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adriana pedicini

Adriana Pedicini ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

22 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura, #biagio osvaldo severini

ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

di Biagio Osvaldo Severini

Società della conoscenza. Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita economica. Beni culturali ed economia. La cultura della criticità e il gregge. Il compito della cultura. La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali. Taglio dei fondi o caccia agli evasori? Individualismo o vita comunitaria?

Oggi viviamo nella società della “conoscenza”, dell’ “immaterialità” .

Questo significa che siamo passati dalla società industriale alla società postindustriale.

La conseguenza di questa trasformazione socioeconomica comporta un cambiamento radicale nella attività lavorativa: dalla produzione pura e semplice di “beni materiali” si passa alla produzione di “beni immateriali”; quindi, dall’impiego delle braccia come forza-lavoro alla utilizzazione delle teste “ben fatte”, dei cervelli.

Accanto all’agricoltura, accanto all’industria, anche la cultura può diventare “fruttifera”. Solo che i suoi frutti non sono patate, broccoli, olio, vino, grano, mele, cocomeri, frigoriferi, computer, telefonini e cose simili (pure importanti), bensì beni che non si toccano ma che pure esistono.

I beni immateriali, infatti, sono: la conoscenza; la comunicazione o informazione; il benessere; la qualità della vita.

Noi pensiamo che la “qualità della vita” rappresenti la caratteristica più importante dei beni materiali e immateriali, quella che tutti li contiene e li sintetizza. Già Seneca aveva affermato il principio che “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”.

Ci permettiamo di interpretare tale principio, intendendo che la semplice vita corporea da sola non è un bene; bene è invece condurre una vita caratterizzata dalla possibilità di godere, individualmente e comunitariamente, dei “frutti” della operatività manuale e intellettuale. Insomma: stare bene con se stessi e con gli altri.

Produrre beni immateriali, significa valorizzare, ad esempio, la “golden economy”, “ l’economia d’oro dei tesori culturali e ambientali”, considerarli “risorse culturali”, per trasformarli in “risorse economiche”.

I “tesori culturali e ambientali” si trovano in ogni città, in ogni paese, in ogni contrada del Mezzogiorno, del Sud, delle Zone interne.

Essi devono, però, essere portati alla luce del sole; su di essi si devono accendere i riflettori per poterli trasformare in “risorse economiche”.

Il “grado di competitività” di una Nazione, di una Regione, di una Provincia, di un Comune è, perciò, direttamente proporzionale agli investimenti in cultura.

Perché la cultura, infatti, deve essere intesa non più come un campo ristretto alle nozioni o alle teorie specialistiche, ma come orizzonte aperto alla “paideia”, ossia alla formazione della persona; alla “communis humanitas”(Luigino Bruni), ossia alla vita condotta insieme con gli altri uomini; e, infine, alla “polis”, ossia alla vita associata strutturata dalle diverse istituzioni e dai molteplici valori che la costituiscono.

Per essere ancora più chiari: più soldi si investono in “cultura”, più aumentano alcune caratteristiche positive della comunità, quali la competitività, la crescita civile, la sicurezza, la ricchezza economica.

Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita dell’economia

Le facoltà di Economia dell’Università di Torino e di Venezia hanno calcolato in proposito che:

1 euro investito in cultura ha una ricaduta sull’economia cittadina di 21 euro!

Esiste, inoltre, un nesso stretto tra sistema formativo che funziona e che affina gli strumenti cerebrali e la crescita dell’economia.

Questo nesso è spiegato in uno studio pubblicato recentemente dall’ OECD (Organization for Economic and Development), che è riuscito a “misurare” l’effetto del miglioramento delle “prestazioni” del sistema scolastico nazionale sull’economia complessiva del paese che investe nell’istruzione.

Basterebbero pochi miglioramenti nell’istruzione della media PISA ( Programme for International Student Assessment) per determinare un consistente aumento del Pil dei paesi OECD pari a una cifra di 115 mila miliardi di dollari nei prossimi venti anni.

Se poi si riuscisse a portare tutti al livello della Finlandia, che possiede il sistema scolastico migliore misurato con il PISA, l’aumento del Pil complessivo sarebbe pari a 260mila miliardi di dollari (Aldo Bassoni).

Per l’Italia, nei due casi, avremmo rispettivamente 5.223 e 18.094miliardi in più in venti anni.

Beni culturali ed economia

Il professore Severino Salvemini ( docente di Economia dei beni culturali alla Bocconi ) ha dichiarato che “l’Italia ha un patrimonio artistico unico al mondo, ma non sa sfruttarlo. E’ come se la Russia lasciasse arrugginire i suoi gasdotti, come se l’Arabia Saudita decidesse di non fare più manutenzione ai propri pozzi petroliferi. Perché il greggio sta a Riyad come il patrimonio artistico sta a Roma. Con una differenza: l’oro arabo continua a fluire verso l’Occidente, quello italiano è sempre più invisibile”.

In poche parole, bisogna ridurre la distanza tra cultura ed economia, che nel tempo si è, invece, sempre più dilatata.

Ma come va affrontato il problema dei beni culturali?

Per Salvemini la soluzione può essere trovata con due modalità diverse: in termini patrimoniali o in termini reddituali.

In termini patrimoniali “significa considerare il patrimonio dell’Italia, presidiarlo, manutenerlo, valorizzarlo. E’ la scuola di Salvatore Settis, davanti a cui io mi tolgo il cappello…”.

In termini reddituali significa che “la cultura, le arti, l’intrattenimento, i festival e tutto questo genere di cose ha delle ricadute economiche di reddito. Significa che producono occupazione, indotto, portano ricchezza perché attirano turisti, i quali migliorano il reddito degli albergatori che a loro volta fanno aumentare quello delle comunità locali”.

E continua con una considerazione psicologica: “Inoltre, e questo non è un effetto immediato ma non per questo è meno importante, produrre cultura aiuta a cambiare la testa delle persone. E questo è indispensabile, se pensiamo a quanto il mondo sta mutando velocemente”.

La cultura della criticità e il gregge

Noi aggiungiamo che “cambiare la testa delle persone” significa sviluppare la “cultura della criticità”, che ci fa vedere un mondo diverso dall’attuale, che ci spinge a non accontentarci dell’esistente, perché non è vero che, se una cosa esiste, essa è razionale e soddisfacente in assoluto.

Bertold Brecht affermava che “il mondo può essere cambiato solo da quelli a cui non piace”.

La consapevolezza della irrazionalità della situazione attuale, insoddisfacente ed insulsa, ci tiene lontani dal ridurre la nostra vita alla stregua della vita del gregge.

Friederich Nietzsche ha brillantemente descritto ciò che, durante la giornata e per tutta la sua vita, ripetitivamente e noiosamente, fa il gregge: “salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato al piolo dell’istante”.

Il gregge ignora l’ieri, l’oggi e il domani. Gli manca la prospettiva del futuro, la voglia di andare oltre, di aprirsi a nuovi orizzonti. E’ privo di libertà. E’ incapace di decidere se scegliere una via oppure l’altra, ma si lascia guidare dall’istinto, dagli ormoni, dal principio del piacere, dalla necessità di soddisfare ora e subito un bisogno biologico o fisiologico.

Per vivere “e-gregiamente”, per staccarci dal gregge, dobbiamo proiettarci nel futuro, liberandoci dalla massività delle percezioni e del presente, operando alla luce della “spes contra spem”, della speranza nonostante le avversità, dando, così, un senso alla nostra vita, perché essa in tal modo viene progettata da noi.

Purtroppo, questa capacità progettuale, che ci spinge ad operare per trasformare le cose intorno a noi, è tenue, se non manca del tutto, soprattutto in molti giovani.

Ciò, per un verso è un paradosso, perché la proiezione verso il futuro dovrebbe essere collegata strettamente alla giovane età; per un altro verso costituisce anche un danno enorme per la società, in quanto si affievolisce la spinta al cambiamento, all’innovazione, all’invenzione, alla creatività.

Il compito della cultura

Rispetto a queste crisi (economica, sociale, etica, esistenziale) che cosa può fare la cultura?

Salvemini fa notare che “puntare sulla cultura ha due vantaggi: da una parte, in un momento di smarrimento di senso, diventa un ancoraggio per la società; dall’altra, può ridare fiato ad alcune attività economiche, visto che qualcuno dovrà pur pensare a come saranno i nuovi distretti industriali”.

