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adriana pedicini

Noemàtia (piccoli pensieri)

29 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Noemàtia Adriana Pedicini Lineeinfinite edizioni. Recensione della Professoressa Adele Costanzo Noemátia, ovvero Piccoli pensieri, s’intitola la raccolta attraverso la quale la poetessa e scrittrice Adriana Pedicini ci racconta il suo percorso umano ed artistico. Si tratta di un libro che comprende liriche scritte nell’arco di circa trent’anni le quali costituiscono, pertanto, testimonianze di momenti diversi dell’esistenza, eppure talmente legate tra loro da rendere il discorso poetico fortemente coerente ed unitario. Ciò che dà unità alla raccolta non è tanto la soggettività, la persistenza dell’io lirico che si declina nelle comuni esperienze di vita (la gioia, il dolore, l’amore, la perdita, i luoghi e i tempi costituiscono, naturalmente, il materiale anche di questo libro di versi), quanto la domanda di senso, il bisogno di radicare l’esistenza, il qui ed ora, su di un terreno che lo trascenda e lo giustifichi. Ecco quindi il titolo, Noemátia, che chiama in causa la riflessione, la speculazione nel senso etimologico e filosofico del termine. Attraverso il linguaggio poetico, infatti, l’oggetto, vale a dire l’esperienza, si sdoppia, prende in qualche modo le distanze da sé e si universalizza, come in questi versi che evocano una incarnazione quasi platonica dell’idea stessa dell’amore materno: La madre che amavo/ non è finita per sempre/ se in altra io scorgo/ uguale tremito nel volto/ all’eco della gioia/ o del dolore. O, ancora: Ho guardato nei vostri occhi figli/ho visto in trasparenza/profili evanescenti/di volti già noti/sorrisi irradiati/di mistica luce/un coro/di candide mani/intrecciarsi in un’unica danza e tutto ampliarsi in concentriche onde, versi che auspicano una sopravvivenza che sembra andare ben oltre la dimensione familiare o genetica. Tuttavia c’è da dire che l’operazione, messa in atto dall’Autrice, di collegare l’esperienza concreta ad un piano altro, metafisico, presenta un carattere di assoluta reciprocità, poiché se il vissuto viene redento dalla fragilità e dalla caducità attraverso il richiamo ad una diversa dimensione, quest’ultima trova una sua concretezza proprio nell’unicità ed irripetibilità in cui si incarna: Non è somma di assiomi/la Vita,/bensì Teofania. La poesia di Adriana Pedicini è pertanto una poesia tutt’altro che astratta ( non a caso il libro si avvale dei bei disegni della pittrice Anna Perrone, i quali interpretano e danno concretezza visiva alle parole) anche se non imprigionata nella asfittica dimensione lirica ed autobiografica. Una poesia in cui il tempo, grande interlocutore, si propone come memoria collettiva di una generazione e di un ambiente culturale rappresentati con estrema pregnanza: Labbra spaccate/ maciullano di pane/grossi pezzi conditi/con l’ansia del domani , e ancora: Brulicano nella sera di festa/ciottoli levigati dalla vita /i semplici delle sagre/lungo i sentieri/delle luminarie. Un tempo/spazio, dunque, non contenitore astratto ma territorio sostanziato da una dimensione sociale, dall’alternarsi ciclico delle stagioni (a cui, detto per inciso, è dedicato il pirotecnico finale di brevissimi componimenti) e dal declinarsi lineare e transeunte della vita. A proposito di quest’ultimo elemento, emergono in modo assai singolare le due principali componenti della formazione culturale dell’Autrice, quella classica e quella cristiana, che una matura saggezza armonizza in una visone della vita serena ed antidogmatica. La malinconica percezione pagana, e moderna, del “tempus fugit” (L’ora scorre fugace/mentre sul ciglio della pena andiamo meditando il rimedio) trova infatti ascolto ed accoglienza all’interno della raccolta, mentre la fede si presenta con i caratteri modesti e tenaci della pascaliana scommessa. Un libro per pensare, dunque, ma anche per emozionarsi, perché i pensieri che l’Autrice ci propone sono, lei ci dice, “piccoli”: non perché banali o scontati, ma in quanto legati alla concretezza, semplicità e preziosità degli affetti e della vita.
Noemàtia (piccoli pensieri)
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I primi abitatori del Mediterraneo di Adriana Pedicini

