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In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

31 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

Questo piccolo paese del Molise, con poco più 1.000 abitanti, si trova in provincia di Campobasso.

Il borgo antico sorge su una collina rocciosa e domina l'ampia valle del Tammaro, proprio dal belvedere del paese si può ammirare un suggestivo paesaggio che spazia sino ai Monti del Matese.

Sul monte svetta il campanile della chiesa di San Rocco, dove è possibile ammirare la statua di San Filippo Benizi, esponente dell'ordine dei Servi di Maria, datata nel 1774 ed eseguita da Silverio Giovannitti.

La chiesa parrocchiale invece è dedicata a San Nicola di Bari, protettore del paese, è un edificio a croce latina, di origine medievale, costruito dopo il terremoto del 1805, e vi si può ammirare la statua del santo eseguita dallo scultore napoletano Giacomo Colombo.

Circolano varie leggende sull'origine del nome del paese ma tutte facenti in qualche modo riferimento a San Giuliano che uccise per errore i propri genitori durante una caccia a un cervo. Per scontare il terribile e involontario delitto, Giuliano, seguito dalla fedele moglie, lasciò il castello e fondò, lungo la riva di un fiume, un ospedale per pellegrini, fino a che, nella veste di pellegrino, giunse un angelo che gli disse: “Oh Giuliano, il Signore mi mandò a te e mandami a dire che egli ha accettato la tua penitenza e ambedue fra poco tempo dormirete in pace”. Il santo è San Giuliano lo Spedaliere. (Tratto da: La parate dei fucilieri ed il culto di San Nicola a San Giuliano del Sannio di Carmela di Soccio, Edizioni Enne)

A San Giuliano, il 9 maggio, ricorre la festa patronale dedicata a San Nicola, ma è conosciuta in tutto il Molise come la festa dei Fucilieri. In quel giorno il paese richiama molti visitatori, attirati soprattutto dalla singolarità della parata di origine militare. I fucilieri, da oltre un secolo, formano il picchetto d'onore della statua di San Nicola durante la festa e, dopo la rituale Messa, quando il Santo viene accompagnato in processione per le vie del paese, lo scortano sparando a ritmo di musica con la banda.

Un paese ricco di natura, di splendidi colori in ogni stagione, di antiche tradizioni dove si possono gustare piatti tipici e fruire della proverbiale ospitalità dei paesani.

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
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"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

30 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #personaggi da conoscere

"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

Benito Mussolini fu bersagliere nella Grande Guerra; le sue memorie abbracciano un arco di tempo che va dal settembre 1915 fino ai primi mesi del 1917; seriamente ferito nel febbraio dello stesso anno, al termine di una lunga convalescenza verrà messo in licenza e poi congedato.

Devo ammettere che dopo aver letto e commentato molti diari e memoriali di guerra, sia italiani sia stranieri, intendevo passare ad altre letture, ma il riapparire sulla scena editoriale del diario di Mussolini (editore Il Mulino, con prefazione di Mario Isnenghi), mi ha ridato interesse per questi temi. Nell’edizione che ho letto ci sono i brani che l’autore scrisse e fece pubblicare già durante il conflitto dal suo giornale, Il Popolo d’Italia; sono stati aggiunti però i due testi finali che furono pubblicati in un volume nel 1923. Si tratta di Gennaio-febbraio 1917 e del testo conclusivo Ferito!.

Non può non rimanere impresso (soprattutto nelle parti iniziali) lo stile semplice, diretto, giornalistico; attraverso brevi raffiche di parole si evidenzia l'emozione di un momento e si mostra una serie di belle istantanee di vita di trincea, non senza accenti lirici. Il diarista è un militare dotto e curioso che si muove alla ricerca di importanti tracce di italianità nelle terre appena conquistate. Come soldato semplice opera tra gli umili fanti, essendogli preclusa per ragioni politiche la possibilità di fare il corso per ufficiali. Soldato tra i soldati, è pur sempre un giornalista e un politico in ascesa; innumerevoli sono i commilitoni (anche tra gli ufficiali) che lo cercano e che vogliono stringergli la mano. Riceve persino una lettera da un soldato impegnato sul fronte belga.

In trincea può osservare il grande arcipelago di culture, dialetti, sensibilità che la guerra amalgama nella forzata convivenza, tanto da fargli esclamare che ormai il regionalismo era finito.

La freschezza di tante pagine in cui riporta i neologismi della vita di trincea, le battute vivaci dei compagni e le proprie sensazioni, si perde in alcuni punti dove emerge la retorica; ad esempio quando ci racconta di aver bevuto "con devozione" l’acqua dell'Isonzo, definito “fiume sacro” o in altri momenti in cui rileva con ridondanza il coraggio indefesso di molti soldati o lo stoicismo ferreo dei feriti anche gravi. Non è un diario ricco di grandi imprese; sul Carso la lotta contro l’austriaco si accompagna a quella contro le intemperie, contro i pidocchi, contro la noia di certe giornate. Mussolini ottiene i galloni di caporale per la premura con cui ha comandato una squadra in Carnia, impegnato soprattutto a rafforzare ricoveri in mezzo alla neve. Non sono quindi gli eroismi a essere messi sotto i riflettori, ma la quotidiana sofferenza e la forte tempra degli uomini. Ecco un passo che offre un’idea dello stile e del contenuto dell’opera:

“Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. È la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici fino alle ossa”.

La guerra è una lotta senza sbocchi; ricognizioni, congelamenti, allarmi notturni, lavori di riattamento dopo i tiri nemici, ma anche tedio, scoramento e monotonia, esemplificati dal memorialista con la consueta efficacia:

È giunta la posta. Molte cartoline illustrate. Domani è Pasqua. Senza le cartoline illustrate nessuno si sarebbe ricordato della solennità”.

