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Post con #adriana pedicini tag

Le voci di Signora dei filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi, Valentino Appoloni

3 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #adriana pedicini, #nadia banaudi, #valentino appoloni, #redazione, #blog collettivo

 

 

 

Oggi su Radioblog scopriremo 3 voci di Signora dei Filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi e Valentino Appoloni.

Questi 3 scrittori e redattori del blog converseranno dei loro libri e delle loro letture interagendo tra di loro come in un vero e proprio salotto letterario virtuale, facendoci conoscere  la loro scrittura e invitandoci a leggere i testi che più li hanno colpiti ed affascinati.
Partiremo da Omero e James Joyce, attraversando Kafka, la Grande Guerra, approdando a temi femminili, di vita quotidiana e  lambendo addirittura il thriller. 
Un'occasione preziosa per conoscere e ascoltare le voci di chi ci allieta e ci interessa con articoli e recensioni e per scoprire meglio le loro passioni e le loro personalità.
Vi auguro come sempre buon ascolto!
 
 
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.com
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Cena di Natale

16 Dicembre 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Dalla raccolta "I luoghi della memoria e altri racconti". Il Foglio 2016

 

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe.  Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

 

 

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Malinconia di Natale e dies natalis

16 Dicembre 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Malinconia di Natale

 

Un alito di speranza

Una lingua di fumo del focolare

una spina di malinconia

un sussulto nel cuore

le mamme sole

tra i pianti di non graditi balocchi

ché in quelli non avuti

vive il desiderio

e il pungente profumo di  visi

sbarbati e gelidi al calore

di tenera pudica carezza

in attesa di puntuali mense da re.

A sera un filo di strada alla grotta

e lacrime ghiacce di solitudine

deposte sul giaciglio a ghirlanda

del capo del divino bambino

incoronato di spine in un futuro

nemmeno troppo lontano.

 

 

 

 

Dies natalis

 

Quando nasce la Vita come a Betlemme

palpita d’immenso il cuore

 stupefatto di nuvole rosa

e di germogli di pesco

di luci di stelle e mormorio di vento.

Cadono d’un tratto le paure

e le angosce del limite estremo

e come pane di lievito il cuore si slarga

l’animo empie le gote di spirito sacro

e profumo di viole conduce alla stalla

a rimirare il miracolo antico che nuove

sparge speranze e virtù e ogni volta

il male purifica in bene a chi

a guisa di umile servo accoglie

del regale Bambino il segno del Tempo

nei fuggevoli tempi dell’uomo

nei giorni precari di vite consunte

in animi sordi alla buona novella.

L’Infinito è in un attimo

al santo vagìto ci guida

la stella cometa

da lontano nell’aria

suoni di ciaramelle.

 

 

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Laboratorio di poesia: Umberto Cerio

17 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

 

IL MIO EXODUS

Di Umberto Cerio

 

Exodus di antichi Greci cacciati

da gente violenta del Nord

nella terra di Pandione e di Egeo;

exodus dei Troiani superstiti

dalla distruzione spietata di Ilio

( compiuta da molte stirpi dei Greci)

che il pianto di Omero immortala;

exodus circolo eterno di fughe,

seminatore di morte, invocata

giustizia di uomini e donne,

conforto di vittime-padri

sicari per vendette implacabili,

per furore di sventure perenni

sei ancor oggi nel cuore del tempo.

 

Exodus della presaga Cassandra

che scova come un segugio

di Agamennone nell’infida reggia

tragiche tracce di antichi delitti

e trepida Scamandro invoca

- acqua lustrale della sua terra -

mentre in Argo sulla polvere muore

nella casa ove s’è insediato un coro

intonato e straziante, che canta la morte,*

e dove di sangue s’è ubriacato il coro

delle Erinni,* nate dal sangue di Urano

da Cronos castrato, offesi spiriti

di Giustizia per l’ara rovesciata

e di Vendetta che chiama altro sangue,

sei ancor oggi un canto straziante.