28 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

I primi abitatori del Mediterraneo di Adriana Pedicini

“Viviamo intorno a un mare -aveva detto Socrate, (470 / 469 a.C.) ai suoi amici Ateniesi- come rane intorno a uno stagno”.

In effetti circa cinque milioni di anni fa, il Mar Mediterraneo non era ancora un mare, bensì era una vallata profonda e arida che divideva tre continenti: Europa, Africa e Asia, fino a quando un cataclisma aprì un varco nel muro di contenimento dell’oceano Atlantico ad ovest, verso l’odierna Gibilterra. In un processo durato moltissimi anni, una gigantesca mole di acqua ha incominciato ad inondare l’intero bacino mediterraneo, dando vita a un nuovo mare che, per la verità, appare piuttosto formato da un insieme di mari: il mar Alboran, il Golfo di Lione, il Tirreno, lo Ionio, il mar Egeo, l’Adriatico, ognuno con caratteristiche proprie.

Settecento anni dopo Socrate, nel 200 d. C., il mondo classico se ne stava ancora intorno al suo “stagno”: si teneva aggrappato alle sponde del Mediterraneo, l’unico mondo possibile e sicuramente il migliore, se un senatore greco dell’Asia Minore, nominato governatore di una località sul Danubio, mondo definito barbarico, ebbe a dire lamentandosi: “Gli abitanti conducono l’esistenza più misera di tutta l’umanità, perché non coltivano olivi e non bevono vino”.

Con l’estendersi dell’Impero romano al mondo che esisteva già da secoli sulle rive del Mediterraneo, nel II secolo d. C., è straordinaria l’ondata di vita mediterranea che rifluisce nell’entroterra arrivando più lontano di quanto non fosse mai accaduto in precedenza.

In seguito numerose civiltà, diversi assetti politici, svariati predomini si susseguirono sulle terre circondanti questo Mare fino a giungere all’evo moderno.

Sicché, attraverso secoli di storia e mutamenti politico-religiosi-culturali, è possibile ricostruire la storia di uno spazio, il “bacino mediterraneo” ovvero dei “paesi mediterranei”, spazio nel quale si sono incontrate diverse civiltà e culture nel corso del tempo, che hanno influito sulla civiltà dell’Europa intera.

Anzi, solo in esse è possibile rintracciare l’identità complessa e contraddittoria della civiltà europea fin dalle sue origini, partendo dal formarsi dei primi nuclei di civiltà, molte migliaia di anni or sono, per giungere alla sua configurazione attuale, nella convinzione che «questa vicenda millenaria possa essere compresa soltanto nel quadro più ampio del bacino mediterraneo, col suo intreccio senza eguali di culture e di fedi diverse».

La storia d’Europa è dunque una storia che si è estesa per cinque millenni.

Ma quali furono i popoli che abitarono le rive del Mar Mediterraneo?

Solitamente si distingue un Mediterraneo romano e un Mediterraneo arabico.

All’origine dello sviluppo culturale “storico” dei paesi gravitanti sul Mediterraneo romano stanno grandi movimenti etnici, cioè due grandi migrazioni di popoli, le quali hanno contribuito a conferire a questa zona geografica quella fisionomia etnica che le fu propria in tutto l’evo antico e che in parte rimane tuttora.

Queste due migrazioni sono quelle degli Arioeuropei (o Indeuropei) o semplicemente Ari, e dei Semito-Camiti: ambedue si svolgono dentro l’area fin d’allora occupata dalla razza bianca o europida e a questa razza appartengono perciò i popoli che vi partecipano.

