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Laboratorio di poesia: Umberto Cerio

17 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

 

IL MIO EXODUS

Di Umberto Cerio

 

Exodus di antichi Greci cacciati

da gente violenta del Nord

nella terra di Pandione e di Egeo;

exodus dei Troiani superstiti

dalla distruzione spietata di Ilio

( compiuta da molte stirpi dei Greci)

che il pianto di Omero immortala;

exodus circolo eterno di fughe,

seminatore di morte, invocata

giustizia di uomini e donne,

conforto di vittime-padri

sicari per vendette implacabili,

per furore di sventure perenni

sei ancor oggi nel cuore del tempo.

 

Exodus della presaga Cassandra

che scova come un segugio

di Agamennone nell’infida reggia

tragiche tracce di antichi delitti

e trepida Scamandro invoca

- acqua lustrale della sua terra -

mentre in Argo sulla polvere muore

nella casa ove s’è insediato un coro

intonato e straziante, che canta la morte,*

e dove di sangue s’è ubriacato il coro

delle Erinni,* nate dal sangue di Urano

da Cronos castrato, offesi spiriti

di Giustizia per l’ara rovesciata

e di Vendetta che chiama altro sangue,

sei ancor oggi un canto straziante.

 

Exodus di Ebrei schiavi d’Egitto

che liberi si fanno nella terra

promessa attraversando il deserto

di sabbia e di sole brucianti

e il deserto della loro ragione:

eressero allora l’idolo d’oro

che li inchioda alla terra violata

persecutori ora di popoli

che giurano Giustizia e Vendetta;

exodus di Maometto a Medina,

che con la sua higra un popolo sperso

tra le onde delle dune di sabbia

plasmò nel palmo del deserto

al respiro di pazienti cammelli,

siete il coro di lunghe torture

che risuona nelle valli di morte

al lamento perpetuo delle madri.

 

Exodus afgano prima di guerre

di vendette, fuga di asini lenti

e nere masserizie, simboli d’atavica

miseria di oscuri Musulmani

ai margini del mondo

che non hanno sognato paradisi

e delizie promesse,

sei indovino di terrore

nelle ossa tremanti di fatica

e dolore della morte violenta.

Nell’oriente lontano e misterioso

in migliaia di anni

intere stirpi di eroi quotidiani

hanno forgiato arte

e cieli tersi su cime di monti

ove i morti saranno sepolti

tra macerie di frantumi e speranze

e macerie di giorni e di notti.

 

Non cresceranno mai fiori

sulla terra dove madri bendate

avranno sepolto figli massacrati

e figli sepolto padri traditi,

dove padri e figli attendono insieme

il silenzio perenne delle stelle,

l’eterno freddo della morte.

 

Non cresceranno mai alberi sacri

su pietre dove imputridito sangue

di ignari eroi senza nome

si disperde nero e aggrumato

ai rari morsi di uccelli rapaci

e corpi insepolti offerti alle fiere

nei templi del silenzio

dove l’amore è forse da tempo

solo infinita immagine vuota

negli occhi perduti tra cielo e rocce.

 

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare,

scardini porte di acciaio serrate,

sfondi soffitti e pareti di pietra,

voli negli spazi aperti del mondo
oltre le mura del dolore.

 

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore.

Mio exodus, viaggio infinito

dell’uomo sapiente e blasfemo

che torna alla terra dove nacque

- dopo oscure minacce di morte -

che sa i giorni dell’ansia bruciante

e le notti di angoscia o di attesa,

nei dubbi atroci della memoria

sei cammino ritrovato e perduto.

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

nel male più duraturo del bene,

che ora ha smarrito nella spelonca

dei giorni la ragione segreta

di questo suo lunghissimo andare.

 

*Eschilo, Agamennone, traduzione di P.P. Pasolini.

 

 

Leggere il poemetto di Ugo Cerio è come sfogliare un libro di storia. Ma è attraverso un atto di empatia che cogliamo il fil rouge che lega la composita prima parte, ricca di particolari storici e geografici, ambientali e paesaggistici, alla seconda, filosoficamente più interessante, a mio parere.

Exodus come fuga in massa di popoli, come fuga dal reale per sottrarsi al suo deludente ritmo di evenienze effimere e mutevoli, tragiche e fatali.

Nuclei fondamentali sono il dolore della separazione, la lacerazione dell’abbandono, il senso di sperdimento e infine la perdita dell’identità.

Eppure non per tutti l’esodo rappresenta ciò. Per gli Ebrei l’exodus fu ritorno alla terra promessa, per Enea fu il compimento di una profezia, non già un viaggio rinunciatario, ma un desiderio impellente di riscattare l’esistenza abbrutita dalla sconfitta per un’altra di elezione.