Eccolo invece in un momento ben diverso:

"Stamane all'alba ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento e probabilmente anche il fumatore”.

Fante tra i fanti, calato tra il popolo, Mussolini si sente comunque un capo e riflette sul linguaggio più opportuno per motivare la truppa in cui nel 1916 la parola pace comincia a circolare con insistenza dopo tanti macelli; ma, afferma, nessuno dei combattenti accetterebbe una pace senza vittoria e quindi senza le sudate conquiste. Dal suo osservatorio il futuro Duce ha modo di ragionare sul morale dei soldati, notando che in ogni reparto ci sono i coraggiosi che credono nelle ragioni della guerra, poi quelli che fanno il proprio dovere (pur senza strafare) e infine altri che è difficile decifrare; potrebbero essere affidabili oppure no. Da chi dipende la forza di un reparto? Dalla capacità dei comandanti. Sulla necessità di guide adeguate, Mussolini ragiona ulteriormente su un piano più ampio, mentre in trincea legge avidamente un testo di Mazzini che individua nell’assenza di capi un male storico per l’Italia: “Mancano i capi, i pochi a dirigere i molti …”. Parole che fotografano anche il presente, commenta significativamente il diarista.

Una delle chiavi del testo, nel suo complesso, è questa dialettica tra la necessità di essere nella massa e il sentirsi comunque superiore ad essa e in grado di guidarla. C’è un punto in cui l’individualità dell’autore emerge nettamente, distinguendosi dagli altri e da una promiscuità non sempre gradita? Direi che nel brano finale il diarista approda a una sottolineata e significativa solitudine. Vediamo da vicino. Mussolini, gravemente ferito nel corso di un'esercitazione come tante, viene ricoverato in ospedale. Piovono granate nemiche; non sono colpi isolati, ma un bombardamento che sembra sistematico. Eppure c’è la bandiera della Croce Rossa ben visibile; il nemico l’ha sempre rispettata, nota con angoscia uno degli infermieri. Il pericolo cresce. Alcuni uomini vengono colpiti. Allora si impartisce l’ordine di evacuare i degenti, vista l’insistenza del micidiale cannoneggiamento. Mussolini per il dottore non è trasportabile; rimane allora l’unico ricoverato nell’ospedale, ferito in circostanze banali e antieroiche, eppure in qualche modo diverso dagli altri. Così finisce il diario, lasciando l’autore in primo piano, ancora in pericolo ma lucido, in una solitudine emblematica che può essere variamente interpretata.

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Un eroe con la tonaca

29 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere

Un eroe con la tonaca

Tra i molti Italiani che caddero con valore e che sono stati dimenticati, spicca la figura del Sacerdote Domenicano Reginaldo Giuliani.

Nato a Torino il 28 agosto 1887, scelse fin dalla prima giovinezza di servire Cristo e vestì l'abito dei domenicani. La sua vocazione non gli impedì di servire con onore anche la Patria al fianco dei suoi coetanei. Durante la Prima Guerra Mondiale fu Cappellano Militare con gli Arditi della III Armata, dove sostituiva spesso gli ufficiali quando il reparto si trovava in mancanza di uomini. Attraversò il Piave raggiungendo, di isolotto in isolotto, l’altra sponda e ritornò per fare altrettanto con un altro reparto.

Con imprese coraggiose e “disperate”meritò sul campo due Medaglie di Bronzo e una d'Argento. Ecco la motivazione per questa ultima:

«Giunto al Reparto immediatamente dopo aver partecipato ad un’azione su di un altro tratto del fronte prendeva parte con inesauribile lena a un nuovo combattimento incuorando e incitando le truppe nei più gravi momenti. Nelle soste della lotta anziché concedersi riposo, pietosamente si dava alla ricerca dei feriti e prestava loro amorevolmente assistenza e conforto. In una critica circostanza essendo un ragguardevole tratto del fronte rimasto, a causa delle forti perdite, privo di ufficiali, volontariamente ne assumeva il comando disimpegnando le relative mansioni con vigorosa energia e mirabile arditezza»(Romanziol, 30 ottobre 1918).

In seguito scrisse un libro ricordando la sua esperienza in guerra intitolato Gli Arditi, edito a Milano dai Fratelli Treves Editori, con il sottotitolo Breve storia dei reparti d'assalto della terza armata.

Al termine della Grande Guerra fu con D'Annunzio nell'impresa Fiumana insieme agli squadristi Cattolici delle Fiamme Bianche e ancora partecipò alla Marcia su Roma nel 1922. Ettore Muti, “mangiapreti” per antonomasia, aveva un enorme rispetto per Padre Giuliani e teneva nel portafoglio il santino della Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori, che Giuliani gli aveva regalato quando erano insieme a Fiume. Ciononostante, si divertiva a prenderlo di mira con i suoi famosi scherzi e pare che una volta, durante una celebrazione, gli mise una immagine di Giuseppe Mazzini nel messale per godersi la sua reazione.

Padre Giuliani partecipò volontario alla Guerra d'Etiopia, quale cappellano delle Camicie Nere. Proprio combattendo in quella terra, dove sognava di evangelizzare gli abissini, morì il 21 gennaio 1936 nella battaglia di Passo Uarieu, mentre soccorreva un compagno, il fraterno amico Luigi Valcarenghi.

Ricevette, per il suo comportamento, la medaglia d'oro al valor militare «Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle camicie nere gridando: "Dobbiamo vincere, il Duce vuole così ". Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un martire.»(Mai Beles, 21 gennaio 1936)

Ora riposa nel cimitero di guerra italiano presso Passo Uarieu.

