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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

animali

Il leone

25 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #animali

                                                      

 

 

 

La radio del campo base stava trasmettendo le notizie relative lo spaventoso incidente aereo avvenuto nella prima mattinata. L’aereo leggero con a bordo il professor Smith Larson, sua moglie Eveline e la piccola Emma di sette anni, era in volo diretto a Città del Capo, quando una perturbazione improvvisa ha fatto entrare il velivolo in stallo. Il pilota non ha potuto evitare che lo stesso si avvitasse in cielo fino a precipitare al centro di vasta zona di savana. La colonna di fumo che si è alzata non dava molte speranze ai soccorritori che, partiti subito dal campo, si erano diretti verso il luogo dell’incidente. Ora al campo non era rimasto nessuno, erano tutti in marcia con le jeep verso la colonna di fumo che si stagliava nel pomeriggio assolato.

Intorno alle tende era silenzio, due portatori neri si erano addormentati, stanchi dopo il  lungo viaggio per arrivare sul posto e dopo aver montato le tende. Il ronzio delle mosche era persistente e continuo, loro trovavano sempre di che sfamarsi, intorno alle tende  c’erano i luoghi preposti per i bisogni corporali della spedizione e quelle, affamate, si erano lanciate in nugoli su quelle posizioni. Mentre il meriggio proseguiva nel silenzio, in lontananza, si udì un ruggito di leoni che stavano facendo la siesta. Quel riposo  non sarebbe durato a lungo, appena passata l’ora meridiana, si sarebbero messi in caccia come loro abitudine. Dopo due ore circa i soccorritori tornarono dal loro triste viaggio, recavano con loro due casse con i corpi del professore e della moglie, della bambina nessuna traccia. Delusi e scoraggiati per l’esito del loro intervento si misero al riparo delle tende per riposare. Nessuno aveva voglia di parlare. Non sapere che fine aveva fatto la bambina era terribile, solo a immaginarla, da sola, smarrita nella savana, dove i leoni stazionavano di norma, stringeva loro il cuore. Il ruggito tornò a farsi sentire, questa volta più vicino e più intenso, come un tuono nel cielo in tempesta. Quel verso fece accapponare la pelle anche ai più incalliti, uomini abituati ai disagi della jungla. Il loro capo si alzò con fare deciso e spronò gli altri a fare altrettanto, poi li apostrofò:

  • Ragazzi, dobbiamo darci da fare, lo so che forse non servirà a nulla, ma non possiamo starcene qua  a dormire sapendo che là fuori una bambina impaurita, forse ferita, si aggira fra i leoni. Se la scoprono sapete bene che fine farà. Forza, andiamo a perlustrare  la zona da dove arrivano questi ruggiti e che Dio ce la mandi buona.

Si avviarono in sette, cinque uomini armati di fucili e i due portatori che erano stati allertati. Percorsero un tratto di cammino riparati da baobab solitari, dove videro, sotto la loro ombra, alcune leonesse riposare tranquille. Proseguirono ancora più avanti e  fu là, al centro della savana, in una zona aperta in pieno sole, fra l’erba alta e frusciante che i loro occhi increduli assistettero a uno spettacolo che aveva del miracoloso. Un enorme esemplare di leone, maestoso e fiero, se ne stava beato a farsi abbracciare, come un semplice gatto domestico,  da una  bambina che a prima vista sembrava illesa. Lei, forse, ignara del pericolo che stava correndo, abbracciava con le sue braccine delicate quella bestia che era tre volte più grande di lei. Affondava il viso in quella massa di peli della criniera. La belva per niente ostile lasciava fare alla bambina quello che voleva, se ne stava immobile a farsi abbracciare. Il gruppo di uomini per loro fortuna era sottovento,  rimase a guardare senza saper bene cosa fare. Se l’animale avesse avvertito la loro presenza poteva accadere l’irreparabile. Considerato che la bambina sembrava non correre particolari pericoli immediati, decisero di tornare indietro e andarono a stuzzicare alcune femmine, che, infastidite dalla presenza umana, si avviarono lentamente in direzione del maschio. Poco dopo il leone fiutò la presenza delle femmine e mise fine agli abbracci della bimba. La lasciò da sola nell’erba e si allontanò insieme alle sue donne. Spesso è la paura degli uomini a trasformare gli animali in belve, la natura sa riconoscere l’innocenza e chi non rappresenta un pericolo per la propria vita.

