calmò l’ansito che lo asfissiava e si guardò attorno facendo roteare lentamente la catena, ma dei due non c’era più traccia.

“Miché”, chiamò flebile la donna. “Miché m’hanno schiantata.”

L’uomo si inginocchiò accanto alla donna e le sollevò il capo. “Cosa ti hanno fatto quei bastardi?”.

“Non lo so”, piagnucolò la donna. “Stavo per mettermi a fare pipì quando mi è precipitato addosso, sulla testa, sulla faccia e sulle spalle un fracco di botte. Dio santo, Miché, sono tutta un bruciore.”

“Vieni, vecchia mia”, disse l’uomo aiutandola a rimettersi in piedi. La osservò alla luce del lampione, ma si accorse solo di un segno rosso, da cui si affacciavano regolari gocciole di sangue, che le attraversava una guancia.

“Non è niente, vecchia baldracca”, disse l’uomo, tamponandole il volto con uno sporco pezzo di stoffa che gli serviva da fazzoletto. “Domani sarà tutto passato.”

Impaurita, la donna prese lo straccio e se lo tenne sulla guancia guardandosi intorno. “Quanti erano Miché? Dio santo che fracco me ne han fatto.”

“Erano tre, ma questa volta non mi sono lasciato fare, vecchia mia.”

La donna si guardò attorno con occhi dilatati. “Andiamocene di qui prima che quelli tornino”, disse con voce lamentosa.

Mentre parlava, la donna era indietreggiata sino alla guardiola, si voltò e cacciò un urlo. Si precipitò accanto all’uomo, lo afferrò per le braccia e balbettò: “Ce n’è uno là dentro che mi sta guardando!”

L’uomo improvvisamente si ricordò del teppista che aveva spinto all’interno della guardiola. Tornò a far ruotare la catena e si avvicinò cauto alla vetrata.

Il teppista era steso a terra. Il suo corpo era disarticolato, ma, col capo appoggiato su un grosso ciottolo, lo guardava con occhi fissi, maligni. L’uomo lo osservò attentamente per capire se fosse veramente stecchito, ma il teppista era davvero afflosciato. Pensò al loro misero bagaglio rimasto all’interno della guardiola e rabbrividì. Non gli andava proprio per niente di tornare là dentro, ma la donna lo guardava e non avrebbe accettato di partire senza il poco che avevano.

“Recupero la nostra roba e ce ne andiamo”, Scavalcò il buco della vetrata di lato, in modo da tenersi il più possibile lontano dal cadavere. I suoi piedi scricchiolarono sul mucchio di schegge vetro che aveva accumulato. Al rumore l’uomo rabbrividì tanto gli parve rumore di ossa infrante. Senza perdere d’occhio il cadavere, raccolse la coperta, si impose di prendere il tempo di piegarla per sistemarla nel fagotto, lo chiuse con un nodo e lo lanciò fuori dalla vetrata proprio mentre la donna gli diceva di affrettarsi.

Scavalcata la vetrata, l’uomo prese sottobraccio la donna e si avviarono verso il nero bucato a tratti da lampi lontani.

“Ne hai steso uno, Miché”, disse la donna.

“Cristo, non permetto a nessuno di toccare la mia vecchia baldracca”, disse l’uomo.

“Ma erano tre...!” Fece la donna con una punta di fierezza nella voce.

“Tranquilla, vecchia mia”, disse l’uomo. “Ne voglio cento di quei miserabili. Se uno solo cerca di toccarti, io faccio un macello, faccio.”

Le due figure oltrepassarono l’ultimo lampione e furono ingoiate dalla notte.

Rimase solo la voce della donna che lamentosa chiedeva: “Dove andiamo a sbattere Miché? Guarda che lampi! Hai idea di dove si possa andare a sbattere Miché?”

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Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

24 Ottobre 2014 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Danilo Napoli

Racconto dove si mescolano surreale ed orrore, fantasia e verosimile, in una dimensione temporale che spazia da un futuro possibile, mai vissuto, ad un presente in cui il raccapriccio non lascia scampo e annulla sogni e prospettive. Resta solo il delirio premorte. Una giovane e bella donna in carriera, un ascensore che si blocca, uno specchio che rimanda immagini del passato. E poi quel luogo, la cucina-mattatoio dove si consuma l’orrore che impedirà per sempre il ritorno al futuro. Un omicidio di quelli che i cliché della carta stampata e della televisione definiscono “efferati” e di cui, purtroppo, sono piene le cronache: uno zio pazzo che massacra sorella e nipote, le fa a pezzi fino a renderle irriconoscibili e le cucina in un pentolone, un cane che tenta di salvare almeno la bambina senza riuscirci. Tutto questo è ahimè abbastanza scontato nella sua orrifica “normalità” e fa da antefatto a qualcosa di fantastico che avverrà o, meglio, dovrebbe o potrebbe avvenire nel futuro.

L’autore descrive al rallenty le sequenze più truci e cruente, registrando percezioni, suoni, odori, colori, in un crescendo di angoscia, che prende lo stomaco, offusca la mente e ti fa desiderare che finisca al più presto lo strazio della narrazione, ma anche, inaspettatamente, ti spinge a continuare, per vedere come “va a finire”, sino alla conclusione, inevitabile, già intuita.

Lo spunto è interessante ma necessiterebbe di maggiore sviluppo per non apparire forzato. Bravo l’autore a creare l’attesa, il senso di ansia insopportabile che cresce, bravo a connotare personaggi e atmosfere, che si integrano e determinano il climax del racconto, ma sono da potenziare i collegamenti fra presente e futuro, è da vedere se sia davvero il caso di orientare la storia dalla parte di un commissario dai tratti inflazionati il quale, però, si limita a registrare l’accaduto senza metterci del suo. Ultimo ma non ultimo, il cane sembra avere un ruolo fondamentale ma poi sparisce.

Insomma, qualcosa di positivo c’è, in questo “REC” di Danilo Napoli, oltre allo stile pulito e corretto, ed è la voglia che infonde nel lettore di andare avanti, di sapere cosa succede nel finale e come esso si colleghi all’inizio. Pare una banalità questa ma, al giorno d’oggi, è diventato molto difficile trovare una novella, ed anche un romanzo, che stimolino interesse, voglia di voltare pagina. Peccato che la storia si perda o, meglio, risulti incoerente e non del tutto attinente con il suo stesso svolgimento.

Patrizia Poli e Ida Verrei

REC.

Sara Valliani entrò nell’ascensore dell’edificio alle 09.00 in punto.

Puntuale, come sempre.

D’altronde, per lei era deformazione professionale, essere puntuale. A 35 anni era considerata uno dei migliori ingegneri del pianeta. Lavorava in un paesino della California ad un progetto segretissimo per conto della NASA, in un edificio di dieci piani che non presentava alcun nome all’esterno. Era il sogno di ogni ingegnere lavorare in un luogo simile. I privilegi non finivano mai, l’area ristoro gratuita era paragonabile ad un ristorante a 5 stelle e gli stipendi erano elevatissimi, addirittura maggiori di quelli dei migliori calciatori internazionali.

Nessuno avrebbe mai pensato ad un banalissimo blocco dell’ascensore, tantomeno Sara.