Quando iniziò lo svolgimento di queste due grandi migrazioni, e cioè alla fine dell’età neolitica, tutto il bacino del Mediterraneo risulta occupato da una stirpe umana che una sufficiente omogeneità di caratteri fisici ci permette di designare col nome di razza mediterranea; essa si trova allora a popolare le grandi penisole e le isole dell’Europa meridionale, l’Asia Minore, la fascia costiera dell’Africa settentrionale. Quali e quanti fossero i gruppi etnici, cioè i popoli appartenenti a questa stirpe, quali lingue parlassero, come si denominassero, possiamo dire di saperlo in modo vago e generico, solo per quelle genti la cui cultura e la cui lingua non rimase troppo presto eclissata da quella di posteriori invasori del loro paese e durò tanto da lasciare sicura notizia di sé all’indagine dello storico.

Compaiono tra questi antichi popoli del Mediterraneo gli antichi Iberi, i Sardi, i Corsi e quelli che col nome di Liguri ed Elimi abitavano agli albori della storia rispettivamente gran parte dell’Italia settentrionale e la Sicilia occidentale; i quali tutti conservarono la loro cultura e la loro lingua fino alla loro latinizzazione per opera di Roma. E se di questi popoli nessuno fu creatore di una grande civiltà, un altro ve ne fu invece, il cui incivilimento progredì fino a stadi elevatissimi: il popolo dei Cretesi, cioè gli abitanti dell’isola di Creta.

A sconvolgere tale sistemazione etnica del bacino del Mediterraneo sopraggiunsero le due migrazioni sopra ricordate: prima quella dei Semiti e Camiti, poi quella degli Ari.

I nomi di Semiti e Camiti derivano dalla ben nota “tavola dei nomi” inserito nel racconto dato dalla Bibbia (Genesi, X) delle prime vicende dell’umanità dopo il diluvio: qui sono distinti i popoli discendenti da Sem da quelli discendenti da Cam e da Jafet; di qui i nome di Semiti, Camiti e Giapeti per determinati gruppi di popoli corrispondenti più o meno alla tripartizione biblica.

In epoca storica i Semiti occupano un vasto territorio dell’Asia anteriore, etnicamente e linguisticamente compatto. Si distinguono quattro gruppi che vi svilupparono successivamente le loro civiltà:

1) le stirpi assiro-babilonesi stabilite nelle valli del Tigri e dell’Eufrate

2) gli Aramei dal golfo di Alessandretta al deserto siro-arabico

3) i Cananei estesi verso la costa ad occupare le zone del Libano e dell’Antilibano, la Siria e la terra di Canaan, e distinti in Fenici, Ebrei, Ammoniti, Moabiti, Edomiti

4) gli Arabi e gli Etiopi: i primi stanziati nella penisola arabica a sud dei territori sopradescritti, i secondi formati da una migrazione del ramo meridionale degli arabi, che li condusse nel territorio dell’odierna Etiopia.

I Camiti invece li troviamo nelle regioni costiere dell’Africa settentrionale, a cominciare dall’Egitto e poi via via verso Occidente.

Da dove e quando arrivarono questi popoli nelle loro sedi storiche?

È probabile che i Semiti abbiano occupato, in un tempo più remoto, una zona dell’Asia centrale insieme coi Camiti e in prossimità delle sedi degli Indo-Europei. Da queste zone verso la fine dell’età paleolitica, i Semiti e i Camiti migrarono nelle loro più tarde sedi: i Semiti nell’Arabia e i Camiti nell’Africa settentrionale, dove rimasero durante lo svolgersi della successiva età neolitica. Nel corso del IV millennio a. C. i Semiti iniziarono il movimento migratorio verso nord, occuparono prima la Mesopotamia meridionale (o Babilonide) dove si trovarono a contatto con il popolo dei Sumeri, creatore della civiltà mesopotamica.

Col nome di Accadi, i Semiti della Babilonide soggiogarono politicamente i Sumeri, ma assorbirono gli elementi della loro superiore civiltà, a cominciare dalla scrittura cuneiforme.

