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La morte di Huber Matos

1 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera, #cultura

La morte di Huber Matos

Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.

Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 "Antonio Guiteras", entrò all'Avana a fianco di Fidel e di CamiloCienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilò, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà.

Foto: foto di Huber Matos e una caricatura di Garrincha.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

La morte di Huber Matos
La morte di Huber Matos
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PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

22 Marzo 2014 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #cultura, #marcello de santis

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

Qualcuno aveva l'opportunità di appuntare su pezzi di carta con un mozzicone di matita le impressioni e le paure che si sentivano e si subivano sul piroscafo, uno scriveva alla famiglia con tutti gli errori dovuti alla sua ignoranza:
... appena partì la nave cominciano a darci manciare... da grandi signori, pasta bianca come la schiuma che in Italia si trivava a cinquecento lire il chilo, carne di tutte le qualità, burro che all'Italia non si conosceva, caffè, zucchero, frutta e marmellata, insoma tutte cose che manciavano le signori, che all'Italia non si potevano manciare perché per manciare quei pasti doveva pagare a peso d'oro...

Nei momenti più brutti a gruppi si tenevano stretti, specie se il mare era arrabbiato, e si facevano coraggio cantando la canzone mamma mia dammi cento lire/ che in america voglio andar... era il costo del viaggio? non ha importanza, è la canzone in sé che conta. Una canzone riadattata da una ballata di tutt'altro argomento risalente all'anno1850 per gli emigranti del nord dell'Italia della seconda metà dell'ottocento; questi andavano nelle Americhe del sud. Adesso invece a partire per l'America (del Nord) sono i contadini meridionali, napoletani in particolare, siamo, come detto, nei primi decenni del '900, e la canzone opera di un autore di cui non si conosce il nome è diventata di tutti, sussurrata nelle lunghe giornate e nottate sui bastimenti.

Mamma mia, dammi cento lire
che in America voglio andar

Cento lire io te le do
ma in America no no no

Pena giunti in a
lto mare
bastimento si ribaltò



Questo era il succo della triste ballata dell'emigrante che è costretto ad andare per sopravvivere, ma anche col miraggio, nato chissà come, che laggiù si sarebbe diventati ricchi.

Mentre qui nel paese natio, ci sono altri poveracci ad aspettare la lettera dall'America, che poteva contenere denaro necessario - anche qui per sopravvivere; perché emigrare significava il più delle volte anche questo:separazione dalla moglie, dal padre anziano, dalla madre vecchia, dall'innamorato/a, dai figli; ma anche dalla terra dal paese dove si è nati, dagli odori di casa, dai sapori delle minestre a pranzo riscaldate la sera.

Voglio riportare qui delle note che mi ha comunicato il mio amico Salvatore Marchionne, un medico chirurgo napoletano ora in pensione, che vive a Napoli. Dopo aver letto la prima parte del mio saggio ha scritto sotto il saggio questo commento:

... la storia, quella vera ci ricorda che il popolo napoletano nel 1861 ebbe due sole possibilità: o diventare brigante, o emigrante. Nel 1860 era suddito di un regno ricco di opifici di fabbriche metal meccaniche di cultura e d'arte, poi però a causa di un vile re piemontese e del mercenario Garibaldi e della massoneria inglese, diventò l'anno successivo povero e senza beni che erano stati razziati dal vincitore. Molti furono trucidati e sciolti nella calce viva, centinaia di paesi rasi al suolo... e fu cosi che iniziò l'emigrazione verso l'America. Se non ci fosse stata l'unità d'Italia, sarebbe stato il Regno delle due Sicilie ad accogliere emigranti... Le canzoni avevano per argomento questo triste fenomeno che assumeva anno dopo anno proporzioni bibliche, ne nascevano una dopo l'altra, come vedremo appresso.

Poi dopo il viaggio faticoso pericoloso e pauroso, finalmente, l'America. New York e la Statua della Libertà che già si vedeva all'orizzonte... datemi i vostri poveri; eccoci, dicevano in cuore, siamo arrivati. Ma una volta giunti laggiù non sempre si trovava l'oro dei sogni; come dice un'altra canzone popolare, anche questa canticchiata sulle navi,

... trenta giorni di nave a vapore/ fino in America noi siamo arrivati/ fino in America noi siamo arrivati/ abbiam trovato né paglia né fieno/ abbiam dormito sul nudo e terreno/ come le bestie abbiam riposà... ma anche l'orgoglio di aver contribuito a qualcosa di positivo di cui andare fieri: ... e l'America l'è lunga e l'è larga/ l'è circondata da monti e da piani/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città.


Melania Mazzucco, Roma, 6 ottobre 1966, autrice del libro Vita che descrive le vicende del nonno emigrato in America nel 1903, ma anche le misere disastrose condizioni degli italiani che sbarcavano a New York e che erano oggetto - almeno per quei primi anni del secolo - dello sfruttamento sistematico delle maestranze locali. Per chi volesse approfondire notizie sul fenomeno, ma anche godersi la lettura di uno splendido libro d'amore,consiglio il libro Vita di Melania Mazzucco, che è uno dei più belli che ho letto, semplice nella scrittura,appassionante nell'argomento, doloroso nelle situazioni descritte.
Si può trovare a soli 10,90 euro nelle edizioni Rizzoli,
BUR biblioteca universale Rizzoli, 2010

Voglio riportare il pezzo in cui Melania Mazzucco descrive le visite mediche cui si viene sottoposti non appena si arriva, e la tassa da pagare per sbarcare, e la vergogna di denudarsi davanti a quegli sguardi talvolta e spesso irrisori...

... la prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache.... gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine... lui nudo, in piedi, desolato e offeso... (e) quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano...
... le brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, tanto brutte che non se le metterebbe neanche un prete...
... il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre gli li ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitori
o del piroscafo...

E' una delle fasi dell'avventura del ragazzo Diamante, che non si trova più i soldi, glieli hanno rubati, e allora con un segno sulla schiena lo spingono in un angolo tra quelli che con la prossima nave saranno rimpatriati; gli rimarrà negli occhi solo l'immagine di quei fabbricati - che vede dalla finestra aperta - che sfiorano il cielo; e quel mare; e quel sogno che svanisce appena nato. Ma poi il giovane riesce a passare, e allora non gli importa più della vergogna, del dolore, della paura di tornare dai suoi. E' finalmente in America.
Andiamo avanti.

... si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere...
... mentre dilaga in lui una fame prepotente realizza di non essere a casa sua...
... neanche il puzzo che gli mozza il respiro... puzzo di scarpe vino e piscio stantio... lo investe una fetola puzzolentissima...

Diamante è partito dall'Italia per ritrovare una bambina che aveva viaggiato sullo stessa nave ma ora l'aveva perduta di vista, la bambina di nome Vita con la quale nel corso del romanzo il ragazzo intreccerà una tenera storia d'amore; ma lui adesso è qui in una
... casa tutta nera, fatiscente, decrepita, che sembra dover cadere da un momento all'altro... questa è l'America... canottiere lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano il locale in due e gli schiaffeggiano il viso.

Ve lo racconterei tutto il libro, ma non mi è concesso in questa sede, mi resta solo consigliarvi la lettura; ché andrà a integrare in maniera massiccia questo molto breve saggio,
E' ora di tornare all'argomento del titolo, per chiudere il mio scritto.

partono 'e bastimenti
pe' terra assai luntane...
cantano a buodo
so' n
apulitane...

http://www.youtube.com/watch?v=mRtpc0qDg2g

Ma prima vorrei ricordare che E.A.Mario, molto colpito dal fenomeno dell'emigrazione, ne scrisse altre di canzoni sull'argomento, forse non poi famose come Santa Lucia luntana, ma importanti quanto quella; ad esempio la Mandulinta 'e ll'emigrante che dice tra l'altro: Quanta miglia ha fatto 'o bastimento!/ Sóngo giá tante ca nisciune 'e cconta./ Ma n'arpeggio doce porta 'o viento,/ na canzone, mentre 'a luna sponta. è la città dei mandolini che canta per loro, è Napoli che da buona mamma invia le sue canzoni col suo strumento principe; Si' tu ca t'avvicine/ a nuje, triste e luntane,/ quanno 'e ccanzone/ce parlano 'e te!

Faranno i soldi questi poveri emigranti? diventeranno ricchi? E famosi?
Se pensiamo che troviamo laggiù lontani dagli affetti più cari e dalla terra che per un meridionale è più preziosa della mamma- la nostalgia è tantissima e talvolta fa morire - più di un milione di nostri paesani; e non sempre e non tutti trovano l'oro che speravano, anzi per molti si parlava, nelle lettere che scrivevano, o nelle righe storte e piene di errori dei diari improvvisati, di "scannatoio".