Pigiò il pulsante che l’avrebbe portata al suo studio al quinto piano e si guardò allo specchio. I costosissimi trattamenti anti-invecchiamento stavano dando i loro frutti. La sua pelle era perennemente abbronzata e le rughe sembravano lontane anni luce. Gli occhi erano lucenti, azzurri, in gradevole contrasto con i capelli neri, che portava lunghi sulle spalle e piastrati. Era alta un metro e settanta e indossava un elegante, ma comodo, vestito nero. Sì, poteva considerarsi una donna molto piacente. Nonché intelligente.

Sorrise alla sua immagine allo specchio e controllò il suo Android di ultima generazione.

Linea inesistente.

Molto strano. Quegli ambienti erano altamente tecnologizzati e permettevano la ricezione della linea telefonica ovunque.

Solo chiamate d’emergenza.

Doveva essersi verificato un guasto, o qualcosa del genere.

Fu al settimo piano che l’ascensore si bloccò completamente. Nessun rumore, nessuna voce elettronica che avvisava del guasto e si collegava con chi di dovere per far ripartire l’aggeggio.

Nulla.

‹‹Oh, Cristo›› sussurrò. ‹‹Adesso devo aspettare che mi tirino fuori di qui e non ho nemmeno avvisato del ritardo.››

Fu in quel momento che la luce si spense. ‹‹Anche al buio, adesso. Ottimo!›› commentò ironicamente.

Si grattò le guance e le palpebre.

“Oddio, non dirmi che il fard che ho acquistato stamattina mi fa allergia” pensò.

Fece luce sullo specchio con il cellulare per guardarsi in viso e lanciò un debole urlo.

Il viso era ringiovanito di più di vent’anni, ed ora somigliava ad una tredicenne con qualche chiletto di troppo.

‹‹Che cosa sta succedendo?›› chiese allo specchio, balbettando.

Ma non ottenne risposta.

Continuò a guardare stupita quel volto delicato e paffuto, che ormai non le apparteneva più da tempo immemore, fino a quando l’immagine lanciò un grido, un urlo sovrumano, qualcosa che non aveva mai sentito in trentacinque anni di vita. E anche l’immagine si contorse in una creatura strana, quasi demoniaca.

Poi lo specchio diventa una cucina, e la cucina un mattatoio.

E Sara Valliani non è più Sara Valliani. O, almeno, non lo è tutta intera.

Sono circa le 14.00 e sto tornando da scuola. Sono felice per due motivi: innanzitutto perché ho preso dieci in matematica, con i complimenti della professoressa (anche se quelle buone a nulla di Daria e Felicia mi lanciavano sguardi carichi d’invidia e mi chiamavano “sfigata”); e poi perché mia madre mi ha finalmente affidato le chiavi di casa. Era ora, a tredici anni!

Così, apro la porta con le mie chiavi e mi ritrovo davanti Jack, il mio fedele pastore tedesco, che mi abbaia. Non si era mai comportato in questo modo prima. Il suo abbaiare è aggressivo. Non mi suona come un saluto, ma come un avvertimento.

‹‹Jack!›› urlo. ‹‹Che diavolo stai facendo?››

Jack ringhia. È fermo nel corridoio e non mi lascia entrare.

Resto ferma sul tappetino dell’entrata, a due passi esatti da Jack, che ora ha ripreso ad abbaiare.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Jack mi sta ringhiando!››

Nessuna risposta.

Inizio ad avere paura.

La vescica preme, deve essere svuotata. Jack non ha mai fatto del male ad anima viva, nemmeno ad una mosca, si può dire. Così, lo ignoro e muovo un passo verso il corridoio.

Jack ringhia di nuovo.

‹‹Si può sapere che cos’hai?›› chiedo, ma non finisco la domanda che comincia a mordermi la felpa blu elettrico che ho indossato stamattina.

‹‹Lasciami!›› urlo. ‹‹Mamma, aiutami!››

Ancora nessuna risposta. L’unica cosa che sento è il ringhiare di Jack mentre mi strattona la maglia sempre più forte.

‹‹Jack, ora basta!›› urlo.

Jack molla la maglia e indietreggia.

Ricomincio a buttare fuori l’aria compressa a causa dell’ansia. Ora posso sentire il battito del mio cuore pulsarmi nelle tempie. Sento anche una puzza strana, ma inizialmente non ci faccio molto caso.

Però faccio caso alla paura che mi ha invaso e che, probabilmente, mi ha fatto sfuggire qualche goccia di urina dalla vescica compressa nei pantaloni che mi calzano leggermente stretti.

Jack resta a guardarmi in silenzio per una manciata di secondi, poi ricomincia ad abbaiare e a ringhiare nella mia direzione. Decido di ignorarlo di nuovo (forse si è impressionato per qualcosa, ma deve pur passargli!), quindi mi giro per chiudere la porta di casa.

Qualcosa mi tira violentemente lo zaino, ringhiando.

‹‹Jack! Ancora?››

Sembra quasi che voglia spingermi fuori di lì. Sento le unghie sui miei jeans e la sua stazza sul mio zaino. Mi appoggio alla porta per non perdere l’equilibrio.

‹‹Mamma! Aiuto!›› urlo di nuovo, ma sono troppo allibita dal fatto che Jack mi abbia tolto quasi completamente lo zaino dalle spalle per rendermi conto che mia madre non mi ha risposto nemmeno questa volta.

Adesso lotto con Jack per il possesso dello zaino. Lui si arrende e abbaia più forte di prima, poi mi supera ed esce fuori.

Resto a guardarlo, confusa.

Jack abbaia ancora, ma non ringhia più. Mi sembra diverso anche il suo modo di abbaiare, non più rabbioso, ma quasi… supplichevole.

‹‹Che sta succedendo, Jack?››

Continua ad abbaiare ed io, ferma, a guardarlo. Poi comincia a correre verso la strada.

“Magari vuole giocare”, penso, senza esserne granché convinta. “Chiederò a mamma”.

Mi volto e sento di nuovo quella puzza strana che non riesco a definire, ma neanche stavolta ci faccio molto caso.

‹‹Mamma?›› chiamo. ‹‹Sono tornata. Ma che aveva Jack?››

Nessuna risposta.

‹‹Mamma, dove sei? Jack mi ha aggredito e poi è uscito di casa abbaiando. Ma cosa gli hai dato da mangiare?››

Ancora nulla.

La prima cosa che faccio è soddisfare il mio bisogno impellente di orinare. Sollevata, esco dal bagno e attraverso il lungo corridoio verso la cucina.

‹‹Zio Oscar?››

Zio Oscar è il fratello di mia madre, e vive con noi nel nostro modesto appartamento in provincia di Salerno. In un certo senso ha rimpiazzato mio padre, che è fuggito con una ucraina lo stesso giorno in cui nacqui. Dove sia andato, ancora non si è capito.

Zio Oscar non è stato molto bene negli ultimi dieci anni. È continuamente in viaggio perché deve curarsi, dice la mamma. Va e torna molte volte dalla comunità in cui è rinchiuso per disintossicarsi. Contemporaneamente, è assistito da diversi medici, che vengono sempre qui a casa per curarlo. Ce n’è una fissa che gli sta sempre dietro. È una psicologa, mi pare. Ah, no, è una psichiatra. Forse.

‹‹Perché la psichiatra, mamma?›› chiesi un giorno.

‹‹La droga gli ha mangiato il cervello, tesoro›› mi rispose. ~~È diventato matto.››

‹‹Matto come?››

‹‹Matto. Non so se potrà vivere ancora con noi›› disse mia madre, con le la-crime agli occhi.