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L'antico cimitero degli inglesi

28 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

la tomba di tobias Smollett
la tomba di tobias Smollett

Con le leggi Livornine, promulgate dal Granduca Ferdinando I°, a partire dal 1590, per favorire l’economia e il ripopolamento di una zona malsana e malarica, si permise alle comunità ebraiche prima, e a tutte le altre poi, di stabilirsi a Livorno. Lo scopo principale era attirare le ricche comunità sefardite.

La Santa Inquisizione di Pisa, tuttavia, non era lontana, e chi professava un’altra fede, anche se protetto da leggi speciali, doveva farlo con cautela e senza ostentazione. Erano proibiti i luoghi di culto non cattolici e anche i cimiteri. Prima della costruzione del cimitero inglese, chi moriva straniero nella nostra terra finiva seppellito fuori le mura, insieme agli animali.

Gli studi compiuti dall’Associazione Livorno delle Nazioni hanno portato a nuove scoperte e a ribaltare molte teorie sul cimitero inglese di via Verdi. La data scritta sul cartello è sbagliata di almeno cento anni. Si è scoperto a Londra il testamento di un mercante inglese redatto nel 1643. Egli lascia 150 sterline per l’acquisto di un terreno di sepoltura per la nazione inglese a Livorno. Risale a tre anni dopo, 1646, la prima e più antica sepoltura, nell’angolo in alto a sinistra del cimitero, appartenente, guarda caso, a Daniel Oxenbridge, un amico di chi ha redatto il testamento.

Quello di Via Verdi è il più antico cimitero inglese d’Italia, il più antico cimitero di Livorno e, addirittura, il più antico cimitero inglese del mediterraneo. Ha accolto 450 tombe dal 1646 al 1840 su mezzo ettaro di terreno. La sua importanza storica è notevolissima. Nel 1735, in una mappa, è già definito cimitero vecchio. L’autorizzazione ufficiale alle sepolture arrivò soltanto nel 1737, da allora, tutti coloro di religione non cattolica che si trovavano a morire nelle vicinanze venivano sotterrati qui, anche se non abitavano a Livorno. Era l’unico luogo in Italia in cui potevano essere interrati i protestanti di tutta l’Europa, ugonotti, valdesi, svedesi, svizzeri etc.

L’ingresso principale è a U, prima della guerra c’erano un muretto basso e una cancellata ora distrutti. Nel periodo della sua costruzione il cimitero era vicino a postazioni militari e per questo motivo non poteva avere muri né monumenti troppo alti.

Farsi una tomba nel cimitero inglese era costoso, almeno quanto il rimpatrio della salma, e solo i più abbienti potevano permetterselo. Principalmente si tratta di ricchi mercanti con le loro famiglie. Si è notato un raggruppamento di sepolture per corporazioni.

La tomba più famosa e più visitata è quella dello scrittore scozzese Tobias Smollett, (1721- 1771) autore, fra l’altro, del famoso The Expedition of Humphry Clinker. Smollett abitava a Montenero, morì nel 71, anche se sulla lapide è scritto erroneamente 73. La sua tomba non si differenzia da molte altre simili, ricorda un obelisco, secondo la moda dell’egittologia che imperversò dopo le spedizioni napoleoniche in Africa. Adesso è estremamente spoglia, sono state trafugate le parti in metallo, la sfera di marmo sulla sommità e le altre quattro sfere laterali. I turisti, anche quelli del settecento, spogliavano la tomba per portarsi a casa un pezzo di marmo come ricordo.

È sepolto qui anche l’esploratore William Broughton, la sua tomba è stata ritrovata sopra un’altra. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il cimitero fu devastato dai bombardamenti. Due fotografie rinvenute a Londra lo dimostrano. Alla fine della guerra, le tombe bombardate furono malamente e frettolosamente ricomposte con pezzi dell’una aggregati all’altra ed è difficile ormai stabilire cosa appartiene a chi. Delle 130 tombe scomparse l’Associazione è riuscita fino a oggi a rintracciarne 30.

Sono sepolti in questo cimitero molti appartenenti alla famiglia Lefroy, a partire dal nonno Antonio. I Lefroy sono noti perché ne parla Jane Austen che ha avuto uno sfortunato amore con uno dei discendenti.

Troviamo anche:

il barone Von Stosch, personaggio controverso, spia del governo inglese, amico dell’archeologo Winckelmann, che dette origine alla prima setta massonica del settecento;

Francis Horner, parlamentare inglese amico di Ugo Foscolo;

il padre di Vieusseux e un altro suo parente, Pietro Senn, fondatore della Camera di Commercio e della ferrovia Leopolda;

John Wood, capitano del Peregrine, vascello protagonista della battaglia di Livorno del 1653, fra inglesi e olandesi;

il tredicenne William Thompson, marinaio per il quale qualcuno ha voluto un destino diverso dalla sepoltura in mare;

Louisa Pitt, amante di William Thompson Backford (1760 – 1844) autore del romanzo gotico Vathec;

Mrs Mason, ovvero Margaret King, scrittrice e medico, pupilla di Mary Wollstonecraft, amica della di lei figlia Mary Shelley e del marito di quest’ultima Percy Bysshe Shelley, la quale aprì a Pisa un salotto frequentato dalle migliori menti dell’epoca.

Un discorso a parte riguarda la tomba di William Magee Seton, marito di Elisabeth Seton, santa americana. Il parroco della parrocchia omonima è intervenuto nel 2004 con un escavatore in un terreno che non permette l’ingresso di tali mezzi - al punto che i volontari dell’associazione sono costretti a tagliare i rami pericolanti a mano. L’intervento di esumazione delle spoglie del marito di Elisabeth ha danneggiato gravemente la tomba. Da notare che William Seton era protestante e non cattolico.

Il cimitero non era pianificato perché le persone potessero passarvi del tempo, come nei grandi cimiteri di Pere Lachaise a Parigi o Highgate a Londra.

