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Il museo Fattori

11 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #luoghi da conoscere

Il museo Fattori

Entrando nella storica villa Mimbelli che ospita il Museo Fattori, ci vengono incontro gli affreschi di Annibale Gatti, la sala da fumo in stile moresco, la scala decorata con putti in ceramica invetriata. Attraversiamo poi le sale dove sono conservati dipinti di macchiaioli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e dei post macchiaioli, Giovanni Bartolena, Vittorio Matteo Corcos, Oscar Ghiglia, Ulivi Liegi, Guglielmo Micheli, Plinio Nomellini, Llewellyn Lloyd, Raffaello Gambogi etc.

Fra i macchiaioli, attivi dal 1855, e i post macchiaioli c’è un ventennio, che ha trasformato la forza delle pennellate di Fattori in manierismo sempre meno verista e più decadente.

La sala di Fattori è inconfondibile, ti devi sedere davanti ai grandi quadri di battaglie e paesaggi, con quella botta nello stomaco che dà l’arte vera e che non puoi descrivere con nessuna nota accademica.

Pennellate grosse, personaggi tozzi, pantaloni sformati dall’uso, buoi e pagliai, battaglie risorgimentali con cavalli impennati. Il rinnovamento verista è declinato in stile toscano, maremmano, in opposizione alle rovine romantiche, alle dame in pose languide, ai poeti pensosi. Le immagini sono contrasti di macchie di colore, ottenuti tramite la tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. Punti e linee sono eliminati perché non esistenti in natura e sostituiti da macchie di colore.

Cronologicamente, i macchiaioli precedono gli Impressionisti francesi, e tendono alla riproduzione del presente, così com’è colto dall’occhio nell’immediato, senza sovrastrutture culturali, ma anche senza piena identificazione, piuttosto come testimonianza e commento.

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Giosuè Borsi

10 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giosuè Borsi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de Il Telegrafo, prima, e del Nuovo giornale di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi, come inviato, sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”

Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.

Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista La Torre e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata Omaggio a Giosuè Borsi, con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

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Renato Fucini

9 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #poesia

Renato Fucini

Renato Fucini – Opere

A cura di Davide Puccini

Edizioni Le Lettere.

Per conoscere Renato Fucini dobbiamo rivolgerci a Davide Puccini, saggista, fine studioso, ma soprattutto appassionato di letteratura italiana. La sua operazione deriva dalla necessità di riproporre un autore ormai dimenticato, di cui non si trovano più le opere.

L’unico libro ancora in circolazione contiene circa 5000 errori su 1000 pagine. I testi di Fucini sono stati mal compresi, rovinati dai parenti, dagli stampatori, di edizione in edizione. Puccini ha dovuto risalire ai manoscritti, contenuti nelle biblioteche fiorentine, e compiere un’opera certosina di ricostruzione dell’originale.

Il volume è ponderoso, consta di circa 700 pagine e raccoglie tutte le opere pubblicate in vita da Renato Fucini, non le postume, ritenute inferiori. Comprende cento sonetti in vernacolo pisano più altri in lingua, tutte le novelle raccolte ne Le veglie di Neri (1882), All’aria aperta (1897) e Nella campagna toscana (1908) e il saggio Napoli ad occhio nudo (1878).

Davide Puccini ha dedicato cinque anni di lavoro all’opera di Fucini e, come abbiamo detto, ha affrontato la materia soprattutto dal punto di vista filologico. Spesso gli stampatori non comprendevano i vocaboli del vernacolo pisano. Sceglievano la lectio facilior, correggevano bimbino con bambino, sterzatori (chi puliva un albero su tre) con sterratori, rovinando un testo che aveva valore proprio per la precisione etnografica: Fucini, infatti, non sceglieva mai i suoi termini a caso, ma li usava perché erano tipici del luogo di cui stava narrando o poetando.

Nel volume sono contenute molte pagine di bibliografia, Davide Puccini ha rintracciato tutte le edizioni – al punto che è stato in grado, al termine dell’esposizione, di valutare al primo sguardo un libriccino di nostro possesso e datarlo agli inizi del novecento come edizione contenente almeno una trentina di errori.

Ma Puccini ha compiuto anche un’opera di rivalutazione contro quella critica che, dopo la morte di Renato Fucini, ne decretò la lenta decadenza e il ridimensionamento a esponente “minore della letteratura.”

In vita, Fucini ebbe grande successo. A Firenze, allora capitale d’Italia, al caffè Michelangelo, meta di artisti come Edmondo de Amicis (che ha scritto la prefazione proprio all’edizione in nostro possesso) la lettura dei sonetti in vernacolo, che scriveva per divertirsi, ebbe il successo che oggi hanno gli interventi di Benigni. Poi li pubblicò a sue spese e fu un best seller.

Fucini era consapevole dei propri limiti, sapeva di non avere il respiro lungo del romanziere, bensì il fiato corto del novellatore e, tuttavia, una volta pubblicate, le sue opere ebbero risonanza anche fuori della Toscana, furono adottate nella scuola fino agli anni trenta e Croce ne scrisse in modo lusinghiero. Ma dopo, lentamente, su Fucini calò l’oblio e non solo, fu oggetto delle critiche di molti personaggi famosi come Cassola, che lo stroncò nella prefazione ad un edizione BUR. Nel sessantotto fu considerato reazionario, poco attento alla questione sociale, laddove, invece, egli fu mazziniano e garibaldino, impregnato degli ideali risorgimentali che vedeva traditi. Nei sonetti, ma soprattutto in novelle come “Vanno in Maremma”, si sente tutta la sua dolente partecipazione alla miseria degli umili, la comprensione del fenomeno dall’interno, evitando il difetto della letteratura popolaresca (come quella, ad esempio, di Lorenzo il Magnifico).

Fu accusato anche di aver scelto una lingua troppo facile, il toscano, non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, visto che le sue novelle sono ambientate principalmente in maremma.

I sonetti sono classici come struttura ma originali come contenuto, perché dialogati, mossi, con battute e vari personaggi fra i quali Neri Tanfucio, lo pseudonimo adottato da Fucini per pubblicare, che ritroviamo ogni volta come personaggio differente. Le poesie sono d’ambiente pisano e fiorentino, popolate di caratteri umili, beceri, degradati; sono spassose, ferocemente allegre ma sempre con una nota amara e triste. (Vedi La mamma, il bimbo e l’amia)

La lingua è un vernacolo che, spesso, ha più del livornese che del pisano. Puccini cita i fenomeni del labdacismo (la elle che diventa erre) e dell’ipercorrettismo (dove si sbaglia per paura di sbagliare).

Renato Fucini nacque nel 1843 a Monterotondo, nella Maremma grossetana, dove il padre David, medico, si era stabilito per la cura delle febbri malariche, ma era livornese di famiglia e si sentiva molto legato alla città labronica, dove frequentò le scuole elementari dei Barnabiti. Visse a Livorno dal 1849 al 1853 - nella città appena riconquistata dagli austriaci dopo i moti del 48 - e, proprio leggendo un poemetto manoscritto in vernacolo livornese, ebbe l’idea di compiere la stessa operazione con quello pisano. Fucini frequentava i macchiaioli a Castiglioncello, dove possedeva una casa, e, in particolar modo, fu amico di Giovanni Fattori, al quale fornì ispirazione per il quadro “Lo staffato”. Ma le sue frequentazioni sono più ampie e non riguardano solo l’ambito toscano. Oltre al già citato Edmondo de Amicis, fu amico anche di Verga, di cui assorbì il naturalismo.

