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adriana pedicini

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

11 Luglio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giuliana Caputo e Marianagela Cioria, "A chi appartieni"

A chi appartieni

Ettore Scola -Trevico

Di Giuliana Caputo-Mariangela Cioria

Non si può parlare di Ettore Scola se non partendo da un simbolo, vale a dire un sontuoso albero di tiglio, simbolo di Trevico, paese natio del noto regista cinematografico. Simbolo ben raffigurato nella foto che occupa una delle prime pagine del libro. Il tiglio è allo stesso tempo memoria e speranza per gli abitanti del piccolo paese situato tra i monti dell’Irpinia, descritto dettagliatamente nel libro citato.

ciò che maggiormente piaceva ai due fratelli (Pietro ed Ettore Scola trasferitisi a Roma da bambini)) erano le serate fredde e nevose dell’inverno, trascorse vicino al caminetto con nonno Pietro che raccontava le storie dei briganti e le leggende. Ricordavano spesso con nostalgia anche quel giorno in piena estate in cui il nonno li aveva portati vicino alla Cattedrale lungo via Roma ad osservare un bell’albero di tiglio”.

Ecco il simbolo del paese di cui si narra nel libro fin nei minimi particolari. Simbolo ben raffigurato nella foto, che occupa una delle prime pagine del libro, del dott. Vito Isidoro Calabrese De Feo, un vero appassionato di fotografia, autore anche di un catalogo intitolato Cento scatti a Trevico e... venti altrove pubblicato nel 2006.

Il tiglio, come altrove la quercia, ritenuto sacro dai popoli slavi, simbolo delle forze invisibili della natura ma anche della coesione sociale, nei suoi mille anni di vita è il testimone più accurato delle decisioni prese in piazza sotto i suoi folti rami sulle questioni comuni come anche per amministrare la giustizia, cosa che avveniva presso i popoli germanici perché si pensava che sotto le sue fronde fosse difficile mentire e che le sue proprietà ispirassero serenità e giudizio. Sempre sotto il tiglio si praticavano le contrattazioni commerciali.

Tale considerazione per il tiglio si consolida anche nelle popolazioni meridionali, forse ad opera dei Longobardi.

Un intrecciarsi di miti, usi, simboli che attraverso questo albero secolare offre uno particolare spaccato delle tradizioni locali, sempre oscillanti tra evoluzione e ritorni al passato, tra voglia di cambiamento e nostalgia.

Ma non sono i particolari, ricercati sicuramente con attenzione da Mariangela Cioria attraverso la memoria vivente degli anziani o attraverso i documenti, che danno valore alla narrazione, bensì il senso generale del recupero della memoria quale terreno fertile per costruire o ricostruire le radici di un passato da cui sono nati meravigliosi frutti. Non si tratta di sapere come si viveva, di che cosa ci si nutriva oppure quali mestieri si praticavano, quanto di perpetuare il senso di riti e miti, come il valore sacro del rispetto reciproco, il gusto del desco condiviso, il conforto reciproco in fatiche spesso disumane, il sostegno spontaneo nelle immancabili disgrazie della vita.

Sicché possiamo dire che la biografia romanzata così capillarmente creata da Giuliana Caputo rappresenti non la realtà di quanto ci si aspetta di ascoltare o di leggere, ma la sua metafora, vale a dire tutto ciò che è sedimentato nella memoria, tutto ciò che si riscopre avendolo immaginato, tutto ciò che è potuto accadere o anche se non è accaduto non è lontano dal senso generale delle cose. Direi che allora questo volumetto ha un pregio storiografico, secondo l’insegnamento dello storico Tucidide, che ammoniva a non cercare con il lanternino se i fatti accaduti corrispondessero a quanto scritto o descritto ma a coglierne il senso generale. Solo in questo senso la storia poteva essere uno ktema eis aiei, un possesso perenne.

E dunque emerge dalla descrizione il ritratto di un paese povero, ma forte, umile e orgoglioso al tempo stesso, sottoposto ai travagli della sorte, ma con la caparbia volontà di risalire la china. Nessuno ignora le devastazioni della guerra, benché avvertita come lontana - come mirabilmente descritto nella storia di Rocco, ricca di pathos - la piaga della povertà, il fardello dell’emarginazione inutilmente scrollata di dosso nei viaggi della speranza di migliorare altrove le condizioni di vita.

Ben ce lo racconta Ettore Scola nel film-documentario Trevico-Torino del 1972/3, proiettato nelle piazze di tutta Italia, in cui si evidenziano i disagi concreti, il senso di smarrimento e di alienazione, di frustrazione per la scarsa o nulla considerazione del protagonista da parte della gente del posto e l’enorme nostalgia della propria terra. Difficoltà tutte aggravate da un mezzo di comunicazione quanto mai oscuro ed emarginante quale doveva apparire ai torinesi il dialetto irpino. Sicché il rischio è la perdita dell’identità.

La conseguenza di ciò per molti emigrati, soprattutto della classe operaia, era la rivoluzione sempre più vagheggiata, per altri un difficile e umiliante adattamento a realtà sentite come estranee, per altri il ritorno al paese natio.

Paese perfino bistrattato da scelte politiche inopportune, che però ha temprato generazioni e generazioni di individui che, una volta allontanatisi con fortuna, hanno portato in giro per il mondo il tratto della loro identità formatasi tra qui monti e quelle valli. Una forma mentis che non si cancella mai, neppure con l’andar del tempo, anzi trasferisce nelle nuove vite e nelle nuove realtà di appartenenza quelle tracce antiche che saranno i motori propulsori dell’impegno tenace, della creatività originale, in una parola del segno di provenienza da terre dure, granitiche e non facili a soccombere. Forse chiamiamo pazienza questa qualità, che è un po’ il segno distintivo della gente del sud, che ad altri sembrerà inclinazione alla sottomissione, all’essere proni a qualcuno, è invece l’atteggiamento filosofico che proviene da antiche scuole che dall’antica madrepatria trasferì nel meridione d’Italia la sapienza greca.

