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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

giuseppe scilipoti

"La pomme" di Michel Soutter

29 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

La pomme, in un pomeriggio uggioso come questo, direi che si colloca perfettamente col black/white di un film di Michel Soutter che, francamente, rispetto a La lune avec les dents mi è piaciuto molto meno.

Il discorso del prologo sembra fatto apposta per pronosticare un film terribilmente monologante e dalle sequenze noiose, difatti, i confronti tra i personaggi avvengono a suon di espressioni e frasi da teatrante, che al giorno d'oggi risultano francamente insopportabili.  

Come nel primissimo lungometraggio del già citato regista svizzero, l’ambientazione si svolge a Ginevra: si percepisce quel tedioso tipo di esistenza lenta e arbitraria. Tre i personaggi cardine, tra loro si sviluppa un dramma di amaro triangolo, comprendente Laura, Simon e Marcel.

In qualche modo il regisseur (per dirla in francese o in francese svizzero) trova il pretesto per rappresentare quell’inerzia compiaciuta che si incentra sulla classe media svizzera, per poi virare su una sottile accusa alla professione giornalistica.  La Svizzera rappresenta il rifugio dei rivoluzionari, tanto da mettere in evidenza una poco gradita parentesi (ma forse necessaria, chi lo sa!) chiamata Lenin, dove vengono menzionati i luoghi in cui egli interagiva. Ed è anche collocata in un particolare Terzo Mondo, inteso non come "povero" ma in qualità di Terzo Incomodo, insomma, un paese che sta geograficamente in mezzo, e soprattutto per i cavoli suoi.

A parte l’espressività dei personaggi, che ritengo più che buona, a cominciare dalla bellissima e magnetica Laura, interpretata da Elsbeth Schoch, in verità non c'è stato, per tutto il film, neppure un momento particolarmente avvincente o degno di nota. La narrazione soporifera peggiora ulteriormente le cose.

La “pomme” non mi ha quindi catturato, a momenti stavo quasi saltando degli spezzoni, oppure mi sentivo propenso a velocizzare il run-time con l’apposito tasto (chiamato Speed up), poiché mi stavo rompendo i maroni, ma l'andare avanti è stato solo un modo per capire come sarebbe andata a finire. È probabile che io non abbia capito il vero significato della storia oppure quella sorta di metafora che vi si nasconde dietro.

Il lungometraggio a momenti entrerebbe nella personale cineteca di Guidobaldo Maria Riccardelli (famoso personaggio fantozziano), da mostrare a Ugo Fantozzi e ad altri impiegati della Megaditta, senza l’ausilio dei sottotitoli in tedesco poiché ovviamente sono stati tradotti in italiano. Oddio, pensandoci bene, non sarebbe possibile, poiché non ha i cosiddetti nove tempi come L'uomo di Aran, altro incubo del nostro ragioniere.  

Le uniche cose che salvo sono la regia ed anche la fotografia che, sebbene non regalino grosse sorprese e possano risultare anonime, riescono in qualche modo ad essere professionali, in un film che comunque ha quel taglio decisamente indipendente.

Da segnalare come la narrazione sia schematica, ad esempio non ci sono dei veri e propri protagonisti maschili, proprio come in La lune avec les dents, difatti la telecamera lascia principalmente spazio a Simon per poi passare a Marcel ed infine a entrambi. Una tecnica che apprezzo.

Non ho altro da aggiungere, se non quello di mangiare la cioccolata più fondente possibile (non importa se svizzera o meno) che, come sappiamo, sgancia del sano buon umore, scrollandomi di dosso quel senso di apatia che il film mi ha trasmesso.  

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"Caccia Grossa", regia di Lello di Palma

20 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema

 

 

 

 

Avendo interesse per i film ambientati in Sardegna, (beh, essendo isolano, visto che digito dalla Sicilia, precisamente dalla provincia di Messina), da settimane mi sono messo a "procacciarli" su Youtube nel cercare di visionarne il più possibile.

Caccia grossa, ambientato nella bucolica Sardegna con i suoi panorami ancestrali e fuori dal tempo, ha catturato fin dai primi minuti il mio interesse, complice pure il fatto che è stato realizzato negli anni ottanta, il decennio prediletto dal sottoscritto sia nella letteratura, sia nella musica che, ovviamente, nella cinematografia.

La pellicola, girata squisitamente in 16 mm, mi permetto di associarla a Il Cinghialetto un film concepito dalla RAI, che visionai qualche anno fa e che più avanti rivedrò con tanto di disamina.

Ad ogni modo, Caccia grossa, per essere un prodotto indipendente, è stato realizzato con cura. Lo reputo un prodotto da cinema a tutti gli effetti e, nonostante all'epoca abbia goduto di buona diffusione, (principalmente "interna", cioè di tipo regionale) non ha avuto la possibilità di essere proiettato a livello nazionale nelle sale italiane. E affermo ciò in base a quanto ho appreso sul web.

