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Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

27 Giugno 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

Monologo, dialogo, flusso di coscienza: sofisticate strategie narrative attraverso le quali l’autrice ricostruisce la storia dolente di una donna. Un cerchio che si apre e si chiude sulle stesse parole, su un nome che riporta al passato. Un loop fra ciò che è e ciò che è stato, dove tre donne e un uomo si muovono attraverso dialoghi serrati, riannodando il filo della memoria per ricostruire la trama. Queste quattro persone sono “Le variabili del cerchio” di Mari Nerocumi: Delphine, malata di cancro, Roxane, sua ex compagna, David, fratello dell’una e marito dell’altra, Cécile, madre di Delphine, moribonda in un letto d’ospedale. Un cerchio fatto di omosessualità, di famiglia, soprattutto di affetti intrecciati e intersecati.

L’amica “speciale” di un passato ormai lontano, l’eterno senso di abbandono che accompagna ricordi dolce-amari, una verità mai svelata e poi, l’ultima beffa della vita, la scoperta della malattia. È questo che e convince Delphine, la protagonista, a riprendere la ricerca di una madre mai conosciuta e, nella scoperta del segreto rivelato, ritrovare la vita che proprio la madre morente ancora una volta le regala. Delphine rintraccia Cécile quando sembra essere troppo tardi, quando è in procinto di pederla ma, invece, tardi non è, perché proprio questa donna che per salvarla ha rinunciato a lei, sta per offrirle nuovamente se stessa con una donazione di organi.

Qullo che colpisce Delphine, più che la possibilità di salvezza insperata, è l’idea di essere stata burattino sul palcoscenico, manovrato a sua insaputa da Cécile prima e da David e Roxane poi, essere stata, appunto, “variabile del cerchio”. “È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.” Ma anche lei, anche Delphine, mente sulla malattia, e il gioco del non detto si moltiplica come in un labirinto di specchi.

È forse la figura della madre il punto debole del racconto. Una “madre-eroina” disposta a rinunciare alla figlia per preservarla dalla violenza di un padre aggressivo e pericoloso, è in verità, oggi, poco probabile. L’abbandono, il distacco, appare piuttosto come la scelta di una donna debole, incapace di ribellarsi e di costruirsi un’ esistenza autonoma, lontana dal dominio maschile, libera con la propria creatura. L’altro punto è, forse, il non aver saputo ben integrare l’interessante antefatto del collegio - con la ribellione saffica delle due ragazze - al resto della storia.

È un racconto scritto con grande delicatezza di linguaggio, ma anche con forza, con un ritmo serrato che arricchisce tutta la narrazione di pathos. Lo stile è molto pulito e questo, al giorno d’oggi, è già tanto.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Le variabili del cerchio

Mari Nerocumi

Nel buio della stanza d'ospedale le parole della donna risuonano come un’eco interminabile.

D’impulso le chiedo come si chiama.

–Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa.

Un tuffo al cuore mi porta su una giostra irrefrenabile mentre la mente cerca di rallentare, ha paura dei vari buchi in cui può incappare, sparsi qua e là.

Uno di questi è proprio il nome della suora cui mi affidasti ancora prima che nascessi. I ricordi mi riportano alla disperazione di due mesi fa, quando ho saputo della malattia e ai tentativi fatti per accettarla. Mi sono illusa di recuperare la mia dignità mantenendo un segreto bugiardo. Un altro buco in cui sono inciampata. Per accettare quello che mi stava succedendo, sono arrivata persino a registrare la mia voce, nel tentativo di acquisire quelle poche sicurezze che ora tu, immobile in questo letto, stai demolendo a una velocità insostenibile.

Ma sei stupida!– mi urla il cuore ora – Quale altro segno dovevi ancora darmi? Seduta, con le braccia conserte, avverto il tumulto dal di dentro. Come ho fatto a non capire?

Sono diventata così cieca da non comprendere che stai morendo per me, per darmi nuovamente la vita.

Affondo la faccia nelle mie lacrime, ma stavolta non hanno a che fare con la disperazione: è il tuo amore che mi assale. Sfinita mi arrendo e scelgo finalmente di credere che tutto questo non sia frutto del caso. Accasciata sul tuo corpo mi addormento mamma, ora che so che non voglio più lasciarti e che tu, non mi lascerai più.

–Ho bisogno di tornare a Le Mans e vorrei che tu venissi con me. È un favore che ti chiedo!

–Le Mans?...Ma come ti salta in mente, tornare lì è da pazzi, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Non contare su di me. Io ho deciso di metterci una pietra sopra.

–Io no, Roxane, non posso –

Sento la vita che mi sfugge dalle mani e mi sembra l’unica alternativa alla pazzia.

Ho mentito a me stessa troppo a lungo e ora è arrivato il momento di fare ordine.

–Perché? Non capisco. Sono anni che ci vediamo solo per le feste comandate, raramente affrontiamo discorsi diversi da che tempo fa oggi e dal nulla mi chiedi un favore così grande.

Mi stai nascondendo qualcosa … Cosa ti avrà riportato a quel periodo?

–È vero, è strano che io lo chieda proprio a te.

–Soprattutto dopo quello che è successo. Era questo che stavi per dire?

–Roxane, in ballo c'è la nostra amicizia. Non conta niente che te lo chieda io?

–La nostra amicizia? La nostra storia la chiami… “amicizia”? Ma ti ricordi come sono andate le cose? Come ci siamo lasciate te lo ricordi?

–Non volevo riferirmi a questo.

–Che mi hai lasciato per un uomo, lo ricordi?

Sembra tu stia parlando di un’altra persona e di un’altra vita.

– A quel tempo eravamo molto confuse.

– No, tu eri quella confusa.

– Sì io ero molto confusa. Ero un’adolescente con le idee poco chiare sulla propria sessualità, in un collegio di sole donne ...

–Che faccia tosta … Continui a infierire?

–Ma se David me l'hai presentato proprio tu.

–Non mettere in mezzo mio fratello!

–Ma è possibile che dopo tanti anni ce l’hai ancora con me? Hai la tua vita adesso e pensi ancora a quello che è successo tra noi?

–Alcune delusioni sono difficili da superare e basta!

–Lo vedo.

–E poi… Eravamo confuse, lo so, ma nonostante tutto una parte di me l’ho lasciata in quel collegio e certe volte provo ancora nostalgia.

– Già, è vero, allora ci torni con me? Voglio liberarmi dai rimpianti una volta per tutte.

– Che intendi? C’entra ancora la ricerca di tua madre?

Era questo che mi nascondevi?

– Sì, è così. Ma c'è dell'altro. Il Saint Julien è stato il luogo che ha visto le nostre menti in subbuglio, io con la mia ansia, tu con i tuoi complessi, dare una svolta significativa ai falsi perbenismi e moralismi che imperavano chissà da quando. Siamo state capaci di smontare i castelli di conformismo che ci circondavano, abbiamo seminato perenne agitazione in quel convento.

– Ricordo come sbiancavano le suore quando sentivano odore di guai, la nostra unione sfidava la loro legge naturale e più si sentivano minacciate e più ci divertivamo.

– E ti ricordi il periodo in cui volevano tenerci a distanza? Suor Celine dopo la predica serale ci chiudeva a chiave ognuna nella sua cella di punizione. Rimanevamo l’intera notte sveglie a parlare e il muro che ci divideva diventava invisibile.

– Tutto diventava una sfida! Il Saint Julien è stato il nostro castello incantato.

– In quel periodo solo grazie a te sono riuscita a cambiare ciò che ero, facendo spazio alla parte migliore di me ma mi sono illusa di aver finalmente cancellato tutte le mie angosce.

– Già, e poi …

– Avevamo fatto un patto, ricordi?

Lo sapevo che tiravi fuori il patto.

No.

– Ci siamo impegnate a rimanere sempre legate. E invece cosa abbiamo fatto? Cosa ne è stato delle ragazze del Saint Julien, dove sono state nascoste per tutti questi anni?

– Abbiamo semplicemente smesso di fare la guerra. Eravamo delle ragazzine, Delphine!

– Abbiamo smesso di sognare, Roxane.

I portici del Saint Julien erano la nostra finestra sul mondo. Lo squarcio di cielo che accoglieva quel chiostro era il nostro sguardo rivolto alla libertà. Quelle mura se potessero parlare scriverebbero poemi di solitudini sconfinate.

– Ma tutto questo è successo prima della nostra storia.

Lo sapevo che mi facevi piangere.

– Perché non recuperiamo quello spirito tornando lì? Non ho altra scelta Roxane, sento che solo tu mi puoi stare accanto in questa che potrebbe essere la mia ultima sfida

– Ma cosa dirai a David? E ai ragazzi? Come giustificherai la tua assenza ai tuoi corsisti?

E poi hai già provato tempo fa a cercare tua madre e i risultati non sono stati così incoraggianti. Non vorrei che rimanessi di nuovo male.

– Ora più che mai devo trovarla e la troverò.

Non ho pensato ancora bene cosa dire a David, vorrei raccontargli la verità mezza verità, come sto facendo con te vorrei che sapesse che ritorniamo Le Mans, io e te per fare una gita in nome dei vecchi tempi e per ritrovare… mia madre.

Avevo dimenticato l’effetto che mi fai, sei vento leggero che mi accarezza la faccia e che mi fa respirare aria pulita dopo la pioggia.

Avevo dimenticato quanto senso pratico avesse Roxane.

I suoi bagagli sono già pronti in macchina quando bussa alla porta.

Scende David ad aprirle. Li osservo dalle scale, si abbracciano con una strana aria negli occhi...come se sapessero qualcosa che non so.

Faccio per scendere, ne voglio capire di più, ma Matt ha bisogno di me, prima di partire.

Matt ha la mia stessa sensibilità di quando ero bambina e sono sicura che la mia partenza lo rattrista parecchio.

Ricordo come mi sono sentita quando Suor Teresa se n’è andata. Sono rimasta settimane senza scambiare una parola con nessuno e temo che anche Matt possa provare le stesse sensazioni per poi rinchiudersi in se stesso. Al mio ritorno spero di avere ancora occasioni per farmi perdonare per questa ed altre mille mancanze.

Forte è la spinta che mi impedisce la resa e ora come ora non ho la possibilità di tornare indietro.

Forte è il bisogno di cercare quella parte di me che mi è sempre mancata. Ma forte è anche l’ansia che mi assale...

Chi cerco a Le Mans adesso che è passato così tanto tempo?

Chi troverò? Qualcuno che ha il mio stesso sangue? Una madre affettuosa disposta a starmi vicino? Mi sento stupida ed egoista a pormi queste domande, forse è l'istinto di sopravvivenza di chi è malato mi rispondo. E se non vivesse più a Le Mans?

Di lei so che mi ha negato il suo affetto, la sua presenza, ma ora che sto male non può più continuare a ignorarmi né posso continuare a ignorarla io.