A ciò si aggiunga, come evidenziato in precedenza, la capacità di accogliere, accettare, condividere, il senso di altruismo e generosità gratuiti ravvisabili non solo nella povera gente per una sorta di comunanza di condizione, ma anche nei nobili, come Don Giuseppe, il papà di Ettore e Pietro Scola, medico condotto che non esitava ad accorrere gratuitamente, laddove il bisogno lo chiamasse per un parto improvviso, o per l’aggravarsi di una salute malferma. Sicché tutte le scelte che indirizzavano l’educazione dei propri rampolli erano nel senso del rispetto, della relazione umana inclusiva, come leggiamo in un altro passo di questa bella storia... donna Dina che sostiene moralmente e materialmente una ragazza madre, da tutti additata come la peccatrice.

Ma non è facile tirar su i figli e forse non lo fu neppure per il dott. Giuseppe che avrebbe voluto che la sua professione fosse seguita dai due figli maschi. Ma Ettore, al contrario di Pietro, non voleva saperne, attirato com’era da altri interessi che trovavano la leva principale nella sua fertile curiosità. Probabilmente fu proprio lo spirito di osservazione già avanzato per la sua età che gli fece cogliere con puntualità le differenze, gli aspetti reconditi, le particolarità di un ambiente semplice come quello di Trevico che, a confronto con la città, prima Benevento dove la Famiglia Scola si trasferì per breve tempo, poi Roma in cui venne definitivamente catapultato, lo orientò verso il cinema, linguaggio a lui più consono per comunicare così come il fumetto satirico a cui si dedicò ben presto. Si immedesimò dunque Ettore nella vita, nelle vite, e prese a raccontarle da regista scrupoloso, mentre su altri binari un oriundo irpino dava luogo alle fantastiche avventure di spaghetti western, Sergio Leone.

Le vicende si ingarbugliano, la vita procede con i suo alti e bassi, ma ormai la carriera di Ettore aveva spiccato il volo e si avviava a raccogliere riconoscimenti meritati e statuine d’oro.

Ma Trevico non scivolò mai dal suo cuore. Per essa un atto d’amore, con il beneplacito di Pietro e delle stesse figlie di Ettore, decise a far crescere nel paesino irpino, il più altro dell’Irpinia, la pianta della cultura e l’amore per il cinema, con la donazione al Comune della casa gentilizia, trasformata in un centro attivo per convegni e incontri culturali, secondo le disposizioni testamentarie del dott. Giuseppe, padre di Ettore. Ma con la clausola che la dimora non fosse conservata “come un museo o un ossario", soggiunse Ettore in un incontro con rappresentanti culturali del Comune qualche mese prima della sua dipartita ma come “uno spazio di aggregazione di giovani e anziani per conservare le tradizioni, con una biblioteca, una sala computer e una sala conferenze”, invitando da ultimo i giovani a considerare casa Scola come casa loro.

Era stato programmato un evento che celebrasse a maggio appena trascorso il suo ottantacinquesimo genetliaco proprio nella sua abitazione d’origine. Il destino ha disposto altrimenti. Rimarranno i suoi film a perpetuarne il ricordo.

Ma il fatto che noi siamo qui riuniti per celebrare Ettore dimostra che il programma ideale affidato alla sua gente continuerà nel tempo, solo se sapranno, con la stessa curiosità che animò il Nostro e con la stessa disposizione mentale, aprirsi al confronto, all’accoglienza, all’arricchimento anche attraverso l’altrui esperienza.

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V.Tedeschi, "La mia napoletanità"

5 Giugno 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #recensioni

V.Tedeschi, "La mia napoletanità"


La mia napoletanità
V. Tedeschi

Loffredo Editore

Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa ‘na manera pe’ tirà a campà.

Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,

nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),

e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui, con somma emozione, ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.

papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)

E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.

Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)

Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.

Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fene
tte…

E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.

Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.

Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.

è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)

Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente, perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici.

nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)

L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti, nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.

..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)

L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare

Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)

Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)

Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato, trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.

Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia... (‘O paiese mio)

Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo: Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo). Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.

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Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

6 Maggio 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Carlotta Nobile, "Il silenzio delle parole nascoste"

Il silenzio delle parole nascoste

Carlotta Nobile

Aletti editore

2008, ISBN 88-7680-675-X

Il silenzio delle parole nascoste è la prima prova letteraria di Carlotta Nobile, un racconto sincero del suo nascere e crescere prima come fanciulla e poi come giovane donna, con tutti i turbamenti e i palpiti di gioia propri delle due età, ma con un qualcosa in più, con uno speciale spessore di sensibilità, dannazione e privilegio per l’anima che ne è posseduta.

“Un silenzio interiore, una confusione ovattata che in realtà non è fuori, ma dentro di te”.

È questo che leggiamo nella prima pagina dell’opera di Carlotta Nobile. Pur giovanissima, Carlotta percepisce infatti la frattura tra l’essere e il sembrare, tra l’interiorità e l’esteriorità, percezione da cui inevitabilmente deriva il dissidio tra sogno e realtà, tra rinuncia e desiderio, tra luce e buio; e poi ancora il senso di inadeguatezza rispetto a una condizione da cui vorrebbe fuggire. Ma certo non dal mondo affettivo che la circonda... tale disagio è sintomo di una curiosità alta, di un’aspirazione elevata, di uno slancio che vada oltre la mera dimensione esistenziale, i cui vuoti siano facilmente colmabili. Qui non possiamo parlare di vuoto ma di spinta in avanti.

“La voglia di andare... non si sa dove... non si sa quando” E la vita sembra un viaggio lungo con una meta lontana. Essenza di un sogno incompleto che fai di tutto per rendere integro”.( pag. 15)

Parole profetiche che si ammantano di potenza metaforica nelle parole successive:

“Ho sempre sognato di volare...A volte il mio desiderio era talmente forte che mi sembrava sentire la terra allontanarsi sotto di me e il cielo avvicinarsi. Cominciavo a sentirmi più leggera, libera. E volavo. Volavo con l’anima”.