Ma la storia ci dice che sì moltissimi dei nostri conterranei hanno dato lustro a quella terra assai luntana, in contrapposizione a quelli, e non sono stati pochi, che vennero rispediti al mittente per malattie e/o per altri motivi; molti dicevo, sono diventati sindaci di città, poliziotti in gamba, imprenditori importanti, cantanti famosi. Intanto in attesa di ciò lavoravano duramente per guadagnare soldi per tirare avanti la barca; ma anche soldi da mandare, in parte, ai parenti in Italia.
Scrivevano lettere piene di una nostalgia tutta napulitana; nostalgia che strappa le lacrime e stringe il cuore.
Ecco qualche una lettera scritta da New York piena di errori ma anche di tanta nostalgia.

“Caro Padre e Madre vi scrivo queste due righe per farvi sapere che io sto bene come pure la moglie e figli come spero che sara (senza accento) di voi due vi fascio (faccio) sapere che vi avevo scritto per natale ma poi mi sono cambiato (ha cambiato idea?, ha cambiato paese?). Sono tornato a stare a Novio’chi. Vi facio (con una c - faccio) sapere che qua in america va molto male perché non ci sta lavori io pure lavoro tre giorni la setimana (con una t - settimana) ce (c'è) da fare andare avanti perche e tutto cara (c'è da fare molòto per andare avanti ché qui è tutto caro). Vi faccio sapere che il 14 magio fano (con una n - fanno) la comugnione (comunione) anche due figli Ugo e Dante quando mi scrivete mi farete sapere come stano quelle de sunde america (forse parenti femmine emigrate in Sudamerica) e come gliva (e come se la passano - gli va) ma sento dala (con una l - dalla) gente che va male anche la (la senza accento -là). Tanti saluti a tutti i parenti e a quelli che domandano di me, tanti saluti la famiglia di mia moglie”

Nascono, come ho detto più sopra - altre canzoni che descrivono tutto questo.
I figli di Napoli partono, e il poeta assiste alle scene piene di lacrime e dolore sulle banchine del porto.

Molte sono le canzoni che accompagnarono quella povera gente che si imbarcava in cerca di fortuna, o quanto meno di un lavoro, che potesse permettere una vita migliore di quella che avevano nel loro paese. Sono talmente tante che richiederebbero una trattazione tutta e solo per esse, in un saggi a parte. Ma non possiamo non ricordare un'artista nata in un povero affollatissimo quartiere di Napoli, la Duchesca alla fine dell'ottocento (1996), una ragazza semplice che si chiamava Griselda Andreatini; ma a noi nota col nome d'arte Gilda Mignonnette. Si recò in Argentina una prima volta nel 1911 e poi di lì a quattro anni (1915) una seconda volta fino a che si trasferì definitivamente a New York nel 1924 (di là veniva in Italia per esibirsi di tanto in tanto)...



Gli emigrati d'America la ribattezzarono la regina degli emigranti, per la vicinanza della cantante ad essi, e per le molte canzoni che trattavano 'argomento dell'emigrazione; laggiù divenne in poco tempo la cantante napoletana più famosa degli Stati Uniti d'America. Cantava "E l'emigrante piange", "'A cartulina 'e Napule", "Mandulinata e l'emigrante", "Connola senza mamma", "Santa Lucia luntana".
Voglio qui riportare alcuni versi di una di esse "Connola senza mamma" scritta nel 1930 da Giuseppe Esposito e musicata da Gennaro Ciaravolo, musicista autodidatta, il cui primo, grande successo, fu, nel 1922, Mandulinata a Sorrento composta con la collaborazione di E.A.Mario.

Comm' 'e vapure scostano,
lassanno 'sta banchina,
turmiente e pene portano
luntano 'a Margellina'.
Nterr'â banchina chiagnono
'e mmamme'e ll'emigrante,
pe' chesto, 'nterr'a 'America,
só' triste tutte quante.

Meglio nu juorno ccá, Napulitano,
ca tutt' 'a vita p
rincepe luntano.
ll'America ch' 'e cchiamma,
luntana sta,
cònnola senza mamma,
ca nun po' d
à
felicità.

Traduciamo per che non è troppo addentro al dialetto napoletano: l'America che chiama questi figli di Napoli, sta lontana; ed è una culla senza mamma, che non potrà mai dare alcuna felicità.
Appena le navi partono, / lasciando questa banchina,/ tormenti e pene portano / lontano da Mergellina./ Sulla banchina piangono /le mamme degli emigranti, / per questo, in terra di America, / sono tristi tutti quanti.
Meglio un giorno qui, Napoletano,/ che tutta la vita principe lontano. / L'America che li chiama, / lontano sta, / Culla senza mamma, / che non può dare /felicità.
E più avanti il poeta prega, invoca quest'America lontana, dicendole, ti prego, America, culla senza mamma,. se Napoli li chiamo questi suoi figli, falli tornare... falli tornare... (connola senza mamma, falli turna', falli turna')

Eccola la canzone per la voce di Massimo Ranieri

http://www.youtube.com/watch?v=ZL4B7LJ3-e0

Nel 1927 Giuseppe De Luca scrive dei versi bellissimi musicati da Francesco Bongiovanni; e nasce la canzone 'A cartulina ìe napule: un emigrato riceve una cartolina di Napoli e piangendoci sopra lacrime amare non può non paragonarla all'America dei sogni di lui stesso e di tanti suoi compagni di avventura.



Vediamone alcuni versi:

Mm'è arrivata, stammatina,/ na cartulina:/ E' na veduta 'e Napule/ che mm'ha mannato mámmema... Se vede tutto Vommero,/ se vede Margellina,/ nu poco 'e cielo 'e Napule.../ 'ncopp'a 'sta cartulina!
E se vede pure 'o mare/ cu Marechiaro:/ Mme parla cchiù 'e na lettera/ 'sta cartulina 'e Napule!
Che gioja, stu Pusilleco,/ 'sta villa quant'è fina.../ Comm'è bello 'o Vesuvio.../ che bella cartulina!
E soffro mille spáseme,/'ncore tengo na spina/ quanno cunfronto 'Ameri
ca/ cu chesta cartulina!...

(m'è arriavata stamattina una cartolina, è una veduta di Napoli che mi ha mandato mamma, si vede il Vomero, Margellina... e un poco di cielo di Napoli... Si vede anche il mare con Marechiaro, mi dice più cose essa che una lettera... Che gioia vedere Posillippo, che bella villa... che bello il Vesuvio... che bella cartolina. E io soffro, ho in cuore una spina quando confronto questa america con la cartolina...)

Ma è' ancora Libero Bovio a commuoverci con i suoi versi che sempre il musicista Francesco Bongiovanni vestirà di una musica immortale.
Sta per arrivare Natale e stare lontani, specialmente in questi momenti è ancora più triste e chi scrive alla mamma a Napoli vorrebbe tanto sentire uno zampognaro. Prega la mamma di mettere a tavola anche il suo piatto, quando apparecchierà per il cenone, e facite, quann'è 'a sera d''a Vigilia, / comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io... come se con voi ci stessi anch'io.
Racconta e chiede tante cose, alla madre, che questa leggendo bagnerà con le sue lacrime: ché sì ha fatto i soldi, ma che non contano niente rispetto al paese che è stato costretto a lasciare, è vero, mo tengo quacche dollaro, e mme pare ca nun só' stato maje tanto pezzente...
Mia cara Madre, a vuje ve sonno comm'a na "Maria"./ cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'nc
roce!

E infine i versi dell'invocazione finale - che è un pianto dell'anima tutto napoletano - e che io credo siano tra i più belli della poesia napoletana, degni di quel grande poeta che risponde al nome di Libero Bovio:

Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!

E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo '
e Napule,
comm'è amaro stu ppane!

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TRADIZIONE CULTURALE LINGUA E DIALETTO di Adriana Pedicini

8 Marzo 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura

In Europa il latino ha mantenuto fino ai primi dell’Ottocento il suo assoluto predominio come lingua internazionale in campo scientifico e ancora oggi esso è la lingua viva ufficiale della Chiesa cattolica, con cui sono scritte encicliche, bolle, documenti. Le nomenclature scientifiche, soprattutto quelle della medicina, della zoologia e della botanica sono costituite in gran parte da termini latini.

Molte espressioni latine si utilizzano tuttora integralmente in vari contesti: a priori si scarta un’idea, motu proprio si conferisce un’onorificenza, si ritorna allo statu quo, si parla di un individuo sui generis e così via.

Noi parliamo un latino moderno quale si è venuto evolvendo nel corso dei secoli (lo stesso si può dire del francese in Francia, dello spagnolo, del catalano e del portoghese nella penisola iberica, del romeno in Romania: denominate tutte lingue neolatine).

Parole come oro, agosto, vino non sono altro che i vocaboli latini aurum, Augustus, vinum; molte altre parole italiane (voci dotte) sono state prese dal latino dopo essere rimaste abbandonate per molti secoli o dopo essere vissute solo in ambienti colti (aureo, augusto, velivolo).

