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La conquista dell'Ortigara

31 Gennaio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La conquista dell'Ortigara

L’Ortigara è stato il Calvario degli alpini, l’inizio di un vecchio canto di guerra recita:

Venti giorni sull’Ortigara
senza cambio per dismontà:
ta-pum ta-pum ta-pum
ta-pum ta-pum
ta-pum…"

Sulla cima brulla e sassosa del monte, nel 1920, è stata eretta a ricordo una colonna mozza. Per non dimenticare che tra il 10 ed il 29 giugno 1917, tra assalti e contrassalti sugli aridi crinali tra l’Ortigara ed il vallone sottostante dell’Agnella, vennero falciati dalle mitragliatrici migliaia di giovanissimi soldati italiani e austroungarici.

Nella notte tra il 9 e il 10 giugno 1917 l’artiglieria iniziò il suo “ta-pum” contro le linee austriache, preparando l’attacco degli alpini e dei bersaglieri che si sviluppò nei giorni seguenti. I razzi illuminanti cercavano di rischiarare il cielo e l’obiettivo in quelle ore buie e di nebbia fitta, ma il bombardamento preparatorio fu di modestissima efficacia. Le truppe italiane scattarono all’attacco verso le tre pomeridiane del 10 giugno. Anche la nebbia e la pioggia, frammista a gelido nevischio, si erano schierate contro, forse un segno del destino, come un estremo tentativo per farli desistere da un impresa così ardua e giudicata impossibile già sulla carta. Le perdite furono di proporzioni drammatiche. Complessivamente la 52a Divisione perse nella Battaglia dell’Ortigara oltre dodicimila uomini, dei quali quasi seimila, soltanto l’ultimo giorno.

Errori tattici, previsioni sbagliate , manovre che portarono tante giovani vite al massacro e, mentre i comandanti e tutti gli artefici di una delle più sanguinose battaglie mai combattute dall’esercito italiano, si ricoprirono di infamia che difficilmente nessun revisionismo riuscirà mai a cancellare, moltissimi furono gli eroi, i soldati che pieni di ardore caddero combattendo, donando fino all’ultima goccia del loro sangue per difendere il suolo natio.

Scriveva il Tenente Don Luigi Sbaragli, cappellano militare: “Giù il parapetto delle trincee. Ecco i nostri petti saldi e compatti, che rimpiazzano le trincee. Ancora tre minuti. Via i reticolati! Eccoci pronti per la corsa alla gloria. Un bacio al Maggiore, un bacio agli altri ufficiali, un augurio; e gli aquilotti spiccano il volo. Ho come un fremito in tutta la persona… Cominciano a mitragliarci.”

E ancora riporta l’allora Tenente degli Alpini, Paolo Monelli, nel suo celeberrimo “Le scarpe al sole”: “I soldati s’allineano lungo la strada, contro la roccia. Non guardo che facce abbiano: ma sento al di là la tranquilla rassegnazione all’inevitabile. Da quindici giorni si assiste allo stesso spettacolo: escono battaglioni, rientrano barelle e morti, e dopo qualche giorno o qualche ora, i pochi superstiti…”

Una delle testimonianze più toccanti, che ci sono state trasmesse, è quella del Tenente Adolfo Ferrero, del battaglione Val Dora. Ferrero, come tutti i soldati che caddero in quel tragico giugno, non si faceva alcuna illusione. Nella sua ultima, straziante lettera inviata ai familiari affidandola a un attendente, si dichiarò pronto al sacrificio estremo, in nome della Partria.

Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete. Siate forti come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai morto. Il mio nome resti scolpito nell’animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza della mia fine gloriosa.”

La lettera del tenente Ferrero non fu mai consegnata ai familiari e fu ritrovata solo pochi anni or sono, conservata nei resti del suo povero attendente. Leggere le sue parole, i saluti ai genitori e la sua rassegnazione, riempie di commozione, fa rivivere gli eventi di quei giorni drammatici, ma è anche e soprattutto una riscoperta dei valori che albergavano nel cuore degli alpini, schietti, genuini, uomini veri.

Furono tanti gli eroi dell’Ortigara, ne riporto qui il ricordo di uno per tutti, un alpino dimenticato e per il quale non è stata eretta eretta nessuna stele, né è stata affissa nessuna lapide sull’Altopiano, eppure è proprio in questo luogo che egli offrì la sua giovane vita alla Patria.

Gli ordini erano quelli di conquistare la Cima di Puntale onde poter rientrare in possesso delle posizioni perdute e necessarie a evitare lo sbocco in pianura delle truppe nemiche, alle spalle dell’esercito italiano. Si trattava dunque di evitare la catastrofe, così il 10 giugno del 1917, per lui e per tutti gli alpini fu il giorno della cieca obbedienza e del sacrificio. Sotto il fuoco del nemico dovevano scendere di corsa le pendici occidentali del monte, oltrepassare il Vallone dell’Agnelizza e risalire quelle orientali del Monte Ortigara. Oramai pronti, aspettavano soltanto l’ordine di attacco, erano le prime ore del pomeriggio di un giorno in cui anche il tempo aveva mostrato la sua cattiveria e li aveva tenuti in attesa per ore sotto la pioggia. Lui, sottotenente, si manteneva calmo davanti ai suoi: non era la prima volta che sfidava la morte. Aveva già ricevuto encomi e meritato una Medaglia d’argento al valor militare nel maggio del 1915, quando, da poco iniziate le ostilità, si era messo in luce per coraggio e spirito di sacrificio. A dicembre dello stesso anno, durante un’azione notturna, salendo in cordata, una pallottola che lo aveva colpito alla guancia, gli era entrata in bocca ed era uscita dalla mandibola, frantumandola. In ospedale fu un paziente assolutamente poco tranquillo, smaniava di andarsene il prima possibile e, ancora convalescente, alla notizia della morte del fratello Attilio, ucciso sull’Adamello, raggiunse la trincea. Solo la speranza di poterlo vendicare mitigava il suo immenso dolore. Sono molteplici le azioni in cui si distinse: quando, prendendo alle spalle una batteria nemica con un manipolo di Alpini, aveva sollevato da terra il comandante austriaco agguantandolo per la collottola. O ancora quando, al comando del proprio reparto, incurante del pericolo, sotto il fuoco nemico, si era gettato alla conquista del Monte Campigoletti, a sud dell’Ortigara e fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.

E così via, in atti di eroismo e in azioni spericolate, fino a quando venne il suo giorno. “Vedrete, oggi, come sanno morire gli ufficiali degli Alpini Italiani” disse prima di lanciarsi in battaglia.

Alle 15 del 10 giugno 1917 quando iniziò l’assalto, alla testa dei suoi appariva invulnerabile, correva avanti mentre intorno a lui fischiavano le pallottole, uno ad uno, cadevano i suoi uomini, cadevano i comandanti ma egli avanzava, imperturbabile. Finalmente, dopo cinque tentativi, gli Alpini riuscirono a raggiungere e a prendere la postazione delle mitragliatrici nemiche che li teneva sotto tiro. Il terreno era coperto di morti. Il giovane tenente fu colpito alla fronte e a una spalla ciononostante incitava ancora i suoi con tutto il fiato che aveva in gola gridando: “Avanti, avanti, Alpini della valanga!”. Un’altra palla lo colpì, questa volta al cuore. Egli capì che era giunta la sua ora e con estrema serenità e rassegnazione ironicamente disse: “Chesta l’è chela giosta” (Questa è quella giusta). Aveva ventidue anni appena compiuti. Il suo nome era Santino Calvi.

Ricevette un’altra Medaglia d’argento, questa però alla memoria e ora riposa nel cimitero di Piazza Brembana, suo paese natale, accanto al fratello che aveva con onore vendicato.

Furono giorni di sangue, di dolore, di conquiste e riconquiste, da una trincea all’altra.

Cimitero di noi soldati
forse un giorno ti vengo a trov
à.

Ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pu
m”

La conquista dell'Ortigara
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Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico.

30 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico.

Un paese che da solo vale sicuramente un viaggio per andare alla scoperta di tutte le sue biodiversità e le tante bellezze che ne fanno una meta unica e piena di colori.

Ci sono paesi che, spesso, vengono uniti agli altri più vicini se si effettua un viaggio. Questo accade quando si programma il Vietnam e si unisce anche la Cambogia o il Laos o tutti e due.
La stessa cosa accade per il Guatemala, che viene visto come un’estensione del Messico.
Eppure anche questo paese è uno dei più belli, ricco di storia, natura e tradizioni. Per la sua eccezionale posizione geografica, il Guatemala è considerato il centro geografico dell’America Latina, eppure, difficilmente viene proposto o scelto come prima destinazione.
Anni fa, ci furono progetti per migliorare le strutture alberghiere, potenziare i trasporti interni, inclusa la rete autostradale. Molte cose sono state fatte, ma continua a rimanere un po’ la “Cenerentola” dell’America centrale.