Vi si notano tombe a prisma triangolare, di forma molto simile a quelle riscontrabili nei cimiteri ebraici in Olanda e nelle comunità sefardite, a conferma di un rapporto privilegiato fra la religione ebraica e quella protestante, entrambe basate sull’esegesi diretta dell’Antico Testamento. Le tombe dei cimiteri inglesi della Tunisia e della Grecia sono invece diverse. Oltre alla forma a prisma triangolare, si trovano anche lastre e monumenti misti a colonna, a obelisco e altri.

I simboli iscritti sulle tombe diventano più complessi e più belli col procedere degli anni, man mano che dal seicento barocco si procede verso lo stile neoclassico della fine del settecento. Si hanno riferimenti alla dance macabre, secondo una moda venuta in auge dopo la peste del trecento, alla fenice, al melograno - collegato al mito di Persefone - all’ouroborus, il serpente che si mangia la coda, alle torce, alle mani intrecciate.

L’Associazione ha operato il censimento e il mappaggio delle tombe, sia quelle in loco, sia quelle riscontrabili solo sui documenti, elaborando un database integrato con gli studi di tutta Europa e imperniato sulla pianta dell’architetto Soggi. I volontari si dedicano alla pulizia, al taglio dell’erba e alla raccolta dei rifiuti. Hanno cercato anche di proteggere il camposanto durante i lavori invasivi per la costruzione del parcheggio nell’area dell’ex cinema Odeon.

Una collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, rappresentata dal professor Giacomo Lorenzini, ha prodotto nuove conoscenze sulla vegetazione presente, sfatando la leggenda della presenza del famoso olmo della Virginia che è, in realtà, un bagolaro.

L'antico cimitero degli inglesi
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Lontano Lontano... vicino vicino

27 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #personaggi da conoscere

Lontano Lontano... vicino vicino

“...E lontano lontano nel mondo una sera sarai con un altro e ad un tratto chissà come e perché ti troverai a parlargli di me...”

Il 27 gennaio 1967 moriva a Sanremo Luigi Tenco, ancora oggi ci si interroga: si suicidò o fu assassinato? Ne sono state dette tante, se ne sono lette tante, ma quale sia la verità assoluta non ci è dato sapere e non ha fatto chiarezza nemmeno la riapertura dell'inchiesta sulla sua morte, avvenuta nel 2006, al contrario, forse, ha rafforzato i dubbi che circondano la tragedia di quella notte.

Luigi Tenco, bello, tenebroso, dallo sguardo cupo, penetrante e dalla vita tormentata, insieme ad alcuni cantautori come Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e altri, fece parte della cosiddetta scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Ha vissuto in Liguria, a Genova, ma era nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, ebbe un'infanzia non troppo felice, rimasto orfano di padre ancora prima di nascere, Giuseppe Tenco infatti era morto per uno strano incidente nella stalla, colpito, pare, dal calcio di una mucca, e Luigi era cresciuto sentendo dire che lui era il frutto della relazione della madre con un giovane torinese, nella cui casa aveva servito fino a che non era rimasta incinta... Scrive Renzo Parodi:

"Luigi è un bambino sveglio e precoce. Ad appena tre anni sa già leggere e scrivere. Ha imparato da solo, chissà come, nelle campagne silenziose di Ricaldone... L'atmosfera rarefatta della campagna concilia la riflessione e Luigi è naturalmente un bambino riflessivo, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell'infanzia... È un bambino ma è già un piccolo adulto quello che, con la madre e il fratello, lascia la campagna piemontese morbida e silenziosa."

Aveva solo dieci anni quando la famiglia si trasferì Genova, dove la mamma avviò un'attività commerciale, amava la musica e iniziò a suonare già durante gli anni di scuola: prima frequentò il Liceo Classico (suo compagno di banco era Bruno Lauzi) per poi passare al Liceo Scientifico. Pur essendo un ragazzo intelligente, trascurava le lezioni per dedicarsi alla musica e conseguì la maturità il 29 luglio 1956, quale privatista, unico su 257 a superare la prova. In quegli anni aveva dato vita a vari gruppi musicali, con un repertorio di musica jazz e ispirato ai primi esempi di rock & roll, in cui Tenco suonava il clarinetto e in seguito il sassofono. Nel suo primo complesso, che risale al 1953, tra i componenti c'era Bruno Lauzi a suonare il banjo.

Per assecondare il desiderio della madre di vederlo laureato, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria e, dopo aver superato il primo esame, si imbatté nel il professor Togliatti (fratello del segretario PCI) e per ben due volte non riuscì a superare lo scoglio dell'esame che doveva sostenere con lui. Dopo questa deludente esperienza, lasciò passare qualche tempo e decise di cambiare corso di Laurea, passando a Scienze Politiche, dove superò tre esami ma, assorbito completamente dal mondo della musica, abbandonò definitivamente gli studi e iniziarono i primi successi, le esibizioni e le incisioni dei primi dischi.

Il 25 gennaio 1962 uscì il 45 giri Come le altre - La mia geisha. Durante l'estate, Tenco collaborò alla colonna sonora del film La cuccagna, per la regia di Luciano Salce, e interpretò La ballata dell'eroe, dell'amico Fabrizio De Andrè, canzone ancora sconosciuta. In novembre uscì il suo primo 33 giri, di cui faceva parte anche Mi sono innamorato di te. Nel 1966 incise Un giorno dopo l'altro, che diventò la sigla della fortunata serie televisiva Il commissario Maigret, interpretata da Gino Cervi. E di lì a poco arrivarono anche i suoi più grandi successi, dei veri capolavori come Lontano lontano, Uno di questi giorni ti sposerò, Ognuno è libero.

