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"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

30 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #personaggi da conoscere

"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

Benito Mussolini fu bersagliere nella Grande Guerra; le sue memorie abbracciano un arco di tempo che va dal settembre 1915 fino ai primi mesi del 1917; seriamente ferito nel febbraio dello stesso anno, al termine di una lunga convalescenza verrà messo in licenza e poi congedato.

Devo ammettere che dopo aver letto e commentato molti diari e memoriali di guerra, sia italiani sia stranieri, intendevo passare ad altre letture, ma il riapparire sulla scena editoriale del diario di Mussolini (editore Il Mulino, con prefazione di Mario Isnenghi), mi ha ridato interesse per questi temi. Nell’edizione che ho letto ci sono i brani che l’autore scrisse e fece pubblicare già durante il conflitto dal suo giornale, Il Popolo d’Italia; sono stati aggiunti però i due testi finali che furono pubblicati in un volume nel 1923. Si tratta di Gennaio-febbraio 1917 e del testo conclusivo Ferito!.

Non può non rimanere impresso (soprattutto nelle parti iniziali) lo stile semplice, diretto, giornalistico; attraverso brevi raffiche di parole si evidenzia l'emozione di un momento e si mostra una serie di belle istantanee di vita di trincea, non senza accenti lirici. Il diarista è un militare dotto e curioso che si muove alla ricerca di importanti tracce di italianità nelle terre appena conquistate. Come soldato semplice opera tra gli umili fanti, essendogli preclusa per ragioni politiche la possibilità di fare il corso per ufficiali. Soldato tra i soldati, è pur sempre un giornalista e un politico in ascesa; innumerevoli sono i commilitoni (anche tra gli ufficiali) che lo cercano e che vogliono stringergli la mano. Riceve persino una lettera da un soldato impegnato sul fronte belga.

In trincea può osservare il grande arcipelago di culture, dialetti, sensibilità che la guerra amalgama nella forzata convivenza, tanto da fargli esclamare che ormai il regionalismo era finito.

La freschezza di tante pagine in cui riporta i neologismi della vita di trincea, le battute vivaci dei compagni e le proprie sensazioni, si perde in alcuni punti dove emerge la retorica; ad esempio quando ci racconta di aver bevuto "con devozione" l’acqua dell'Isonzo, definito “fiume sacro” o in altri momenti in cui rileva con ridondanza il coraggio indefesso di molti soldati o lo stoicismo ferreo dei feriti anche gravi. Non è un diario ricco di grandi imprese; sul Carso la lotta contro l’austriaco si accompagna a quella contro le intemperie, contro i pidocchi, contro la noia di certe giornate. Mussolini ottiene i galloni di caporale per la premura con cui ha comandato una squadra in Carnia, impegnato soprattutto a rafforzare ricoveri in mezzo alla neve. Non sono quindi gli eroismi a essere messi sotto i riflettori, ma la quotidiana sofferenza e la forte tempra degli uomini. Ecco un passo che offre un’idea dello stile e del contenuto dell’opera:

“Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. È la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici fino alle ossa”.

La guerra è una lotta senza sbocchi; ricognizioni, congelamenti, allarmi notturni, lavori di riattamento dopo i tiri nemici, ma anche tedio, scoramento e monotonia, esemplificati dal memorialista con la consueta efficacia:

È giunta la posta. Molte cartoline illustrate. Domani è Pasqua. Senza le cartoline illustrate nessuno si sarebbe ricordato della solennità”.

Eccolo invece in un momento ben diverso:

"Stamane all'alba ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento e probabilmente anche il fumatore”.

Fante tra i fanti, calato tra il popolo, Mussolini si sente comunque un capo e riflette sul linguaggio più opportuno per motivare la truppa in cui nel 1916 la parola pace comincia a circolare con insistenza dopo tanti macelli; ma, afferma, nessuno dei combattenti accetterebbe una pace senza vittoria e quindi senza le sudate conquiste. Dal suo osservatorio il futuro Duce ha modo di ragionare sul morale dei soldati, notando che in ogni reparto ci sono i coraggiosi che credono nelle ragioni della guerra, poi quelli che fanno il proprio dovere (pur senza strafare) e infine altri che è difficile decifrare; potrebbero essere affidabili oppure no. Da chi dipende la forza di un reparto? Dalla capacità dei comandanti. Sulla necessità di guide adeguate, Mussolini ragiona ulteriormente su un piano più ampio, mentre in trincea legge avidamente un testo di Mazzini che individua nell’assenza di capi un male storico per l’Italia: “Mancano i capi, i pochi a dirigere i molti …”. Parole che fotografano anche il presente, commenta significativamente il diarista.

Una delle chiavi del testo, nel suo complesso, è questa dialettica tra la necessità di essere nella massa e il sentirsi comunque superiore ad essa e in grado di guidarla. C’è un punto in cui l’individualità dell’autore emerge nettamente, distinguendosi dagli altri e da una promiscuità non sempre gradita? Direi che nel brano finale il diarista approda a una sottolineata e significativa solitudine. Vediamo da vicino. Mussolini, gravemente ferito nel corso di un'esercitazione come tante, viene ricoverato in ospedale. Piovono granate nemiche; non sono colpi isolati, ma un bombardamento che sembra sistematico. Eppure c’è la bandiera della Croce Rossa ben visibile; il nemico l’ha sempre rispettata, nota con angoscia uno degli infermieri. Il pericolo cresce. Alcuni uomini vengono colpiti. Allora si impartisce l’ordine di evacuare i degenti, vista l’insistenza del micidiale cannoneggiamento. Mussolini per il dottore non è trasportabile; rimane allora l’unico ricoverato nell’ospedale, ferito in circostanze banali e antieroiche, eppure in qualche modo diverso dagli altri. Così finisce il diario, lasciando l’autore in primo piano, ancora in pericolo ma lucido, in una solitudine emblematica che può essere variamente interpretata.

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