Per Salvemini, dunque, si tratta di collegare la cultura con le imprese, in maniera tale da spingere i dirigenti d’impresa a produrre oggetti che incorporino in sé un valore artistico. Ma per ottenere tale risultato, occorre che i dirigenti d’impresa siano formati culturalmente non in una sola disciplina, ma in diverse sezioni del sapere, per poter concentrare questo sapere polispecialistico nella produzione di un oggetto.

Certo, questo significa immettere nel mercato delle merci un prodotto di alta qualità, un oggetto d’élite.

Ma è questa produzione d’alta gamma che farà uscire l’Italia dalla crisi, sostiene Salvemini.

Per questo studioso “l’Italia che fa le fodere o i componenti del volante non ci sarà più nel 2030. Ci distingueremo per il diritto societario sofisticato o l’ideazione di certi manufatti particolari”.

Alla produzione di oggetti comuni penseranno altri popoli, quelli emergenti che, per una serie di ragioni socioeconomiche, li faranno costare di meno.

La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?

Salvemini risponde: “In Italia, assolutamente no, tant’è che abbiamo un ministero della Cultura, indipendentemente dalla situazione attuale, sganciato da quello dello Sviluppo economico. Emblematica è la dichiarazione di alcuni ministri, per i quali la “cultura non si mangia”, ma si sbagliano di grosso. La cultura dà lavoro”.

E produce anche euro, ossia ricchezza individuale e nazionale, come riportato sopra.

La tesi della improduttività della cultura è stata spesso sostenuta da classi sociali mercantileggianti, il cui pensiero si può sintetizzare nel motto latino “carmina non dant panem”, la poesia non ci procura il piatto di pasta e fagioli.

A questa tesi si riallacciano quegli studenti che sostengono: “studere, studere, post mortem quid valere?”

A cui qualche insegnante, mantenendo lo stesso stile maccheronico degli studenti, ha risposto: “no studere, no studere, ante mortem quid magnere?”

Al di fuori di questo spirito popolar-goliardico, bisogna sottolineare che molti governi , sia europei che extraeuropei, hanno capito l’importanza della cultura e dell’istruzione, soprattutto nell’attuale società, fondata sull’economia postmoderna.

In questa economia, infatti, “conterà sempre meno il valore d’uso dei prodotti e sempre più la loro valenza simbolica, il significato culturale che gli oggetti incorporano. Per produrre oggetti del genere, bisogna conoscere”, sostiene Salvemini (Espresso, novembre 2010, intervistato da Stefano Vergine).

A suo tempo l’aveva capito Obama che nel pacchetto anticrisi aveva aumentato del 30 per cento il budget annuale del “National Endowement for Arts”.

L’aveva capito Michael Bloomberg, sindaco di New York, che aveva lanciato un piano di sostegno al settore artistico che avrebbe dovuto generare un indotto di 5, 8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan.

L’aveva capito Sarkozy che aveva accresciuto del 10 per cento il contributo dello Stato francese alla cultura.

L’aveva capito la Germania che aveva aumentato le somme di denaro da destinare alla scuola, all’università, alla ricerca, alla cultura.

In Italia lo hanno capito alcuni amministratori locali. Ad esempio, il governatore della Puglia, Vendola, ha portato l “Italian Wave Love Festival” (musica rock) da Arezzo a Lecce, “perché la cultura è il destino industriale del Sud”. E’ stato assecondato in ciò dal sindaco di Lecce Perrone che ha dichiarato: “… con la cultura si mangia, perché è il comparto economico nascente”.

I nostri governanti nazionali - ci sia o no la crisi economica – invece non lo capiscono. Essi, infatti, sono sempre pronti a tagliare i fondi per le istituzioni scolastiche pubbliche e per le attività culturali in genere. Sempre guidati, consapevolmente o no, dal pregiudizio che la cultura non deve essere data a tutti e chi la vuole se la deve pagare.

E così in molte scuole pubbliche manca la carta igienica, in molte aule mancano i banchi, su molte cattedre manca l’insegnante ad inizio d’anno scolastico, si trovano classi di 40 alunni, mancano gli insegnanti di sostegno, sono state tagliate ore e materie di insegnamento, i pochi laboratori esistenti non funzionano per mancanza di personale .

Non va meglio nell’Università. In Italia - dove è stata inventata l’Università! - dobbiamo amaramente constatare che solo 1(una) Università si trova nei primi 200 posti della classifica mondiale (QS World University Rankings).

Nonostante tutto, dalle nostre Università escono spesso giovani laureati di grande valore, che, però, devono emigrare per trovare un lavoro ben retribuito.

Assistiamo, quindi, alla cosiddetta “fuga dei cervelli” che è doppiamente dannosa per il nostro Paese: spendiamo soldi per la formazione dei giovani e non ricaviamo nessun utile dalle loro capacità creative. Come dire che utilizziamo i pochi fondi messi a disposizione per arricchire gli altri Paesi!

Siamo dei grandi benefattori o degli eccezionali semplicioni (o, se preferite, minchioni) ?

Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali

A tutto questo enorme spreco di energie mentali creative si aggiunge il danno provocato dalla incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali specifiche.

Secondo i giornalisti-scrittori Rizzo e Stella ( “Vandali – L’assalto alle bellezze d’Italia”, Rizzoli, 2011 ), le gallerie d’arte inglesi “Tate Britain” hanno fatturato nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme.

A New York, inoltre, “il merchandising ha reso nel 2009 al Metrpolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola italiana, fermi a 39,7 milioni di euro. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, 3 in più di tutte le entrate di Pompei… dove i servizi aggiuntivi sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un quindicesimo che alla “Tate” e un ventisettesimo che al Metropolitan”

Un disastro, quindi, la gestione dei Beni culturali da parte dei nostri governanti! Perciò, essi non sono “fruttiferi” come in altre nazioni, dove cultura ed economia si abbracciano e prosperano.

Taglio dei fondi o caccia agli evasori?

Si dice che, quando mancano i soldi, bisogna tagliare dappertutto.

Certo, le strutture e gli Enti inutili, i corsi di laurea ridicoli, vanno eliminati. Ma questo non può bastare.

Non sarebbe più utile tagliare l’evasione fiscale, nel senso di scovare chi non paga le tasse e costringerlo a versare nelle casse dello Stato ciò che ha rubato e continua a rubare?

Teniamo presente che l’evasione fiscale in Italia si aggira sui 100 -120 miliardi di euro ogni anno, con un calcolo teorico.

La Guardia di finanza sottolinea che gli accertamenti fiscali hanno portato a questi risultati: redditi non dichiarati per 50 miliardi (46 % in più rispetto al 2009); 8.850 evasori totali per un reddito totale di circa 20 miliardi (47 % in più rispetto al 2009).

Il tutto sarebbe sufficiente per coprire tre finanziarie, senza far pagare le tasse a chi le paga sempre.

Con il recupero di questi ingenti somme di euro evase si potrebbero diminuire, quindi, di molto le tasse sugli stipendi, sui salari, sulle pensioni, sul lavoro e, nello stesso tempo, alimentare la crescita e, quindi, l’occupazione giovanile (mentre oggi la disoccupazione giovanile è salita al 30 %, ossia 30 giovani su 100 non trovano lavoro!).

L’Italia occupa il primo posto – e non è un primato di cui andare fieri! - nella speciale classifica dell’evasione fiscale in Europa: nel 2009 l’evasione fiscale italiana era del 51,1 % del reddito imponibile non dichiarato!

Con oltre metà della popolazione che non paga le tasse, il deficit dello Stato diventa sempre più pesante e rischiamo di trovarci nella stessa situazione dell’Argentina del 2002, che dichiarò fallimento, dice Marcello De Cecco, docente di economia alla Scuola Superiore di Pisa .

Per evitare il “default”, il fallimento, dobbiamo recuperare i soldi dell’evasione fiscale; dare più euro alla scuola, all’università, alla cultura, alla ricerca; tornare a crescere economicamente; puntare verso un modello di sviluppo che privilegi più i consumi collettivi che quelli privati.

Individualismo o vita comunitaria?

L’economia globalizzata, difatti, presenta questa caratteristica: spinge verso la “immunitas”, verso l’esenzione da obblighi nei confronti degli altri a danno della “communitas hominum”, della vita comunitaria, afferma Luigino Bruni (docente di Economia all’Università Bicocca di Milano).

Egli chiarisce che la “immunitas” fonda “l’etica della libera indifferenza”, per la quale ognuno tende a distaccarsi e a non entrare in rapporto con il suo simile, perché “il rapporto è pericoloso, perché il legame con l’altro non piace e può essere troppo impegnativo e doloroso… per cui c’è un ritorno al privato, al legame privatistico, e anche la famiglia è diventata una famiglia privata, non comunitaria”.