Ed è grazie a Youtube e al regista Raffale di Palma che c'è la possibilità di rendere il film fruibile a tutti, tuttavia, allo stato attuale, manca quello sharing che merita. Ma tornerò su questo nella fase conclusiva della review.

Come dicevo, l'aspetto indipendente dell'opera non è da ritenersi amatoriale o "casereccio", in quanto gli attori recitano con un mix di professionalità e naturalità, rendendo il lungometraggio genuinamente realistico.

Infatti, il regista riesce a trovare un compromesso idoneo: una regia asciutta, attenta, che rispetta il regionalismo/idioma del posto, che si allinea a qualunque personaggio (specie in alcuni, in termini positivi piuttosto marcati) e che quindi non stona mai. Nei dialoghi, a seconda di chi parla, il linguaggio utilizzato cambia (chi è più colto e chi invece è poco istruito, senza però perdere quella identità che contraddistingue ciascuno) ma senza stravolgerne il registro e ciò non è da ritenersi banale in un racconto cinematografico di tale portata.

Non mancano termini o momenti "duri" nelle sequenze, così come è presente quel taglio documentaristico che non stona affatto. Ad esempio, quando il padre spiega al figlio, assai costernato dall'uccisione del cinghiale,  che l'uomo nasce cacciatore nonché carnivoro, fino ad arrivare alle fasi di "scotennamento."

Giusto per sottolineare ancora, tale elemento non lo considero un intralcio, in quanto aiuta a incorniciare la storia e a sganciare informazioni utili ma non invadenti.

Sempre a proposito della sceneggiatura, o comunque delle linee di dialoghi peraltro mai arzigogolate o "fuori luogo", da notare come viene affrontato l'argomento "omosessualità", ovvero quando il marito di Giovanna viene accusato da quest'ultima di essere fedifrago, e per di più con un altro uomo, oppure l'argomento "sessualità", in cui una espressiva Lia Careddu si confida con una comare per via che il suo uomo non è abbastanza uomo, poiché da tempo poco propenso ai doveri coniugali.

Insomma, i personaggi sono particolarmente e realisticamente vividi. Nonostante non vengano raccontati con particolare dettaglio, restano concreti, trasmettono e mettono in risalto a loro volta la stessa atmosfera della storia.

Anche l'aspetto inerente alle superstizioni, precisamente il malocchio, non fa che rendere il film ancora più in parte.

Lo svolgimento lo si segue assai volentieri, dispone anche di qualche leggera venatura scanzonata ed umoristica e non mancano quei “colpi” di scena che vengono costantemente raccontati con l'umiltà di sbalordire lo spettatore. Per non parlare del finale che ho trovato originale. Tuttavia il lungometraggio finisce sul più bello, quindi lascia allo spettatore immaginare il ritorno dall’ultima e desiderata battuta di caccia da parte del personaggio cardine di Caccia grossa.

In ultimo lodo la musica, sia quella "esterna", ovvero la colonna sonora, e sia quella interna, “orchestrata” dai personaggi, che si adatta perfettamente e folkloristicamente a rispecchiare le sfaccettature del film tipicamente anni ottanta, anzi, meravigliosamente anni ottanta.

In conclusione, un film che ha come cornice la caccia, e NON basato esclusivamente sulla caccia, inoltre non casca nell'errore di rappresentare uomini perennemente con fucili in spalla ed evita anche aspetti surreali e soprattutto grotteschi, assai comuni in diversi film made in Sardinia.

Il regista e gli attori hanno colpito nel "segno", ragion per cui non posso che ritenere la pellicola una delle più rappresentative del cinema sardo anni ottanta (e non solo).

L'unica nota negativa? Meriterebbe maggiore diffusione, e quindi un maggiore pubblico, in quanto il film lascia "impronte" importanti e rappresenta, tra le varie cose, una sorta di istruttiva testimonianza.

Assolutamente da recuperare e visionare.

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Ha-Shoter Azulai (1967) Regia di Ephraim Kishon

18 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La mia prima incursione nel cinema israeliano non poteva che essere delle migliori, in quanto ho avuto la possibilità di visionare uno dei film più rappresentativi della storia del cinema ebraico, o comunque made in Israel.  

Il lungometraggio Ha-Shoter Azulai è conosciuto globalmente e semplicemente come "Il poliziotto". Secondo alcune info reperite su internet, in italiano viene titolato col bruttissimo e squallido "Basso moro scalcagnato e... con i piedi piatti", giusto per rendere ancora più ridicolo Abraham Azulai, il personaggio interpretato da Shaike Ophir, una delle icone della cinematografia israeliana. A mio avviso bastava tradurre con "L'agente Azulai", sicuramente meno... "degradante".

Ad ogni modo, per i temi trattati, lo spettatore capisce cos'ha di speciale questo film. Tra le varie cose ci si focalizza sul sotteso senso filosofico. I personaggi, specie il protagonista, fanno parte effettivamente di una scalcagnata commedia umana, composta da piccole e grandi tragedie, che si dimena e sguscia via come un’anguilla. 