Sono questi i pensieri e desideri concepiti nell’infanzia quando la sua particolare sensibilità le consente perfino di capire che, nei colori della vita, sottile è la sfumatura che divide la gioia dal dolore.

E pur amando “restare colorata” il nero dell’angoscia si stendeva come nera ala sull’animo desideroso di altro. Non capiva bene cosa. Si tenta in simili frangenti di colmare le ferite dell’anima con le consuete esperienze e gli affetti famigliari, soprattutto quelli che rappresentano le radici e il punto di riferimento indiscusso, come, per la Nostra, la nonna, riflesso perfetto della sua anima. Destinato a finire come tutte le vicende terrene lasciando una scia di malinconia

“che persiste dentro. Come il richiamo ammaliante di un mondo che non esiste più, ma di cui si percepisce ancora l’essenza” (pag.15)

Poi l’amore, quello adolescenziale, quello per cui si piange senza motivo, per cui il presente diventa una fiaba surreale.

Intanto la sensibilità procede a lunghi passi se diventa sempre più pressante la domanda.

“Se il mondo attorno a te abbia un senso, se tu stessa possa avere un significato. Ti domandi quale sia il tuo compito, la tua finalità su questa terra, a cosa sia dovuta la tua esistenza.”

Ma non trovi risposta” (pag.27)

In realtà questa affermazione non è la conclusione a cui Carlotta approda. Conoscendo la sua vicenda esistenziale particolare e bellissima, possiamo dire che questo è l’inizio di un percorso straordinario di conoscenza e non solo.

Nell’immensa solitudine che cresce dentro, nonostante sia circondata da persone che la amano, ricorre sempre più impellente la necessità di cercare e porsi domande, mentre si affaccia il timore di non sapere cosa sarà domani.

“A volte mi sento come una piuma nel vento. Libera, ma confusa e spaesata... viaggio nel vento senza una meta, senza una via. Col solo desiderio di continuare a viaggiare. A vivere.” (pag. 35)

A volte mi sento figlia di un altro tempo. Non so dire se sia già trascorso o ancora immensamente lontano... E’ come se i mie occhi avessero visto cose che la mia mente non ricorda, come se la mia anima avesse su di sé il peso di altre vite... (pag.42)

Ci troviamo di fronte a un caso di personalità plurima, di un’anima che riesce a percepire l’altro da sé in un cammino di conoscenza che già si profila come conoscenza del metafisico. Un tumulto interiore straordinario che non cerca la via facile dell’appagamento materiale, né di facili appagamenti terreni.

“Eccomi giunta al confine tra ciò che è facile e ciò che è quasi impossibile. E comunque sempre più sedotta dall’impossibile che dal facile. Come un fiume che per immettersi nel mare sceglie sempre la strada più tortuosa, la più lunga. La più difficile. Forse perché in fondo credo che vincere con facilità sia come perdere. E perdere dinanzi all’impossibile sia come aver vinto”. (pag. 46)

Il racconto di sé continua, che poi non è solo racconto, ma ricordo, meditazione, riflessione, poesia. Come quando con accenti degni di Saffo avverte nel cuore della notte la solitudine immensa dacché perfino la luna si è eclissata.

“Anche la luna beffarda si è dissolta stanotte. E non tornerà”.

La luna che molto frequentemente ricorre nelle pagine ora compagna, ora complice, ora fredda osservatrice dei destini umani. E sembra di avvertire sulla pelle antiche emozioni leopardiane. E ora la luna veglia su un animo svuotato di un sogno d’amore per il quale pensava non potesse mai esserci la parola fine.

Al momento l’unica felicità è la musica, compagna ideale, (pag 57) vincolo d’affetto, sostegno, sussurro, compagna di vita che permetterà l’evoluzione e la crescita. Con lei le sofferenze passano tutte, i dolori interni fluiscono via.

“Con l’orgoglio di aver realizzato il mio sogno, di aver vissuto tutto quello che c’era da vivere, di aver provato tutto quello che c’era da provare”.

...QUESTA PER ME è LA FELICITA’. (pag.59)

Non una felicità esclusiva come magari umanamente è desiderabile, ma uno stato di benessere interiore insieme agli altri, alle vite lontane, agli sconosciuti incontrati per strada, agli sguardi incrociati per caso.

“Adoro quando si cerca di stabilire un legame, che è essenzialmente un legame di “condizione” (pag.60)

Per sentire volare la sua anima insieme a quelle di mille altre persone di cui osserva le vite per cercare di comprenderne le sfumature. Eppure il percorso sembra non fornire mai la conclusione, la conquista è difficile e travagliata, e il traguardo non è quello sperato ma bisogna imparare ad accettarlo pena la perdita della serenità, perché, si sa, “nella vita ogni istante è una scelta”.

“E il dolore in questo aiuta. Aiuta a continuare a crescere... ad andare avanti. Per trovare un giorno la via giusta”. (pag70)

Mai abbandonare i propri sogni, lottare perché si realizzino. Nella vita come nell’amore.

“Da oggi in poi sarò l’artefice delle mie emozioni... del mio destino. Anche se credo che tutto sia già più o meno scritto”. (pag.71)

“Tutta la mia passione sembra ora rivolta altrove. Ad una dimensione di cui non so nulla. Ma che mi chiama a sé con tono persuasivo e seducente”. (pag 71)

Credo che, pur ammettendo la totale inconsapevolezza adolescenziale della portata di tali pensieri, sia questo il discrimine che fa della vita di Carlotta una vita diversa, una vita, se possibile, predestinata o semplicemente prescelta dall’Alto. Ella confessa di percepire un’altra se stessa, diversa e uguale a quella che l’ha preceduta.

“Le ultime lacrime sanno di voglia di volare via... di speranza... di forza... di avvenire. Di Addio” ( pag.72)

È come se una volontà incosciente agisse alle sue spalle, segno, da una parte di un impulso alla realizzazione di sé, dall’altra di un desiderio di travalicare la vita alla ricerca di una dimensione più totalizzante. Una capacità di saper anche tramontare pur di affermare nuovi e più autentici valori. Tanto più che Ella crede che:

“Quando perdi una persona è solo la sua forma a cambiare, non la sua essenza.