Un discorso a parte merita Napoli ad occhio nudo, reportage commissionatogli da P.Villari, il primo in Italia a far conoscere l’esistenza di una “questione meridionale”. Senza dilungarci, diremo che Fucini seppe cogliere al primo sguardo l’essenza della città, con la quale entrò subito in empatia, comprendendo il fenomeno della camorra in modo non superficiale e raccontando gli aspetti più crudi, dai “talponi” (confronta il livornese tarpone), cioè le pantegane che affollavano fogne e vicoli, al cimitero con 365 fosse, una per ogni giorno dell’anno, in cui i morti erano gettati dall’alto con una carrucola, senza tante cerimonie.

In conclusione, se il saggio sull’umorismo di Pirandello è ancora di là da venire, possiamo affermare, tuttavia, che quella di Fucini fu senz’altro una comicità che “fa pensare”.

Fucini morì a Empoli, nel 1921 per un cancro alla gola.

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Una notte sul lago

8 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto, #storia

Una notte sul lago

Quella mattina il tenente Luca Faliero si era svegliato prestissimo, stava appena albeggiando. Dovevano essere passate la poco le cinque e l’aria, ai piedi del monte Suello, era frizzante. Mentre si alzava dalla scomoda branda dove aveva dormito, Luca rabbrividì di freddo, ma era estate e lui si consolò pensando che presto la giornata sarebbe diventata calda. Poi si passò più volte una mano sul viso e cercò anche di ravviarsi i capelli, si infilò gli stivali ed uscì dalla tenda.

Leone Decarolis, l’appuntato suo fedele attendente, doveva averlo sentito muovere e si stava affrettando pure lui ad uscire da un’altra piccola tenda, mentre si tirava le bretelle sulle spalle e si abbottonava i pantaloni. <<Preparo subito del caffè signor tenente>> disse e si avvicinò alla piccola stufa da campo che loro usavano per prepararsi i pasti. Cominciò ad armeggiare per accendere il fuoco, mentre Luca, dopo essersi sciacquato il viso usando una piccola bacinella portatile, aveva iniziato a radersi velocemente la barba. Intento a sbarbarsi, meditava in silenzio, sulla nuova gatta da pelare che gli era stata affidata dal suo perfido colonnello Ottorino Pavesio: sorvegliare e tenere d’occhio le brigate di garibaldini che combattevano sul confine del trentino. Era la solita storia, i vecchi comandanti piemontesi non si fidavano ancora di Garibaldi ed il Pavesio non aveva trovato nulla di meglio che mandare ancora lui a fare la spia.

Il giorno prima, era il due di agosto del 1866, i garibaldini si erano battuti con coraggio ed avevano conquistato per la seconda volta il monte Suello, ma questa volta Garibaldi era stato ferito. Luca però aveva saputo che era rimasto sul campo di battaglia ancora per molte ore.

I garibaldini erano gli unici che avevano saputo fare bene la loro parte. A Custoza il generale La Marmora aveva subito una brutta batosta, ma anche sul Po le cose non erano andate meglio.

Neppure il generale Cialdini aveva saputo attaccare, anche se, a fronteggiarlo vi era solo un debole contingente di austriaci. Da quanto aveva capito Luca, i due generali si detestavano, facevano a gara a non capirsi e forse gioivano uno delle disgrazie dell’altro. Sua Maestà il Re poi, giocava anche lui a fare la guerra e spesso cercava di scavalcare i suoi generali combinando altri guai.

Ma questi pensieri non erano permessi ad un carabiniere del Re, come era lui. Doveva solo obbedire agli ordini e fare da guardiano silenzioso ai garibaldini.

L’acqua nella caffettiera aveva cominciato a bollire e nell’aria si spandeva un gradevole profumo. Leone si era avvicinato e gli aveva porto una tazza di latta stagnata contenente il caffè. Purtroppo bere in quel contenitore significava ammazzarne tutto il buon sapore, pensava Luca mentre beveva. Era un po’ come l’andamento di quella strana guerra contro l’Austria: i garibaldini erano il caffè, ma i generali erano la tazza stagnata.

Poco più tardi, mentre l’appuntato sellava i loro due cavalli, era arrivato Michele Serra, detto da tutti Michelino, perché era giovanissimo, biondo, con un ciuffo di capelli sempre arruffati. Era un giovane garibaldino appena arruolato e Garibaldi, sicuramente stizzito di ritrovarsi quel carabiniere tra i piedi, aveva nominato Michelino ufficiale di collegamento e gli aveva conferito il grado di tenente, giusto per fare da contraltare a Luca.

Michele Serra era un ragazzo pieno di buona volontà e svolgeva il suo incarico con la massima precisione, ma essendo giovanissimo non riusciva a dare del tu a Luca.

<<Sono venuto per dirvi che il generale Garibaldi oggi di sposta a Desenzano. Deve andare in ospedale per farsi curare la ferita. . .>> aveva detto tutto d’un fiato.

<<Grazie dell’informazione>> aveva risposto Luca, poi aveva aggiunto con cortesia: <<Fermati a bere una tazza di caffè con noi.>> Michelino era arrossito ed aveva risposto: <<Grazie, siete molto gentili, ma non so se mi è permesso, devo rientrare subito al comando. . .>>

Poi però aveva preso la tazza dalle mani di Leone ed aveva trangugiato il caffè.

<<Grazie. . .e. . . comandi!>> aveva poi aggiunto e facendo un accenno di saluto militare, cosa che gli tornava sempre difficile, si era allontanato.

<<Cosa dobbiamo fare noi, signor tenente?>> aveva chiesto Leone Decarolis

<<Se ho ben capito l’offensiva italiana si è di nuovo fermata>> aveva risposto Luca <<quindi penso che ci convenga scendere anche noi verso Desenzano. . . dobbiamo stare alle costole del nostro generale, nel caso gli venga l’idea di allearsi con i tirolesi. . .>> Leone Decarolis non aveva il senso dell’umorismo e rimase un attimo interdetto, ma poi rispose deciso:<<Comandi signor tenente!>> Montarono in sella e, voltando le spalle al monte Suello, presero la strada verso la pianura. Desenzano era un piccolo paese sulla riva sud del lago di Garda, ma aveva un ospedale e adesso, con la guerra, era improvvisamente diventato importante. Ogni giorno le carrette con i feriti giungevano dal fronte e, quando i cavalli si fermavano sotto la tettoia all’ingresso dell’ospedale, subito diverse infermiere accorrevano per raccogliere i feriti. Con i loro larghi cappelli e le gonne svolazzanti sembravano un po’ dei cigni agitati, ma erano molto efficienti e le loro mani di continuo si imbrattavano del sangue dei feriti.

In quel periodo, a loro si erano aggiunte anche altre donne, alcune erano nobili bresciane che passavano l’estate sul lago, altre forse un po’ meno nobili, a Desenzano ci vivevano. Tutte si distinguevano dalle suore, perché i loro vestiti, se pur fatti ad imitazione di quelli delle suore stesse, erano realizzati con tessuti migliori, cuciti su misura, con gonne che cadevano meglio e corpini che qualche dettaglio del seno lo lasciavano trasparire. Ed in realtà non erano poi molte quelle di loro che si sporcavano le mani di sangue.