Il paese ha affrontato notevoli sforzi per preservare e proteggere l’altissimo grado di diversità biologica presente in una terra che vanta più di 14 zone di vita, alcune delle quali rimaste ancora intatte.
Le 44 aree protette, tra cui Tikal, unico lago al mondo dichiarato dall’Unesco sito di “patrimonio mondiale” e “riserva naturale mondiale”, e le 60 riserve naturali, costituiscono la prova di questo patrimonio dal valore inestimabile.

Va sottolineato che le risorse del Guatemala riguardano principalmente la varietà dei suoi paesaggi e la sopravvivenza di una flora e fauna unica al mondo.

Diciannove ecosistemi diversi; 33 vulcani; le imponenti montagne dalle quali scorrono le acque delle sorgenti termali; le jungle del bassopiano – popolato da più di 300 varietà di uccelli – le scimmie ululanti; i giaguari dalla pelle brillante e stellata; rigogliose foreste tropicali con più di 450 tipi di alberi.

E ancora, laghi e fiumi dalle acque cristalline, la costa del Pacifico con le sue spiagge nere di origine vulcanica, boschi fiabeschi nei quali è facile trovare paesini incantati e dove vive il quetzal, uno degli uccelli più belli del mondo e simbolo nazionale del Guatemala.


Se a tutto ciò ci aggiungiamo che il Guatemala è il fulcro del mondo Maya, dove ancora sopravvivono costumi e tradizioni ancestrali e, incuranti del tempo, si ergono maestosi templi e palazzi di un “Mondo Perduto”, si capisce perché questa nazione dovrebbe diventare una meta turistica di primaria importanza.


E il paese si presta a vari tipi di turismo. Si possono scoprire i rituali e i misteri delle popolazioni indigene. Addentrandosi nelle selve del Rio Dulce, forse sarà possibile ritrovarsi nella leggenda degli uomini-coccodrillo, sapienti guaritori che si rifugiarono nella foresta per sfuggire agli occhi indiscreti, si può seguire il corso del fiume e dormire a cielo aperto.

Si possono scoprire interessanti cittadine, ci si può improvvisare speleologi e visitare grotte e tunnel sotterranei. Si può praticare la pesca d’altura, considerata una delle migliori al mondo. Ma questa è solo una parte di ciò che si può fare e vedere in questo paese ancora da scoprire come gli altri paesi confinanti.

Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico.
Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico.
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FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

29 Gennaio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

Torna a proporci un suo pezzo Marcello de Santis

Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a propagandare il Futurismo, che poi si allargò a macchia d'olio fino a giungere anche nella lontana Russia, (Majakovski e altri).
Tra le tante novità pazze in poesia che portò la nuova visione della letteratura, introdotte, grazie all'intento - sbandierato in serate futuriste in varie città d'Italia - di distruggere la letteratura tradizionale ormai vecchia e decrepita, venne di moda anche scrivere dei versi (quartine in ottonari, per lo più) con l'ultima parola tronca.
Il 5 febbraio 1909 dunque, Marinetti, scrisse il testo del Manifesto del Futurismo; e lo pubblicò a Parigi nell'anno 1909, il 20 di febbraio su Le Figaro.
Idee innovative che cominciavano con il primo articolo

1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo,
l'abitudine all'energia e alla tem
erità.

e finiva con l'undicesimo ed ultimo

11- Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto,
il volo scivolante degli areoplani.
E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza
travolgente e incendiaria col qua
le fondiamo oggi il Futurismo

Ne accolse le idee e ne fece ampia propaganda la rivista Lacerba, che nacque a Fi-renze nel 1913 per opera di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, coadiuvati dal grande Aldo Palazzeschi. La rivista, che usciva ogni quindici giorni, divenne in questo modo la culla del Futurismo Italiano.
E' qui che nascono i primi versi maltusiani, nei quali pian piano non ci fu poeta e o scrittore che non si cimentasse.
Presero il nome di "maltusiani" derivando il vocabolo da Thomas Robert Malthus,un economista inglese poco conosciuto da noi, che nelle sue teorie sosteneva come necessaria la limitazione delle nascite, ma coll'astinenza sessuale.
All'epoca a questo fine era in voga il coitus interruptus, il più diffuso e conosciuto sistema anticoncezionale.
Le poesie di cui stiamo parlando nacquero spontaneamente derivando la non completezza dell'ultima parola dell'ultimo verso proprio da quel metodo.
E come l'uomo non conclude il rapporto sessuale tirandosi indietro al momento dell'orgasmo finale, allo stesso modo il poeta non conclude la poesia interrompendosi l'ultima parola.

La struttura è semplicissima: siamo di fronte a una quartina (cui ne segue un'altra) che sempre inizia con un nome, seguito da ... "è quella cosa", per spiegare poi nei tre versi rimanenti cos'è appunto quella cosa.
I due versi centrali, il secondo e il terzo, fanno rima tra di loro; il quarto ed ultimo finisce con una parola tronca; e quando questa non è una tronca è una parola accentata (blu, più, su, giù, ecc...).
Facendo degli esempi vedremo poi anche i temi delle quartine, che sono quasi sempre ironici, grotteschi, o riferiti a personaggi - politici e non - per prenderli in giro. E siccome fu il signor Malthus a propugnare l'interruzione del rapporto sessuale quando i partner erano giunti sul più bello, (per evitare una fecondazione indesiderata), vogliamo darvi un esempio di maltusiano in una delle tante quartine, in cui si definisce il verso che da lui prende il nome (e guarda caso proprio definendo il rapporto suddetto e l'organo relativo: il pungetto - pungolo; latino: stimulus):

Maltusiano è quella cosa
ch'ogni cosa agguanta e inguanta,
il pungetto be
ne impianta
ma si ferma sul più bel.
(da: Almanacco Purgativo, 1914)

E' giusto far risalire questa moda di poetare al sistema del coitus interruptus del dr Malthus; però non bisogna trascurare un fatto altrettanto importante: circa cento anni prima, si era nel 1834, un certo Ferdinando Ingarrica, che era un giudice del regno borbonico alla Gran Corte Criminale del Palazzo di Giustizia di Salerno, fece stampare a Napoli un bel pacchetto di anacreontiche in un libretto dal titolo: "Opuscolo che contiene la raccolta di cento anacreontiche su di talune scienze, belle arti, virtù, vizi, e diversi altri soggetti, composto per solo uso de' giovanetti".

Oltre che redigere testi di condanna per delinquenti destinati alla forca o ad altre pene, il giudice dunque era amante della poesia; in particolare di brevi poemetti didattici che facevano divertire il lettore per gli argomenti trattati; e che ebbero un gran successo in tutta Napoli.
Erano chiamati, questi versi, anacreontiche, dal nome del poeta greco Anacreonte, appunto, ed erano in voga già dalla metà del secolo XVIII; il divertimento, oltre che dall'argomento trattato, veniva anche dal modo in cui esso veniva esposto in poesia.
Sentite come il giudice descrive la Religione:

Religione tu a noi insegni
Come adorasi il Gran Dio;
Ah potessi ognora io
Colla faccia in terra star!

Chi seconda i tuoi prece
tti
Rasserena mente e core,
Vive ben; né mai timore
Della Morte debbe
aver

Dal nome del suo autore queste brevi poesie a un certo punto vengono chiamate Ingarrichiane". Come possiamo vedere dall'esempio appena fatto, si tratta di brevi composizioni in versi ottonari, che destano una certa comicità; già queste presentano l'ultimo verso sincopato, tagliato, troncato.
Il libro si diffuse rapidamente per tutta Napoli e destò interesse e riprovazione allo stesso tempo, e commenti e pareri non sempre positivi; anzi ce ne furono di duri e durissimi; ciò nonostante tantissime furono le poesie scritte da autori che preferivano non firmarsi, per sottrarsi appunto agli eventuali biasimi.
Mi è facile pensare che stante gli argomenti a volte scabrosi e più spesso trattanti temi politici o sociali, per mettere più o meno alla berlina questo o quel personaggio, versi per natura sarcastici - mordaci, per usare un termine del tempo - mi piace pensare dicevo, che venissero declamati anche da attori comici sui palcoscenici dei cafè chantant.
Insomma la cosa fece scalpore anzichenò; alcune case editrici minori ci misero su il carico da undici, come si dice: si appropriarono del fenomeno culturale e del libro fecero copie non autorizzate. Ciò che causò la disapprovazione della Corte che si sentì oltraggiata, tanto che i famigliari del giudice per ovviare in qualche modo al diffondersi della pubblicazione tentarono di ritirare dalla circolazione più copie possibile dell'Opuscolo.
Leggiamo un'altra composizione

"L'ubriaco"

L'Ubriaco è l'uom schifoso
Che avvilisce la natura;
Tutto dì la sepoltura
Per Lui aperta se ne sta.

Il far' uso del liquore
Con dovuta temperanza
L'Estro sveglia, e con possanza
Spinge l'Uomo a p
oetar.

