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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Piccoli mondi

28 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

Piccoli mondi

ABEditore presenta i volumi della collana Piccoli Mondi, presto disponibile in tutte le librerie d’Italia, ma già ordinabile online sul sito ufficiale!

Una raccolta che rivisita i classici meno diffusi di Dumas, Poe, Stevenson, Twain, ecc…, con un tocco di originalità in più. Un modo per appassionarsi alla letteratura di un tempo, resa ancora più attuale dalla selezione dei racconti più sagaci e interessanti.

La genialità è nascosta nelle copertine, che spiccano per precisione e cura dei particolari. Ma al loro interno abbiamo storie sempre attuali che continuano a stuzzicare la nostra curiosità!

A chiudere il cofanetto dei Piccoli Mondi una raccolta delle favole più note, che è un viaggio alla scoperta di ciò che non abbiamo mai letto da bambini.

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Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

27 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa

Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.

È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.

Patrizia Poli

Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle.
Ha gli occhi dell'anima per intravederle.
Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli.
Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente.
Li tengono aperti un giorno sì ed uno no.
Li tengono aperti uno sì ed uno no.
Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi.
Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi!
Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli.
Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere.
Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni!
Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi!
Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi.
C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere.
Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso.

Luca Lapi

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L'estatina dei Morti

25 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

L'estatina dei Morti

Fine ottobre, si avvicinano i Morti, con le visite al cimitero, gli storni neri a nugoli nel cielo dei Lupi, i crisantemi e tutte le nuove tradizioni di zucche, streghe e fantasmi. Ricordo quando mio padre comprava i fruttini di marzapane a mia madre. Tanti anni fa, loro erano ancora fidanzati, i fruttini costituivano l’equivalente dell’odierno San Valentino. Ricordo anche che in questi giorni non si festeggiava, non ci si vestiva da streghe ma si commemoravano i defunti, si andava al cimitero a trovare i nonni che non c’erano più, ci si collegava alle radici della famiglia.

Io ho due cimiteri da visitare”, scrivevo il 28 ottobre del 1969, “uno è i Lupi e un altro è la Misericordia. Alla Misericordia ho un nonno e uno zio. Ai Lupi invece ho tanti cari. Innanzi tutto il mio fratellino, la mia bisnonna, uno zio e due nonni. Il mio fratellino è nato morto cioè si è strozzato con un cordone di carne che serviva a nutrirlo ancora in ventre. La mia bisnonna non la ho neppure conosciuta perché quando è morta, la mia mamma non era neppure fidanzata. Il mio zio è morto di un brutto male inguaribile, e pensare che non era mai stato colpito da un po’ di male. Quegli altri due nonni non li ho conosciuti. A Roma per ricordare i caduti in guerra c’è il milite Ignoto cioè hanno preso un soldato morto senza saperne il nome e l’hanno sotterrato, così tutte le mamme che hanno perso il figlio in guerra credono di averlo lì.

Eh, già… Il due novembre alla televisione non c’era mai niente di allegro, il lutto era lutto, durava un anno intero, durante il quale non si ascoltava la radio, non si guardava la tivù, non si andava a teatro né al cinema. Avevi il tempo di elaborare il dolore, di capire la perdita, di sentire la mancanza. Ora la morte è un tabù, va rimossa e, se tanto tanto ti azzardi a essere triste troppo a lungo, t’imbottiscono di antidepressivi.

Ormai è tutto diverso, fa caldo, dobbiamo arrenderci al fatto che l’autunno arriva ma poi va via di nuovo, che l’estatina dei Morti diventa una perenne indian summer dalle punte quasi soffocanti, dove ti ritrovi sudata, stanca e pinzata dagli insetti. Per questo, forse, i bei maglioni di lana, le sciarpe e gli impermeabili che s’indossavano da bambini nei primi mesi di scuola risultano importabili e si va verso un appiattimento nel vestiario senza più stagioni. La lana, diciamolo, sta scomparendo dagli scaffali e dai nostri guardaroba, molto meglio coprirsi a strati.