Nel corso del III millennio una seconda ondata migratoria portò nella parte settentrionale della Mesopotamia il popolo degli Assiri, il quale si estese a nord tanto quanto glielo permise la resistenza delle stirpi asianiche e indoeuropee dell‘Asia minore.

Una terza ondata semitica produsse la prevalenza della cosiddetta dinastia araba (a cui appartiene il famoso Hammurapi).

Frattanto avvenivano altre migrazioni semitiche verso i territori del Libano, della Siria e della Palestina: dopo vari spostamenti che si svolsero nel terzo e nella prima metà del secondo millennio, verso il 1500 a. C. Aramei, Fenici, Ebrei ed i popoli ad essi affini si trovavano stanziati nei territori in cui presero consistenza le loro caratteristiche nazionali e in cui essi assunsero assetto politico.

La denominazione di “Indoeuropei” o “Arioeuropei” invece (o semplicemente Ari) si dà a un gruppo di popoli che parlano lingue, la cui derivazione da un unico ceppo è ormai un fatto scientificamente dimostrato. In età storica e in parte ancora oggi troviamo questi popoli distesi su alcune zone dell’Asia occidentale (India, Iran, Asia minore) e su quasi tutta l’Europa da cui cominciarono a emigrare, al tempo delle grandi scoperte geografiche, in America e in Australia.

Gli Indeuropei o Ari, dunque, costituiscono una grande famiglia linguistica, non una “RAZZA” ma piuttosto un popolo la cui sede primitiva fu probabilmente in Asia, in quelle regioni note ora con i nomi di Turkestan e di Steppa dei Kirghisi.

Caratteristiche della cultura indeuropea erano, nella lingua, l’abbondanza delle radici e la complessità della flessione nominale e verbale; nella religione, il suo progresso fino a un livello molto avanzato del deismo e forse fino all’antropomorfismo, con la concezione di un dio supremo luminoso (il Dyaus Pitar degli Indiani, identico allo Zeus dei Greci e allo Iupiter dei Latini) e di numerose altre divinità minori, quasi tutte luminose e celesti, non intimamente legate alla tribù o alla nazione, ma intese come estrinseche ad essa e universali: nei rapporti sociali, il solidissimo fondamento rappresentato dalla famiglia, su base patriarcale e sulla convivenza, in seno ad essa, di liberi e servi.

Quando intorno al 3000 a. C. gli Indoeuropei cominciarono a spostarsi dalle loro sedi primitive in cerca di altre terre avevano già conosciuto il rame, erano pastori, allevavano oltre agli animali domestici noti a quasi tutti i neolitici (bue, pecora, capra) anche il cavallo; praticavano un’agricoltura assai primitiva, sapevano filare, tessere e fabbricare vasi di argilla. Avevano doti fisiche e spirituali tali da assicurare agli Ari il dominio su tutte le altre genti che avrebbero incontrato sulla loro strada; doti che peraltro erano destinate a svilupparsi in grado diverso e a dare frutti differenti a seconda che i singoli gruppi indeuropei, separatisi e differenziatisi l’un l’altro, risentirono più o meno profondamente degli influssi del nuovo ambiente geografico in cui vennero a vivere e dell’influenza che ebbero su di essi le popolazioni con cui vennero a contatto e con cui si amalgamarono.

Alcuni gruppi di essi si spinsero verso mezzogiorno penetrando nell’India, nell’Iran, nell’Asia Minore e sovrapponendosi alle popolazioni locali.

Nell’Asia Minore gli Ari penetrarono in tre ondate successive: la prima si fuse con i precedenti abitatori non ari; la seconda, verificatasi al tempo della grande espansione indeuropea (intorno al 2000 a. C.), fu quella degli Hatti o Hittiti, che si stanziarono in quella parte dell’Asia Minore chiamata Cappadocia; la terza migrazione avviene nel 1200 a. C. circa ed è quella che portò in questa regione i Frigi, i Lidi e gli Armeni, i quali penetrarono però nell’Asia Minore dalla Penisola Balcanica attraverso gli Stretti.