Quel giorno la contessa Elisa Rampini Gastaldi si era subito accaparrata le cure del generale Garibaldi. Tutti, perlomeno tutti nell’ambiente della contessa, conoscevano la disavventura matrimoniale in cui era incorso il generale circa sette anni prima e lei era forse convinta che, oltre a curare la sua ferita al braccio, fosse necessario lenire anche quella del cuore.

Così Garibaldi in ospedale c’era rimasto poco, solo la prima notte, poi già il giorno dopo si era trasferito nella grande villa sul lago del conte Rampini Gastaldi. Nel volgere di poche ore, la villa era quindi diventata anche il suo quartier generale: diversi attendenti andavano e venivano in continuazione. Da lontano il conte Rampini li osservava con astio represso.

In realtà lui non aveva affatto digerito che le sue terre fossero diventate, sette anni prima, parte del regno di Piemonte e Sardegna e neppure di essere, cinque anni prima, diventato cittadino italiano. Lui aveva nostalgia del dominio austriaco, dei nobili austriaci che d’estate venivano ad incontrarlo sul lago, del serio comportamento dei loro funzionari, del passato insomma! Ma adesso forse gli italiani sarebbero stati sconfitti e ricacciati fino al Ticino. Il generale Garibaldi, quello strano personaggio, un po’ tracagnotto, un po’ contadinesco, stava passeggiando in giardino con sua moglie, Elisa Gastaldi. Chissà cosa ci trovavano poi le donne in un tipo come il Garibaldi.

Il conte, fingendo di leggere un libro, seduto nel salotto, guardava con attenzione le due grosse bisacce che erano state apparentemente abbandonate sul grande divano del salone attiguo. Erano zeppe di documenti. Quello sciocco fantoccio di generale, forse non sapeva neppure comandare.

Fu colpito da un’idea improvvisa. Lui sapeva dove, in quel momento, si trovava il colonnello austriaco Von Temekoff, non molto lontano da lì, sul lago d’Idro, dove il fronte della battaglia non era ben definito. Magari quelle borse di documenti gli sarebbero tornate utili per battere i garibaldini ed, in fondo, fargliele avere sembrava semplice, bastava prenderle e poi darle al suo fattore, perché le portasse al suo amico colonnello.

Luca Faliero era arrivato anche lui a Desenzano e, dal giovane Michelino, aveva saputo che Garibaldi era stato ospitato dalla contessa Rampini Gastaldi. Questa sistemazione creava un piccolo problema, lui non poteva presentarsi alla villa del conte e dire semplicemente:”ci sono anch’io, il mio incarico è quello di spiare Garibaldi”. Aveva quindi chiesto all’appuntato Leone di cercare qualcuno della servitù che potesse aiutarli ad entrare nella villa senza dare nell’occhio.

Verso sera Leone era ricomparso con una giovane cameriera: si chiamava Ester e non doveva avere più di diciotto anni, ma era molto sveglia. Luca le aveva spiegato che loro erano incaricati di fare una sorveglianza discreta sulla sicurezza del generale Garibaldi. Lei li aveva introdotti nelle cucine della villa ed aveva anche dato loro qualcosa da mangiare.

Era una sorveglianza un po’ strana, ma funzionava. Ester andava su e giù dalla sala da pranzo e riferiva. Così Luca era riuscito a sapere cosa stesse facendo il generale. Aveva cenato con la contessa Elisa, mentre il conte, accusando un forte mal di testa, si era ritirato nelle sue stanze. Il tenente Michele Serra era restato nel grande salone a fare la guardia alle bisacce del generale.

Dopo la cena Elisa ed il generale si erano spostati sulla grande terrazza che si affacciava sul lago. Sembrava che lei gli facesse gli occhi dolci e che il generale volesse passare all’attacco, perché, dopo che Ester aveva servito il caffè, loro si erano appartati in un’altra saletta. La cosa strana era che, mentre rientrava in cucina, lei aveva scoperto il conte dietro la porta del salone, come se stesse sbirciando di nascosto Michelino che sonnecchiava vicino alle bisacce.

Immediatamente, l'istinto aveva inviato a Luca un segnale preoccupante. Ester aveva finito il suo servizio, ma non sembrava voler andare a dormire. Forse il pensiero di quanto stava facendo la sua padrona in quel momento, doveva averle messo qualche voglia in mente, perché si era rivolta, un po’ sfacciatamente, a Luca e gli aveva detto: <<Tu non vuoi altro da me?>> Mentre lo diceva aveva sporto in fuori il giovane petto ed il seno si era chiaramente disegnato sotto la leggera camicetta. Luca si era sentito alquanto lusingato da quella che sembrava una proposta, in fondo quella era la guerra, nessuno conosceva il proprio futuro, l’indomani avrebbero potuto essere tutti morti, il presente, l’attimo fuggente, era forse da cogliere al volo.

Ma poi la sensazione che aveva provato quando Ester aveva raccontato dello strano comportamento del conte aveva avuto la meglio. La notte avrebbe potuto essere lunga, ma per ben altri motivi.

<<Ti ringrazio>> aveva risposto, <<ma devo fare ancora qualcosa. Vai a dormire. . . magari ci vediamo domani mattina.>> Si era alzato e, con fare noncurante, aveva slacciato il gancio della fondina della pistola d’ordinanza. Leone Decarolis, che sembrava dormicchiare in un angolo della cucina, si era alzato anche lui dalla sedia ed aveva imitato il gesto del suo capo.

Appena Ester si era allontanata, loro erano usciti dalla cucina ed avevano iniziato a salire silenziosamente le scale che, dai locali della servitù, portavano al piano superiore. La casa era ormai immersa nel buio, tutte le candele e le lampade a petrolio erano state spente.

Luca e Leone avanzavano lentamente senza far rumore. Solo una pallida luna lasciava filtrare pochissima luce dalle alte finestre. Gli arredi assumevano un aspetto mostruoso, prima di rivelarsi per quello che erano. Loro continuavano ad avanzare, attraversarono diversi locali ed arrivarono nel salone.

Qui vi era un corpo steso a terra: era Michelino, qualcuno doveva averlo colpito con un grosso candelabro. Le due bisacce del generale erano scomparse. Luca si era precipitato verso di lui e nel farlo aveva rovesciato un tavolino, ma ormai non doveva preoccuparsi del rumore che faceva.

Michelino era ancora vivo, ma aveva una brutta ferita al capo. Luca e Leone lo sollevarono e l’adagiarono su un divano, mentre chiamavano aiuto a gran voce. Loro però non potevano fermarsi e, dopo un attimo, si erano precipitati sulla terrazza. Nel giardino un’ombra si stava allontanando velocemente e loro iniziarono a scendere a precipizio lo scalone esterno per inseguirla.

Dalla parte opposta del prato, dove vi erano le scuderie, un’altra ombra si stava avvicinando tenendo un cavallo per la cavezza. Leone, appena raggiunto il prato, aveva cambiato prontamente direzione e gli stava adesso correndo incontro. L’ombra si era fermata e sembrava indecisa sul da farsi, poi aveva lasciato la cavezza del cavallo ed aveva cominciato a correre verso le scuderie. Doveva essere giovane, perché correva velocissimo ed in breve aveva distanziato Leone. Anche l’altra ombra si doveva essere accorta di quanto stava accadendo, aveva lasciato cadere a terra quanto teneva nelle mani e si era precipitato verso l’angolo della villa. A terra erano rimaste le bisacce del generale. Quando Luca le aveva raggiunte, l’ombra aveva ormai girato l’angolo ed era scomparsa dalla vista. Nella villa il trambusto fatto dai due carabinieri aveva svegliato diverse persone ed ora sulla terrazza vi era il maggiordomo che reggeva un candelabro e scrutava il prato, dove il cavallo, rimasto abbandonato, si era messo tranquillamente a brucare l’erba.