Direi che la pellicola è abbastanza ricca di elementi di satira, e s'incentra sulle disavventure di Abraham Azulai, un pacifico poliziotto di mezza età che opera a Giaffa, spesso in qualità di pattugliatore o ronda notturna, un uomo che si dimostra "tontolone" in più occasioni, che prova a bilanciare il suo senso del dovere con la sua gentilezza. Un poliziotto buono, quindi? Semmai un poliziotto troppo o eccessivamente buono, considerato da più di vent'anni lo zimbello della polizia. Il lato sentimentale, senza eccedere, viene messo in mostra, specie quando il protagonista si accorge di provare attrazione per una giovanissima prostituta che aveva cercato di far fuggire da una retata.

Il futuro dell’agente diventa via via più preoccupante, in quanto l’eventuale mancato rinnovo del contratto, nonostante una buona pensione, significherebbe non poter più svolgere il mestiere che, pur senza gratificazioni, ama da morire. Benché riesca ad avere qualche riscatto professionale legato al "risolvere" due casi, tra cui uno orchestrato da alcuni “amici” criminali, con tanto di promozione al grado di sergente, nel finale agrodolce e quasi commovente, è costretto ad appendere la divisa al chiodo, con un fermo immagine che vale la visione del film.

Giusto per sottolineare, la conclusione è una svolta amara e l'espressione straziante della soddisfazione/afflizione di Azulai nell'ultima scena rappresenta l'essenza principale di questo film, ovverosia  quando nel cortile le reclute salutano il superiore, proprio lui appena congedato, con la mano a paletta rivolta al copricapo.

Shaike Ophir è davvero bravo nel ruolo, con il suo sorriso infantile, la sua scarsa arguzia nel contrastare i criminali, combinati con un sacco di chiacchiere non di rado argute, poiché il protagonista è un profondo conoscitore della Bibbia, per non parlare del suo genuino francese, con cui fa inaspettatamente bella figura con una delegazione di gendarmi transalpini.

Fondamentalmente tali elementi fanno sì che il film si regga sulle spalle. Anche gli altri attori/attrici sono validi, per carità, ma la trama si impernia principalmente sul protagonista. 

Da segnalare come l'eterno conflitto politico-ideologico di natura israelo-palestinese venga trattato con originalità. Per certi versi c’è un assottigliamento, basti pensare il confronto tra Abraham Azulai e l’arabo israeliano Amar.

C’è da dire che realizzare un film in cui si vogliono trattare varie tematiche, per ovvi motivi risulta un’impresa ardua, difatti il rischio di banalizzazione è alto. Secondo il mio sentire, Ha-Shoter Azulai provoca un effetto strano: si sorride davanti al dramma e si piange davanti alla commedia. 

La colonna sonora poi è straordinaria, per non dire perfetta, tant’è che il brano è assai malinconico, incasella le scene iniziali sganciando quel senso di solitudine. Per chi lo desidera, nel web è possibile reperire il lyrics tradotto dall'ebraico all'inglese. Le note parlano di un uomo che smonta dall’ennesimo servizio notturno e, durante l'albeggiare, si perde in mille riflessioni, in mille amarezze e in mille rimpianti, dove, tra l'altro, si evince l'impossibilità di cambiare il mondo e il proprio passato.

Non aggiungo altro se non "Gut Shabbes" (buon sabato) a tutti nel consigliare questa pietra miliare del cinema israeliano.

 

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La lune avec les dents (1967) Regia di Michel Soutter

12 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La lune avec les dents, si potrebbe tradurre in “Prendi la luna con i denti”, un’espressione risalente al XVI secolo. Fu usata da Rabelais in Pantagruel nel 1532. Il titolo, fortemente metaforico e per certi aspetti anche ironico, indica come la Luna sembri molto vicina alla Terra, al punto che alcuni pensano di raggiungerla facilmente, ma non è così. Il satellite diventa il simbolo dell'infattibile. Nella recensione in corso si avrà modo di comprendere come la titolazione sia da ritenersi perfetta. Si rifà al fotogramma o comunque fermo immagine di William Tudor, interpretato da un espressivo William Wissmer. Secondo fonti web, è l’unico film interpretato dall’attore. Strano ma vero.

È la prima volta che visiono una pellicola svizzera, precisamente in lingua francese. Avendo letto interessanti articoli sul cineasta Michel Soutter, ho avuto la curiosità di recuperare il suo film d’esordio datato 1967, un film che inaugura il Nuovo Cinema Svizzero che, via via, andrà a soppiantare la non molto interessante cinematografia elvetica, peraltro stereotipata con le onnipresenti mucche, Alpi e qualsivoglia.

Il film è stato girato tramite un'unica telecamera, in un nichilistico black & white, con del minimalismo tipico d’autore, tant’è che, per sganciare autenticità, il lungometraggio è interamente realizzato con audio in presa diretta. La lune avec les dents non presenta una sceneggiatura chiara, anzi, è possibile notare frequenti improvvisazioni degli attori, che siano dilettanti o professionisti.