 

Exodus di Ebrei schiavi d’Egitto

che liberi si fanno nella terra

promessa attraversando il deserto

di sabbia e di sole brucianti

e il deserto della loro ragione:

eressero allora l’idolo d’oro

che li inchioda alla terra violata

persecutori ora di popoli

che giurano Giustizia e Vendetta;

exodus di Maometto a Medina,

che con la sua higra un popolo sperso

tra le onde delle dune di sabbia

plasmò nel palmo del deserto

al respiro di pazienti cammelli,

siete il coro di lunghe torture

che risuona nelle valli di morte

al lamento perpetuo delle madri.

 

Exodus afgano prima di guerre

di vendette, fuga di asini lenti

e nere masserizie, simboli d’atavica

miseria di oscuri Musulmani

ai margini del mondo

che non hanno sognato paradisi

e delizie promesse,

sei indovino di terrore

nelle ossa tremanti di fatica

e dolore della morte violenta.

Nell’oriente lontano e misterioso

in migliaia di anni

intere stirpi di eroi quotidiani

hanno forgiato arte

e cieli tersi su cime di monti

ove i morti saranno sepolti

tra macerie di frantumi e speranze

e macerie di giorni e di notti.

 

Non cresceranno mai fiori

sulla terra dove madri bendate

avranno sepolto figli massacrati

e figli sepolto padri traditi,

dove padri e figli attendono insieme

il silenzio perenne delle stelle,

l’eterno freddo della morte.

 

Non cresceranno mai alberi sacri

su pietre dove imputridito sangue

di ignari eroi senza nome

si disperde nero e aggrumato

ai rari morsi di uccelli rapaci

e corpi insepolti offerti alle fiere

nei templi del silenzio

dove l’amore è forse da tempo

solo infinita immagine vuota

negli occhi perduti tra cielo e rocce.

 

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare,

scardini porte di acciaio serrate,

sfondi soffitti e pareti di pietra,

voli negli spazi aperti del mondo
oltre le mura del dolore.

 

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore.

Mio exodus, viaggio infinito

dell’uomo sapiente e blasfemo

che torna alla terra dove nacque

- dopo oscure minacce di morte -

che sa i giorni dell’ansia bruciante

e le notti di angoscia o di attesa,

nei dubbi atroci della memoria

sei cammino ritrovato e perduto.

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

nel male più duraturo del bene,

che ora ha smarrito nella spelonca

dei giorni la ragione segreta

di questo suo lunghissimo andare.

 

*Eschilo, Agamennone, traduzione di P.P. Pasolini.

 

 

Leggere il poemetto di Ugo Cerio è come sfogliare un libro di storia. Ma è attraverso un atto di empatia che cogliamo il fil rouge che lega la composita prima parte, ricca di particolari storici e geografici, ambientali e paesaggistici, alla seconda, filosoficamente più interessante, a mio parere.

Exodus come fuga in massa di popoli, come fuga dal reale per sottrarsi al suo deludente ritmo di evenienze effimere e mutevoli, tragiche e fatali.

Nuclei fondamentali sono il dolore della separazione, la lacerazione dell’abbandono, il senso di sperdimento e infine la perdita dell’identità.

Eppure non per tutti l’esodo rappresenta ciò. Per gli Ebrei l’exodus fu ritorno alla terra promessa, per Enea fu il compimento di una profezia, non già un viaggio rinunciatario, ma un desiderio impellente di riscattare l’esistenza abbrutita dalla sconfitta per un’altra di elezione.

E ancora, exodus come stimolo alla conoscenza, come consapevole ricerca lungo le strade del mistero con l’illusione o la presunzione di penetrarlo in questa terra.

E infine l’uomo che lascia la sua terra, esplosa nei suoi valori, nelle sue formule e nelle forme interiori, vittima di soprusi e violenza, non più culla ma letto di morte per migliaia di esseri umani, molti appena affacciati alla soglia della vita. E per mano di altri esseri umani. Sicché l’esodo non è ritorno, non è viaggio, ma fuga di popoli interi che migrano, che lasciano la loro storia, la propria tradizione per trasformarsi in personaggi senza storia. E vanno alla ricerca di un’identità in un’epoca come la nostra senza più identità, ma soprattutto senza pietas.