Leone aveva desistito dall’inseguimento e stava ritornando sui suoi passi. Luca, che aveva raccolto le due bisacce, gridò a Leone: <<Ha girato l’angolo, corrigli dietro, vedi se lo ritrovi, io giro dall’altra parte!>> poi aveva cercato di risalire il più velocemente possibile lo scalone esterno.

Sulla terrazza vi era il maggiordomo che cercò di sbarrargli la strada, ma lui, senza perdere tempo a rispondere alle sue domande, lo urtò con una delle bisacce, respingendolo indietro ed entrò nel salone. La scena si andava riempiendo di nuove persone. C’erano due garibaldini in uniforme, dovevano essere le guardie del corpo del generale, ed erano vicini al corpo di Michelino, sempre disteso su un divano, con la testa avvolta in un panno intriso di sangue. Luca si avvicinò e gettò sulle braccia di uno dei due le bisacce sibilandogli: <<Vedi di non fartele di nuovo portar via!>>. Girò con rapidità lo sguardo intorno alla sala ed ebbe una rapida visione del generale, in camicia da notte, con i piedi nudi, vicino a lui c’era la contessa, scarmigliata, che si stringeva addosso una vestaglia. Altri domestici stavano entrando sorreggendo dei candelabri. Ma non c’era tempo da perdere, se avesse cominciato a parlare sarebbe stato bloccato. Luca girò sui tacchi e corse di nuovo fuori per scendere in giardino dalla parte opposta.

Il prato declinava dolcemente verso il lago e davanti a lui c’era una darsena coperta: l’ingresso era un buco nero. Sentì i passi di Leone che si avvicinava ed in un attimo si ritrovarono, uno a fianco dell’altro, vicini all’ingresso della darsena. Leone avrebbe voluto infilarsi dentro al buio, ma Luca lo trattenne. Il suo intervento fu provvidenziale, perché dall’interno risuonò uno sparo. La pallottola sembrò miagolare molto vicino. Non sapevano chi ci fosse nella darsena e farsi ammazzare inutilmente era stupido.

<<Cerchiamo di aggirare la darsena>> disse Luca in un sussurro e subito Leone si avviò verso sinistra, lui proseguì verso destra. All’interno della darsena vi erano stati dei rumori, forse un tonfo, qualcuno si stava muovendo scompostamente nell’acqua. Luca arrivò sul ciglio del muro di confine che delimitava la darsena, ma non si accorse che sotto c’era il vuoto: precipitò in acqua e perse la pistola che stringeva in pugno. Luca sapeva nuotare e riemerse sputando l’acqua del lago. Quel bagno notturno era sgradevole e l’acqua era fredda, ma ormai era fatta, tanto valeva guardare all’interno della darsena. Pur impacciato dalla giubba e dagli stivali che lo tiravano a fondo, Luca, con alcune robuste bracciate, si affacciò alla bocca della darsena, ma anche l’uscita delle barche sembrava solo un buco nero. Giudicò che entrare da quella parte, nuotando con fatica ed ormai disarmato, sarebbe stato ancora più stupido e si tirò indietro. Nuotò lentamente fino a trovare la sponda del giardino qualche metro oltre il muro che delimitava la darsena, poi con fatica cominciò ad issarsi. Scosso da brividi di freddo, mentre era ancora carponi, decise di farsi sentire, sia da chi stavano braccando, che da Leone. <<Leone>> gridò <<fammi capire dove sei!>> La voce dell’appuntato giunse subito: <<Comandi signor tenente. Sono sullo spigolo della darsena, ma non posso proseguire, sotto c’è l’acqua!>> Luca stava tremando dal freddo, ma doveva ignorare il suo corpo e reagire: si tirò in piedi e sbatté le mani, più volte una contro l’altra, per cercare di scaldarsi.

<<Leone resta dove sei>> gridò ancora Luca <<se qualcuno esce dalla darsena sparagli. Io mi piazzo davanti alla porta d’ingresso. Tengo la pistola puntata sulla porta, se qualcuno esce gli sparo!>> Sperava che chi era dentro gli credesse e si guardasse bene dal mostrarsi.

Poi ci ripensò. <<Leone spara qualche colpo intimidatorio per farlo uscire. . .>>

Dopo pochi istanti, Leone esplose tre colpi, con calma, uno ben distanziato dall’altro. Non successe nulla, l’interno della darsena era rimasto silenzioso. Sembrava una posizione di stallo.

Finalmente dalla villa arrivarono quelli che per Luca diventavano provvidenziali rinforzi. Vi erano alcuni garibaldini armati e diversi camerieri e garzoni che portavano delle lampade a petrolio. Luca era fradicio e sperò che nessuno se ne accorgesse. <<Il nostro uomo è lì dentro>> disse Luca <<ma adesso lo prendiamo.>> Ora che c’era un po’ di luce, vedeva chiaramente la forma irregolare della darsena coperta. Era piuttosto grande e le due spalle si protendevano sull’acqua. Per prima cosa mandò un garzone, munito di una lampada, sul tetto della darsena, adesso la luce illuminava debolmente l’acqua anche dalla parte dell’uscita delle barche e nessuno avrebbe potuto scappare senza essere visto. Leone era tornato indietro e si era appoggiato alla parete vicino all’entrata.

<<Basta, è finita, vieni fuori>> aveva detto ancora Luca e la sua voce era risuonata un po’ stanca, ma nessuno aveva risposto. Leone aveva preso una lampada a petrolio e l’aveva sospinta sulla soglia con la punta del piede. Chi era dentro adesso avrebbe sicuramente sparato. . . ma non era accaduto nulla. Leone aveva spinto ancora più avanti la lampada ed ora un po’ di luce illuminava l’interno della darsena. <<Adesso vengo a prenderti>> aveva urlato Leone ed era balzato all’interno: il suo coraggio a volte sconfinava nell’incoscienza. Ma la darsena era vuota.

Due garibaldini erano entrati dopo di lui ed avevano percorso la stretta passerella in legno che correva all’interno, lungo i muri della darsena, ma non c’era veramente nessuno. Però qualcuno aveva pur sparato verso di loro mentre, poco prima, sostavano di fronte all’entrata della darsena! Leone non riusciva a comprendere, poi aveva abbassato gli occhi nell’acqua e l’aveva visto.

Sul fondo vi era il corpo di un uomo, ormai immobile, probabilmente al buio doveva aver messo un piede in fallo ed era caduto in acqua, evidentemente non sapeva nuotare ed era annegato.

Dopo vi era stato di nuovo un gran trambusto. Tutti i garzoni sapevano nuotare come pesci e si erano tuffati: avevano ripescato il corpo che era quello del povero signor conte.

Mentre fervevano queste operazioni, Leone si era avvicinato a Luca e lo stava squadrando in modo strano. <<Ma siete tutto bagnato signor tenente? >> Mentre lo diceva però gli scappava da ridere.

<<Non sarete mica caduto in acqua anche voi?>> <<Io? Ti pare mai possibile che io faccia delle sciocchezze simili?>> Poi erano scoppiati in una risata liberatoria ed avevano risalito il prato verso la villa.

Di prima mattina il generale Garibaldi era pronto per partire e tornare al suo posto di comando.

Il giovane Michele Serra era stato ricoverato in ospedale, ma non era in pericolo di vita.

