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laboratorio di narrativa

Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

18 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa, #interviste

Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

Vogliamo presentarvi un’esperienza - nata e cresciuta nella rete - che è per metà livornese: il Laboratorio di Narrativa. Le responsabili, Patrizia Poli di Livorno e Ida Verrei di Napoli, hanno accettato di rispondere alle nostre domande.

LM. Patrizia, innanzi tutto che cosa s’intende per esperienza virtuale?

P.P. Oggigiorno la rete offre possibilità sconosciute fino a pochi anni fa, tutte le partite si giocano sui tweet, sugli status di Facebook e sulle realtà “virtuali”, ma sono convinta che la parola virtuale, intesa come realtà simulata, cioè esistente solo in una rete di computer, sia ormai superata. Virtuale e reale non si distinguono più, amicizie nate sul web, come quella fra me e Ida, si consolidano anche nella vita. Il KLit, festival dei blog letterari, dove si sono incontrati fisicamente blogger da tutta Italia che fino a pochi giorni prima si scambiavano opinioni solo in rete, ne è un esempio, come ne è un esempio la stessa Livorno Magazine. Al giorno d’oggi anche per creare una rivista ognuno può lavorare da casa propria, comodamente nel suo studio, e le riunioni di redazione si fanno on line.

LM. Parliamo dunque del Laboratorio di Narrativa.

P.P. Sì, dopo una lunga pausa, dovuta a gravi problemi familiari, prima di Ida e poi miei, da settembre ha ripreso a pieno regime l’attività del Laboratorio che, proprio in questi giorni, compie due anni.

LM. Puoi dirci com’è nata l’idea?

P.P. Per capire che cos’è Laboratorio di Narrativa – Ida ed io lo chiamiamo affettuosamente Lab – dobbiamo fare un passo indietro. Due anni fa, una mattina di ottobre vicina al ponte dei morti, stanca di inviare i miei racconti a destra e a manca senza più saperne nulla, decisi di offrire a coloro che scrivono – si badi bene, non ho usato il termine scrittore – una cosa che, forse, ormai non s’usa più: il rispetto. Lanciai quasi per gioco una sfida dal mio status di FB: “Mandatemi i vostri racconti, li leggerò comunque, che siano belli o brutti, e vi dirò che ne penso”. Aprii un gruppo chiamato Laboratorio di narrativa e chiesi la collaborazione di Ida Verrei, amica scrittrice talento, sulla cui serietà, competenza, sobrietà e cultura sapevo di poter contare. Con sorpresa, nel giro di un’ora erano già arrivati i primi racconti e Ida ed io ci mettemmo subito al lavoro sui testi.
In seguito, visto il successo dell’iniziativa oltre ogni nostra previsione, aprimmo pure la Pagina Laboratorio di Narrativa dove poter mostrare i racconti esaminati e parlare anche di libri, di mondo editoriale, di narrativa intesa sotto tutte le sue forme, dal racconto al romanzo, dal classico al best seller, dal cinema alla fiction, senza dimenticare qualche incursione nella poesia, nella musica, nel teatro e nelle arti figurative.

LM. Come funziona, dunque, il Laboratorio di Narrativa?

P.P. Non appena ci giunge un testo, diamo immediata conferma all’autore della ricezione e dell’inserimento in coda di lettura. Sembra una cosa banale e invece è importante. Ogni autore sa quanto sia sgradevole affidare il proprio lavoro al nulla, senza più averne notizia, chiedendosi che fine abbia fatto, se sia stato letto, cestinato, archiviato, rubato.
Nei primi tempi l’attesa era più breve ma oggi, visto il numero di racconti che riceviamo, siamo costrette a far aspettare di più gli autori, però diamo sempre una risposta a tutti. Per ovviare all’inconveniente, potremmo allargare il parco dei lettori (conosciamo alcune persone la cui collaborazione sarebbe davvero preziosa) ma, siccome quello che ci piace di più e che dà buoni risultati, è proprio il pacifico e prolifico lavoro a due teste e quattro mani, i nostri autori ci scuseranno.
I racconti vengono esaminati in rigoroso ordine di arrivo, senza favoritismi per nessuno. Se, però, un autore ci invia contemporaneamente più di un brano, lo alterniamo con altri, per dare spazio a tutti. Ogni testo viene letto almeno due volte da entrambe. La lettura è attenta, parola per parola. Stiliamo poi giudizi separati e ogni volta mi stupisco di come non ci accavalliamo mai, di come ognuna sappia cogliere aspetti diversi. I due giudizi vengono poi fusi in uno solo. Inviamo sempre e comunque all’autore una scheda privata con il nostro commento e, spesso, anche alcuni suggerimenti che preferiamo non condividere con tutti.
A questo punto, se il racconto è di qualche interesse, viene editato, corretto per eliminare i refusi e pubblicato nella Pagina e sul blog Laboratorio di Narrativa arlara.blog, corredato dalla nostra recensione. In questi anni siamo state indulgenti e abbiamo scartato pochissimi testi, davvero improponibili. Non abbiamo mai gridato al talento ma non abbiamo nemmeno mai stroncato nessuno, neppure gli autori non pubblicati. Crediamo che non sia nostro compito e che il giudizio resterebbe comunque soggettivo. Cerchiamo piuttosto di analizzare la struttura del testo, metterne in evidenza le scelte stilistiche e contenutistiche. “Ogni autore”, ci piace ripetere, “ha il suo mondo da raccontare il suo modo per farlo”. Ci basiamo, tuttavia, solo sul testo, non chiediamo bibliografie dell’autore, curriculum, età o professione. Non chiediamo neppure il nome, se l’autore non desidera fornircelo. Ci interessa solo la parola scritta e non pretendiamo inediti assoluti.

