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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

adriana pedicini

SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)

19 Ottobre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Nota dell’autrice

La prima sezione della silloge di poesie che hanno sottolineato e accompagnato il mio cammino in un momento difficile, intrecciandosi con scenari sociali di tristezza e disperazione, si apre e si conclude secondo una struttura ad anello con un dato olfattivo metaforico che, spontaneamente sgorgato dall’animo, ha alla fine evidenziato il sorgere della speranza nell’arco di tempo che separa le prime poesie dalle ultime.

Senso di disfacimento, di sconfitta, di nostalgia, il senso del tempo che non ritorna alberga nelle prime poesie dove mal si cela il timore dell’ignoto, della vicenda umana post mortem; la poesia “Profumo di Natale” è invece la cesura che comporta la rinascita, se non fisica, almeno spirituale che ogni evento nuovo favorisce o determina quando nuovamente si ripete carico di valore simbolico.

Se non fosse così persi sarebbero per sempre i nostri passi.

Pertanto, nella seconda sezione della silloge, il poetare trae alimento da un più fiducioso rapporto con la vita e con la natura tutta nelle varie manifestazioni; soprattutto esso è frutto della convinzione serena e consapevole che il male come il bene fanno parte della vita umana: il male anche inteso come dolore sofferenza e infine morte.

La sofferenza può essere l’inizio di un cammino nel Profondo di noi, speculare al cammino verso il Cielo, verso il livello più alto dell’umano, dove l’elemento estetico, etico, e religioso si compenetrano e si condizionano reciprocamente. Si conquisteranno allora definitivamente il Bene e il Bello, testimoniare i quali nella vita e con la vita sarà un atto di autentica Fede.

contatti per l'acquisto del libro (costo 10 euro)

adripedi@virgilio.it

Prefazione di Giuseppe Possa

Con questa feconda e sofferta raccolta lirica, Adriana Pedicini è giunta nei più remoti fondali della propria anima, per esorcizzare la disperazione che sorge nei momenti di triste sconforto, quando l’esistenza pare minata da un destino crudele: <<Oggi è paura/ il nodo che stringe la gola/ svelle le radici dei sogni/ tinge di nero la prossima alba>>.

La poetessa, però, con quella ricchezza d’aneliti che aspira al sublime, nei suoi versi armoniosi, intensi e commoventi, non si abbandona a un discorso consolatorio; si affida, invece, a una superiore speranza che la volontà o la fede spesso possono realizzare: <<Se mi abbandono a te/ la mia certezza è salda>>.

Di primo acchito, le sue liriche rievocano un mondo intimo e privato, di “silenzi inquieti” (<<…mentre sulle orme della sera/ già plana l’angoscia>>), ma a una più attenta e coinvolgente lettura ci si trova immersi in un’energia luminosa che è “afflato universale” dello spirito umano, desideroso di risorgere dagli abissi, che non rinuncia a lottare e che con grande caparbietà sa scorgere sempre uno spiraglio di luce, pure nello sconforto: <<Godo la pace/ di questo momento/ che sa d’infinito>>.

Si può, quindi, affermare che Adriana ha fatto della poesia un poderoso strumento d’analisi del mondo interiore, dei pensieri e dei sentimenti che albergano nel cuore degli uomini: un diario vero e sincero dell’animo puro di chi crede nei valori della vita e nel ricordo di un passato che non si vuole dimenticare: <<Sono qui/ attendo/ l’ultimo vagone/ da sola/ con i miei ricordi/ e una speranza>>.

A gettarla nella disperazione sono il pensiero della malattia, della consunzione e della morte (che definiscono la poetica della prima parte del volume), “mostri” che improvvisamente le si parano davanti, mentre lei si sente ancora dentro la forza e l’entusiasmo di donarsi a coloro che le stanno accanto “nel nido sicuro d’amore”: <<Non vorrei che la mano/ del destino/ assetata arpia/ mi trascinasse via/ mentre spuma di rabbia/ m’illividisce il volto>>. La realtà, in quei terribili momenti, è filtrata attraverso una lente mutata (spuntano “le polveri sottili della paura” ), fa vacillare le certezze e mette a nudo, tra l’essere e il nulla, la fragilità che accomuna tutti i viventi: <<L’anima/ affonda in sonno/ senza sogni>>, poiché si resta soli - quando si finisce “crocifissi al proprio dolore” - ad affrontare il personale destino.

A questi versi che si concretizzano con parole sovente angoscianti, colme di suggestioni e pervase da un’emotività struggente, fanno eco la passione e il desiderio, in “lampi di serene giornate”, di poter ancora amare: <<Cuore mio risorgi/ tra i chiarori di albe/ profumate di tiglio/ in questa calda estate,/ riposa all’ombra d’Amore/ senz’ombre>>.

I suadenti, armoniosi, componimenti della poetessa si snodano senza schemi prestabiliti, dando vita anche ad strazianti messaggi, scaturiti dalla propria etica interiore e da un pathos genuino, sofferente, contemplativo: <<Si attende nuovo vento/ a sparigliare/ i frustoli del male/ perché l’alba riapra/ nuova via/ a questa danza di stelle/ sulla mia malinconia>>.