E i frammenti di noi continuano a vivere nelle persone che abbiamo amato. Perché ormai fanno parte di noi.

E’ questo il vincente coraggio del distacco” (pag.71)

Riflessioni che lasciano sgomenti per la virtù profetica delle parole. Ma come poteva un’adolescente presentire il suo futuro, inconsapevolmente, e raccontarselo, a 16 anni? Si rivede a 14 anni piangere tutte le lacrime del mondo ma non per una perdita, per un sogno infranto, ma perché avverte la presenza

“...dell’amore per qualcosa di più grande di me, di noi, della razionalità, della pazzia. Questo pianto ha il sapore di una violenta passione”. (pag. 73)

Tutto può essere interpretato con valore metaforico, ma questa passione violenta, questo amore capace di accompagnarla nei meandri dell’anima e farle scoprire una parte di sé fino a quel punta ignota, per ora è la musica che

“mi purifica ogni giorno, raschiando le scorie interne della mia mente e del mio cuore”

“Io sono rinata così, con il violino adagiato sulla spalla...e per la prima volta nella mia vita piango di gioia” (pag 76)

E ancora:

“Voglio entrare in quel mondo (della musica) intenso e sconfinato che però non mi spaventa”. (pag 75)

Le suggestioni metaforiche sono facili, a posteriori, sono facili, ma non è quello che importa ora, bensì seguire il processo di maturazione, scoprire l’attenzione che la fa consapevole di ogni peculiarità, della insignificanza e della necessità di ogni cosa, dell’evoluzione interiore che sta percependo.

“A volte perdo pezzi di me, mi lascio crollare giù dai dirupi emozionali. Cavalco mondi paralleli che percepisco ma non comprendo” .

“Guardo dentro il buco del tempo e la mia anima vibra su note scomposte, su suoni indomiti che non riesco più a contenere”.

“In questo giorno che sento infinito sento il sipario calare su un io che forse morirà ancora prima di nascere” (pag 83)

Bisognerebbe leggere tutta la confessione con se stessa, bellissima e densa di afflato poetico, che si serve di parole il cui senso profondo sfugge. Si avverte solo un tumultuare di passioni, di sensi sconvolti, di visioni oniriche che l’allontanano sempre più dal reale, dal mondo. Una forza irresistibile, ammaliante possederla tutta, forte come l’amore, come la musica, da cui non riesce a liberarsi.

“E’ una libertà falsa la mia. Sono un angelo inquieto che vola in una stanza oscura. Sono un’aquila che non ha mai visto il cielo”. (pag.85)

“Io...principessa di un regno che non esiste più. Che forse non è mai esistito”.

“Gli occhi sono gocce di anima che cadono giù lente... sono infinito racchiuso in uno sguardo. Sono “oltre” (pag 86)

Lo sguardo acuto di Carlotta riesce a distinguere tutta la molteplicità delle maschere, degli atteggiamenti fasulli che quotidianamente esprimiamo, delle scelte che operiamo guidati di volta in volta da sentimenti o risentimenti, ma comunque sempre in condizione di schiavitù dell’anima. Nel fiume della vita vede parti di sé, per così dire, superate e non più significative, scomparire per sempre tra i gorghi, mentre nuove gemme fioriscono sull’anima che rinasce dopo “l’agonia dello spirito”, dopo “la piccola-grande battaglia contro l’altra me”. E soprattutto dopo aver creduto alla favola bella della Vita ed esserne rimasta delusa, perché il finale di felicità le è stato sottratto, perché la Vita nel suo narrare e narrarsi aveva omesso di dire che spesso i sogni non si avverano. Tutte le illusioni deluse, tutte le promesse svanite.

“Illusi e sciocchi noi poveri umani. Burattini mal fabbricati che ballano una danza di cui non conoscono i passi su un palcoscenico di cartone che può cadere da un istante all’altro. Che è la nostra vita” (pag 93)

Eppure Carlotta non si arrende dinanzi alla confusione, alla difficoltà, alla sconfitta.

“Eccomi di nuovo qui a cercare disperatamente qualcosa che non so cosa sia e che, pur sapendolo, so che non riuscirei a trovare. Ma che, proprio per questo, è ancora più ammaliante, più bello”. (pag 102)

Intanto la vita prende il sopravvento, amata, cercata, goduta nelle piccole cose, nella musica diventata Arte, ricerca dell’emozione più profonda e più irraggiungibile.

“Eccomi qui a vivere nella ricerca della bellezza, del sublime. Sotto qualsiasi forma”. (pag 103)

Ormai maturata, cresciuta, Carlotta non rincorre più traguardi esterni e la sua ricerca, che prosegue incessantemente, è rivolta dentro di sé. Ci sovviene di Sant’Agostino d’Ippona:

“In interiore hominis abitat veritas”. (De vera religione, XXXIX) La fanciulla “petrarchesca” ascende al monte dell’arte, della bellezza attraverso la musica, la poesia, la natura.

“Voglio vedere il sublime... nella mia vita” e aggiunge ”quello totalmente imperfetto. Quello dell’Arte” (pag 104)

Ecco disvelato il senso delle parole nascoste, dei pensieri rimasti a lungo celati, che hanno preteso di prendere forma non perché rimanessero parole d’inchiostro sulle pagine di un libro, ma rimanessero anima. Anima da donare, anima da condividere.

“Non più silenzio ma grido".

“Il grido delle parole nascoste” (pag.107)

Violinista e laureata con lode in Storia dell’Arte, Carlotta Nobile divide i suoi ventitre anni fra attività concertistica e studi universitari. Diplomata in violino a 17 anni con lode e menzione, si è perfezionata a Londra e Salisburgo. Ha al suo attivo poesie edite e inedite e sta incidendo un CD con l’opera omnia per violino e pianoforte di Ernest Bloch, per l’esecuzione della cui musica ha conseguito la “Bloch special mention” all’International Ibla Grand Prize 2008.

