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Post con #adriana pedicini tag

Laboratorio di poesia: Umberto Cerio

17 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

 

IL MIO EXODUS

Di Umberto Cerio

 

Exodus di antichi Greci cacciati

da gente violenta del Nord

nella terra di Pandione e di Egeo;

exodus dei Troiani superstiti

dalla distruzione spietata di Ilio

( compiuta da molte stirpi dei Greci)

che il pianto di Omero immortala;

exodus circolo eterno di fughe,

seminatore di morte, invocata

giustizia di uomini e donne,

conforto di vittime-padri

sicari per vendette implacabili,

per furore di sventure perenni

sei ancor oggi nel cuore del tempo.

 

Exodus della presaga Cassandra

che scova come un segugio

di Agamennone nell’infida reggia

tragiche tracce di antichi delitti

e trepida Scamandro invoca

- acqua lustrale della sua terra -

mentre in Argo sulla polvere muore

nella casa ove s’è insediato un coro

intonato e straziante, che canta la morte,*

e dove di sangue s’è ubriacato il coro

delle Erinni,* nate dal sangue di Urano

da Cronos castrato, offesi spiriti

di Giustizia per l’ara rovesciata

e di Vendetta che chiama altro sangue,

sei ancor oggi un canto straziante.

 

Exodus di Ebrei schiavi d’Egitto

che liberi si fanno nella terra

promessa attraversando il deserto

di sabbia e di sole brucianti

e il deserto della loro ragione:

eressero allora l’idolo d’oro

che li inchioda alla terra violata

persecutori ora di popoli

che giurano Giustizia e Vendetta;

exodus di Maometto a Medina,

che con la sua higra un popolo sperso

tra le onde delle dune di sabbia

plasmò nel palmo del deserto

al respiro di pazienti cammelli,

siete il coro di lunghe torture

che risuona nelle valli di morte

al lamento perpetuo delle madri.

 

Exodus afgano prima di guerre

di vendette, fuga di asini lenti

e nere masserizie, simboli d’atavica

miseria di oscuri Musulmani

ai margini del mondo

che non hanno sognato paradisi

e delizie promesse,

sei indovino di terrore

nelle ossa tremanti di fatica

e dolore della morte violenta.

Nell’oriente lontano e misterioso

in migliaia di anni

intere stirpi di eroi quotidiani

hanno forgiato arte

e cieli tersi su cime di monti

ove i morti saranno sepolti

tra macerie di frantumi e speranze

e macerie di giorni e di notti.

 

Non cresceranno mai fiori

sulla terra dove madri bendate

avranno sepolto figli massacrati

e figli sepolto padri traditi,

dove padri e figli attendono insieme

il silenzio perenne delle stelle,

l’eterno freddo della morte.

 

Non cresceranno mai alberi sacri

su pietre dove imputridito sangue

di ignari eroi senza nome

si disperde nero e aggrumato

ai rari morsi di uccelli rapaci

e corpi insepolti offerti alle fiere

nei templi del silenzio

dove l’amore è forse da tempo

solo infinita immagine vuota

negli occhi perduti tra cielo e rocce.

 

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare,

scardini porte di acciaio serrate,

sfondi soffitti e pareti di pietra,

voli negli spazi aperti del mondo
oltre le mura del dolore.

 

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore.

Mio exodus, viaggio infinito

dell’uomo sapiente e blasfemo

che torna alla terra dove nacque

- dopo oscure minacce di morte -

che sa i giorni dell’ansia bruciante

e le notti di angoscia o di attesa,

nei dubbi atroci della memoria

sei cammino ritrovato e perduto.

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

nel male più duraturo del bene,

che ora ha smarrito nella spelonca

dei giorni la ragione segreta

di questo suo lunghissimo andare.

 

*Eschilo, Agamennone, traduzione di P.P. Pasolini.

 

 

Leggere il poemetto di Ugo Cerio è come sfogliare un libro di storia. Ma è attraverso un atto di empatia che cogliamo il fil rouge che lega la composita prima parte, ricca di particolari storici e geografici, ambientali e paesaggistici, alla seconda, filosoficamente più interessante, a mio parere.

Exodus come fuga in massa di popoli, come fuga dal reale per sottrarsi al suo deludente ritmo di evenienze effimere e mutevoli, tragiche e fatali.

Nuclei fondamentali sono il dolore della separazione, la lacerazione dell’abbandono, il senso di sperdimento e infine la perdita dell’identità.