– Pronta?

– Sì eccomi...

– Povero cucciolo, te la riporterò presto quest'impiastro di madre.

– Sì ma è l'unica madre che ho, risponde un po' imbronciato Matt.

L'unica madre che ho è la risposta di un figlio

– Mamma mi porti un profumo francese?

Non mi sorprende la richiesta di Becky che invece è contenta di liberarsi per un po' di me.

– Certo. Hai qualche preferenza?

– Sì voglio Chanel n.5, l’original, mi raccomando.

– Stai attento ai ragazzi.

– E tu starai attenta a te? – mi chiede David con la solita dolcezza.

Gli rispondo di sì con un sorriso, cercando di infondergli sicurezza, ma dal suo sguardo non ne traspare tanta.

Mi chiude lo sportello della macchina e vuole che apra il finestrino prima di andare, per sussurrarmi all'orecchio il suo ti amo.

Gli stringo la mano mentre con l’altra saluto i ragazzi seduti sugli scalini, sono tutto quello che ho, mi dico soffocando le lacrime per la paura di perderli.

Ci dirigiamo verso il porto e mi suona strano ora stare in macchina con Roxane. Guardo fuori dal finestrino e mi sento in imbarazzo, come se avessi il dovere di porgerle delle scuse ma non certo la volontà.

E nemmeno lei a quanto pare ha voglia di parlare, assorta in chissà quali pensieri, guida in silenzio, incurante di tutto ciò che la circonda.

A un certo punto il suo silenzio mi incuriosisce così tanto che mi dimentico del mio imbarazzo e sono io a voler rompere il ghiaccio.

– Tutto ok Roxane? Ci hai ripensato?

– No, al contrario... mi ci voleva un bel viaggio, certo non avrei mai pensato di farlo a Le Mans, ma avevo bisogno anch'io di staccare la spina.

– Era a questo che stavi pensando?

– Sì anche... un po' di cose messe assieme.

– Non mi hai detto come l'ha presa Anne.

– Beh la conosci no? La sua diffidenza è proverbiale e nemmeno questa volta si è smentita, dati i nostri precedenti.

– Dipende da cosa le hai raccontato.

– Dici?

– Sì dico.

– Lei pensa che la storia che abbiamo vissuto abbia ancora importanza per me.

Sono sicura che questo è quello che pensi tu

– E poi ci sono diverse cose che mi frullano in testa e soprattutto una che ancora non ti ho detto: Anne ha espresso il desiderio di avere un figlio e mi ha proposto di adottarne uno.

– Gesto coraggioso, è davvero ammirevole da parte vostra, e tu? Condividi il suo stesso entusiasmo?

– Ecco è proprio questo il nodo della questione, io non so se ho tutto questo coraggio. Diventare madre mi spaventa, sento che è un ruolo che non mi si addice.

– Forse dovresti dirlo ad Anne, dovresti parlarle chiaro.

L'arrivo al porto interrompe il nostro discorso. Il mio sguardo si perde all'orizzonte e mi lascio pervadere dall'odore salmastro del mare. Era da tempo che non ci venivo.

Il traghetto per Le Havre sta per partire per cui decidiamo di non tornare sull'argomento.

Ci affrettiamo a raggiungere la banchina per l'imbarco e mentre ci avviciniamo sento l'aria che mi accarezza la faccia e torno a quindici anni fa quando affrontai il viaggio di sola andata verso Portsmouth.

L'immaginazione mi riporta a quei momenti e mi restituisce una pace interiore che non pensavo di poter più provare. Quell'orizzonte era una nuova vita per me e avevo cercato di abbracciarlo in tutta la sua immensità.

– Una volta arrivate a La Havre, prenderemo un taxi per arrivare alla stazione, mi informa Roxane, interrompendo il percorso dei miei ricordi.

Realizzo solo ora che si è occupata del viaggio nei minimi dettagli, ricordandosi soprattutto che io non amo volare.

– Avremmo impiegato molto meno tempo con un volo aereo, le chiedo guardandola.

Lei sorride a occhi bassi.

– Grazie Roxane, le dico con il viso traboccante di sincerità, mentre riponiamo i bagagli nel vano.

Nel ringraziarla avverto la sensazione che aspettavo da quando ci eravamo messe in macchina. Lei mi guarda stavolta e sono io ora a sorriderle. La mia gratitudine è riuscita a rompere il velo che sembrava annebbiare la vista e impedire di guardarci negli occhi. L'imbarazzo di prima è svanito, ritrovo finalmente la persona cui avevo donato il mio cuore un tempo, una persona affidabile, a cui confidavo i miei pensieri più oscuri, che mi sapeva capire senza fare tante domande, ora so che il forte affetto che ci legava non si è mai spento. Sono contenta di averlo ritrovato, come lo è anche Roxane.

– Pronto? David, ci siamo appena imbarcate sul traghetto. Ho lasciato Delphine in bagno e sono corsa a chiamarti.

– Calmati, andrà tutto bene.

– Spiegami come? Non so se ce la faccio a resistere. Sono anni che le nascondiamo la verità. I sensi di colpa mi stanno divorando e non ho il coraggio di guardarla negli occhi. Non riesco a sopportare più questo peso che porto da quindici anni sulla coscienza.

– Ricordati che se abbiamo scelto di non dirle la verità è perché è stata sua madre a volerlo.

– E credi che questo basti a far tacere la mia coscienza?

– Ascolta Roxane, io non so perché Delphine abbia deciso dopo quindici anni di ritornare a Le Mans e ritrovare sua madre, ma se è quello che desidera noi non possiamo impedirglielo. Cécile mi ha fatto promettere di non dirglielo e cavolo si tratta di mia moglie! Non credere che non mi sia costato nasconderle la verità per tutti questi anni.

– Allora devi dirglielo, David! Io non posso continuare a vivere questa farsa,

mi sono tenuta alla larga apposta, ma nonostante questo lei è me che ha cercato per questo viaggio.

Ma come credi che reagirà quando saprà che la madre ha sacrificato la sua vita, il suo amore per tenerla lontana da un padre drogato e manesco e soprattutto che noi ne eravamo al corrente?

– Non lo so. Non riesco a immaginare quali possano essere le conseguenze.

Delphine è sempre stata così imprevedibile.

– Allora raggiungici. Ho la sensazione che il momento giusto sia arrivato e non si possa più rimandare. Se non vuoi dirglielo tu, glielo dico io.

– Roxane, non essere impulsiva. Va bene, prendo un volo e vi raggiungo alla stazione. Aspettatemi lì.

Delphine, spero solo tu ci possa perdonare.

Mi ricordo di lei come se la vedessi adesso...con le dita nelle grate del giardino del Saint Julien, quasi a volerle strappare...

ti osservava durante la ricreazione, gioiosa al vederti e così triste al lasciarti.

Spero non dubiterai della nostra buona fede, volevamo solo proteggerti e quando decidesti di venire a vivere a Portsmouth ci sembrò il momento meno opportuno per rivelarti una verità che si presentava così scomoda a tutti.

– David? Cosa ci fai qui? È successo qualcosa ai ragazzi?

– No, i ragazzi stanno bene. Li ho accompagnati dai nonni.

– E perché? Tu lo sapevi, Roxane?

– Beh…Sì, mi ha avvisato che avrebbe preso un volo per raggiungerci.

– Delphine devo parlarti…

– Io vi lascio da soli. Vi aspetto al caffè di fronte all'edicola.

– Ma come? Dove vai, Roxane?

– Delphine, vieni, troviamo un posto per sederci.

– Ma si può sapere cos’è tutto questo mistero?

– Nessun mistero, cara. O meglio, voglio che non ci siano più misteri sulla tua vita a Le Mans.

Ora che siamo qui scoprirai la verità, quella che cercavi quando ci siamo conosciuti. Non so come la prenderai e mi sento un codardo per non avertene mai parlato.

– Ma di che stai parlando?

– Quindici anni fa ero giovane e soprattutto innamorato perso di te. Avrei fatto qualsiasi cosa per proteggerti ed è quello che feci. In cuor mio sapevo di negarti un diritto ma l'istinto di proteggerti ebbe il sopravvento.

Delphine, quindici anni fa ho conosciuto tua madre e non te l'ho mai detto. Roxane è stata mia complice nel cercare informazioni su di lei dopo che mi riferì che il tentativo di rubare il tuo fascicolo personale era fallito. Ci servimmo di un investigatore privato che in poco tempo ci fornì le notizie che cercavamo. Scoprimmo che tua madre si chiamava… si chiama Cécile Le Blanc,

originaria di Nantes, e che abita nei pressi di Place de Jacobines. Rue Wibur Wright per la precisione.

– Cosa?

– Calmati Delphine, fammi finire.

Allora aveva quarantotto anni. La sua storia è molto diversa da quella che tu hai immaginato per anni. Quando bussammo alla sua porta ero arrabbiato quanto te, ma quando la vidi apparire all'uscio, senza che avesse ancora aperto bocca, sfumarono tutte le mie più agguerrite intenzioni.

Era una donna minuta e la somiglianza con te era incredibile. Il viso era scavato da una tensione perenne più che dal peso degli anni. Aveva i capelli del tuo stesso colore, raccolti alla nuca, ma ciò che tradiva più di tutto la somiglianza con te era la bellezza disarmante, di chi seduce senza rendersene conto. Forse era la sua perenne aria di tristezza ad aumentare il suo fascino.

Rimanemmo fermi e freddi sulla porta io e Roxane. Non fece cenno di farci entrare.

Capite le nostre intenzioni, uscì lei. Si chiuse la porta alle spalle e ci portò all'altro lato della piazza vicino al fiume Sarthe. Lì seduta su una panchina si sciolse in un pianto e ci rivelò il suo grande segreto. Era come se ci stesse aspettando da tempo. Iniziò a parlare con la sua voce calda e sia io che Roxane ci abbandonammo a quella familiarità estemporanea. Ci raccontò di averti avuta giovane, a ventidue anni. Aveva sposato tuo padre da un paio d'anni, durante i quali aveva già avuto modo di conoscere il suo lato oscuro e di pentirsi dell'errore commesso sposandolo.

Lui si era dimostrato un insoddisfatto che non riusciva a realizzare le proprie ambizioni e che sfogava con la violenza la propria inadeguatezza. Abusava dei farmaci che maneggiava per lavoro e che gli servivano più per stordirsi che per reale dipendenza.

Varie volte era finita in ospedale, e un po' per paura, un po' per mancanza di alternative non aveva mai avuto il coraggio di liberarsi di lui. Si sentiva una vittima ma era giovane e non aveva perso ancora le speranze che le cose potessero cambiare. Lunghi periodi di assenza, dovuti al lavoro, tenevano via tuo padre, dandole una finta tregua e l’illusione di riprendersi la sua vita, fino al successivo ritorno. Io e Roxane la guardavamo increduli senza avere il coraggio di interromperla.