La sostituzione di lingua di cultura e civiltà, depositaria ed ereditiera di un sapere secolare conquistato lentamente dal pensiero europeo, con le lingue dell’egemonia meramente politico-commerciale, quale è oggi l’inglese, “il gergo inglese –come diceva Schopenhauer- questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei” indica una sovversione profonda di ciò che sono i valori umani, e mostra come il desiderio di potersi intendere nel modo più scarno possibile nei rapporti pragmatici e d’affari abbia completamente surclassato e schiacciato l’esigenza di esprimere con le più sottili sfumature la forza spirituale del proprio pensiero.

Inoltre bisogna ammettere che nella tradizione culturale, più specificatamente letteraria, dei secoli passati e forse fino agli anni ’50, il modello della comunicazione scritta afferente al testo letterario era pressoché ritenuta egemone, era un esempio da non poter sottacere. Anche perché la comunicazione umana trovava in quel contesto il più autorevole sistema e l’ambito più prestigioso di formazione culturale. Siamo molto lontani dai contesti dell’auralità.

Per un lunghissimo periodo, dunque, la comunicazione letteraria ha prevalso su tutte le altre forme di comunicazione e di formazione, ma coloro che fruivano della letteratura, nonché dei valori e codici letterari, era un’esigua minoranza.

Con l’andar del tempo infatti si è costatato che questa supremazia della letteratura non aveva più nessuna radice nella tradizione familiare. Mancava lo spessore storico della memoria che era presente nelle classi colte dal Cinquecento alla metà del Novecento. Sicché la lingua ufficiale, latino o neolatino che fosse, cedeva pian piano il passo alle lingue moderne, e ancor di più alle parlate locali.

Oggi la situazione è ancora più complessa.

Infatti alla letteratura come strumento di comunicazione colta tende ad affiancarsi una serie di altri strumenti di comunicazione, la cui forza espansiva è sicuramente molto alta. Nella maggior parte si tratta di linguaggi fortemente semplificati, come sono tutti i linguaggi in cui alla parola scritta si sostituiscono altri strumenti di comunicazione, ad esempio l’immagine.

Tuttavia, poiché la lingua è di per sé un organismo vivente e dunque dinamico, anche se prescindiamo dal linguaggio letterario, e ci soffermiamo sul quello quotidiano, noteremo che il passare del tempo e le varie necessità del vivere quotidiano hanno influito sull’utilizzo di ogni lingua preesistente per quanto riguarda la durata, la evoluzione e quindi l’esito.

Ne consegue che la consacrazione linguistica degli Accademici deve fare i conti con le necessità impellenti della comunicazione sia scritta che orale, sia popolare che letteraria. Pertanto, mentre da una parte si assiste alla penetrazione nel bagaglio linguistico ufficiale di termini stranieri, dall’altra si deducono diverse persistenze che attraverso il dialetto riconducono proprio alle lingue del passato, e dato la peculiarità del nostro bacino culturale, alla lingua greca e alla lingua latina in primis, per poi essere trasferite nella lingua ufficiale.

Il dialetto col suo lessico peculiare offre lo spunto per spaziare nei campi più diversi, dall’antropologia alle tradizioni popolari, dalla storia alle caratteristiche morfologiche del territorio, fino ad arrivare alla tradizione linguistica.

Spesso gli abitanti di un determinato luogo sono individuati piuttosto che col proprio nome, quasi esclusivamente dai soprannomi in dialetto originati dalle caratteristiche fisiche, dal mestiere che ciascuno svolge o da altre particolari situazioni caratterizzanti. Ovviamente non mancano forti pregiudizi nei confronti del dialetto, considerato ”la lingua” dell’oralità, più povera di mezzi espressivi rispetto a quella ufficiale, meno funzionale, priva di una consolidata tradizione letteraria se non addirittura considerata segno di inferiorità sociale e di diversità culturale.

Invece, al pari della lingua nazionale che è la lingua della cultura ufficiale, dell’amministrazione e della tradizione letteraria, il dialetto ha una struttura linguistica altrettanto complessa e articolata, una propria grammatica e un proprio lessico che spesso è anche più ricco di quello della lingua ufficiale. Soprattutto esso costituisce un bene culturale di primaria importanza a cui bisognerebbe accostarsi come a uno strumento di comunicazione ricco di storia e di cultura.

Il dialetto è lo specchio dell’identità culturale di un popolo che nella tradizione (nel significato etimologico di consegna di cose) ritrova se stesso con l’obbligo di non sperperarla, ma di consegnarla, arricchita delle esperienze di vita, alle generazioni future. Infatti il patrimonio linguistico dialettale ripropone, se non lo stesso contesto storico e istituzionale della lingua d’origine, almeno lo stesso contesto situazionale e psicologico. Ciò vale sia per le formule religiose, sia per le origini del pensiero astratto, per le concezioni spirituali e le radici dei concetti in generale. Dunque il dialetto non è da considerarsi un lingua inferiore, né necessariamente meno colta, ma soltanto una lingua più antica, per meglio dire molto antica.

Se, ad esempio, effettuiamo un’analisi comparata dei termini afferenti agli antichi mestieri, agli strumenti utilizzati nelle antiche opere contadine, agli usi, costumi, tradizioni, giochi, cibi, edifici, canti popolari legati al lavoro, nascite, feste, malattie, morte, riti religiosi, formule apotropaiche, nonché alle parti del corpo umano, alle vesti, calzature, armature e così via e li confrontiamo con i corrispondenti latini e/o greci, noteremo che il passaggio intermedio tra la lingua antica e la lingua moderna è rappresentato proprio dal dialetto.

Naturalmente tali persistenze dialettali sono riscontrabili, con tutte le modifiche consonantiche, nei dialetti che furono e in parte ancora lo sono, gli eredi naturali della cultura e della lingua classiche, come il campano e il siciliano, anche se vi sono state numerose contaminazioni dovuti ad apporti linguistici di diversa provenienza come la spagnola e l’araba.

Proponiamo uno specchietto comparativo tra il greco in traslitterazione, il latino, il dialetto napoletano e l’italiano avvertendo che spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

GRECO

kome

oftalmòs

us-otos

kefale-kara

kara

------

ris-rinos

stoma-atos

odus-odontos

brachion

palame

dactylos

onyx-nychos

gony-gonatos

pus-podos

kardia-kardias

pleumon- is

persicòn melon

petroselinon

rafanìs

kapros

psylla

apotheke

…….

………

titthòs

…….

thallòs

echo

LATINO

coma

oculus

aurica

caput

cerebrum

cervix

nasus

os-oris/bucca

dens

brachium

palma

digitus

ungula

genu

pes,pedis

cor,cordis

pulmo,onis

malus persica

petroselinum

raphanus

caper

pulex

conditorium

catulus

corrigia

……

testa

thallus

teneo

DIALETTO

--------

Uocchio

recchia

crapa

capa

cerviello

naso

vocca

diente

vrazze

parma

dito

onghia

denocchie

pére

core

permone

perzeca

petrusìno

rafaniello

crapa

pòlece

putéca

cacciuttiello

currea

zizza

testa

tallo

tengo

ITALIANO

chioma

occhio

orecchia

testa

capo

cervello

naso

bocca

dente

braccio

palmo

dito

unghia

ginocchi

piede

cuore

polmone

pésca

prezzemolo

ravanello

capra

pulce

bottega

cagnolino

correggia

petto muliebre

testa,vaso

germoglio

tengo, ho

Adriana Pedicini

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MULTIFORMITA’ DELLA VITA SESSUALE Barbagli, Dalla Zuanna, Garelli

26 Febbraio 2014 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #cultura, #interviste

MULTIFORMITA’ DELLA VITA SESSUALE

Barbagli, Dalla Zuanna, Garelli

A cura di Biagio Osvaldo Severini

Caratteristiche e orientamenti dell’attività sessuale. La doppia morale. Le credenze. La sessualità della donna prima e dopo il Settecento. L’orgasmo femminile nei secoli. Le posizioni della chiesa cattolica. I comunisti e la sessualità. Inizio storico dei cambiamenti e loro diffusione. Il tradimento.

La verginità. Gli orientamenti più diffusi.

Molti studiosi di diverse discipline, quali storici, sociologi, demografi, antropologi, politologi ed economisti hanno cercato di spiegare i molteplici cambiamenti di idee, valori, aspettative e comportamenti verificatisi in Italia nel corso del Novecento e nei primi anni del Duemila.

Le ricerche e gli argomenti affrontati sono stati tanto numerosi, che non si riesce più a contarli.

Un argomento, però, è stato quasi completamente ignorato: quello della sessualità.

Ignorato in Italia, ma non negli altri paesi occidentali.

Questa lacuna viene, ora, colmata dallo studio “La sessualità degli Italiani”, curato dai professori Marzio Barbagli (Università di Bologna), Gianpiero Della Zuanna (Università di Pavia) e Franco Garelli ( Università di Torino), che hanno svolto indagini, con metodi e tecniche diverse, su campioni significativi della popolazione italiana compresa tra i 18 e i 70 anni.