Ma la cosa non si arrestò; il fenomeno si sparse per tutto il Regno di Napoli, e molte persone le imparavano a memoria per declamarle ad ogni occasione. E non solo le anacreontiche del giudice ma anche quelle apocrife che venivano ugualmente stampate; erano talmente ben fatte da parere farina del sacco dell'Ingarrica.
Come tutte le cose passeggere anche l'Ingarrica con i suoi versi matti venne dimenticato; anche se negli anni futuri talvolta veniva ricordato per il fatto di non avere scritto solo scemenze, ma "di aver detto verità sacrosante in forma sciocca".
Ma ritorniamo ai versi maltusiani che la rivista Lacerba, diffuse, come detto, visto che a cimentarsi col metodo furono moltissimi autori e sostenitori e rappresentanti del Futurismo.
Lacerba, nata come detto nel 1913, ebbe breve durata, ché già nel 1915 terminò le pubblicazioni. I suoi rappresentanti, i futuristi, e i suoi direttori, Papini e Soffici, erano soliti trovarsi al Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, (insieme agli altri letterati che non condividevano le idee rivoluzionario del Futurismo), per declamare le loro opere e/o scambiarsi opinioni e/o preparare gli articoli da pubblicare e le serate da fare nei vari teatri della penisola. Non mancò per l'occasione una quartina sul famoso ritrovo per i letterati fiorentini, dove i futuristi erano i casinisti per eccellenza con le loro costanti escandescenze naturali:

Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi
se discuton non c'è cristi
non puoi pi
ù giocare a dam

Su Lacerba appaiono i primi versi maltusiani, che scrissero sia Giovanni Papini che Ardengo Soffici.
Questi, nella rubrica che teneva sulla rivista, proprio nel 1913 pubblicò per primo alcune poesie di Luciano Folgore.
Ecco una sua quartina che a qualcuno apparve blasfema.

Padreterno è quella cosa
Che ti veglia giorno e notte
Ma che poi se ne strafotte
Del
le tue calamità.
(Luciano Folgore, 1913)

A questa ne seguirono altre; anche dei due direttori, che si decisero ad affrontare il fenomeno di petto; e fu proprio la rivista stessa a editare un Almanacco Purgativo con versi maltusiani. Fu scritto in occasione dell'esposizione di pittura futurista che si tenne a Firenze dal novembre 1913 al gennaio 1914. Costava cinquanta centesimi.
Sono andato a cercare un'antica mia copia dell'Almanacco, scartabellando tra i libri ben ordinati nelle varie scansie della mia libreria, lassù in alto, dove tengo i libri antichi e rari, ormai introvabili - gran parte sono opere degli autori di quell'ultimo quindicennio dell'ottocento e dei primi quindici anni del novecento- e alfine l'ho trovato.
Leggo nella prima di copertina: ... è uno di quei rari documenti che possono resti-tuire intatto il gusto, il sapore di un'epoca... Una pubblicazione scapigliata e burlesca, come la definisce Soffici, l'Almanacco è quindi il canto del cigno non solo di un gruppo d'avanguardia, ma di un'intera dimensione di vita che sarà di lì a poco sconvolta dalla guerra e mai più ricostituita.
L'ho riletto volentieri, ci sono voluti pochi minuti; e vi ho ritrovato ciò che avevo letto in gioventù: di tutto e di più; ma quello che a noi qui interessa sono le prime 60 pagine (il volumetto ne ha appena 150), in cui al centro di ogni pagina c'è stampigliato a grossi numeri e lettere il calendario di tutti i mesi, nella parte alta ci sono detti o frasi celebri di autori classici italiani e stranieri (Machiavelli, Leopardi, Balzac, Strindberg, Pascal, etc.) e in basso due per pagina affiancati maltusiani domenicali.
Ne riporto qualcuno;

nel mese di marzo

mezzogiorno è quella cosa
per cui sparasi il cannone,
tutti vanno a colazione
rim
ettendo l'oriol

nel mese di giugno

cimitero è quella cosa
dove stanno solo i morti
non si sono ancora accorti
che i lor car
i stanno altrov

nel mese di ottobre

moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il fru
tto al femminil

L'ultima quartina maltusiana, che chiude questa breve raccolta in cui si sbeffeggia più di uno dei personaggio in voga allora, da Papini a Carrà a Prezzolini a Soffici, da Pratella a Russolo a D'Annunzio, è nella pagina del mese di dicembre, ed è dedicata al libro; eccola

almanacco è quella cosa
che si fa una volta all'anno
gli anni vengon gli anni vanno
ma ti r
esta l'almanacc

Ho chiuso con nostalgia questo volumetto che sa di antico, e che per un quarto d'ora mi ha riportato malinconicamente indietro negli anni, alla mia trentina, dico, quando ho cominciato a studiare a fondo quel periodo d'oro della nostra letteratura, compreso il bistrattato Futurismo, entrando in quel mondo sulla scia del grande poeta di Marradi, Dino Campana, coi suoi inimitabili e immortali Canti Orfici. Che ho amato come nessun'altra opera letteraria,
Ma bando alla melanconia, per dirla con un termine obsoleto o quasi, e torniamo a noi.
Uno degli autori futuristi che scrisse maltusiani più degli altri è Luciano Folgore
Luciano Folgore Roma 1888-1966. Pseudonimo dello scrittore Omero Vecchi, futurista, tra le sue opere Il canto dei motori, con la quale esordì nel 1912, ma si ricorda soprattutto per la sua vena satirica, per i suoi versi estrosi ed estemporanei e per i componimenti in quartine maltusiane
Molte delle quartine più sopra pubblicate sono le sue, ma qui ne vogliamo riportare un'altra molto bella e a doppio senso nemmeno troppo celato

l'obelisco è quella cosa
che si drizza sulle piazze
ne van matte le ragazze
perché dur
o e volto in su

Non mancarono, come già ai tempi del giudice di Salerno, Ferdinando Ingarrica, anche poeti da strapazzo, poeti dilettanti e non, che ne scrissero, e anche di belli; eccone uno di un anonimo molto simpatico:

La saliera è quella cosa
che ha la forma di un occhiale;
da una parte ci sta il sale
e dall’altr
a ci sta il pep.


Ettore Petrolini, Roma 1884-1936. L'attore romano partecipava spesso alle famose serate futuriste quando queste venivano organizzate nella capitale. Attore comico e drammaturgo e sceneggiatore; ma fu anche poeta e scrittore delle sue gag di avanspettacolo, e non mancò di scrivere versi maltusiani alla stregua dei futuristi. Ne scrisse molti nel suo Manuale dello chauffeur; mentre altri ne contiene l'altra sua opera Ti è piaciato?, in numero di ventisette, per l'esattezza; descrive tra i molti, ad es., la lingua l'amore il farmacista il cagnolino.
Leggete questo sulla moglie, una chicchera:

È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si
chiama la metà.

Ce n'è uno nel quale si autodefinisce:

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti off
endi se ne freg

Ai giorni d'oggi la rivista Golem, quando era diretta da Stefano Battezzaghi (come ci informa Pier Paolo Rinaldi), ha riproposto diversi maltusiani parlando appunto di Ingarrica e dei Futuristi.
Versi maltusiani che si sono adeguati ai tempi moderni prendendo di mira personaggi attuali; e poteva mancare dunque il cavaliere per eccellenza?
Eccone uno il cui autore è l'autore de Il nome della Rosa.

Berlusconi è quella cosa
che ci dà TV ogni sera
poi per non patir galera
org
anizza Forzital.
(Umberto Eco)

Bene amici che mi leggete: ho detto tutto o quasi sull'argomento. Forse mi resta ancora una cosa, eccola.
Riporto le parole di una celebre canzone del 1918, Come pioveva, il cui autore è il celebre Michele Testa, in arte Armando Gill (Napoli 1877-1945) che ne scrisse anche la musica.
E come questa se ne contano a centinaia, a partire dagli anni cinquanta in avanti. Che cosa sono quelle parole tronche a fine quartina, se non residui o reminiscenze delle famose ingarrichiane o maltusiane?

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati
non ricordo come fu.

Ma una sera c'incontrammo
per fatal combinazion,
perchè insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton.

Elegante nel suo velo,
con un bianco
cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.

marcello de santis

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Russa o Rumena?

28 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Russa o Rumena?

Saltuariamente, senza quella cadenza regolare che mi consenta approssimativamente di prevederne il ritorno, come per la gran parte dei clienti abituali, una bella signora di mezza età viene a mangiare un trancio di pizza, sempre la stessa varietà e la stessa quantità, e a bere una mezza minerale naturale nella mia pizzeria. I tratti somatici e le poche parole che le sento pronunciare la qualificano d’acchito come straniera. Compattamente bionda, di certo, vista l’età presunta, con l’ausilio di tinture o coloranti o, magari, semplicemente di acqua ossigenata, minuta, aggraziata, colpisce per l’eleganza naturale dei movimenti, per la riservatezza dello sguardo, per l’economia di parole, per il sorriso gentile, non manierato, per il viso armonico, abbronzato, sobriamente truccato. Tutto il suo aspetto non dice nulla di più di ciò che si vede, anzi sembra voler dire qualcosa di meno, come volesse sottrarre una parte di sé allo sguardo altrui. E veste fuori moda: camicette coi gugni, o con le mezze maniche a sbuffo, infilate, ben sopra il bacino, in gonne svasate sotto il ginocchio o in pantaloni semiscampanati su scarpe a mezzo tacco, colori uniformi, vivaci talvolta, ma mai festaioli. Un’immagina nitida di cura di sé e di pulizia, senza la pastosità dell’ostentazione o della civetteria.