Ed ecco, infatti, due camicette che un tempo avrei riservato alle sere d’estate, una nera e una a fiori, ecco due spolverini leggeri, uno grigio profilato e l’altro blu elettrico, a sostituire trench e paletot, ecco la maglia in lurex viola, (sebbene, dopo una certa età, sia meglio non esagerare con i lustrini), ecco la maglietta grigio azzurra con la scritta davanti, leggera e adatta a qualsiasi tempo, ecco le scarpe sportive disegnate.

Per finire, a sorpresa, i sandali bianchi, essenziali, indispensabili. Della serie “me li ritrovo l’anno prossimo”, se ci arrivo.

L'estatina dei MortiL'estatina dei Morti
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#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

22 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando
Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

È possibile portare l’Orlando furioso sui social, tradurne le ottave in tweet? A cinquecento anni dalla prima pubblicazione del poema, hanno raccolto la sfida i profili Twitter della Società Dante Alighieri @la_dante e di MuseoFerrara @museoFe. È partito riscuotendo da subito una partecipazione convinta il progetto#furioso16tw, che invita alla lettura del capolavoro di Ariosto esaltandone gli aspetti di grande umanità. Il progetto, con la supervisione scientifica di Alberto Casadei, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Pisa nonché membro del Consiglio scientifico della Dante, si svilupperà sino al prossimo 18 novembre. Stanno al gioco anche i profili del Comune di Ferrara @ComuneDiFerrara, del Comitato nazionale per le celebrazioni ariostesche @2016furioso e di Palazzo dei Diamanti @PalazzoDiamanti, dove prosegue la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Non a caso, il progetto scanzonato si domanda cosa vedesse invece il poeta quando li teneva ben aperti.

Per 40 giorni, escluse le domeniche, saranno pubblicati tweet scherzosi e in rima per invitare i lettori a interagire con il testo del Furioso andando “a caccia di mostri”, o cercando tra i versi le occasioni per leggere ancora il poema da un punto di vista attuale. #furioso16tw si concentra infatti sugli elementi umani dell’opera, quelli che non perdono mai di attualità e che permettono ancora oggi ai lettori di riconoscersi in un poema ambientato ai tempi di Carlo Magno e pubblicato per la prima volta il 22 aprile 1516. Twitter, grazie alla sua immediatezza non invasiva, si presta persino al coinvolgimento di personalità culturali, chiamando in causa eventi del territorio che sovrappongono il passato al presente. Gli scambi di vedute nascono da veri e propri “botta e risposta” che raccolgono le affermazioni di chi approfondisce la poetica di Ariosto senza scostarsi troppo dal quotidiano, così Stefano Benni, Roberto Pazzi, Luigi Dal Cin, Guido Conti, Vittorio Sgarbi e Nuccio Ordine, almeno per il momento.

Temi come la follia amorosa, il movimento caotico per seguire gli oggetti del desiderio, il confronto tra il vero e l’apparenza contribuiscono a disegnare una vera e propria parabola umana all’interno del poema. Diversamente dal mondo dantesco, tutto verticale e orientato verso il Cielo, quello del Furioso è orizzontale: il lettore deve immergersi e guardarsi attorno, cogliendo le contraddizioni proprie di ogni uomo dietro le sembianze di una perfetta armonia. Un esempio di 140 caratteri, non uno di più: «Il grande Orlando, paladino fiero, / si ritrova più matto di un cavallo. / E il senno? Sulla luna! Sarà vero?».

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
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Antonio e Cleopatra

20 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Antonio e Cleopatra

I will tell you.