– Continua...

– Ci raccontò che fu proprio durante uno di questi viaggi che si accorse di essere rimasta incinta. Era al secondo mese quando già prese la decisione di affidarti al Saint Julien. Conosceva suor Teresa della quale si fidava e con lei prese accordi.

Alla tua nascita non raccontò niente a nessuno, era tornata a casa dei suoi,

dove tua nonna era morta e tuo nonno era diventato ormai così vecchio da non rendersi più conto del mondo che lo circondava.

Le sembrò un segno del destino, avere la possibilità di vivere un'esperienza solo sua: te. Pensò di fuggire per sempre lontano da lui, ma il peso della fuga continua, l'angoscia di vivere con la paura di essere inseguita e scoperta la fece tornare alla realtà. Il Saint Julien era la scelta più giusta, valeva la pena di starti lontana ma saperti sana e protetta. Mi fece promettere di non dirti la verità. Sarebbe stata lei un giorno a dirtela. Ogni tanto ci scriviamo, io l'aggiorno su di noi, sui ragazzi, e lei è contenta di saperti felice con noi.

Non avercela con Roxane, la decisione di tacerti i fatti è stata mia.

So di essermi comportato da egoista ma ti ho vista felice e non me la sono sentita. Non volevo ostacoli al tuo desiderio di liberarti del passato.

– Cosa ti chiese esattamente?

– Mi chiese di non rivelarti la sua identità, era importante che lo facesse lei al momento giusto.

– Sei stato un vigliacco.

– Delphine cerca di capirmi, ti ho nascosto la verità per tutto questo tempo al solo scopo di evitarti una sofferenza.

– O per egoismo David?

– Non sopportavo l'idea di vederti infelice, finalmente la vita sembrava sorriderti e l'ossessione della ricerca delle tue origini sembrava ormai acqua passata.

– Perché non hai cercato un altro modo per risolverla? Perché vedo un tuo tornaconto in tutto questo?

La tua protezione mirava alla tua tranquillità non alla mia. Il tuo tacere non ha fatto altro che aumentare il mio senso di inadeguatezza. Ho passato la mia vita a cercare di sentirmi bene con me stessa e in mezzo agli altri ignorando che ci fosse qualcuno come mio marito a tirare i fili dall'alto. Prima mia madre, poi Roxane, poi tu, tutti con l’intenzione di proteggermi senza nemmeno avvisarmi quale pericolo potessi correre. È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.

– Mi rendo conto solo adesso di aver fatto male i conti, certe cose non si possono rimuovere con un colpo di gesso dalla lavagna, e ora che stai per ritrovare tua madre ti chiedo solo un favore: ricordati di quello che siamo stati e di quello che siamo. Cerca di capirmi ti prego.

– Non so cosa dire David, mi sento ingannata da te e non riesco a perdonare niente adesso, ti prego torna a casa dai ragazzi e lasciami in pace.

– Ok, ti lascio sbollire la rabbia, ma pensa a quello che ti ho detto, ti prego.

– Dove è andato David?

– Gli ho detto di tornare a casa. Non ho bisogno della sua protezione adesso e tanto meno della tua!

– Che cosa stai dicendo?

– Cosa ci fai con quel registratore in mano? Ridammelo e non osare più frugare nella mia borsa.

– Non ho frugato, avevo mille cose in mano tra cui la tua borsa, mi è caduta in terra e...

– Eh cosa?

– Ho ascoltato parte della registrazione Delphine. Quando hai saputo della malattia? Non posso crederci, perché non me l'hai detto subito?

– Cosa avrei dovuto dire? Che posso morire? Tutti possiamo morire da un momento all'altro, e poi dirlo a chi... a te?

– Che intendi con “a te”? E a David e ai ragazzi non ci pensi?

– È proprio perché penso a loro che non l'ho detto!

– Ma hanno il diritto di saperlo.

– Come io avevo il diritto di sapere chi era mia madre?

– Sì, te lo ha detto David?...finalmente!

– Quindici anni di menzogne, come avete potuto?

Siete stati dei vigliacchi, nascondermi la verità sapendo quello che significava per me.

– Abbiamo cercato di proteggerti, era solo questo il nostro scopo credimi. Pensavamo fosse il momento sbagliato, tua madre lo pensava.

– E quando sarebbe stato il momento giusto? Quando lo decidevate voi? E se fossi già morta, non avrei mai potuto sapere che mia madre MI AMAVA così tanto da sacrificare la sua stessa vita per me?

– Non piangere ti prego.

– Lasciami stare...non mi toccare, lasciami da sola!

– No, non posso, mi sento così in colpa e in più adesso che so della tua malattia, vorrei solo scomparire.

– Ecco brava scompari.

– No, non dirmi così, dobbiamo mantenere la calma e riflettere, quando torneremo a Portsmouth, David prenderà contatti con il dottor Milestone, chiederemo il parere di altri medici e stabiliremo il da farsi.

– Basta! Sono stanca del “vostro da farsi”, non l’ho detto a David appunto per questo motivo e non osare farlo tu, altrimenti….altrimenti

– Va bene smettila di piangere, lasciati asciugare le lacrime. Farò come dici tu ma calmati adesso.

– Non c'è molto da fare...morirò e non voglio Roxane, non voglio…

L’afa della città aumenta il mio stato di confusione. Il sole sta calando, dovrebbero essere le quattro ma il mio orologio? L’ho dimenticato e vorrei averne la certezza. Ho la testa frastornata. La confessione di David mi ha messo ko. Sono combattuta. Vorrei comprenderlo ma la rabbia è troppa. Lui che ha sempre predicato la verità come principio indiscusso alla base della nostra vita insieme. Me lo sarei potuto aspettare da chiunque ma non da lui. Eppure lo conosco, lui è uno che se fa una promessa cascasse il mondo la mantiene.

Il taxi preso al volo alla stazione si dirige di corsa a Rue Wibur Wright.

Roxane è accanto a me col viso preoccupato. La guardo mentre il pensiero di mia madre si sostituisce a quello di David.

Non mi aspettavo di poterla conoscere in così breve tempo.

L'immaginazione non indugia a partire. Nei miei sogni è sempre stata una donna di bell'aspetto, dai tratti gentili e remissivi, un non so che di rosso nell’abbigliamento, i capelli raccolti, orecchini di perle e tacco alla francese. Ora ne ha 63 di anni. Chissà se sente il peso dell’età. Chissà come ha fatto a vivere col pensiero di dover sacrificare l’amore di una figlia per saperla in vita.

Rue Pierre Mendès France, siamo quasi arrivate.

Ecco la prossima dovrebbe essere Rue Wibur Wright.

Il taxi si ferma davanti a un palazzo enorme grigio con le finestre bianche, mentre scendo le gambe mi tremano. Roxane mi ha parlato di un appartamento al piano terra, potrebbe essere questo o quello laggiù. Mi fa segno di seguirla, avanziamo verso l’interno dove si apre un ampio giardino con al centro una piccola fontana, la statua di un putto offre acqua dalla bocca, dovrebbe essere quello lì facendomi segno con la mano.

Vedo fiori, tanti fiori sul davanzale della finestra, le cui tende a righe lasciano intravedere poco dall’esterno. La porta di ingresso è quella con gli scalini, ricorda Roxane. Cécile Le Blanc e Philippe Dupont riporta la targhetta affissa sulla porta. Roxane suona il campanello che io non oso toccare. Il cuore mi balza in gola.

Non avverto alcun movimento, né si percepiscono rumori…

Roxane si sporge per suonare di nuovo, ma nessuno viene ad aprire.

Il cigolio di una finestra dall’altro lato del palazzo attira la nostra attenzione, la vecchina che si affaccia ci chiede:

– Chi cercate?

Trattengo il respiro e la voce stenta ad uscire, come quando mi nascosi sotto la scrivania di Suor Celine in cerca dei documenti sulla mia identità.

– Cerchiamo la Signora Le Blanc, sa dov’è?

– Ah Cécile, la mia amica, è in ospedale la povera Cécile al Centre Hospitalier.

– E come mai? Le è successo qualcosa?

– Siete parenti?

– Sì ehm sì, questa donna è una sua parente…

Il respiro non si ferma stavolta.

– Ah ma come…? Ma avvicinatevi vi prego io non vedo bene.

Cécile è sempre stata sola, come me, povera donna.

Il marito l’ha lasciata, un mesetto fa si è trasferito a Parigi quel farabutto. Lei era così contenta di essersene finalmente liberata, non le sembrava vero, diceva di voler partire anche lei per andare lontano da qui, voleva raggiungere una persona, ma non mi ha mai detto chi fosse questa persona. E si stava preparando a lasciare tutto quanto quando è successo quello che non doveva succedere.

Io ero con lei sapete, un improvviso malore…alla testa, non so dire il termine che i medici hanno usato, apo...qualcosa ma quello che so è che da quel momento non si è più svegliata.

Io ho fatto tutto quello che potevo fare, ho raccolto le poche cose che aveva preparato in borsa e ho fatto chiamare l’ambulanza dalla signora Lacroix.

Povera Cécile, la circolazione le ha sempre dato problemi.

È successo tutto così velocemente.

– Quando signora, quando è successo? Le chiedo con la voce affannata.

– Nel primo pomeriggio di ieri, saranno state le tre.

Mi aveva chiamata per dirmi delle piante, quando innaffiarle in sua assenza, ho visto le valigie preparate ma non ha fatto in tempo a dirmi tutto la povera Cécile.

Le infermiere dell’ospedale mi hanno consigliato di parlarle.

La mia voce avrebbe potuto risvegliarla…mi hanno detto, lo credete vero?

Soprattutto se ero una persona a cui voleva bene, ma lo sapevo che l’episodio della spazzatura se l’era legato al dito. Io non volevo farlo, è stata la signora Lacroix a dirmi di attaccarle un cartello per la spazzatura fuori la porta.

– Va bene signora la ringraziamo. Ha detto il Centre Hospitalier?

– Si signorina sì, può darsi che riuscirete a svegliarla voi Cécile, così la riportate a casa.

Roxane mi osserva con sguardo interrogativo …

La ruga in mezzo alla sua fronte tradisce la stanchezza e la tensione.

Ho bisogno di sedermi le dico.

Raggiungiamo l’altra parte della strada, mi siedo su una panchina.

– Perché? Perché le cose non possono mai andare come voglio? Mi sento la testa girare in un vortice.

– Calma Delphine, vado al bar a prenderti qualcosa da bere.

– No per favore, non ti muovere da qui. Non lasciarmi sola, ho paura di sentirmi male.

– Che intendi fare adesso?

– Non lo so, mi ritrovo a conoscere l’unica madre che ho in ospedale, al suo capezzale.