Mentre le grandi ondate europee ora descritte, allargandosi verso sud-ovest, portavano nelle loro sedi definitive le popolazioni indoiraniche e gli Hittiti, altre correnti migratorie procedevano più decisamente verso Occidente, popolando gradatamente quasi tutto il continente europeo.

A questo movimento migratorio si deve lo stanziarsi nelle loro sedi storiche dei Traci, degli Illiri, dei Celti, dei Letto-Slavi, dei Germani e, particolarmente dei Greci e degli Italici, destinati, insieme con gli Hittiti e gli Indo-Irani a dar vita alle quattro più antiche civiltà ario europee. Tra esse, quella che maggiormente influì sulla creazione di un’identità europea, fu senz’altro la civiltà greco-latina, che tanto comunque deve alla composita primitiva civiltà mediterranea, soprattutto grazie all’apporto dei Cretesi prima e dei Micenei dopo.

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Mediterraneo (poesia sulla pace)

28 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

Mediterraneo

Antico e sempre vivo il mare nostrum

in onde canute e scie azzurrate di speranza

porti un messaggio di pace

vascello di amore e fratellanza

per  i popoli in cammino verso coste ospitali.

Il canto di nuove sirene addolcisca

le rivalità odiose ai seguaci

dalle attente orecchie

di Odisseo errante

e susciti il desiderio della veneranda

pace degli antichi abitatori.

Rimanga tranquillo l’animo

alle provocazioni degli uomini e

dinanzi al mercato degli Dei.

Salda la virtù esorti a superare

le paure e l’egoismo,

e siano le tue acque, o mare,

non liquida urna di ossa ma lettiga cullata

dallo sciabordio perenne delle onde.

Menzione speciale al Premio "Un messaggio per la pace"

Prima edizione 2012

indetto dall'Accademia Euromediterranea delle Arti sez. Poesia

Roma 14 aprile 2012

"per aver cantato con la soavità di un verso agile e soave il doloroso nuovo cammino di un nuovo uomo, nuovo Odisseo che cerca rifugio nella grande "madre acqua" del Mar Mediterraneo".

Claude Lorrain , Ulisse in partenza, 1646

Claude Lorrain , Ulisse in partenza, 1646

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

”I luoghi della memoria”

Adriana Pedicini

Arduino Sacco editore

Breve attimo di amore profondo, terso, senza scorie. Non era l’amore che ama se stesso nell’altro, ma il trionfo dell’anima che ama negli altri l’amore. La capacità d’amare era salva, la disponibilità ad amare totale. L’aveva scoperta – Lei – al suono dell’orchestra.

I racconti di Adriana Pedicini si snodano per antiche scale, per borghi sommessi, per pruni e rovi di campagna, fra l’odor del mosto e del pane che lievita e gonfia su tavoloni di marmo, su madie infarinate.

Alcuni sono vere e proprie novelle, come quella dell’insegnante Nives, o della gitana Josephine, altri sono ritratti, coagulate memorie di vecchi affabulanti, descrizioni vivide di figure portentose.

La superba Teresina, che ruba fiori al cimitero, col nugolo dei gatti sempre appresso, col reticolo di rughe che è il suo viso, con i lobi delle orecchie forati e penduli, con gli occhi che roteano in cerca di una sigaretta, la zingara Joshephine, nomade scalza, dalle caviglie svelte, fatte per danzare. Assunta e Concetta, signorine Felicita, nonne Speranza, sorelle Materassi di un tempo che fu, arcigne e bigotte, malevole e pignole nella loro ricerca dell’altrui imperfezione.

Adriana scrive con un linguaggio di cui si è persa la memoria, che forse si è studiato a scuola, di manzoniana e verghiana eco, con un periodare lungo, dove alcune virgole sono volutamente soppresse affinché l’aggettivazione fluisca ininterrotta.

Uno stile elegante e poeticissimo, una scrittura come ve ne sono poche, ormai.