Gentile, e bellissima, Signora,

Mi rivolgo a Lei per lettera non per timidezza o perché non sia in grado di creare l’occasione di incontrarla falsamente per caso, ma perché, come Lei e i Suoi modi, i Suoi abiti, le Sue scarne parole, il Suo sorriso trattenuto, i Suoi gesti sottovoce, i Suoi sguardi retrivi, la lettera è fuori moda.

Straniera, di sicuro. Mi piace immaginarle il destino di una nobile russa decaduta, travolta e scacciata dalla Rivoluzione, ospitata in casa di qualche ricco borghese ad insegnare francese, canto e pianoforte ad una fanciulla in attesa di maritarsi, nascondendole l’orrore, lo sgomento, il lutto. Ma non siamo all’inizio del secolo delle rivoluzioni. E allora potrebbe essere una rumena: pulizie ad ore, coi mariti fuori casa e le mogli ad insegnare ciò che non sanno fare.

Una lettera anche perché, eventualmente, l’incontro non sia casuale. La nostra età – no, non si offenda, qualunque sia la Sua non giovane età, Lei ne è più giovane e più bella – la nostra età dovrebbe consentirci di essere franchi. Lei mi piace, mi piacerebbe parlarLe e sentirLa parlare, guardarLa negl’occhi, senza essere maleducato o importuno. Sì, certo, se poi, dopo, chissà, potessi anche carezzarLe la guancia, lisciarLe i capelli, sistemandoglieli dietro l’orecchio, tenere il palmo della mano sulla Sua nuca, poggiare le labbra alle Sue, intrufolare la lingua nella Sua bocca, sentirmene ricambiato… Ma non è solo questo, o non è, innanzitutto, questo.

La vedo entrare e avvicinarsi alla casa e continuo a guardarla mentre paga e aspetta, poi continuo a guardarle la schiena, seduta sullo sgabello di fronte al bancone, davanti alla piccola mensola dove poggia con gesti misurati e attenti l’involucro della pizza e la bottiglietta di plastica. La guardo non come un pizzaiolo guarda una cliente, ma come un uomo guarda una donna. Indossa un vestitino trasparente, di cotone chiaro, a fiorellini, simili a quelli con cui le militanti dei collettivi studenteschi ricoprivano il loro corpo acerbo, arrabbiato e fremente. Quella trasparenza, che in altri tempi e altri luoghi, la bella signora avrebbe attenuato o del tutto nascosto, è una piccola concessione alla disinvoltura delle mode attuali. Ne approfitta, forse, per liberarsi del fastidio estivo di una sottoveste. Avevo acquisito una certa esperienza. Ero esercitato e conoscevo bene l’incrocio di traiettorie che mi avrebbe permesso di accentuare quella trasparenza fino a vedere il più possibile. Mi sono appostato nel punto del bancone che l’ora e la stagione mi suggerivano: un raggio di sole tra un attimo l’avrebbe trafitta sulla soglia. Tra poco avrei visto, di più, quasi tutto. Un imbecille, dall’altro lato del bancone, pretendendo di scaldare un po’ di più il suo trancio già morso, nota che indugio e pensa di gratificarmi con un’espressione complice per la quale la risposta più giusta sarebbe un manrovescio.

Mi decido a scriverle la lettera.

Davvero, innanzitutto vorrei dare un contenuto empirico alla Sua forma, alla Sua bellezza che è una promessa. E tanto più struggente perché è una bellezza anche retrospettiva. Quanto dev’essere stata bella da giovane! No, non si sorprenda o non mi schernisca perché un pizzaiolo possa usare l’espressione “contenuto empirico”. Chi, meglio di Lei, Russa o Rumena, può tollerare l’imprevedibilità della vita? Avrebbe mai pensato, da bambina, che il futuro sarebbe stato fatica in un paese straniero?

La faccio tradurre in russo e in rumeno, in corsivo e ne ricopio a mano entrambe le versioni, imbrogliandomi un po’ coi caratteri cirillici, sforzandomi di mantenerli intellegibili. Piego i tre fogli e li infilo in una busta sulla quale scrivo

Per ЉАЯ Pentru.

Ne aspetto il ritorno.

Vede, la Sua grazia naturale, il Suo viso così ossuto che la pelle sembra stentare a ricoprire, la Sua bocca tanto restia a dischiudersi, i Suoi occhi che, ricorderà, quel giorno ho sorpreso torcersi verso di me, sono una promessa di delizie che basterebbe a se stessa, se non volessimo sempre di più, se non sentissimo il bisogno di riempire quella forma di un contenuto che quasi sempre la involgarisce, ma non dobbiamo farne a meno, dobbiamo rischiare. Le sembro troppo impegnativo? La vita Le sembra già abbastanza tribolata per aggiungervi le farneticazioni di uno che in fondo vuole quello che vogliono tutti? Allora, sarà stato comunque bello averLa non conosciuta.

Eccola. La raggiungo mentre mangia. Le sorrido, le porgo la lettera. “Signora, mi farebbe la cortesia di scrivere il suo nome, qui” punto il dito sotto la triplice versione del “per”, porgendole la penna. Pensa, credo, ad una specie di concorso, ad un gioco a premi per clienti. Scrive. Riprendo la busta. Leggo: “Mara”. “No, Signora, non il nome che usa in Italia, ma il nome con cui la chiamava Sua madre”. Mi guarda infuriata, pensa, credo, “ma come si permette questo di intromettersi nella mia intimità”. Tengo duro, continuo a guardarla negli occhi, senza implorare, senza ironizzare, senza deflettere. Non so perché, ma riscrive il suo vero nome sulla lettera a lei indirizzata.

“Mara Rossi”

“Italiana?”

“Sì, italiana. Perché le sembra strano?”

“No, no, per carità!” Non so se si potesse percepire anche dall’esterno, ma dentro vibravo, e, mentre stavo pronunciando la domanda, sentivo che stavo giocando un tutto per tutto, “non si sarà mica offesa che l’abbia scambiata per una straniera?”

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Inside out

27 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Inside out

Con oggi sono tre anni, ormai, che sto dentro. Il mondo fuori comincia un poco a sbiadire. Mi hanno chiuso qui quando l’ho deciso io, mi sono fatto prendere. Non che si stia proprio male, ma lo spazio è molto limitato. Pochi metri quadri, tanta gente di tutti i colori, un bagno sempre intasato e un lavandino che cola e ci tiene svegli la notte. Il vitto è un po’ scadente, il caffè una ciofega, però si mangia tre volte il giorno, abbiamo pasti caldi, televisione, infermeria, connessione a internet, un piccolo cinema per la domenica. Questa prigione non è peggiore di tante altre ed era quella più a portata di mano.

Sto in carcere perché me lo merito, mi sono guadagnato questa cella. Anche gli altri compagni. Ne parliamo spesso quando ci incontriamo nel corridoio, in biblioteca e nella sala comune, dove la televisione è sempre accesa su telegiornali che riportano orrendi fatti di cronaca. Madri che strozzano i figli, mariti che accoltellano le mogli, medici che ammazzano i pazienti, e poi corruzione, tangenti, malaffare, omicidi, stupri, rapine a mano armata, risse. Non seguiamo nemmeno, non vogliamo più sapere niente, siamo qui per dimenticare quella vita.

Anche lo psicologo che incontriamo una volta la settimana ci aiuta molto a comprendere la portata della nostra situazione e a viverla al meglio. Parla di accettazione, di serenità ritrovata, di far buon viso a cattivo gioco. Me lo merito di stare qui, ripeto, per come mi sono sempre comportato fin dal primo giorno della mia vita, con i colleghi di lavoro, con i miei genitori, gli amici, mia moglie e i miei figli. Sono sicuro che qui è dove devo stare.

La vita fuori, quando ci ripenso, mi spaventa, anche se mantiene un certo fascino romantico: libera, sempre sul filo del rasoio, piena di azzardi e pericoli. Qui è tutto un po’ troppo uguale, troppo piatto dall’alba al tramonto. Ma la consapevolezza di meritare questo posto e questo genere di esistenza aiuta a superare i momenti di nostalgia. Come dice sempre il mio compagno di cella, che fuori faceva l’avvocato: “Ognuno raccoglie ciò che ha seminato”.

Ed io, questo ho seminato e questo raccolgo.