Eppure non per tutti l’esodo rappresenta ciò. Per gli Ebrei l’exodus fu ritorno alla terra promessa, per Enea fu il compimento di una profezia, non già un viaggio rinunciatario, ma un desiderio impellente di riscattare l’esistenza abbrutita dalla sconfitta per un’altra di elezione.

E ancora, exodus come stimolo alla conoscenza, come consapevole ricerca lungo le strade del mistero con l’illusione o la presunzione di penetrarlo in questa terra.

E infine l’uomo che lascia la sua terra, esplosa nei suoi valori, nelle sue formule e nelle forme interiori, vittima di soprusi e violenza, non più culla ma letto di morte per migliaia di esseri umani, molti appena affacciati alla soglia della vita. E per mano di altri esseri umani. Sicché l’esodo non è ritorno, non è viaggio, ma fuga di popoli interi che migrano, che lasciano la loro storia, la propria tradizione per trasformarsi in personaggi senza storia. E vanno alla ricerca di un’identità in un’epoca come la nostra senza più identità, ma soprattutto senza pietas.

Il naufragio di barconi stracolmi di esseri umani in fuga che troppo spesso avviene sulla rotta verso il Mediterraneo non è solo un simbolo, è l’ironia che serpeggia nel destino.

Nella seconda parte intravedo analogo e diverso tentativo di esodo, di fuga, di viaggio tra i mari del tempo per quell’appartenenza perduta. Per ritrovare se stessi nel dolore, nella preghiera, nel dialogo profondo nei fondali dell’animo, laddove non esiste finzione, dove regna il mistero, dove occorre tanta pazienza. E che in definitiva è segno d’Amore, è un atto d’Amore.

L’Amore, che realizzando il sentimento dell’umanità, crea negli uomini una condizione di perenne insoddisfazione, di assidua brama, in definitiva di costante ansietà. Una specie di sgomento che si chiama malinconia.

Malinconia che diventa l’emblema dell’uomo vero, che è speculare all’entusiasmo. Che esprime una sete di conoscenza inestinguibile, mai appagata, dando luogo spesso a sentimenti di delusione, perfino di stanchezza. Ma è proprio questa condizione che accende il desiderio.

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare

.................................................

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore...

 

Una inquietudine che non ci fa distinguere facilmente il vero, e quanto più ci mettiamo sulle sue tracce tanto più la fuga dal reale diventa una necessaria condizione. Solo in tal modo è possibile distinguere il vero dal falso e giungere alla consapevolezza che tutto ciò che appare, la vita stessa, è il sogno di un’ombra come recita Euripide in Plotino. Di qui l’arduo compito di cercare e credere in “realtà” altre, metafisiche, oltre il tangibile

 

“Quam ob rem toto illo tempore quo sublimis animus in infimo agit corpore, mentem nostram velut aegram perpetua quadam inquietudine hac et illac, rursum deorsumve iactari nec non dormitare semper et delirare Pythagorici et Platonici arbitrantur singulasque mortalium motiones actiones passiones nihil esse aliud quam vertigines aegrotantium, dormientium somnia, insanorum deliramenta, ut non iuniura Euripides hanc vitam umbrae somnium appellaverit”

 

(Plotino Teologia platonica libro XIV, cap. VIII)

 

Dunque tali fughe interiori, anzi ex interiore, non sono altro che ricerca, una sorta di arte maieutica sulla via della conoscenza e della compiutezza del destino dell’uomo.

In conclusione è questo il pathos del poema. L’andare come mezzo di conoscenza di sé e del mondo, come ricerca delle condizioni esistenziali dove si possa contemplare il mistero della vita, mentre lo si vive. Per far ciò occorre però superare l’inquietudine, non solo quella interiore, ma quella del viaggio in cui l’uomo si trova ad affrontare il tempo. O del viaggio nel quale, attraverso la memoria, l’uomo cerca la sua storia

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

 

 

E questo è il pathos che pervade l’intera lirica, dall’andamento a volte prosastico per la sovrabbondanza descrittiva, e per la mancanza di un labor limae efficace, che togliendo verbosità, doni un po’ piu di armonia e musicalità.

Adriana Pedicini

 

Inviate le vostre poesie a     adriana.pedicini@virgilio.it

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Laboratorio di poesia: Cristina Teresa Valerio

1 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

 

 

Domina la poesia Rapture (di Cristina Teresa Valerio) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.

Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.

 

Adriana Pedicini

 

 

Rapture

Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.

In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio: 
se solo anche allora avessi guardato 
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo 
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore, 
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno. 

Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro 
sotto gli occhi 
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.

Strisciando se ne va l'offeso 
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte. 
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?