‹‹Come mai?››

‹‹Dicono che è pericoloso. Molto pericoloso.››

Mi dirigo verso la cucina, ma non sento il solito odore di qualcosa di buono cucinato da mia madre o il suono proveniente dalla televisione che guarda mio zio. Quello che le mie narici avvertono è quella puzza strana e acre di prima, come se… non lo so, non riesco a fare paragoni perché non mi era mai capitato prima di sentire un simile odore. Ma è molto più forte e sgradevole di prima.

‹‹Mamma?››

Non mi sente, ma di sicuro è in cucina. Forse ha gli auricolari del mangianastri nelle orecchie, con i Queen a tutto volume. E probabilmente avrà bruciato qualcosa in cucina senza accorgersene.

Ma non credo molto a questa ipotesi. In primis, mamma adora cucinare e non lo fa mai con la musica, poiché può distrarla. E poi… semplicemente non è un odore di bruciato, ma qualcosa di diverso.

L’unico modo per scoprire cosa sia quell’odore e perché né mia madre né mio zio mi rispondono è andare in cucina, poi in salotto poi nelle camere.

‹‹Mamma?››

La porta della cucina è chiusa.

La apro, ma mia mamma non è lì. O, almeno, non è lì tutta intera.

È sul tavolo, a pezzetti.

Ricordavo che la cucina avesse le pareti bianche, ma adesso sono quasi completamente rosse, macchiate di un liquido misterioso che sembra essere sprizzato violentemente.

E l’odore… l’odore proviene da lì. Da mia madre. Mi si è subito impregnato nei vestiti.

Rallenty. I dettagli che ora registro sono a rallenty. Forse è il trauma che ho inconsciamente subito all’ora di pranzo di un qualsiasi sabato invernale.

Il trauma di vedere a pezzi la propria madre.

E così annoto mentalmente alcuni dettagli che poi finiranno registrati insieme ad altri deliri. Ad esempio, appunto nel mio cervello l’occhio mancante di mia madre, il sinistro, che sta rotolando sotto al tavolo. Gli arti inferiori e superiori, impegnati in una cottura a fuoco vivo sui fornelli ai quali mia madre avrebbe dovuto preparare il pranzo.

Resto immobile sull’uscio, incapace di compiere un solo passo. Ma continuo a registrare nella mia mente dettagli. Insignificanti, ma non posso farne a meno.

E quindi, ecco che la mia memoria incassa il ricordo permanente dell’odore che emana mia madre, un tempo maniaca della pulizia e casalinga perfetta. Il cervello e il suo colore e il sangue che impregnava i capelli e le labbra mozzate e le pareti sporche e quella che sembra una spalla e un capezzolo che spunta dal pentolone e l’odore che diventa più forte e le pareti spruzzate di sangue e anche la cucina decorata di rosso e il rosso che è il mio colore preferito e lo spezzatino che ho sempre odiato e il tagliere e il coltello a fianco a lei e la lama che non è sporca di sangue e un movimento strano alle mie spalle.

È un sogno, ne sono sicura. Chiudo gli occhi e li riapro, ma quella visione terribile è sempre lì.

È uno scherzo, ne sono sicura. Ma l’odore mi dà la nausea e mi fa girare la testa.

Provo il vomito. Sento la bile quasi ribollire nel mio stomaco e salirmi fino in gola, ma non posso fare a meno di registrare altri dettagli, come i denti che non ci sono più e che io cerco e che trovo con lo sguardo sul pavimento e il tappetino davanti alla cucina e altro rosso e rosso davanti agli occhi e rosso che adesso odio e rosso che adesso basta così.

Mi volto per andare in bagno, ma la strada è sbarrata da un uomo magro, al-to, imponente, con i vestiti macchiati di sangue.

Mio zio Oscar.

I suoi occhi sono sbarrati e sul suo volto c’è un ghigno terrificante. Ma ancora più terrificante è coltellaccio che impugna nella mano sinistra e, chissà perché, un registratore nella mano destra.

‹‹Mamma!››

Ecco perché Jack si comportava così. Non voleva aggredirmi. Voleva avvisarmi del pericolo. Voleva farmi allontanare da casa.

‹‹Perdonami, Jack.››

Paolo Lindani non aveva mai visto una scena del genere. Almeno non dal vivo, perché nei film dell’orrore bene o male tutti ci ritroviamo, davanti a scene cruenti come quella. Ma chi se lo sarebbe aspettato che quella mattina, in un comune sperduto della Campania, gli occhi del commissario Lindani vedessero un devasto simile?

Era stato svegliato da uno dei suoi agenti migliori, Giovanni Bella, dal suo riposino pomeridiano. Era il suo giorno libero, e in centrale sapevano che non avrebbero dovuto disturbarlo se non in caso di tragedia. In dieci anni, mai nessuno si era permesso di violare la sua giornata di ricarica, e Lindani credeva fermamente che si continuasse in quella direzione, visto e considerato che non succedevano mai tragedie nel territorio della sua giurisdizione.

E invece il telefono squillò.

Paolo Lindani stoppò la puntata di Romanzo Criminale con il telecomando e voltò la testa in direzione del telefono. “Provvederò a togliermi il telefono di casa”, pensò. “Solo fastidi!”

Indugiò un altro po’ sul comodo divano di pelle, restio a lasciare il torpore della camicia da notte e del camino al suo fianco e desideroso di sapere se il Libanese sarebbe riuscito a conquistare Roma, ma alla fine decise di rispondere.

‹‹Pronto?›› disse con voce stanca.

‹‹Commissario Lindani›› esordì la voce di Bella.

‹‹Cristo›› mormorò il commissario.

‹‹Non l’avrei chiamata se non fosse stato urgente›› disse Bella.

‹‹Cosa può esserci di tanto urgente?››

Bella esitò un attimo, poi rispose: ‹‹Meglio che venga qui e veda di persona, commissario.››

‹‹Avevo detto che avreste dovuto disturbarmi solo in caso di tragedia!››

Bella non replicò subito e Lindani pensò che avesse riattaccato. ‹‹È una tragedia, commissario. Gliel’assicuro›› disse con voce cupa, interrompendo la comunicazione.

E ora stava sull’uscio di quella cucina devastata. I pezzi della donna e della bambina erano mischiati insieme sul tavolo della cucina, mentre il corpo di quell’uomo alto ed emaciato era stato trovato penzoloni in una delle due modeste camere da letto. Si era impiccato.

Lindani si mostrava tranquillo agli occhi dei suoi colleghi, ma in realtà sarebbe tornato volentieri a casa a vomitare e a finire la puntata di Romanzo Criminale che aveva lasciato a metà.

‹‹Le vittime sono due?›› chiese a Giovanni Bella, che aveva un’espressione piuttosto provata.

Giovanni Bella annuì. ‹‹La madre e la figlia, a quanto pare. Sara Valliani e Francesca D’Amato, vedova Valliani.››

‹‹Sembra un unico corpo›› commentò Lindani.

Bella annuì. ‹‹Il medico legale dice che la madre è morta circa un’ora prima della figlia, cioè tra le 12.30 e le 13.00. La figlia tra le 13.30 e le 14.00.››

‹‹La bambina quanti anni aveva?››

‹‹Tredici, compiuti da poco.››

‹‹Sai se era a scuola, stamattina?››

‹‹Me ne sono già occupato. Sì, era a scuola›› disse Bella.