Per contrastare questa tendenza dannosa, Bruni propone di operare per una “etica comunitaria”, che dovrebbe essere diffusa attraverso “una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti, anche prendendo i giovani migliori dalle Università e mettendoli nelle aule con gli studenti, a partire dall’istruzione primaria”.

Per realizzare questo programma di una grande stagione educativa, bisognerebbe, però, investire grandi somme di denaro nell’istruzione e nella cultura, se non altro per pagare bene i migliori cervelli e attirarli nella scuola.

Soprattutto, si dovrebbe spingere l’istruzione pubblica a formare la “classe sociale della conoscenza”, la forza lavoro dei “knowledge workers”, lavoratori della conoscenza: ricercatori scientifici, progettisti, ingegneri civili, analisti di software, ricercatori biotecnologici, specialisti in pubbliche relazioni, consulenti direzionali, fiscalisti, banchieri d’affari, architetti, esperti di pianificazione, specialisti di marketing, produttori cinematografici, art director, editori, scrittori, giornalisti. E’ questo il pensiero di Jeremy Rifkin ( “La fine del lavoro”, La biblioteca di Repubblica, 2007).

Per questo economista “l’importanza della classe della conoscenza nel processo produttivo diventa sempre più grande, mentre il ruolo dei due gruppi tradizionali dell’era industriale – fornitori di capitale umano e di capitale finanziario – diventa sempre meno rilevante… i knowledge workers sono gli elementi catalizzatori della Terza rivoluzione industriale… sono i creatori della proprietà intellettuale, gli uomini e le donne le cui idee e conoscenze alimentano la società informatica”.

Ma questo da noi non si fa. Anzi, si tende a far ingrossare sempre più la categoria non qualificata dei “working poors”, non dei “poveri puri e semplici”, ma dei “lavoratori poveri” – spesso giovani e laureati - costretti a farsi sfruttare, a vivere alla giornata, a chiedere “protezione” a chi in cambio gli chiederà “fedeltà”.

Nasce, così, il sistema politico e giuridico delle disuguaglianze funzionale alla forma di governo che tende a cristallizzare, ad ingessare e a perpetuare tale situazione, per manovrare la precarietà e impedire quello che i sociologi chiamano “l’ascensore sociale”, ovvero la dinamicità delle classi sociali.

Un governo politico progressista, invece, dovrebbe occuparsi soprattutto della “crescita pubblica, senza la quale non c’è crescita civile”, sottolinea Bruni (Gli autori citati, se non diversamente indicato, si trovano in “Nuovo Consumo”, 2010).

Come si vede da queste brevi note, il tema della cultura non è un argomento che possa essere affrontato e risolto metafisicamente, librandosi nel cielo delle elucubrazioni cervellotiche ed autistiche.

Quello della cultura deve essere trattato come un problema complesso, legato com’è all’economia, all’etica, all’estetica, all’impegno politico nazionale, alla esistenza individuale, senza dimenticare i diritti universali. Bisogna, certo, soddisfare i bisogni e superare gli stati di necessità di tutti, ma rispettare anche le differenze culturali.

In una recente intervista ( “il manifesto”, marzo 2013), il grande sociologo Alain Touraine ha affermato che nella attuale crisi politica stiamo assistendo alla “centralità della dimensione culturale, etica del nostro stare insieme”. Proprio perché ci troviamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe, “l’obiettivo è costruire una “polis”, cioè una dimensione politica ancorata all’universalismo delle differenze… in modo da combinare i diritti civili, politici e sociali affermati nella modernità con la salvaguardia dei diritti delle comunità”.

L’impegno per tutti noi, dunque, dovrebbe essere quello di far rivivere quella che è la parte più nobile e civile della nostra storia e che ci ha sempre distinti nel corso dei secoli: la cultura.

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Cinque poesie di Adriana Pedicini

12 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

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Il rispetto della legge.

11 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

Nell'ultimo capitolo difensivo dell'Apologia di Socrate, il filosofo non si comporta neppure ora da imputato. Horror, direste voi! Aspettate! Anzi, quasi fosse un superiore dei suoi giudici, li invita a compiere il loro dovere, applicando la giustizia, indipendentemente da ogni altra considerazione.

Aveca detto che l'agire diversamente avrebbe guastato la reputazione di Atene; ma non si tratta solo dela reputazione, perchè, oltre ad essa, ne sarebbe andata di mezzo la giustizia. Non è giusto che l'imputato supplichi i giudici, e con le suppliche ne ottenga l'assoluzione; egli deve spiegar loro come stanno le cose.

 

 

Platone, Apologia di Socrate, Cap. XXIII e seg.

……..stimo che ilmio onore, il vostro e quello dell’intera città sarebbero compromessi se mi comportassi così alla mia età e con la reputazione che mi sono fatta, vera o falsa che sia, mache comunque presenta Socrate alla pubblica opinione come uno che si distingue in qualche cosa dalla maggior parte degli uomini. Ora se quelli tra di voi che si distinguono per sapienza, per coraggio o per qualche altra virtù si comportassero così, sarebbe certo una vergogna. E tuttavia ne ho visti molti, che pur sembravano uomini eccellenti,comportarsi davanti ai giudici in modo così sconveniente da destare meraviglia, credendo essi d’avere a soffrire chissà che cosa se morivano, come se, non condannandoli voi a morte, avessero a rimanere immortali. Costoro hanno certo disonorato la città perché hanno lasciato credere ai forestieri che in niente differiscono dalle donne

quegli uomini che in virtù dei loro meriti il popolo ateniese prepone alla magistratura e ad altri onorifici incarichi.

Non conviene dunque, o Ateniesi, fare tali cose a quanti di noi mostriamo di valere un poco, nè a voi converrebbe tollerarle se le facessimo; dovreste anzi fare chiaramente intendere che condannereste molto più gravemente colui che apparecchia tali scene pietose, rendendo ridicola la città, che non colui che mantiene un contegno dignitoso.

D’altronde, lasciando da parte la questione dell’onore, non mi sembra giusto, o Ateniesi, pregare il giudice, nè

tentare di sfuggire alla condanna con le preghiere, bensì informarlo dei fatti e persuaderlo. Giacché il giudice non

siede per amministrare secondo favore la giustizia, ma per giudicare secondo giustizia. Egli ha giurato infatti di

non favorire a suo capriccio il tale o il tal altro,ma di giudicare secondo le leggi. Non dobbiamo dunque nè abituarvi

noi a non tenere fede al giuramento, nè voi abituarvi da voi stessi; giacché non saremmo nè noi nè voi rispettosi

degli Dei.

Non vogliate dunque, o Ateniesi, che io faccia davanti a voi tali cose, che non giudico nè belle, nè giuste, nè

sante; tanto più, per Giove, che sono accusato di empietà da questo Melèto qui. Infatti, se io persuadessi voi a forza

di preghiere e facessi violenza al vostro giuramento, vi insegnerei a non credere agli Dei; e proprio nel cercare di

difendermi così mi accuserei chiaramente da me stesso, dimostrando che non credo negli Dei. Ma non è così; io

credo, o Ateniesi, negliDei, come nessuno dei miei accusatori; e lascio a voi e a Dio la cura di giudicarmi nel modo

che sarà meglio per me e per voi.

 

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Edipo nella tomba di Biagio Osvaldo Severini

10 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #biagio osvaldo severini

Ospitiamo un secondo intervento del prof. B.O.Severini. Stimato docente di Storia, Filosofia e Pedagogia, per lunghi decenni nei licei di Benevento, è un appassionato e studioso di Storia e di problemi connessi con la formazione individuale e collettiva, familiare e sociale. Si è interessato a lungo anche di politica. Attualmente è impegnato nella rivisitazione di tematiche sociali. L'ultimo articolo "Edipo nella tomba" prelude a un percorso di approfondimento in collaborazione con la prof. Adriana Pedicini, per quanto riguarda l'aspetto mitologico della figura di Edipo, e del dott. Marcello Di Pinto, psicanalista, per quanto riguarda il complesso psicanalitico, mentre lo stesso Prof. Severini illustrerà la "morte" di Edipo.

 

 

 

                                              EDIPO NELLA TOMBA

Il problema del funzionamento della libido, della sessualità,  della psicanalisi, della psichiatria, dei manicomi,dell’università, della società. Il principio di piacere contro il principio di realtà.  La Liberazione contro la Legge. Il pericolo di un  fascismo nuovo tipo.