E per dirle cosa? Che sono la figlia che cercava di raggiungere? Che fare? Andare lì e sperare che si svegli come dice la vicina? Povera me, povera stupida, che pensavo di ottenere? Di colmare finalmente il vuoto di una vita spesa a pensare a come sarebbero state le cose se fossi vissuta con lei?

Che strazio Roxane! Che strazio! Mi sento il cuore scoppiare.

Le lacrime mi inondano il viso e i singhiozzi diventano sempre più rumorosi.

Roxane mi stringe la testa con le mani accostandola al suo corpo sudato, un passante mi guarda stranito e rattristato.

Il destino mi ha beffato ancora una volta.

In preda a un torpore generale, non riesco più a decidere e lascio che Roxane lo faccia per me.

Saliamo di nuovo su un taxi diretto al Centre Hospitalier.

– Che io ricordi è un buon ospedale, vedrai che la rimetteranno in sesto, cerca di rincuorarmi Roxane.

Salire le scale non mi è mai pesato così tanto. Guardando il marmo degli scalini, sento risucchiarmi dal basso come se fossero sabbie mobili. Cerco di distrarmi ma la pesantezza del mio corpo me lo impedisce.

Arrivate nel reparto di neurochirurgia, l’infermiera ci indica la stanza.

D’improvviso risento il cuore che comincia a battere così forte da non poterlo controllare, come se prima avessi potuto farlo. La porta è aperta, intravedo un letto. Sono circa due metri distante da te, ora il cuore mi si ferma.

Roxane mi sorregge e sento che mi spinge a camminare verso l’interno della stanza.

Arriviamo all’uscio e ho voglia di fuggire. Faccio per voltarmi ma Roxane mi afferra per un braccio – siamo venute per lei – mi ricorda con sguardo duro.

Sei da sola in questa stanza, hai gli occhi chiusi, le mani stese lungo il corpo, il viso pallido.

Mi siedo accanto al tuo letto, gli ospedali hanno tutti lo stesso odore: alcol misto a polvere.

La vetrata della finestra è ampia e la luce del sole si propaga avvolgendo completamente il tuo corpo.

Il bianco è accecante e si espande fino a me seduta al lato opposto sulla punta della sedia.

Mi alzo. Forse perché il riflesso del sole mi impedisce di vedere chiaramente il tuo viso o forse perché presa da una smania non riesco a crederci ancora… che sei qui davanti a me.

Respiri come se stessi dormendo.

Nemmeno il colorito tradisce il tuo stato di salute.

La vicina ha detto di parlarti e io ti parlo con il cuore in mano e col desiderio che tu davvero possa sentirmi.

Le tue dita sono lunghe e affusolate, le so riconoscere le dita giuste per suonare l’arpa mi dico.

Guardo le mie per vedere se somigliano alle tue. Forse sì, ma le lacrime iniziano a riempire gli occhi e a stento riesco a osservarti come voglio. Mi giro per cercare Roxane ma non vedo più nemmeno lei.

Al collo non hai una collana di perle, ma una piccolissima croce, di diamanti, credo.

Forse riponi speranze in un Dio che non ti ha mai aiutata, non ha mai esaudito il tuo desiderio più grande.

Porti ancora la fede, segno della tua integrità morale e della tua fedeltà a un uomo che ti maltrattava, tradiva e ingannava. Come hai fatto a resistere tutti questi anni?

Non avresti mai potuto abbandonarmi di tua volontà, sapevo che non era un’attenuante che volevo a forza concederti. Quante volte ho pensato che qualcosa o qualcuno ti costringesse a stare lontana da me e che un giorno sarebbe poi scomparso come per magia.

Mi avvicino al letto.

Ora in controluce è la mia ombra a stendersi sul tuo corpo.

Tento di sfiorare il tuo viso, rugoso e vellutato, le tue ciglia lunghe, i tuoi capelli bianchi e le ciocche ancora castano grigio.

Avverto il calore del tuo corpo che riscalda le mie mani fredde e scioglie il mio cuore ormai colmo di preghiera e d’affetto per te.

Mi stringo al tuo petto inalando il tuo profumo sconosciuto.

Il tuo respiro è a tratti irregolare forse per il peso del mio corpo su di te.

Avvicino il mio viso al tuo mentre le lacrime ti bagnano con l’ingenua speranza di poterti svegliare.

Oh se mi potessi stringere, se le tue braccia potessero cingermi la vita, il collo,

se mi potessi baciare la fronte con le tue labbra, se tu potessi abbandonare la tua testa sul mio petto. Mamma, oh mamma non riesco a non pensare al tempo che ci è stato tolto, quanto desiderio di te nell’anima che questo momento sta colmando, quanti abbracci sognati che ora sembrano realtà.

– Delphine, David non è partito, è fuori e vorrebbe entrare.

– No, non ora Roxane, non so che dirgli.

– Hai qualcosa da dirgli Delphine.

– Ha aspettato quindici anni per dirmi di mia madre, ora spero non si dispiaccia se non uso la cortesia di dirgli subito ciò che mi ha spinto a venire qui.

– Ascolta, devo parlarti di una cosa importante.

– Non so di cosa tu voglia parlarmi ma non trovo ragioni più importanti che stare qui accanto a lei adesso.

– Delphine, posso solo immaginare come ti senti. Cécile ha affrontato una vita di sofferenze e il coraggio di questa donna difficilmente l’ho conosciuto in vita mia.

Anzi no…lo vedo solo ora, lo riconosco in te, che per anni hai lottato contro i tuoi stessi sentimenti cercando di trovare una giustificazione valida a quello che ti succedeva senza cedere a commiserazioni sterili e senza cercare colpevoli a tutti i costi.

Ma ora siamo alla resa finale e non possiamo tornare indietro.

I medici ci hanno appena riferito che Cécile non ha speranze, le sue condizioni non sono migliorate da ieri e si aspettano che possa lasciarci da un momento all’altro.

Abbiamo scoperto anche che tra la documentazione medica di Cécile c’è il suo consenso alla donazione degli organi.

So che può sembrarti una mostruosità da parte mia pensare a una cosa del genere,

ma… tua madre può salvarti la vita e per quanto possa avere dell’incredibile questa storia, non sembra affatto un caso che tu sia arrivata qui proprio in questo momento.

– No, non continuare ti prego, non riesco e non voglio pensare a niente in questo momento.

– Tua madre può salvarti la vita una seconda volta e non puoi rifiutarti di considerarlo, non sei qui per caso.

– Non avrei mai potuto pensare che il sostegno che ero venuta a chiederle potesse essere un sacrificio pari alla sua stessa vita.

– Nessuno poteva immaginarlo, ma è opportuno che ora ci pensi. Tra poco farà buio. Vado a prendere qualcosa da mangiare. Porto David con me, nel frattempo aspettami qui.

La luce che entra nella stanza è diventata soffusa, non vedo il tramonto dalla finestra, ma raggi lontani timidamente illuminano le pareti.

Ti guardo ancora incredula e con la testa piena di se. Tante le domande, nessuna ha risposta.

Una voce proveniente dalla porta sospende i miei pensieri, provo a ignorarla evitando di distogliere lo sguardo da te, ma quel tono quasi familiare cattura inevitabilmente la mia attenzione.

– Salve, volevo avvisarla che tra poco l’orario delle visite termina.

Guardo l'ora dell'orologio appeso sopra l’uscio, sono le sette, questa volta non mi manca la certezza, anzi forse preferirei tornare a prima, a quando non ne avevo di certezze su di te.

– A che ora esattamente? – chiedo, con ingenuità e forse speranza di poter avere più tempo.

– Alle sette e mezza viene richiesto ai familiari di lasciare la stanza.

– Solo mezz’ora – bisbiglio quasi senza rendermi conto.

– Mi dispiace, so che la signora Le Blanc sta molto male. Volevo proporle una preghiera prima di andarsene, se per lei va bene.

– Ecco io non saprei o forse non sono in animo di fare preghiere in questo momento.

– Permette che lo faccia io in silenzio?

– Lei è una suora?

– No, sono una novizia volontaria qui al Centre Hospitalier.

– Ah capisco.

– È sua madre?

– Sì, si chiama Cécile e l’ho conosciuta solo oggi.

– Ah... mi scusi non si offenda se mi vede sorridere ma la trovo proprio una bella storia: riuscire a sentire la voce della propria figlia prima di lasciare per sempre questa vita ha del miracoloso.

– Un miracolo sarebbe se si svegliasse.

– Vede, al contrario di quanto si possa pensare i miracoli non hanno nulla di sensazionale.

– Che intende?

– È facile avere fede se otteniamo quello che chiediamo senza problemi, è difficile avere fede quando ci viene chiesto di abbandonarci a circostanze che sembrano inconciliabili con la nostra vita.

– Ho ritrovato mia madre nel momento in cui non potrò vederla mai più, nel momento in cui ho saputo di avere una malattia grave e lei non potrà mai essermi di sostegno. Questa le sembra una circostanza conciliabile con la vita di qualcuno?

– In alcuni momenti della nostra vita non è importante come andranno le cose, se le riteniamo giuste o no. Non sta a noi agire, c’è chi lo fa per noi. Conosce quella pratica di lasciare andare il proprio corpo all’indietro sapendo che c’è qualcuno che ci prenderà?

Basta fare questo e credere che nulla avviene per caso.

Le svelo un segreto di chi è credente: sentirsi amati permette alla nostra anima di fluire dal nostro respiro e arrivare agli altri.

Sua madre ha la possibilità di sentire il suo respiro prima di morire, ed è il regalo più bello che lei potesse farle. Pensi se fosse morta da sola, qui, senza nessuno.

– Vogliono che mi prenda il suo fegato per salvarmi la vita e io non so se posso farlo.

– Ascolti il respiro di sua madre, solo così percepirà la sua anima e il suo amore; sono sicura che tutte le sue domande avranno una sola risposta.

Ora la lascio alla sua preghiera.

– Grazie… non credo di aver sentito il suo nome…

– Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa...

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All by myself

5 Maggio 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

All by myself

Salve pollastre,

devo farvi una confessione…

con due pargoli piccoli diciamo che non è facile dedicarsi a fantastiche maratone di sesso da camera (a meno che non prenotiate un motel), per cui io, ma anche mio marito (più che probabilmente) siamo molto in DIY (do it yourself) mood.

Trovo che il “fai da te” possa creare tal volta una sorta di confidenza ulteriore, non col proprio corpo come si fa in adolescenza, bensì con la propria testa… fino a raggiungere ottimi risultati non solo in termini di benefici curativi delle nostre isterie croniche, nota dolente di noi “pollisteriche”, ma anche in termini di compensazione di certe ingiustizie che sentiamo di subire quotidianamente e che, in quanto tenere pollastre, non riusciamo a lasciarci alle spalle, accidenti su cui ci impantaniamo a rimuginare per mesi, da polle tignose che siamo.