‹‹Quindi è tornata da scuola e…››

‹‹…ed è stata uccisa, sì.››

Lindani fissò per un momento il vuoto. ‹‹E dell’altro cosa mi dici?››

‹‹Oscar D’Amato. Il fratello della vittima, lo zio della bambina. Aveva problemi di schizofrenia legati alla droga. Aveva tentato più volte il suicidio, in passato, e le comunità e gli ospedali psichiatrici della zona lo conoscono molto bene.››

‹‹Chi ha trovato i corpi?››

‹‹Un vicino. Il signor Pascale. Ha detto di aver visto il cane dei Valliani ab-baiare davanti alla sua abitazione.››

‹‹Il cane?››

Giovanni Bella annuì.

‹‹E adesso dov’è?›› chiese Lindani.

‹‹È scomparso›› disse Bella, scrollando le spalle.

‹‹Capisco›› disse Lindani, giusto per dare un cenno d’assenso, perché in realtà non ci capiva nulla. La testa cominciava a fargli molto male. ‹‹Vado in centrale ad organizzare le indagini. Tieni il cellulare a portata di mano.››

‹‹Certo, commissario.››

‹‹Se ci sono novità, avvertimi.››

‹‹Ovviamente›› rispose Giovanni Bella.

Paolo Lindani pensò che in centrale forse avrebbe riacquistato un po’ di lucidità e avrebbe potuto pensare meglio al da farsi. Si girò e si avviò verso la sua auto, mentre i suoi colleghi lo guardavano quasi esterrefatti.

“Vi sorprendete che mi sia fatto impressionare, stronzi?”, pensò. “Allora fate una cosa: non rompetemi i coglioni, pivelli che non siete altro.”

Aprì lo sportello della sua Ford Fiesta e fece per entrare, ma non riuscì a resistere alla tentazione di tornare indietro per dire due parole a quelle femminucce che non avevano nemmeno idea del suo passato. Erano due dei nuovi, giovani e inesperti. E Paolo Lindani, in quanto commissario, doveva fargli ben vedere chi comandasse. Doveva e voleva guadagnarsi il loro rispetto. Per cui, era già seduto sul sedile del guidatore della sua auto, quando si alzò nuovamente e si girò in direzione dei due bastardelli che sghignazzavano.

Li aveva già puntati, rivolgendogli uno sguardo truce che li fece impallidire. Sì, era una piccola vittoria per lui, e non riuscì a contenere un sorrisetto divertito. Ma non aveva ancora finito. Voleva farli impaurire per bene: con degli idioti totali come quelli, la forza era l’unico strumento valido per ottenere il rispetto a breve e lungo termine.

Proprio mentre puntava verso quei due ragazzi, che oramai avevano perso il sorriso, gli occhi del commissario Paolo Lindani scorsero qualcosa che lo incuriosì e distolsero l’attenzione dal loro obiettivo originario.

Giovanni Bella che correva verso di lui.

‹‹Commissario!›› lo chiamò.

‹‹Cos’altro c’è?›› Si avvertiva molto acredine nella sua voce, Paolo lo sapeva, ma non poteva farci nulla.

‹‹Ho dimenticato di dirle una cosa molto importante. Sono uno sbadato.››

‹‹Spara, Bella.››

‹‹C’è una cosa interessante nella stanza da letto in cui si è impiccato Oscar.››

‹‹Non tirarla per le lunghe. Che cos’è?››

‹‹Un registratore.››

‹‹E perché è interessante?››

‹‹D’Amato ha registrato le ultime parole della bambina mentre iniziava a farla a pezzi. Erano i suoi sogni per il futuro, una sorta di “delirio pre-morte”, se ne esiste uno. A quanto pare abbiamo perso un futuro ingegnere aerospaziale. Venga, commissario, glielo faccio ascoltare.››

Danilo Napoli

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Uno sporco lavoro

3 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Vania Wiola

11 Dicembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Spiazzante, è l’aggettivo che meglio si adatta a “La madre” di Wania Viola. Che sia il risultato di un’architettura voluta o che derivi da un cambiamento di rotta dell’autrice e da un finale “appiccicaticcio”, poco importa, perché il prodotto è intrigante, dà da pensare e crea una serie di ambigue associazioni psicanalitiche.
La trama s’incentra su una donna, sul suo compito di fattrice e sulla sua collocazione in una scala di matriarche che figliano come animali, senza dare troppo peso alla cosa, senza emotività connessa, in modo sbrigativo e freddo. “Un paesino con quattro case… Un podere con casa padronale… un pergolato…” È una donna che sta per iniziare la sua avventura, tra le sentenze di una madre all’antica e i tremori del cuore. È il riassunto di una vita, il racconto della conquista della maternità come condizione; la gioia della scoperta del ruolo; ma anche la sottile amarezza per anni che “rotolano uno dietro l’altro… senza niente per me stessa”. La protagonista del racconto descrive il particolare sentimento che, al taglio del cordone ombelicale, matura lentamente e cresce. È la sincera e sofferta confessione di una donna degli anni ’60, troppo giovane, forse, impreparata e spaventata dalla sovrabbondanza di emozioni, tutte nuove, da comprendere e contenere.
Quattro figli, quattro diverse esperienze, tutte fatte di un amore particolare, silenzioso, sostitutivo, una sorta d’indennità per il fallimento di altri progetti giovanili. La protagonista non ha nome, come non l’ha sua madre, che è, però, sempre presente, addirittura tiene la mano alla figlia che partorisce, in una catena di solidarietà, dolore e sottomissione femminile. Nell’atto al quale non attribuiscono valore se non come dovere, dedizione e sacrificio, finisce annullata la soggettività, muoiono le aspirazioni, si stemperano i desideri rimandati fino a quando non c’è più tempo.
E il tempo finisce davvero perché, dopo quattro figli, arriva l’ultimo, altrettanto carnoso, altrettanto viscerale, oscuro, pronto anche lui a rubarti la vita: il tumore. Ti cresce dentro, e tu capisci che non c’è poi tanta differenza con la tua prole, che anche i figli, alla fine, sono parassiti che si nutrono di te - specialmente se non sei in grado di amarli con l’anima oltre che con il corpo e l’istinto. – E non è un caso che le parole usate per descrivere l’allattamento ben si adattino alla devastazione operata dal tumore nel corpo: “era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa”.- Cos’è l’amore materno? È così scontato il colpo di fulmine verso il piccolo essere che mettiamo al mondo?
Racconto molto intenso, analisi (o autoanalisi) di sentimenti forti e complessi. Ma è ciò che si legge tra le righe che colpisce: l’autrice disegna con sottile e penosa ironia la crisi di ruolo e di identità propria della donna borghese degli anni ’60, un mondo che ancora si alimenta del sacrificio femminile, perpetuando, sotto il velo dell’ipocrisia, l’eterna ingiustizia storica.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La madre