William è un trentenne insoddisfatto che vive ai margini della società. Non ha un lavoro stabile, si dichiara politicamente impegnato, fungendo da anarchico fai da te, e ha una propria politica liberale sull’esistenza, in perenne conflitto con la società, con l’attempato e professionalmente avviato padre e anche con se stesso. Si sente appagato solo quando legge libri, molti sicuramente rubati (nella sequenza del mercatino non si fa troppi scrupoli nel prenderne uno senza pagarlo) per non parlare di quello sgraffignare cibo e bevande al solito supermercato.

William incontra Noëlle, un'attraente ragazza che rende il protagonista incuriosito dalla sua genuinità. Allo stesso tempo lui non tradisce il suo essere amante della solitudine, mostrandosi in più occasioni non proprio un galantuomo. Un poliziotto, o detective, di nome Vogel, che da tempo pedina William per via dei continui furti perpetrati da quest’ultimo al supermercato, ad un certo punto decide di contrastarlo e, cosa molto importante, si mette in mezzo alla relazione tra i due ragazzi, cercando in maniera insistente di sedurre Noëlle.

Vogel, fondamentalmente, diventa il protagonista dell’ultimo quarto d’ora del lungometraggio, la telecamera infatti si focalizza proprio su di lui. Chiaramente è un uomo che desidera essere compreso e amato. Alla fine del film, William, Noëlle e Vogel ritornano alla loro grigia vita di sempre, non prima di una specie di rocambolesco confronto.

Il film globalmente si orienta verso il rappresentare storie di uomini e donne che a nessun altro regista verrebbe in mente di prendere in considerazione, praticamente risultano privi di ogni attrattiva, personaggi che potrei associare a Umiliati e offesi di Fëdor Dostoevskij. I tre protagonisti non dispongono di una vera e propria identità, infatti si aggirano come cani bastonati in un mondo freddo, ostile e pieno di tristezza e solitudine, in una spettrale Ginevra che non li considera proprio.

William Tudor, nel bene e nel male, si trova a suo agio e si crea, a mio avviso, una specie di paradosso.

Con delle venature tra il documentario e il cinema indipendente, il regista svizzero eccelle nel creare un cinema lento ma al contempo vibrante, pieno di zoom rapidi e scatti manuali dinamici (vedi l’incontro tra William e il padre, inquadrature piuttosto intelligenti e riuscitissime con un veloce alternarsi destra/sinistra), per non parlare dei dialoghi che spesso si alternano tra citazioni esplicite e quel non so che di monologo.

Non è un film da gustarsi davanti ad una bella cioccolata (dato che si parla di Svizzera ci sta, dai) semmai è ideale un caffè amaro, amaro come il film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

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Giacomo

11 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

«Sei orrendo, sei grasso, sei una palla di lardo di merda! A nessuno piaci, le ragazze ti schifano. Sai perché? Perché fai schifo al cazzo!»

Le parole meschine colpiscono come dolorosi pugni nello stomaco ma Giacomo non controbatte il suo interlocutore e non abbassa nemmeno gli occhi inumiditi. 

«Se un giorno sparirai dalla faccia della Terra, non mancherai a nessuno. Hai capito, ciccione?»

Gli occhi del sedicenne iniziano a sgorgare lacrime, però lui ancora non se ne va. Resta lì, immobile.

«Scommetto che quei due stronzi dei tuoi vecchi si son pentiti di averti messo al mondo. Dovevi rimanere nelle palle secche di tuo padre. Sarebbe stato meglio per tutti!»

Queste ultime frasi gli procurano più male delle altre, cosicché Giacomo finalmente decide di allontanarsi dallo specchio della sua camera da letto lasciandosi andare ad un pianto liberatorio.

«Mi sono svuotato e quindi sono a posto. Vi faccio vedere io e dimostrerò che sono più forte di voi!» pensa l'adolescente tra il risoluto e il rassegnato mentre si asciuga il viso bagnato con un fazzolettino di carta.

Finisce di prepararsi per la scuola, esce di casa e si avvia alla fermata dell'autobus.

Neanche oggi i bulli riusciranno a farlo crollare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il piratato

9 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Piccolo pensiero introspettivo che scrissi sul mio diario scolastico il 2/03/2002 dopo l'ennesimo episodio di bullismo psicologico.

Brevi righe di sconforto dovute a quel difficile periodo in cui non venivo accettato nella ciurma bensì attaccato e depredato dai miei ex compagni di scuola, con parole intrise di vessazioni, potenti come palle di cannone lanciate continuamente al mio indirizzo.

 

 

Ogni giorno che passa, è veramente difficile restare a galla in questo mare che è la VITA, succede così che arranco, mi affanno, agito gambe e braccia tentando in tutti modi di NON annegare! In fondo che cosa desidero da uno specchio d'acqua salata come le mie lacrime?

Cerco una barca che mi porti in salvo, che mi conduca in un porto sicuro, ovverosia un porto chiamato AMICIZIA che mi ripari. Praticamente un rifugio.