Il naufragio di barconi stracolmi di esseri umani in fuga che troppo spesso avviene sulla rotta verso il Mediterraneo non è solo un simbolo, è l’ironia che serpeggia nel destino.

Nella seconda parte intravedo analogo e diverso tentativo di esodo, di fuga, di viaggio tra i mari del tempo per quell’appartenenza perduta. Per ritrovare se stessi nel dolore, nella preghiera, nel dialogo profondo nei fondali dell’animo, laddove non esiste finzione, dove regna il mistero, dove occorre tanta pazienza. E che in definitiva è segno d’Amore, è un atto d’Amore.

L’Amore, che realizzando il sentimento dell’umanità, crea negli uomini una condizione di perenne insoddisfazione, di assidua brama, in definitiva di costante ansietà. Una specie di sgomento che si chiama malinconia.

Malinconia che diventa l’emblema dell’uomo vero, che è speculare all’entusiasmo. Che esprime una sete di conoscenza inestinguibile, mai appagata, dando luogo spesso a sentimenti di delusione, perfino di stanchezza. Ma è proprio questa condizione che accende il desiderio.

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare

.................................................

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore...

 

Una inquietudine che non ci fa distinguere facilmente il vero, e quanto più ci mettiamo sulle sue tracce tanto più la fuga dal reale diventa una necessaria condizione. Solo in tal modo è possibile distinguere il vero dal falso e giungere alla consapevolezza che tutto ciò che appare, la vita stessa, è il sogno di un’ombra come recita Euripide in Plotino. Di qui l’arduo compito di cercare e credere in “realtà” altre, metafisiche, oltre il tangibile

 

“Quam ob rem toto illo tempore quo sublimis animus in infimo agit corpore, mentem nostram velut aegram perpetua quadam inquietudine hac et illac, rursum deorsumve iactari nec non dormitare semper et delirare Pythagorici et Platonici arbitrantur singulasque mortalium motiones actiones passiones nihil esse aliud quam vertigines aegrotantium, dormientium somnia, insanorum deliramenta, ut non iuniura Euripides hanc vitam umbrae somnium appellaverit”

 

(Plotino Teologia platonica libro XIV, cap. VIII)

 

Dunque tali fughe interiori, anzi ex interiore, non sono altro che ricerca, una sorta di arte maieutica sulla via della conoscenza e della compiutezza del destino dell’uomo.

In conclusione è questo il pathos del poema. L’andare come mezzo di conoscenza di sé e del mondo, come ricerca delle condizioni esistenziali dove si possa contemplare il mistero della vita, mentre lo si vive. Per far ciò occorre però superare l’inquietudine, non solo quella interiore, ma quella del viaggio in cui l’uomo si trova ad affrontare il tempo. O del viaggio nel quale, attraverso la memoria, l’uomo cerca la sua storia

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

 

 

E questo è il pathos che pervade l’intera lirica, dall’andamento a volte prosastico per la sovrabbondanza descrittiva, e per la mancanza di un labor limae efficace, che togliendo verbosità, doni un po’ piu di armonia e musicalità.

Adriana Pedicini

 

Inviate le vostre poesie a     adriana.pedicini@virgilio.it

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Laboratorio di poesia: Cristina Teresa Valerio

1 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

 

 

Domina la poesia Rapture (di Cristina Teresa Valerio) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.

Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.

 

Adriana Pedicini

 

 

Rapture

Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.

In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio: 
se solo anche allora avessi guardato 
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo 
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore, 
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno. 

Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro 
sotto gli occhi 
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.

Strisciando se ne va l'offeso 
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte. 
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?

In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.

In qualche modo
hai conquistato il mio cuore. 
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.