Tutto ‘sto papiello per dirvi che ho capito che il “fai da te” è un ottimo mezzo per combattere lo stress…signore mie

Bella scoperta! – direte voi. Sì, amiche care, ma c’è modo e modo, o meglio c’è mood e mood…

Dunque, è opinione comune che le amicizie vere, quelle che rimangono per sempre, siano quelle fatte in età più o meno tenera, mentre le amicizie “adulte”, per così dire, sarebbero sempre un po’ meno totalizzanti, un po’ meno sincere, un po’ meno tutto, insomma. Ora, senza voler essere conservatrici a tutti i costi, io penso che se i luoghi comuni sono diventati, nel tempo, “comuni”, un motivo ci dovrà pur essere e del resto l’esperienza, in questo caso, raramente contraddice l’assunto. Un caso tipico del genere riguarda i rapporti con le mamme dei compagni di classe dei nostri figli… non mi sembra il caso di dilungarmi sulle varie tipologie di mamme perchè la fauna è ampia e diversificata, ma solitamente sono due i casi in cui nasce l’amicizia:

1) tuo figlio vuole andare sempre a casa del suo amichetto e tu sei obbligata a fare amicizia coi genitori (drammatico quando questi non ti piacciono)

2) un amichetto di tuo figlio vuole venire sempre a casa tua a giocare e tu sei costretta a fare amicizia con i genitori (drammatico quando questi ti piacciono)

Ci siamo capite, no? Amicizia obbligatoria per amore dei pargoli…

Ok, fin qui tutto si aggiusta, se un dio benevolo fa in modo che i tizi ti vadano a genio, ma che succede se sei tu che non piaci a loro?

Allora diciamo che io mi trovo al punto due e, dopo un paio d’anni di frequentazioni varie, divento amica della mamma di questo bambino: una abbastanza in gamba, (anche troppo per i miei gusti) una che sta sempre in giro, che è sempre informata su quello che succede a scuola, anche gli inciuci più pesanti, e che sembra avermi accettata nella sua ampia schiera di “amicizie” con tanto di taggamenti a raffica e commenti calorosi e affettuosi su Facebook.

E qui viene il bello, la fantastica mamma, qualche giorno fa, posta delle foto di una festona chiccosissima, organizzata a casa sua, a cui partecipano molti amici comuni e a cui io non sono stata invitata senza la benché minima spiegazione.

La buona pollastra che è in me mi invita ad assumere un atteggiamento di maternalistica superiorità, anche perché “Signori si nasce e io lo nacqui”….

Ma l’altra metà del mio pollaio interiore ove alberga la sua cattiva sorellastra, la pollastra tignosa, non fa altro che pensare all’onta subita ma soprattutto all’”amicizia tradita”…

Me ne vado a dormire senza aver capito come superare lo “stato di gabbia” e in bilico tra quello che pensano le due pollastre discordanti.

So I had a dream.

Nel sogno mi do da fare alla grandissima col marito (niente male…) della tizia mentre la traditrice, ora tradita (evvai!), è costretta ad assistere alla scena, trattenuta a braccia da due possenti gladiatori (allegoria della conflittualità?) che le impediscono di scagliarsi contro di noi. O almeno così penso io, perché a un certo punto la tipa si libera, mi salta addosso e mi annienta… a colpi di lingua! Insomma, dopo il grande successo di “Sixtynine in Amsterdam”, la Polla Productions presenta: “Cunnilingus dreaming – Ne infilza più la lingua che lo spiedo” con All By My Self come colonna sonora.

Ci svegliamo di soprassalto, la buonista, la tignosa e io, mio marito dorme e non si accorge del nostro ansimare; la questione tra noi non è ancora risolta, ma nessuna delle tre ha più voglia di litigare, allora ci prendiamo un istante, uno solo, lungo appena un sospiro e poi, piano, con ancora All By My Self in sottofondo, scivoliamo “into the mood”…

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R…umori da 8 marzo

8 Marzo 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

R…umori da 8 marzo

Salve Donne,

oggi “finalmente” si parla di noi, e ininterrottamente direi…

Parlano di noi in tv, alla radio, sui social, in fila al supermercato …da non credere

per una volta all’anno si parla di noi senza limiti e confini, senza reti e muri … ma che ne è delle barriere e delle divisioni, di separazioni e incomprensioni, chiusure e ostruzioni?

Altro che pollai con recinzioni, qui ci spennano per bene…

C’è chi ci “incoraggia” a non tollerare più quello che uomini con la melma in testa ci infliggono.

C’è chi ci “compiange” perché, in qualità di sesso debole, rimaniamo intrappolate, vittime di situazioni da cui usciamo vinte, se non morte… (se non è sessista questo…!)

C’è chi ci “fomenta” esortandoci con energia a farci valere per quello che siamo (???)

C’è chi di solito dice che “un po’ ce la cerchiamo”, ma oggi lo dice a voce un po’ più bassa.

C’è chi dice che siamo belle, e mai come oggi va specificato “dentro e fuori”, chi dice che siamo “la vita, l’amore” come in quella canzone di Modugno, chi ci fa i conti in tasca e dice che sul lavoro prendiamo meno soldi degli uomini e chi ricorda che però siamo più brave a studiare e chi questo e chi quello e poi mi fermo qui perché sto cominciando a sentirmi un po’ Nino Frassica e un po’ Rino Gaetano!

Signore mie… qui si parla di noi come se fossimo delle polle e non delle pollastre, incapaci di intendere e di volere, ma soprattutto si parla di tutte noi messe lì nel pollaio…

non di me o di te o di Stella o di Marialella (la pollastrella bella)…

ma di tutte noi insieme come se la nostra complessità e molteplicità si potessero ridurre a “una sola polla” che sta lì a rappresentare tutto o niente da quando è nato il mondo fino ad oggi…

Per questo motivo oggi, in questo giorno tanto importante, grazie a chi macina stronzate non mi viene da dire altro che BASTA! Ci avete rotto li cojoni con le recinzioni da pollaio …quello che non sapete è che le pollastre, quelle vere, non si lasciano trascinare e rinchiudere in stereotipi di cui è facile riempirsi la bocca ma che, alla fine dei conti, non dicono nulla né di me né di Marialella …

Comunque, visto che oggi il mondo intero deve per forza parlare delle donne, lasciate che lo faccia anch’io, a modo mio:

Dunque, oggi voglio essere me e:

- Anastacia (mica poteva mancare) che zitta zitta (ma anche no… quando si fa fare certe cosette) pure l’ha fatto capitolare, il buon Christian (impresa non da poco direi!!!)

- Mafalda, l’amichetta di Linus, che dice: A una donna servono due cose nella vita, il senso dell’umorismo e un paio di scarpe rosse col tacco

- La protagonista di una vignetta che gira su Facebook e che (immagino con la voce di Califano) dice: LOTTO DA QUANNO M’ARZO

- La protagonista di una canzone di Liga che dice:

Femmina come la terra

Femmina come la guerra

Femmina come la pace

Femmina come la croce

Femmina come la voce

Femmina come sai

Femmina come puoi

Femmina come la sorte

Femmina come la morte

Femmina come la vita

Femmina come l’entrata

Femmina come l’uscita

Femmina come le carte

Femmina come sai

Femmina come puoi

- Me sola … che a #diamociunconsiglio, al posto della propria foto con un buon consiglio, ho inviato un’immagine con la scritta: Non importa quanta dignità tu abbia. Se un bambino ti passa una tazzina vuota, tu devi bere.

- Cenerentola (la più paracula di tutte!!!) che già sapeva che I sooooogni (avete capito quali!?!) son deeeesideri….

E dulcis in fundo…per la serata voglio essere…

- La protagonista di Albachiara di Vasco

Respirerò piano per non far rumore

farò pensieri strani…
… io sola dentro la stanza
e tutto il mondo fuori.

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Quello che gli uomini non dicono

14 Febbraio 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quello che gli uomini non dicono

Difficile per una Donna del ventunesimo secolo festeggiare San Valentino nel modo in cui desidera…

TU, uomo,
come vuoi stare al passo di una che ha adottato il multitasking come regola di
vita, che, pur volendo, manco se l’ammazzi si ferma,

TU, uomo,
come speri di non renderti ridicolo coi soliti cioccolatini (che so’ sempre
pochi perché te li magni pure te) e i fiori comprati al semaforo?

TU, uomo,
che vorresti fa’ il romanticone-piacione (con me) solo in questo giorno dell’anno,
perché se non era per i mille post che hai visto nella tua pagina di Facebook e
quando te lo ricordavi…

TU, uomo,
che sei quello che sei, o fungi, nella tua sola apprezzabile funzione, solo nei
romanzi di pollastre che leggiamo…

come farti dire quello che realmente desideriamo?

No perché, parliamoci chiaro, e che non si dica che le donne non si mettono in discussione, nessuno sa davvero cosa l’altro/a vorrebbe sentirsi dire, specie in questo giorno così solenne !

O meglio, una Donna sa cosa un uomo vorrebbe sentirsi dire …viceversa un po’ meno

Se una Donna dice: “Scopami!”, l’uomo è contento e ci mette un attimo a togliersi i pantaloni…

Se un marito dice: “Ti amo”, dopo un po’ di anni di matrimonio, il giorno di San Valentino,
la moglie manco se lo fila (anzi quasi gli ride in faccia per quanto le sembra strano) o, peggio che vada, pensa: -“me lo ha detto perché deve farsi perdonare qualcosa, cosa avrà fatto il bastardo stavolta?” …e così parte un crescendo sempre più pericoloso per la futura vita di coppia.

Ma allora, come fargli dire:

Ti voglio. Adesso. E se non sei disposta a farti
sculacciare, come meriteresti, ti scoperò sul divano subito, in fretta, per il
mio piacere , non
il tuo.” (parola di Christian Grey)?

Il segreto è nel classicissimo “farsi desiderare come se ce la avessimo solo noi sulla faccia della terra e lui voglia solo la nostra”.

D’altra parte, come ha ben detto una mia saggia amica in questi giorni:

“Il dilemma non è se ci sia vita oltre la morte, bensì se ci possa essere vita oltre la patata!”.

Ma, tornando a noi, come facciamo a fargli pronunciare ‘ste fatidiche parole alla Christian nel giorno di San Valentino?

Care amiche, la risposta è che … non lo so! …

Il multitasking l’abbiamo inventato noi, mica loro…

Se fanno una cosa alla volta siete pure fortunate… (perché almeno la fanno). E quindi il “Ti amo” va già considerato come una dignitosa performance.

Ma proprio grazie al multitasking, signore, il regalo quest’anno ve lo potete fare da sole
e, vi assicuro, senza sprecarvi nemmeno tanto. Basta ridurre a icona la finestra di “moglie sacrosantamente esigente per via delle sue esigenze” e far visualizzare a schermo intero la spettacolare “femme fatale con venature sadomaso”.