The barge she sat in, like a burnished throne,

Burned on the water. The poop was beaten gold,

Purple the sails, and so perfumèd that

The winds were lovesick with them. The oars were silver,

Which to the tune of flutes kept stroke, and made

The water which they beat to follow faster,

As amorous of their strokes. For her own person,

It beggared all description: she did lie

In her pavilion—cloth-of-gold, of tissue—

O’erpicturing that Venus where we see

The fancy outwork nature. On each side her

Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,

With divers-colored fans, whose wind did seem

To glow the delicate cheeks which they did cool,

And what they undid did. (Antony and Cleopatra II, ii)

Cleopatra Tea Filopatore (69 a.c. 30 a.c.), è stata una regina egizia del periodo tolemaico. Fu l'ultima del regno tolemaico d'Egitto e l'ultima dell'età ellenistica che, con la sua morte, avrà definitivamente fine. Parlava greco come tutti i tolomei ma decise di imparare anche l’egizio e di identificare se stessa con la dea Iside.

Era la maggiore dei figli di Tolomeo XII, per evitare problemi legati al fatto che fosse donna, il padre decise di nominarla co-erede insieme al figlio maggiore, Tolomeo XIII, i due ragazzi ricevettero l'appellativo di "nuovi dei" e "fratelli amanti" ma il fratello ben presto scatenò una guerra contro la sorella per appropriarsi definitivamente e interamante del regno.

Durante un soggiorno a Roma insieme al padre, pare che Cleopatra, quattordicenne, vedesse per la prima volta Marco Antonio che di anni, allora, ne aveva ventotto ed era un giovane nobile romano, a quel tempo al servizio di Gabinio come comandante di cavalleria.

Quando lo sconfitto generale romano Pompeo arrivò in Egitto, cercando rifugio dal rivale Giulio Cesare, fu ucciso. Cesare s’infuriò comunque e convocò alla reggia Tolomeo e Cleopatra. Cleopatra temeva di cader vittima di un agguato del fratello tornando al palazzo, così ricorse a uno stratagemma. Si fece avvolgere da un suo fedele amico in un grande tappeto. L’amico si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle e, dicendo di dover consegnare un dono a Cesare, arrivò fino agli appartamenti di quest'ultimo. Qui srotolò il tappeto e fu così che gli comparve davanti Cleopatra. Naso egizio, occhi grandi, pelle scura, bocca sensuale, la regina aveva ventuno anni, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i gioielli più pregiati e gli chiese protezione dal fratello. Le fonti narrano che i due divennero amanti quella notte stessa ma per Cleopatra fu un legame più politico che sentimentale. Il vero amore sarebbe arrivato con Marco Antonio. Dalla relazione tra Cesare e Cleopatra, nacque un figlio, Tolomeo Cesare detto Cesarione.

Morto Cesare, scoppiò una guerra civile fra i suoi amici e i suoi nemici. Nel 42 a.c. Marco Antonio, (83 – 30 a.c.), adesso uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà. S’innamorarono perdutamente, Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo. Dalla loro unione nacquero i due gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios.

La guerra civile fu vinta dagli amici di Cesare e un suo nipote, che si chiamava Ottaviano, divenne capo di Roma e di tutto il suo impero. Egli fu chiamato Augusto, cioè il più onorato e rispettato di tutti. Il rapporto tra Antonio e Ottaviano, che erano cognati, fu avverso sin da subito, la loro inimicizia fu immediata e continua.

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi? » (Svetonio, Augustus, 69.)

Antonio sposò Cleopatra, anche se era legato a Ottavia, sorella di Ottaviano. Poco dopo nacque un altro figlio, Tolomeo Filadelfo. Ottavia fu rimandata a Roma.

La politica di Cleopatra e Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.

Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Anzio, nel 31 a.c. Nel 30 a.c., dopo il suicidio di Antonio per non essere torturato e fatto prigioniero da Ottaviano, Cleopatra si rinchiuse nel mausoleo dei Tolomeo e si uccise facendosi mordere da un aspide.