Quando nacque Michele era martedì. Un giorno afoso di mezza estate pieno di mosche. Ce n’erano tante di mosche a San Venanzo, un paesino di quattro case e una chiesa in provincia di Macerata. In quegli anni trascorrevo ancora l’estate lì, con mia madre e i nonni materni in un podere con casa padronale, che da bambina mi sembrava grandissima e piena di segreti; adesso mi appare fatiscente e piena di ragni.
Quel giorno stavo sotto la pergola a sgranare i fagioli, lavoro noiosissimo, quando sentii una fitta nei lombi, come se qualcuno mi avesse colpito con un punteruolo. Gridai e subito corse mia madre. - È ora - mi disse. Il tono era laconico, senza emozioni. Voleva rassicurarmi, ma io la odiai per quella sua freddezza.
Mi raccontava sempre che lei per poco non mi aveva partorito sulla corriera, durante i bombardamenti e che l’evento del parto era assolutamente naturale. - Non fanno mica tante storie gli animali quando partoriscono! - commentava poi - Non vedo perché oggi si debba necessariamente ricorrere ai medici e agli ospedali!
Lei l’aveva aiutata solo l’ostetrica, una vecchia che a suo tempo l’aveva fatta nascere e aveva fatto venire al mondo perfino sua madre! Tre generazioni, un bel record! - Peccato che sia morta - concludeva sospirando. Io invece pensavo che fosse una fortuna, altrimenti mia madre le avrebbe fatto assistere anche me. Durante i nove mesi di gravidanza non riuscii a convincerla che ormai, alla fine degli anni sessanta, l’ospedale era considerato più sicuro della casa e alla fine dovetti impormi: - Quando sarà il momento mi porterai all’ospedale, giuramelo!
Così salimmo in macchina e ci avviammo verso l’Umberto I (si chiamano tutti così gli ospedali italiani?). Non sapevo di preciso che cosa mi aspettasse. Sì, mi avevano parlato delle doglie, ma un conto è sentirne parlare, un altro è sentirsele addosso. Sul sedile ero tesa, aspettavo che succedesse qualcosa. Sulle prime avvertii una dolenza al basso ventre. “Tutto qui?” mi dissi. Ma poi il dolore si fece più profondo, più forte, intollerabile. Sudavo freddo. Avevo l’impressione che tutto il mio essere si concentrasse sul dolore, diventasse dolore. Finché passò. Ero stordita, respiravo a fatica, ma trovavo meraviglioso che tutto fosse finito. Naturalmente non fu così: le doglie ricominciarono, si fecero più fitte ed io mi trovai a navigare nel dolore perdendo la cognizione di ciò che mi circondava. Non mi accorsi neppure della barella, né di essere in sala parto, né se fosse di un uomo o di una donna quella voce che mi intimava di spingere e alla quale ubbidivo con tutte le mie forze. Sapevo solo di avere mia madre accanto a me, perché la tenevo per mano. Allentai la presa solo quando lei mi disse: - È un maschio!
Michele era piccolo, neanche due chili e mezzo. Teneva la testina un po’ reclinata da un lato, come se non ce la facesse a sorreggerla. Mi faceva tanta tenerezza e mi domandavo se fosse quello il sentimento che le madri provano per i figli.
Mia madre aveva un’impostazione retorica dell’amore materno. Mi aveva inculcato il senso del dovere, il sacrificio, la dedizione assoluta, ma io pensavo che ci fosse anche qualcos’altro. Ora era il momento di scoprirlo. Continuavano a passarmi per la mente aneddoti di madri eroiche, che si comportavano in modo ammirevole, fornendo fulgidi esempi di amore materno. China su di lui, l’osservavo mentre si frugava con le manine piccolissime dentro la bocca sdentata, ma devo dire che, nonostante mi sforzassi, non provavo niente di particolare, solo un gran timore di toccarlo e di fargli male. Lo sentivo come un estraneo adesso che era fuori di me; non sapevo da che parte prenderlo o come girarlo. Quasi subito imparai che è molto più facile di quanto sembri.
La prima volta che l’attaccai al seno fu sconvolgente. Lui aveva gli occhietti chiusi, ansimava nella foga di cercare dove attaccarsi e quando ci riuscì, lo fece con energia e mi fece male, non solo al capezzolo, ma dentro. Era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa lungo una strada che correva dolorosamente e direttamente dall’utero al seno. Fu in quella circostanza che imparai cosa vuol dire donare.
Non avevo però capito molto della mia prima maternità. Era accaduto tutto così in fretta che non ero riuscita ad allineare le immaginazioni con le esperienze reali: coinvolta in una ridda di pannolini, pappette, pesate prima e dopo, ruttini e tutto il resto, non avevo tanto tempo per riflettere, ma forse, mi dico ora, non volevo neppure farlo o non sapevo.
Aspettare Roberta fu come ripassare la lezione. Al contrario di Michele, Roberta nacque cicciottella, con tanti capelli castani, riccioluti e sottili come una nuvoletta. Fin dai primi giorni dimostrò quel carattere pacioso e allegro che la rende tuttora amabile e fin dai primi giorni il suo unico pensiero fu mangiare. Di tutto, tanto che da piccola era un vero e proprio pericolo, perché cercare di tenere a bada la sua frenesia di ingoiare qualsiasi cosa le venisse a tiro non era facile. Con il fratello ebbe subito un rapporto conflittuale: ogni volta che lui si avvicinava, lei piangeva. Forse avrei dovuto preoccuparmi di osservare meglio quei comportamenti, ma non l’ho fatto. Forse ero distratta o forse non amavo abbastanza.
L’amore, figuriamoci! Mi era stato insegnato che la via della perdizione passa proprio per l’amore. Nelle mie fantasie vedevo il futuro partner come un nemico, di cui non fidarmi e da tenere alla larga.
D’altro canto in casa vigeva un matriarcato quasi assoluto: gli uomini, mio nonno e mio padre, quando erano in casa, li avevo sempre visti in salotto a leggere e a fumare. Mai una volta che avessi sentito una conversazione o una discussione. Mai nemmeno un cenno di interesse per le cose di casa. Mai ho pensato di rivolgermi a mio padre per un qualsiasi mio problema. Il loro ruolo si esauriva nel garantire un sicuro salario mensile ed era quanto bastava. Mio marito sembrava stampato con la stessa matrice.
Non ebbi mai dubbi, se non tardivi, che non fosse bene così. C’erano tanti “amori sostitutivi” che mi occupavano il tempo e mi distoglievano dal soffermarmi sul fatto che non vivevo e non avevo mai vissuto un soddisfacente rapporto di coppia. Quelle rare volte in cui, soprattutto di notte, mi assaliva a tradimento una solitudine dolorosa, cercavo di scacciarla convincendomi stoltamente di avere ancora tempo. Lo farò quando i figli andranno a scuola. Quando si saranno diplomati. Non appena saranno autonomi. Quando … Non appena … cioè mai più.
La decisione di andare a vivere da soli coincise con la notizia che aspettavo Giulia. Mia madre sosteneva che stavo facendo una sciocchezza ad andarmene, che da sola non ce l’avrei mai fatta. La casa era molto grande e sarebbe bastata per tutti. Io invece vivevo la cosa come una svolta importante, un’emancipazione, quasi un affrancamento dalla schiavitù. Fu dura tuttavia, non lo nego, ma neanche lo ammisi mai.
La nascita di Giulia fu molto difficile: il parto si presentava podalico e dopo una notte di inutile travaglio decisero di interrompere le sofferenze della madre e del feto e praticarono il cesareo. Giulia fece fatica a respirare e tememmo per la sua vita. Anche in seguito rimase una bambina cagionevole, delicata di salute. Aveva sempre un’espressione triste e me ne facevo una colpa. Credo di averle comperato più giocattoli che ai fratelli e di averla coccolata di più, ma non credo di essere riuscita a renderla felice. Le strappavo un sorriso particolare quando le raccontavo la storia di Poldino, un bambino goloso e allegro che si faceva venire un terribile mal di pancia per aver mangiato troppa Nutella. Mi sono sempre domandata perché mai proprio questo evento la facesse ridere. Forse lo concepiva come una giusta punizione per essere stato troppo goloso o troppo allegro. Lei non lo sarebbe stata mai.
Si rotolarono uno dietro l’altro cinque anni comuni, arrabattati dietro le pappe e i pannolini, i compiti di scuola, i colloqui con le insegnanti, gli accompagnamenti in palestra, le malattie infettive, le vaccinazioni, le arti consolatorie e poco altro. Quasi niente per me stessa. Nel frattempo nacque anche Laura, scura di capelli, ma con gli occhi chiari. Bellissima. Da chi avrà preso? Mi chiedevano. Io non mi sforzavo neanche tanto a risalire l’albero genealogico, ma ricorrevo subito ad una zia di parte materna che era tale e quale, purtroppo morta di tisi a soli ventidue anni.
Se ripercorro la mia vita, credo che la cosa più importante che ho fatto sia stata quella di mettere al mondo figli. Non sono stata capace di fare altro. Non ho realizzato nessuno dei tanti progetti che pure esaltavano la mia mente di ragazza.
Ed ora sono in attesa per l'ultima volta. Ora tocca a lui, a quest’ultimo figlio perverso che mi è cresciuto dentro di soppiatto, oscuro e maligno. Mio più degli altri. Carne della mia carne. Come madre dovrei amare anche lui. Forse mi costerà la vita, hanno detto. Ma si sa che le madri darebbero la vita per i figli, no? Perché dunque non darla per questo? Potrebbe essere un originale gesto d’amore per l’ultimo figlio.
Suvvia, dunque. Ho già pronta la valigia.