Oh insomma, con l’accappatoio ancora addosso, i capelli bagnati e tutta unta di crema idratante, non ho detto a mio marito: “Scopami!” (dopotutto sono una signora…)

Aprendo l’accappatoio, gli ho detto: “Legami, solo così puoi fermarmi!” …e ho buttato sul letto la cintura.

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La solitudine al femminile: ma ci siamo o ci facciamo?

10 Dicembre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

La solitudine al femminile:  ma ci siamo o ci facciamo?

Un grosso difetto di noi pollastre è il non sapere o non voler accettare i periodi, brevi o lunghi che siano, di completa solitudine. E credo stia tutta qui la chiave delle famose ma tristi parole che ogni tanto ci diciamo in un raptus di false verità: “non ho ancora incontrato l’uomo giusto”…

Pur di non stare sole andiamo a tentativi e ci avventuriamo in rapporti sbagliati, imboccando strade senza uscita, preferendo situazioni limite al nostro crescere interiore. Non ce la facciamo nemmeno a pronunciarla la parola solitudine, però sappiamo puntualmente dire “non era l’uomo giusto per me” e non vogliamo riconoscere che molte storie in cui ci infiliamo le accettiamo solo per il fatto che in certi periodi della nostra vita la solitudine ci fa davvero paura… Se sapessimo quello che ci aspetta probabilmente di sicuro faremmo marcia indietro…

Eh sì perché la singletudine diventa sofferenza quando non riusciamo a stare sole, quando invidiamo le amiche che hanno una relazione o quando non siamo in grado di crearci un nostro giro di amicizie, al di là della coppia.

Ed ecco che senza pensarci arriviamo ad accettare di stare con Luca, il creativo, che non solo non si toglie i suoi adorati calzini a quadretti arancioni durante il sesso ma i suoi piedi puzzano da morire…

o Giulio, il bacchettone, che, perso nei suoi pensieri, ride da solo mentre tu pensi che ce l’ha con te…

o Maurizio, l’ipocondriaco, che si tocca le palle in continuazione, non per scaramanzia ma per paura di perderle …

o Giancarlo che si scaccola il naso in macchina anche se ci sei tu a fianco…

Non riusciamo a capire che nel momento in cui impariamo a stare bene con noi stesse, raggiungiamo una conferma di autonomia che accresce l’autostima: riusciamo ad apprezzare i nostri spazi e ci prendiamo maggior cura di noi stesse. Tutta strada in salita però che nemmeno se stiamo in mountain bike con cambio shimano risulta più agevole …

Decidiamo quindi di prendere quella scorciatoia, quella che all’inizio ci sembrava una strada per poche privilegiate, ma che oggi è diventata di passaggio pubblico.

Demy Moore e Madonna, antesignane di questa svolta apocalittica dell’emancipazione femminile, ci hanno dimostrato che le donne di oggi, qualsiasi sia l’età che le insegue, sono consapevoli che per liberarsi della solitudine, si danno sgomitate e che il TOY BOY è l’ultima trovata in fatto di paraculaggine al femminile.

Quando ti metti con uno più giovane di te di almeno 20/25 anni affronti con somma gioia e consapevolezza che questo un giorno si stancherà di te, vuoi per la vecchiaia, vuoi per la mancanza di cose da dirsi, vuoi per la mancanza di cose da condividere, vuoi per quello che vuoi, lo sai: il rapporto è destinato a finire…

E questa somma consapevolezza rende ancora più squisita la nostra conquista e per smania di onnipotenza quasi dimentichiamo che la vita è piena di sorprese e le reali intenzioni che abbiamo consistono nel prenderci il meglio dal “qui ed ora” e di dire “poi Dio ci pensa” tra dieci anni (si spera) quando il giocattolo si sarà stancato di noi ormai sessantenni (e non noi a stancarci del giocattolo!!!!) con la voglia solo di fare le nonne.

E allora vai con l’impennata di autostima quando lui ti fa sentire desiderata proprio perché contento di cogliere la mela matura…

e vai con le notti magiche che sembrano sempre quelle della “prima volta”…

e vai con le seratine al ristorantino a 250 km di distanza da casa che il giorno dopo devi lavorare… e vai con le nottate al disco pub che ti ci vuole un mese per ripigliarti…

e vai con le spese di trucco, parrucco e ceretta da perderne il conto a fine mese…

Tutto questo per non confessarci che noi pollastre, al contrario degli uomini, non sappiamo mai quello che vogliamo, e che grazie a quest’immenso amore che ci ritroviamo dentro e che dobbiamo puntualmente riversare su qualcuno (oh mai che fossimo noi stesse!!!), siamo pronte a far contento il primo che ci capita, con la speranza che sia sempre “quello giusto”…

Se poi abbiamo culo come l’attrice Tilda Swinton, scopriremo che anche i toy boy possono essere “per sempre”;-)

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#lapostadisibilla

30 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla

#lapostadisibilla

Carissima Mari Nerocumi - Sibilla


Mi chiamo Luca Lapi.
Sono nato il 17 Marzo 1963.
Sono diversamente abile (con paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri) a motivo della Spina Bifida e dell’Idrocefalo diagnosticati subito dopo la mia nascita, ma non ho più la Spina Bifida e l’Idrocefalo, oggi, ma la lesione neonatale, la malformazione di cui vivo i postumi.
La Spina Bifida e l’Idrocefalo non sono malattie.
Non sono malato di Spina Bifida e di Idrocefalo.
Non ho la Spina Bifida e l’Idrocefalo.
Ho avuto la Spina Bifida e l’Idrocefalo che, poi, mi hanno portato a disabilità più o meno importanti con altre conseguenze a livello neurologico.
L’esperienza che ne è derivata mi ha portato a considerare, inizialmente, questo mio stato un problema con cui sarei stato costretto, per sempre, a convivere e, convivendoci, mi avrebbe portato, spesso, ad autocommiserarmi.
Mi ha portato a non vederne, da piccolo, che i lati negativi: sedia a rotelle, stampelle che consideravo una vergogna, non potere fare ciò che altri potevano quando e quanto volevano, ma l’esperienza che ne è derivata, a posteriori, e sto vivendo, tuttora, salvo piccoli, fastidiosi problemi, mi ha portato a vederne anche lati positivi: le mie diverse abilità possono essere risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Mi ha portato, in altre parole, ad intravedere le diverse abilità, apparentemente, nascoste nelle mie disabilità: non posso camminare con le mie gambe, ma posso farlo con la mia mente, il mio Cuore e la mia Anima.
Ho scritto: "…STAMPELLE CHE CONSIDERAVO UNA VERGOGNA…” e mi spiego.
Iniziai a camminare con le stampelle, a 11 anni, dopo avere passato i precedenti sulla sedia a rotelle ed incontravo, per la mia città, bambini più piccoli: mi puntavano il dito e, rivolgendosi ai genitori, facevano loro notare, a voce alta, quanto fossi buffo e sembrassi piccolo (a 11 anni) poiché ero e sono, evidentemente, basso di statura (nella parte inferiore del corpo).
Pensavo (ignorando, allora, cosa, realmente, avessi,) che si trattasse di una situazione provvisoria e che non fossi, ancora, abbastanza, cresciuto per potere camminare.
Ho capito tutto, invece, da adulto, delle conseguenze della Spina Bifida e dell’Idrocefalo: le ho accettate e, grazie alla mia fede cristiana, le ho accolte, come doni d’amore misteriosi di Dio Padre, non come suoi castighi verso di me.
Non mi vergogno più, perciò, incontrando, oggi, sulla sedia a rotelle, su cui sono dovuto ritornare, bambini che si comportano come quelli di un tempo: non provo che dispiacere, non per me, ma per codesti bambini che considero insufficientemente educati dai genitori o dalla scuola al rispetto per tutti.
Provo dispiacere, inoltre, per tutti i bambini e adulti che convivono, con disagio, con la loro diversità fisica e che, a motivo della loro emotività e sensibilità, soffrono dinanzi ad esternazioni, più o meno, innocenti, di alcuni bambini verso di loro.
Ho imparato, col tempo, in qualche modo, ad ignorare tali esternazioni, ma penso che molti altri bambini e adulti non ci siano riusciti e mi sento solidale, perciò, con ciascuno di loro.
Non intendo dire che, oggi, quelle esternazioni mi avviliscano, quando dico “…IN QUALCHE MODO…”, ma, piuttosto, il constatare che mi piovano addosso in momenti e/o periodi di sofferenza a causa dell’isolamento che mi è stato imposto da chi consideravo amici.
L’ironia è che loro non arrivino ad accorgersi di essere responsabili del mio isolamento.
Si tende a educare, giustamente, scolari e studenti al rispetto verso gli extracomunitari, loro compagni di classe, ma si tende a trascurare l’educazione al rispetto dei diversamente abili.
Mi chiedo e chiedo, perciò, che si possa fare affinché, un giorno, ciò che ho descritto non accada più.
Appaio, certamente, ossessionato, ma non mi pare esagerato pensare che il dito puntato dai bambini contro i diversamente abili possa diventare, un giorno, una mano che impugna una vera e propria arma da fuoco pronta a sparare contro chi è colpevole, solo, della sua diversità fisica.
Sono più sensibile verso chi vive situazioni di disagio peggiori.
La percezione della mia sensibilità è stata importante.
Ripeto, infatti, che ho recepito le mie diversità fisiche non più come problemi, ma risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Altri lati positivi, nella mia vita, sono stati l’Inserimento Terapeutico nella Biblioteca Comunale della mia città e la possibilità, per un periodo di tempo, di guidare un’auto apposita.
Ho contatti quotidiani con molti giovani (studenti universitari, neolaureati) a motivo del mio Inserimento Terapeutico, ma circoscritti tra le mura della Biblioteca: non sconfinano in amicizie al di fuori.
Il risultato è conoscenza reciproca di nome e di vista: nulla più!
Sento lo stimolo a confidarmi con molti, ma ne risultano rapporti alimentati da una parte sola (la mia), un prendere, portare a casa, chiudere a chiave in un cassetto e buttare via la chiave per non pensarci più, rapporti di conoscenza, educazione e gentilezza:”Buongiorno! Buonasera! Buonanotte! E, talvolta, “Buon appetito!”: nulla più!
Molti pensano, forse: "Luca ci vede in Biblioteca: gli deve bastare!”
Altri frequentano, come me, la Parrocchia, mi vedono in Chiesa e pensano, forse: "Luca ci vede in Parrocchia, in Chiesa: gli deve bastare!”
Mi pare, così, che l’amicizia si riduca a misera figura di “dente da togliere”, “tassa da pagare”, “attività lavorativa” dove si entra in fabbrica, ufficio, Chiesa, locali della Parrocchia e si è amici, si esce e non lo si è più; dove si sta accanto con rassegnazione: non insieme con passione, “qualcosa che si usa e getta”, “si prende, porta a casa e chiude a chiave in un cassetto per non pensarci più e si butta via la chiave”.
Mi pare, così, che l’essere umano si riduca a misera figura di “macchina erogatrice di servizi” dove i “servizi” erogati dalla “macchina” essere umano si chiamavano, un tempo, “sentimenti”.
Mi avvilisce continuare a constatare che con chi frequenta, come me, Biblioteca e/o Parrocchia e Chiesa non continui a trattarsi che di rapporti concepiti, portati in grembo per qualche tempo e, infine, abortiti.
Vedo giovani accoppiati in Biblioteca e sposati in Parrocchia ed in Chiesa ed il loro evitarmi mi fa pensare che l’amore che li lega non sia che una maschera sul volto dell’egoismo di coppia.
Mi chiedo e chiedo che si possa fare, perciò, affinché ciò non accada più.
Apro una parentesi.
Ho definito le diverse abilità: "RICCHEZZE DA CONDIVIDERE CON TUTTI”.
Anche affetto, amicizia ed amore lo sarebbero, ma c’inducono a chiuderci in noi come se temessimo che, condividendoli, possano volatilizzarsi, quando li si prova.
Si degenera, così, da affetto, amicizia ed amore reciproci in egoismo di coppia o, addirittura, di gruppo.
Si degenera da “CONDIVISIONE” in “DIVISIONE”.
Dico, alla maniera di Adriano Celentano:”DIVISIONE è lenta e CONDIVISIONE è rock”.
“CONDIVISIONE” è assente giustificata a lezioni dell’Università dell’Età Libera, purtroppo.
Troppi si giustificano: "Sono sano: non ho tempo per malati, per chi abbia difficoltà fisiche; faccio volontariato: non ho tempo per chi ritengo che non ne abbia bisogno; sono studente, studioso: non ho tempo per gli ignoranti; sono lavoratore: non ho tempo per disoccupati, licenziati, pensionati; sono accoppiato, sposato, convivente: non ho tempo per i ‘single’; sono genitore: non ho tempo per chi non lo è; sono figlio: non ho tempo per gli orfani!”
La “CONDIVISIONE” soccombe quando chiunque abbia responsabilità educative civili o religiose non provvede affinché ciò che ho descritto non accada più.
Chiudo la parentesi.
Mi convinco, infatti, che il mio nascere con la Spina Bifida e l’Idrocefalo e crescere con le loro conseguenze corrisponda a misteriosi doni di Dio Padre che mi svela, di volta in volta, particolari sia negativi, in parte, relativamente, minore, sia positivi, in parte, infinitamente, maggiore.
Non posso che affidarmi, totalmente, a Lui.
Sono contento così, ma questa mia dichiarazione m’induce a continuare a riflettere.
La mia fede m’induce a pensare, in futuro, ad un disegno di Dio Padre di mia guarigione dalla disabilità della paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente, nelle mie preghiere (non per stanchezza, non per indebolimento della mia fede, ma per il mio essere entrato in altro ordine d’idee in merito a ciò che penso che sia la Sua volontà su di me).
Mi chiedo: come mi comporterei se si verificasse un miracolo di mia totale guarigione?
Continuerei ad impegnarmi ad essere Cristiano coerente?
Il mio impegno è totale, ma la tentazione di svicolare, a motivo di ciò che mi vedo intorno e mi delude, è forte.
Cordiali Saluti