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Ivo De Palma recita 5 poesie da Sazia di luce di Adriana Pedicini ed. Il Foglio, musiche di Carlo De Filippo

13 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Poesie di Adriana Pedicini

recitate da Ivo de Palma

musicate da Carlo De Filippo

5 poesie recitate da Ivo De Palma. Attendere tra una poesia e l'altra un breve tempo

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"L'ora della sera" di Adriana Pedicini

11 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

Si ferma il tempo

nell’ala che si stende

a sfogliare piumate ombre

sui tetti mentre in cielo

sola e lontana

posa la luna

a cui pur s’àncora il mio cuore.

Soffuso

l’eco della vita

mi ritorna e gioioso

stupore bambino

sul limitare

di giorni sconosciuti

nelle vene tremito

sul ciglio dell’ignoto

attese e desideri

sulla corda sottile

dii sogni giovanili

infranti o pronti a germogliare

da cuore saggio che oblia

con gli anni e accorto

impara a raccattare

splendidi tesori

nel ritmo di legge sovrumana

che  sveste dei respiri

ma poi di folate di luce

all’improvviso investe. .

Ammassati

nel granaio della memoria

-sedula formica-

i frustoli di un lungo faticare

della vita sicura dote

e cibo per l’anima

al tempo dei marosi.

E pur son giunti e non pochi

e ogni volta la tenue speranza

si è slabbrata in incubo.

Ogni volta non so se io viva

o sono un’altra

che ricorda il suo passato

o interpreta una parte non sua

in pirandelliano teatro. .

Non so se il sipario cali ora

ma vorrei che quest’ora

fosse segno e sintomo d’amore,

ultima battuta in forma di sorriso

aura perenne sul cammino

di chi resta.

Adriana Pedicini

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

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"la poesia: un eterno mistero" di Adriana Pedicini

8 Gennaio 2013 Con tag #poesia, #adriana pedicini

 

Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, tradotta letteralmente, significa: "Ha ottenuto un consenso unanime chi ha mescolato l'utile al dolce" (Orazio, Ars poetica, verso 343). In altre parole: "Raggiunge la perfezione chi sa unire l’utile al dilettevole”.

Con questo verso (e con quello seguente: ...lectorem delectando pariterque monendo, cioè: "...dilettando e insieme istruendo il lettore") Orazio intende assegnare alla poesia una funzione didascalica, d'insegnamento. Questo principio di poetica che Orazio fa suo è appreso dalla cultura ellenistica, sviluppatasi in un particolare momento, tanto per usare un termine moderno, di globalizzazione dei paesi grecizzati.

Ancora: “Il fine del poeta è: o giovare o dilettare o dir cose piacevoli e insieme utili alla vita. Ciò che inventa col proposito di dare piacere sia verosimile. Non pretenda la poesia che si presti fede a tutto ciò che vorrà far credere”.

“Si è fatta questione se una poesia sia lodevole per l’ingegno nativo o per l’arte. Io non vedo a che giovi lo studio senza vena, né l’ingegno senza cultura: l’una cosa ha bisogno dell’altra e vanno insieme concordi”

 

Certamente questo fine non esaurisce le infinite possibilità e le peculiarità della poesia, nonché richiama una serie di norme a cui, pur nella sua originalità, il poeta è tenuto a conformarsi.

 

“Non basta che le poesie siano belle artisticamente. Devono trascinare l’animo di chi le ascolta. La  massima parte dei poeti si lasciano attrarre dall’apparenza del giusto: per essere brevi si diventa oscuri, a chi cerca una forbita semplicità vien meno il nerbo e il sentimento, chi affetta il sublime dà nell’enfatico; chi teme guardingo la tempesta rasenta la terra, chi s’affanna a variare in modo meraviglioso e strano un soggetto per sé semplice, finisce col dipingere un delfino nei boschi, un cinghiale nel mare. Per fuggire un difetto s’incorre in un altro quando manca l’arte”.

Inoltre “Un soggetto acquisterà un’impronta personale  se non ci si perderà dietro il giro di fatti triti, aperti a tutti”.