LM Ida, a due anni di distanza che bilancio puoi farci dell’esperienza?

I.V. Positivo, certo: più di cento racconti letti, riletti, studiati, commentati. Sempre facendo ricorso alle nostre esperienze, alle competenze maturate, cercando di mantenere la maggiore obiettività possibile, ma anche, è ovvio, lasciando pure che prevalesse, talvolta, il nostro gusto personale.

LM. Quali sono stati i generi e le tematiche che vi siete trovate ad affrontare?

I.V. Diversi sono i generi in cui ci siamo imbattute: storie d’amore, di sesso, d’amicizia, di vita vissuta; fantasy, narrazioni surreali o fiabesche. Se dovessimo fare una statistica, potremmo dire che prevalgono i racconti che hanno come tema: solitudine, angoscia, ansie esistenziali. Il che fa comprendere il valore anche terapeutico della scrittura, che diventa, così, non solo passione da condividere, ma strumento sostitutivo di comunicazione, richiesta d’attenzione, sommesso singhiozzo di dolore. Né sono mancati racconti divertenti, pieni di spirito, arguzia e autoironia. Insomma, una varietà di contenuti che hanno alleggerito e reso piacevole il nostro lavoro.

P.P. Intervengo per dire che i maschi prediligono sempre il sesso mentre le donne, come c’è da aspettarsi, sono più sognatrici. Ma ci sono dei cliché cui si fa ricorso senza distinzione. Fra questi vanno per la maggiore soprattutto farfalle e rose, chissà perché.

L.M. E che mi dici degli stili, Ida?

I.V. Per gli stili il discorso non cambia: si passa dalla scrittura accurata, elegante, con ritmi e strategie narrative sapienti, proprie di quegli autori che sono veri e propri scrittori con esperienze di romanzi già pubblicati (cosa che ci ha gratificato), a stili più naif, qualche volta con tentativi di linguaggio moderno, giovanilistico, ma ancora tutto da costruire. Spesso abbiamo avvertito più attenzione ai contenuti che non alla forma. E in letteratura, si sa, i due elementi devono coesistere.

L.M. Tu, Patrizia, a livello personale che bilancio faresti dell’esperienza?

P.P. Come ha detto Ida, in due anni abbiamo letto e recensito circa un centinaio di racconti. Alcuni scrittori ci hanno visitato una sola volta, altri ci hanno inviato più testi e sono diventati “nostri autori”. Ci teniamo a dire che tutto il lavoro è completamente gratuito. Non abbiamo mai chiesto tasse di lettura né mai lo faremo, ci accontentiamo di un “mi piace” sulla Pagina, che, se non obbligatorio, è molto gradito anche perché, senza di esso, l’autore non può interagire con noi e con gli altri iscritti. Siamo davvero felici quando gli autori ci scrivono per commentare la nostra scheda, dando così credito e valore a una fatica che, seppur gratuita, non è per questo dovuta.
Nonostante in questo ultimo anno siano maturati per me altri progetti, come la collaborazione a www.criticaletteraria.org e l’ingresso nella redazione di www.livornomagazine.it, tengo particolarmente al nostro “Lab” e, finché ne avrò la possibilità e finché gli autori ci onoreranno con il loro appoggio costante, lo porterò avanti. Quindi, anche per me, il bilancio è senz’altro positivo, gratificante, e ringrazio tutti per la fiducia accordataci, per la pazienza e per la serietà con cui hanno accolto i nostri suggerimenti e persino le critiche.

L.M. Ida, vuoi dirci qualcosa per concludere?

I.V. Sì, ci auguriamo di essere state di qualche utilità per i nostri autori, con i commenti, le valutazioni e i consigli, sempre dati senza alcuna presunzione, ma come pareri soggettivi dettati da un pochino di esperienza e da tanta passione per la buona scrittura. Noi ci sentiamo certamente arricchite da questo nostro impegno nel Laboratorio: leggere, commentare, valutare il lavoro degli altri e confrontarsi con i diversi generi, aiuta l’autovalutazione, l’autocritica, l’autocorrezione.

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Uno sporco lavoro

11 Gennaio 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #Laboratorio di Narrativa, #franca poli, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli, è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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