Salve Luca,

apprezzo la sua mail così dettagliata (per questo è stata pubblicata in toto) perché comprendo la sua necessità di prendere le distanze da quel modo un po’ approssimativo con il quale di solito le persone valutano chi abita perennemente una sedia a rotelle.

E apprezzo anche il fatto che lei spieghi minuziosamente le varie fasi di accettazione di sé, così come è, con cui ha dovuto fare i conti fin dalla sua infanzia, fino a scoprirne finalmente i lati positivi da poter condividere con chiunque altro le capitasse sul cammino.

Ora i problemi iniziano quando percepisce che i rapporti con gli altr, nelle condizioni in cui si trova, non sono così idilliaci, partendo dall’educazione fin dall’infanzia nei confronti delle persone diversamente abili fino alla mancanza di sensibilità di persone adulte, che pur frequentando luoghi come la chiesa, dove concetti quali comprensione e soprattutto condivisione, dovrebbero generare accoglienza e supporto, non riescono a comprendere il suo stato e condividere con lei pezzi di vita. Non ci sono dubbi che per quanto riguarda l’educazione dei bambini nei confronti delle persone che vivono in disagio è basilare e se
questa manca è l’ignoranza a trionfare. E contro quella purtroppo nemmeno le
tavole possono fare qualcosa…

Dalla sua lettera poi sono riuscita ad avvertire quanta fame ha la sua legittima richiesta e quanto appaia triste la condizione di chi potrebbe rispondere e sfamare richieste come la sua e non lo fa.

Sarebbe bello un mondo fatto di leggerezza assoluta, dove normalità e diversità vivono in reciproca sintonia e benevolenza, in reciproco supporto e comprensione. Dove non esiste il bisogno di rivendicare sé stessi e come si è o di nascondersi dietro a squallidi egoismi per paura di ammettere di paura. Perché è proprio così, Luca, in questo idilliaco mondo non dovrebbe esistere la paura, quella contro cui abili e diversamente abili combattono per
la propria vita tutti i giorni. Non faccio distinzione tra lei che rivendica i suoi giusti diritti e chi vive egoisticamente la sua vita. Siamo persone fatte di carne e anima che soffrono e che cercano di vivere al meglio il contorto percorso che gli è stato messo davanti. Chi vive situazioni di maggiore disagio è vero che ha maggiori ragioni di rivendicare il proprio diritto a voler stare bene ma non lo può pretendere da chi questi disagi non li vive. Chi non li vive non sa nemmeno di cosa si tratta e pure quando decide di capire di cosa si tratta, perché decide di
condividere con lei pezzi piccoli o grandi di vita, è spaventato dal fatto di non sapere come aiutarla quando lei sta male, è spaventato perché si sente impotente e incapace di poterla aiutare nel momento del bisogno. Lei è un impegno che mette paura e la paura si sa che fa brutti scherzi. Ma alla paura si può reagire, mi può giustamente obiettare lei, ed è quello che mi auguro possa fare ognuno di noi in positivo, mi auguro che lei possa incontrare un’anima
disposta a starle accanto anche quando si vivono momenti meno felici, senza preoccuparsi di quello che si riesce a fare o non fare, l’importante è esserci.

E per quanto riguarda la sua ultima riflessione, le carte la invitano a usare maggiore indulgenza, nei confronti degli altri ma soprattutto di se stesso: nessuno la condannerebbe se guarisse e decidesse di vivere con o senza coerenza, a giudicarci ci pensa già la nostra coscienza.

Scrivete a

sibillarispondea@gmail.com

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#lapostadisibilla

21 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #psicologia

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ultimamente ho notato che la mia migliore amica non si comporta come al solito.

In un primo momento ho pensato che si trattasse di una cosa passeggera, quando ho visto, però, la sua reazione ripetersi, sono rimasta male e ora non so se posso definirla più migliore amica.

Ti spiego:ho da poco trovato lavoro in una pasticceria importante del mio paese. Sono appassionata di cake design e dopo svariati corsi, sto finalmente coronando il mio sogno per quanto riguarda il lavoro. Inoltre, presi dall’entusiasmo di questa novità, io e il mio ragazzo abbiamo deciso di sposarci.

Quando ho raccontato del lavoro a Rosanna, questo è il nome della mia amica, ho notato che mi guardava a malapena in faccia e ascoltando a fatica quello che le stavo dicendo continuava a chattare col cellulare senza mostrare alcun segnale di contentezza per quello che mi stava succedendo. Ci sono rimasta male ma ho comunque pensato che qualcosa in quel momento la stesse infastidendo e volendo approfondire la cosa mi sono dovuta accontentare come risposta di scuse generiche, inventate al momento.

Ora, non mi sarebbe più tornato in mente questo episodio se non si fosse ripetuto quando ha saputo della decisione mia e del mio ragazzo di sposarci.

Mi affligge abbastanza non poter condividere con lei gli avvenimenti felici come facevamo quando eravamo ragazzine… aiutami ti prego!

Nicla

Gentile Nicla,

proprio in questi giorni leggevo un articolo su un’importante testata giornalistica che racconta di come è difficile oggi comunicare agli altri i nostri momenti di felicità. Non so se in altri tempi la mente funzionasse diversamente ma oggi sembra che quando racconti agli altri, specie se persone amiche o care, gli eventi straordinari che ci possono capitare, questi rimangono alquanto esterrefatti perché si sentono esclusi e distanti.

Sai, ti confesso che mi sono ritrovata nelle tue parole e ho rivisto scene passate della mia vita simili a quelle capitate a te per cui la faccia che ha fatto la tua amica non mi era nuova … e di sicuro non sapevo dare un nome a tutto questo. A dargli un nome invece ci ha pensato uno studio pubblicato sulla rivista "Psychological Science", per il
quale, più sono sensazionali le nostre novità, e più allontaniamo chi ci sta a
cuore.

Una vera e propria maledizione la definirei … difficile da annullare persino per le tavole
sibilline, anche perché non solo il nostro interlocutore si allontana ma anche noi che raccontiamo ci rimaniamo malissimo se tutta la felicità che vogliamo trasmettere svanisce quando chi la dovrebbe condividere se ne frega.

Probabilmente, come mi suggeriscono le tavole, il nodo cruciale sta proprio nelle tue parole, quando dici “come facevamo quando eravamo ragazzine”…

Dopo una certa età probabilmente sono tante le strutture e i complessi mentali che
ci creiamo che, per un istinto di sopravvivenza primordiale, un attaccamento morboso a quello che siamo o vorremmo essere, non riusciamo più a riconoscere la naturalezza e la purezza di certi sentimenti di apertura all’ascolto e alla condivisione.

Lo studio c’avrà pure ragione ma non dice che rosicare è un’abitudine che nuoce gravemente alla salute. La tua amica si sarà pure allontanata a sentire te che stavi al settimo cielo ma forse perché lei (per ragioni che stanno solo nella sua testa) nel momento in cui tu glielo raccontavi si sentiva al terzo di cielo e come molti di noi sanno, il terzo cielo non è poi tutto sto granché…

Mi fanno poi notare le tavole che, Rosanna, se appartiene alla schiera delle amiche“vere”, non tarderà ad accorgersene e a tornare quella di prima.