Non manca <<la domanda estrema/ che fu anche la prima/ Chi siamo?>> e non mancano neppure ansiosi interrogativi (<<Dove riparerà/ l’alito divino che fu mio/ che plasmò/ il fango in anima vivente?>>) che la poetessa si pone, colta da dubbi, angosce e aspettative, pullulanti in un crogiuolo di desideri e di sogni, ora terreni ora trascendenti; quindi, conclude: <<Oggi/ ti sento/ Signore/ a me vicino/ Sei l’aria/ che respiro/ l’orizzonte/ che mi attrae/ questo cielo/ che mi abbraccia>>.

Sconfitta “la nuvola nera”, la rinascita porta l’autrice (nella seconda parte del libro) su un nuovo percorso esistenziale, in cui è ancora possibile lasciarsi affascinare dall’intima essenza della vita e del suo mistero: <<E sarà suono di violini/ nell’anima,/ fiori di pesco/ sui rami/ volo di rondini/ in cielo./ Semplicemente/ sarà/ nuova vita>>.

A questo punto le ritorna anche l’enfasi della voce che “canta” i colori della natura (<<Sono qui/ in attesa/ del profumo dei mandorli/ in fiore/ del volo garrulo/ della rondine intorno allo stagno/ del battito d’ali/ di bianche colombe/ sul ramo d’ulivo>>) e la felicità di poter continuare a vivere con chi che le sta vicino <<dove ha ancora senso/ essere uomini insieme>>. Ora, finalmente, ha di nuovo la forza per affrontare i problemi quotidiani o d’impegno sociale, come quelli di grande respiro che riguardano i bambini <<umiliati/ traditi/ violentati/ affamati/ malati/ sono tanti i bimbi infelici>> o <<i nodi stretti e violenti/ di guerre e soprusi>>.

Le illuminazioni liriche di Adriana Pedicini sono “pane spezzato di condivisione” col lettore, emozioni raffinate, semi per profonde riflessioni, in particolare quando passa da uno stato angoscioso alla fatica della speranza (<<Ho temuto/ il cedimento,/ le lacrime come pioggia/ di primavera/ mi hanno resa/ nuova>>) e, infine, alla gioia perché <<una gemma di vita e/ di speranza/ ha baluginato/ tra le ombre/ incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie/ ascose del tuo amore>>.

Concludo con un giudizio critico, sebbene diventi superfluo, perché i giudizi tendono a dare ordine e significato a un’opera che, come questa, a mio avviso, non vuole essere incasellata o spiegata, ma desidera presentarsi nella sua peculiarità e nel suo forte impatto emotivo, nella sua tensione intima, rogo continuo di riflessioni e sentimenti.

Tuttavia, la tecnica espressiva propria di Adriana Pedicini (compatta e riconoscibile nella sua individualità che ha affinato negli anni) è appropriata ai temi trattati, omogenea e ricca di spunti non solo meditativi ma pure estetici, con grande sensibilità della parola incanalata nelle sue declinazioni testimoniali e timbriche. Inoltre, forma e contenuto si coniugano in modo esemplare per la limpidezza del dettato e per il fremito, o ritmo del cuore, che ne percorre i versi compiutamente riusciti.

Chioserei sostenendo che la poetessa, ha trovato liricamente, nella sua dolorosa e sofferta esperienza, il giusto equilibrio tra la disperazione dell’essere umano, messo di fronte alla vita e alla morte, che serenamente accetta, ma non si rassegna a lasciarsi sopraffare dal male, e la felicità di ritrovarsi risanato, nel corpo e nella mente, per affrontare l’esistenza con rinnovato spirito e con un diverso ottimismo universale.

Giuseppe Possa

Finalità del libro

Raccogliere fondi per l'Associazione Komen Italia per la lotta ai tumori al seno (sede operativa nazionale via Venanzio Fortunato 55, 00136 Roma; sede legale largo Agostino Gemelli 8, 00168 Roma. www.komen.it

SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)
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EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

27 Settembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

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Viaggio senza fine racconto di Adriana Pedicini

12 Settembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

“E che ca**o!” un urlo uscì di botto dalla chiostra sconnessa dei denti anneriti dalle troppe sigarette. Un prurito enorme lo aveva costretto ad affondare le unghie indurite nella carne fino a farla sanguinare. Nel dormiveglia ancora non capiva se apparteneva al suo corpo tutto questo prurito o a quello che ormai restava del suo sarcofago. Prese una ciabatta nel vano tentativo di schiacciare qualche cimice o altro lurido insetto in agguato.

Si girò e rigirò nella brandina ed ebbe schifo del suo compagno di cella che aveva il gusto orrendo di pisciare sulle pareti tracciando chissà quali improbabili disegni. Gli disse di smettere e che usasse la latrina. Ne ebbe in risposta un calcio in bocca che gli mandò giù un incisivo già traballante nella sua sede.

Rimpianse per un attimo, come riscosso alla coscienza per una improvvisa luce, i tempi in cui ogni sera raccattava per strada cartoni abbandonati per farne il giaciglio personale da quando aveva preso a vivere in strada, lasciando la casa in cui - lo aveva capito - non c’era più disponibile per lui neppure un centimetro quadrato che non fosse occupato da lei.

Sparse a terra guepiere bordate di trine, boccette di profumo rovesciate, scarpe di ogni tipo e colore. Puzzava di marcio questa eccessiva cura di sé, questa voluttà di apparire la tigre aggressiva dal cuore tenero e compiacente. Anche perché non era lui il destinatario di tali soavità. Il colmo fu quando trovò sul suo comodino, -non capì mai se volutamente lasciata o frutto di sbadataggine- la foto di un lui in una piccola bustina di plastica con su scritto Dott. Avv. A. Z.