E invece cosa trovo? Galeoni di pirati, pronti a buttarmi nonché ributtarmi senza esitazione negli abissi più profondi, solo perché non sono come loro e non ho oro da offrire ma semplicemente un cuore di cui, sebbene placcato, i filibustieri, non sanno che farsene.

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Il bullo

7 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

 

Erano trascorsi circa sei mesi da quando avevo finito le superiori lasciandomi alle spalle le materie, i professori, i compagni di scuola nonché l'imperante bullismo perpetrato ai miei danni. A tal proposito, beneficiavo di una meritatissima tranquillità, godendomi i miei diciannove anni senza più percosse fisiche e soprattutto vessazioni psicologiche che avevano reso quel tedioso quinquennio all'I.P.S.I.A. un autentico girone dantesco.

Sia prima che dopo la scuola lavoravo in un negozio di articoli casalinghi, dove parallelamente venivo sfruttato e pagato una miseria, motivi validi per attendere con trepidazione la chiamata alle armi in quanto desideroso di una carriera nell'esercito, mestiere che sognavo fin da bambino.

Non ho alcuna nostalgia delle superiori, se non gli indimenticabili brutti ricordi. I cinque anni mi apparvero lunghissimi, difatti i miei compagni di classe e non, me ne fecero di tutti i colori. L’origine di tutto ciò? Un epiteto, un maledetto epiteto che mi logorava l'anima ogni qualvolta lo udivo: “Prosciutto.”

Lo sgradito soprannome mi venne dato da un coetaneo per via che all'epoca dei fatti avevo la carnagione rosa pallido. Si chiamava Loris Calabrese, un pessimo elemento senza voglia di studiare, che frequentò l’istituto per tre mesi poiché, in seguito a una sospensione per un increscioso comportamento, decise di non ritornare più.

Malgrado siano passati tanti anni, mi viene una gran rabbia al solo pensarci, quell’infelice appellativo ideato da un individuo di passaggio mi condannò per l’intero periodo scolastico. Sono del parere che certa gente viene inviata dal diavolo stesso per scombussolare la vita a chi non merita di essere inquietato.

L’odiato soprannome irreversibilmente si propagò facilmente come un morbo e, in men che non si dica ,persino nelle altre classi.

“Prosciutto! Prosciutto! Prosciutto!...”

Venivo così insultato, spesso e volentieri, da uno o più ragazzi, in classe, nel cortile, nei bagni, nei corridoio, all'uscita della scuola, in qualsiasi luogo insomma, anche per strada coi bulli che sfrecciavano con i loro scooter. In certi contesti, arrivai addirittura alle mani con singoli bravacci, battendomi come un leone a discapito delle dolorose rappresaglie qualora riuscissi a stendere qualcuno. Indubbiamente reagivo per difendermi ma dinanzi ai gruppi non avevo scampo.

A parte Ernesto, il mio compagno di banco anch'egli oggetto di sfottò sebbene in misura minore, non legai con nessuno. I professori non mi furono granché d'aiuto, inoltre, con i miei famigliari non parlavo del gravoso disagio che subivo, vuoi per paura di ritorsioni in caso di adeguati provvedimenti e vuoi perché volevo cavarmela da solo.

Da segnalare che gli insulti non di rado venivano accompagnati da calci nel sedere, sgambetti e vigorose manate al collo. Per ovvi motivi, durante la ricreazione, per evitare problemi, preferivo starmene rintanato in aula, meglio ancora con l'insegnante presente.

Nel 2003 l'incubo finalmente finì, seppur mi diplomai con un modesto punteggio, me ne fregai altamente, d’altro canto l’intento principale era sbarazzarmi di tutti coloro che mi avevano procurato ogni genere di patimenti, tra cui Gaetano Castello, il carnefice dei carnefici.

Capelli biondi a caschetto, occhi azzurri, non molto alto, fisicamente atletico, orecchino e abbigliamento firmato dalla testa ai piedi, il classico primo della classe che eccelleva su tutti e in tutto, anche in educazione fisica, del resto fuori dal contesto scolastico capitanava un'agguerrita squadra locale di calcio, tra l’altro un tipo parecchio fortunato con le ragazze, complice il fatto che era considerato un bel ragazzo. Si distingueva pure a livello caratteriale, inteso in termini negativi, ed è facile immaginare che amava prendersela con i più mansueti, in primis con un certo Giuseppe detto Prosciutto che si divertiva a prendere di mira senza limiti e senza misure.

Arrogante, narcisista, sfacciato, maligno, impietoso, malevole, ostile, perfido... non basterebbero intere pagine per elencare i sinonimi e le parole equivalenti. Posso assicurare e testimoniare che fu piuttosto dura con lui.

Finché, una mattina del terzo anno, preso dall'esasperazione e accecato dall'odio per Gaetano, infilai il mattarello di mia madre dentro il mio Invicta, pronto a malmenare a sangue quel diabolico soggetto. Lo vidi vicino al cancello dell’edificio scolastico, e, come da copione, mi diede fastidio.