Considera questo suo primo, scritto a 16 anni, una fotografia fedele di una ragazza nella quale fatica a riconoscersi. Ma a cui guarda con tenerezza e affetto, consapevole che fra queste pagine abbia preso forma e consistenza la donna che sta diventando e che a soli 24 anni diventerà, libera delle spoglie terrene, un Angelo di rara bellezza e virtù.

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

1 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #racconto

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

I luoghi della memoria

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 148

12,00

“Continuava comunque Teresina a fumare le sue cicche e a bere il suo vino. E con gli occhi puntati alle stelle parlava, parlava, ricordava o compiva voli di fantasia alla ricerca di un mondo dove anche lei potesse entrare, dove vivere significasse ridere e piangere, gioire e soffrire per tutti allo stesso modo. Dove la carezza della mano amica fosse donata a tutti e non ci fossero come riparo ai colpi della sorte scafandri per alcuni, per altri la sola pelle sottile.” (pag. 16)

Questi ventisette racconti – alcuni ripubblicati, altri nuovi - sono davvero belli. Lo sono per il contenuto vario, accattivante, con personaggi scaturiti da finezza psicologica, estrema sensibilità e capacità empatica. E lo sono per lo stile signorile, dal profumo antico. In particolare i primi hanno una forma ottocentesca, fanno venir in mente Grazia Deledda, per il modo in cui tracciano alcune figure potenti e per il regionalismo pregno di cultura arcaica e di significati ancestrali che li pervade fino a riprodurre, novella dopo novella, “un intero villaggio ideale”.

Mariantonia era la padrona n questa casa, la “padrina” sembrava, un po’ logorati gli abiti neri che le avviluppavano il corpo e in petto la fierezza di una donna che per tanti anni aveva affondato le unghie nella terra per cavarne cavoli o patate, che aveva irrobustito i fianchi e le spalle sotto il peso di fascine di legna raccolta nel bosco per alimentare nel focolare la fiamma della casa.” (pag 18)

La lingua risente dell’essere, Adriana Pedicini, principalmente poetessa, l’aggettivazione è lenta, ampia e distesa. Come Leopardi, ella tende all’indefinito, alla vaghezza di stelle, boschi e prati ma, al contempo, come Pascoli condensa l’espressione nel tipico, nei gesti, nomi e modi di dire della tradizione rurale e regionale.

Gli ultimi racconti sono più attuali negli argomenti e, in parte, anche per come sono scritti.

I temi principali di tutta la raccolta riguardano il recupero della memoria e la paura della morte. I due concetti, ovviamente, si fondono, là dove il ricordo è l’unica arma contro l’obnubilamento della fine. Ricordare “è cercare nelle cose morte il perduto che si riconquista”, riappropriandosene. Ne è un esempio la figura della madre scomparsa che, dopo esser stata lancinante dolore, strappo, mancanza incolmabile, viene riconquistata attraverso la propria maternità, ricreandola nel raccontarla ai figli e, allo stesso tempo, anche impersonandola, incarnando il suo ruolo.

La paura della morte scorre sul filo di terrori vissuti dall’autrice, ed è la stessa voragine che proviamo tutti al pensiero di affrontare dolorosi calvari. Ma c’è sempre una speranza, forse autoindotta per evitare la pazzia, che si concreta nell’esercizio consolatorio della fede e nella bellezza della vita, rintracciabile nelle piccole cose, nella natura, nel ritorno della primavera, nella nascita di un bambino.

Finalmente non era più solo preda della sua malattia e della paura della morte. Si sentiva parte di un tutto ormai ben visibile. Sua tenda era il cielo stellato, suo riparo l’anfiteatro dei monti che da lontano scorgeva, sua vita la vita degli innumerevoli esseri che davano forma e colore alla terra. Come se non avesse più nome e le cose anche non avessero il nome consueto. Come se la sua sorte non fosse diversa da quella di tutte le specie viventi.” (pag 110)

C’è anche, alla fine, una specie di resa all’inevitabilità, alle “cose così come stanno”.

Il fischio del treno che annunciava l’arrivo alla stazione del suo paese la riportò alla realtà fatta di sogni e di speranze, di ideali e di lotte ma certo di realtà, di inevitabile realtà, e nell’aver capito che dopotutto bisogna accettarla prima ancora di migliorarla fu la sua vera vittoria.” (pag. 90)

Somiglia, questa, ad una sorta di accettazione, impotente ma confortante e non scevra di scopo, del destino comune.

In tutto io vedo me stesso, in me vedo tutto il creato, e in silenzio anche la morte opera in me come in tutte le cose che hanno un inizio e una fine”. (pag 110)

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

15 Marzo 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica edizione

2016

Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.

Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.

Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.

L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.

In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.

Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).

Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.

Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.

Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.

Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.

I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.

Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.

“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.

E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.

“Avevo vent’anni, Non permetterò

A nessuno di dire che quella è la più

Bella età della vita”

I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.

Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.

Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.

Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.

Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.

E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.

Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.

Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.

Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.

Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.

Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.

Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.

Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.

Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.

Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.

La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.

Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.

In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.

Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.

E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.

Adriana Pedicini

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UN PO' DELLA MIA VITA

27 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #unasettimanamagica, #racconto, #adriana pedicini

UN PO' DELLA MIA VITA

Adriana Pedicini presenta un brano di Paolo Aurelio Monteleone, speaker di radio Adelaide (Australia)