Una colata di emozioni rabbiose scese dentro di lui da capo a piedi per poi lasciarlo in uno stato di prostrazione indicibile. Si sentì affiorare sulla pelle il tante volte provocatoriamente sbandierato orgoglio maschile. Ne ebbe paura lui stesso, temette un gesto insano che gli potesse recare giustizia immediata, diede una testata al muro, corse in bagno mettendo la testa sotto lo scroscio gelido del rubinetto. Si guardò pietosamente allo specchio, gli passarono davanti agli occhi le immagini tutte della sua vita fino a quel momento. Trattenne con grande sforzo la voglia di urlare e di spaccare tutto, la tensione nervosa gli provocò un collasso.

La testa ancora gli girava, era pesante; riuscì tuttavia a raccogliere dentro una ragionevole decisione le sue energie residue. Senza prendere nulla, anzi lasciando persino i suoi effetti personali, si chiuse alle spalle la porta di casa avendo deciso una volta per tutte di troncare i ponti col passato. Vagava ormai senza meta come spinto da una strana forza, da una volontà ossessiva di andare via, di andare oltre, lontano. Solo un viaggio continuo e incessante l’avrebbe potuto condurre lontano da sé, dalla sua sofferenza interiore, dal suo smacco come uomo e come marito.

Quel giorno aveva preso l’ultimo treno, come ormai faceva da anni, pagando il biglietto con i pochi spiccioli raccattati all’angolo poco distante grazie all’elemosina di frettolosi e distratti passanti

Si era trovato catapultato in una grande piazza, dove un via vai di gente di diverse razze, dalle facce ebeti più della sua -pensava- non faceva altro che andare avanti e dietro come automi impazziti. Tutto quel brulicare, quel vocìo, quelle risate scomposte, quel fervore di vita gli dava ai nervi come quell’insegna di Illy-caffè che sinistramente svettava sul palazzo più alto della piazza. Non voleva vedere nessuno, voleva stare solo. Pensò di andarsi a seppellire nel sottopassaggio. Peggio. Il puzzo dell’urina che i cani leccavano come acqua pura e i resti di cibo sminuzzato che donne, uomini e bambini raccoglievano nel fondo di luride ciotole gli diedero il voltastomaco e stette ad un punto dal vomitare. Più in là corpi deturpati da antiche malattie e volti stravolti da alcol e droghe di pessima qualità creavano come una via Crucis di dannati destinati a condividere la sofferenza del Golgota tra l’indifferenza della gente comune. Molti di essi non avrebbero visto l’alba schiarire il cielo del giorno successivo.

Il vento sibilava incuneandosi nel tunnel come in una corsia preferenziale diradando almeno in parte la cappa di effluvi maleodoranti. Decise di tornare su, almeno avrebbe respirato meglio; a notte fonda sarebbero rimasti a girovagare solo i soliti bastardi in cerca di avventure o accomunati dalla voglia di fare qualche rapina -bel colpo- senza correre rischi.

Non si sarebbero curati certo di lui poveraccio senza neppure una lira.

Aveva fatto male i conti.

Seduto e poi sdraiato su una panchina ai bordi della piazza, poco a poco si era abbandonato al sonno più per la stanchezza che per il piacere di una buona dormita All’improvviso si sentì prima strattonare e poi tirare per i piedi fino al punto che di scatto si ridestò. Capì di aver occupato un posto fisso, già ricovero notturno di un giovane sbandato che dopo aver praticato i suoi riti serali andava lì a far decantare il suo sangue di tutte le tossiche sostanze, sdraiato semimorto senza un cencio che gli coprisse il corpo. E dire che l’aveva notato avanzare col passo traballante e soprattutto lentissimo, fermarsi di tanto in tanto come per dondolarsi su se stesso. Non aveva calcolato il tempo, non sapeva che, trascorsi i minuti necessari a ricoprire il breve tratto, i passi avrebbero condotto lì il giovane, proprio a quella panchina.

Trascorse il resto della notte alla meno peggio sdraiato alla stazione ferroviaria su una panchina di granito, troppo fredda e dura per un sonno ristoratore. Dormì agitando braccia e gambe in quell’improvvisato letto. Non era abituato a quelle anguste superfici. Si ritrovò a terra, la testa dolente e un sopracciglio spaccato. Ebbe un sussulto. Era stordito, non ricordava più dov’era.

Vide davanti a sé un’ombra, un’immagine strana. Non vedeva bene, forse a causa del sangue gocciolato nell’occhio. Si risedette, si rialzò mille volte. Era sconvolto, non capiva. Gli giravano gli occhi, la testa, i vagoni e i palazzi. Tutto gli sembrava mostruoso e nemico.

Soprattutto lo innervosiva il fatto che le braccia, per quanti pugni dessero all’ombra, sempre ricadevano inerti, senza riuscire a scacciarla. "Ho bisogno di muovermi” pensò, “devo andarmene di qui, non posso rimanere neppure un minuto, non posso darla vinta a questo diavolo che m’insegue”.

Per poco non si fracassò la caviglia salendo d’un balzo sul treno che si era appena avviato, un attimo prima che le porte a soffietto si sbarrassero ritraendo l’ultimo gradino.