In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.

In qualche modo
hai conquistato il mio cuore. 
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.

 

Cristina Teresa Valerio

 

Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it

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Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

17 Ottobre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.

Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.

Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.

I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.

E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.

Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.

Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.

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Antitesi

11 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #arte, #pittura

Antitesi

Antitesi

Mostra di arte contemporanea

8-16 ottobre 2016-10-09 Rocca dei Rettori

Benevento

Valdemeras Semeska Alessandro Rillo

Non sappiamo se l’arte sia espressione di ciò che si è o di ciò che si vorrebbe essere, comunicazione di ciò che si vorrebbe dire o il non detto, tra il mondo quale appare dall’esterno o il proprio mondo interiore. Non so se l’artista sia sempre consapevole del suo estro e se l’estro preceda la consapevolezza e quanto l’artista cerchi di seguire questo estro nella sua parte intuitiva o irrazionale oppure se cerchi di guidarlo, incanalarlo verso la comunicazione che sia la più chiara possibile. Se vi sia inoltre una connessione inscindibile tra intuizione e riflessione.

Probabilmente l’artista non è preoccupato di comunicare, atteso che l’arte, tutta l’arte, utilizzi canali comunicativi diversi dall’usuale, codici che non appartengono ai linguaggi comuni. E questa è la peculiarità dell’arte. In ogni caso allo spettatore è possibile intravedere, in base al proprio substrato culturale, emotivo, etico, intellettivo le linee entro cui si muove l’artista. Quando avviene questo connubio, capita quel miracolo per cui si dice che l’opera d’arte ha trovato il suo compimento. Altrimenti l’opera d’arte continua a viaggiare e continua a sollecitare altre risposte, altre attenzioni, altre conferme. Forse non si potrà mai arrivare a definire con certezza in cosa consiste un’opera d’arte, e cosa intende esprimere, tante sono le suggestioni, le evocazioni, le emozioni che traspaiono dalla tela dell’artista.

Pertanto diventa quanto mai arduo ma nello stesso tempo affascinante “leggere” una mostra che si presenta doppia e si intitola Antitesi.

Due Artisti, due tipologie narrative o descrittive diverse. Da una parte il concetto puro, astratto che pur ha bisogno della materia per esprimersi e che nella sua estrinsecazione privilegia una volta la materia più grezza, il cemento con le sue striature, graffiature, dall’altra il vetroresina dalla superficie liscia e dai colori che ricoprono quasi quelli dell’iride intero. Nell’altro abbiamo il tratto forte della pennellata ampia che si esprime sia nei colori chiari degli algidi paesaggi nordici ma talora con colori più mediterranei, pur mancando ad essi la luce del fulgore e della solarità mediterranea.

Nei quadri di Rillo notiamo lo snodarsi di un percorso che è sicuramente concettuale, apparentemente nascosto. Chissà se sia possibile realizzare il compromesso tra ciò che egli ha voluto comunicare e ciò che percepisce il fruitore dell’opera. In un certo senso questo compromesso può essere facile, perché pur nella concettualità l’Artista non può fare a meno di servirsi della fisicità della materia, del colore. Che sono poi dei sussidi per chi voglia capire.

Sicuramente c’è il passaggio da uno stato d’animo all’altro, da un concetto all’altro.

Sicuramente abbiamo il passaggio dallo stato cupo forse del dolore, della sofferenza, della disperazione, della insolubilità dei problemi nelle sfumature del grigio e del nero al chiaro in tutte le sfumature, al giallo, al rosso, al roseo, al bianco, segno del superamento di tutte le contraddizioni. Possibile anche che il percorso porti al vuoto dell’assenza di colore, nel non-colore del bianco, che può rappresentare il vuoto appunto, laddove altri vedrà il chiarore dell’alba.

Diciamo che ci troviamo su due posizioni antitetiche per espressione, per scelta di stile ma non credo che i due Artisti siano cosi distanti perché in ambedue si ravvisa la ricerca nella volontà di superare e superarsi per sperimentare nuove forme comunicative, nel tentativo di rincorrere nuove modalità espressive, che seppure sono nuove nello stile, esprimono le antiche ansie dell’uomo nella decodifica del mondo interiore ed esteriore.

In entrambi infatti risalta quasi drammaticamente l’assenza di elementi fisici caratterizzanti.