                                         Biagio Osvaldo Severini

Ma guarda che sorpresa! Ritornano “una tomba per edipo”( “Psychanalyse e Trasnsversalitè – Essais d’analyse institutionnelle” ), e “Anti-Oedipe” ( “Capitalismo et Schizophrénie”) opere pubblicate nel 1972 in Francia (in Italia nel 1974) da Félix Guattari (psicanalista, allievo di Lacan e direttore del manicomio “aperto” di La Borde, morto nel 1992) e Gilles Deleuze (docente di filosofia a Vincennes e sociologo). Sono passati ben quaranta anni! Perché questo ritorno?

Allora, le opere furono rivoluzionarie per la psicanalisi e per la politica.

La psicanalisi classica fu investita da numerosi rilievi critici, con cui dovette fare i conti.

La politica fu sconvolta da quelle idee nuove, alla cui luce si mosse la generazione del ’77.

Oggi, alcune tesi ci sembrano ancora attuali.

Abbiamo realizzato una intervista “in-diretta” con i due autori, per verificare, insieme con i lettori, questa nostra ipotesi interpretativa.

Qual è il punto di partenza dei vostri lavori?

Deleuze. L’idea fondamentale è forse questa: l’inconscio “produce”. Dire che produce significa che bisogna smettere di trattarlo, come si è fatto finora, come una specie di teatro in cui verrebbe rappresentato un dramma privilegiato, il dramma di Edipo. Noi pensiamo che l’inconscio non sia un teatro, pensiamo piuttosto che sia un’officina… Dire che l’inconscio “produce” significa che è una specie di meccanismo che produce altri meccanismi. Vale a dire che secondo noi l’inconscio non ha niente a che fare con una rappresentazione teatrale, ma con qualcosa che potremmo definire “macchine desideranti”…. Quando noi parliamo di macchine desideranti, dell’inconscio come un meccanismo di desiderio, intendiamo dire un’altra cosa.

Che cosa intendete dire, quando parlate di desiderio?

Deleuze. Il desiderio si può comprendere soltanto a partire dalla categoria di “produzione”. Il desiderio non dipende da una mancanza, desiderare non è mancare di qualcosa, il desiderio non rinvia ad alcuna legge, il desiderio produce. Dunque, è il contrario di un teatro.

E la teoria  di Edipo che significato assume nella vostra riflessione?

Deleuze. Un’idea come quella di Edipo, della rappresentazione teatrale di Edipo, sfigura l’inconscio, non esprime nulla del desiderio. Edipo è l’effetto della repressione sociale sulla produzione desiderante. Anche a livello del bambino il desiderio non è edipico, funziona come un meccanismo, produce delle piccole macchine, stabilisce collegamenti tra le cose (es.: la produzione del latte dal seno e la bocca che interrompe tale flusso).

Possiamo affermare che nella vostra concezione il desiderio è rivoluzionario?

Il desiderio è rivoluzionario per natura, perché costruisce delle macchine capaci, inserendosi nel campo sociale, di far saltare qualcosa, di smuovere il tessuto sociale. Al contrario, la psicoanalisi tradizionale ha rovesciato tutto su una specie di teatro.. Esattamente come se si traducesse in una rappresentazione alla “Comédie francaise” qualcosa che appartiene all’uomo, all’officina, alla produzione.

E la interpretazione dei sogni e dei significati dei simboli onirici?

Deleuze. Il sistema dell’inconscio, contrariamente a quello che pensa la psicanalisi tradizionale, non significa niente. Non c’è senso, non c’è alcuna interpretazione da dare, non vuol dire niente. Il problema è di sapere come funziona l’inconscio. E’ un problema di uso delle macchine, del funzionamento delle “macchine desideranti”.

Ma che cosa sono queste “macchine desideranti”?

Deleuze. Nell’organismo ci sono diverse “macchine desideranti”: una macchina per mangiare, una macchina per respirare, una per parlare, una per defecare, una per fare l’amore, una macchina per vedere, per sentire, e così via; ognuna dà inizio ad un flusso. Questi flussi si accoppiano, si connettono, si tagliano in maniera trasversale.

Come nell’esempio del flusso del latte della mammella che viene interrotto dalla bocca del bambino che succhia?

Deleuze. Esattamente.

Ma che cosa non va nella psicoanalisi classica di Freud?

Deleuze. Partendo dallo studio delle psicosi, la nostra impressione è che la psicanalisi girava su stessa in un cerchio per così dire familiarista rappresentato da Edipo… Per quanto la psicanalisi abbia cambiato i metodi, essa finisce pur sempre per ritrovarsi sulla linea della psichiatria più classica, che ha legato fondamentalmente la follia alla famiglia… Perfino l’anti-psichiatria conserva questo riferimento follia-famiglia.

Mentre per voi?

Deleuze. Noi annotiamo che  non abbiamo mai visto un delirio schizofrenico che non sia prima di tutto razziale, razzista, politico, che non parta in tutti i sensi nella storia, che non investa le culture, che non parli di continenti, di regni, ecc. Noi diciamo che il problema del delirio non è familiare, non concerne il padre e la madre che molto secondariamente… Non ci sono deliri che non investano la storia prima di investire una specie di mamma-papà ridicoli.

Voi affermate che le persone che operano nel campo delle scienze umane e nel campo politico dovrebbero “schizofrenizzarsi”, dovrebbero mettere in discussione la cultura tradizionale.

In che senso?

Guattari. Di fronte ai problemi della società odierna bisogna porsi in una situazione di rimessa in causa della cultura tradizionale divisa, diciamo, tra le scienze umane, la scienza, lo scientismo e la responsabilità politica…Finora, ci si è accontentati di una specie di autonomismo delle diverse discipline. Gli psicanalisti hanno la loro batteria da cucina, i politici la loro, e via dicendo… Dopo il maggio ’68 è importante e necessaria una revisione di questa separazione… Se si resta all’idea che le cose sono separate, che ciascuno è uno specialista e deve portare avanti i suoi studi rimanendo nel suo angolo, si verificheranno delle esplosioni nel mondo che sfuggiranno completamente alla comprensione sia dei politici sia delle descrizioni antropologiche. Bisogna rimettere in causa la divisione dei campi e l’auto-soddisfazione degli specialisti isolati.

Quale potrebbe essere la scienza dell’uomo per eccellenza?

Deleuze. Il fatto è che troppe scienze vorrebbero avere questo ruolo.. Il problema non è di sapere quale sarà la scienza dell’uomo per eccellenza. Il problema è di sapere in che modo si raggrupperanno un certo numero di “macchine” dotate di una possibilità rivoluzionaria.. Per esempio, la macchina letteraria, la macchina psicanalitica, le macchine politiche. O troveranno un punto di congiungimento, come hanno già fatto fino ad ora in un certo sistema di adattamento ai regimi capitalistici, o troveranno una unità dirompente in un uso rivoluzionario. Non bisogna, dunque, porre il problema in termini di primato, ma in termini di uso, di utilizzazione.

Perché mettete in rapporto il capitalismo con la schizofrenia?

Guattari. Per sottolineare gli estremi… Il capitale e poi, all’altro estremo, o meglio, a un altro polo di non senso, la follia e nella follia precisamente la schizofrenia. Ci è sembrato che questi due poli nella loro comune tangente di non senso abbiano un rapporto. Non soltanto un rapporto contingente per cui si può affermare che la società moderna rende la gente pazza. Ma assai più di questo: per rendere conto dell’alienazione, della repressione subita dall’individuo preso nel sistema capitalista, e per intendere il vero significato della politica di appropriazione del plus-valore, dobbiamo mettere in gioco dei concetti che sono gli stessi cui si deve ricorrere per interpretare la schizofrenia.

Ma perché la psicanalisi tradizionale non è utile a capire la schizofrenia?

Guattari. Il movimento psicanalitico si è organizzato sulla base di una rottura completa tra le formazioni sociali e le formazioni inconsce, ha operato una separazione radicale tra ciò che avviene nella lotta politica e sociale e ciò che avviene nella “vita privata”, nella coppia, nel bambino, ecc… Gli psicanalisti hanno considerato che il sociale non è il loro problema e i politici che l’economia del desiderio non era il loro. Finalmente sono diventati complici gli uni degli altri.

 

 

Voi accusate anche il movimento operaio?