Sedette in un angolo dello scompartimento quasi vuoto. Grondava sudore e dolore.

Il cuore era ancora pieno di amore e di donna, la sua. La mente no.

“Ca**o, perché sono su questo treno? dove va, dove vado adesso?”

Si guardò intorno; nessuno, neppure un’anima viva. Per un attimo. Di lì a poco una straniera, di pelle olivastra, dalla gonna sgargiante, coi seni costretti in una blusa troppo attillata si sedette alle sue spalle.

" Chi sarà questa baldracca", pensò. "Quasi quasi me la spasserò stasera con lei; non farà mica storie. Con quella faccia di merda avrà fatto scuola a chissà quanti giovani e deliziato chissà quanti vecchi rimbambiti". - Avrò tra le mani almeno un po’ di quello che era mio e me l’hanno scippato".

Si alzò percorrendo guardingo il breve spazio che separava le due poltrone del vagone, si sedette proteso a intessere un qualche dialogo.

Appena le fu accanto la pur non troppo linda signora si ritrasse al puzzo che l’uomo ormai emanava. Non toccava acqua da parecchio.

Il fiato fetido rantolando su dai bronchi costipati dal catrame veniva fuori con zaffate nauseabonde.

Con un ghigno malefico la donna gli ordinò di non starle addosso, di andarsi a sedere a un altro posto.

La mente andò in corto circuito. Si vide di nuovo accerchiato dal fantasma traditore, da un’ombra scura che in forma di corvo lo accompagnava svolazzando fuori dal finestrino battendo il becco contro il vetro lurido.

Non tollerò questo ennesimo affronto. Non distinguendo più tra il nero corvino dei capelli di sua moglie e il rossiccio impastato di striature bianche della sconosciuta, né ricordando più l’aspetto dell’una e dell’altra, protese il braccio sinistro e facendo una torsione del corpo la strinse alla gola fino a farle uscire gli occhi fuori dalle orbite.

Le sputò sul viso e si dannò nel tentativo di aprire le portiere del treno in corsa. All’arrivo del controllore e della polizia di bordo non seppe pronunciare una sola parola ma solo emise grugniti di rabbia e uno strano riso disperato. Non oppose resistenza, si fece stringere le manette ai polsi. Finì in carcere. Si sentiva un vincitore, aveva ormai sconfitto per sempre l’ombra che gli toglieva l’aria, la bestia rivale nera e oscura come la notte che di tanto in tanto gli faceva visita. Eppure mai come in quel momento il cielo attraverso la grata del lucernario gli sembrò piccolo e lontano. Il viaggio da sé era stato troppo breve oppure aveva sbagliato la meta. O forse il modo.

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Immagini ed emozioni dei lettori: Adriana Pedicini

9 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #adriana pedicini, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Adriana Pedicini

Cara Adriana, innanzitutto grazie per aver mandato le tue immagini. Vediamo subito come le ho percepite e cosa c’è di buono o no.

La Forza delle radici: Sicuramente l’albero è molto grande e tu volevi trasmetterci la sensazione che hai avuto osservandolo, però sei andata un po’ troppo vicina e non capisco bene se sono radici o rami, probabilmente se stavi un pochino più aperta, (più lontana o con meno zoom) riuscivo anch’io a comprendere meglio la maestosità di questo albero; in più il flash in automatico ha cancellato la suggestione che i tuoi occhi hanno così tanto apprezzato, mi spiace, sono sicurissima che era un bellissimo albero ma purtroppo non riesco a trovare quella forza che tu hai cercato di condividere.

Albero secolare: Ecco, questa immagine si che rende l’idea!!!! Bella anche la via di fuga a destra dell’immagine che dà profondità, peccato che la troppa luce a sinistra catturi eccessivamente l’attenzione, però hai allargato il campo e questa sì che dà l’idea della potenza delle radici.

Agosto 2013: Qui hai fotografato in controluce una montagna all’orizzonte, purtroppo la foschia non ti ha aiutato, ma ad Agosto non è che si può chiedere l’aria tersa. Hai preso troppo fogliame alla sinistra che incupisce un po’, ti consiglio, nelle foto di paesaggio, di utilizzare sì, un particolare in primo piano che dà profondità, ma non in modo eccessivo perché altrimenti si prende tutta l’attenzione e non lascia spazio a ciò che volevi mettere in evidenza.

Fiori di campo: Questi fiorellini sono deliziosi, io li adoro! I cespugli fioriti incolti sono difficilissimi da fotografare, perché sono adorabili a vedersi, però, proprio perché sono incolti, sono sporchi di foglie secche e fiori appassiti e l’obbiettivo non è indulgente come i nostri occhi, vede e ripropone tutti i difetti! Penso che l’orizzonte così storto sia dovuto al fatto che volevi prendere più fiori possibili … A volte è meglio prenderne meno, ridurre il campo, ma cercare di trovare la parte più pulita della pianta, rende molto di più.

Arianna sulla catasta di legna: Arianna è una bellissima bambina, ma tu hai messo a fuoco la legna!