La contessa era chiusa in camera sua a piangere il marito morto, il cui corpo era stato composto e rivestito, in attesa che il vescovo arrivasse per dargli la benedizione.

E Luca Faliero era adesso alle prese con la stesura del verbale su quanto era accaduto quella notte. Era moralmente sicuro che il conte fosse il colpevole del tentativo di furto delle due bisacce di documenti del generale, ma, mentre stendeva il rapporto alcuni dubbi, di tipo legale, si affacciavano alla sua mente. Il realtà lui aveva visto solo un’ombra fuggire nel giardino. Nulla collegava oggettivamente il conte a quell’ombra. Ed il complice che aveva visto avvicinarsi con un cavallo? Forse era solo uno stalliere che poi era fuggito. Ed ormai il conte era morto. Se anche, da vivo, fosse stato ancora vicino ai suoi amici austriaci, che importanza aveva adesso? Era vero che la guerra era ancora in corso, ma avrebbe avuto senso infangare la memoria di un morto? In fondo le bisacce non erano state rubate. C’era sì la testa rotta del povero Michelino, ma tutto sommato anche lui se la sarebbe cavata. Luca fece una pallottola del foglio che stava faticosamente cercando di riempire.

Rimase a lungo senza fare nulla, guardando il corteo di Garibaldi che si allontanava dal giardino e tornava verso il fronte. Sbirciando da lontano, Leone aveva visto che lui aveva smesso di scrivere e si era avvicinato. <<Quali sono gli ordini per oggi signor tenente?>> aveva chiesto.

<<Tu cosa scriveresti, se dovessi farlo tu, un rapporto per gli avvenimenti di questa notte?>> aveva chiesto Luca, invece di rispondergli. Leone gli aveva rivolto uno sguardo meravigliato, ma Luca era rimasto zitto in attesa di una risposta.

<<Beh, scriverei che un ladro ha cercato di rubare le bisacce del generale, ma i carabinieri del Re le hanno prontamente ricuperate. . .>> << . . .E poi?>> lo incalzò Luca.

Neanche Leone sembrava sapere cosa dire e per un po’ rimase zitto, poi tutto d’un fiato recitò:<<Poi il signor tenente ed il conte avevano caldo ed hanno fatto un bagno nel lago, ma il conte non sapeva nuotare ed è annegato, il signor tenente invece no!>>

Luca rise di cuore, poi concluse: <<La prima parte va bene e credo che sia sufficiente.>>

Franco Rizzi.

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Ranieri de Calzabigi

7 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Ranieri de Calzabigi

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa.

Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi, dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie.

Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato.

A Parigi scrisse la Lulliade, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese.

La Lulliade allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re.

Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. Orfeo ed Euridice, Alceste e Paride ed Elena.

Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia.

Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.

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Il caffè Bardi

6 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il caffè Bardi

Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, dove Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.

Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.

Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.

Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.

Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.

Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d' Annunzio quando si fermavano a Livorno.

Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.

Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.

Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.

E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.

E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma non avrebbe mantenuto le promesse.

Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.

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QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA TIGRE.

5 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto

QUANDO L’ORCO INCONTRO’ LA  TIGRE.

Dalla raccolta: INFANZIA FELIX – 1939-1945

GIUGNO 1943.

La sorella minore di mia madre si chiamava Maria, ma tutti la chiamavano Marì. Era una donna molto dolce ed anche piuttosto timida, che, purtroppo per lei, era stata data in sposa ad un certo Piero Bontardelli, ma a quel tempo le cose andavano così e raramente le donne si ribellavano ai padri e, una volta sposate, neppure ai mariti. Il Bontardelli era un farmacista, quindi era un benestante ed era stato scelto per questo, ma era un tipaccio che, spesso e volentieri, con la moglie alzava la voce e anche le mani. Così, dopo i primi infelici anni di matrimonio e senza aver avuto figli, lei questo marito, dopo averlo a lungo sopportato, aveva cominciato a detestarlo. Spesso piangendo si sfogava con mia madre, la sorella maggiore, ma di lasciarlo non ne aveva il coraggio.

Io e mia sorella adoravamo questa zia, mentre invece eravamo abbastanza impauriti da quel marito che ci sembrava una specie di Orco: alcune volte di pomeriggio eravamo andati a trovarla a casa sua a Torino, ed avevamo assistito al rientro del marito. Dopo una giornata di lavoro in farmacia era sempre rabbioso, o almeno così appariva a noi. Più che parlare ci sembrava solo che urlasse e, quando lui arrivava, aspettavamo, quasi tremanti, che nostra madre venisse a prenderci per riportarci a casa, lontano da quell’uomo orribile. Poi la nostra famiglia si era spostata a Milano e la zia Marì era rimasta a Torino, prigioniera di quel marito Orco.

A quel tempo c’era la guerra: il ventiquattro di ottobre del 1942 era un sabato e, a metà pomeriggio, prima che suonasse l’allarme, nel cielo erano comparsi gli aerei inglesi che avevano iniziato a sganciare le loro bombe sulla città. Noi stavamo per raggiungere mio padre in centro città, insieme ci saremmo recati in una pasticceria ed io avrei mangiato un paio di paste, poi, forse, saremmo andati anche al cinema.

In quegli anni si lavorava dal lunedì fino a metà del pomeriggio del sabato, mio padre avrebbe smesso il lavoro alle quattro e sarebbe arrivato dalla periferia opposta della città, dove aveva la sua prima piccola fabbrica, che tutti chiamavamo l’officina.

Mia madre stava chiudendo la porta di casa mentre si udivano i primi boati delle bombe e l’allarme finalmente suonava, così aveva sospinto me e mia sorella nel rifugio, che altro non era che la cantina di casa.

Eravamo rimasti stretti a lei senza parlare per quasi due ore, mentre le bombe cadevano, ora un po’ più vicino, ora un po’ più lontano, con rumori paurosi, sibili ed esplosioni. Dopo il cessato allarme, con mia madre ci eravamo spinti fino sul portone di casa. In fondo alla via una casa bruciava e io ne ero rimasto atterrito. Mi ero rifugiato nel corridoio della nostra abitazione, dove non c’erano finestre, per non vedere i bagliori degli incendi. Era stato un avviso piuttosto perentorio che la guerra ci era arrivata in casa ed era ormai persa.

Mio padre dopo due giorni di tormentosi ragionamenti su dove la guerra sarebbe passata, dove avrebbe fatto più danni e dove meno, scelse di trasferirsi, officina e casa, in uno sconosciuto paese di nome Iseo, abbastanza vicino a Milano, ma forse un po’ defilato rispetto alle direttrici che avrebbe potuto prendere la guerra. Il paese era piccolo e chiuso, di forestieri se ne vedevano pochi e, quando arrivammo la sera del ventisette ottobre, noi eravamo i primi sfollati che si fossero mai visti nel paese.

Ma c’era un bel lago, io in breve in quel paese mi ci ero ambientato e la guerra era tornata ad essere qualcosa di lontano che quasi non mi riguardava.