Essi si sono imposti due obiettivi.

Primo, fornire una dettagliata descrizione dei sentimenti, dei comportamenti e delle identità sessuali degli Italiani.

Secondo, ricostruire e spiegare i mutamenti che, nel corso del Novecento, si sono verificati nella cultura sessuale del nostro Paese.

Ho pensato di riportare in sintesi i risultati di queste ricerche, rivolgendo delle domande al professore Barbagli, quale coordinatore della pubblicazione.

Professore Barbagli, voi tre sostenete che le dimensioni più significative della cultura sessuale dominante sono tre.

Vuole spiegare le loro caratteristiche?

La prima è data dal significato attribuito all’attività sessuale. La seconda è costituita dai copioni di comportamento previsti per gli uomini e per le donne, cioè quelle regole che indicano con chi e in quali occasioni possono avere rapporti sessuali. Della terza fanno parte le credenze sulla natura, le cause e conseguenze delle varie forme di attività erotica.

Per quanto riguarda il significato attribuito al sesso, voi distinguete quattro principali orientamenti: ascetico, procreativo, affettivo, edonistico. Qual è il comportamento dell’orientamento ascetico?

Ascetico è l’orientamento di chi rinuncia volontariamente alla sessualità, scegliendo la strada dell’astinenza, della castità, della verginità e del celibato. Originariamente si basava su una concezione della vita che disprezzava il corpo come la morte dell’anima… Oggi è spesso giustificato come sacrificio in nome di una fede più grande di noi. Questo orientamento ha assunto particolare importanza nei paesi di tradizione cattolica, come il nostro, diventando la linea di demarcazione fra il clero e i laici.

E dell’orientamento procreativo?

Per l’orientamento procreativo il fine esclusivo dell’attività sessuale è mettere al mondo figli all’interno del matrimonio. Essa può avere dunque luogo solo fra persone di sesso diverso, dopo le nozze, e può realizzarsi solo nella penetrazione vaginale e solo nei momenti in cui il concepimento è possibile. Le relazioni sessuali prematrimoniali, extraconiugali, l’omosessualità, la masturbazione, le pratiche erotiche orali e anali, così come i metodi anticoncezionali, sono condannati moralmente, perché rivolti al piacere e non alla procreazione.

E dell’orientamento affettivo?

Per l’orientamento affettivo l’attività sessuale è espressione reciproca di amore fra due partner e serve al tempo stesso a consolidare il legame esistente fra loro. I rapporti sessuali dovrebbero aver luogo solo quando vi sono una forte intesa psicologica e un completo coinvolgimento emotivo ed affettivo fra un uomo e una donna… Ogni pratica sessuale è ammessa quando è desiderata da entrambi… Sono consentiti i rapporti sessuali prematrimoniali, ma non quelli extramatrimoniali, perché rappresentano un tradimento del coniuge. Se il coinvolgimento e l’intesa vengono meno, anche il rapporto di coppia può finire, con la separazione o il divorzio.

E, infine, dell’orientamento edonistico?

Nell’orientamento edonistico lo scopo principale dell’attività sessuale è raggiungere il piacere fisico. Esso è rivolto verso il corpo, ammirato ed esaltato più di ogni altra cosa. L’orgasmo, profondo, prolungato, ripetuto, è la forma di piacere fisico a cui si attribuisce maggiore importanza e, dunque, qualunque pratica che permetta di raggiungerlo è considerata positivamente, anche se fra i partner non vi è alcun coinvolgimento emotivo ed affettivo. E’ lecito, quindi, avere rapporti sessuali anche con persone appena conosciute, delle quali non si sa nulla o verso le quali si prova solo attrazione fisica, avere contemporaneamente più partner o praticare lo scambio di coppia.

Passiamo ai copioni, alle regole di comportamento degli uomini e delle donne e alla “doppia morale” che ha avuto grande importanza nel corso dei secoli. Che cosa significa e comporta questa doppia morale?

Bene. La “doppia morale” prevede regole diverse per gli uomini e le donne relativamente alla castità prematrimoniale e alla fedeltà coniugale. Mentre giudica severamente una donna che non giunge vergine al matrimonio, si aspetta che un uomo vi arrivi dopo aver fatto qualche esperienza sessuale con una prostituta, una serva o una donna più anziana. Analogamente, mentre non consente in alcun modo che la moglie tradisca il marito, considera molto benevolmente le scappatelle di quest’ultimo. E’ per questo motivo che in molti paesi europei è stato a lungo considerato un valido motivo di divorzio l’adulterio della moglie ma non quello del marito. E’ per questo motivo che, in questi paesi, la prostituzione, ben lungi dall’essere punita, è stata regolarizzata e gestita dalle autorità civili almeno dal Trecento in poi.

Su quali concetti si basa la doppia morale nell’attività sessuale?

Essa si fonda su due idee. La prima sostiene che dalla castità della donna dipende tutta la proprietà del mondo. La seconda sostiene che le donne siano proprietà sessuale degli uomini e che il suo valore diminuisca se ha rapporti con qualcuno che non ne è il legittimo proprietario.

Con quale orientamento è connessa la doppia morale?

Essa è intimamente connessa con l’orientamento procreativo. E’ invece molto più raramente seguita dagli uomini e dalle donne che ne hanno uno affettivo o edonistico.

Come si caratterizzano questi due ultimi comportamenti?

I seguaci dell’orientamento affettivo o edonistico si rifanno più spesso ad una concezione egualitaria che, pur avendo assunto finora forme diverse, considera leciti per entrambi i partner i rapporti prematrimoniali, illeciti quelli extraconiugali e attribuisce grande importanza al raggiungimento del piacere sessuale reciproco.

C’è da aggiungere che sono molte le “credenze” collegate a questi argomenti. Vogliamo per prima cosa descrivere le credenze che riguardano il corpo degli uomini e quello delle donne e le conseguenze dei diversi atti erotici?

Diciamo, a esempio, che l’orientamento procreativo non si è limitato a condannare moralmente la masturbazione perché rivolta esclusivamente al piacere, ma per lungo tempo si è basato sulla credenza che questa pratica fosse molto dannosa per la salute, che provocasse la tubercolosi, l’epilessia, la cecità, la pazzia, oltre a innumerevoli altri disturbi fisici e mentali.

E riguardo alle credenze relative alle differenze tra la sessualità maschile e quella femminile nell’Europa cristiana?

Per molto tempo si è ritenuto che le donne avessero desideri erotici più forti e inappagabili degli uomini o, come si diceva, una maggiore concupiscenza e una maggiore lussuria e fossero più carnali, più voraci, più aggressive e più insaziabili.

Ma poi c’è stato un cambiamento!

Sì, a poco a poco essa ha perso rilievo e, negli ultimi anni del Settecento, fu sostituita da una diametralmente opposta… Si iniziò a pensare che le donne fossero tenere, affettuose, disinteressate, materne, generose, altruiste, ma prive di bisogni sessuali, insensibili alla passione erotica, fredde, quando non frigide: ideali per mettere al mondo figli e per allevarli, per dare piacere al marito e per restargli fedele. In varie forme, questa credenza è rimasta in vita nei paesi occidentali per buona parte del Novecento.

Da che cosa fu provocato questo rovesciamento di prospettiva?

In parte fu provocato da un profondo mutamento della concezione del corpo e dell’orgasmo maschile e femminile, che risale alla fine del Settecento.

Nel libro affermate che prima della scoperta scientifica del meccanismo di fecondazione, in Europa si contrapposero due idee nate entrambe nella Grecia antica e riprese da diverse correnti culturali cristiane!

Sì, è così.

Come si caratterizza la prima idea?

La prima, risalente a Ippocrate e a Galeno, sosteneva che affinché avvenisse il concepimento era necessario che sia l’uomo che la donna raggiungessero l’orgasmo. Si riteneva che, durante il coito, entrambi provassero un piacere violento… ed emettessero una qualche sostanza che provocava la fecondazione. Questa tesi venne ripresentata con forza straordinaria dal gesuita spagnolo Tomàs Sànchez, in un testo del 1605, citato dai moralisti cattolici fino a tutto il Novecento.

E la seconda idea sul concepimento?

Risale ad Aristotele che sosteneva che l’anatomia e la fisiologia maschile e femminile fossero profondamente diverse, che le donne non eiaculassero, che la sostanza attiva nel processo di generazione fosse unicamente lo sperma. Questa tesi trovò nuova fortuna verso la fine del Settecento, quando si cessò di considerare l’orgasmo femminile rilevante per il concepimento e per l’amplesso coniugale. Così, dopo essere stato considerato per secoli una condizione necessaria e indispensabile della riproduzione, l’orgasmo femminile divenne un aspetto marginale della fisiologia, un fatto fortuito, secondario, superfluo.

Quali orientamenti ha sostenuto la chiesa cattolica?