Panorama: Classica immagine che riportiamo a casa da una vacanza e vogliamo far capire in che posto meraviglioso siamo stati … Certo, il panorama naturale è molto bello, però non è stato reso il massimo, l’errore più comune che viene fatto nelle foto di panorama è che la macchina fotografica viene tenuta leggermente rivolta verso il basso e di conseguenza il primo piano risulta essere la strada che percorrevamo a discapito della vallata. Bisogna cercare di osservare meglio ciò che viene inquadrato, con un pochino di attenzione in più si hanno subito risultati.

Adriana non ti scoraggiare, tu continua a fotografare e cerca sempre di trasmettere le tue emozioni, qualche volta ci riuscirai non troppo bene, altre molto meglio, cerca di ascoltare il tuo cuore quando guardi dentro al mirino o schermo, sarai ripagata di tutti quei click che non ti hanno soddisfatta.

la forza delle radici

la forza delle radici

albero secolare

albero secolare

agosto 2013

agosto 2013

fiori di campo

fiori di campo

Arianna sulla catasta di legna

Arianna sulla catasta di legna

Panorama

Panorama

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emozioni fotografiche di Adriana Pedicini

29 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #fotografia

Invio una foto scattata di pomeriggio due giorni orsono, non sono una esperta né ho una macchina fotografica di grande valore. Mi piace tuttavia fermare "nel tempo" gli istanti.

Complimenti per l'iniziativa

Adriana

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

la Dormiente del Sannio (massiccio Taburno-Camposauro)

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Adriana Pedicini EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI

27 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.

È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.

Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.

E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.

Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.

Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.

In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.

Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.

Quali sono le manifestazioni dell’eros?

Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.

Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)

Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)

Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)

A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;

Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).

Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)

*costellazione delle Pleiadi

Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)

Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.

Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)

Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.

Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)

Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)

In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.

Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)

Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:

chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno

e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge

eros nella lotta invincibile

I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.

Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)

Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.

a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)

Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.

Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)

Adriana Pedicini

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Adriana Pedicini commenta la "prosa poetica" di Alessandra Squaglia

18 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #L'angolo della poesia

“Ammiro le donne che diventano eroine romantiche, che lottano per le proprie idee e per i propri sentimenti, che sfidano tutto, le convenzioni, gli obblighi, i doveri..che combattono per amore, che non si arrendono, che sono capaci di fare miracoli, che superano dolori e si asciugano le lacrime mentre corrono, lavorano, vivono … le giornate piene di problemi, di impegni, di cose da risolvere ma nello stesso tempo sorridono, ridono, danno coraggio, amano, sognano … affrontano gli ostacoli, difendono sé stesse e quello in cui credono …. non si arrendono mai e sanno di potercela fare …. a volte non sanno neanche come …. ma hanno mille e infinite risorse, forza, coraggio e passione …. sanno capire, sanno perdonare, sanno che ogni rinuncia si trasforma in vittoria, sanno donare in modo incondizionato … non si aspettano nulla in cambio ma aggiungono ricchezza nel loro cuore solo per la gioia di dare … sanno che amare vuol dire crescere..e loro sono dei giganti … e lo diventano ogni giorno di più …

Ho imparato a riconoscere l’eroina che vive in me … non l’avevo mai considerata a dire il vero..poi arriva il giorno in cui ti svegli e ti accorgi che le cose che hai intorno, tutto quello che hai intorno, tutto ciò per cui sei vissuta e vivi se non ci fossi tu non esisterebbe …. sei un demiurgo..un creatore … hai poteri universali … e sei unica …. hai la capacità di creare ogni cosa che è intorno a te, e hai la forza per cambiare perché ogni giorno non è mai uguale all’altro e anche tu giorno dopo giorno ti trasformi … come una farfalla … e trasformi …. ti rinnovi sempre...non ti fermi …. sei come il vento … sai cosa trascinare via con te e cosa lasciare negli angoli … perché non serve più …

A volte diventare consapevoli fa paura … tante cose vissute fino ad un determinato momento non si accettano più … l’eroina romantica non vuole la rassegnazione, non teme la chiarezza e ama il cambiamento … cambiare vuol dire vivere …. smettere delle vesti che non ci stanno più bene …. respirare aria nuova, fresca e frizzante … le idee … quante idee e quanti sogni si realizzano! Più di quanti siamo abituati a pensare … sono le idee e i pensieri, i sogni, quelli che nascono dal nostro profondo che hanno fatto la storia, che hanno cambiato gli eventi, che cambiano la vita … sono i nostri pensieri che creano il nostro presente, il nostro futuro, la nostra storia ….

Le donne romantiche non hanno paura di pensare … di dire … sono coraggiose..non hanno paura di amare..quando amano, e lo sanno fare davvero, diventano ancora più forti … abbracciano la vita … C'è chi pensa che essere forti significhi non provare mai dolore. In realtà, le persone più forti sono quelle che non hanno paura di provarlo, di passarci attraverso, di comprenderlo e accettarlo.

E andare oltre il dolore, facendo un altro passo.

Una donna romantica è tutto questo … anzi di più..ha le ali … per raggiungere mondi infiniti e nuovi universi.”

Alessandra

Alessandra apre il suo animo in questa lunga prosa poetica.

Prosa, perché della poesia non ha il taglio più o meno breve, la sintesi o altri aspetti tecnici. Poetica perché le parole sono avvolte da un lirismo apparentemente impercettibile ma diffuso, che traccia con il tratto delicato dell’Amore la forma e la sostanza della femminilità. Non è un ritratto stereotipato di donna quello tracciato da Alessandra.