Yare, yare, good Iras, quick. Methinks I hear

Antony call. I see him rouse himself

To praise my noble act. I hear him mock

The luck of Caesar, which the gods give men

To excuse their after wrath.—Husband, I come!

Now to that name my courage prove my title!

I am fire and air, my other elements

I give to baser life.—So, have you done?

Come then and take the last warmth of my lips.

Farewell, kind Charmian. Iras, long farewell.

Have I the aspic in my lips? Dost fall?

If thou and nature can so gently part,

The stroke of death is as a lover’s pinch,

Which hurts, and is desired. Dost thou lie still?

If thus thou vanishest, thou tell’st the world

It is not worth leave-takin. (Antony and Cleopatra V,ii)

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Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

17 Ottobre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.

Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.

Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.

I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.

E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.

Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.

Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.

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Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

15 Ottobre 2016 , Scritto da Ernesto Gastaldi Con tag #cinema

Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

Il mio amico Tonino Valerii

di Ernesto Gastaldi

Tonino Valerii, il più caro amico che ho avuto nel mondo del cinema. L’ho conosciuto nell’ottobre del 1955 al Centro Sperimentale di Cinematografia, eravamo entrambi stati ammessi al primo corso di regia e sceneggiatura. Era pallido, magro, con occhi celesti, appassionato ai grandi autori cinematografici da Dreyer a Lubitsch e agli allora contemporanei Bergman, Visconti, Rossellini, DeSica e ai crescenti Fellini e Antonioni con il loro carico d’arte e di psicoanalisi, ma destinato invece a diventare uno dei più grandi registi del western italiano.

Dal 1955 al 1957 io e Tonino e gli altri nostri compagni vivemmo due anni pieni di eccitazione e di speranze sotto la guida di un grande come Alessandro Blasetti e di un bravo autore come Giorgio Prosperi, ma anche con una borsa di studio e un pasto gratuito in mensa.

Finita la scuola, gettati per strada, dovemmo cercare ognuno la nostra via. Per me furono anni di fame, per Tonino no, il padre gli pagava una pensione pasti inclusi e così la domenica mi invitava per un vero pasto completo, con la padrona di casa, la sora Giggia, che mi si metteva dietro la sedia a mani giunte, esclamando incredula “ma quanto magni fijo bello”: mangiavo per tutta la settimana a venire.

Poi io e Tonino cominciammo a ingranare: qualche soggetto venduto, le prime sceneggiature per filmetti commerciali modesti, lavori condivisi, sceneggiature scritte in una notte in un continuo zampillare di battute esilaranti e canzoncine di accompagno mentre le nostri giovani mogli (eh sì, c’eravamo sposati entrambi) ci portavano dozzine di caffè.

Poi io diressi il mio primo film, Libido, e lui seguì col suo primo western, Per il gusto di uccidere. Ormai la nostra strada era professionalmente segnata: io avrei scritto dozzine di thriller e lui diretto capolavori western.

Io affittai un attico in via Nemorense 39 da Ettore Scola e Tonino venne ad abitare al 31, io comprai un bicamere al Circeo in un villino e lui comprò l’appartamento accanto.

Un'amicizia che diventò simbiosi di due famiglie e che, come frutti eccellenti, partorì I giorni dell'Ira, Una ragione per vivere e una per morire, Il prezzo del potere e Il mio nome è Nessuno.

Tonino era un abruzzese buongustaio e io un piemontese amante del buon vino, entrambi montanari, però lui era anche un grande cuoco e spesso nelle estati circeiane scendeva nel giardino con un pacco di spaghetti sotto il braccio per farci dei sughi clamorosi.

In età già avanzata, costretto a una dieta per il diabete, mi raccontava di sognare spesso di alzarsi dal letto coniugale per infilarsi in una garçonnière... per cucinarsi un colossale piatto di spaghetti all'amatriciana!

Gli regalai una targa Er mejo cuoco der monno è il reggista Valer seconno. Valer Secondo perché teneva molto alle due i del suo cognome VALERII.