Wania Viola

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Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

22 Novembre 2013 , Scritto da Ida Verrei e Patrizia Poli Con tag #poesia, #recensioni, #poli patrizia, #ida verrei, #adriana pedicini, #Laboratorio di Narrativa, #gordiano lupi

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

Sazia di Luce

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio

pp 79

10,00

“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato

Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.

Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.

Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.

Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”

In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?

Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.

E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore

… È tempo di cantare/ più dolci melodie

Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.

La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.

Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.

“Vita

Non conosco

la folla dei mercati

dei bar e delle piazze

delle strade lunghe

che nascono in periferia

silenziose e si svegliano

alle porte dei cantieri.

Non so

le brevi strade

colorate al mattino

di voci giovanili,

bisbiglianti amore

nei tardi crepuscoli,

silenti di parole

a sera nel tremolio

delle membra sotto turchina luce.

Ascolto solo

la mia piccola città

che pettegola, mormora,

trepida, soffre,

amo la vita della mia città antica

dove ha ancora un senso

scorgere negli occhi un timido sorriso.

Miracolo vivente

Mi hai appellata così,

vedendo la mia testa rasa,

sì, miracolo è vedermi

“senza” e non “con”,

vedere,

mentre a pezzi cade il corpo,

un’anima bambina

slanciarsi come sempre

ad afferrare lo spicchio di sole

che sbianca la parete

spalancare avidi gli occhi

sull’alba che fuga

i fantasmi della notte.

Il cuore piange e ride, giammai tedioso,

riposa sulla coltre grigia

della insensata calma.

Ogni giorno un guadagno,

ogni giorno un sassolino

bianco di luce segna i passi

dell’amore da fare insieme

finché…

finché l’ultima ora

scioglierà la promessa

di pur breve cammino.

Allora sarò ovunque

Ma sempre a voi vicina

Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.

Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.

Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.

Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.

L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.

Ida Verrei e Patrizia Poli

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Marco Claudio Valerio

17 Novembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei

Un racconto originale, “You Wan Chou” di Marco Claudio Valerio, cui dà un senso il sorprendente, vivificatore, finale, lasciato presagire da innumerevoli indizi e, tuttavia, inaspettato.

Quando la bufera investe e travolge mondi ed esistenze, quando “l’estrema violenza ruba, schiaccia e sbriciola moltitudine di vite”, non resta che “abbandonare lo sguardo al cielo” e aggrapparsi alle certezze di una quotidianità che rassicura. È quanto fa il monaco You Wan Chou un mattino d’estate: con apparente serenità s’immerge nel suo mondo di sempre e si rifugia nella luce del sorriso della sacra Statua. “Poco conta dove il monaco fosse”. E invece conta, eccome, e lo scopriremo alla fine.

L’atmosfera che si respira è frutto di particolari che si accumulano, disegnati minuziosamente, dipinti su una lacca giapponese, intarsiati nel legno, lavorati nell’oro, nella ceralacca, odorosi d’incenso e di fiori. Con voluta lentezza, l’autore ci parla di un tempo che rotola piano; di preghiere che portano con sé “desideri di un fiorire nuovo nel cuore”, memorie che si sovrappongono al presente; in quel Tempio, dove la ricerca del divino trasforma la percezione dello spazio. Da “orizzontale”, esso diviene “verticale”: perenne aspirazione dell’umana tensione al cielo. Ma, mentre il riflettere lento sulla preghiera come esortazione e speranza, sull’infinità del pensiero senza confini, sembra condurci, attraverso il fluire del tempo, ad un’estatica contemplazione del divino, una data, 9 agosto millenovecentoquarantacinque… un nome… Nagasaki… “l’ombra scura del bonzo impressa nelle pietre di uno spezzone di muro”, ci pongono di fronte al senso della umana finitezza: caduta e scomposizione in miliardi di atomi, pur se “luce nella luceenergia nell’energia…” Atroce ricordo dell’umana follia!

“Un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia”. Ed è ciò che accade quando quei “venti di guerra”, “quel cielo gravido di ogni sorta di maleficio”, si rivelano per ciò che sono. Raggiungerà il suo scopo, il monaco, si scomporrà nella luce, che corre veloce come il pensiero, energia nell’energia.

Un periodare lungo e complesso, che quasi dimentica virgole, punti e relative, per seguire il ritmo del pensiero e della musica interiore.

Patrizia Poli e Ida Verrei

You Wan Chou

Marco Claudio Valerio

I venti di guerra, nel loro spirare attraverso le nostre esistenze, ci portano il desiderio ed anche la volontà di porre l’incertezza, nel tempo che rimane da vivere, nelle mani e volontà di entità a noi superiori, raccogliersi nell’intimo del proprio cuore rivolgendo gli occhi al cielo e affondando in esso con la speranza generata dalla preghiera che il “ tutto ” sappia conservarci in quel turbinio che ci aiuta a sentire la realtà, nonostante l’essere immersi in abnormi condizioni che sovente scavalcano oltrepassando a piè pari la cognizione dell’assurdo, scivolando lentamente ed inesorabilmente verso il compatibile incongruo rappresentato dall’estrema violenza che ruba, schiaccia, sbriciola e vilipende non una ma in quantificabile moltitudine di vite.

Il vento poi diviene bufera, colmando ogni interstizio della vita e bruciando al suo passare ogni seppur minimo simulacro di normalità. La ferocia, l’arroganza e la stupidità, con il passare dei mesi, vengono metabolizzate, digerite come un pasto pesante, dapprima con dolori all’addome e poi con un senso di nausea così da far proprie le ignobili condizioni dell’essere e ci si abitua all’enormità del bere l’amaro fiele di una supposta normalità da cercare e vivere, potendo giustificare la propria esistenza. In questa folle incongruenza si abbandona lo sguardo al cielo e si è sempre più spesso propensi a volgerlo a terra, così da assicurarsi di non calpestare anche quell’ultimo barlume di saggezza che viene inesorabilmente relegato nella mera sopravvivenza.