Dall’ex podestà del paese mio padre aveva affittato una villetta in riva al lago: era in pratica la casa delle vacanze estive di sua figlia, perché lui, invece, abitava nel centro del paese. La casa era stata costruita in due corpi ad angolo. La parte padronale, dove adesso abitavamo noi, dava direttamente sul lago ed aveva un bel giardino, dei moli e una darsena. Il corpo laterale era stato fatto in modo più spartano, perché era abitato dal suo mezzadro, che coltivava circa l’ettaro di terra che si estendeva tra il lago e la strada di accesso alla casa. Un portico univa i due corpi della casa e su questo si affacciava la nostra cucina. Arrivando dal centro del paese, la strada passava dietro alla casa ed un cancello delimitava la proprietà ad un centinaio di passi di distanza. Un lungo viale, lievemente in discesa, portava al cortile dove si affacciavano la porta di casa del mezzadro e la porta della nostra cucina. Quindi tutti noi entravamo in casa dal retro della casa e cioè dalla porta della cucina. Specie nel primo inverno, poi, la cucina era anche la stanza più calda, fino a quando mio padre cominciò a produrre le stufe a segatura, che, una dopo l’altra, furono installate in tutte le stanze. Intanto, fino dai primi giorni in cui avevamo iniziato ad abitare questa villetta, era comparsa a casa nostra una giovane donna di nome Rosi, che sarebbe diventata la nostra nuova cameriera e poi, a poco a poco, una di casa. Rimase con noi fino alla sua morte, molti anni dopo.

Era lei che mi portava a scuola e mi veniva a riprendere al termine delle lezioni, io con la mia piccola bicicletta, lei con la sua. Insomma, per me un’infanzia felice, l’eco della guerra era una cosa lontana, di cui si occupava forse solo mio padre che sentiva le notizie della EIAR e, di nascosto, la sera tardi, ascoltava anche radio Londra, sempre preceduta da sinistri suoni di tamburo.

Intanto, nello stesso inverno, anche Torino era stata la meta di feroci bombardamenti e, nella primavera del 1943, pure i miei nonni materni lasciarono quella città e si rifugiarono con noi ad Iseo. Erano arrivati in tre, mio nonno che non lavorava più, mia nonna Caterina e il loro ultimo figlio, mio zio Serafino, che era di salute cagionevole, aveva quasi vent’anni e faceva il pittore.

Mia zia Marì si ritrovò ad essere sola a Torino, nelle grinfie del marito Orco. Non resistette a lungo ed un giorno scappò di casa, venendo anche lei a rifugiarsi ad Iseo.

A me sembrava una sistemazione bellissima: mio padre aveva affittato un’altra porzione della villa dove abitavamo, destinandola ai miei nonni, io da mio zio imparavo a dipingere, adesso era arrivata anche la nostra zia prediletta.

Tutto era apparentemente perfetto, ma una brutta mattina, sul finire di giugno, inatteso comparve anche l’Orco.

I maschi di casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti fuori casa, nell’officina di mio padre ,dalla parte opposta del paese. Io, che avevo appena terminato la seconda elementare, ero invece con le donne, mia madre, mia nonna, la zia Marì, mia sorella e la giovane cameriera Rosi, nella grande cucina della casa la cui porta, come ho spiegato, dava sul lungo viale di ingresso alla casa.

L’Orco avanzava tracotante lungo il viale in lieve discesa, ma era a piedi, ed il percorso di un centinaio di metri: l’allarme venne dato da mia nonna, anche se con pochi attimi di anticipo.

Mia madre prese immediatamente la direzione delle operazioni.

<<Rosi>> disse di furia alla cameriera <<prendi la bici e corri a chiamare mio marito. Digli di venire subito ché è arrivato mio cognato!>>. Poi si rivolse in modo perentorio alla sorella: <<Tu sali di sopra, vai in camera mia, chiuditi dentro e non uscire fino a quando non te lo dirò io!>>

La sorella sparì lungo le scale pochi attimi prima che l’Orco spalancasse la porta ed entrasse senza essere invitato. Mia nonna temeva anche lei quell’uomo e si era ritirata dietro al lungo tavolo della cucina.

Io, che avevo captato così tanti segnali di pericolo in un così breve volgere di tempo, ero restato immobile in un angolo. Riuscivo a mala pena ad afferrare il dialogo teso che si svolgeva con il rituale tipico che precede una rissa furibonda.

Mia madre si era messa davanti al tavolo di fronte alla porta che l’Orco aveva spalancato, decisa a sbarrargli il passo. Nel frattempo Rosa era sgattaiolata dalla porta posteriore, che in realtà era la porta principale e pedalava a più non posso per correre ad avvisare mio padre.

<<Piero, come mai sei qui?>> aveva detto mia madre fingendo sorpresa.

<<Lo sai bene …>> aveva risposto l’Orco.

<<No che non lo so, devi forse parlare con Italo ?>>

Italo era mio padre e il richiamo del suo nome poteva far pensare all’avversario che forse l’uomo potesse essere in casa, ma non sortì alcun effetto.

<<Chiama tua sorella!>> il tono dell’Orco si era fatto più alto e deciso.

<<Mia sorella sarà a casa tua a Torino.>>

I toni adesso erano sordi, ma ognuno si tratteneva, aspettando una mossa di rottura da parte dell’altro per poi agire di rimessa.

<<E’ scappata ed è venuta qui, lo so! Anche tua madre lo sa!>>

L’Orco indicava mia nonna che, dalla parte opposta della tavola, taceva spaventata.

<<I miei sono qui da qualche mese, non c’entrano niente con tua moglie! Quindi vattene: torna a casa tua!>>

Le parole di mia madre adesso erano salite di tono: era un tentativo di chiudere la partita cercando di fermarsi alle sole parole.

Ma l’Orco non aveva intenzione di mollare, anzi quell’invito ultimativo l’aveva fatto arrabbiare ancora di più.

<<Chiamala quella puttana! Lo so che è qui!>>

<<Come osi? Qui non c’è! Vattene!>>

Mia madre tentava adesso la strada delle parole dette con sdegno.

<<Bugiarda! Sei una bugiarda puttana! Come tua sorella …>>

Io quella parola non l’avevo mai sentita e quindi non la potevo comprendere, ma per mia madre sentirsi dare della puttana era stato il punto di rottura. Era scattata in avanti, aveva afferrato l’Orco per il bavero della giacca e l’aveva spinto fuori dalla porta.

Lui non si aspettava l’attacco fisico, non ancora, ed era stato costretto ad arretrare di alcuni passi ritrovandosi fuori dalla porta. Mia madre era balzata anche lei fuori.

Sotto al portico, a sinistra della porta, si trovava una catasta di legna per il camino e lei aveva afferrato con la mano sinistra un ciocco di legno, con la sinistra perché con la destra lo doveva fronteggiare. Si trattava di una questione di secondi, perché lui stava per tornare alla carica e lei avrebbe sicuramente avuto la peggio. Mandando un grido, mia madre aveva tirato indietro il braccio sinistro e gli aveva scagliato contro il ciocco di legno.

La distanza era estremamente ravvicinata e l’Orco non aveva potuto fare altro che girarsi per non offrire il volto come bersaglio. Il ciocco l’aveva colpito duramente nel centro della schiena e lui aveva dovuto fare ancora due passi indietro per ricuperare l’equilibrio.

Però adesso si era voltato ed era furibondo, pronto a picchiare.

Contigua alla nostra cucina vi era la casa del mezzadro. Un portico unico collegava le due abitazioni e lì, dalla parte opposta alla catasta di legna per il nostro camino, la moglie del mezzadro aveva lasciato un forcone per il fieno appoggiato al muro.

Mia madre aveva visto quel forcone e l’aveva impugnato: la mano destra indietro lungo l’asta, la mano sinistra in avanti, le tre forche d’acciaio all’altezza del ventre dell’avversario che stava avanzando verso di lei.