Guattari. Certo! I tenutari del movimento operaio sono d’accordo ora di occuparsi della famiglia e del desiderio, nella misura in cui non si tratta che di oggetti istituzionali sterilizzati: la qualità della vita e altre fesserie. Ma quando di tratta di occuparsi di altri oggetti portatori di dinamite – l’omosessualità, la delinquenza, l’aborto – ci si affida ai poliziotti. Va bene occuparsi dei problemi della coppia, della donna, degli alloggi, degli inquilini, ma non proprio dei problemi libido-rivoluzionari. Da parte loro gli psicanalisti vogliono occuparsi delle formazioni sociali ma alla condizione dichiarata che non si metteranno assolutamente in causa lo statuto della famiglia, della scuola, ecc.

Che cosa bisogna fare, dunque?

Guattari. Non si tratta di fare una lotta particolare nelle fabbriche con gli operai, un’altra negli ospedali con i malati, un’altra nelle università con gli studenti, ecc…Bisogna mettere in discussione questa concezione. La questione non è di sapere come, attualmente, si potrebbe modificare della psichiatria, della psicanalisi, l’atteggiamento dei gruppi di malati, o dei professori e degli studenti, ma più fondamentalmente come funziona la società per la quale si arriva ad una situazione come questa. E’ esattamente come per il nazismo: la questione non è di sapere come si sarebbero potuti migliorare i campi di concentramento, ma cosa aveva portato alla loro esistenza.

Ma, distruggendo l’Edipo, il Super-io, il triangolo edipico, non rischiate di non capire la formazione delle nevrosi, delle psicosi, della schizofrenia, della teoria e della pratica di Freud?

Guattari. Bisogna dire che Freud non ha capito molto della schizofrenia… Egli era fondamentalmente ostile alla psicosi. La psicosi e la rivoluzione sono stati due oggetti tabù. La normalità era identificata alla accettazione di vivere in famiglia. Il freudismo si è costruito fin dalle origini sulla visione dell’uomo in famiglia. Freud disprezzava il delirio e anche le donne. La sua rappresentazione della sessualità e della società è completamente fallocentrica, come direbbero le femministe.

Eppure, la psicanalisi funziona bene nell’attuale società!

Guattari. Certo che funziona bene, ed è ciò che la rende così pericolosa. E’ per eccellenza la droga capitalistica… Per il capitalismo ha la funzione di religione di ricambio. La sua funzione è di adattare la repressione, di personalizzarla, come si dice delle auto. Il peccato e la confessione non funzionano più come una volta… non basta più denunciare la psicanalisi, bisogna sostituirla.

Il complesso di Edipo è lo stesso in tutte le situazioni e in ogni tipo di struttura sociale?

Guattari. Per gli psicanalisti tradizionali è sempre lo stesso padre e sempre la stessa madre, sempre lo stesso triangolo… Ma non esiste una struttura universale nello spirito umano!

Voi opponete alla psicanalisi tradizionale la schizo-analisi. Che cosa è questa schizo-analisi?

Guattari. La schizo-analisi si congiunge alla lotta rivoluzionaria in quanto si sforza di liberare i flussi, di far saltare i catenacci, le assiomatiche del capitalismo, le sovra codificazioni del Super-io, ecc…

Avete fiducia in un riformismo graduale della psicanalisi o in che altro?

Sono tanto contro l’illusione di una trasformazione a poco a poco della società, quanto credo che i tentativi microscopici di comunità, di gruppo analitico tra militanti, organizzazione di un nido in una facoltà, ecc… siano fondamentalmente necessari. E’ facendo dei piccoli tentativi come questo che un bel giorno si scatenerà un’esperienza come quella del maggio ’68!

Poi, però, nel 1972 confessate di aver provato un certo smarrimento davanti alla svolta che avevano preso gli avvenimenti del maggio ’68. Perché?

Guattari. Noi facciamo parte di una generazione la cui coscienza politica è nata nell’entusiasmo e dall’ingenuità della Liberazione, con la sua mitologia che scongiurava il fascismo. E le questioni lasciate in sospeso da quell’altra rivoluzione abortita che fu il maggio ’68 si sono sviluppate per noi secondo un contrappunto che diventa tanto più angoscioso in quanto noi ci preoccupiamo, come molti altri, del futuro che ci si prepara e che potrebbe cantare gli inni di un fascismo nuovo tipo da far rimpiangere quello del tempo antico.

 

La psicanalisi ha, in certo qual modo, tentato di spiegare il fascismo. Che ne pensate?

Deleuze. La psicanalisi, è vero, ha sfiorato per un attimo questo campo, ma le sue spiegazioni del fascismo sono ridicole, in quanto fa derivare tutto dalle immagini del padre e della madre, o dai significati familiaristi e pii come il nome del Padre. E’ certo che la psicanalisi tranquillizza, consola, ci insegna le rassegnazioni, con cui noi possiamo vivere. Ma noi diciamo che ha usurpato la sua reputazione di promuovere o anche di partecipare ad una effettiva liberazione. Essa ha schiacciato ogni dimensione politica ed economica della libido in un codice conformista… Ciò che noi tentiamo è mettere la libido in relazione con un “fuori”… noi proponiamo una concezione positiva del desiderio come desiderio che produce, non desiderio che manca.

   

Nell’opera “Millepiani” (pubblicata dieci anni dopo l’”Anti-Edipo”) i due autori ritornano sull’opposizione tra Desiderio e Legge con una precisazione che avrebbe dovuto essere presa più sul serio, sottolinea Massimo Recalcati nella sua riflessione sull’argomento ( “ la Repubblica”, novembre 2012). Il quale fa notare che gli stessi Deleuze e Guattari mettono in guardia contro il pericolo insidioso che permea la stessa teoria del desiderio come flusso infinito, come “linea di fuga”che oltrepassa costantemente il limite. Il pericolo è questo: la “linea di fuga” potrebbe convertirsi in “distruzione, abolizione pura e semplice, passione d’abolizione”. Attenzione, quindi, che questa “linea di fuga”, che rigetta il limite, non si trasformi in “linea di Morte”!

Si può riflettere su questi argomenti? O si deve rigettare in blocco il tutto come un corpo estraneo alla cultura?

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Due poesie tratte dalla silloge Noemàtia, di Adriana Pedicini

28 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

due poesie tratte dalla silloge Noemàtia (termine greco classico che significa piccoli pensieri)

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POESIA E POLITICA GLI “ ULTIMI VERSI” di GIOVANNI RABONI

20 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #poesia, #biagio osvaldo severini

di Biagio Osvaldo Severini

Il cavalier Menzogna e il trionfo dell'Impudenza, della Volgarità, dell’Arroganza, dell’Ignoranza, del Malaffare, dell’Impunità.

Stamattina, per caso, mi sono ricordato di alcuni versi poetici letti qualche anno addietro e li ho trovati subito illuminanti per capire la concitata situazione politica che stiamo vivendo.

Parlo degli "Ultimi versi" di Giovanni Raboni, scritti sì tra il 2002 e il 2004, ma di una attualità sconvolgente, segno che nulla è cambiato nella scena elettorale.

Questi versi sono la reazione feroce, precisa, chiara del grande poeta, che non vive nel mondo incolore, indistinto della contemplazione, dove non ci sono nuvole e tutto è dominato dall’atmosfera dei “tarallucci e vino”, ma vive in mezzo alla gente e si interessa della vita politica, civile, sociale italiana contemporanea.

È il classico esempio dell'intellettuale "engagé", impegnato (per certi aspetti ci fa venire in mente il francese Jean Paul Sartre della Resistenza, ma anche i nostri Pier Paolo Pasolini e don Milani, pur nella diversità delle attività), che non teme di sporcarsi le mani, di prendere posizione netta contro un certo modo aberrante di concepire e attuare il governo del Paese, e di schierarsi, di conseguenza, a favore di una composita formazione politica e partitica da lui ritenuta più idonea a tutelare la vita democratica dell'Italia. Perché Giovanni Raboni è anche un poeta civile.

Scrive, a tal proposito, i "Trionfi" e le "Canzoni" che fotografano con amarezza, vivacità, immediatezza e acutezza di analisi le condizioni degradate della quotidianità.

La sua raccolta si apre con un "Brindisi elettorale" che tratteggia sinteticamente il paesaggio politico attuale, illuminato da una luce livida: "voto a voto vadano astuzia e crimine / convincendo i semplici a farsi complici / fin quando al mercatino dello scibile / l'abuso non sia abicì, norma il libito."