A proposito del verso

 “Se non posso e non so conservare le funzioni assegnate ai diversi metri né il tono né il colore dei vari generi letterari perché lascio che mi dicano poeta? Perché con falso pudore preferisco ignorare piuttosto che apprendere? Consultate notte e giorno i modelli (Greci)”!

“Non tutti i critici avvertono la disarmonia del verso. Ma devo per questo scrivere a capriccio? Avrò schivato il biasimo ma non meritato la lode”.

Sì, perché anche il verso libero deve avere in sé una musicalità interiore percepibile sia dall’orecchio, sia dalla lettura.

Ma cos’è la poesia? Quale il suo status? Quali le finalita? Deve essere asservita alla morale, alla politica, alla religione, a qualunque argomento dottrinario o riguarda solo l’interiorità individuale stricto sensu?

Secondo me, qualunque sia il contenuto, l’anima individuale costituisce pur sempre un filtro, sicché non esiterei ad affermare che la poesia è storia d’anima ma anche storia d’intelletto. Anche se l’invadenza delle forme raziocinanti in seno alla poesia rischiano di operare un’azione distraente e contaminante. Ma non sempre riesce di tener distinti i due piani della coscienza con il riversare nella prosa la considerazione critica e il discorso teorico e affidando invece al verso l’introspezione personale. Una cosa del genere si può notare in Leopardi, il quale, finché al canto era riservata l’esperienza puramente sentimentale come commemorazione autobiografica, si sentiva fedele alla propria estetica, ma non c’è dubbio che con gli anni subisse una evoluzione proprio nella direzione del contenuto concettuale e raziocinante. Evoluzione già avvenuta in Dante, evoluzione di tipo intellettualistico, che implicava una rinnovata coscienza della poesia e dei suoi contenuti. Anche per Dante si trattò di passare dai temi sentimentali alle proposte dottrinarie. Col mutare della sensibilità lirica, dunque, si trasforma anche il concetto della poesia, la sua funzione nell’ambito culturale, e pertanto gli stessi valori contenutistici.

 La filosofia dell’arte, da Aristotele all’età contemporanea, ha continuamente scandagliato nei modi del fare poetico, tentando di cogliere i significati multipli e improbabili della poesia, la quale non è esprimibile con funzioni finite di parole, poiché il suo oggetto proprio è ciò che non ha un solo nome, ciò che di per sé provoca e richiede più d’una espressione, ciò che infine suscita una pluralità di forme e di pronunce.

Dunque che cos’è la poesia?

I filosofi hanno spesso preteso di risolvere la complessità della domanda all’interno di sistemi chiusi e sul piano di astratte definizioni logiche; i poeti invece hanno fatto.

In questo loro fare forse è possibile fermare l’enigma dell’arte e svelarne certi percorsi. Dalla necessità di indagare appunto sul divenire del poiein l’estetica, nell’era moderna, comincia a misurarsi con le opere, con la riflessione che gli artisti svolgono sul proprio fare. Valery riesce a pensare l’arte al di fuori degli schemi filosofici tradizionali come un gioco di metamorfosi e di trasformazioni in perenne fieri, che tende a creare un ordine artificiale e ideale per mezzo di una materia di origine ordinaria. Ma riesce soprattutto a collocare su un piano di ontologica autosufficienza ogni discorso poetico e ogni opera che vengono considerati come stadi di un lavoro che può essere quasi sempre ripreso e modificato, e questo stesso lavoro dotato di un valore proprio. Donde consegue che l’opera (la quale esige l’atto della fabbricazione) si configura fondamentalmente  come il risultato di un’azione il cui scopo finito è quello di provocare in qualcuno sviluppi infiniti, mentre l’artista è colui che giunge a possedere una conoscenza di se stesso spinta fino alla pratica e all’impiego automatico della propria personalità, della propria originalità.

poesia arte ingegno tecnica forma contenuto

poesia arte ingegno tecnica forma contenuto

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