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UN RACCONTO di BORIS PAHOR

22 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UN RACCONTO di BORIS PAHOR

Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.

Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.

Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.

Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.

Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.

La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.

Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.

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