 

Cristina Teresa Valerio

 

Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it

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Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

17 Ottobre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.

Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.

Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.

I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.

E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.

Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.

Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.

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Antitesi

11 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #arte, #pittura

Antitesi

Antitesi

Mostra di arte contemporanea

8-16 ottobre 2016-10-09 Rocca dei Rettori

Benevento

Valdemeras Semeska Alessandro Rillo

Non sappiamo se l’arte sia espressione di ciò che si è o di ciò che si vorrebbe essere, comunicazione di ciò che si vorrebbe dire o il non detto, tra il mondo quale appare dall’esterno o il proprio mondo interiore. Non so se l’artista sia sempre consapevole del suo estro e se l’estro preceda la consapevolezza e quanto l’artista cerchi di seguire questo estro nella sua parte intuitiva o irrazionale oppure se cerchi di guidarlo, incanalarlo verso la comunicazione che sia la più chiara possibile. Se vi sia inoltre una connessione inscindibile tra intuizione e riflessione.

Probabilmente l’artista non è preoccupato di comunicare, atteso che l’arte, tutta l’arte, utilizzi canali comunicativi diversi dall’usuale, codici che non appartengono ai linguaggi comuni. E questa è la peculiarità dell’arte. In ogni caso allo spettatore è possibile intravedere, in base al proprio substrato culturale, emotivo, etico, intellettivo le linee entro cui si muove l’artista. Quando avviene questo connubio, capita quel miracolo per cui si dice che l’opera d’arte ha trovato il suo compimento. Altrimenti l’opera d’arte continua a viaggiare e continua a sollecitare altre risposte, altre attenzioni, altre conferme. Forse non si potrà mai arrivare a definire con certezza in cosa consiste un’opera d’arte, e cosa intende esprimere, tante sono le suggestioni, le evocazioni, le emozioni che traspaiono dalla tela dell’artista.

Pertanto diventa quanto mai arduo ma nello stesso tempo affascinante “leggere” una mostra che si presenta doppia e si intitola Antitesi.

Due Artisti, due tipologie narrative o descrittive diverse. Da una parte il concetto puro, astratto che pur ha bisogno della materia per esprimersi e che nella sua estrinsecazione privilegia una volta la materia più grezza, il cemento con le sue striature, graffiature, dall’altra il vetroresina dalla superficie liscia e dai colori che ricoprono quasi quelli dell’iride intero. Nell’altro abbiamo il tratto forte della pennellata ampia che si esprime sia nei colori chiari degli algidi paesaggi nordici ma talora con colori più mediterranei, pur mancando ad essi la luce del fulgore e della solarità mediterranea.

Nei quadri di Rillo notiamo lo snodarsi di un percorso che è sicuramente concettuale, apparentemente nascosto. Chissà se sia possibile realizzare il compromesso tra ciò che egli ha voluto comunicare e ciò che percepisce il fruitore dell’opera. In un certo senso questo compromesso può essere facile, perché pur nella concettualità l’Artista non può fare a meno di servirsi della fisicità della materia, del colore. Che sono poi dei sussidi per chi voglia capire.

Sicuramente c’è il passaggio da uno stato d’animo all’altro, da un concetto all’altro.

Sicuramente abbiamo il passaggio dallo stato cupo forse del dolore, della sofferenza, della disperazione, della insolubilità dei problemi nelle sfumature del grigio e del nero al chiaro in tutte le sfumature, al giallo, al rosso, al roseo, al bianco, segno del superamento di tutte le contraddizioni. Possibile anche che il percorso porti al vuoto dell’assenza di colore, nel non-colore del bianco, che può rappresentare il vuoto appunto, laddove altri vedrà il chiarore dell’alba.

Diciamo che ci troviamo su due posizioni antitetiche per espressione, per scelta di stile ma non credo che i due Artisti siano cosi distanti perché in ambedue si ravvisa la ricerca nella volontà di superare e superarsi per sperimentare nuove forme comunicative, nel tentativo di rincorrere nuove modalità espressive, che seppure sono nuove nello stile, esprimono le antiche ansie dell’uomo nella decodifica del mondo interiore ed esteriore.