Erano stati attimi disperati, mentre i due si guardavano negli occhi, ma gli occhi neri di mia madre esprimevano una ferma determinazione: era pronta ad ucciderlo.

L’Orco si era immobilizzato, ma poi aveva capito ed aveva desistito. Si era girato e, senza parlare, aveva cominciato a risalire il viale. Anche mia madre adesso taceva, mentre probabilmente una scarica di adrenalina le stava sconvolgendo la schiena. Ma stringeva ancora con forza il forcone, se l’Orco fosse venuto in avanti l’avrebbe sicuramente infilzato.

In silenzio tutti noi eravamo usciti dalla porta della cucina e guardavamo l’uomo che si stava allontanando. Forse non tutti avevano compreso la tragedia che era stata sfiorata, io per primo. Solo molto tempo dopo sono riuscito a ricostruire quanto era accaduto realmente quella mattina di fine giugno del 1943.

Poi, anche se ormai inutili, erano arrivati i nostri: prima mio zio che era solo un ragazzino magro, mingherlino e cagionevole di salute, che pedalava come un disperato una bicicletta da donna. Aveva svoltato nel viale, intercettando l’Orco che lo stava risalendo e, senza scendere dalla bicicletta, gli si era gettato al collo cercando di tempestarlo di pugni del tutto inoffensivi. L’Orco si era divincolato senza difficoltà e l’aveva allontanato, ma ormai batteva in ritirata e non si era rivalso su di lui. Dietro mio zio stava arrivando mio padre, pedalando la sua bella bicicletta, una Dei superleggera. Con il cognato si erano detti qualcosa, ma poi l’altro aveva proseguito.

L’Orco Piero Bontardelli aveva lasciato il campo ed era tornato sconfitto verso la stazione. Io non l’avrei mai più rivisto. Peccato che dopo un po’ lasciò Iseo anche la zia Marì, ma ciò che fanno gli adulti per i bambini resta spesso un mistero.

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“Vieni c'è una strada nel bosco...”

4 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

“Vieni c'è una strada nel bosco...”

“Vieni c'è una strada nel bosco... il suo nome conosco...” così recitava il ritornello di una vecchia canzone e, non so per quale oscura ragione, quando mi reco nel luogo di cui sto per parlare, inconsapevolmente canticchio queste vecchie strofe. Forse perché Claudio Villa era uno dei cantanti preferiti di mia madre e perché la strada nel bosco di cui voglio parlarvi conduce proprio nei luoghi in cui lei nacque e crebbe e a cui io sono sentimentalmente legata.

Si tratta di una zona incantevole fra Montecalderaro e Ca' del Vento, una frazione del comune di Monterenzio, adagiata fra le dolci colline del preappennino bolognese, una borgata di case in via della Collina che sono appartenute alla famiglia da quando se ne abbia memoria. Su quei crinali è cresciuto il mio bisnonno, poi mio nonno e i suoi figli e ora a gestire l'azienda, sotto lo sguardo vigile ed esperto della zia Lidia, è l'ultimo dei nipoti, mio cugino Montebugnoli Giuseppe, con la moglie Mainetti Nicoletta e i loro due figli Sara e Massimo che continueranno la tradizione.

La storia della casa e della famiglia, dunque, risale a molto tempo fa e buona parte si è persa con le persone che la conoscevano, e tramandavano di generazione in generazione i ricordi, gli aneddoti, le tradizioni. La memoria storica scomparsa più recentemente era mia madre e oramai (ahimé) credo di essere una tra le più “vecchie “ rimaste e cerco di trasmettere quello che dai nonni e dagli zii avevo appreso.

Sono storie di sacrifici, di tanto sudore speso fin da bambini, quando il nonno svegliava i figli prima dell'alba e, ancor prima di andare a scuola, dovevano aiutarlo a trainare i buoi davanti all'aratro, racconti di battaglie politiche fra rossi e neri agli albori del Fascismo, di guerra, quando il fronte nel 1944 restò fermo proprio lì a casa per sei lunghi mesi: gli sfollati, i tedeschi, i partigiani, tutti a cercare di arraffare qualcosa a chi già di così poco doveva contentarsi. Ma sono anche storie di grandi amicizie, di serate passate a far “veglia “ nella stalla dove le mucche riscaldavano l'ambiente.

Tornando ad oggi, l'azienda agricola non è solo terra da lavorare, anzi, quella è la nota dolente, trattandosi di un terreno argilloso, per la maggior parte franoso e ricco di “calanchi”, un fenomeno tipico del territorio per cui si creano ampi e profondi solchi lungo i campi, che rendono difficile, quando non impossibile, la coltivazione. Nell'azienda si è sempre accompagnato all'agricoltura l'allevamento del bestiame che un tempo assicurava carne e latte e oggi costituisce la maggiore rendita e, recentemente, la produzione casearia. Infatti Nicoletta, che tutti su quei monti amano e stimano anche se non è nata là, anzi era cittadina lei, non aveva mai cresciuto animali né tanto meno lavorato la terra, oggi ha avviato un'importante produzione di formaggi. “La” Nicoletta , come diciamo noi, oltre a essere una splendida persona, ha un animo sensibile da artista e ha saput, insieme al marito, far crescere e prosperare l'azienda che oggi è una delle migliori produttrici di latte biologico per la Granarolo. La stalla non è più quella di una volta, con le poche mucche legate nelle poste, oggi è una delle tecnologicamente più moderne, dove gli animali possono uscire ed entrare in libertà. Viene arbitrata da un computer che, attraverso il programma impostato, dosa, ad esempio, la quantità del cibo da somministrare a ciascuna bestia e anche la mungitura, dove è il computer stesso che individua quando la mucca ha finito il latte e stacca automaticamente le tettarelle.

Nicoletta ha seguito numerosi corsi di aggiornamento, ha imparato a fare molte cose nella gestione aziendale e continua ad apportare novità come per l'inseminazione artificiale che esegue ormai da anni, sola senza l'ausilio del veterinario. Ama nel tempo libero, (come e dove lo troverà il tempo libero?) dipingere e lo fa su tela ma anche sui muri donando al luogo una peculiarità tutta speciale. Ogni volta che rivedo la casa del nonno non senza forti emozioni, trovo qualche novità: attraverso i suoi disegni, le vecchia mura riprendono vita e raccontano scene e momenti della tradizione contadina.

L'azienda coltiva prodotti di agricoltura biologica, le mucche danno latte biologico e il caseificio, oramai funzionante e decollato, produce formaggi freschi e stagionati, yogurt, e ogni tipo di latticini, con vendita diretta sul posto e in alcuni mercati emiliani.

“L'amore per la terra dà sempre buoni frutti” recita una famosa pubblicità, debbo dire, e non perchè sono di parte, che sulle orme dei nostri trisavoli i miei cugini e i figli non hanno intenzione di fermarsi, continueranno con i loro progetti futuri per consentirci di conoscere apprezzare ancora i prodotti genuini di una volta e consegnare agli eredi qualcosa che non si perderà mai : la nostra terra.

“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
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J. Wittlin, "Il sale della terra"

3 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

J. Wittlin, &quot;Il sale della terra&quot;

Józef Wittlin (Dymitrów, 1896 – New York, 1976), di famiglia ebraica, nativo della Galizia asburgica, fu soldato nella Grande Guerra, anche se non vide il fronte a causa delle pessime condizioni di salute. Divenne un grande traduttore dell'Odissea e un poeta; Il sale della terra è la sua unica opera in prosa che in origine doveva essere il primo atto di una trilogia, ma la bozza del seguito andò perduta nel corso del precipitoso viaggio dalla Polonia agli Usa che l'autore compì nel 1940 per sfuggire alle grinfie del nazismo.