Nell’anno 2069 il tasso di criminalità era ormai a livelli così alti da rendere impossibile una vita normale. La corruzione, il malaffare, gli omicidi di mafia, gli stupri, le violenze dentro e fuori la famiglia, erano cresciuti a un livello intollerabile, rendendo le città invivibili e provocando l’esplosione delle carceri. Ciò costrinse i governi ad una rivoluzione copernicana. I pochi cittadini onesti ormai rimasti sulla terra ottennero la possibilità di entrare in carcere al posto dei detenuti, i quali furono rimessi in libertà. Chi lo desiderava, poteva far domanda per essere imprigionato, in modo da vivere protetto da quattro mura sorvegliatissime e non correre più rischi. Le file per entrare si allungavano di giorno in giorno, e, alla fine, solo i migliori, quelli che con interminabili certificazioni potevano comprovare una vita specchiata, meritarono l’ambito posto dentro.

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Poveri loro

26 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Poveri loro

Pasquale Sorrento era annoverato nella categoria degli scassacazzo-pagatori. Gli scritturisti, i venditori e i proprietari delle ditte del mercato generale del pesce di Roma classificavano i compratori, i pescivendoli al dettaglio, in base alle potenzialità d’acquisto, al grado di malleabilità nelle trattative e, soprattutto, alla celerità dei pagamenti (subito, in contanti, a fine settimana, a fine mese, alla fine di reiterate e sbraitanti richieste, mai). Pasquale Sorrento comprava tanto, pagava subito e, da conoscitore del mercato, spremeva da queste sue qualità il massimo di rigidità nelle trattative e del rispetto che gli era dovuto. Girovagava con fare distratto tra i plateatici, fiero del suo addome prominente (“omo de panza, omo de sostanza”), dei suoi scarponi larghi e slacciati, che strascinava come zoccoli, quasi indifferente al febbrile movimento che gli si svolgeva intorno, come se lui quel giorno non dovesse comprare (il grosso e il meglio glielo avevano già messo da parte le tre o quattro ditte di fiducia), si fermava, guardava questa o quella cassa, aspettava che il venditore gli dicesse “Pasca’, che te posso leva’?” (togliere, scansare, levare = mettere da parte, riservare a). “Pe’ prima cosa, nun me chiamo Pasca’. Quanto sfocano ‘sti merluzzi?” “15.” “Sì, te saluto.” E si allontanava senz’altro. “Pasquale, dai, vie’ qua.” Si riavvicinava. “’Sta cassa de merluzzi e ‘ste du’ casse de frittura, l’un per l’altro a 10 mila lire”. Metteva una mano sulla spalle del figlio che lo seguiva come un’ombra e passava oltre. Il figlio di Pasquale Sorrento era un giuggiolone grande e grosso come e più del padre con qualche ritardo nello sviluppo mentale.

A fine mercato lo raggiungeva la moglie Nerina. Una donna che in condizioni normali, a passeggio per il Corso, o in un ristorante di Testaccio, o più semplicemente di giorno, non avrebbe attratto sguardi di unanime concupiscenza, ma di notte, in un ambiente frequentato per la stragrande maggioranza da maschi fanfaroni, faceva la sua figura. E nella formazione composta in testa da Pasquale Sorrento e il figlio, seguiti da carrello trainato dal fido Romeo (facchino della ditta dove il Capo faceva gli acquisti più consistenti) e dall’operaio Rossano e chiusa dalla moglie Nerina, si passava nelle diverse ditte dove s’erano fatti acquisti, si pesava, si caricava sul carrello e la donna pagava il conto, subito, in contanti (portando un po’ d’ossigeno alle ditte sempre finanziariamente periclitanti).

Tutt’al contrario, Pieretto era cronicamente in debito. Il martedì e il venerdì notte in particolare (nei giorni, cioè, di massima affluenza al mercato) svicolava furtivo tra le ditte, era inavvicinabile, tesissimo, impegnatissimo, concentratissimo, perché doveva conciliare due esigenze pressoché inconciliabili: comprare la molta merce di cui aveva bisogno per un banco frequentatissimo dal popolino del Tufello e respingere i molti attacchi dei creditori pregressi che reclamavano la corresponsione di quanto loro dovuto. Abile quant’altri mai nella vendita, esperto e tempestivo nel fiutare l’aria del mercato, inarrivabile nel rimandare al giorno dopo i pagamenti, avrebbe potuto costruire un impero economico, se la natura non lo avesse appesantito del fardello del Vizio. Giocava. Ai cavalli. Ai cani. A carte. A battimuro. Era industre quanto un’ape mellifera nel produrre reddito e coglione quanto un levriero da corsa nel gioco. E Darwin avrebbe affermato che le due qualità erano reciprocamente correlate: produceva ricchezza per sprecarla e la sprecava perché la produceva. E tra lo spreco e la produzione lasciava sempre quel margine che lo costringeva a tirare il collo allo spasimo, fino a che, ogni tanto, doveva mettere un punto e ricominciare tutto daccapo.

Come tutti gli uomini virtuosi, Pasquale Sorrento aveva una debolezza ridicola: a dispetto del nome e di un ambiente infestato da napoletani, pugliesi, siciliani e tunisini, di nascita o d’origine, ostentava con orgoglio la sua romanità. Nella parlata, innanzitutto, sforzandosi di dire “drento” per “dentro” o “annammio” per “andammo”, ma anche negli atteggiamenti, nella grevità delle espressioni e delle posture, nella ricercata indolenza, nelle occhiate sprezzanti di chi sa già tutto, e quando gli capitava di accettare una proposta altrui guardava come per dire “me faccio frega’ solo perché nun me va de sbuggiardatte”. Il suo modello era l’Aldo Fabrizi della televisione e faceva mostra d’essere così pigro che, diceva, non si sedeva per non far la fatica di rialzarsi. I bambini ben’educati per i loro coetanei più poveri e più monelli usavano un’espressione che Pasquale Sorrento avrebbe volentieri sottoscritto per sé: “romanaccio”, con quanto di volgare, ma anche di positivamente definito essa comporta. Un romanaccio dice le parolacce, fa il gradasso, strilla e ride sgangheratamente, ma proprio per questo non può essere un farabutto, un usuraio o un criminale. Mutate le coordinate geografiche, una quindicina d’anni dopo lo si sarebbe definito un leghista antelitteram. Condivideva della Lega la meschinità bottegaia e la lacrimuccia scintillante per i bei tempi passati, sotto le quali si nascondeva un fondo più melmoso e nero che tanti vorrebbero considerare inestirpabile: un mondo di padroni, sottopadroni, servi e sottoservi.

Anche a non voler tener conto degli oggettivi ostacoli ai rapporti franchi e cordiali, lavoro notturno, sotto luci abbaglianti che indolenzivano le palpebre e ricordavano continuamente che si doveva aver sonno, in mezzo ad una folla turbinosa di persone, cose e merci, tra le qualion mancavano i bari, gli assassini e i tipi strani, e nemmeno il pericolo di vedersi tranciata una gamba da un carrello impazzito, o, più pacificamente, di vedersi rifilare una fregatura, anche a non tener conto di tutto questo, Pasquale Sorrento e Pieretto non potevano essersi simpatici. Uno era consumato da un fuoco esterno: la considerazione e il rispetto che gli altri dovevano avere di lui; l’altro da una tara interna che lo rosicchiava fino al midollo, che lo rendeva agile e scattante, ma sempre sul punto di sentirsi mettere una mano sulla spalla “Prego, venga con noi, la commedia è finita”.

“Piere’, tu ‘o sai, i sordi nun so’ li mii, so’ de Barbablu”. Ciò dicendo Settimio intendeva evocare magicamente attorno a sé quattro facciacce da galera che addossassero a Barbablu il lubidrio dei tassi d’usura e delle conseguenze spiacevoli per gli eventuali mancati pagamenti delle rate. Per Pieretto, invece, al colmo della gioia per l’aiuto prestatogli da Settimio, quella frase era un apriti sesamo che lo introduceva al possesso dei quei soldi con cui avrebbe pagato i conti più urgenti e che gli avrebbero consentito di riprendere una vita di mercato, di lavoro e di gioco più tranquilla. Riceveva 16 milioni e rilasciava un assegno scritto a matita di 20, che gli sarebbe stato restituito dopo aver pagato tutti i sabato 20 rate da un milione. Dopo aver esaurito i “crediti affettivi”, sorella, madre, qualche amico, era la terza volta che Pieretto provava un sollievo del genere. Nel buco creato con la prima aveva buttato dentro i terreni agricoli che la moglie aveva ereditato dai genitori, la seconda volta l’aveva coperto con le frasche dell’ipoteca della casa, ora, consumati i “crediti legali”, aveva trovato in Settimio il suo salvatore. Naturalmente, tutti sapevano, e Pieretto per primo, che i soldi non erano di Barbablu e non si poteva essere nemmeno sicuri che Settimio fosse autorizzato a servirsi del terribile nome – se non fosse per un pranzo del quale si favoleggiava e per il quale Settimio aveva passato tutta la notte di mercato ad accaparrarsi la mercanzia migliore seguito da una facciaccia brutta che presentava fieramente come “’n’amico de Barbablu”. Stavolta Pieretto, grazie alle premure e all’amicizia di Settimio, aveva aperto un buco enorme che poteva essere colmato solo dalla promessa indefettibile di non giocare più e di usare i suoi buoni guadagni per coprirlo. Solo dopo aver escogitato la soluzione, Pieretto fu scosso da un breve fremito di inquietudine, come di scampato pericolo: non era necessario promettersi di non giocare più, bastava non perdere più, convincendosi fermamente che cambiando le modalità del gioco, facendosi più furbo, mettendo a frutto una ineguagliabile esperienza di perdente, avrebbe invertito il corso, fino ad allora funesto, della fortuna. Povero lui.