UN PO' DELLA MIA VITA

Quando eravamo tredici figli in casa, quando povertà e miseria erano le sole cose che abbondavano, io c'ero.
Quando si mangiava tutti in una sola pentola o padella, facendo a turno con le poche posate che avevamo, quando si dormiva in tre o quattro in un letto e ci si scaldava incrociando le gambe l'un con l'altro, io c'ero.
A sei anni, alla morte di mamma, io c'ero.
Al suo funerale no, io non c'ero, troppo piccolo, mi dicevano allora, per seguire una bara, come se le lacrime di un bambino che perde la madre valgono meno di quelle dei grandi.
E quando l'ENAOLI (ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani) ci prese e ci portò via di casa per metterci in orfanotrofio che sapeva più di prigione che di collegio, io c'ero.
Ed in quei lunghi otto anni di Alcatraz, dove il nervo e la bacchetta la facevano da padroni ad ogni piccola mancanza, quando oltre che a badare a me stesso, dovevo far da padre, da madre e da fratello maggiore a lui che era due anni più giovane di me, io c'ero.
Che bella fanciullezza!! Non la augurerei neanche a un cane. Nulla di inventato, tutto vero, reale, vissuto sulla propria pelle e portato sulle spalle.
La gioventù non è stata prodiga di doni, mi ha dato un'altra mamma (santa donna e due nuovi fratelli, come se non fossimo già abbastanza), un padre padrone, terra da zappare e botte da mattanza.
Che bello vero?
Però io c'ero.
I miei vent'anni, non furono da meno ;
Alla morte e funerale di mio padre io c'ero.
A 21 fidanzato
a 22 già sposato
a 23 un figlio mi era già nato
e io c'ero.
Gli anni più belli, quando quelli come me facevano piglia piglia, io sulle spalle, avevo una famiglia.
A tutti ho dato il meglio che potevo, ai figli ho dato il meglio di me stesso, a volte ho lavorato come schiavo, a volte son passato anche per fesso.
E io c'ero.
Venimmo poi in Australia, per dar loro un bel futuro, non mi è poi andata male, ma ho lavorato duro.
Alle rinunce e privazioni, io c'ero, al funerale di mia figlia, io c'ero, anche a quello di mia sorella, io c'ero.
Al matrimonio del primo figlio, io c'ero, alla nascita dei nipotini, io c'ero, magari stanco morto, però c'ero.
Alla partenza della figlia, io c'ero, nello spazio di un anno, il piccolo si è rotto il braccio e una gamba ben tre volte, e io c'ero eccome !!!!
Visite, ospedali, specialisti, tanti dottori in vita mia non li ho mai visti, cosa non faresti per i figli,
anche a costo di svuotare il portafogli.
Ora non son più giovane, non me ne faccio un vanto, lo so che ho avuto poco, anche se ho dato tanto.
Non voglio fare il pirla, non voglio passar per fesso, ma prima di finirla, io ci sarò ancora, ma prima per me stesso.
Anch'io ho diritto a vivere, a togliermi le voglie, e prima di pensare agli altri, ci siamo Io e mia moglie.

Quante foto di tavole imbandite per il Natale, tutte belle e preparate con gusto, da fare invidia, quanti bei piatti pronti per essere divorati!!!!!!.
Complimenti !!!!!! Sono felice che comunque nonostante la cosiddetta "crisi", noi Italiani riusciamo sempre a rendere speciale questa che per noi cristiani è la festa più grande da celebrare ogni anno.
Io per questo Natale ho voluto fare qualcosa di diverso, che non avevo mai fatto prima, sono andato indietro nel tempo, ho scavato nella mia memoria, ho cercato tra la polvere della mia mente il primo Natale della mia vita, di cui potessi ricordare. E ce l'ho fatta !!!
Si, ricordo bene, avrò avuto 4 forse 5 anni, ne sono sicuro perché mia mamma era ancora viva, così come lo era mio padre, i miei nonni, alcuni zii e zie e dei fratelli e sorelle che purtroppo non ci sono più.
Eravamo gente povera, non avevamo molto, anzi avevamo molto poco.
Il nostro pranzo di Natale era fatto di cicorie amare, raccolte sulla Farastola, cucinate in padella con un po’ di fagioli secchi, messi a bagno la sera prima, un piatto di olive in salamoia e come regalo, una manciata di fichi secchi da custodire gelosamente nelle tasche e da consumare lentamente, come se fosse un tesoro prezioso. Altro che i grandi pranzi di oggi !!!!
Non c'era molto è vero, ma avevamo Noi e ci volevamo bene e quel volersi bene valeva molto e quel fico secco per noi era quanto si potesse desiderare.
Oggi abbiamo tutto ciò che vogliamo sulla tavola ed anche di più, facciamo a gara per comprare i regali (spesso inutili), brindiamo con i vini più costosi, ostentiamo un lusso che non ci appartiene, sì, abbiamo quasi tutto ma non abbiamo più Noi.
L'amore e il rispetto che c'era tra la gente povera di una volta non esiste quasi più, quando lacrime e miseria erano le sole cose in abbondanza, io ricordo che ci si voleva bene veramente e con sincerità.
Ricordo molto altro a pensarci bene ma per le nuove generazioni è impossibile da credere e forse inutile da raccontare.
Io non voglio fare il moralista, voglio solo dire che sono fiero ed orgoglioso di fare parte di quella generazione che non ha dimenticato e che non dimenticherà mai le cicorie amare e i fichi secchi.
Per quest'anno, il mio pranzo di Natale e il cenone di Capodanno sono andati a quelli meno fortunati di me, io mi accontenterò di qualche fico secco ma con pace e amore vero in casa mia.

Paolo Aurelio Monteleone

piatto povero della tradizione contadina

piatto povero della tradizione contadina

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Cena di Natale

24 Dicembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Adriana Pedicini
Il presepe di Adriana Pedicini

La redazione augura a tutti BUON NATALE con il racconto di Adriana Pedicini

Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato al mattino con pizzette con le alici e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata.

Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, alici o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena.

Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, insolito segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli lanosi ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio.

Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta argentata.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa.

Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio.

Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte del grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno.

Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo, la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno.

Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e, come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima.

Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza!

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore, dischiusosi ormai alla speranza, di giungere in tempo per celebrare il Natale.

Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata.

Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe seppellito nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia, anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni.

Man mano, passo dopo passo, divenne sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia.

Non gli mancò la voglia di scherzare.

Finalmente arrivato a destinazione, girava carponi intorno alla casa; lo seguiva pian piano stupito dalla finestra, sollevandosi sulla punta dei piedi sul gradino di legno, il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni.

Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni.

Intanto ebbe inizio la cena.

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Il dente da latte

14 Ottobre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Un racconto inedito dedicato alla neo premiata con il nobel della letteratura 2015 Svetlana Aleksievic

Il dente da latte

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze.

Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione.

La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale.

Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’ della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare.

Così, in un momento, senza preavviso, tanto che l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti.

Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa, a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione.

La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirotecnici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo, al mondo, di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie, trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti.

Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà da solo- dicevi!

-Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

18 Settembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del sorriso

Di Patrizia Poli

Marchetti editore.

L’UOMO DEL SORRISO, un libro che testimonia l’impegno letterario di Patrizia Poli, impegno vissuto come ricerca, studio e riflessione su una materia di non facile approccio, nonché il rigore stilistico, la sobrietà, l’interiore soffusa lacerazione nel timore di raccontare male o dire troppo su un personaggio di cui la tradizione ci ha regalato numerose testimonianze, alcune condivisibili e di fonte sicura, altre dubbie e difficili da accettare; in realtà un tentativo forse inconsapevole di narrare a se stessa una verità essenziale circa lo speciale protagonista, attraverso le sfaccettature di tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura fino all’epilogo doloroso della morte.

La personalità di Maria di Magdala appare fin dalle prime pagine complessa e assetata di conoscenza, così come a tratti disperata e solitaria, fino al punto di abituarsi a parlare da sola da quando sua madre muore. Non è contenta della sua esistenza e, nel degradarsi, si disprezza e non comprende il senso della vita e di tutte le cose, tuttavia, pur non avendone nessuna, cerca una via d’uscita. Forse per questo è tanto attirata dalla comunità degli Esseni, sicura che possiedano la conoscenza, mentre il tormento della ricerca di senso la angustia fino a crearle un vuoto interiore difficile da identificare. Apprende, spiando gli incontri del gruppo di adepti, la necessità di una vita pura e rigorosa e l'obbedienza alle leggi; si insinua in lei il pensiero che Dio sia un’unica identità e tutto ciò che esiste nell'universo trovi compimento in uno solo.

Il colloquio con Giovanni il Battista mette in crisi certezze che in entrambi non sono più tali soprattutto per la presenza dell’Emmanuele, figlio di Maria di Nazareth, nato ai tempi della stella, vicino a Dio come nessuno. Proprio per questo Giovanni si è ritirato in crisi profonda nel deserto, ormai ostile a tutti e sempre più conquistato dalle parole di lui. Ritornato nella comunità, si dà a battezzare, preannunciando l’arrivo del Messia e la venuta del Regno di Dio. Maria di Magdala, privata del sostegno dell’amato Giovanni, sente sempre più che non può fare a meno di seguire, insieme a tutti gli altri, il figlio del falegname che tutti chiamano Yeshua ed è cugino di Giovanni. Ne rimane folgorata, pur non comprendendo il motivo della sua grandezza e della grande capacità di catalizzare le folle. Ne riceve in cambio un sorriso che è dolce e ironico insieme, ma il ragionamento la porta a negare qualunque particolare dignità a Yeshua.

Proprio come è avvenuto a Giovanni nel deserto, quando, nell’asserire l'esistenza di Dio, si è chiesto come abbia dato vita a tutte le cose e se ami proprio tutto quello che ha creato, e poi ancora le stesse domande che ogni uomo mortale si fa, domande che si materializzano giusto il tempo prima di morire per soddisfare il capriccio di Salomè, ma in tempo per esortare a seguire il Messia: chi sia poi il Messia tanto misterioso non capisce, capisce invece l'immensa forza generatrice che chiama vita.

Maria si deve confrontare ora con la morte, quella che diventa realtà concreta nella minaccia operata nei confronti di Giovanni il Battista. La disperazione l’assale e l’inquietudine la tormenta, come avviene peraltro in Maria Madre di Yeshua, e come in Yeshua stesso, nell’una perché le pesa il distacco di un figlio sempre lontano a predicare e perché presagisce il dolore imminente e il pesante destino dell’uomo, nell'altro perché ogni cosa, ogni gesto e ogni parola che esce dalle sue labbra è espressione, in lui umano e prescelto, fragile e carismatico insieme, della volontà di Dio, che ha posto la sua mano sul suo capo. Anch’egli è rimasto a tratti incuriosito da Maria di Magdala, sin dalle prime apparizioni, e in lei ravvisa il piacere e la profonda umanità del peccato, quale inclinazione naturale della imperfezione umana tranne che per lui, e lo sa bene, essendo stato prescelto, che dovrà vincere il dissidio interiore e abbandonare tutto quello che ama e tutto quello che arricchisce la vita di un essere umano per conformarsi a una Volontà superiore.

Tale consapevolezza finisce col trascinare nella solitudine lui e i compagni che lo seguono, soprattutto Kefa, anch’egli prescelto tra i discepoli, dal cuore gonfio d'inquietudine, spinto dalla ricerca di senso della vita. Egli si acquieta solo all'ascolto della parola del Maestro che parla di pace, amore, fratellanza, perdono. Una conquista ancora lontana se basta intravedere tra la folla Maria di Magdala per insultarla nel tentativo di cacciarla via. La pronta reazione e lo sguardo infuocato di Yeshua salvano la donna dalle offese e dal tentativo di lapidazione e, con un leggero sorriso sulle labbra, questi la protegge e insegna che tutto ciò che proviene dal cuore è gradito a Dio e che nessuno ha il diritto di giudicare un altro per le colpe o per i peccati commessi.

Non avviene però che gli insegnamenti del maestro trovino facilmente eco nel cuore di Maria di Magdala, che ha ormai iniziato a seguirlo per ascoltarne le parole, che risultano tuttavia quanto mai ostili all’animo rabbioso. Eppure la voce dell’Uomo la rasserena, è come un balsamo per l'animo esacerbato, al punto che la donna ha il coraggio di intrufolarsi tra gli interrogativi che minano la serenità anche del Maestro e osa chiedergli se esiste Dio. Non ha, invero, una risposta certa, definitiva, ma si convince che tutto ciò che è vita, energia e amore proviene da Dio e consiste in Lui. E inoltre “Dio è ovunque, è nell’infinito”. Ma anche dentro ogni essere umano, benché peccatore, perché non vi è nessun limite al recupero della dignità, purché si diventi docili alla voce dell’amore.