In entrambi infatti risalta quasi drammaticamente l’assenza di elementi fisici caratterizzanti.

In Valdemeras i paesaggi mediterranei hanno le tinte di terra di quei luoghi, ma non possiamo non notare la pianta di fico d’india con le pale nude o il ragazzo della campagna pugliese con lo sguardo rivolto verso terra o le due donne, in un altro quadro, raffigurate di spalla e poi, dietro agli alberi carichi di frutta, il tratto bianco delle nuvole che riconduce ai paesaggi nevosi ravvisabili in altri quadri, dove la neve fa contrasto con i toni cupi del cielo.

Manca cioè l’elemento comunicativo più importante attraverso cui la comunicazione vola libera, il quale, in assenza della parola è lo sguardo, e il disagio è espresso anche dall’assenza di frutti sulle piante che per eccellenza racchiudono la luce e il calore del sole nei dorati o rossastri fichi d’india. Si avverte tale disagio soprattutto nel campo delle succulente piante ombrato da una coltre nera, un cielo minaccioso: segno di tempesta, o muro invalicabile?

In Alessandro Rillo risaltano le teste senza i tratti fisici del volto. Un solo identico profilo essenziale, che emerge in tutto il suo significato dalla sfondo a forza di colore quando queste “particelle chimiche” vanno ad impattare con l’animo dello spettatore. Ad indicare la loquacità onerosa del silenzio, o forse la purezza della linea, che è poi la semplicità rigorosa del pensiero. Sembra di sfogliare un libro dove la storia si dipana di pagina in pagina per intuizione, senza l’intermediazione del significante perché non venga compromesso il significato. Pulizia interiore, equilibrio dato dalla coincidentia oppositorum, efficacia e incisività della “linea pura” del profilo non già di un uomo/donna, ma dell’umanità intera che ha non nell’esteriorità la sua condanna e la sua salvezza, ma nel pensiero, nella testa appunto, attraversando nell’esperienza di vita tutta la gamma dei colori/sentimenti/dolori/gioie per approdare, a seconda dei casi, nel vuoto esistenziale o nel volo libero dell’anima.

In ogni caso avrà eluso e superato la babele (raffigurata benissimo nel collage di pagine di giornali) degli aspetti deteriori della società, quel cumulo di parole senza senso, di leggi senza rispetto, di tentativi falliti di giustizia che solo trovano in positivo dignità e completa realizzazione in interiore hominis prima ancora che nel tessuto sociale.

Adriana Pedicini

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Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

7 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.

Adriana Pedicini

La signora

Buon serata del sabato signora
Con la tua borsa piena di chiacchiere
mentre cerchi gli sguardi ben disp
osti

sai di saper parlare,

sai che non sbaglierai i tempi.
spingerai la porta aperta
,

e non inciamperai più

con le luci accese
Vorrei sapere un po’ più di te
Vorrei aiutarti ad imparare
Senza peso, senza sforzo,
solo pensie
ri leggeri

senza più vigilie
Stai ridendo sul tuo segreto
sul tuo sogno più leggero della nebbia
E’ solo un piccolo segreto
Stai pensando: avrò nuove verità
Ti stai innamorando del coraggio?
è questione di poco, di niente
Forse se fai un passo più in là
e forse se a
scegliere sei tu

Il tuo segreto lo nascondi
dove nessuno lo trove
rà.

Minerva del Fiume

Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it

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Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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V.Tedeschi, "La mia napoletanità"

5 Giugno 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #recensioni

V.Tedeschi, "La mia napoletanità"


La mia napoletanità
V. Tedeschi

Loffredo Editore

Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.

Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,

nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),

e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.

papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)

E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.

Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)

Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.

Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fene
tte…

E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.

Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.

Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.

è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)

Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.

nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)

L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.

..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)

L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare

Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)

Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)

Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.

Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)

Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.

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