S’era quasi alla fine del mercato, tra poco sarebbe comparsa Nerina e si sarebbe iniziato il giro del ritiro e del pagamento della merce, Pasquale Sorrento chiacchierava svogliatamente con uno dei venditori, il figlio a pochi metri da lui lo guardava estasiato. Un infame, profittando del passaggio di un carrello stracarico, senza farsi riconoscere, sibila all’orecchio del figlio di Pasquale Sorrento “Chiama tu’ padre, dije che Nerina l’aspetta ar cacatore”. E quello prese a gridare “Papà, Mamma ar cacatore…” Pasquale Sorrento pensa subito ad un malore, accelera il passo remando con le braccia affianco all’addome gonfio, alzando a fatica la pesante tara degli scarponi slacciati, raggiunge il figlio, “aspettame qui”, e prosegue uscendo dalla navata e avviandosi verso i bagni, quasi correndo e attirando, così, l’attenzione di quelli che lo vedevano. Nel frattempo gli occhi dell’infame, acquattati da qualche parte, si godono lo spettacolo. Sulla soglia dei bagni, come sempre, Scascione, il mitico guardiano dei cessi, è seduto su uno sgabello dietro ad un tavolino con su la ciotola delle monetine e i rotoli di carta igienica, vedendo arrivare Pasquale Sorrento gli si fa incontro come a volerlo fermare, preoccupandolo ancora di più. Lo scansa con un gesto autoritario, “’ndo sta?”, apre la porta della toilette delle signore e non la trova, così spalanca quella dirimpetto riservata ai signori (le porte non erano mai chiuse a chiave perché Scascione ne regolava impeccabilmente il traffico). La trova con le mutande e la calzamaglia calate fino alle ginocchia e la sottana tirata su, seduta su Romeo, a sua volta seduto sul water, che la teneva per le anche. Nerina si alza di scatto e solo allora Romeo s’accorge della presenza inopportuna di Pasquale Sorrento. Approfittando dell’umano stupore del marito, Nerina in un tutt’uno si ricompone alla bell’e meglio e lo scavalca, avvicinandosi quasi correndo al parcheggio delle macchine, inseguita dal figlio rincuorato nel vedere la madre in buona salute e in grado quasi di correre. Dopo un attimo di sbalordimento, Romeo, mentre si riabbottonava i pantaloni, dovette quasi piegare la testa per non far vedere che gli scappava da ridere. In piedi superava di una buona testa il rivale in amore e sarebbe andato via senza ulteriori danni se Pasquale Sorrento non lo avesse preso a spintonate. “A pezzo de merda” gli diceva. Romeo era uscito dai bagni senza reagire, camminava lentamente e guardava oltre la piccola folla che s’era radunata, Pasquale Sorrento lo raggiunse e lo spintonò di nuovo, disperato e quasi piangente, “a stronzo, a pezzo de merda”. “Bono, Pascà, sta bbono. Finimola qui, che è meglio pe’ tutti”.

S’era radunata un po’ di folla e, in mezzo ad essa, Pieretto, che sapeva sempre, per istinto, qual era il posto del mercato dove si doveva trovare (e ancor meglio sapeva quello dove non si doveva trovare). S’era radunata un po’ di folla, “Ch’è successo?” “Chi, Romeo co’ Nerina!” “Ansenti, aho!”, perciò Pasquale Sorrento non poteva finirla lì: si avventò di nuovo. Ma prima di essere raggiunto, Romeo si voltò di scatto e gli assestò un ceffone a tutta forza che lo buttò a terra, supino. Pasquale Sorrento, alla sua età, non aveva ancora imparato che non basta avere ragione per essere forti.

Saranno stati gli scarponi troppo larghi e slacciati che non facevano presa sull’asfalto, o l’addome così imponente, o le spalle troppo strette, o l’agitazione, ma Pasquale non riusciva a rialzarsi. Agitava le braccia e la gambe, ma proprio non riusciva a tirarsi su. Nessuno tra i divertiti spettatori si decideva ad aiutarlo, solo Scascione, il mitico guardiano dei cessi, in un moto di pietà si chinò offrendogli un braccio come appiglio.

Per qualche settimana Pasquale non frequentò più il mercato e affidava i suoi acquisti ad una persona di fiducia (si fa per dire). Nello stesso periodo Pieretto si godeva gli ultimi barbagli d’un sole occiduo: i soldi ricevuti stavano per finire e la certezza di non perdere più era stata sostituita dalla fiduciosa attesa di una grossa vincita risolutiva; e si fermava spesso, nei giorni di minor affluenza, a chiacchierare appoggiato sulla stanga di un carrello, facendo ciondolare una gamba, “…pareva un bacarozzo rivortato, pareva” raccontava e, povero lui, si sbellicava dalle risate.

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Valentino Appoloni, "Ombre"

25 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #valentino appoloni, #recensioni, #racconto

Valentino Appoloni, "Ombre"

Ombre

Valentino Appoloni

Ilmiolibro.it

pp 256

10,90

ebook 0,99 su La Feltrinelli e Amazon.

“Ombre”, ventisette racconti sorprendenti, non tanto per il contenuto, quanto per l’aura ottocentesca che li pervade. Sembrano scritti da Tolstoj, da Gogol e di certo Appoloni è debitore verso i maestri russi che così ben conosce e sa analizzare, ma anche verso il primo novecento, di Kafka prima e Calvino poi.

Seppure alcune novelle traggano ispirazione dalla storia (ad esempio la Rivoluzione francese) mantengono tutte un sapore fiabesco, ambientate in tempi e luoghi dove sogno e inconscio intrecciano trame fantastiche ma con una morale di fondo. Surrealismo, insomma, o meglio, realismo magico.

Allegorie con fine pedagogico, in un ambiente che, seppur rarefatto, non è solo simbolico. La bellezza delle storie non è nella trama e nemmeno nello stile, pur elegante e raffinato, quanto proprio nella vivezza fiabesca di certe ricostruzioni sceniche e nella maestria con cui sono descritte. Paesi, colline, boschi, regni, contee, chiese di campagna, castelli, vicoli, piazze e palazzi. Oggetti che hanno un’anima, libri, statue, ponti, una ghigliottina, buchi nel terreno, muri che acquistano una loro vita segreta per vendicarsi della malvagità, dell’incuria o dell’incredulità degli uomini. Spesso è il diavolo a metterci di nascosto lo zampino e a punire chi rifiuta la sua esistenza. Ogni storia mette in evidenza le storture dell’animo umano, l’ipocrisia, l’avidità, la cattiveria cieca della folla, degli uomini di potere e della politica, come “Il santo”, dove viene ucciso chi brama il potere ma anche chi se ne tiene lontano. “Le statue” ricorda il Marcovaldo di Calvino; qui non è la natura a sopravvivere alla cementificazione ma l’arte, i monumenti, le vestigia del passato violentate dalla modernità che si riappropriano del loro spazio. Le ombre del titolo ricorrono nel tema del doppio e del sosia. La parte oscura, il rimosso ma anche, forse, il moltiplicarsi del possibile, del reale, lo specchio, il labirinto.

Alcuni racconti hanno il passo lento e morale dei testi dei maestri russi o di Dickens, altri la lieve ironia, la satira dei difetti umani propria di una fiaba come “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Andersen. La narrazione è supportata da uno stile di notevole respiro. Forse non è un caso se fra i personaggi minori sono citati proprio due fratelli che si chiamano Grimm.

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Pietas per i volatili che più non siamo

24 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Pietas per i volatili che più non siamo

La finestra della mia camera affaccia sul marciapiede che conduce alla piccola stazione del treno metropolitano. Il treno degli studenti, degli impiegati, degli operai e degli immigrati pendolari. Osservo spesso e a lungo le persone che percorrono quel segmento di marciapiede offerto al mio sguardo. Tra questi passanti, visti e rivisti più volte, in diverse stagioni, in condizioni meteorologiche diverse, ad orari diversi, due mi colpiscono in modo particolare. La prima è una donna, sui trentacinque, quarant’anni, non bella, con gli occhiali spessi, i capelli castani lisci e fini, stretti in trecce o crocchie che lasciano fluttuare ciocche ribelli o troppi esili per essere raccolte, camicetta leggera, gonna aderente, a tubino, che le imprigiona le cosce fino allo spacco all’altezza delle ginocchia, scarpe lucide, a punta, tacco alto. Forse perché incapace di indossare questi abiti con il sussiego richiesto o perché istintivamente refrattaria ad attirare lo sguardo del maschio o per il viso anonimo e gli occhi spenti, nulla in lei suscita sensualità, così gli abiti che dovrebbero esserne il viatico sono come stilemi raffinati di una lingua che non sa parlare, o non vuole.