Era un cantautore romantico, sentimentale, ma sapeva portare nelle sue canzoni argomenti impegnati: le due "anime" caratteristiche di Tenco, amore, e passione per le battaglie contro la guerra e per i diritti degli uomini. In agosto dello stesso anno conobbe a Roma, presso la casa discografica RCA, la cantante italo-francese Dalida e tra loro iniziò, oltre a una relazione sentimentale, anche un legame professionale, voluto forse dalla stessa RCA, così nacque l'idea della partecipazione di Tenco e Dalida al Festival di Sanremo, che a quei tempi vedeva la stessa canzone presentata da due cantanti diversi.

Fegatelli, nella biografia di Tenco, riporta una sua dichiarazione che egli definisce come una sorta di testamento:

"Io ho sempre imboccato la strada sbagliata. Sbagliai quando mi illusi di diventare ingegnere e a casa mia non c'era una lira, sbagliai quando mi misi a scrivere canzoni e quando mi illusi di fare un mestiere. Ho sbagliato pure adesso a venire a Sanremo, anche se mi ci hanno voluto loro, perché io non ho fatto una mossa per venirci, e magari non ci fossi venuto mai".

E siamo così arrivati a quella fatidica sera in cui Tenco, a cena con gli amici Piero Vivarelli, Sergio Modugno e Gianni Ravera, mangiò con scarso appetito e bevve vino a stomaco vuoto per farsi coraggio prima dell'esibizione. Ciononostante, Mike Buongiorno fu quasi costretto a trascinarlo sul palco e, capendo immediatamente il suo stato d'animo, lo incoraggiò con una battuta: “Dai che sei bravo, ti conosco bene. Fai vedere chi sei”.

Le luci abbaglianti lo colsero in preda all'ansia e alla paura di non essere compreso dal grande pubblico, sbagliò l'attacco della canzone, l'interpretazione indubbiamente incerta non fu delle migliori e la sua canzone venne eliminata dalla giuria, che non aveva capito o non aveva voluto capire il grido di protesta sociale in essa contenuto. Ciao amore ciao, una canzone sofferta che, invece, nelle intenzioni di Tenco, avrebbe dovuto penetrare come una lama in chi la ascoltava. E quella notte successe l'irreparabile, rifugiatosi nella sua stanza d'albergo, si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia.

Molte le testimonianze che parlavano di una grande delusione per l'eliminazione, ma molte anche quelle che raccontavano di un Tenco nervoso, che si sentiva minacciato e che per questo aveva comprato una pistola, molte sarebbero le nuove prove che allontanano l'ipotesi del suicidio, ma non saremo noi a fare luce su questa tristissima vicenda, noi vogliamo solo ricordare la sua prematura scomparsa, la sua voce graffiante, le parole toccanti delle sue canzoni che fanno battere il cuore, che donano profonde emozioni come solo i grandi professionisti sanno trasmettere.

Ciao Luigi, lo salutiamo con le parole che il suo caro amico Fabrizio De Andrè scrisse in una canzone a lui dedicata:

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte...

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Davide Rubini, "Il fischio finale"

26 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Davide Rubini, "Il fischio finale"

Davide Rubini

Il fischio finale

Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15

www.gilgameshedizioni.com

Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.

Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.

Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.

Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.

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In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara

25 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara


Il paese in origine si chiamava Mala Cocclaria e doveva avere una certa importanza intorno al 1039, quando fu sottratto all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno dai feroci conti Borrello. Poi, nel 1045 fu restituito ai monaci e nessuna notizia si ha fino al 12 marzo 1166, quando un certo Jonathas de Mala Cuclaria è presente a Belmonte del Sannio per la sottoscrizione di una donazione fatta con il consenso di Oderisius filius Borrelli.

La prima notizia concreta sulla esistenza di una chiesa e della relativa parrocchia (che una volta si chiamava plebs) si ricava da una pergamena che papa Lucio III inviava nel 1182 a Rainaldo, vescovo di Isernia, dove, per la prima volta, appare il nome attuale del paese: in Monte Nigro plebem S. Mariae. Si tratta certamente dell’attuale S. Maria di Loreto, trasformata ripetutamente nel tempo. Ci si arriva facilmente se si entra al paese dalla parte di sopra, come probabilmente si faceva una volta seguendo la strada che passa davanti alla cappella rurale della Madonna Incoronata. Superato un arco, che era una delle porte del nucleo più antico, si ha l’impressione di essere il protagonista di una scenografica apparizione per ipotetici spettatori che aspettano in basso in un accogliente sagrato tutto in pietra. Una serie di articolati piani inclinati, parapetti e gradonate che recano segni decorativi del XVIII secolo, con sedili in pietra e volute barocche, fanno da contorno alla facciata della chiesa di S. Maria di Loreto. Oltre un bel portale del 1782, ha un poderoso campanile che sembra fatto apposta per controllare l’ingresso al suggestivo loggiato che volge a mezzogiorno sovrastando tutto il paese. Di una incomprensibile epigrafe, ormai completamente abrasa, si legge solo la data 1570 ,che potrebbe far riferimento a qualche trasformazione apportata alla chiesa in quel periodo. Assolutamente chiaro, invece, un piccolo stemma italo-sabaudo con la sottostante epigrafe. Ricorda che dopo l’unità d’Italia il campanile fu ricostruito sui ruderi di uno più antico:

Questa torre / redimita di sacri bronzi / più solida ed elegante / su le rovine di vecchia e rozza mole / il Municipio edificava / quando / su i rottami di troni infranti / innalzava imperiture / la sua libertà, unità ed indipendenza / la gran Patria italiana / MDCCCLXIII.