Le parole usate sapientemente chiariscono e affrescano la trama del tessuto sociale: astuzia, crimine, semplici, complici, mercatino, abuso, libito (capriccio, istinto). Sono tutti concetti che evidenziano una realtà comunitaria fatta di relazioni negative, di disvalori.

Nei "Trionfi" i disvalori sono quelli dell' "Impudenza", della "Volgarità", dell' "Arroganza", dell' "Ignoranza", del "Malaffare", dell' "Impunità".

Il protagonista principale, anzi supremo di questi "Trionfi" è "il cavalier Menzogna", dalla "facciata di gomma o plastica che gli serve da faccia", che regala "una montagna di orologi / e bracciali firmati / delle più famose gioiellerie…a sudditi e compari…con pacche sulle spalle…mentre si gongola nella villa inaccessibile in compagnia dei grandi della terra".

Nel trionfo dell'ignoranza l'unica cosa da notare è "l'invisibile bravura /con la quale il Menzogna /e i suoi spacciatori mediatici / immettono da vent'anni ogni giorno / nelle vene dei sudditi / micidiali microdosi d'oblio."

Lo scopo è quello di annullare la memoria storica, per negare tutte le nefandezze del passato e presentarsi sulla scena politica con una veste candida, immacolata, spacciandosi per “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”( ci perdoni Manzoni!), con una faccia tosta straordinaria.

In questo modo si può diffondere il revisionismo e il negazionismo con cui gonfiare "un fiume di denaro sporco/…riciclato in isole lontane" che fa galleggiare "pregiudicati e delinquenti / d'ogni risma e colore."

Il "Menzogna" vuole rifare l'Italia con questi famigerati compagni di viaggio, ai quali di tanto in tanto "impartisce reprimende", estendendole anche agli avversari, spiegando loro "che ricevuta la prescritta unzione / uno (uno, s'intende, come lui) / diventa ipso facto padrone / come se si trattasse d'una villa", dimenticando volutamente, o con un delirio d'onnipotenza, che l'Italia non è di proprietà di un singolo, ma è la patria pubblica di tutti gli Italiani.

Ma questa paura nei confronti del cavalier Menzogna è diventata una ossessione, si dirà!

Raboni risponde: "Certo che lo è. / Come potrebbe non ossessionarci / la continua reiterazione / degli stereotipi più osceni, / l'alluvione di falsità e soprusi, / la suprema pornografia / dell'astuzia fatta oggetto di culto, / della prepotenza fatta valore, / della spudoratezza fatta icona?…a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l'incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c'è la storia che ci resta…"

E anche qui le parole colpiscono la mente e scolpiscono una brutale realtà: stereotipi osceni; alluvione di falsità e soprusi; pornografia dell'astuzia; prepotenza fatta valore; spudoratezza fatta icona. Tutte queste porcherie vengono, insomma, trasformate in immagini da venerare, in valori da imitare, diventano, cioè, la religione e l'educazione della gioventù!

Da quanto tempo è iniziata questa "nuova era della nostra tragicomica storia?"

Raboni cerca di fare il conto, ma non sa se partire dalla discesa in campo, dall'ascesa al trono, dalla prima vittoria elettorale, dall'ultima; " o sarà invece il caso / d'andare più indietro, molto più indietro, / per esempio all'ingresso nella loggia o a quando la coscienza del paese / ha cominciato a modellarsi / sui palinsesti di canale cinque? / Sarebbe già più d'un ventennio, allora, / più d'un ventennio… "

E, quindi, "bisognerà riabituarsi / a contarli per numeri romani…/ gli anni che son passati…"

Chiaramente il poeta fa riferimento al primo ventennio fascista, quello del cavaliere Benito Mussolini, che contava gli anni così: I, II, III, IV e così via, dell'Era Fascista.

Qualcuno a Raboni ha avuto il coraggio di chiedere d'essere più pacato, più costruttivo "d'avere più distacco, più ironia…"

Il poeta grandemente indignato risponde: "si distruggono vite, / si distruggono posti di lavoro, / si distrugge la giustizia, il decoro / della convivenza civile. / E intanto l'imprenditore del nulla, / il venditore d'aria fritta, / forte coi miserabili / delle sue inindagabili ricchezze, / sorride a tutto schermo / negando ogni evidenza, promettendo / il già invano promesso e l'impossibile, / spacciando per paterno / il suo osceno frasario da piazzista. / Mai così in basso, così simile / (non solo dirlo, anche pensarlo duole) / alle odiose caricature / che da sempre ci infangano e sfigurano…/ Anche altrove, lo so, / si santifica il crimine, anche altrove / si celebrano i riti / del privilegio e dell'impunità / trasformati in dottrina dello stato. / Ma solo a noi…è toccata, con il danno, la beffa, / una farsa in aggiunta alla sventura."

Come si può essere pacati, di fronte a tanto degrado morale?

Come si può accettare di trasformare la cultura "in qualcosa in più da smerciare, da investire, da far fruttare" nel corso della vita?

Per Raboni la gioia più pura, più sottile, più perfetta è quella che consiste nell' "accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili", derivanti dalla lettura, ben diversi dai buoni fruttiferi e dai beni immobili, derivanti dal commercio, da lasciare in eredità con atto notarile.

Ecco la differenza che il poeta - uno dei più grandi del nostro ultimo Novecento - vuole rimarcare tra la vera cultura e il desiderio di ammassare sempre più "robe", tra la nobiltà della mente e la materialità delle cose, tra l'altruismo e l'egoismo, tra la socialità e l'individualismo, tra l'essere e l'avere.

Lettura rapida, ma che subito fa nascere sentimenti di amore o di odio, di approvazione incondizionata o di condanna senza appello, che ti pone, comunque, di fronte alla scelta di aderire alle tesi sostenute dal poeta, perché rispondono al tuo sentire, o di rifiutarle, considerandole solo bassa e biliosa propaganda politica.

Questi versi, però, non ti lasciano indifferente e ti forzano a stare dall'una o dall'altra parte: l' "aut-aut"di kiekegaardiana memoria; o di qua o di là, "tertium non datur", nel senso che ci sono alcuni diritti costituzionali , fondanti la vita democratica, che vanno o accettati o rinnegati, e l'una scelta esclude l'altra.

D’altra parte lo stesso Raboni ci indica la strada più semplice da seguire per operare la scelta, senza ricorrere a inutili elucubrazioni intellettuali: “È vero, / la sinistra non c’è più, / c’è un profluvio di destre / d’ogni tipo, formato e sfumatura / e in tanta oscena abbondanza decidere / sarebbe a dir poco difficile / se spuntato verso il crepuscolo / dalla verminosa fermentazione / dei rimasugli della guerra fredda / e dei rifiuti dell’ancien régime / a capo di una non ci fosse lui, / il palazzinaro centuplicato / da venerabili benevolenze, / l’imbroglione da mercato rionale / trasformato a furor di video / in unto del Signore. / Finché, mi dico, Dio ce lo conserva / e i suoi squadristi in doppiopetto o blazer / ce lo lasciano fare / sapremo sempre contro chi votare.”

Al cittadino, quindi, la responsabilità della scelta, tenendo ben presente, comunque, che “ a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l’incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c’è la storia che ci resta...”, è l’avvertimento dell’angosciato Raboni.

(Giovanni Raboni è morto il 16 settembre 2004, all'età di settantadue anni. Questi "Ultimi versi" sono stati pubblicati postumi, da Garzanti, per volontà della compagna Patrizia Valduga, che chiude la pubblicazione con una sua personale postfazione poetica).

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Poesia per i naufraghi di settembre 2012

18 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

Carico 
di membra fantasma
al fondo della chiglia,
occhi fissi come fari penetrano
il buio indistinto che leviga scogli
sbattuti dal lamento di lacrime perse 
e di persa speranza
se appena più forte
il flutto si abbatte
come ala di nero destino.
Non come chi la vita ogni giorno 
l’inventa o la sciupa
nel tranquillo bisogno.
Ma come nasce ogni volta
chi supera i nodi stretti e violenti
di guerre e soprusi.

Il vento ha spirato più forte.
Di cento che erano
solo cinquanta hanno visto la riva
e degli altri la morte.

6/9/2012

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L'arte di raccontare: gli archetipi culturali della novella

18 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

 

 

 

 
La lettura dei racconti contenuti in opere letterarie del mondo classico di più ampia e complessa struttura è il frutto di un lavoro di ricerca attraverso il quale si possono cogliere tipologie narrative identiche, sebbene in contesti letterari diversi tra loro, volte al fine di sbigottire ma anche di comunicare messaggi di verità che riguardano i comportamenti umani o le caratteristiche specifiche di una determinata società.