Per secoli, la chiesa cattolica ha sostenuto l’orientamento ascetico e quello procreativo, il primo per il clero, il secondo per i fedeli laici.

Ci sono stati mutamenti nelle posizioni della chiesa cattolica?

Certo. Nel 1951… Pio XII dichiarava ammissibile il piacere sessuale, pur raccomandando la disciplina dei sensi. Implicitamente poi si consentiva ai fedeli il ricorso ai metodi naturali di controllo delle nascite. Dieci anni dopo, il Concilio Vaticano II, pur ribadendo che l’idea che l’amore coniugale è ordinato alla procreazione e all’educazione della prole, ammetteva che la fecondità non è il solo fine del matrimonio, e che tutti gli atti con i quali i coniugi si uniscono in intimità sono onorabili e degni e fanno parte dell’espressione dell’amore autentico… La chiesa ha inoltre cercato di aggiornare l’analisi del fenomeno dell’omosessualità e delle sue cause… Ma nel complesso essa è rimasta ferma sulle sue posizioni di principio e ha continuato a condannare la masturbazione, l’omosessualità, l’aborto, il divorzio e tutte le pratiche sessuali rivolte esclusivamente al piacere.

E il popolo comunista cosa pensava della sessualità e dell’omosessualità?

Almeno negli anni Cinquanta e Sessanta, anche la cultura sessuale del popolo comunista e delle organizzazioni e dei partiti che lo rappresentavano non si allontanava molto da quella dominante. Accettava la doppia morale e giustificava l’infedeltà maschile in nome di esigenze fisiologiche insopprimibili. Era diffidente, quando non apertamente ostile, nei confronti del mondo omosessuale, degli uomini attratti da altri uomini, che venivano chiamati “finocchi”, “checche”, “froci” o “recchioni”.

Parliamo anche dello Stato italiano. Quale orientamento ha privilegiato nel corso della sua ancor breve vita?

Anche alcune norme statali si ispiravano all’orientamento procreativo e alla doppia morale. Ai coniugi infelici esse non hanno reso possibile, fino al 1970, il divorzio, ma solo la separazione legale. Il codice penale e le leggi di Pubblica Sicurezza proibivano la propaganda a favore di pratiche contro la procreazione e a favore dell’aborto. Lo stesso codice penale considerava con la massima indulgenza l’uxoricidio per onore… Nell’ultimo trentennio del Novecento queste norme e leggi sono state abrogate, cambiate o sostituite con altre. Per la prima volta è stato riconosciuto il diritto di divorziare e di abortire. Quanto agli omosessuali, lo stato italiano sarà probabilmente uno degli ultimi a riconoscere dei diritti alle coppie gay e lesbiche.

Ricordo, infatti, che la legge sul divorzio è del 1970, sui consultori familiari del 1975 e sull’aborto del 1978. Ma quando sono iniziati questi cambiamenti?

Molti studiosi pensano al Sessantotto… Gli studenti che, negli Stati Uniti e in Europa, occuparono le università si ribellavano infatti non solo contro l’autoritarismo, la scuola di classe, la guerra in Vietnam e il colonialismo, ma anche contro la famiglia borghese e la morale sessuale tradizionale, come testimoniano i numerosi slogan che essi lanciarono: “Fate l’amore non fate la guerra”, “ il personale è politico” , il “corpo è mio e lo gestisco io”.

Si capisce chiaramente da queste osservazioni che non è proprio così. Perché?

Nella letteratura scientifica non tutti gli studiosi condividono questa tesi. Vi è chi ritiene che questi cambiamenti siano avvenuti già durante la seconda guerra mondiale… Altri sono convinti che grandi trasformazioni in questo campo iniziarono ancora prima, negli anni Venti, almeno negli Stati Uniti, in Germania e in Russia, dove gruppi di intellettuali influenzati dalle teorie di Marx e di Freud introdussero il concetto di “rivoluzione sessuale”. Altri studiosi ancora pensano che, in molti paesi dell’Europa occidentale vi sia stata una rivoluzione sessuale negli ultimi decenni del Settecento, quando crebbe notevolmente la frequenza dei rapporti prematrimoniali dei giovani proletari che si spostavano dalle campagne.

A questo punto, mi viene da chiedere: in quali ceti sociali iniziano i grandi mutamenti della sessualità degli Italiani?

Questi grandi mutamenti sessuali degli ultimi due secoli sono iniziati nei ceti sociali più alti, nei quali hanno preso l’avvio altre grandi trasformazioni sociali. Poi, queste innovazioni si sono lentamente diffuse negli altri strati della popolazione.

L’inizio è avvenuto prima al nord o al sud?

Questi cambiamenti sono iniziati nella borghesia intellettuale delle regioni settentrionali. Sono le coppie di questo ceto che per prime hanno cominciato, in diversi momenti del Novecento, ad abbandonare la “doppia morale” e la credenza che la masturbazione fosse nociva alla salute, a seguire un orientamento affettivo o edonistico, a dare grande importanza al piacere e alla sperimentazione, ad avere rapporti sessuali prematrimoniali, a fare uso della “fellatio”, del “cunnilingus” e dei rapporti anali, a provare sentimenti omoerotici e ad interpretarli… con la dicotomia omosessuale/eterosessuale.

Una spiegazione riguardante la dicotomia omosessuale/eterosessuale, però, è d’obbligo!

Certo. Questa formula serve a far capire che nell’ultimo trentennio del Novecento si è affermato il sistema di classificazione, secondo il quale coloro che si sentono attratti da persone dello stesso sesso non sono né invertiti, né attivi, né passivi, ma possono avere una nuova identità che comporta la formazione di rapporti non asimmetrici con i partner. E’ grazie all’affermazione di quest’ultimo sistema e delle nuove identità che è aumentato il numero degli italiani che si definiscono omosessuali o bisessuali.

E queste trasformazioni si sono verificate prima in Italia o in Europa?

Le trasformazioni della cultura sessuale ricordate sono avvenute prima nell’Europa centrosettentrionale (Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Francia e Germania) e poi in Italia.

Voi affermate che alcune pratiche sessuali si sono verificate, però, prima in Italia. Quali sono?

La prima è l’uso dei rapporti anali nelle coppie eterosessuali… La seconda è l’utilizzo di metodi contraccettivi a prima vista meno “avanzati” (il coito interrotto e il preservativo).

Come mai?

Ciò dipende dalle disuguaglianze di genere che sono in Italia più forti che negli Stati Uniti o negli altri paesi dell’Europa centrosettentrionale. Le donne italiane fanno minor uso della masturbazione di quelle di altri paesi e accettano i rapporti anali più di loro, perché hanno una minor forza di negoziazione nei rapporti intimi.

Ci sono altre disuguaglianze di genere riguardo alla sessualità?

Certamente. Nel nostro paese – più al sud che al centro nord – gli uomini, ad esempio, raggiungono l’orgasmo molto più spesso delle donne, mentre una parte significativa di queste finge talvolta di provarlo.

Ma negli ultimi anni soprattutto i comportamenti delle donne sono cambiati!

In effetti è così. Le donne si sono avvicinate notevolmente agli uomini per l’età del primo rapporto, il numero di partner avuti nel corso della vita, l’uso delle pratiche non riproduttive rivolte esclusivamente al piacere: la masturbazione, i rapporti orali, e così via. Le differenze di genere sono completamente scomparse riguardo ai rapporti prematrimoniali e alla frequenza con cui gli italiani si sentono attratti da una persona delle stesso sesso.

Qualche dato?

Fra i credenti convinti e attivi delle ultime generazioni, ad esempio, l’80% giudica positivamente i rapporti prematrimoniali e oltre il 70% ha avuto rapporti orali. Essi hanno tuttavia di solito un orientamento affettivo, mentre i loro coetanei senza religione si rifanno più spesso di loro a quello edonistico.

Nelle ultime generazioni italiane, inoltre, è diminuita l’età mediana del primo coito delle donne. Si è ridotta la percentuale di chi non ha mai avuto rapporti sessuali.

Inoltre, la diffusione dei comportamenti sessuali è disuguale: i rapporti sessuali prematrimoniali sono ormai universali; i rapporti orali riguardano la stragrande maggioranza delle coppie; i rapporti anali solo la metà.

Per quanto riguarda la fedeltà di coppia?

L’85% degli italiani condanna il tradimento… anche se poi una parte non piccola non è coerente… In un terzo delle relazioni di coppia lunghe (con o senza il matrimonio) almeno un partner tradisce l’altro.

Con quale orientamento è collegato questa trasgressione?

Soprattutto con l’orientamento edonistico, che consente anche di avere rapporti sessuali con sconosciuti o di tradire il partner, quando questo serva all’appagamento personale.

Parliamo di un argomento tabù per secoli nell’Europa occidentale, ma ancora tale in alcune regioni e villaggi italiani, e in molti paesi extraeuropei: la verginità delle donne. Da alcune osservazioni empiriche e dalla lettura di riviste molto popolari dedicate all’adolescenza, ci si forma la convinzione che essa non sia più un valore. Voi che cosa avete accertato scientificamente?