I troni infranti sono evidentemente quelli borbonici, ma proprio durante tale dominazione in questa chiesa furono realizzate le opere più belle. L’interno ha perso, alla fine del XIX secolo, l’originario soffitto. Forse la chiesa era in cattivo stato già dal 1805 per effetto di quel terremoto che non risparmiò questa parte del territorio molisano. Gli altari sono molto belli e conservano pregevoli lavori di intarsio marmoreo che attestano uno sforzo economico della comunità locale per avvalersi di buoni marmorari di Napoli e, forse, di Pescocostanzo. Il parroco della chiesa ha avuto la cura di sistemare a lato di ognuno di essi sintetiche notizie storico-artistiche che aiutano anche il più sprovveduto dei visitatori a capire qualcosa di più sulle singole iconografie. Notevolissimo l’altare maggiore del 1754, tra i più belli della provincia, non solo per le ricche decorazioni del paliotto, le plastiche volute capo-altare e le testine di angelo che sovrastano il tabernacolo con la porta dorata realizzata nel laboratorio del napoletano Scipione, ma anche per la notevole balaustra che conserva intatto il piano inclinato del davanzale ricco di intarsi floreali dai colori fantastici.

Sul pilastro del presbiterio vi è un quadro seicentesco con Maria, S. Giovanni ed una pia donna davanti alla Croce dalla quale il Cristo è stato già deposto. Vi sono rappresentati tutti i simboli della passione: i dadi, la borsa con le 30 monete, la scala, la lancia che servì a forare il costato di Cristo, la canna con la spugna di aceto, i chiodi, la colonna della flagellazione, la tenaglia, la lanterna della cattura, la corona di spine ed il gallo del tradimento di S. Pietro. Una volta questo quadro era sistemato nell’altare di fondo della navata di sinistra che, realizzato nel 1620 in marmi intarsiati che ricordano i paliotti napoletani di Pescocostanzo, ora ospita un bel crocifisso del XVIII secolo. Gli altri altari di questa navata sono della fine del XVII secolo. Il più originale per il disegno è il primo da sinistra ed ha due belle colonne di pietra intarsiate. Ben lavorati sono i capitelli che reggono un timpano spezzato all’interno del quale si apre la solita Janua Coeli. Particolare è il quadro, più o meno coevo, in cui S. Domenico (con il giglio ed il libro della Regola del suo Ordine) è rappresentato in una icona che viene mantenuta dalla Madonna Regina, S. Caterina d’Alessandria e S. Maria Maddalena. Più avanti è l’altare della Madonna di Loreto (con i santi Giuseppe, Bernardino da Siena, Carlo e Camillo) che è rappresentata per mano di un artista locale vissuto ugualmente a cavallo del XVII-XVIII secolo. Poi c'è l’altare con la Madonna delle Grazie che dona il latte dal suo seno, con i santi Giuseppe, Giovanni Battista e Donato. L’altra navata accoglie l’altare del 1758 dedicato all’Addolorata con ai lati S. Giovanni Evangelista che regge il calice con il vino avvelenato che si trasforma in serpentello ed un raro S. Francesco Caracciolo. Appresso vi è l’altare seicentesco di S. Nicola ed in fondo i busti del domenicano S. Vincenzo Ferreri, rappresentato come al solito con le ali, e di S. Rocco che mostra le sue ferite. Scendendo per via Marracino, superato un bel palazzo dal portale barocco difeso da una saettera sottostante la finestra laterale, si arriva alla curiosa piccola casa dello scalpellino-muratore. E’, ovviamente, tutta in pietra. Ricca di decorazioni e scritte di ogni genere. Una rappresentazione caricaturale a rilievo dovrebbe essere una sorta di autoritratto che Vincenzo Mannarelli si fece nel 1735, come dice la sottostante scritta: AD MDCCXXXV M. VINCENZO MANNARELLI MURATORE SCARPELLINO. Cinque volte, qua e là, è ripetuta l’immagine dell’aquila bicipide. Singolare il portale decorato con motivi floreali ed una strana figurazione di un paggio in abiti settecenteschi da una parte ed una dama che sembra tenere in mano una conocchia dall’altra.
La parte alta di Montenero Valcocchiara sembra saper resistere alle violenze urbanistiche che caratterizzano molti paesi circostanti. Anzi, girando per i vari borghi come quello pittoresco del Colle (dove forse era l’antico castello) dai portali, loggette e balconi settecenteschi, si ha l’impressione che una gran quantità di persone, anche straniere, abbiano deciso di fare di Montenero una specie di rifugio tranquillo conservando ed esaltando le sue caratteristiche ambientali.
Andando via da Montenero non si può fare a meno di vedere il Pantano della Zittola, ormai famoso per le centinaia di cavalli che vi sono allevati allo stato brado e per gli allegri raduni equestri che spesso si tengono nel periodo estivo.

LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO di Franco Valente Montenero Valcocchiara

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
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Matteo Bianchi, "La metà del letto"

24 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

Matteo Bianchi, "La metà del letto"

Matteo Bianchi

La metà del letto

Barbera, 2015

www.barberaeditore.it

L’unica citazione nella nuova raccolta di poesie di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera, 2015), insonorizzando gli svariati echi indiretti, precipita sul foglio da Romeo and Juliet, il capolavoro postmoderno dei Dire Straits. Nell’unicum romantico composto dalla rock band britannica, il giovane Marc Knopfler, nei panni di un Romeo fatalista ma per niente tragico, scriveva alla sua lei perduta: «There’s a place for us, you know the movie song. / When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet? – C’è un posto per noi, conosci la colonna sonora. / Quando realizzerai che era solo il momento a essere sbagliato, Giulietta?» Il fallimento dell’incontro tra i due innamorati, tra due ragazzi qualunque che, a detta di Knopfler, avrebbero meritato di essere graziati dal corso del tempo, dipese dal momento sbagliato e non dalle loro (naturali) intenzioni, dallo stesso trasporto che pesa ancora sul lirismo di Bianchi, coniugato al presente.