Attraverso esse è possibile individuare la genesi o il terreno da cui sono provenute le opere di Autori italiani o stranieri particolarmente impegnati nell'arte del racconto, nonché tanta parte dei film d'avventura.

 





Gli educatori antichi sapevano bene che il meraviglioso è un’esca potente per stimolare l’apprendimento: ”È gradevole ciò che è nuovo e che prima non si sapeva… Quando poi vi si aggiungano il meraviglioso e il portentoso, questi accrescono il piacere, che è appunto la formula magica dell’apprendimento…”.

(A.Stramaglia, Res inauditae, incredulae. Storie di fantasmi nel mondo greco-latino, levante editori, 1999, p.87).

Oggi i ragazzi conoscono spettri, fantasmi e simili attraverso il cinema (cfr. Ghostbusters ecc.), il teatro, il romanzo nero, le narrazioni di Poe, le leggende concernenti i castelli scozzesi, inglesi ecc. Ma nell'antica Roma agli spettri e simili si è creduto davvero. E tra le credenze paurose c'erano anche quelle riguardanti i lupi mannari e le streghe. Alcuni uomini, infatti, -si credeva- , avevano il potere di trasformarsi in lupo (versipelles); andavano in giro come veri lupi ad assaltare gli ovili nella notte; poi riprendevano la forma umana. Se in quelle loro azioni bestiali venivano feriti, rimaneva nell'uomo la ferita inferta al corpo del lupo. Ugualmente si credeva che certe vecchie conoscessero l'arte di trasformarsi in uccelli; messe le ali, svolazzavano malefiche nelle tenebre. Probabilmente questi racconti rispetto a certe storie dell'horror moderno fanno sorridere, ma la suggestione che tuttavia producono è notevole grazie all'impiego di un linguaggio pirotecnico in cui c'è una sapiente mescolanza di neologismi, termini onomatopeici, nonché vocaboli che in quanto espressione del sermo plebeius, cioè della lingua in cui si esprimeva l'uomo della strada, della taverna ecc., sono ravvisabili ancora oggi nel dialetto campano (es. vicus angustus nel senso di vicolo stretto attestato con leggera variazione della desinenza nel nostro dialetto).

Lo stesso Apuleio dice ad apertura di libro: ”In stile milesio voglio, per te, lettore, intrecciar varie favole e col dolce mormorio del mio narrare, carezzar le tue benevole orecchie… Avrai da stupirti, ché si tratterà delle persone e delle sorti d’uomini cangiati in altre figure, i quali con alterna vicenda ritorneranno nuovamente nella forma primitiva.” (Metamorfosi I,1 trad. C. Annaratone).



Sicché i lettori sono guidati, attraverso la lettura filologica dei testi scelti, a cogliere la corrispondenza tra lingua e significato, tra registro linguistico e funzione psicagogica della parola scritta, tutto nel piacevole ascolto di avventure mirabolanti che corrono lungo le strade della magia e della stregoneria, che costituiscono l’humus dove affondano le radici tante leggende della nostra terra riguardo a streghe e fattucchiere.

Inoltre attraverso tali racconti è possibile stimolare la curiosità verso una stagione della civiltà umana eccezionale in tutti i campi, una civiltà che è la nostra radice e la struttura profonda del presente.

Il lupo mannaro

Il lupo mannaro

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I MITI DEL MEDITERRANEO

7 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

I miti del Mediterraneo

 

Il presente col suo pesante bagaglio (minacce di guerra, guerre in atto, profughi, esiliati,  condizione dell’extracomunitario, donne tradite e violentate, bambini vilipesi) rispecchiandosi nei drammi del passato, può trovare nel racconto degli anziani l’anello di congiunzione sulle tematiche in questione e i giovani grazie sia all’autorità dei testi classici, sia al racconto (storia, favola, leggenda) spesso vibrante di emozionanti ricordi di chi ha vissuto in prima persona esperienze dolorose potranno trovare nella “memoria” appunto, se non la soluzione ai loro interrogativi, almeno una spinta a far meglio.

Ma più di ogni altro oggi è gravemente presente, anche nel nostro Paese, il fenomeno degli immigrati, una moltitudine di persone che per vari motivi abbandonano il loro paese d’origine e cercano una vita migliore altrove solcando le onde del Mediterraneo. Non sempre trovano accoglienza, non sempre raggiungono altre terre dove vivere e lì fondare casa, famiglia, futuro.

Non sempre si ravvisano in questi popoli in movimento i segni del nostro passato.

A questo punto ci soccorre il mito: il mito è la memoria, il riferimento unico quando si voglia scoprire il senso delle radici, come senso di appartenenza. Ma il mito è anche favola dalle valenze simboliche e sacrali. Il mito è la speranza che si tramuta in sogno, è il sogno che perpetua la speranza. Il mito permette di andare oltre la cronaca, di superare le barriere del Tempo, costruendo un bagaglio di ricordi che costituiscono la memoria storica, senza la quale non solo non è l’uomo, ma neppure una società, un popolo.

L’andare verso terre è penetrare il senso della storia. Una storia che si raccoglie appunto nella nostalgia perché è fatta di mito, di simboli, di echi. E di quel mondo noi abbiamo raccolto i profili, il sentimento del destino, il sacro e le proiezioni della divinità, l’amore e l’eros, l’eroismo, l’attesa. Si tratta solo di riconoscersi in esso.

 

Forse la perdita di senso dell’età contemporanea è anche nello smarrimento delle radici primordiali a cui la vita tende. I conflitti che agitano l’uomo contemporaneo forse dipendono anche dalla perdita della fantasia, quella che sconfigge la storia e quindi la morte, creando personaggi e racconti nella favola, che, proprio perché tale, ritorna sempre nel suo tessuto poetico, passando di generazione in generazione e coltivando così la memoria.

Pertanto solo attraverso il recupero di una dimensione mitica si può penetrare la crisi dell’uomo e superarla. Perché il mito è oltre la storia, è la sacralità che vive il tempo abbandonandolo e ritrovandolo. Non può esserci memoria senza mito. I popoli e gli uomini si ritrovano allora soltanto nella memoria.

Questo è vero per ogni latitudine, dovunque ci sia un territorio da dove uomini e donne sono partiti, lasciando lì le loro radici per piantare germogli altrove. Spesso il percorso lungo il quale interi popoli si sono mossi è stato un percorso di acqua, di fiumi, più spesso di mari.

Anche il Mediterraneo è stato ad un tempo elemento di approdo e di partenza. Il Mediterraneo non solo viaggio; soprattutto attesa.

Il Mediterraneo ha conosciuto e conosce tuttora l’incontro e lo scontro tra civiltà. Il Mediterraneo antico fu greco, fenicio-punico, romano. Tutto un mondo arabo si trovò a fare i conti con diverse identità. Bisogna saper cogliere quella eredità: un’eredità la cui chiave di lettura è nell’interpretazione dei miti, che ci raccontano delle avventure dei popoli.

E il mito mediterraneo per eccellenza è quello di Ulisse, seguito da quello di Enea. Il loro viaggio si compie per mare, esso rappresenta il futuro. Entrambi gli eroi hanno in comune l’esperienza di navigazione, dei ritorni avventurosi e delle sofferenze sia di chi anela a ritornare nella propria patria lontana, sia di chi, sopravvissuto alla guerra, desidera trasmigrare in nuove sedi.

Sono essi dunque i simboli che ci permettono di captare il nostro essere nel tempo, che custodiscono la memoria delle nostre radici mai recise, e che attraverso le epoche tramandano, come onde sonore, suoni di viaggi, di naufraghi, di migranti.

L’eredità è saper riconoscere queste voci che ci suggeriscono nuovi percorsi, che dentro la memoria ridisegnano il futuro. Un futuro che ora come allora è dipinto di nostalgia, che contrappone al canto delle Sirene il muto dolore dei naufraghi che a migliaia tentano di approdare a nuove rive.

Ma c’è di più. Non interessa sapere se Ulisse sia un personaggio reale o frutto di fantasia. Ci appassiona la nostalgia del suo nostos, che è testimonianza di un tempo archetipale che traccia misteri, segni, luoghi e fa della nostra ricerca un viaggio per tentare di catturare i segreti di quell’isola che è il nostro destino, dei destini che diventano avventure. Gli eventi condizionano tutto il percorso. Il mito allora come rivisitazione degli eventi.