Nella prima parte certo si legge della donna eroina "da romanzo", capace di sopportare qualunque angheria, qualunque difficoltà, qualunque sacrificio, in nome dell’amore che infonde in chi ama forza e coraggio.

Poi lo sguardo cade su di sè e allora quel che è detto prima diventa vita vissuta, esperienza personale e verifica individuale dell’enorme potenza dell’amore e della capacità creativa della mente e dell’animo, quando il pensiero diventa promotore del destino nelle scelte, nelle iniziative, nella volontà di agire.

La conclusione è la summa delle lezione umana. Nulla esiste senza il dolore, ma tutto può crescere e migliorare attraverso di esso, purché il dolore venga accettato, attraversato, infine custodito non come esca alla rabbia e alla ribellione, ma come abito comune dell’umanità, espressione anch’esso di vita, di quel segmento di vita che può aprire mondi spirituali nuovi, più di quanti non ne dischiuda l’affannosa ricerca della felicità.

Adriana Pedicini

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Ricordo di Ugo Riccarelli di B.O.Severini

11 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #biagio osvaldo severini

Ricordo di Ugo Riccarelli

Premio Strega 2004

Biagio Osvaldo Severini

Ugo Riccarelli nacque nel 1954 ed è morto oggi, 22 luglio 2013. Ha vinto il Premio Strega nel 2004. Il romanzo premiato si intitolava “Il dolore perfetto”(Mondadori, 2004).

Il dolore perfetto è il dolore circolare, avvolgente, profondo, totale che invade corpo e anima e coinvolge emotività, sentimenti, ragione, sensi. Questo dolore non lascia zone d’ombra o vie di fuga. Ti scuote in tutto l’essere. E’ questo il pensiero dell’autore.

Il linguaggio del romanzo è asciutto, essenziale, concreto, aderente alla psicologia dei personaggi, al loro lavoro, al luogo dove vivono, alle idee che hanno, alla vita che conducono.

Lo stile è a volte acuminato, a volte dolce, a volte gioioso, a volte pittorico, a volte spietato.

La narrazione inizia dalle vicende esistenziali del Maestro elementare che parte da un paesino vicino a Sapri ( Salerno) e arriva in un paese della Toscana, arroccato anch’esso sopra una collina.

Siamo nell’Italia del 1861, subito dopo l’Unità. Il Maestro vuole insegnare a leggere, scrivere e far di conto a quel 95% di persone che è ancora analfabeta.

Il Maestro è anarchico ed è seguace delle idee di Carlo Pisacane che proprio a Sapri (1857) vide fallire la sua missione e vide massacrare i suoi seguaci dalle truppe borboniche: “eran trecento, giovani e forti e sono morti”, dirà il poeta risorgimentale Luigi Mercantini nella nota lirica “La spigolatrice di Sapri”.

Successivamente si incontrano altri numerosi personaggi, collegati direttamente o indirettamente agli avvenimenti della storia italiana.

La repressione operata dal generale Bava Beccaris delle agitazioni milanesi del 1898 e l’uccisione a cannonate dei popolani che chiedevano “pane!”.

E ancora, l’epidemia della “spagnola” (1918 – 1919). Non si era quasi neppure finito di contare i morti del I conflitto mondiale, che la febbre spagnola fece morire migliaia di altre persone, portando con sé anche spavento e disperazione.

L’ascesa dei fascisti al potere, anche nei piccoli Comuni, dove “le camicie nere costrinsero al silenzio gli ultimi oppositori con gli argomenti del bastone, delle minacce e delle purghe”.

E oppositori erano i socialisti, i comunisti, gli anarchici, i cattolici democratici, tutti definiti dai fascisti “traditori, cospiratori, infidi, sfasciatori dell’Italia”.

La caduta del Duce il 25 luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre dello stesso anno.

Ma soprattutto si sottolineano le atrocità dei fascisti della Repubblica Sociale di Salò (1943 – 1945) con la connessa viltà di quelli che “se ne stavano chiusi in casa a lasciar morire libertà e compassione che ormai nessuno più conosceva”.

Arriva la campagna di Russia della II guerra mondiale e la disfatta dell’esercito italiano durante la marcia della morte bianca nella steppa “impietosamente ghiacciata, sferzata da un vento polare e stretta nella morsa del gelo”.

I rari superstiti italiani sopravvissero grazie alla “umanità degli Ucraini che li accolsero in casa e li curarono”.

Può sembrare un arido libro di storia e di politica. E’, invece, un romanzo pieno di umanità che mette in evidenza le conseguenze derivanti alle persone dai grandi eventi, soprattutto conseguenze drammatiche, tragiche, dolorose, attraverso le quali passarono e passano le storie personali, le quali poi sono le uniche che contano, perché sono esse che fanno la storia con le loro sofferenze, con le loro gioie, con le loro nascite e morti, in un continuo avvicendarsi. E’ il dolore perfetto della vita, che si chiede in se stessa.

Una nota finale dello scrittore si sofferma su un episodio particolare: la visita a una macchina del moto perpetuo. Un aggeggio che individui strani, forse degli utopisti, costruiscono per dimostrare che si può arrivare al moto perpetuo, nel senso che una volta dato l’avvio ad una ruota, questa poi continua a muoversi autonomamente, senza bisogno di un motore, cioè senza consumare energie.