«Prosciutto!» esclamò con meschinità, per non parlare delle risate e dei cori crudeli di un gruppo di compagni di “branco.”

Appena si girò di spalle, con le mani tremanti, aprii lo zaino pronto a passare all’attacco, tuttavia, all'atto pratico non feci nulla. Forse la decisione finale scaturì da una questione morale o probabilmente fu l'angelo custode che mi orientò a cambiare idea e, di conseguenza, a desistere dal violento proposito.

In effetti, in classe, immaginai un esito disastroso, con l’elevato rischio di una bella denuncia per lesioni e addio carriera nell'esercito, oltre ad una sospensione che mi avrebbe inesorabilmente pregiudicato l'anno scolastico.

Dopo la maturità, benché la scuola fosse terminata come già detto da sei mesi, Gaetano restò legato al suo “bullistico” malanimo, ovverosia non mancava di offendermi o di mettermi in berlina in qualunque posto mi trovassi. La mia città, non essendo grandissima, incontrarlo non era affatto difficile ed evitarlo o aggirarlo ahimè non sempre possibile. Quella sua condotta impertinente mi rodeva non poco e, nel contempo, trattandosi di casi isolati, preferii non dannarmi, calcolando che presto sarei partito militare.

Successivamente, un episodio degno di nota ribaltò inaspettatamente la situazione a mio favore, un episodio che mi accingo a raccontare attraverso queste righe.

In una tarda mattinata di primavera i miei  datori di lavoro mi mandarono alla posta centrale per spedire una raccomandata. Mentre stavo percorrendo la piazza a piedi, dall'esterno di un negozio di abbigliamento, Gaetano mi apparve davanti assieme a una ragazza bionda di bellissimo aspetto. Entrambi mano nella mano e con due shopper da boutique per ciascuno.

«Dio, fa che almeno stavolta quel bifolco non mi rompa le scatole» pregai mentalmente.

Appena entrai nel suo raggio visivo, Gaetano assunse una mimica maligna, infatti, conoscendolo bene, era palese che mi avrebbe deriso in maniera deplorevole e con la sicurezza di avere manforte dalla sua ragazza. Ad ogni modo mi preparai a incassare l’irrisione, azzeccando in effetti il sicuro pronostico.

«Prosciutto! Prosciutto! Prosciutto!» mi canzonò diverse volte il bullo della malora, con fare spaccone e col chiaro proposito di atteggiarsi con la biondina.

Li ignorai e proseguii a testa alta per la mia destinazione senza dare a vedere in nessun modo l’avvilimento. Fu in quel preciso istante che avvenne una scena altrettanto straordinaria quanto imprevista.

«Perché lo stai insultando? Che ti ha fatto sto ragazzo?» domandò la ragazza, visibilmente scocciata, liberando immediatamente la mano che teneva intrecciata con quella del bifolco in questione.

«Niente, è un povero sfigato, alle superiori veniva preso per il culo da tutti!» si giustificò il grand'uomo ,ridendo nervosamente e sicuramente stupendosi della reazione di colei che non gli aveva fornito un potenziale assist.

«Ti devi solo vergognare!» lo ammonì la biondina sempre più incazzata.

Restai a osservarli. Gaetano non era un tipo cui piacesse venir contraddetto, ragion per cui discusse con la morosa col solito temperamento irascibile.

«Oh, ma che cazzo te ne frega di quel coglione? Non ti permetto di parlarmi così, cretina!» le urlò.

La ragazza gli scagliò addosso le due shopper da boutique e, tra strattoni e gesticolare, la situazione culminò in una sonora litigata. Me ne andai e li lasciai al loro battibecco, dentro di me godevo come un matto, non per cattiveria ma per una senso di giustizia. Per una volta fu lui a cascare male ed io ebbi la concreta dimostrazione che il cosiddetto “karma” esiste davvero.

Il giorno successivo, mentre stavo andando a fare la spesa in un supermercato, udii dietro le mie spalle una brusca frenata, un freno a mano e uno sportello sbattere violentemente. Mi girai d’istinto. Era Gaetano, letteralmente infuriato.

A passo svelto tentai inutilmente di divincolarmi e mi raggiunse stringendomi forte un braccio.

«Prosciutto di merda, per colpa tua la mia ragazza mi ha mollato!» imprecò il buzzurro con un tono iracondo.

Provai a discolparmi con la consapevolezza di non avere nessuna responsabilità in merito.

«Che cavolo stai dicendo? Ero per i cazzi miei, hai cominciato tu a provocare!»

Gaetano mi diede un vigoroso spintone e andai a sbattere in una serranda di un pubblico esercizio chiuso per ferie, rimanendo aderente ad essa.

«Sei passato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato!» insistette con gli occhi stralunati e visibilmente arrossati.

Con una mano mi premette il torace mentre l'altra la chiuse per formare un pugno che tenne sospeso a mezz’aria e pronto per sferrarmelo.

«Io ti ammazzo! Hai capito? Io ti ammazzo!» continuò con espressione decisamente minacciosa.