In Valdemeras i paesaggi mediterranei hanno le tinte di terra di quei luoghi, ma non possiamo non notare la pianta di fico d’india con le pale nude o il ragazzo della campagna pugliese con lo sguardo rivolto verso terra o le due donne, in un altro quadro, raffigurate di spalla e poi, dietro agli alberi carichi di frutta, il tratto bianco delle nuvole che riconduce ai paesaggi nevosi ravvisabili in altri quadri, dove la neve fa contrasto con i toni cupi del cielo.

Manca cioè l’elemento comunicativo più importante attraverso cui la comunicazione vola libera, il quale, in assenza della parola è lo sguardo, e il disagio è espresso anche dall’assenza di frutti sulle piante che per eccellenza racchiudono la luce e il calore del sole nei dorati o rossastri fichi d’india. Si avverte tale disagio soprattutto nel campo delle succulente piante ombrato da una coltre nera, un cielo minaccioso: segno di tempesta, o muro invalicabile?

In Alessandro Rillo risaltano le teste senza i tratti fisici del volto. Un solo identico profilo essenziale, che emerge in tutto il suo significato dalla sfondo a forza di colore quando queste “particelle chimiche” vanno ad impattare con l’animo dello spettatore. Ad indicare la loquacità onerosa del silenzio, o forse la purezza della linea, che è poi la semplicità rigorosa del pensiero. Sembra di sfogliare un libro dove la storia si dipana di pagina in pagina per intuizione, senza l’intermediazione del significante perché non venga compromesso il significato. Pulizia interiore, equilibrio dato dalla coincidentia oppositorum, efficacia e incisività della “linea pura” del profilo non già di un uomo/donna, ma dell’umanità intera che ha non nell’esteriorità la sua condanna e la sua salvezza, ma nel pensiero, nella testa appunto, attraversando nell’esperienza di vita tutta la gamma dei colori/sentimenti/dolori/gioie per approdare, a seconda dei casi, nel vuoto esistenziale o nel volo libero dell’anima.

In ogni caso avrà eluso e superato la babele (raffigurata benissimo nel collage di pagine di giornali) degli aspetti deteriori della società, quel cumulo di parole senza senso, di leggi senza rispetto, di tentativi falliti di giustizia che solo trovano in positivo dignità e completa realizzazione in interiore hominis prima ancora che nel tessuto sociale.

Adriana Pedicini

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Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

7 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.

Adriana Pedicini

La signora

Buon serata del sabato signora
Con la tua borsa piena di chiacchiere
mentre cerchi gli sguardi ben disp
osti

sai di saper parlare,

sai che non sbaglierai i tempi.
spingerai la porta aperta
,

e non inciamperai più

con le luci accese
Vorrei sapere un po’ più di te
Vorrei aiutarti ad imparare
Senza peso, senza sforzo,
solo pensie
ri leggeri

senza più vigilie
Stai ridendo sul tuo segreto
sul tuo sogno più leggero della nebbia
E’ solo un piccolo segreto
Stai pensando: avrò nuove verità
Ti stai innamorando del coraggio?
è questione di poco, di niente
Forse se fai un passo più in là
e forse se a
scegliere sei tu

Il tuo segreto lo nascondi
dove nessuno lo trove
rà.

Minerva del Fiume

Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it

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Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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V.Tedeschi, "La mia napoletanità"

5 Giugno 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #recensioni

V.Tedeschi, "La mia napoletanità"


La mia napoletanità
V. Tedeschi

Loffredo Editore

Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.

Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,

nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),

e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.

papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)

E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.

Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)

Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.

Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fene
tte…

E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.

Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.

Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.

è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)

Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.

nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)

L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.

..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)

L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare

Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)

Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)

Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.

Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)

Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.

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Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

6 Maggio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

Il silenzio delle parole nascoste

Carlotta Nobile

Aletti editore

2008, ISBN 88-7680-675-X

Il silenzio delle parole nascoste è la prima prova letteraria di Carlotta Nobile, un racconto sincero del suo nascere e crescere prima come fanciulla e poi come giovane donna, con tutti i turbamenti e i palpiti di gioia propri delle due età, ma con un qualcosa in più, con uno speciale spessore di sensibilità, dannazione e privilegio per l’anima che ne è posseduta.

“Un silenzio interiore, una confusione ovattata che in realtà non è fuori, ma dentro di te”.

È questo che leggiamo nella prima pagina dell’opera di Carlotta Nobile. Pur giovanissima, Carlotta percepisce infatti la frattura tra l’essere e il sembrare, tra l’interiorità e l’esteriorità, percezione da cui inevitabilmente deriva il dissidio tra sogno e realtà, tra rinuncia e desiderio, tra luce e buio; e poi ancora il senso di inadeguatezza rispetto a una condizione da cui vorrebbe fuggire. Ma certo non dal mondo affettivo che la circonda... tale disagio è sintomo di una curiosità alta, di un’aspirazione elevata, di uno slancio che vada oltre la mera dimensione esistenziale, i cui vuoti siano facilmente colmabili. Qui non possiamo parlare di vuoto ma di spinta in avanti.