E’ capitato anche a me, durante la mia fanciullezza, di assistere ad un esperimento sul moto perpetuo derivante da una ruota costruita da un personaggio del paese, che quasi tutti consideravano “stranulato”, che viveva in un suo mondo fatto di utopie, ed era, forse, felice così.

Quella macchina del moto perpetuo fece percepire allo scrittore “per la prima volta il senso dell’utopia, la vidi fatta dai fili, dalle ruote e dagli snodi di quel marchingegno”. Io rimasi semplicemente sorpreso.

La macchina del moto perpetuo e’ la metafora del dolore perfetto e della felicità ricercata e trovata nell’utopia?

E’ una sintesi imperfetta di un grande romanzo e il ricordo immediato, ma sentito, di un autore dal respiro europeo, che merita di essere letto o riletto.

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Il dente da latte di Adriana Pedicini

9 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Racconto breve di Adriana Pedicini

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze. Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione. La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale. Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare. Così in un momento, senza preavviso mentre l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti. Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione. La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo al mondo di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti. Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà sa solo- dicevi! -Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

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Viaggio senza fine. Racconto di Adriana Pedicini

11 Luglio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

“E che cazzo!” un urlo uscì di botto dalla chiostra sconnessa dei denti anneriti dalle troppe sigarette. Un prurito enorme lo aveva costretto ad affondare le unghie indurite nella carne fino a farla sanguinare. Nel dormiveglia ancora non capiva se apparteneva al suo corpo tutto questo prurito o a quello che ormai restava del suo sarcofago. Prese una ciabatta nel vano tentativo di schiacciare qualche cimice o altro lurido insetto in agguato.

Si girò e rigirò nella brandina ed ebbe schifo del suo compagno di cella che aveva il gusto orrendo di pisciare sulle pareti tracciando chissà quali improbabili disegni. Gli disse di smettere e che usasse la latrina. Ne ebbe in risposta un calcio in bocca che gli mandò giù un incisivo già traballante nella sua sede.

Rimpianse per un attimo, come riscosso alla coscienza per una improvvisa luce, i tempi in cui ogni sera raccattava per strada cartoni abbandonati per farne il giaciglio personale da quando aveva preso a vivere in strada, lasciando la casa in cui - lo aveva capito - non c’era più disponibile per lui neppure un centimetro quadrato che non fosse occupato da lei.

Sparse a terra guepiere bordate di trine, boccette di profumo rovesciate, scarpe di ogni tipo e colore. Puzzava di marcio questa eccessiva cura di sé, questa voluttà di apparire la tigre aggressiva dal cuore tenero e compiacente. Anche perché non era lui il destinatario di tali soavità. Il colmo fu quando trovò sul suo comodino, - non capì mai se volutamente lasciata o frutto di sbadataggine - la foto di un lui in una piccola bustina di plastica con su scritto Dott. Avv. A. Z.

Una colata di emozioni rabbiose scese dentro di lui da capo a piedi per poi lasciarlo in uno stato di prostrazione indicibile. Si sentì affiorare sulla pelle il tante volte provocatoriamente sbandierato orgoglio maschile. Ne ebbe paura lui stesso, temette un gesto insano che gli potesse recare giustizia immediata, diede una testata al muro, corse in bagno mettendo la testa sotto lo scroscio gelido del rubinetto. Si guardò pietosamente allo specchio, gli passarono davanti agli occhi le immagini tutte della sua vita fino a quel momento. Trattenne con grande sforzo la voglia di urlare e di spaccare tutto, la tensione nervosa gli provocò un collasso.

La testa ancora gli girava, era pesante; riuscì tuttavia a raccogliere dentro una ragionevole decisione le sue energie residue. Senza prendere nulla, anzi lasciando persino i suoi effetti personali, si chiuse alle spalle la porta di casa avendo deciso una volta per tutte di troncare i ponti col passato. Vagava ormai senza meta come spinto da una strana forza, da una volontà ossessiva di andare via, di andare oltre, lontano. Solo un viaggio continuo e incessante l’avrebbe potuto condurre lontano da sé, dalla sua sofferenza interiore, dal suo smacco come uomo e come marito.

Quel giorno aveva preso l’ultimo treno, come ormai faceva da anni, pagando il biglietto con i pochi spiccioli raccattati all’angolo poco distante grazie all’elemosina di frettolosi e distratti passanti

Si era trovato catapultato in una grande piazza, dove un via vai di gente di diverse razze, dalle facce ebeti più della sua - pensava - non faceva altro che andare avanti e dietro come automi impazziti. Tutto quel brulicare, quel vocìo, quelle risate scomposte, quel fervore di vita gli dava ai nervi come quell’insegna di Illy-caffè che sinistramente svettava sul palazzo più alto della piazza. Non voleva vedere nessuno, voleva stare solo. Pensò di andarsi a seppellire nel sottopassaggio. Peggio. Il puzzo dell’urina che i cani leccavano come acqua pura e i resti di cibo sminuzzato che donne, uomini e bambini raccoglievano nel fondo di luride ciotole gli diedero il voltastomaco e stette ad un punto dal vomitare. Più in là corpi deturpati da antiche malattie e volti stravolti da alcol e droghe di pessima qualità creavano come una via Crucis di dannati destinati a condividere la sofferenza del Golgota tra l’indifferenza della gente comune. Molti di essi non avrebbero visto l’alba schiarire il cielo del giorno successivo.