Tonino non amava che andassi sul set mentre girava, forse una forma di timidezza perché lo chiamavano maestro, del resto in quel periodo d'oro per il nostro cinema commerciale io non avevo molto tempo per andare sui set dei film che scrivevo al ritmo di mezza dozzina all'anno.

Nella vita il caso gioca una parte importante e anche nelle carriere dei registi si diverte a fare la sua parte: I giorni dell'Ira nacque come un piccolo film, coproduzione con la Germania, produzione degli indimenticabili fratelli Sansone: era la storia di un ragazzino che si metteva a servizio di uno spietato pistolero e alla fine uccideva il suo maestro obbedendo alle regole che gli aveva insegnato.
Si partiva da un soggettino scritto da un amico biellese, Renzo Genta, e la sceneggiatura scritta a quattro mani con Tonino divenne una storia appassionante che interessò l'allora grande divo Giuliano Gemma che ragazzino non era più, ma si adattò a ritornarlo e lo spietato pistolero ci arrivò da Sergio Leone con il volto meraviglioso di Lee Van Cleef.

Con questo cast non era più un filmetto ma un filmone però il regista rimase il quasi esordiente Tonino. E fu subito gloria di incassi e di vendite in ogni Paese del mondo. Il destino western di Tonino era segnato e quando Sergio Leone per Il mio Nome è Nessuno licenziò il regista Michele Lupo per una incomprensione sulla sceneggiatura, io feci a Sergio il nome di Tonino che gli aveva fatto da aiuto nel film Per qualche dollaro in più. “Cotto e mangiato” come usava dire all'epoca e il grande Tonino si trovò a dirigere Henry Fonda nelle pianure americane. Un impegno tremendo, sapendo che a Roma Sergio Leone guardava i giornalieri, ossia le scene che Tonino stava girando negli States. Henry Fonda si rese conto del carico che gravava sulle spalle di Tonino che aveva qualche problema a dirgli di ripetere una scena non riuscita bene, lo prese in disparte e gli disse che doveva trattarlo come l'ultima delle comparse e liberarsi dal timore reverenziale, sia nei suoi confronti che in quelli di Sergio. Grande Henry!
Io seguivo l'andamento delle riprese dal mare, mi ero comprato un barca a vela e ricevevo spesso radiotelefonate da Sergio su dettagli del copione via via che Tonino girava le scene.

Il film stava crescendo e si capiva che era un capolavoro nel suo genere. Riuscì tanto bene che in una conversazione telefonica di Leone con Spielberg questi gli disse che il suo più bel film era... Il mio nome è nessuno! Da quel momento Sergio cominciò a lasciare intendere che effettivamente ci aveva messo lo zampino: questo fece soffrire moltissimo l'amico Tonino che aveva permesso a Sergio di girare un paio di scene in Spagna perché il film era in ritardo, si trattava di due scenette minori e neppure delle meglio riuscite.
Ormai Tonino Valerii non aveva messo solo Beauregard nei libri di Storia ma anche il proprio nome in quelli del cinema mondiale.

Scherzando, spesso ci dicevamo che non esistono storie a lieto fine perché se si continuano si scoprirà che il Principe Azzurro muore di cancro alla prostata e la Bella Principessa di Alzheimer quindi il trucco sta nello smettere di raccontare al momento giusto. Purtroppo nella vita non si può fermare il tempo e tutto arriva alla fine.

Così il 13 0ttobre 2016 è morto il mio più grande amico nel mondo del cinema, il grande regista TONINO VALERII. Lui era nato a maggio del 1934, io a settembre. I funerali si terranno il giorno 15 nella cappella della Sacra Famiglia in largo Respighi Ottorino 6, zona Camilluccia (evitate l’omonimia con Ciampino...).
Abbiamo condiviso un lungo tratto di vita, dai venti agli 80 anni e abbiamo lavorato insieme a molti film, ma per quel che più conta è stata la salda calda amicizia. Quando finiva di girare un film e cercava il prossimo ero solito a incitarlo ridendo: Corri,Tonino, corri!, ora mi è corso avanti, presto conto di raggiungerlo.