E ancora, exodus come stimolo alla conoscenza, come consapevole ricerca lungo le strade del mistero con l’illusione o la presunzione di penetrarlo in questa terra.

E infine l’uomo che lascia la sua terra, esplosa nei suoi valori, nelle sue formule e nelle forme interiori, vittima di soprusi e violenza, non più culla ma letto di morte per migliaia di esseri umani, molti appena affacciati alla soglia della vita. E per mano di altri esseri umani. Sicché l’esodo non è ritorno, non è viaggio, ma fuga di popoli interi che migrano, che lasciano la loro storia, la propria tradizione per trasformarsi in personaggi senza storia. E vanno alla ricerca di un’identità in un’epoca come la nostra senza più identità, ma soprattutto senza pietas.

Il naufragio di barconi stracolmi di esseri umani in fuga che troppo spesso avviene sulla rotta verso il Mediterraneo non è solo un simbolo, è l’ironia che serpeggia nel destino.

Nella seconda parte intravedo analogo e diverso tentativo di esodo, di fuga, di viaggio tra i mari del tempo per quell’appartenenza perduta. Per ritrovare se stessi nel dolore, nella preghiera, nel dialogo profondo nei fondali dell’animo, laddove non esiste finzione, dove regna il mistero, dove occorre tanta pazienza. E che in definitiva è segno d’Amore, è un atto d’Amore.

L’Amore, che realizzando il sentimento dell’umanità, crea negli uomini una condizione di perenne insoddisfazione, di assidua brama, in definitiva di costante ansietà. Una specie di sgomento che si chiama malinconia.

Malinconia che diventa l’emblema dell’uomo vero, che è speculare all’entusiasmo. Che esprime una sete di conoscenza inestinguibile, mai appagata, dando luogo spesso a sentimenti di delusione, perfino di stanchezza. Ma è proprio questa condizione che accende il desiderio.

Exodus, mio exodus terribile,

che mi dai insaziata libertà

e speranza di vivere e amare

.................................................

Exodus, oh! mio exodus

atteso una vita,

sei fuga interiore alla luce

da un oscuro ignoto,

crollo aereo che esplode nel buio

e infrange barriere del cuore...

 

Una inquietudine che non ci fa distinguere facilmente il vero, e quanto più ci mettiamo sulle sue tracce tanto più la fuga dal reale diventa una necessaria condizione. Solo in tal modo è possibile distinguere il vero dal falso e giungere alla consapevolezza che tutto ciò che appare, la vita stessa, è il sogno di un’ombra come recita Euripide in Plotino. Di qui l’arduo compito di cercare e credere in “realtà” altre, metafisiche, oltre il tangibile

 

“Quam ob rem toto illo tempore quo sublimis animus in infimo agit corpore, mentem nostram velut aegram perpetua quadam inquietudine hac et illac, rursum deorsumve iactari nec non dormitare semper et delirare Pythagorici et Platonici arbitrantur singulasque mortalium motiones actiones passiones nihil esse aliud quam vertigines aegrotantium, dormientium somnia, insanorum deliramenta, ut non iuniura Euripides hanc vitam umbrae somnium appellaverit”

 

(Plotino Teologia platonica libro XIV, cap. VIII)

 

Dunque tali fughe interiori, anzi ex interiore, non sono altro che ricerca, una sorta di arte maieutica sulla via della conoscenza e della compiutezza del destino dell’uomo.

In conclusione è questo il pathos del poema. L’andare come mezzo di conoscenza di sé e del mondo, come ricerca delle condizioni esistenziali dove si possa contemplare il mistero della vita, mentre lo si vive. Per far ciò occorre però superare l’inquietudine, non solo quella interiore, ma quella del viaggio in cui l’uomo si trova ad affrontare il tempo. O del viaggio nel quale, attraverso la memoria, l’uomo cerca la sua storia

 

Exodus, mio exodus senza fine,

errare senza sapere più dove,

viaggio che comincia alla luce

del fuoco greco e di tede augurali,

fino alle torce, alle lanterne a gas,

alle gelide lampade del neon

e al raggio tagliente del laser,

mio exodus ancora senza fine,

oh! exodus senza mai una fine,

senza vanità di gioie e speranze,

ebbrezza di avventure mai vissute,

sei la storia della vita dell’uomo,

 

 

E questo è il pathos che pervade l’intera lirica, dall’andamento a volte prosastico per la sovrabbondanza descrittiva, e per la mancanza di un labor limae efficace, che togliendo verbosità, doni un po’ piu di armonia e musicalità.

Adriana Pedicini

 

Inviate le vostre poesie a     adriana.pedicini@virgilio.it

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