Siamo in un angolo delle province orientali dell'impero Austro-Ungarico. Il protagonista, Piotr, appartenente alla piccola etnia hutzuli, sta per essere travolto dalla Grande Guerra come milioni di altri. Lavora in una stazione come uomo di fatica, possiede una casa malconcia in comproprietà con una sorella prostituta, ha un cane e un'amante con cui sta principalmente per abitudine. Il suo è un mondo semplice che ruota intorno alla ferrovia; è docile e remissivo verso le autorità. La guerra sconvolge gradualmente tutto; i treni civili cedono il passo a quelli militari, un sottufficiale prende il posto del capostazione, infine arriva la cartolina di precetto anche per Piotr. L'Imperatore può aver bisogno anche di lui, quarantenne e analfabeta? Evidentemente sì. All'imperatore probabilmente non interessa che lui non distingua la destra dalla sinistra e che trovi spiegazioni “magiche” e irrazionali davanti a ciò che non capisce. Ad esempio, accanto alla stazione riesce a orientarsi, invece poco lontano dal posto di lavoro già si confonde:

"Fuori, invece, spesso il diavolo rovescia la terra, e quello che un momento prima era a sinistra, all'improvviso si sposta a destra".

Anche la cartolina precetto per lui ha un'essenza diabolica; non potrebbe spiegarsi diversamente il potere di quelle lettere nere su un uomo. Un altro uomo, Francesco Giuseppe, con quel foglio esprime il suo diritto di appropriarsi di un suddito. Piotr deve partire e in caserma giura obbedienza al sovrano e ai suoi rappresentanti; non gli sfugge la portata di quel giuramento così diverso da altri fatti in vita sua e legati a impegni banali e di corto respiro. Questo vincolo non ha scadenza definita (non si sa quanto finirà il conflitto) e gli impone anche di essere pronto a morire. Sarebbe bello avere due vite, pensa, una per il sovrano e una da riprendersi una volta tornati dal fronte. Burocrazia ed esercito avviano disciplinatamente al fronte i morituri, privandoli della libertà di prima e trasformandoli in una "cosa" dello stato, sempre pronta all'obbedienza. Nella preparazione militare, per i futuri soldati si apre una fase diversa; con la divisa indossano un'altra identità, stretta tra regolamenti e punizioni.

La guerra, famelica di risorse, rastrella metodicamente ogni provincia; anche uno strampalato analfabeta che non ha mai fatto un viaggio vero lontano da casa, può servire al pari di ogni tipo di materiale:

"Partiti. Sono partiti gli uomini, sono partiti i cavalli, gli asini, i muli, le bestie da macello. E' partito il ferro, l'ottone, il legno e l'acciaio".

Un libro notevole, un piccolo poema, a lungo colpevolmente dimenticato anche nella Polonia comunista, frutto della sapienza ebraica, in cui la tragedia si avvicina con passo lento ma continuo, aggraziata sempre dall'ironia.

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Armando Gill

2 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Armando Gill

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace.

Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti, fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni, e il primo, da bravo attore e cantante, a presentare i suoi brani al pubblico, ottenendo un immediato e imperituro successo.
Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo, e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua Invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.

La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo. Da allora questo divenne il suo slogan, ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo.
Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che, in anni più vicini a noi, ha portato al successo Achille Togliani, accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini.

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insiem
e riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel s
uo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ..
. come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone, Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti, poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'inventò quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. Solo un ombrello, senza nessuna scritta. Che sia una pubblicità? Per una nuova marca di ombrelli? Nessuno lo sa.
Passa una settimana, ed ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva. Dopo qualche giorno, viene aggiunto, sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill. Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, di manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva,
versi di Armando,
musica di Gill,
cantati
da sé medesimo.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè
in frac e papillon bianco, il monocolo che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.
Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto. Grazie anche a una musica che, come nessun'altra, è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari, con sestine quartine, e anche con rime baciate e alternate. E, sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera creata dalle parole e dalla musica, ci riportano indietro nel tempo, alle ballatette medievali.
E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.

Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...

Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama a suonare, specchi, tappeti, lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa. Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo. Quando torna il giorno appresso, per ricevere il compenso, il giovane crede di trovare ad aspettarlo la signora, che, erroneamente, ha pensato ricambiare il suo sentimento. Viene pagato e si sente dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è
mmaretata"

Deve tornare a casa, dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'n
nammurato!

Armando, studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi, ma anche di avere una facilità d'improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo, al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui, proprio all'Eden, andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill, e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano. A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica: «Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté, che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».
Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica, che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.
E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone E quatte 'e maggio, in cui, con una musica tra dolce e triste, narra di avere, prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella, con una piccola (un morso di) loggetta, e, infine, una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose, la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto.

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú!"

La seconda per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, e vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto.

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú..."

E la terza, la sua ragazza, che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione e che, a un certo punto, ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca ma
nco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bon
asera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque, perché tutti e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.
Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale, nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori, e in particolare gli appassionati di cose napoletane, a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio. Io qui mi limito a dire le cose essenziali.

Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo, era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio. Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.
Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.

Armando aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me: anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza, anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché, quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)
Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lu, e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill, in quanto figlia di suo fratello Gustavo.
Per esempio, della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì. Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli. Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e, improvvisando parole in versi, li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo, e applaudirono gli stessi coniugi.
Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo, di volta in volta, ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati, accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore. Nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato, non si faceva mai pregare, presentava un suo pezzo comico musicale e poi il consueto botta e risposta con i presenti, ai quali le cantava e le suonava, sempre improvvisando, come se la sentiva.

Ebbe un contratto col Salone Margherita, e cominciò a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo, scrisse le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affidò a musicisti di professione. Solo più tardi prese a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affidò i suoi motivi all'amico di sempre, Alfredo Mazzucchi, che provvide da quel momento a trascriverli per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vennero affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.

Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.Fioccano i necrologi, Gill è entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi, che non ha mai lasciato, e, dopo qualche tempo, eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista, dal titolo che è tutto un programma: Gill l'affondato.
Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.
Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.
Qui i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni), in un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata, si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, Che te possino!!!"
Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta, era l'anno 1924, e che poi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: E allora?
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2, che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e, scendendo per Santa Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia, giunto a Mergellina, ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti. Colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti). Vorrei vedere Frisio... non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope
, sagliette na signora!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumu
daje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p'
'e ccosce d''a signora!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E
s'ammuccaje 'a signora!

E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e, con questo, salgono per Posillipo, sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa... e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, i
o sulo, cu 'a signora!

E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accomp
agna...e allora..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, s
cennette cu 'a signora...

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora, che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla, quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene con il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s
'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu
'o cunto d''a signora!...

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor.
..signora!..."

E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, car
issima signora!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspe
ttava ancora...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje c
agná!

Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto, il papillon e il monocolo. E, con il suo fare aggraziato e accattivante, racconta questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiede con un gesto della mano, e aspetta che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:... e allora? Facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.

Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi è entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non è neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne va così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra, voluta dal fascismo, che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e, con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo, si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri. Era l'anno 1944. L'ultimo dell'anno, a notte fonda. Era quasi il 1945.

marcello de santis

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