Ernesto Gastaldi



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Alessandro Angeli, "Io non sono la Coop"

13 Ottobre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alessandro Angeli, "Io non sono la Coop"

Alessandro Angeli
Io non sono la
Coop
Le Stradebianche di Stampalternativa
Almeno 5 euro – pag
. 86

Marcello Baraghini è l’ultimo grande editore italiano, nel senso che è uno che ci crede e che l’editore continua a farlo, pure in questo mondo marcio che tenta a ogni costo di convincerci che letteratura significa leggere Moccia, Volo, Camilleri, nani, ballerine, calciatori tatuati e deficienti patentati da un sistema che celebra il niente. Marcello Baraghini è uno che i suoi scrittori se li va a cercare, che inventa collane nuove, tipo dare voce agli analfabeti, alle tradizioni maremmane, che si fa venire delle idee come aprire una libreria a Pitigliano dove vende soltanto Stampa Alternativa. Fuori dal coro, con orgoglio. Non ha senso lottare contro l’industria del libro, contro editori sfornafenomeni a corto di idee. Non ha senso accettare il loro gioco. Ha un senso scrivere, invece, e continuare a pubblicare e a denunciare quel che non va come dovrebbe, come fa Alessandro Angeli, scrittore di talento, poco noto ai frequentatori dei supermercati del libro che una volta leggevano Baricco e ora si danno un tono sfogliando Ammaniti (una enne o due, il dubbio mi tormenta ancora).

Io non sono la Coop – infelice epilogo di uno stagionale nel tritacarne della grande distribuzione è il diario di vita vissuta che un giovane scrittore alle prese con i meccanismi di un lavoro alienante redige punto per punto, senza fare sconti a nessuno. Il marxismo è morto, certo, ha fallito in tutto e per tutto, ma certe cose contro cui Marx lottava sono ancora vive e purtroppo hanno vinto loro: l’alienazione, per esempio, un lavoro spersonalizzante che ti ruba l’anima. Il protagonista vorrebbe fare lo scrittore, nonostante tutto resta uno scrittore, ma è costretto a passare abbrutenti giornate alle prese con codici a barre da far scorrere sopra un lettore ottico, oppure a disporre casse di ortaggi nel reparto ortofrutta. Angeli traccia un quadro sconfortante di quel che siamo diventati, consumatori e niente più, uomini e donne a caccia del prodotto reclamizzato, in fila con sempre meno tempo e pervasi da dosi massicce di stress. La storia, scritta con buon ritmo, incalzante al punto giusto, alterna momenti di lavoro al supermercato, istanti passati in famiglia, giornate da libraio ambulante nei mercatini di paese, un imminente matrimonio e la voglia liberatoria di scrivere, in fondo la sola cosa che conta, secondo l’autore. Un libro intriso di sangue, del sangue versato dalle ferite della vita, contro la narrativa senza sangue che impera nel nostro mondo letterario contemporaneo, contro i gialli del cazzo - tanto poi ci fanno un film o una serie televisiva - e i romanzi a base di serial killer, contro le storie sentimentali che non ti lasciano niente, solo un senso di sconforto. Termino la lettura di questo libro e sento che dentro mi è rimasto qualcosa che si cancellerà difficilmente, come dopo aver letto un romanzo di Bianciardi, Cassola, Pavese. Ecco come si riconosce la letteratura, mi dico. Il problema è che editori criminali ci stanno togliendo il gusto di leggere, dando in pasto al pubblico dei non lettori dei prodotti che sono dei non libri. E noi che amiamo leggere dobbiamo rassegnarci a cercare nei cataloghi dei piccoli editori che ancora hanno il coraggio di narrare le ferite che dispensa la vita. Grande Marcello Baraghini. Spero solo di aver imparato qualcosa da un simile Maestro. E bravo Angeli che deve continuare a scrivere. Deve farlo per noi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Nuova Pisorno

12 Ottobre 2016 , Scritto da Sergio Pietra Caprina Con tag #cinema, #arte, #pittura

Nuova Pisorno

NUOVA PISORNO è un "Social Production Show", un movimento artistico a cui qualsiasi forma di arte può aderire, un territorio da percorrere attraverso il cinema, il teatro, la scrittura, la pittura ed altre forme artistiche e culturali.