Il vento sibilava incuneandosi nel tunnel come in una corsia preferenziale diradando almeno in parte la cappa di effluvi maleodoranti. Decise di tornare su, almeno avrebbe respirato meglio; a notte fonda sarebbero rimasti a girovagare solo i soliti bastardi in cerca di avventure o accomunati dalla voglia di fare qualche rapina - bel colpo - senza correre rischi.

Non si sarebbero curati certo di lui poveraccio senza neppure una lira.

Aveva fatto male i conti.

Seduto e poi sdraiato su una panchina ai bordi della piazza, poco a poco si era abbandonato al sonno più per la stanchezza che per il piacere di una buona dormita All’improvviso si sentì prima strattonare e poi tirare per i piedi fino al punto che di scatto si ridestò. Capì di aver occupato un posto fisso, già ricovero notturno di un giovane sbandato che dopo aver praticato i suoi riti serali andava lì a far decantare il suo sangue di tutte le tossiche sostanze, sdraiato semimorto senza un cencio che gli coprisse il corpo. E dire che l’aveva notato avanzare col passo traballante e soprattutto lentissimo, fermarsi di tanto in tanto come per dondolarsi su se stesso. Non aveva calcolato il tempo, non sapeva che, trascorsi i minuti necessari a ricoprire il breve tratto, i passi avrebbero condotto lì il giovane, proprio a quella panchina.

Trascorse il resto della notte alla meno peggio sdraiato alla stazione ferroviaria su una panchina di granito, troppo fredda e dura per un sonno ristoratore. Dormì agitando braccia e gambe in quell’improvvisato letto. Non era abituato a quelle anguste superfici. Si ritrovò a terra, la testa dolente e un sopracciglio spaccato. Ebbe un sussulto. Era stordito, non ricordava più dov’era.

Vide davanti a sé un’ombra, un’immagine strana. Non vedeva bene, forse a causa del sangue gocciolato nell’occhio. Si risedette, si rialzò mille volte. Era sconvolto, non capiva. Gli giravano gli occhi, la testa, i vagoni e i palazzi. Tutto gli sembrava mostruoso e nemico.

Soprattutto lo innervosiva il fatto che le braccia, per quanti pugni dessero all’ombra, sempre ricadevano inerti, senza riuscire a scacciarla. - Ho bisogno di muovermi” - pensò- “Devo andarmene di qui, non posso rimanere neppure un minuto, non posso darla vinta a questo diavolo che m’insegue”.

Per poco non si fracassò la caviglia salendo d’un balzo sul treno che si era appena avviato, un attimo prima che le porte a soffietto si sbarrassero ritraendo l’ultimo gradino.

Sedette in un angolo dello scompartimento quasi vuoto. Grondava sudore e dolore.

Il cuore era ancora pieno di amore e di donna, la sua. La mente no.

“Cazzo, perché sono su questo treno? Dove va, dove vado adesso?”

Si guardò intorno; nessuno, neppure un’anima viva. Per un attimo. Di lì a poco una straniera, di pelle olivastra, dalla gonna sgargiante, coi seni costretti in una blusa troppo attillata si sedette alle sue spalle.

- Chi sarà questa baldracca - pensò. - Quasi quasi me la spasserò stasera con lei; non farà mica storie. Con quella faccia di merda avrà fatto scuola a chissà quanti giovani e deliziato chissà quanti vecchi rimbambiti -. - Avrò tra le mani almeno un po’ di quello che era mio e me l’hanno scippato -.

Si alzò percorrendo guardingo il breve spazio che separava le due poltrone del vagone, si sedette proteso a intessere un qualche dialogo.

Appena le fu accanto la pur non troppo linda signora si ritrasse al puzzo che l’uomo ormai emanava. Non toccava acqua da parecchio.

Il fiato fetido rantolando su dai bronchi costipati dal catrame veniva fuori con zaffate nauseabonde.

Con un ghigno malefico la donna gli ordinò di non starle addosso, di andarsi a sedere a un altro posto.

La mente andò in corto circuito. Si vide di nuovo accerchiato dal fantasma traditore, da un’ombra scura che in forma di corvo lo accompagnava svolazzando fuori dal finestrino battendo il becco contro il vetro lurido.

Non tollerò questo ennesimo affronto. Non distinguendo più tra il nero corvino dei capelli di sua moglie e il rossiccio impastato di striature bianche della sconosciuta, né ricordando più l’aspetto dell’una e dell’altra, protese il braccio sinistro e facendo una torsione del corpo la strinse alla gola fino a farle uscire gli occhi fuori dalle orbite.

Le sputò sul viso e si dannò nel tentativo di aprire le portiere del treno in corsa. All’arrivo del controllore e della polizia di bordo non seppe pronunciare una sola parola ma solo emise grugniti di rabbia e uno strano riso disperato. Non oppose resistenza, si fece stringere le manette ai polsi. Finì in carcere. Si sentiva un vincitore, aveva ormai sconfitto per sempre l’ombra che gli toglieva l’aria, la bestia rivale nera e oscura come la notte che di tanto in tanto gli faceva visita. Eppure mai come in quel momento il cielo attraverso la grata del lucernario gli sembrò piccolo e lontano. Il viaggio lontano da sé era stato troppo breve oppure aveva sbagliato la meta. O forse il modo.

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