L’altro è un uomo anziano, sulla sessantina, addosso al quale la giacca, la camicia, la cravatta, i pantaloni sembrano calati quasi alla rinfusa e solo per caso al posto giusto. Nel modo di camminare svagato, nella figura bislacca, nella rotondità del cranio e dell’addome ricorda Poldo, il mangia-panini del fumetto di Braccio di Ferro (il galeotto domesticato a mo’ di tenerone instupidito che del perturbante vitalismo cieco e violento delle sue origini mantiene solo i segni esteriori: la testa rasata e il tatuaggio. Segni oggi adibiti ad altre domesticazioni). Da lontano, non posso esserne sicuro, ma non mi stupirebbe vedergli la giacca calata da un lato, il lembo della camicia che fuoriesce dalla cintola dei pantaloni, una stringa slacciata.

Sono figure innocue, quasi tenere, se non provocassero una profonda compassione quando, sentendosi in ritardo, corrono trafelati per non perdere il treno. Nella donna, la gonna troppo stretta accentua la protuberanza dei glutei, rendendola sproporzionata, e le cosce, imprigionate dal tessuto, non possono allargare il raggio d’azione, sicché deve alzare le ginocchia, slanciare in avanti i piedi, rendendo ogni passo insidioso per via delle scarpe scomode. Solo il martellamento dei tacchi sull’asfalto indurrebbe chiunque a rallentare il passo, non lei, di certo incalzata da una forza superiore. L’uomo, fors’anche per l’età, è ancora più compassionevole: le braccia semiprotese all’altezza del petto (immagine stilizzata di un vero corridore) dalle quali pendono, a destra, la ventiquattrore, e, a sinistra, l’ombrello, che, oscillando, lo intralcia e lo tortura proprio là dove nessuna donna lo accarezzerà più per amore. Vista la quasi impercettibile differenza di velocità tra il suo camminare e il suo correre, questa postura faticosa sembra quasi un’espiazione. E le facce contratte nella deformazione, disperate, nell’apnea del pensiero e del fiato, ricordano quelle di una gallina scacciata da un invisibile gallo e di un pinguino minacciato dallo scioglimento dei ghiacci. Perché, dopo aver rinunciato alla bellezza, grattano via in questo modo anche quel po’ di serenità che ogni rinuncia reca in dono? Se potessero vedermi, distoglierei lo sguardo.

Mi sono informato: lei è intermediatrice finanziaria, lavora per un’agenzia immobiliare, vende appartamenti, in tutt’altro modo, evidentemente, degli ambigui e infidi sensali d’un tempo; lui è un impiegato del catasto vicino alla pensione. Perché non possono tardare? Quale giovane concorrente o quale potente capufficio potrebbero cancellare il solco del loro passaggio sul pianeta? Riesco a sentirne finanche il dolore fisico del dopo-corsa, i conati di vomito, la ribellione del braccio atrofizzato che si rifiuta di riprendere la posizione naturale. Quale treno in anticipo rincorro o ho rincorso anch’io? E questa sedia? E queste ruote? Cosa sono? Una grazia, una disgrazia?

La donna l’ho rivista, una volta, alle otto di sera, agganciata al guinzaglio di un cagnetto, prima della cena, sui bordi asfaltati ai confini delle pinetina, per i bisogni fisiologici del tirannico animaletto, non proprio in vestaglia e ciabatte, concedendo quel tanto di corda che non la facesse entrare troppo all’interno, in blusa e sandaletti, più distesa, sempre un po’ in ansia, però. Il cagnolino bizzoso la strattona, le fa sfuggire di mano il manico del guinzaglio, fallisce il tentativo di bloccarlo con il piede, il cagnetto scaracolla tra gli alberi all’imbrunire, trascinandosi dietro la corda e il manico a ricordo di un’antica schiavitù. Il mio angusto punto di osservazione, lo sguardo fisico ed empirico, non m’ha concesso di saperlo: gli sarà corsa dietro, in una comica finale?

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Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte

23 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte

Londra, la città dei Windsor, è il centro della moda che fa tendenza, delle ultime novità della musica d’avanguardia, è un crogiolo di culture diverse, un melting-pot che trasforma il soggiorno nella città in un viaggio nel mondo.

Il fascino dei suoi contrasti la rende una città cosmopolita. Infatti, alle singolari tradizioni monarchiche, alle sfarzose cerimonie regali, agli innumerevoli edifici storici, si affiancano i numerosi grattaceli, i centri commerciali, le grandi multisala e tutte le altre attrattive del “mondo moderno”.
Chi la visita per la prima volta lo può fare prendendo l’autobus che attraversa la città, giusto per avere una prima impressione e farsi un’idea della sua grandezza, oppure facendo una gita in battello. Ma la scelta è più ampia, perché si può attraversare la città anche in metropolitana, arrivando più velocemente nei luoghi scelti evitando il traffico o con i taxi londinesi, famosi in tutto il mondo, che risultano convenienti se si è in quattro persone a dividere i posti e la spesa.

Londra è una città verde e nel cuore della città si trovano enormi parchi, luoghi di evasione dalla frenesia quotidiana dove gli inglesi abitualmente consumano il loro lunch e riposano per qualche minuto, prima di tornare a lavoro. Il più grande parco al centro di Londra è il noto Hyde Park, lungo circa due chilometri, dotato di una grande varietà di piante ed uno stagno artificiale dove sostano cigni e anatre.

Attraversando un ponte si passa direttamente da Hyde Park a Kensington Gardens, giardino boscoso, dove si possono fare lunghe passeggiate e, se si osserva verso la parte occidentale, si può notare la residenza reale del Principe Carlo.

Anche culturalmente la capitale inglese è molto ricca perché presenta molti luoghi di interesse tra monumenti, strade, ponti e quartieri. Simbolo della città è il Big Ben, la famosissima campana che si trova in una torre e con i suoi rintocchi scandisce le ore.

A Londra non si può fare a meno di visitare il Buckingam Palace, la residenza reale, dove si può assistere al cambio della guardia. L’elenco dei luoghi storici inglesi da visitare continua con l’House of Parlament, palazzo che ospita il Parlamento inglese e “culla della democrazia politica”. Un edificio molto caratteristico è la Torre, che ancora oggi incute soggezione, ed è un’enorme fortezza grigia che deve la sua fama ai numerosi illustri prigionieri che vi furono rinchiusi, come Anna Bolena, moglie di Enrico VIII.
Londra è anche “la città dei ponti”, infatti ne vanta circa 17 e tra i principali da visitare c’è il London Bridge – che è il più antico – e il Tower Bridge, uno dei più famosi ponti d’Europa in stile gotico.
Nessun turista però lascia Londra senza aver visto una delle piazze più conosciute nel mondo, quella di Piccadilly Circus, dove si trova la statua di Eros. Molti la preferiscono di sera quando lampeggiano le insegne luminose ed è tutta un luccichio.

Di fronte ad essa si trova il Trocadero, centro dei divertimenti di Londra, con spettacoli di realtà virtuale, show con proiezioni al laser, tutto avvolto in un’atmosfera di fantascienza. E’ qui che i giovani amano incontrarsi. Trafalgar Square, invece, è sicuramente un’altra piazza amata dai turisti e anche questo ritrovo per la gioventù londinese.

Percorrendo le strade della capitale come Oxford Street e Regent Street si incontrano negozi alla moda, magazzini di buon livello dove fare shopping. Il “tempio” del design è King’s Road, la via in frequentata da attori e artisti non solo per le sue boutique ma per i suoi ristoranti di alto gusto.

Inoltre, non si può non visitare il grande centro commerciale di Harrod’s. I prezzi sono piuttosto elevati per noi italiani, ma vale la pena di andarci solo per vedere la quantità e la qualità dei prodotti che vengono venduti. Una passeggiata per il quartiere di Brixton può essere invece istruttiva ma anche un po’ pericoloso perché è noto come il centro degli immigrati neri e il suo nome è legato alle risse dei giovani di colore. Negli ultimi anni ha cercato di cancellare la sua immagine negativa diventando un importante punto di ritrovo per i giovani che amano il reggae e il rap.

Altro quartiere vivace, che desta curiosità, è Coven Garden nel quale si sono affermati i primi negozi alternativi. E’ il luogo dove tutti i giorni c’è il mercatino che propone oggetti di artigianato, cianfrusaglie varie, stoffe, mentre nei negozi si può trovare quello che vende aquiloni di tutti i tipi.
Proseguendo nel nostro tour è sicuramente da visitare la Tea House, che ha una vastissima scelta di teiere tipiche inglesi e poi, partendo da Piccadilly Street, risalendo verso Great Widmill Street, si arriva al quartiere Soho, una specie di Chinatown dalle forti sfaccettature, patria della popolazione cinese.
Chi viene a Londra e non visita almeno un paio di musei commette un grave errore, primo perché la maggior parte di essi sono gratuiti poi anche perché nei musei londinesi si trovano tesori di tutti i paesi del mondo. Alcuni dei pezzi forti sono i marmi, le sculture e i fregi del Partenone presenti nelle sale del British Museum, uno dei più importanti musei del mondo, che raccoglie anche preziose testimonianze dell’antichità greca, egizia e romana. Un altro museo da vedere è anche lo Science Museum, articolato su cinque piani, dove sono esposte in modo comprensibile le meravigliose scoperte della scienza e della tecnica.
Nella città si può trascorrere qualche ora divertente nella famosa galleria delle cere, “Madame Tussaud’s” dove è possibile fare un viaggio con “il taxi del tempo”, ripercorrendo tanti anni di storia e passando davanti a figure animate, rivestite in cera e a statue dei personaggi famosi anche contemporanei.