Il programma prevede l'organizzazione di laboratori, pranzi e cene culturali, festival, fiere, corsi, convention, vacanze, trekking culturali, feste, picnic culturali, presentazioni libri, mostre di pittura, direzioni artistiche, realizzazioni e programmazione di lungometraggi e cortometraggi, documentari, spot, promo, trailer e molto altro su proposta di chiunque.

Comunica a "Nuova Pisorno" i tuoi progetti e le tue performance, i tuoi video. Iscriviti al gruppo facebook gratuitamente, diffondilo, condividi le notizie, porta i tuoi amici e, per saperne di più, scrivi a nuovapisorno@sergiopietracaprina.it,

Anche solo parlarne è costruttivo e creare insieme non è difficile.

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Antitesi

11 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #arte, #pittura

Antitesi

Antitesi

Mostra di arte contemporanea

8-16 ottobre 2016-10-09 Rocca dei Rettori

Benevento

Valdemeras Semeska Alessandro Rillo

Non sappiamo se l’arte sia espressione di ciò che si è o di ciò che si vorrebbe essere, comunicazione di ciò che si vorrebbe dire o il non detto, tra il mondo quale appare dall’esterno o il proprio mondo interiore. Non so se l’artista sia sempre consapevole del suo estro e se l’estro preceda la consapevolezza e quanto l’artista cerchi di seguire questo estro nella sua parte intuitiva o irrazionale oppure se cerchi di guidarlo, incanalarlo verso la comunicazione che sia la più chiara possibile. Se vi sia inoltre una connessione inscindibile tra intuizione e riflessione.

Probabilmente l’artista non è preoccupato di comunicare, atteso che l’arte, tutta l’arte, utilizzi canali comunicativi diversi dall’usuale, codici che non appartengono ai linguaggi comuni. E questa è la peculiarità dell’arte. In ogni caso allo spettatore è possibile intravedere, in base al proprio substrato culturale, emotivo, etico, intellettivo le linee entro cui si muove l’artista. Quando avviene questo connubio, capita quel miracolo per cui si dice che l’opera d’arte ha trovato il suo compimento. Altrimenti l’opera d’arte continua a viaggiare e continua a sollecitare altre risposte, altre attenzioni, altre conferme. Forse non si potrà mai arrivare a definire con certezza in cosa consiste un’opera d’arte, e cosa intende esprimere, tante sono le suggestioni, le evocazioni, le emozioni che traspaiono dalla tela dell’artista.

Pertanto diventa quanto mai arduo ma nello stesso tempo affascinante “leggere” una mostra che si presenta doppia e si intitola Antitesi.

Due Artisti, due tipologie narrative o descrittive diverse. Da una parte il concetto puro, astratto che pur ha bisogno della materia per esprimersi e che nella sua estrinsecazione privilegia una volta la materia più grezza, il cemento con le sue striature, graffiature, dall’altra il vetroresina dalla superficie liscia e dai colori che ricoprono quasi quelli dell’iride intero. Nell’altro abbiamo il tratto forte della pennellata ampia che si esprime sia nei colori chiari degli algidi paesaggi nordici ma talora con colori più mediterranei, pur mancando ad essi la luce del fulgore e della solarità mediterranea.