“La voglia di andare... non si sa dove... non si sa quando” E la vita sembra un viaggio lungo con una meta lontana. Essenza di un sogno incompleto che fai di tutto per rendere integro”.( pag. 15)

Parole profetiche che si ammantano di potenza metaforica nelle parole successive:

“Ho sempre sognato di volare...A volte il mio desiderio era talmente forte che mi sembrava sentire la terra allontanarsi sotto di me e il cielo avvicinarsi. Cominciavo a sentirmi più leggera, libera. E volavo. Volavo con l’anima”.

Sono questi i pensieri e desideri concepiti nell’infanzia quando la sua particolare sensibilità le consente perfino di capire che, nei colori della vita, sottile è la sfumatura che divide la gioia dal dolore.

E pur amando “restare colorata” il nero dell’angoscia si stendeva come nera ala sull’animo desideroso di altro. Non capiva bene cosa. Si tenta in simili frangenti di colmare le ferite dell’anima con le consuete esperienze e gli affetti famigliari, soprattutto quelli che rappresentano le radici e il punto di riferimento indiscusso, come, per la Nostra, la nonna, riflesso perfetto della sua anima. Destinato a finire come tutte le vicende terrene lasciando una scia di malinconia

“che persiste dentro. Come il richiamo ammaliante di un mondo che non esiste più, ma di cui si percepisce ancora l’essenza” (pag.15)

Poi l’amore, quello adolescenziale, quello per cui si piange senza motivo, per cui il presente diventa una fiaba surreale.

Intanto la sensibilità procede a lunghi passi se diventa sempre più pressante la domanda.

“Se il mondo attorno a te abbia un senso, se tu stessa possa avere un significato. Ti domandi quale sia il tuo compito, la tua finalità su questa terra, a cosa sia dovuta la tua esistenza.”

Ma non trovi risposta” (pag.27)

In realtà questa affermazione non è la conclusione a cui Carlotta approda. Conoscendo la sua vicenda esistenziale particolare e bellissima, possiamo dire che questo è l’inizio di un percorso straordinario di conoscenza e non solo.

Nell’immensa solitudine che cresce dentro, nonostante sia circondata da persone che la amano, ricorre sempre più impellente la necessità di cercare e porsi domande, mentre si affaccia il timore di non sapere cosa sarà domani.

“A volte mi sento come una piuma nel vento. Libera, ma confusa e spaesata... viaggio nel vento senza una meta, senza una via. Col solo desiderio di continuare a viaggiare. A vivere.” (pag. 35)

A volte mi sento figlia di un altro tempo. Non so dire se sia già trascorso o ancora immensamente lontano... E’ come se i mie occhi avessero visto cose che la mia mente non ricorda, come se la mia anima avesse su di sé il peso di altre vite... (pag.42)

Ci troviamo di fronte a un caso di personalità plurima, di un’anima che riesce a percepire l’altro da sé in un cammino di conoscenza che già si profila come conoscenza del metafisico. Un tumulto interiore straordinario che non cerca la via facile dell’appagamento materiale, né di facili appagamenti terreni.

“Eccomi giunta al confine tra ciò che è facile e ciò che è quasi impossibile. E comunque sempre più sedotta dall’impossibile che dal facile. Come un fiume che per immettersi nel mare sceglie sempre la strada più tortuosa, la più lunga. La più difficile. Forse perché in fondo credo che vincere con facilità sia come perdere. E perdere dinanzi all’impossibile sia come aver vinto”. (pag. 46)

Il racconto di sé continua, che poi non è solo racconto, ma ricordo, meditazione, riflessione, poesia. Come quando con accenti degni di Saffo avverte nel cuore della notte la solitudine immensa dacché perfino la luna si è eclissata.

“Anche la luna beffarda si è dissolta stanotte. E non tornerà”.

La luna che molto frequentemente ricorre nelle pagine ora compagna, ora complice, ora fredda osservatrice dei destini umani. E sembra di avvertire sulla pelle antiche emozioni leopardiane. E ora la luna veglia su un animo svuotato di un sogno d’amore per il quale pensava non potesse mai esserci la parola fine.