Prima di tutto che è cresciuta la quota della popolazione maschile e femminile che perde la verginità prima di aver compiuto 16 anni.

L’ideale della verginità femminile, poi, è condivisa oggi, in Europa, da una piccola minoranza di uomini, ma ha perso gran parte della sua importanza fra le donne. Anzi, per molte giovani italiane, la castità, ben lungi dal rappresentare un valore e un tesoro da proteggere, costituisce un ostacolo alla piena realizzazione di sé nei rapporti con i possibili partner… Così, quasi tutte le donne delle ultime generazioni hanno avuto rapporti sessuali prematrimoniali o con il futuro marito o, più frequentemente, con un precedente partner, voltando le spalle alla doppia morale.

Da tutto ciò che è stato detto si possono trarre alcune conclusioni, alle quali ci conducono gli stessi autori.

Il professore Barbagli le sintetizza per tutti.

Oggi, nel nostro paese, convivono concezioni della sessualità profondamente diverse.

Alcuni italiani con un orientamento prevalentemente procreativo continuano a condannare moralmente ogni attività erotica rivolta esclusivamente al piacere. Una parte di loro si rifà ancora alla doppia morale, per cui ritiene che la donna debba arrivare vergine al matrimonio, mentre l’uomo possa fare qualche esperienza sessuale prima; inoltre, giudica molto severamente il tradimento della moglie, ma non quello del marito.

Altri hanno mantenuto un orientamento ascetico, scegliendo la strada della verginità, rinunciando al piacere sessuale e agli affetti coniugali: il personale religioso, i sacerdoti che scelgono il celibato, o i frati, i monaci e le suore che fanno voto di castità; e anche laici che intendono consacrare la loro vita a Dio, pur restando nel mondo.

Nella popolazione più ampia si sono largamente affermati l’orientamento affettivo – che è quello più diffuso - e quello edonistico.

Molti uomini e anche qualche donna seguono l’orientamento edonistico prima della formazione di una coppia stabile, per poi lasciarsi guidare da quello affettivo.

Personalmente ritengo questa pubblicazione piacevole e al tempo stesso utile. Sì, questa volta posso usare proprio la categoria “utile”!

Mi spiego.

L’approccio alla vita sessuale da parte dei preadolescenti, adolescenti e giovani avviene quasi sempre in maniera istintuale, selvaggia, rudimentale, approssimativa.

L’istruzione relativa i ragazzi e le ragazze la ricevono in modo particolare tramite i film e le riviste porno, o i film e le riviste pseudoromantiche o dai più esperti tra loro.

Difficilmente le istituzioni educative, formali e informali, e i genitori si dedicano a questo complesso compito. E, quando lo fanno, nei loro discorsi ci sono spesso pregiudizi, reticenze, deformazioni derivanti dalla cultura sessuale a loro volta ricevuta direttamente o indirettamente da fonti non adeguate.

E ciò vale anche per le ultime generazioni di genitori e figli, che dovrebbero essere – in teoria - più aggiornate e laiche in tali argomenti!

Queste deformazioni, questi silenzi, questi rinvii ( “la riproduzione delle piante”, “oggi non è il momento”) portano, nei casi estremi, i ragazzi a pensare al corpo della donna senza organo genitale (“come le bambole tradizionali”) e che si spaventano quando vedono una ragazza nuda; o a ragazze che temono di rimanere incinte solo baciando un maschio, o ritengono vergognoso il rapporto sessuale, e così via.

Deformazioni che possono diventare anche causa di fallimento di alcuni matrimoni!

La lettura di quest’opera originale e scientifica – lo ribadisco – può aiutare tutti, docenti e discenti diretti o indiretti, a formarsi una sensibilità fine e deliziosa nei confronti di un argomento ancora, per molti aspetti, avvolto dalle ombre dell’ignoranza o dell’ipocrisia.

( Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna, Franco Garelli, La sessualità degli italiani, Il Mulino, 2010)

Nota esplicativa

- Cunnilingus o cunnilingtus: termine latino che indica la carezza boccale della regione vulvo--

clitoridea (Henri Piéron, Dizionario di psicologia, La Nuova Italia, 1973).

- Fellatio: voce pseudolatina che indica la carezza boccale del pene ( Dizionario di Italiano, La Biblioteca di Repubblica, 2004).

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Scrivere, senza malinconia.

23 Febbraio 2014 , Scritto da David di Luca Con tag #david di luca, #cultura

Scrivere, senza malinconia.

Confesso che quando ho visto questo corso della De Agostini occhieggiare dalla mia edicola preferita in mezzo ad altre duemila proposte di lettura lì per lì ero piuttosto scettico. Di "manuali di scrittura" ne ho letti parecchi, e molti mi hanno lasciato tiepidino. In generale li ho trovati troppo banali, con dritte del tipo "più scrivi più impari a scrivere" (sic!) oppure troppo tecnici, tipo quello che consigliava di scrivere dieci paginate di schede per ogni personaggio prima ancora di metter mano alla narrazione. Roba da sentirsi rincotti già leggendola.

Quindi, capirete che in questo caso ci ho pensato su un momentino. Poi mi sono detto: un euro e novantanove posso anche buttarlo via. Ed è stata una dimostrazione di come i preconcetti possano essere pericolosi. Non mi sono davvero pentito di aver dato un'occhiata. Gli autori sono riusciti a stimolarmi. Mi hanno preso per mano partendo dai fondamentali. Mi hanno spiegato non solo cosa fare, ma anche perché. Non è che mi hanno sbattuto sotto il naso la struttura di un romanzo. ma mi hanno mostrato come nasce. Insomma, cento pagine che stanno volando via e lasciano il segno. Mi sento assolutamente di consigliarlo.

Fra l'altro, ho scoperto che uno degli autori di quest'opera è Franco Gaudiano, che a sua volta pubblicò anni fa un discreto manuale di scrittura.

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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura, #saggi

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

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Adriana Pedicini ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

22 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura, #biagio osvaldo severini

ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

di Biagio Osvaldo Severini

Società della conoscenza. Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita economica. Beni culturali ed economia. La cultura della criticità e il gregge. Il compito della cultura. La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali. Taglio dei fondi o caccia agli evasori? Individualismo o vita comunitaria?

Oggi viviamo nella società della “conoscenza”, dell’ “immaterialità” .

Questo significa che siamo passati dalla società industriale alla società postindustriale.

La conseguenza di questa trasformazione socioeconomica comporta un cambiamento radicale nella attività lavorativa: dalla produzione pura e semplice di “beni materiali” si passa alla produzione di “beni immateriali”; quindi, dall’impiego delle braccia come forza-lavoro alla utilizzazione delle teste “ben fatte”, dei cervelli.

Accanto all’agricoltura, accanto all’industria, anche la cultura può diventare “fruttifera”. Solo che i suoi frutti non sono patate, broccoli, olio, vino, grano, mele, cocomeri, frigoriferi, computer, telefonini e cose simili (pure importanti), bensì beni che non si toccano ma che pure esistono.

I beni immateriali, infatti, sono: la conoscenza; la comunicazione o informazione; il benessere; la qualità della vita.

Noi pensiamo che la “qualità della vita” rappresenti la caratteristica più importante dei beni materiali e immateriali, quella che tutti li contiene e li sintetizza. Già Seneca aveva affermato il principio che “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”.

Ci permettiamo di interpretare tale principio, intendendo che la semplice vita corporea da sola non è un bene; bene è invece condurre una vita caratterizzata dalla possibilità di godere, individualmente e comunitariamente, dei “frutti” della operatività manuale e intellettuale. Insomma: stare bene con se stessi e con gli altri.

Produrre beni immateriali, significa valorizzare, ad esempio, la “golden economy”, “ l’economia d’oro dei tesori culturali e ambientali”, considerarli “risorse culturali”, per trasformarli in “risorse economiche”.

I “tesori culturali e ambientali” si trovano in ogni città, in ogni paese, in ogni contrada del Mezzogiorno, del Sud, delle Zone interne.

Essi devono, però, essere portati alla luce del sole; su di essi si devono accendere i riflettori per poterli trasformare in “risorse economiche”.

Il “grado di competitività” di una Nazione, di una Regione, di una Provincia, di un Comune è, perciò, direttamente proporzionale agli investimenti in cultura.

Perché la cultura, infatti, deve essere intesa non più come un campo ristretto alle nozioni o alle teorie specialistiche, ma come orizzonte aperto alla “paideia”, ossia alla formazione della persona; alla “communis humanitas”(Luigino Bruni), ossia alla vita condotta insieme con gli altri uomini; e, infine, alla “polis”, ossia alla vita associata strutturata dalle diverse istituzioni e dai molteplici valori che la costituiscono.

Per essere ancora più chiari: più soldi si investono in “cultura”, più aumentano alcune caratteristiche positive della comunità, quali la competitività, la crescita civile, la sicurezza, la ricchezza economica.

Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita dell’economia

Le facoltà di Economia dell’Università di Torino e di Venezia hanno calcolato in proposito che:

1 euro investito in cultura ha una ricaduta sull’economia cittadina di 21 euro!

Esiste, inoltre, un nesso stretto tra sistema formativo che funziona e che affina gli strumenti cerebrali e la crescita dell’economia.

Questo nesso è spiegato in uno studio pubblicato recentemente dall’ OECD (Organization for Economic and Development), che è riuscito a “misurare” l’effetto del miglioramento delle “prestazioni” del sistema scolastico nazionale sull’economia complessiva del paese che investe nell’istruzione.

Basterebbero pochi miglioramenti nell’istruzione della media PISA ( Programme for International Student Assessment) per determinare un consistente aumento del Pil dei paesi OECD pari a una cifra di 115 mila miliardi di dollari nei prossimi venti anni.

Se poi si riuscisse a portare tutti al livello della Finlandia, che possiede il sistema scolastico migliore misurato con il PISA, l’aumento del Pil complessivo sarebbe pari a 260mila miliardi di dollari (Aldo Bassoni).

Per l’Italia, nei due casi, avremmo rispettivamente 5.223 e 18.094miliardi in più in venti anni.

Beni culturali ed economia

Il professore Severino Salvemini ( docente di Economia dei beni culturali alla Bocconi ) ha dichiarato che “l’Italia ha un patrimonio artistico unico al mondo, ma non sa sfruttarlo. E’ come se la Russia lasciasse arrugginire i suoi gasdotti, come se l’Arabia Saudita decidesse di non fare più manutenzione ai propri pozzi petroliferi. Perché il greggio sta a Riyad come il patrimonio artistico sta a Roma. Con una differenza: l’oro arabo continua a fluire verso l’Occidente, quello italiano è sempre più invisibile”.

In poche parole, bisogna ridurre la distanza tra cultura ed economia, che nel tempo si è, invece, sempre più dilatata.

Ma come va affrontato il problema dei beni culturali?

Per Salvemini la soluzione può essere trovata con due modalità diverse: in termini patrimoniali o in termini reddituali.

In termini patrimoniali “significa considerare il patrimonio dell’Italia, presidiarlo, manutenerlo, valorizzarlo. E’ la scuola di Salvatore Settis, davanti a cui io mi tolgo il cappello…”.

In termini reddituali significa che “la cultura, le arti, l’intrattenimento, i festival e tutto questo genere di cose ha delle ricadute economiche di reddito. Significa che producono occupazione, indotto, portano ricchezza perché attirano turisti, i quali migliorano il reddito degli albergatori che a loro volta fanno aumentare quello delle comunità locali”.

E continua con una considerazione psicologica: “Inoltre, e questo non è un effetto immediato ma non per questo è meno importante, produrre cultura aiuta a cambiare la testa delle persone. E questo è indispensabile, se pensiamo a quanto il mondo sta mutando velocemente”.

La cultura della criticità e il gregge

Noi aggiungiamo che “cambiare la testa delle persone” significa sviluppare la “cultura della criticità”, che ci fa vedere un mondo diverso dall’attuale, che ci spinge a non accontentarci dell’esistente, perché non è vero che, se una cosa esiste, essa è razionale e soddisfacente in assoluto.

Bertold Brecht affermava che “il mondo può essere cambiato solo da quelli a cui non piace”.

La consapevolezza della irrazionalità della situazione attuale, insoddisfacente ed insulsa, ci tiene lontani dal ridurre la nostra vita alla stregua della vita del gregge.

Friederich Nietzsche ha brillantemente descritto ciò che, durante la giornata e per tutta la sua vita, ripetitivamente e noiosamente, fa il gregge: “salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato al piolo dell’istante”.

Il gregge ignora l’ieri, l’oggi e il domani. Gli manca la prospettiva del futuro, la voglia di andare oltre, di aprirsi a nuovi orizzonti. E’ privo di libertà. E’ incapace di decidere se scegliere una via oppure l’altra, ma si lascia guidare dall’istinto, dagli ormoni, dal principio del piacere, dalla necessità di soddisfare ora e subito un bisogno biologico o fisiologico.

Per vivere “e-gregiamente”, per staccarci dal gregge, dobbiamo proiettarci nel futuro, liberandoci dalla massività delle percezioni e del presente, operando alla luce della “spes contra spem”, della speranza nonostante le avversità, dando, così, un senso alla nostra vita, perché essa in tal modo viene progettata da noi.

Purtroppo, questa capacità progettuale, che ci spinge ad operare per trasformare le cose intorno a noi, è tenue, se non manca del tutto, soprattutto in molti giovani.

Ciò, per un verso è un paradosso, perché la proiezione verso il futuro dovrebbe essere collegata strettamente alla giovane età; per un altro verso costituisce anche un danno enorme per la società, in quanto si affievolisce la spinta al cambiamento, all’innovazione, all’invenzione, alla creatività.

Il compito della cultura

Rispetto a queste crisi (economica, sociale, etica, esistenziale) che cosa può fare la cultura?

Salvemini fa notare che “puntare sulla cultura ha due vantaggi: da una parte, in un momento di smarrimento di senso, diventa un ancoraggio per la società; dall’altra, può ridare fiato ad alcune attività economiche, visto che qualcuno dovrà pur pensare a come saranno i nuovi distretti industriali”.

Per Salvemini, dunque, si tratta di collegare la cultura con le imprese, in maniera tale da spingere i dirigenti d’impresa a produrre oggetti che incorporino in sé un valore artistico. Ma per ottenere tale risultato, occorre che i dirigenti d’impresa siano formati culturalmente non in una sola disciplina, ma in diverse sezioni del sapere, per poter concentrare questo sapere polispecialistico nella produzione di un oggetto.

Certo, questo significa immettere nel mercato delle merci un prodotto di alta qualità, un oggetto d’élite.

Ma è questa produzione d’alta gamma che farà uscire l’Italia dalla crisi, sostiene Salvemini.

Per questo studioso “l’Italia che fa le fodere o i componenti del volante non ci sarà più nel 2030. Ci distingueremo per il diritto societario sofisticato o l’ideazione di certi manufatti particolari”.

Alla produzione di oggetti comuni penseranno altri popoli, quelli emergenti che, per una serie di ragioni socioeconomiche, li faranno costare di meno.

La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?

Salvemini risponde: “In Italia, assolutamente no, tant’è che abbiamo un ministero della Cultura, indipendentemente dalla situazione attuale, sganciato da quello dello Sviluppo economico. Emblematica è la dichiarazione di alcuni ministri, per i quali la “cultura non si mangia”, ma si sbagliano di grosso. La cultura dà lavoro”.

E produce anche euro, ossia ricchezza individuale e nazionale, come riportato sopra.

La tesi della improduttività della cultura è stata spesso sostenuta da classi sociali mercantileggianti, il cui pensiero si può sintetizzare nel motto latino “carmina non dant panem”, la poesia non ci procura il piatto di pasta e fagioli.

A questa tesi si riallacciano quegli studenti che sostengono: “studere, studere, post mortem quid valere?”

A cui qualche insegnante, mantenendo lo stesso stile maccheronico degli studenti, ha risposto: “no studere, no studere, ante mortem quid magnere?”

Al di fuori di questo spirito popolar-goliardico, bisogna sottolineare che molti governi , sia europei che extraeuropei, hanno capito l’importanza della cultura e dell’istruzione, soprattutto nell’attuale società, fondata sull’economia postmoderna.

In questa economia, infatti, “conterà sempre meno il valore d’uso dei prodotti e sempre più la loro valenza simbolica, il significato culturale che gli oggetti incorporano. Per produrre oggetti del genere, bisogna conoscere”, sostiene Salvemini (Espresso, novembre 2010, intervistato da Stefano Vergine).

A suo tempo l’aveva capito Obama che nel pacchetto anticrisi aveva aumentato del 30 per cento il budget annuale del “National Endowement for Arts”.

L’aveva capito Michael Bloomberg, sindaco di New York, che aveva lanciato un piano di sostegno al settore artistico che avrebbe dovuto generare un indotto di 5, 8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan.

L’aveva capito Sarkozy che aveva accresciuto del 10 per cento il contributo dello Stato francese alla cultura.

L’aveva capito la Germania che aveva aumentato le somme di denaro da destinare alla scuola, all’università, alla ricerca, alla cultura.

In Italia lo hanno capito alcuni amministratori locali. Ad esempio, il governatore della Puglia, Vendola, ha portato l “Italian Wave Love Festival” (musica rock) da Arezzo a Lecce, “perché la cultura è il destino industriale del Sud”. E’ stato assecondato in ciò dal sindaco di Lecce Perrone che ha dichiarato: “… con la cultura si mangia, perché è il comparto economico nascente”.