Il viaggio di Ulisse si risolveva in un’avventurosa peregrinazione per i mari le isole i porti del Mediterraneo; Enea, viceversa, edifica nel suo itinerario una biografia etico-religiosa con finalità politico-universalistiche.

L’ Odissea insegna negli avvenimenti di Ulisse, e nella sua saggia condotta, la sapienza privata appresa dalla lunga conoscenza del mondo e dalla conoscenza della fortuna, le cui vicende, come spesso dal sommo della felicità ci urtano nel sommo delle disgrazie, così dal fondo delle disgrazie ci sollevano al sommo della felicità; in modo che né sicuri delle cose prospere dobbiamo vivere, né abbandonarci nelle avversità; ma piuttosto armarci di fortezza, per resistere e riservarci allo stato migliore. Perciò Ulisse sbattuto dai venti, minacciato dai pericoli, allontanato dalla patria da tante tempeste, pur non si perde mai d’animo: come avvenne quando, partito da Calipso, scampato agli inganni di Circe, all’empietà di Polifemo, alla crudeltà dei Ciconi, alle lusinghe delle Sirene, e ad altri travagli, fu alla fine della tempesta portato alla regione dei Feaci dove, ristorato da Nausicaa, fu accolto dal re Alcinoo e rimandato felicemente a casa.

Ora le avventure di Ulisse possono ben rappresentare il repertorio più completo della realtà umana: un inventario della vita e del destino, che si esplicano in esperienze e caratteri d’apertura universale. E dietro le figure e le peripezie di Ulisse e dei compagni, nella parabola delle sorti individuali, si riflette l’infinita trama dell’essere.

A distanza di tanti secoli la vetusta poesia omerica continua a trasmettere gli “esemplari” dell’umanità; e alla nostra sensibilità palesa una vigorosa dimensione di realismo proiettata in una dimensione leggendaria. Secondo Manara Valgimigli Ulisse rimane “la figura più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e di intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di fiducia e di dubbio, di caldissima e nobilissima astuzia”.

Egli ha capito che la vita è conoscenza, ma anche memoria e rispetto della propria intimità, degli affetti originari, della casa avita.

All’opposto di Ulisse che circumnaviga le terre mediterranee per concludere la vita nel ritorno, il destino di Enea nasce dalla distruzione, dalla fuga e dall’esilio definitivo. Troia brucia, c’è il massacro dei vinti. Enea fugge dalla sua terra e comincia a percorrere una nuova rotta; perduta ogni speranza cerca nuove radici. La patria, i Penati, gli affetti se li porta con sé verso l’ignoto, ma con l’idea della terra promessa e l’occulto progetto di fondare una nuova patria e un nuovo ordine.

Nell’Eneide il destino si fa storia e civiltà, e queste sono dirette da un’idea di progresso e d’universalità. È la prima volta che un organismo mitico-letterario si assume il ruolo della missione storica e si ipostatizza a capostipite di una tradizione secolare. 

L’esperienza dell’eroe non può dissociarsi da un significato simboleggiante che la supera. È la prima volta che il personaggio incarna un’idea e si identifica con lo spirito della storia. Egli edifica nel suo itinerario una biografia etico-religiosa con finalità politico-universalistiche.

Gli incontri che Enea fa nel panorama geografico non hanno più nulla della curiosità leggendaria implicita nei viaggi di Ulisse. Il rapporto che egli inaugura con la realtà si fonda ogni volta su una situazione di coscienza. Enea compie il suo viaggio non per cercare la morte, ma per impossessarsi della vita attraverso il Tempo. Non aveva un’Itaca da ritrovare ma una patria da rifondare. Anch’egli però si trova tra le acque a remare e, una volta approdato in terraferma il suo destino è quello di creare la dimensione della rinascita., di costruire il futuro con dentro gli occhi l’identità della perdita.

Rileggere oggi questi miti non è soltanto un tuffo in una visione archeologica, ma è sostanzialmente qualcosa di più. È un viaggio nel quale l’appartenenza oltre ad essere una metafora è una costante nostalgia.

L’uomo di una civiltà perduta (orfano e senza progetti) va alla ricerca della sua identità. Ma la sua identità è nella storia del tempo.

Enea ed Ulisse lo hanno testimoniato. L’uno, andando alla ricerca di una nuova patria da edificare sull’immagine di quella distrutta. L’altro andando alla ricerca del ritorno. Ma in entrambi il ritorno alle antiche origini ha rappresentato l’asse dominante intorno al quale far ruotare la coscienza dell’essere e del tempo.

Enea ed Ulisse navigano ancora le acque di questa civiltà? O vanno alla ricerca, come noi, di una nuova età?

L’anima del mondo ha sempre più bisogno di restare fedele a un’identità. La certezza dell’identità sta nel saper riandare alle origini della coscienza. Enea ed Ulisse sono i simboli dell’esistenza e del destino dell’uomo e della sua capacità di essere e di comprendere la solitudine e l’angoscia del tempo, ma anche le ragioni della rinascita di questa coscienza.

Se li rimeditiamo, forse saremo in grado di meditare noi stessi, dispersi nella civiltà della non identità e del progresso, incapaci di comunicare in una stagione della società definita troppe volte della comunicazione totale.

Abbiamo tutti bisogno di radici perché “siamo tutti inseguiti dalle nostre radici” (E.M.Cioran).

E abbiamo bisogno di memoria per capire ciò che siamo stati e per identificare ciò che siamo.

La nostalgia di una civiltà! Una nostalgia che i popoli mediterranei rincorrono. Una nostalgia che è dentro il viaggio di quelle culture e il vivere di quelle culture che hanno avuto e hanno come riferimento il mare.

Il mare è il punto di contatto certo dell’identità della mediterraneità. I popoli che costeggiano il mare sono popoli che hanno conosciuto l’attesa, la partenza e il ritorno. Sono popoli che non dimenticano. La continuità tra i popoli è la riaffermazione di quei valori che hanno fatto del Mediterraneo un centro di culture.     

Riscoprire i miti significa dunque riappropriarsi degli archetipi che mancano ad una società   ormai desacralizzata. I miti sono la decodificazione di un vissuto, sono nel fascino e nel mistero, sono quella quotidiana attesa nella quale ci ritroviamo.

E l’Europa sarà capace di rispondere alle sfide del mondo moderno solo se sarà capace di difendere la sua cultura. E la sua cultura si difende se tutti saremo capaci di riappropriarci della tradizione e rendere questa tradizione identità del (e per il) futuro.

viaggio di Ulisse nel mediterraneo

viaggio di Ulisse nel mediterraneo

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Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria

7 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

 

I luoghi della memoria - Adriana Pedicini

di Gordiano Lupi su Kultunderground, rivista di letteratura on line attiva dal 1994

 

 

Pag. 110 – Euro 12 - Arduino Sacco Editore

www.arduinosacco.it

 

“Arduino Sacco è un editore che non chiede contributi agli autori e che non gode di finanziamenti pubblici”, recita il sito Internet della casa editrice - spartano ma efficace - che denota una struttura ai limiti dell’amatoriale, ma ben venga in questi tempi grami dove tutti si spacciano per professionisti della letteratura. Viva l’underground, che forse sarà la nostra salvezza!

A proposito di Arduino Sacco vi invito a leggere I luoghi della memoria di Adriana Pedicini, un libro proustiano come tutti noi modesti scrittori abbiamo tentato (o siamo in procinto) di scrivere, una sfida alla ricerca del tempo perduto che ogni amante delle lettere cerca di intraprendere con esiti più o meno felici. Adriana Pedicini tocca le corde giuste con questi racconti sul filo della memoria, realisti, autobiografici, ebbri di ricordi, zeppi di odori e sapori del tempo passato. L’autrice rievoca il sapore dell’infanzia, personaggi indimenticabili del passato, lutti indelebili, mancanze che lasciano il segno, frammenti di amori perduti, esami di scuola vissuti con nostalgia, un esempio paterno e una fanciullezza lontana. I critici veri, che sanno di letteratura, storceranno il naso, diranno che Adriana Pedicini racconta i fatti suoi, che non si fa così, meglio inventare, costruire trame, affascinare il lettore con il solito giallo o con uno dei tanti inutili noir. Lasciamo ai soloni il loro compito, da tempo non ascoltiamo le campane che suonano il funerale della letteratura, accogliamo con entusiasmo questo libro di racconti e ricordi, perché l’autrice narrando i fatti proprio racconta il passato di un’intera generazione. Da leggere e meditare.

 

 

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