Al momento l’unica felicità è la musica, compagna ideale, (pag 57) vincolo d’affetto, sostegno, sussurro, compagna di vita che permetterà l’evoluzione e la crescita. Con lei le sofferenze passano tutte, i dolori interni fluiscono via.

“Con l’orgoglio di aver realizzato il mio sogno, di aver vissuto tutto quello che c’era da vivere, di aver provato tutto quello che c’era da provare”.

...QUESTA PER ME è LA FELICITA’. (pag.59)

Non una felicità esclusiva come magari umanamente è desiderabile, ma uno stato di benessere interiore insieme agli altri, alle vite lontane, agli sconosciuti incontrati per strada, agli sguardi incrociati per caso.

“Adoro quando si cerca di stabilire un legame, che è essenzialmente un legame di “condizione” (pag.60)

Per sentire volare la sua anima insieme a quelle di mille altre persone di cui osserva le vite per cercare di comprenderne le sfumature. Eppure il percorso sembra non fornire mai la conclusione, la conquista è difficile e travagliata, e il traguardo non è quello sperato ma bisogna imparare ad accettarlo pena la perdita della serenità, perché, si sa, “nella vita ogni istante è una scelta”.

“E il dolore in questo aiuta. Aiuta a continuare a crescere... ad andare avanti. Per trovare un giorno la via giusta”. (pag70)

Mai abbandonare i propri sogni, lottare perché si realizzino. Nella vita come nell’amore.

“Da oggi in poi sarò l’artefice delle mie emozioni... del mio destino. Anche se credo che tutto sia già più o meno scritto”. (pag.71)

“Tutta la mia passione sembra ora rivolta altrove. Ad una dimensione di cui non so nulla. Ma che mi chiama a sé con tono persuasivo e seducente”. (pag 71)

Credo che, pur ammettendo la totale inconsapevolezza adolescenziale della portata di tali pensieri, sia questo il discrimine che fa della vita di Carlotta una vita diversa, una vita, se possibile, predestinata o semplicemente prescelta dall’Alto. Ella confessa di percepire un’altra se stessa, diversa e uguale a quella che l’ha preceduta.

“Le ultime lacrime sanno di voglia di volare via... di speranza... di forza... di avvenire. Di Addio” ( pag.72)

È come se una volontà incosciente agisse alle sue spalle, segno, da una parte di un impulso alla realizzazione di sé, dall’altra di un desiderio di travalicare la vita alla ricerca di una dimensione più totalizzante. Una capacità di saper anche tramontare pur di affermare nuovi e più autentici valori. Tanto più che Ella crede che:

“Quando perdi una persona è solo la sua forma a cambiare, non la sua essenza.

E i frammenti di noi continuano a vivere nelle persone che abbiamo amato. Perché ormai fanno parte di noi.

E’ questo il vincente coraggio del distacco” (pag.71)

Riflessioni che lasciano sgomenti per la virtù profetica delle parole. Ma come poteva un’adolescente presentire il suo futuro, inconsapevolmente, e raccontarselo, a 16 anni? Si rivede a 14 anni piangere tutte le lacrime del mondo ma non per una perdita, per un sogno infranto, ma perché avverte la presenza

“...dell’amore per qualcosa di più grande di me, di noi, della razionalità, della pazzia. Questo pianto ha il sapore di una violenta passione”. (pag. 73)

Tutto può essere interpretato con valore metaforico, ma questa passione violenta, questo amore capace di accompagnarla nei meandri dell’anima e farle scoprire una parte di sé fino a quel punta ignota, per ora è la musica che

“mi purifica ogni giorno, raschiando le scorie interne della mia mente e del mio cuore”

“Io sono rinata così, con il violino adagiato sulla spalla...e per la prima volta nella mia vita piango di gioia” (pag 76)

E ancora:

“Voglio entrare in quel mondo (della musica) intenso e sconfinato che però non mi spaventa”. (pag 75)

Le suggestioni metaforiche sono facili, a posteriori, sono facili, ma non è quello che importa ora, bensì seguire il processo di maturazione, scoprire l’attenzione che la fa consapevole di ogni peculiarità, della insignificanza e della necessità di ogni cosa, dell’evoluzione interiore che sta percependo.

“A volte perdo pezzi di me, mi lascio crollare giù dai dirupi emozionali. Cavalco mondi paralleli che percepisco ma non comprendo” .

“Guardo dentro il buco del tempo e la mia anima vibra su note scomposte, su suoni indomiti che non riesco più a contenere”.