I testi dedicati alla riflessione sulla poesia sono quelli più convincenti, tanto che in loro favore si è pronunciato anche Valerio Magrelli: «Ho apprezzato in particolare Vi porterei tutte con me, con la bella definizione di “opposta resistenza / al mio cambiamento”. Non da meno sono i versi di Sul filo della colpa, o Corpus Domini», entrambe attuali e focalizzate su fatti di cronaca che si sono insabbiati, tanto sotto la nostra società quanto sotto la pelle di chi ne raccoglie il lascito scrivendone, così i versi in quarta di copertina, per un instancabile Giulio Cesare. La lirica Sul filo della colpa fa i conti con i detriti lasciati dal passato, dalle relazioni interpersonali consumate e finite, facendo il verso al “fil di lama” di Montale e sostituendo a una “felicità raggiunta” una serenità raggiungibile solo insieme agli altri: «Mi turba da sempre chiudere / le divisioni / con un quoziente in decimali, / le cifre in avanzo / dopo la virgola». Corpus Domini, invece, racconta, tramite stati d’animo altrui, uno scandalo che colpì un convento ferrarese negli anni ’70, quando a seguito del rifacimento delle tubature nel cortile interno, furono rinvenuti resti di aborti clandestini. E il silenzio si misura nella distanza tra i colori caldi della terra battuta in superficie e quelli gelidi del sottosuolo, un silenzio buio e alienante: «Intimi come non mai / i miei demoni ed io», distico in cui il dubbio divino è concesso solo alla voce. Infine Giulio Cesare è il ritratto in prima persona di un uomo che è costretto a tollerare il cinismo e un certo “faccendarismo” del do ut des politico, mentre preferirebbe un rapporto umano spontaneo, almeno con il figliastro Bruto, che lo osserva camminare pallido avanti e indietro, senza darsi pace. Non a caso, già nella sua raccolta d’esordio, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, 2011), Bianchi cantava: «Non c’è sollievo / a questa nostra fine, / Silvia, // entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini», riconoscente al Leopardi in aria nichilista, come sostenne Mario Specchio nella fiduciosa postfazione.

Il tentativo di queste pagine, sebbene implicitamente ego-riferito, è quello di immedesimarsi in toto, per poi farsi da parte e trasportare di fronte al lettore i vissuti più disparati. Per non «arrendersi al lieto fine», aggiungerebbe, ma per accettare gli accidenti, gli umori del caso: «quando il nostro inizio è coinciso / con la mia fine».

Concludiamo fornendo un assaggio delle liriche, per capire meglio il senso di una recensione e per consentire al comune lettore di farsi un’idea del lavoro. Molte poesie non hanno titolo, tutte sono caratterizzate da brevità e intensità, grande ricerca del linguaggio e cura per la parola, come dovrebbe essere sempre quando ci troviamo di fronte alla vera poesia.

I

La sigaretta si consuma

tra le dita: ridotto

a un niente

sono io dalla passione.

Per prima ti ringrazio

del seguito, della ferita:

noi siamo nel dolore

liberi davvero.

Un mozzicone si abbandona

di spalle, si fida della neve

nella salvezza che congela.

II

Ieri ho letto poesia

sino a tarda notte,

mentre tu facevi la vita

e fremente ad essa ti univi.

Lo scarto tra noi e l’esistenza,

mio tradimento che contempla

e non s’incarna:

senso di colpa di chi riesce,

di chi vince la mano col piacere.

Corrotti di natura,

il timore è dannarsi insieme

in paradiso.

III

In capo al nostro corrimano

ti ho chiesto scusa:

l’amore risolto invecchia,

quello insoluto eterna.

IV

Cosa ho fatto di sbagliato

per meritare questo?

Io non sono dispensato,

sono rimasto per le tue parole,

per spargerle nel grande fiume,

il Po che ci ha divisi.

Ceneri alla foce comune.

Le troppe rose sono il paradosso,

un frutto dal sapore sconosciuto,

il tuo nome adesso

di seconda fioritura, in maggio,

primavera della tua sepoltura.

La vita ti ha chiamato

per ciò che sei stato.

Per chi mi aveva dato

un amore terreno

avevo un pianto disarmato

in cambio, che l’avrebbe seguito.

V

Sono nati i narcisi ovunque:

sugli argini del fiume consumati,

nelle cune verdi dei rifiuti,

intorno ai binari dismessi.

Non hanno aspettative

e se li cogli, non si tengono:

un vaso non vale il rimpiazzo.

Sono liberi,

ma non lo sanno.

Poesia è un soffio sui narcisi:

il mio legno diviene anima

e il mio sasso ragione.

Noi siamo

solo se accettiamo di non essere.

Gordiano Lupi

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Due fratelli del mare e del cielo

23 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Due fratelli del mare e del cielo


Mario Visintini: Parenzo 26 aprile 1913 – Monte Bizén 11 febbraio 1941
Licio Visintini: Parenzo 12 febbraio 1915 – porto di Gibilterra 8 dicembre 1942

Due fratelli cresciuti fra la gente d'Istria, in una terra impervia, sferzata dal vento, che i potenti si sono a lungo contesa. Erano nati a Parenzo, città che dagli scogli sembra sorridere a Venezia e all'Italia, fin da piccoli hanno respirato il patriottismo del popolo che aveva nelle vene lo stesso sangue del concittadino Giuseppe Picciola, di Fabio Filzi e Nazario Sauro istriani anche loro, sentirono i racconti delle imprese compiute dagli italiani durante la prima guerra mondiale e questi echi, questi ricordi, quello stesso ambiente, contribuirono a formarne il carattere deciso, ad accrescere in loro l'amor di Patria che li vide disposti all'estremo sacrifico.
Due stelle d'oro illuminano la bandiera dell'italianissima Parenzo....” scriveva nel 1953 Enrico Pagnacco su La Porta Orientale.
Parenzo, che ha visto nascere questi due eroi morti per la Patria, ora non è più italiana. Antico insediamento romano, ricca di vestigia storiche, città in cui ogni pietra trasuda la sua italianità, purtroppo oramai è dimenticata da tutti così come è dimenticato il sacrificio della maggioranza dei suoi abitanti e di tanti italiani, costretti ad abbandonare Istria e Dalmazia dopo aver subito persecuzioni e lutti.