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#lapostadisibilla

17 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #erotismo

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ho scoperto che mio padre recentemente ha fatto delle avances abbastanza spinte a un’altra donna. “Questa” mi ha chiamato e mi ha raccontato fin nei minimi dettagli le parole che ha usato per convincerla ad andare a letto con lui e per chiedermi di parlarci e distoglierlo dal molestarla. Nonostante il nostro non sia mai stato un grande rapporto di stima reciproca (sai la classica situazione dei ruoli invertiti… figlia saggia e padre scapestrato?) non lo credevo capace di fare e “dire” certe cose. Ora non so come comportarmi, al momento non riesco a guardarlo nemmeno negli occhi. Ho un disperato bisogno di un consiglio. Laura

Salve cari amici, dalla breve mail di sopra avrete capito che chi mi scrive oggi è Laura, una ragazza, o meglio donna, dalla sensibilità spiccata che ci racconta l’ultima malefatta di un padre immaturo e puttaniere. Le tavole divinatorie ci hanno messo un po’ per deliberare una soluzione valida al problema ma alla fine ce l’hanno fatta e hanno sentenziato:

Senza tirare in ballo il classico complesso di Edipo, noi donne, a differenza degli uomini, creiamo nella nostra mente un’immagine quasi sacra dei nostri padri, e a volte lo facciamo anche se non ne siamo pienamente consapevoli (e questo è il caso della nostra Laura).

Dimentichiamo a volte che essi sono pur sempre il nostro primo amore e vorremmo che lo fossero anche quando non corrispondono al nostro ideale di uomo, anche quando fanno cose che non ci piacciono, per intenderci. Il fatto è che ci dimentichiamo che sono persone normali con pregi e difetti come chiunque… li riteniano al di sopra...

Per cui ci sentiamo offese quando il comportamento di questi si dimostra lontano da certi schemi che noi consideriamo morali o etici o addirittura di importanza ancora minore.

Infatti questa mail mi ha portato alla mente un ricordo di qualche tempo fa su mio nonno…

Mia madre (che adorava suo padre come un dio e lo raccontava a noi figli come un personaggio delle favole dalla dolcezza infinita) un giorno incontra al mercato una vecchia vicina di casa, coetanea dei suoi genitori, che tra chiacchiere e vecchi ricordi si lascia sfuggire che mio nonno all’età di 20 anni era già vedovo e che sposò mia nonna dopo nemmeno quattro mesi dal primo incontro.

Mia mamma incredula e riluttante a una verità a lei sconosciuta (il fatto che fosse vedovo) cerca di liquidare la vicina e la verità confutando i fatti con uno scambio di persona dovuto ad arteriosclerosi avanzata de’ sta povera vicina.

Non può dirsi più bugie quando arriva al confronto con le sue sorelle… per non portarla per le lunghe mia mamma sessantacinquenne nei sessantasei per questa “verità nascosta” ha pianto per due mesi.

Per cui Laura, hai ragione a sentirti ferita e offesa, e per dirtela tutta a mo’ di sfogo (visto che devi fare i conti con “l’essere persona” di tuo padre) le tavole ti autorizzano a dargli un bel vaffa…ulo, a riconciliarvi e a perdonarlo se vuoi ci pensi dopo…

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I promessi sposi al tempo di Whatsapp

26 Settembre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

I promessi sposi al tempo di Whatsapp

Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d’uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d’un atro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione. Così, d’amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell’immensa catena, tanto che arriva all’orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai. Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia.

Vi ricordate il brano che vi ho citato a quale romanzo appartiene? Non è un’interrogazione a scuola, se non lo sapete pazienza… ve lo dico io:

I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

Ebbene a me è successo esattamente quello che spiega con dovizia di particolari la voce fuori campo del romanzo ma non con due promessi sposi, bensì con due in via di separazione.

Il fatto inizia così: mia mamma mi racconta che “lei” (una che conosco ma non approfonditamente) da un po’ di anni capisce di trovarsi sull’orlo di una crisi matrimoniale e non sa a chi dare la colpa e i resti.

Non va da un medico perché lei non è “pazza”… e dopo tre anni, quando decide finalmente di farlo, addirittura si ricovera una settimana… (o fai 1 o fai 90 si dice dalle mie parti).

Ora durante questo ricovero auto-coatto “lei” trova spazio per leggere un romanzo osé che le ha prestato una mia amica e per farsi una sveltina in ospedale con un infermiere di turno.

Nel raccontare questa cosa a mia mamma (sempre per dare la colpa a qualcuno o qualcosa) “lei” cerca di giustificarsi per l’atto commesso (senza che nessuno glielo avesse chiesto) dicendo che si trovava sotto l’effetto di farmaci e in preda ad allucinazioni causate dal libro osé.

Naturalmente mia mamma mi raccomanda di non far trapelare un fiato… di questa confessione… “è un segreto tra me e te” mi dice.

Ed io: “certo mamma ma che so’ scema io…”

Al ché una sera che cazzeggiavo su Whatsapp mi scrive la mia amica (quella che ha prestato il libro osé) per sapere quando ci saremmo riviste quest’estate…

Io non sapevo se lei sapeva della storia raccontatami da mia madre (ma immaginavo che lei sapesse perché abita nello stesso palazzo della fantomatica depressa) perciò tra una battuta e l’altra, conoscendola come una casta e giudiziosa (tipo Agnese, la mamma di Lucia nel romanzo, così tanto per attenerci allo spirito letterario), per sfotterla un pochino le chiedo: Ahò ma che libro hai dato a “cosa” per indurla in tentazione?

Segue una lunga pausa… (per la precisione dieci minuti… con ‘ste app ormai il Grande Fratello siamo noi stessi e poi pretendiamo pure la privacy…)

A un certo punto visualizzo un “Cheeeee?”

In preda al raptus che ti prende quando puoi spifferare qualcosa che credi che il tuo interlocutore non sappia, le scrivo un papiello con dovizia di particolari e le racconto tutto quello che mi aveva confessato in segreto mia mamma…

E lei come l’Agnese del romanzo mi risponde: “ ma dai… mica bisogna mettere in atto ciò che uno legge!!! Se poi lei confonde la fantasia con la realtà… fatti suoi…”

E poi cambia argomento tanto da farmi dimenticare di chiederle il titolo del libro “galeotto”…

A questo punto signore mie, sembra che il romanzo sia finito… inenarrabili invece sono i risvolti che il segreto svelato prende…

Col telefonino della mia amica ci gioca spesso la figlia che è amica del figlio della fedifraga dal segreto spifferato.

Una sera che questa ragazzina si trovava a casa sua, avendo con sé il cellulare della mamma, ha aperto Whatsapp e la fedifraga ha letto per intero davanti al marito (cornuto e mazziato, poraccio!!!) udite-udite la conversazione mia e dell’Agnese…

Vi lascio immaginare il putiferio che ne è conseguito…

1-“Lei” chiama mia mamma per telefono e la cazzea in malo modo senza spiegare come era venuta a saperlo…

2-Mia mamma chiama me e mi cazzea in malo modo senza spiegarmi come la fedifraga fosse venuto a saperlo …

3-Io in preda alla monta dell’incazzatura al cubo mi precipito a chiamare l’Agnese e a cazziarla in malo modo per essersi lasciata sfuggire queste piccole e insignificanti informazioni…

4-L’Agnese (che poi tanto Agnese non è) decide di non cazziare in malo modo la figlia (e meno male) ma di non affidarle più il cellulare con tanta non chalance…

Almeno io la traccia l’ho tenuta

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Anche gli uomini fingono (a letto)!!!

24 Settembre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Anche gli uomini fingono (a letto)!!!

Oggi vi scrivo perché ho fatto una scoperta a dir poco sconvolgente e che alla mia veneranda età grida vergogna!!!

Vi ricordate il post scritto qualche tempo fa che si intitolava “Quando gli uomini dicono di No al sesso”?

Vi ricordate che vi elencavo le prime tre scuse che gli uomini usano puntualmente per declinare un assatanato invito A LETTO da parte nostra?

E vi ricordate che il post si concludeva con l’assunto da parte di noi pollastre che siccome abbiamo voluto la bicicletta dell’emancipazione ora ci tocca pedalare da qualche altra parte quando riceviamo un NO alla richiesta di mettere in pratica una nostra fantasia XXX rated?

Ebbene, signore mie, ho scoperto da una recente ricerca che ci sono uomini che non solo non dicono di NO ma che addirittura fingono per accontentare la propria donna a letto. Tutti sanno che le donne sono in grado di fingere a letto, ma che esistano uomini che, non solo accettano (col rischio di fare cilecca, perché parliamoci chiaro, gli uomini che accampano scuse lo fanno solo per questa paura) ma che addirittura si prendono la briga di FINGERE il coinvolgimento, il desiderio e nel momento clou anche l’orgasmo… mi lascia davvero sconcertata…

Molti credono che sia più difficile per un maschio fingere l’orgasmo rispetto ad una donna perché è visibile e tangibile la produzione della “gioia”, in realtà questo non è del tutto vero soprattutto quando l’uomo indossa il preservativo e anche quando se ne fa a meno e non si pratica il coitus interruptus.

Può darsi che questa notizia fosse già di ampio dominio pubblico ma avete presente il modo di dire “rimanere a bocca aperta”?

Mi hanno fatto una statua dopo che ho letto la notizia!!!

Questo sì che è un comportamento tipico degli uomini di una volta mi sono detta e a dirla tutta lo trovo davvero spiazzante.

Ora sta di fatto che la ricerca americana pubblicata sui media internazionali, racconta di uomini che fingono perché vogliono mettere fine a un rapporto sessuale di cui non avevano voglia. Infatti il 25% degli intervistati dichiara di aver finto l’orgasmo per terminare al più presto il rapporto.

Ho pensato che forse qualcuna di noi potrebbe sentire odore di presa per il culo da un atteggiamento simile (perché anche noi donne ne sappiamo qualcosa… sulla mancata lealtà nei confronti del partner in tali circostanze…) ma non dimentichiamo care amiche che ci sono uomini oggi che pretendono di essere corteggiati come le donne, che si piacciono talmente tanto che si fanno le sopracciglia… che a un certo punto li vedo e mi chiedo se portano la gonna di jeans o a fiori…

Ed è per questo motivo che questa ricerca mi sconvolge tanto, la realtà è che mi risulta davvero difficile pensare che un uomo oggi possa adottare un atteggiamento così genersoso diciamo soprattutto tra le lenzuola.

Secondo la ricerca infatti, “il pensiero comune che gli uomini vogliono sempre fare sesso fa sentire i maschi sotto pressione. Un uomo in un rapporto si preoccupa della sua compagna a differenza di quello che tutti credono. Nella testa del maschio fingere un orgasmo è una forma di gentilezza”.

A dire la verità anche a me sembra un gesto davvero carino tra la moltitudine di egoismi che lasciamo a briglie sciolte nei nostri rapporti di coppia e soprattutto un gesto da non sottovalutare. Il fatto che almeno tre uomini su dieci fingano l’orgasmo per evitare di lasciare scontenta la propria compagna… è roba degna della nostra chicklit e che scrittori/scrittrici del genere non abbiano ancora pensato di inserire una scena di tale portata in un prorpio romanzo, è davvero inconcepibile…

O sono troppo Harmony-addicted?

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