“In questo giorno che sento infinito sento il sipario calare su un io che forse morirà ancora prima di nascere” (pag 83)

Bisognerebbe leggere tutta la confessione con se stessa, bellissima e densa di afflato poetico, che si serve di parole il cui senso profondo sfugge. Si avverte solo un tumultuare di passioni, di sensi sconvolti, di visioni oniriche che l’allontanano sempre più dal reale, dal mondo. Una forza irresistibile, ammaliante possederla tutta, forte come l’amore, come la musica, da cui non riesce a liberarsi.

“E’ una libertà falsa la mia. Sono un angelo inquieto che vola in una stanza oscura. Sono un’aquila che non ha mai visto il cielo”. (pag.85)

“Io...principessa di un regno che non esiste più. Che forse non è mai esistito”.

“Gli occhi sono gocce di anima che cadono giù lente... sono infinito racchiuso in uno sguardo. Sono “oltre” (pag 86)

Lo sguardo acuto di Carlotta riesce a distinguere tutta la molteplicità delle maschere, degli atteggiamenti fasulli che quotidianamente esprimiamo, delle scelte che operiamo guidati di volta in volta da sentimenti o risentimenti, ma comunque sempre in condizione di schiavitù dell’anima. Nel fiume della vita vede parti di sé, per così dire, superate e non più significative, scomparire per sempre tra i gorghi, mentre nuove gemme fioriscono sull’anima che rinasce dopo “l’agonia dello spirito”, dopo “la piccola-grande battaglia contro l’altra me”. E soprattutto dopo aver creduto alla favola bella della Vita ed esserne rimasta delusa, perché il finale di felicità le è stato sottratto, perché la Vita nel suo narrare e narrarsi aveva omesso di dire che spesso i sogni non si avverano. Tutte le illusioni deluse, tutte le promesse svanite.

“Illusi e sciocchi noi poveri umani. Burattini mal fabbricati che ballano una danza di cui non conoscono i passi su un palcoscenico di cartone che può cadere da un istante all’altro. Che è la nostra vita” (pag 93)

Eppure Carlotta non si arrende dinanzi alla confusione, alla difficoltà, alla sconfitta.

“Eccomi di nuovo qui a cercare disperatamente qualcosa che non so cosa sia e che, pur sapendolo, so che non riuscirei a trovare. Ma che, proprio per questo, è ancora più ammaliante, più bello”. (pag 102)

Intanto la vita prende il sopravvento, amata, cercata, goduta nelle piccole cose, nella musica diventata Arte, ricerca dell’emozione più profonda e più irraggiungibile.

“Eccomi qui a vivere nella ricerca della bellezza, del sublime. Sotto qualsiasi forma”. (pag 103)

Ormai maturata, cresciuta, Carlotta non rincorre più traguardi esterni e la sua ricerca, che prosegue incessantemente, è rivolta dentro di sé. Ci sovviene di Sant’Agostino d’Ippona:

“In interiore hominis abitat veritas”. (De vera religione, XXXIX) La fanciulla “petrarchesca” ascende al monte dell’arte, della bellezza attraverso la musica, la poesia, la natura.

“Voglio vedere il sublime... nella mia vita” e aggiunge ”quello totalmente imperfetto. Quello dell’Arte” (pag 104)

Ecco disvelato il senso delle parole nascoste, dei pensieri rimasti a lungo celati, che hanno preteso di prendere forma non perché rimanessero parole d’inchiostro sulle pagine di un libro, ma rimanessero anima. Anima da donare, anima da condividere.

“Non più silenzio ma grido".

“Il grido delle parole nascoste” (pag.107)

Violinista e laureata con lode in Storia dell’Arte, Carlotta Nobile divide i suoi ventitre anni fra attività concertistica e studi universitari. Diplomata in violino a 17 anni con lode e menzione, si è perfezionata a Londra e Salisburgo. Ha al suo attivo poesie edite e inedite e sta incidendo un CD con l’opera omnia per violino e pianoforte di Ernest Bloch, per l’esecuzione della cui musica ha conseguito la “Bloch special mention” all’International Ibla Grand Prize 2008.

Considera questo suo primo, scritto a 16 anni, una fotografia fedele di una ragazza nella quale fatica a riconoscersi. Ma a cui guarda con tenerezza e affetto, consapevole che fra queste pagine abbia preso forma e consistenza la donna che sta diventando e che a soli 24 anni diventerà, libera delle spoglie terrene, un Angelo di rara bellezza e virtù.