Avevo due scelte: ingaggiare una lotta colpendolo per primo con un cazzotto in faccia oppure risolverla a parole e a convincerlo a lasciarmi in pace. Scelsi la seconda opzione, pur tenendo pronta la mano destra nell'eventualità di attaccarlo per difendermi.

«Se mi tocchi con un dito ti vado a denunciare alla polizia» gli dissi col cuore che pompava a mille.

«A me gli sbirri mi fanno una sega!» gracchiò il mio persecutore con gli occhi arrossati dall’ira.

«Gaetano, lasciami stare, te lo chiedo per favore, non hai idea di quanto male mi hai fatto in tutti questi anni!» lo supplicai e delicatamente gli abbassai il braccio con il quale mi premeva il torace. «Ti prego... basta!» aggiunsi con un fil di voce.

Mi sembrò di scorgere i suoi occhi diventare incredibilmente lucidi, tant’è che li abbassò per svariati secondi. Ebbe un atteggiamento titubante e ipotizzai che l’implorazione presumibilmente l'avesse toccato a livello interiore.

Improvvisamente cacciò un urlo e una bestemmia, scagliando il temutissimo pugno, non per colpire me ma per centrare la saracinesca della ferramenta. Il rimbombo fu particolarmente assordante, tanto da intontirmi facendomi chiudere le palpebre di colpo e stordendomi l’orecchio.

Vidi il mio carnefice allontanarsi, risalire in macchina e infine ripartire sgommando. Non mi picchiò e la cosa mi stupii parecchio.

In Autunno, una settimana prima di partire militare, incontrai nuovamente Gaetano in un bar, in compagnia della solita ragazza dai capelli biondi, intenti a mangiarsi un gelato seduti a un tavolino. Inizialmente valutai se farmi notare o meno però alla fine ritenni opportuno non fare la figura del coniglio che scappava.

«Ciao Giuseppe!» esclamò salutandomi cordialmente, mentre la sua ragazza si limitò semplicemente a un sorriso e a un piccolo accenno.

«Ehilà Tano!»

«Com'è? Come stai?» mi chiese.

«Bene, spero anche tu!» risposi banalmente tanto per dire qualcosa.

«Alla grande. Giuseppe, ti auguro buona domenica!» concluse.

«Altrettanto a voi!» dissi congedandomi.

Ordinai alla barista una granita a un tavolino vicino ai due, per osservare e origliare con discrezione e capire se stavano parlando di me.

Fortunatamente se ne stavano tranquillamente a mangiarsi il proprio gelato, a parlare pacatamente e a scambiarsi dei piccoli baci. Capii che non ero l'oggetto dei loro discorsi.

Gustai con calma una granita caffè con panna e brioche siciliana, mi alzai dalla sedia, pagai il conto e fissai Gaetano di profilo per l’ultima volta.

«Ecco, bravo, mi chiamo Giuseppe, non Prosciutto. Non dimenticarlo!» pensai tra me e me come a volergli trasmettere il messaggio telepaticamente per poi uscire da locale.

Andai in piazza e mi sedetti su una panchina. Ripercorsi mentalmente tutto ciò che il bullo mi aveva fatto patire, realizzando che non si cancellano facilmente cinque anni di soprusi e di angherie, seppur involontariamente credo di avergli dato una bella lezione, una lezione ovviamente correlata dal risolutivo episodio precedente. Chissà, un nuovo litigio avrebbe comportato il lancio del cono gelato in faccia ai danni dello smargiasso da parte della biondina. Ridacchiai un po' nel crearmi tramite fantasia un’eventualità abbastanza prevedibile.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te!

I vecchi proverbi non sbagliano mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il pupazzo di neve

26 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

Quest'anno il mio pupazzo di neve ha un suo perché.