Licio Visintini, era entrato come allievo presso l'Accademia Navale di Livorno nel 1933 e nel 1937 era stato promosso Guardiamarina. Dopo un periodo trascorso su unità di superficie con cui partecipò ad alcune missioni durante la guerra di Spagna, fu imbarcato prima sul sommergibile Narvalo e poi sull'Atropo e partecipò alle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alla prima missione dei sommergibili italiani in Atlantico, al termine della quale chiese ed ottenne di essere trasferito presso la X Flottiglia MAS di La Spezia dove, superato un periodo di duro addestramento, divenne Operatore dei Mezzi d'Assalto. Promosso Tenente di Vascello nel 1941, fu Comandante della famosa squadra di operatori denominata "dell'Orsa Maggiore", che portò a termine con successo un'operazione contro la base navale inglese di Gibilterra. In un secondo tentativo, effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1942, mentre si avvicinavano alle corazzate nemiche, a causa della deflagrazione di cariche esplosive lanciate in mare dalle imbarcazioni di vigilanza, trovò la morte accanto al suo fedele compagno, Sottocapo Palombaro Giovanni Magro. Nel corso della sua carriera fu decorato con due medaglie d'argento nel 1941 e con la medaglia d'oro alla memoria nel 1942, con la seguente motivazione:

«Ufficiale il cui indomito coraggio era pari alla ferrea tenacia, dopo lungo difficile e pericoloso addestramento violava, una prima volta quale operatore di mezzi d’assalto subacquei, una delle più potenti e difese basi navali nemiche, costringendo l’avversario a nuove e severissime misure protettive. Inflessibilmente deciso ad ottenere risultati più cospicui, si sottometteva a nuova ed intensa preparazione, in una vita clandestina e di clausura, fino al momento in cui con sovrumano disprezzo del pericolo ed animato da sublime amor di Patria, ritentava l’impresa, nonostante il nemico avesse predisposto tutto quanto la tecnica poteva escogitare per opporsi all’ardimento dei nostri uomini. Penetrato una seconda volta nella base avversaria vi incontrava eroica morte, legando il suo nome alle tradizioni di gloria della Marina italiana. — Gibilterra, 8 dicembre 1942»

Mario Visintini, respinto alla visita medica sostenuta per entrare all'Accademia Aeronautica, ma determinato a diventare aviatore, si iscrisse a un corso per piloti civili, ottenendo il brevetto che gli permise di entrare a far parte della Regia Aeronautica come allievo ufficiale pilota di complemento e ottenere così il suo brevetto militare nel dicembre 1936.
E' stato il primo degli Assi dell'Aeronautica, con il maggior numero di abbattimenti in Africa Orientale, tra tutte le forze belligeranti, fu l'Asso dei biplani da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Seconda guerra mondiale, durante la quale ottenne 16 vittorie aeree, sotto le insegne della Regia Aeronautica, che si sommano alle innumerevoli vittorie ottenute durante la guerra civile in Spagna, con l'Aviazione Legionaria. A questa cifra si devono aggiungere gli aerei distrutti al suolo durante i mitragliamenti degli aeroporti di Gedaref, Gaz Regeb e Agordat, che, secondo fonti britanniche, costarono alla RAF e alla SAAF "decine di aerei distrutti " (per l'esattezza 32 aerei incendiati da solo ed in cooperazione).
Visintini era un ottimo pilota, con grandi doti di abilità e precisione, meticoloso e calcolatore tanto da essere soprannominato il "cacciatore scientifico". Non era un pedante sgobbone, era estremamente preciso nel portare a termine le sue operazioni. Ottenne vittorie su vittorie, soddisfazioni su soddisfazioni, ma la notorietà ottenuta non lo esaltò, era un combattente coscienzioso e sempre pronto a partite per primo, egli aveva il senso di responsabilità e l'esperienza di un vecchio soldato e il più bel premio che potesse ricevere fu il comando di una squadriglia. L'11 febbraio del 1941, si stava combattendo in Africa Orientale, quando due dei suoi giovani piloti furono costretti ad atterrare in un campo di fortuna fortemente esposto all'offesa nemica, Visintini si alzò immediatamente in volo per andare in loro soccorso e riportarli alla base e fu nello svolgimento di questa azione che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, si andò a schiantare contro il monte Bizén. Dove non erano riusciti i caccia nemici, solo il destino poté abbattere il “Falco” del capitano Visintini.
Aveva già ottenuto sul campo una medaglia di bronzo e una d'argento ma la motivazione che accompagna la Medaglia d'oro concessa alla memoria , è il compendio di una vita offerta alla Patria e ai commilitoni

Superbo figlio d'Italia, eroico, instancabile, indomito, su tutti i cieli dell'impero stroncava la tracotanza dell'azione aerea nemica in 50 combattimenti vittoriosi durante i quali abbatteva 16 avversari e partecipava alla distruzione di 32 aerei, nell'attacco contro munitissime basi nemiche. In cielo ed in terra era lo sgomento dell'avversario, il simbolo della vittoria dell'Italia eroica protesa alla conquista del suo posto nel mondo.”

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UN RACCONTO di BORIS PAHOR

22 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UN RACCONTO di BORIS PAHOR

Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.

Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.

Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.

Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.

Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.

La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.

Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.

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