Una delle sorprese più piacevoli è la scoperta della nuova cucina britannica. Una volta si pensava ad una cucina scialba e poco varia (cosa vera) o al famoso Fish and Chips, invece Londra è una delle città culinarie più invitanti d’Europa, soprattutto per le tantissime specialità di più di 100 paesi.
La ragione? E’ presto detto. Grazie agli influssi di coloro che si sono trasferiti a Londra negli ultimi cinquant’anni è possibile mangiare di tutto: dai piatti italiani alla cucina etnica, da quella messicana a quella indiana fino a quella giapponese, etc.
Per tutti gli amanti del tè, come da tradizione, alle cinque del pomeriggio scatta “l’afternoon tea” e allora si può gustare in un locale vicino Green Park, che si chiama “Thomas”, e dove si può bere il tè nelle tipiche tazze di porcellana inglesi, accompagnandolo con sandwich e deliziosi pasticcini alla panna, alla crema di fragole o biscotti alla marmellata.
Londra ha tantissimi alberghi di ogni categoria e dai prezzi che possono accontentare ogni esigenza economica. I più giovani possono utilizzare i Bed&Breakfast mentre per gli studenti ci sono molti ostelli della gioventù.
Anche per i visitatori più intraprendenti sarà impossibile riuscire a sperimentare tutte le possibilità di divertimento offerte da Londra. Ogni sera ci sono innumerevoli manifestazioni teatrali, sportive e concerti per tutti i gusti musicali, in quasi ogni angolo della città.
I più mondani possono andare negli accoglienti pub londinesi dove la birra scorre fino alle 23, e per i nottambuli che vogliono scatenarsi nel ballo fino a notte fonda ci sono club e discoteche.
Londra è senza dubbio una città vivace e dalle mille sfaccettature e dove c’è sempre qualcosa da ammirare. E’ una città che non si visita solo una volta perché ha sempre qualcosa di nuovo da offrire ai turisti.

Reportage: Londra, una città che vale la pena visitare più volte
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Marco Melani

22 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Marco Melani

D’improvviso, nel pieno di un sonno che avrebbe ritenuto profondo, Marco Melani fu risvegliato dal suo stesso russare. Un rumore sgradevole, volgare e insistito, che lasciava in bocca un sapore acre, secco e caccoloso.

La stanza era avvolta nel buio, lo schermo convesso del televisore rifletteva, distorcendola, la luce rossa della radiosveglia: 3:45. La finestra era chiusa. Tastò di lato: il corpo silenzioso di Milena giaceva addormentato accanto a sé. Pensò di aver sognato.

Si riaddormentò quasi subito. E quasi subito si risvegliò per lo stesso motivo. Stavolta non poteva aver sognato, il rumore doveva averlo sentito veramente, si sollevò torcendo il collo per guardare la radiosveglia: 3:50. Milena continuava a dormire e non sembrava disturbata dai rumori e dai movimenti di Marco. Cercò di riagganciare il rumore alle ultime immagini oniriche: nulla, non ne aveva conservata nessuna. Sorrise pensando a quando lo avrebbe raccontato alla moglie: “Mi sono svegliato per quanto russavo, ma tu non ti sei accorta di niente? Poi dici che c’hai il sonno leggero.” Da supino passò sul fianco, chiuse gli occhi. Di nuovo il rumore e di nuovo gli occhi aperti. Scattò seduto sul letto “Cazzo, ma che c’ho?” Infilò i sandali, andò in bagno, nettò con cura il naso, tornò a letto irritato per la perdita di sonno e perché l’irritazione gli faceva perdere il sonno. Si riaddormentò ancora altre due o tre volte e sempre fu immediatamente risvegliato.

Alle 7:15 Milena lo trovò lavato, sbarbato, vestito. “Già sei pronto?” constatò sonnacchiosa aprendo il frigorifero. “Mi sono svegliato alle tre e mezza e non mi sono più riaddormentato” “Si vede, c’hai na faccia…Com’è?” “Non lo so, mi sembrava di russare…” Come aveva immaginato, Milena rise di gusto.

Allo sportello dell’ufficio comunale dove fungeva da impiegato, tutto si svolse pressoché regolarmente. Solo fu un po’ più sensibile agli squilli improvvisi del telefono, rispose un po’ più seccamente alle domande stupide degli utenti e chiese gentilmente alla collega della postazione affianco di spegnere la radio “Ho un po’ di mal di testa, ti dispiace…”.

Per tutta la notte successiva si addormentò e si risvegliò di continuo sotto lo sguardo allarmato di Milena. “Ma possibile che tu non lo senti. Non senti che russo?” “Sì, ma è proprio un attimo, ti risvegli subito”. Lei provò tutto quello che era in suo potere: camomilla, carezze, massaggi, cantilene, canzonature, profferte sessuali. Marco camminava avanti e indietro lungo la stanza, andava in bagno, accendeva la televisione in soggiorno, apriva la finestra e respirava l’aria gelida della notte, bestemmiava. Poi guardò Milena che si stava addormentando e ne fu sollevato, non fece rumore e aspettò il mattino.

“Allora?” domandò lei appena sveglia. “Niente, t’ho guardata dormire” “Oggi vai dal medico, però”.

Né il farmacista né il medico riuscirono a trovare rimedi efficaci. Marco non provava nemmeno più ad addormentarsi sperando di crollare da un momento all’altro, perciò aveva smesso di uscire di casa. Tisane, calmanti, sonniferi sempre più forti e pericolosi lo avevano soltanto rincoglionito.

Durante la terza notte, Milena l’aveva convinto a turarsi le orecchie, lei lo avrebbe vegliato, accarezzato, coccolato. Appena addormentato, la moglie si chinò su di lui, accostando l’orecchio alla sua bocca. Marco si svegliò di colpo e, come per liberarsi da un incubo, si tirò su colpendo violentemente con la fronte il viso di Milena che prese subito a sanguinare. Lei corse in bagno, metà ridendo e metà piangendo, lui si alzò e rimase ad osservare, senza pensieri, la macchia di sangue sul lenzuolo bianco che prima si era allargata rapidamente e ora, conquistato il terreno, si consolidava e si espandeva lentamente.

Dopo dieci giorni d’inferno, il neurologo propose il ricovero in una clinica specializzata nel trattamento dei disturbi del sonno. Ma Marco e Milena erano sempre stati in buona e giovanile salute, non avevano l’assicurazione necessaria e coprire i costi del ricovero superava ogni loro più generosa possibilità. Sempre più intontonito, vacillante, consunto, non sapeva che fare: l’assicurazione… dormire… no, la corda!... offrirsi come cavia… lo sgabello, aiuto… Milena, aiutami… sì, confesso… dormire… sono stato io.

Cadde in uno stato di prostrazione catatonica: il cervello non coordinava più le funzioni vitali al pensiero, continuava a mantenere in vita il corpo per inerzia e sfruttando quel po’ di cibo che Marco controvoglia e solo per la tenacia di Milena continuava ad ingurgitare. Ma le funzioni psichiche erano disarticolate, i centri nervosi inviavano impulsi discontinui, scentrati, fuoriluogo. Non era più in grado di produrre volontà e comportamenti conseguenti.

Si allettò, senza mai più riaddormentarsi, dapprima a casa, poi in una stanza d’ospedale alimentato artificialmente, sotto lo sguardo implorante di Milena.

Morì un mese più tardi e nell’ultimo lampo di lucidità, quello dell’agonia, si ritrovò fratello di Pio Angelucci seviziato in nome del Papa-Re nel 1754 con la tortura del sonno e morto per il terrore di addormentarsi.

“L’imputato veniva fatto sedere su uno sgabello appuntito, tenuto in precario equilibrio da una cinghia di cuoio che gli passava intorno al petto alla quale erano attaccate delle corde fissate alla parete; i piedi erano legati ad un bastone in maniera che le gambe fossero divaricate al massimo, e il bastone era fissato con una corda alla parete di fronte; le braccia infine erano tirate dietro la schiena, legate per i polsi e tese da una corda fissata alla parete dietro l’imputato. Talora per l’enorme sforzo fisico provocato da questa posizione, l’imputato aveva un collasso e moriva, e spesso lo sgabello provocava gravi ferite ai glutei” (Luigi Cajani, Giustizia e criminalità nella Roma del Settecento, in Ricerche sulla città del Settecento, a cura di Vittorio Emanuele Giuntella, Edizioni Ricerche, Roma 1979, pag. 275).

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