Così in quel mattino d’estate, alle prime luci dell’alba il monaco You Wan Chou lasciava il suo giaciglio e a passi lenti e pesanti si dirigeva alla fontana nel centro del minuscolo giardino. Il calore del giorno precedente si era dissipato nella bruma della notte, l’erba del piccolo prato era ancora madida di sudore, l’acqua dalla fontana scendeva fresca, gorgogliando a festeggiare quel lucente albeggiare parzialmente celato da nuvole sottili che lasciavano trasparire il blu di un cielo gravido di ogni sorta di maleficio e di quotidiana follia del vivere accettando che l’ombra oscura della morte cammini impavida al nostro fianco.

Un lento movimento delle mani a raccogliere i manicotti della colorata veste, ripiegandoli su se stessi, così da esporre avambracci nudi e scarni che affondavano nella frescura dell’acqua, sollevandone mani a conca ricolme di quella fonte di vita, il capo chino a lasciarsi aspergere creando la sensazione che dissolve in ogni più piccola goccia le nebbie della notte spalancando al giorno a venire la volontà ed il desiderio di fare di quella giornata il momento felice di una preghiera intensa e profonda. Quando il tamburo della guerra batte il suo ritmo siamo tutti stranieri in terra straniera, siamo tutti infelici di ciò che ci circonda eppure tutti continuiamo a porre un piede innanzi all’altro camminando a passi lenti e grevi come simulacro di normalità verso il nostro futuro, così, poco conta dove il monaco fosse, così poco conta da dove venisse.

Dal chiostro alla porta interna del tempio, dalla luce del sole alla penombra delle lacrime e dei desideri, del Budda…, chinando e reclinando il capo sino a giungere sommesso al centro del vuoto spazio il monaco si distese a terra sull’unico quadro di nuda pietra del pavimento posando la fronte ancora imperlata d’acqua; salutava così per il giorno, l’immagine sacra, rialzatosi e indietreggiato a lato del muro guardò la realtà degli eventi nella loro quotidianità, la ramazza il secchio la paletta per la cenere, nuovi incensi a sostituire quelli consumati dalla notte, togliere laddove possibile i sedimenti della polvere dai cuscini, muovere i grandi ventagli per far circolare nuova aria.

Uscire verso l’attiguo monastero, cambiare la veste, radersi il capo, cospargere di fiori il piccolissimo stagno, strofinarsi le mani nei petali del loto, immergersi nel profumo dell’incenso del piccolo tempio e con un sorriso solo apparentemente innaturale, a passi lenti e cadenzati ritornare al tempio e di qui alla porta principale per aprirla. Da molto tempo oramai era poca la gente in attesa, da molto tempo erano così poche le preghiere che si innalzavano al Lucente, eppure la speranza non demordeva, eppure la consapevolezza che in un modo o nell’altro “ quel tempo ” sarebbe finito faceva copiare nel volto del monaco il sorriso della grande statua solo parzialmente dorata.

Nel piccolo cortile d’entrata tra le mura maestre e la recinzione, il sole filtrava a fiotti di luce tra il fogliame verde dei pruni e quello grigio dei gelsi, i guardiani di pietra, immoti, guardavano ad est, il lastricato riluceva ancora della rugiada del mattino rifrangendo i raggi in mille scintille, una anziana donna nel suo scuro kimono attendeva seduta alla panca di pietra teneva le mani in grembo abbandonate e prive di nerbo, frasche odorose nella destra e nella sinistra la grande spirale d’incenso, attendeva senza fiatare, serena il suo momento di pace a contatto con l’infinito. You Wan Chou incontrò i suoi occhi, pozzi profondi di dolore e speranza, chinato il capo in segno di saluto e allargate le braccia ad accogliere girò su se stesso e con fare solenne aprì completamente i battenti di legno colorati ed incisi di mille storie di vita e di credo.

Le ore passavano lente come il battito del timpano che accompagna il ricordo di una danza del tempo passato, qualche vecchio si apprestava ad entrare, lasciare il suo obolo e il suo profumo d’incenso alla speranza che tutto potesse passare in quell’’immutato tempo di dolore e sofferenza, qualche giovane donna con il ricordo lontano di tempi belli di fioritura e d’amore cercava tra le solide mura il conforto o la speranza di udire una voce lontana che la richiamava, brevi passaggi densi di dolore e tristezza eppur così ricchi di un pensiero capace di superare le nubi e cogliere il colore della vita a venire, qualunque questa possa essere ovunque questa possa realizzarsi al di fuori di quell’incubo inumano che è la guerra.

Quando il sole fu forte nel mezzo del cielo e iniziò a penetrare in sghembi raggi dagli alti lucernai del tempio ferendo il denso fumo delle spirali d’incenso, dipingendo di ceralacca le travi e le colonne, quando oramai la certezza che alcuno si sarebbe più inoltrato tra le porte massicce in quella rossa penombra di credo; il bonzo, passando vicino alla sorda campana la percosse sei volte per poi prendere da un lato il suo cuscino e lasciarlo cadere di fronte alla statua, raccolse dal lato opposto il suo piccolo Mani, tornato al cuscino vi ci sedette e chiuse gli occhi il piccolo mulinello della preghiera ruotava nella mano destra accarezzato dalla sinistra, un sospiro profondo ad accompagnare gli ultimi riverberi del bronzo della campana parevano ovattare ancor di più se mai possibile quell’ambiente rendendolo fuori dal tempo e dal mondo, il sant’uomo sprofondò allora in un fiume di pensieri ed immagini.

Il tempio lo aveva accolto nel suo ventre opalescente molti anni addietro, quando la sua vita era un forte virgulto di bambù, le antiche mura gli avevano parlato per anni negli anni di pellegrini, credenti che cercavano il loro mantra, disperati d’ogni sorta che chiedevano un attimo di ristoro e cuori felici che donavano come a voler ripagare il bene ricevuto, poi qualche profondo pensiero lasciato tra luce e ombra di giorni d’estate pennellati nell’intarsio delle travi, molti “desideri” posti come preghiera come petali di fiori di pruno ad invadere le lunghe e tante primavere trascorse, altrettanti i dolori trasmessi come messaggio del difficile passare del tempo che come spifferi feroci dell’inverno freddo e violento arrivavano a coprire la porta di leggera e spumosa neve candida sciogliendosi ai primi soli tiepidi così i graffi delle effige del tempo nel legno, lunghe le attese di un ritorno o di una dipartita come foglie ingiallite che cadono una ad una nell’abbreviarsi delle giornate d’autunno.

Dubbi sulla propria esistenza ed il suo valore, certezze sul rotolare del tempo verso la direzione che gli eventi portano con loro, desideri di un fiorire nuovo nel cuore e volontà perché quel tempo avesse da finire e con lui la memoria del male, promesse fatte a se stessi e agli altri così poco spesso mantenute, ricerche di un io a volte nascosto nelle pieghe di un’esistenza che non corrisponde alla desiderata, semplici gesti del cuore e forti moti di rabbia si erano stampati in quel legno del soffitto come l’acre odore d’incenso, inglobati nella seta degli stendardi che si muovevano a ricordo delle nuvole in cielo. Il tutto gli passava attraverso il corpo e l’anima, assorbendo le sensazioni e le emozioni, le conteneva assommandole ai suoi pensieri per poi essere pronto a raccogliere una piccola lamina d’oro per ricoprire un nuovo lembo del bronzo levigato e nudo.