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

1 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #racconto

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

I luoghi della memoria

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 148

12,00

“Continuava comunque Teresina a fumare le sue cicche e a bere il suo vino. E con gli occhi puntati alle stelle parlava, parlava, ricordava o compiva voli di fantasia alla ricerca di un mondo dove anche lei potesse entrare, dove vivere significasse ridere e piangere, gioire e soffrire per tutti allo stesso modo. Dove la carezza della mano amica fosse donata a tutti e non ci fossero come riparo ai colpi della sorte scafandri per alcuni, per altri la sola pelle sottile.” (pag. 16)

Questi ventisette racconti – alcuni ripubblicati, altri nuovi - sono davvero belli. Lo sono per il contenuto vario, accattivante, con personaggi scaturiti da finezza psicologica, estrema sensibilità e capacità empatica. E lo sono per lo stile signorile, dal profumo antico. In particolare i primi hanno una forma ottocentesca, fanno venir in mente Grazia Deledda, per il modo in cui tracciano alcune figure potenti e per il regionalismo pregno di cultura arcaica e di significati ancestrali che li pervade fino a riprodurre, novella dopo novella, “un intero villaggio ideale”.

Mariantonia era la padrona n questa casa, la “padrina” sembrava, un po’ logorati gli abiti neri che le avviluppavano il corpo e in petto la fierezza di una donna che per tanti anni aveva affondato le unghie nella terra per cavarne cavoli o patate, che aveva irrobustito i fianchi e le spalle sotto il peso di fascine di legna raccolta nel bosco per alimentare nel focolare la fiamma della casa.” (pag 18)

La lingua risente dell’essere, Adriana Pedicini, principalmente poetessa, l’aggettivazione è lenta, ampia e distesa. Come Leopardi, ella tende all’indefinito, alla vaghezza di stelle, boschi e prati ma, al contempo, come Pascoli condensa l’espressione nel tipico, nei gesti, nomi e modi di dire della tradizione rurale e regionale.

Gli ultimi racconti sono più attuali negli argomenti e, in parte, anche per come sono scritti.

I temi principali di tutta la raccolta riguardano il recupero della memoria e la paura della morte. I due concetti, ovviamente, si fondono, là dove il ricordo è l’unica arma contro l’obnubilamento della fine. Ricordare “è cercare nelle cose morte il perduto che si riconquista”, riappropriandosene. Ne è un esempio la figura della madre scomparsa che, dopo esser stata lancinante dolore, strappo, mancanza incolmabile, viene riconquistata attraverso la propria maternità, ricreandola nel raccontarla ai figli e, allo stesso tempo, anche impersonandola, incarnando il suo ruolo.

La paura della morte scorre sul filo di terrori vissuti dall’autrice, ed è la stessa voragine che proviamo tutti al pensiero di affrontare dolorosi calvari. Ma c’è sempre una speranza, forse autoindotta per evitare la pazzia, che si concreta nell’esercizio consolatorio della fede e nella bellezza della vita, rintracciabile nelle piccole cose, nella natura, nel ritorno della primavera, nella nascita di un bambino.

Finalmente non era più solo preda della sua malattia e della paura della morte. Si sentiva parte di un tutto ormai ben visibile. Sua tenda era il cielo stellato, suo riparo l’anfiteatro dei monti che da lontano scorgeva, sua vita la vita degli innumerevoli esseri che davano forma e colore alla terra. Come se non avesse più nome e le cose anche non avessero il nome consueto. Come se la sua sorte non fosse diversa da quella di tutte le specie viventi.” (pag 110)

C’è anche, alla fine, una specie di resa all’inevitabilità, alle “cose così come stanno”.

Il fischio del treno che annunciava l’arrivo alla stazione del suo paese la riportò alla realtà fatta di sogni e di speranze, di ideali e di lotte ma certo di realtà, di inevitabile realtà, e nell’aver capito che dopotutto bisogna accettarla prima ancora di migliorarla fu la sua vera vittoria.” (pag. 90)

Somiglia, questa, ad una sorta di accettazione, impotente ma confortante e non scevra di scopo, del destino comune.

In tutto io vedo me stesso, in me vedo tutto il creato, e in silenzio anche la morte opera in me come in tutte le cose che hanno un inizio e una fine”. (pag 110)

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

15 Marzo 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica edizione

2016

Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.

Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.

Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.

L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.

In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.

Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).

Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.

Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.

Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.

Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.

I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.

Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.

“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.

E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.

“Avevo vent’anni, Non permetterò

A nessuno di dire che quella è la più

Bella età della vita”

I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.

Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.

Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.

Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.

Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.

E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.

Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.

Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.

Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.

Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.

Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.

Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.

Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.

Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.

Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.

La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.

Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.

In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.

Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.

E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.

Adriana Pedicini

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