I nostri governanti nazionali - ci sia o no la crisi economica – invece non lo capiscono. Essi, infatti, sono sempre pronti a tagliare i fondi per le istituzioni scolastiche pubbliche e per le attività culturali in genere. Sempre guidati, consapevolmente o no, dal pregiudizio che la cultura non deve essere data a tutti e chi la vuole se la deve pagare.

E così in molte scuole pubbliche manca la carta igienica, in molte aule mancano i banchi, su molte cattedre manca l’insegnante ad inizio d’anno scolastico, si trovano classi di 40 alunni, mancano gli insegnanti di sostegno, sono state tagliate ore e materie di insegnamento, i pochi laboratori esistenti non funzionano per mancanza di personale .

Non va meglio nell’Università. In Italia - dove è stata inventata l’Università! - dobbiamo amaramente constatare che solo 1(una) Università si trova nei primi 200 posti della classifica mondiale (QS World University Rankings).

Nonostante tutto, dalle nostre Università escono spesso giovani laureati di grande valore, che, però, devono emigrare per trovare un lavoro ben retribuito.

Assistiamo, quindi, alla cosiddetta “fuga dei cervelli” che è doppiamente dannosa per il nostro Paese: spendiamo soldi per la formazione dei giovani e non ricaviamo nessun utile dalle loro capacità creative. Come dire che utilizziamo i pochi fondi messi a disposizione per arricchire gli altri Paesi!

Siamo dei grandi benefattori o degli eccezionali semplicioni (o, se preferite, minchioni) ?

Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali

A tutto questo enorme spreco di energie mentali creative si aggiunge il danno provocato dalla incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali specifiche.

Secondo i giornalisti-scrittori Rizzo e Stella ( “Vandali – L’assalto alle bellezze d’Italia”, Rizzoli, 2011 ), le gallerie d’arte inglesi “Tate Britain” hanno fatturato nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme.

A New York, inoltre, “il merchandising ha reso nel 2009 al Metrpolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola italiana, fermi a 39,7 milioni di euro. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, 3 in più di tutte le entrate di Pompei… dove i servizi aggiuntivi sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un quindicesimo che alla “Tate” e un ventisettesimo che al Metropolitan”

Un disastro, quindi, la gestione dei Beni culturali da parte dei nostri governanti! Perciò, essi non sono “fruttiferi” come in altre nazioni, dove cultura ed economia si abbracciano e prosperano.

Taglio dei fondi o caccia agli evasori?

Si dice che, quando mancano i soldi, bisogna tagliare dappertutto.

Certo, le strutture e gli Enti inutili, i corsi di laurea ridicoli, vanno eliminati. Ma questo non può bastare.

Non sarebbe più utile tagliare l’evasione fiscale, nel senso di scovare chi non paga le tasse e costringerlo a versare nelle casse dello Stato ciò che ha rubato e continua a rubare?

Teniamo presente che l’evasione fiscale in Italia si aggira sui 100 -120 miliardi di euro ogni anno, con un calcolo teorico.

La Guardia di finanza sottolinea che gli accertamenti fiscali hanno portato a questi risultati: redditi non dichiarati per 50 miliardi (46 % in più rispetto al 2009); 8.850 evasori totali per un reddito totale di circa 20 miliardi (47 % in più rispetto al 2009).

Il tutto sarebbe sufficiente per coprire tre finanziarie, senza far pagare le tasse a chi le paga sempre.

Con il recupero di questi ingenti somme di euro evase si potrebbero diminuire, quindi, di molto le tasse sugli stipendi, sui salari, sulle pensioni, sul lavoro e, nello stesso tempo, alimentare la crescita e, quindi, l’occupazione giovanile (mentre oggi la disoccupazione giovanile è salita al 30 %, ossia 30 giovani su 100 non trovano lavoro!).

L’Italia occupa il primo posto – e non è un primato di cui andare fieri! - nella speciale classifica dell’evasione fiscale in Europa: nel 2009 l’evasione fiscale italiana era del 51,1 % del reddito imponibile non dichiarato!

Con oltre metà della popolazione che non paga le tasse, il deficit dello Stato diventa sempre più pesante e rischiamo di trovarci nella stessa situazione dell’Argentina del 2002, che dichiarò fallimento, dice Marcello De Cecco, docente di economia alla Scuola Superiore di Pisa .

Per evitare il “default”, il fallimento, dobbiamo recuperare i soldi dell’evasione fiscale; dare più euro alla scuola, all’università, alla cultura, alla ricerca; tornare a crescere economicamente; puntare verso un modello di sviluppo che privilegi più i consumi collettivi che quelli privati.

Individualismo o vita comunitaria?

L’economia globalizzata, difatti, presenta questa caratteristica: spinge verso la “immunitas”, verso l’esenzione da obblighi nei confronti degli altri a danno della “communitas hominum”, della vita comunitaria, afferma Luigino Bruni (docente di Economia all’Università Bicocca di Milano).

Egli chiarisce che la “immunitas” fonda “l’etica della libera indifferenza”, per la quale ognuno tende a distaccarsi e a non entrare in rapporto con il suo simile, perché “il rapporto è pericoloso, perché il legame con l’altro non piace e può essere troppo impegnativo e doloroso… per cui c’è un ritorno al privato, al legame privatistico, e anche la famiglia è diventata una famiglia privata, non comunitaria”.

Per contrastare questa tendenza dannosa, Bruni propone di operare per una “etica comunitaria”, che dovrebbe essere diffusa attraverso “una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti, anche prendendo i giovani migliori dalle Università e mettendoli nelle aule con gli studenti, a partire dall’istruzione primaria”.

Per realizzare questo programma di una grande stagione educativa, bisognerebbe, però, investire grandi somme di denaro nell’istruzione e nella cultura, se non altro per pagare bene i migliori cervelli e attirarli nella scuola.

Soprattutto, si dovrebbe spingere l’istruzione pubblica a formare la “classe sociale della conoscenza”, la forza lavoro dei “knowledge workers”, lavoratori della conoscenza: ricercatori scientifici, progettisti, ingegneri civili, analisti di software, ricercatori biotecnologici, specialisti in pubbliche relazioni, consulenti direzionali, fiscalisti, banchieri d’affari, architetti, esperti di pianificazione, specialisti di marketing, produttori cinematografici, art director, editori, scrittori, giornalisti. E’ questo il pensiero di Jeremy Rifkin ( “La fine del lavoro”, La biblioteca di Repubblica, 2007).

Per questo economista “l’importanza della classe della conoscenza nel processo produttivo diventa sempre più grande, mentre il ruolo dei due gruppi tradizionali dell’era industriale – fornitori di capitale umano e di capitale finanziario – diventa sempre meno rilevante… i knowledge workers sono gli elementi catalizzatori della Terza rivoluzione industriale… sono i creatori della proprietà intellettuale, gli uomini e le donne le cui idee e conoscenze alimentano la società informatica”.

Ma questo da noi non si fa. Anzi, si tende a far ingrossare sempre più la categoria non qualificata dei “working poors”, non dei “poveri puri e semplici”, ma dei “lavoratori poveri” – spesso giovani e laureati - costretti a farsi sfruttare, a vivere alla giornata, a chiedere “protezione” a chi in cambio gli chiederà “fedeltà”.

Nasce, così, il sistema politico e giuridico delle disuguaglianze funzionale alla forma di governo che tende a cristallizzare, ad ingessare e a perpetuare tale situazione, per manovrare la precarietà e impedire quello che i sociologi chiamano “l’ascensore sociale”, ovvero la dinamicità delle classi sociali.

Un governo politico progressista, invece, dovrebbe occuparsi soprattutto della “crescita pubblica, senza la quale non c’è crescita civile”, sottolinea Bruni (Gli autori citati, se non diversamente indicato, si trovano in “Nuovo Consumo”, 2010).

Come si vede da queste brevi note, il tema della cultura non è un argomento che possa essere affrontato e risolto metafisicamente, librandosi nel cielo delle elucubrazioni cervellotiche ed autistiche.

Quello della cultura deve essere trattato come un problema complesso, legato com’è all’economia, all’etica, all’estetica, all’impegno politico nazionale, alla esistenza individuale, senza dimenticare i diritti universali. Bisogna, certo, soddisfare i bisogni e superare gli stati di necessità di tutti, ma rispettare anche le differenze culturali.

In una recente intervista ( “il manifesto”, marzo 2013), il grande sociologo Alain Touraine ha affermato che nella attuale crisi politica stiamo assistendo alla “centralità della dimensione culturale, etica del nostro stare insieme”. Proprio perché ci troviamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe, “l’obiettivo è costruire una “polis”, cioè una dimensione politica ancorata all’universalismo delle differenze… in modo da combinare i diritti civili, politici e sociali affermati nella modernità con la salvaguardia dei diritti delle comunità”.

L’impegno per tutti noi, dunque, dovrebbe essere quello di far rivivere quella che è la parte più nobile e civile della nostra storia e che ci ha sempre distinti nel corso dei secoli: la cultura.

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