Posato il piccolo mulinello della preghiera sulla destra del cuscino, aprì gli occhi e fissando il vuoto oltre le mura, oltre i monti e oltre la terrena esistenza lasciò che le immagini si componessero agli occhi della mente come a quelli del presente sovrapponendole.

L’aria nel tempio era densa di fumo e profumo, gravida di quella tensione che sottende il viaggio nel profondo dell’umano a cercare il divino che esso contiene, colori apparentemente smorti per la fioca luce si rincorrevano veloci nei molteplici vortici delle spirali d’incenso e del fumo che lento saliva verso il soffitto, la lignea struttura con incastri, travi e colonne modificava la percezione dello spazio trasformando come per incanto l’asse del percepire da orizzontale a verticale; dovuto tributo al tendere al cielo, un cielo, quello interno al tempio seminascosto dai rossi drappi di seta e offuscato dal fumo denso delle spirali e delle lampade ad olio. La luce del giorno non entrava mai direttamente, rifranta da tendaggi e complessi sistemi di portelloni si diffondeva come nuvole barocche che conquistano il cielo azzurro in refoli di vento che si rincorrono. Centro gravitazionale di quel minuscolo universo caotico la statua del Luminoso, immota come a voler dire che il tempo scorre oltre il suo essere lasciando intatte le sembianze e le parole scritte nella pietra del mondo.

Ai due opposti lati della statua la fila dei Mani delle preghiere, grandi cilindri di legno laccato che contengono lo spirito che si eleva a cercare ed accogliere, teso ad incontrare, parole antiche scritte e riscritte dal tempo e dall’umano sentire, metamorfosi costante di un capo chino rivolto alla sua sentita origine, parole pesanti di legge e dottrina, frasi leggere come canti di fiori che si schiudono al sole, pensieri enormi nella loro semplicità che tendono all’anima globale del mondo, sentimenti di grandezza a volte percepita come superiore a quella dell’essere umano. Sulla destra come soglia d’entrata alle preghiere la rozza campana di bronzo appesa a travi variopinte di legno intarsiato, effige di volti, intagli di occhi, colore di gote accese all’ardore, e il bronzo fuso nel tempo antico colmo di bugne ad assorbirne la vibrazione e smorzare i toni acuti che troppo veloci nella loro vibrazione non arrivano al cielo.

Di fronte alla statua bracieri colmi di cenere e un numero incredibile di sottili dita frementi e tese verso il serafico sorriso emanando il profumo al cielo verso l’orizzonte lì dove terra incontra, a lato di questi, piccoli brandelli di stoffa arpionati all’uncino che saldi li tiene innanzi all’occhio ridente e mesto di chi ha lasciato le grandi parole. Ogni uno di questi una preghiera, un’esortazione una speranza, multicolore forma degli esseri umani innanzi al grande, You Wan Chou ne sentiva nei polpastrelli la diversa consistenza, così come aveva incontrato le diverse anime delle genti che a lui venivano pregando e chiedendo, liscia seta raffinata, forte corda stirata, consunto lino e calda lana tessuta stretta.

Nulla può contenere il pensiero, nulla può limitarne i confini, ed ecco alle pareti interne fodere di legno lavorate e ricamate dalla mano dell’uomo con l’ausilio della natura, millanta anni passati a crescere nell’equilibrio, solo questo può contenere l’idea, non scatola chiusa ma acuminato tempo che come punta di lancia fende la realtà portandosi appresso il profumo e l’odore della mano che l’ha scoccata, della corda che l’ha sospinta dell’altro legno che ha caricato la corda. Profondo mistero dell’equilibrio celeste che nasce dal tempo e in questo si rinnova, infiniti gli intagli molteplici i colori rinnovati e cambiati ancora una volta terra su legno semi su fibre sogno su dura realtà.

Opalescenti lastre di pietra che lasciano entrare la luce poca alla volta, senza mai esagerare senza mai permettere al moto del tempo di essere in alcun modo violento, antica pietra levigata da mani antiche, nulla nasce dal nulla e nulla muore nel nulla, tutto si trasforma, tutto diviene parte del totale per poi tornare ad essere particolare, il seme dal frutto, le mani dall’amore, il legno dal seme, il volto dalla propria genia, il pensiero poi dalla forza e dall’equilibrio del mondo che ci circonda e che come le rosse vele del soffitto, lasciano trasparire soffusa e confusa, la realtà, che nelle mani non sappiamo e non possiamo contenere.

Appese e aggrappate alle pareti panche di legno grezzo, scure dal tempo e lisce dall’uso, infisse in un pavimento di lunghe tavole che delle vene del legno fanno onde lievi al sentire della pianta del piede delicatamente vestita dal feltro dei calzari, lisa e consunta la polpa del legno a distanziare e unire la lisa e più scura vena disegnata dagli anni, multicolori cuscini di seta a comporne un dipinto fatto di macchie di vividi rossi, gialli solari e profondi blu del cobalto. Involucro sacro, scrigno di pensieri e di volontà, nave pesante e sicura che và nel tempo che si srotola, a volte lento a volte burrascoso come i giorni che ora passavano sopra il chino capo dei molti.

Così guardava il bonzo attorno a se stesso, così con lo sguardo sfocato oltre i confini della misera vista, lasciando che il palpitare del tempio lo aiutasse a vibrare con il sospiro lento e regolare dell’universo intero, quelle immagini quel sentire lo aiutavano nel ricercare, nel comprendere e per poi sprofondare meditando a larghe spirali di falco nel cielo che osserva il terreno; calandosi dentro la consapevolezza della luce emanata dal sorriso dell’effige che innanzi a lui si ergeva, solido bronzo forgiato con amore, levigato con pazienza e solo parzialmente coperto di piccole lamine d’oro.

Il mattino si assottigliava sempre più arrendendosi verso lo zenit del giorno, un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia e di questa diviene parte e sostanza, …il vuoto è forma, la forma è vuoto ... così recita la sutra del cuore, così in quegli istanti la mente di You Wan Chou
Pronto a ricevere il tutto, pronto a dare il tutto perché solo così si può sperare che il male possa corrispondere al bene come qualità e quantità perché solo così si arriva a confondere il significato ed il valore dell’equilibrio creandone una nuova dimensione che possa toccare la …


….la luce che corre veloce quasi come il pensiero, lento e grezzo invece il suono segue le malefiche spire dell’aria che lo frena, che lo costringe a muovere tutto…

… nel fragile lembo di pensiero che ci separa dal precipizio del divino che conteniamo in noi e nella nostra profondità, succede a volte di precipitare e cadere oltre la linea, You Wan Chou il monaco al culmine della sua preghiera sentì d’essere caduto oltre, luce nella luce, materia nella materia e …

… si scompose in miliardi di atomi diseguali nell’essenza e nel tempo… energia nell’energia ….

Era il nove Agosto dell’anno millenocentoquarantacinque dell’era dei Cristiani, alle undici e due minuti del mattino il sole splendeva, una… due… tre … quattro ….. millanta volte nel cielo e sulla terra tra le case e le strade di Nagasaki.


… ora, oggi, l’ombra scura del bonzo impressa per sempre nelle poche nude e ricotte pietre di quello spezzone di muro che ancora è rimasto a fronteggiare gli eventi, quella sagoma scura ci parla della sua preghiera, del sorriso e del pianto, della forza e della violenza, del sereno immutato dell’universo, parla a chi ha il coraggio di saperla e volerla ascoltare, nell’infinitesimamente piccoli di cui siamo composti ma …,
… luce nella luce…, materia nella materia …, energia nell’energia….

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