Amo l'inverno e di conseguenza la neve. Beh, sarebbe stato strano il contrario.
Vivo da solo, non ho una moglie e nemmeno dei figli, però non di rado aiuto i bambini del vicinato a creare gli snowman, tra l'altro, dicono che li so fare troppo toghi. Non sono mai "cresciuto", lo ammetto.
Ad ogni modo, lo snowman che ho davanti è piuttosto singolare: gli occhi rossi per via dei due pomodori di Pachino, il sorriso ricavato da alcune olive greche, mentre tramite una carota ne ho tratto il naso che sembra quello incurvato di una brutta stregaccia. Per il vestiario ho utilizzato una sciarpa logora trovata sul marciapiede, i bottoni mediante dei sassi neri di pietra lavica e in testa gli ho messo un cilindro vecchio stile, appartenuto a uno zio che di mestiere faceva "l'imbonitore" tra sedute spiritiche e medianità.
Gomiukko (così l'ho chiamato con un immaginario nome simil finlandese) è venuto proprio bene, oltretutto le mani le ho modellate molto realisticamente tant'è che quella destra sorregge adeguatamente una scopa.
Solo che, per invidia o chissà per quale strano motivo mi è stato detto che la mia creazione da un senso di angoscia e che ha uno sguardo cattivo e maligno. Che è per gli occhi rossi?
Jonathan, il mio vicino di casa addirittura asserisce che Gomiukko sarebbe stato più indicato per Halloween. Che stronzata!
E poi, a novembre, non c'è stata nessuna nevicata.
Il suo pupazzo di neve, invece, mi dispiace ammetterlo, gli è venuto  proprio una ciofeca e quindi vale il mio detto:
--- La neve del vicino è sempre più bianca. ---
Intanto, Jonathan mi evita, anche gli altri vicini e soprattutto i bambini che stanno alla larga dal sottoscritto. Tutti dicono che Gomiukko fa paura. Forse hanno ragione.
A tal proposito, oggi ho realizzato che effettivamente il pupazzo di neve ha qualcosa di strano, per di più la sua espressione è a dir poco mefistofelica. Da diversi giorni si avvicina sempre di più alla porta d'ingresso.
Proprio adesso appare a pochi metri dall'uscio di casa mia, e, in una delle due mani, al posto della scopa, impugna un grosso coltello da cucina. Tremo e non mica per il freddo.
La paura si è trasformata in terrore e ciò che ha contribuito a farla aumentare sarebbe che oggi è Ferragosto. E Gomiukko è ancora lì, anzi, qui!

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Il piccolo aereo rosso

21 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Mancano pochi giorni a Natale e, una volta giunti al parcheggio del centro commerciale, dopo l’acquisto dei regali, io, mia moglie Francesca e il nostro piccolo Calogero di sette anni, siamo pronti per ritornare a casa.

Accendo la radio e, proprio adesso, trasmettono Happy Christmas dei Pooh, le cui note per il sottoscritto, a distanza di molti anni, non perdono neanche minimamente la loro magia.

L'allegria e l'atmosfera natalizia ci hanno letteralmente contagiato, tra l'altro ieri pomeriggio all'agenzia dei viaggi abbiamo prenotato per una settimana bianca in Austria, e non vediamo l'ora di partire.

Dio benedica i last minute!

Ad ogni modo, essendo vicinissimi all'aeroporto di Fiumicino, il ritorno a Roma si sta rivelando piuttosto difficoltoso, infatti stiamo procedendo a passo di lumaca ma pazienza, d'altro canto è comprensibile, essendo in pieno periodo pre -natalizio.

«Mamma, papà, che cos'è quello?» osserva Calogero additando con enfasi.

«Dove?» gli chiediamo all'unisono.

«Nel cielo, precisamente lì, guardate! È Babbo Nataleeeeeeeeeeee!»

Mi cimento ad alzare lo sguardo e, al contempo, restare concentrato alla guida. L'ho visto.

Francesca si mette a sorridere.

«Tu dici che è lui?» le domando sorridendo anch'io complice e con espressione da finto tonto.

«Frittellina, guarda che per la Vigilia mancano tre giorni!» espone divertita mia moglie a Calogero.

«Vi dico che è lui, è lui, è lui...» urla eccitato, «ne sono sicuro, si vede che si è modernizzato e sta semplicemente facendo un volo di prova!» 

«Beh, sicuramente c'ha ragione, dai!» dico rivolgendomi a Francesca e strizzandole un occhio. 

Io e mia moglie, per non tradire l'infantile fantasia del nostro piccolino, non possiamo mica dirgli la verità. Non sarebbe giusto.

In realtà si tratta di un piccolo aereo della Bartolini. 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gifts

20 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

Cinzia guardò sospirando dalla finestra le magnifiche luci di Natale sulla casa della dirimpettaia dall'altra parte della strada. Verdi, rosse, blu, gialle... sfavillando contribuivano a ravvivare ulteriormente l'atmosfera natalizia del quartiere. 

La donna annuì pensando - e un brivido scosse il suo esile corpo - per poi bere un sorso di tè. Lasciò che il calore si depositasse nello stomaco e, infine, con la tazza fumante in mano, si sedette sulla sedia a dondolo dinnanzi al caminetto scoppiettante.

Alla sua destra, sotto l'albero addobbato, tra panettoni e colorati pacchetti di ogni genere, c'era una piccola scatoletta avvolta in una raffinata carta rossa e con un elegante nastro bianco.

Erano passati esattamente cinque anni dalla morte di Natale, il fidanzato. Quel pacchettino era per lei.

Ogni anno Cinzia collocava la scatoletta impacchettata sotto l'abete con la decisione che per nessuno motivo al mondo l'avrebbe mai aperta e, tastando l'anulare, gli occhi immancabilmente le si inumidivano.

Quel tragico 25 Dicembre 2013  l’uomo della sua vita avrebbe festeggiato l'onomastico e, sfortunatamente, la ragazza non aveva potuto fargli un regalo altrettanto prezioso: l'annuncio di una gravidanza, il frutto del loro amore che mesi dopo venne chiamato Natale.

Natale, lo stesso nome dell’insostituibile amato.

 

 

 

 

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