Maria non capisce come possa lei, così peccatrice, essere ritenuta degna di affiancare il Maestro nelle sue opere di misericordia, suscitando peraltro la gelosia dei discepoli. Se ne sente attratta e, allo stesso tempo, lo considera troppo distante da sé, dalla sua umanità perduta, eppure lo accompagna dovunque ci sia bisogno di opere di misericordia. Poco a poco uno stuolo di seguaci prende a seguire Yeshua, e tra essi Maria, e chiunque lo segue se ne innamora, purtroppo non comprendendo in pieno il messaggio, spesso stridente rispetto alla vita quotidiana. Ognuno conserva il suo carattere, chi scontroso e dubbioso, chi duro, chi ossequioso, chi dubbioso, chi infine con animo inquieto, fino a non essere capace di guardarlo serenamente negli occhi, ma sempre tutti con piena ammirazione e turbamento insieme.

Turbamento che coglie lo stesso Yeshua, che a volte sente cedere la sua umanità sotto il peso di una volontà altra dalla sua. Presagisce anche il suo destino di morte, in un contesto di confusione civile e politica, e ogni giorno sperimenta la difficoltà dell'incontro con l'altro, con chi non accetta i suoi insegnamenti ma continua a parlare e ad aiutare la gente semplice, bisognosa di aiuto, i deboli, gli storpi, i bambini. Capisce che questo è il suo compito, i suoi discepoli non lo comprendono fino in fondo ma, per diffondere questo messaggio hanno lasciato casa e famiglia e spesso si sono ritrovati in una dimensione di forte solitudine, di sofferenza e di dubbio. Tentano di rincuorarli le parole del Maestro a volte oscure, a volte enigmatiche, a volte piene di speranza, quando parla di amore di Dio, di fratellanza, di uguaglianza ma soprattutto d amore.

” Ama il tuo prossimo come ami te stesso” è una verità capace di distruggere il vissuto di ognuno: amore fatto anche di grande rinuncia e grandi sofferenze come quello di Maria di Nazareth che si vede ogni giorno portar via l’amato figlio.

“Questo il destino dei profeti”. Nelle sue parole un misto di terrore e speranza ma soprattutto di dolore e di solitudine che lo affliggeranno l'ultima ora, come ogni essere umano ma non prima di istruire su tutti i doni che sono stati disseminati nella vita e per la vita da Dio Creatore.

“Il male va accettato e la morte è un atto di generosità”, nonostante, ogni volta che incontra la morte in un essere umano, chiede a Dio Padre il perché.

Più pressante la solitudine e il senso di impotenza, più pressante si fa il compimento doloroso della sua vita mentre sperimenta l’abbandono anche da parte di chi gli vuole bene.

Ma “Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatto il volere tuo” e per questo volere con il cuore triste fino alla morte affronta tutti i pericoli e le cattiverie degli uomini e del potere ma ogni volta “sia fatta la tua volontà Padre mio”, desiderando, come qualunque mortale, la vita ed anche la compagnia di una donna e sa che Maria di Magdala non lo abbandonerà mentre qualcun altro arriverà perfino a rinnegarne la conoscenza.

Nessuno ha il coraggio di salvarlo, neppure Pilato. Intanto l'amarezza di non capire, di non riuscire ad accettare ciò che sta per succedere sempre più lo attanaglia, ma sempre “Sia fatta la tua volontà, non la mia”.

Le sequenze delle torture, dei patimenti e della crocifissione si susseguono come una serie di quadri caravaggeschi per la crudezza delle descrizioni e il grande pathos che riescono ad esprimere.

Le ultime scene del romanzo vedono ancora una volta protagonista Maria di Magdala, sostegno per la madre del Nazareno al momento della morte, e pietosa e addolorata testimone del rito di sacrificio. Colpisce l'espediente del seppellimento; ancora una volta si evidenzia lo spessore umano della protagonista e il riscatto della sua dignità. E il non far cenno ad alcuno della sua pietà permette che si diffonda la convinzione che il Messia sia risorto, ma non per lei, che continua a desiderarne la presenza fisica, un abbraccio affettuoso, un sorriso consolatorio.

Nell'animo ridotto ad un deserto sterile, sopraffatta dal sonno, lo rivede splendido come non lo ha mai visto, sente la sua voce chiamarla premurosamente, sente la morsa dell'abbraccio e il solito sorriso capace di contenere il mondo e rassicurarla della sua presenza. Occorrerebbe tracciare il profilo di altri personaggi come Giuda o gli apostoli, Pilato o la folla, ma vale molto di più farne una lettura personale perché infinite sono le suggestioni, infiniti i dubbi, infinita la ricerca della verità.

In conclusione posso affermare che in tutta la narrazione circola un grande afflato d’amore che finisce col prevalere sul male e sul dolore, in una prospettiva forse sovrumana, che è anche espressione della volontà dell'Autrice di rendere più vicino alla sensibilità umana una figura enigmatica come quella di Jeshu.

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

14 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

Adriana Pedicini

Mnamon, 2015

pp 89

10,00

Dietro il lento oscillare delle acacie

Sale la filigrana del ricordo

Del lungo ramo

Che sbatteva alla finestra

E tra i fiori acri sfiorito il volto

E immobile lo sguardo.

Anche oggi

Tra i passi lenti

Di questa primavera

Solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro delle acacie.

Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.

La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.

Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.

Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.

Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.

Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.

Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.

Senza parole

Chissà

Se il lago dei tuoi occhi

Agitano al fondo torve

Onde brune

O lo trapassano guizzi

Di luce cristallina,

se il silenzio notturno

fa della tua anima

tenda in cui cercar riparo

o se le foglie inaridite

rallentano la corsa

nell’aritmia della vita.

Nella luce del mattino

Come un bimbo

Incapace di salire

Ai piedi di una scala solitaria

Senza cordame

Miri al monte

Che in te ha inabissato

La sua cima.

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