Nei quadri di Rillo notiamo lo snodarsi di un percorso che è sicuramente concettuale, apparentemente nascosto. Chissà se sia possibile realizzare il compromesso tra ciò che egli ha voluto comunicare e ciò che percepisce il fruitore dell’opera. In un certo senso questo compromesso può essere facile, perché pur nella concettualità l’Artista non può fare a meno di servirsi della fisicità della materia, del colore. Che sono poi dei sussidi per chi voglia capire.

Sicuramente c’è il passaggio da uno stato d’animo all’altro, da un concetto all’altro.

Sicuramente abbiamo il passaggio dallo stato cupo forse del dolore, della sofferenza, della disperazione, della insolubilità dei problemi nelle sfumature del grigio e del nero al chiaro in tutte le sfumature, al giallo, al rosso, al roseo, al bianco, segno del superamento di tutte le contraddizioni. Possibile anche che il percorso porti al vuoto dell’assenza di colore, nel non-colore del bianco, che può rappresentare il vuoto appunto, laddove altri vedrà il chiarore dell’alba.

Diciamo che ci troviamo su due posizioni antitetiche per espressione, per scelta di stile ma non credo che i due Artisti siano cosi distanti perché in ambedue si ravvisa la ricerca nella volontà di superare e superarsi per sperimentare nuove forme comunicative, nel tentativo di rincorrere nuove modalità espressive, che seppure sono nuove nello stile, esprimono le antiche ansie dell’uomo nella decodifica del mondo interiore ed esteriore.

In entrambi infatti risalta quasi drammaticamente l’assenza di elementi fisici caratterizzanti.

In Valdemeras i paesaggi mediterranei hanno le tinte di terra di quei luoghi, ma non possiamo non notare la pianta di fico d’india con le pale nude o il ragazzo della campagna pugliese con lo sguardo rivolto verso terra o le due donne, in un altro quadro, raffigurate di spalla e poi, dietro agli alberi carichi di frutta, il tratto bianco delle nuvole che riconduce ai paesaggi nevosi ravvisabili in altri quadri, dove la neve fa contrasto con i toni cupi del cielo.

Manca cioè l’elemento comunicativo più importante attraverso cui la comunicazione vola libera, il quale, in assenza della parola è lo sguardo, e il disagio è espresso anche dall’assenza di frutti sulle piante che per eccellenza racchiudono la luce e il calore del sole nei dorati o rossastri fichi d’india. Si avverte tale disagio soprattutto nel campo delle succulente piante ombrato da una coltre nera, un cielo minaccioso: segno di tempesta, o muro invalicabile?

In Alessandro Rillo risaltano le teste senza i tratti fisici del volto. Un solo identico profilo essenziale, che emerge in tutto il suo significato dalla sfondo a forza di colore quando queste “particelle chimiche” vanno ad impattare con l’animo dello spettatore. Ad indicare la loquacità onerosa del silenzio, o forse la purezza della linea, che è poi la semplicità rigorosa del pensiero. Sembra di sfogliare un libro dove la storia si dipana di pagina in pagina per intuizione, senza l’intermediazione del significante perché non venga compromesso il significato. Pulizia interiore, equilibrio dato dalla coincidentia oppositorum, efficacia e incisività della “linea pura” del profilo non già di un uomo/donna, ma dell’umanità intera che ha non nell’esteriorità la sua condanna e la sua salvezza, ma nel pensiero, nella testa appunto, attraversando nell’esperienza di vita tutta la gamma dei colori/sentimenti/dolori/gioie per approdare, a seconda dei casi, nel vuoto esistenziale o nel volo libero dell’anima.

In ogni caso avrà eluso e superato la babele (raffigurata benissimo nel collage di pagine di giornali) degli aspetti deteriori della società, quel cumulo di parole senza senso, di leggi senza rispetto, di tentativi falliti di giustizia che solo trovano in positivo dignità e completa realizzazione in interiore hominis prima ancora che nel tessuto sociale.

Adriana Pedicini

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