 

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Siate buoni, o figli

13 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #come eravamo, #animali

 

 

 

 

Per continuare la serie delle poesie che ci facevano imparare a memoria  - e questa è bella lunga, non so come farei adesso a recitarla a mente – ce n’è una che prediligevo e ancora oggi mi fa salire le lacrime agli occhi: Il rospo di Giovanni Pascoli.

Qui il “fanciullino” non è buono, tutt’altro, qui è semmai l’immagine della malvagità inconsapevole, quasi innocente nella sua implacabilità. A esser buono è il “mostro”, il rospo brutto, e per ciò stesso “cattivo”. Lui è l’unico ad aver l’animo tenero e sensibile, capace di vedere la bellezza della natura. Se ne sta per i fatti suoi, mentre i fanciulli, belli e amati, imperversano sul suo corpo sgraziato. Ad aver pietà di lui non è un uomo, non è una donna, ma un povero asino vecchio e  macilento, vittima a sua volta di percosse e brutalità.

 

 

Era un tramonto dopo il temporale.

C'era a ponente un cumulo di cirri

color di rosa. Presso la rotaia

d'un'erbosa viottola, sull'orlo

d'una pozza, era un rospo. Egli guardava

il cielo intenerito dalla pioggia;

e le foglie degli alberi bagnate

parean tinte di porpora, e le pozze

annugolate come madreperla.

Nel dì che si velava, anche il fringuello

velava il canto, e, dopo il bombar lungo

del giorno nero, pace era nel cielo

e nella terra.

 

Un uomo che passava

vide la schifa bestia; e con un forte

brivido la calcò col suo calcagno...

Venne una donna con un fiore al busto,

ed in un occhio le cacciò l'ombrella...

Quattro ragazzi vennero sereni,

allegri, biondi: ognuno avea sua madre,

a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!

dissero. Il rospo andava saltelloni

per la scabra viottola cercando

la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi

con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,

a straziarlo. Sotto i colpi il rospo

schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo! 

L'occhio strappato ed una zampa cionca,

cincischiato, slogato, insanguinato,

non era morto; e gli voleano i bimbi

gettare un laccio, ma scivolò via

arrancando. Incontrò la carreggiata,

vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.

Ed i fanciulli in estasi e in furore

s'erano certo divertiti un mondo.

Guarda, Piero! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!

prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.

E, rossi in viso, empivano di strilli

la dolce sera. Intanto uno rinvenne

con una grossa lastra: - Ecco trovato!

A stento la reggea con le due mani

piccole, e s'aiutava coi ginocchi.

 Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri

a bocca aperta, senza batter ciglio,

stavano intorno con la gioia in cuore.

E quello alzò la lastra. Uno... due...

 

 

Quando

videro un carro che venia tirato,

là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,

con gli ossi fuori e con la pelle rotta.

Il barroccio veniva cigolando

nei solchi delle ruote, trascinato

dalla povera bestia. Essa il barroccio

tirava, e avea due cestoni indosso.

La stalla, dopo un giorno di fatica,

era ancor lungi; il barrocciaio urlava,

e segnava ciascun: - «Arrì »- d'un colpo.

Il solco delle rote era profondo,

pieno di melma, e così stretto e duro

ch'ogni giro di rota era uno strappo.

L'asino s'avanzava, rantolando

tra una nuvola d'urla e di percosse.

La strada era in pendio: tutto il gran carro

pesava sopra il ciuco e lo spingeva.

Ed i fanciulli videro, e, gridando

al lor compagno: - Fermo con la pietra!

dissero: - il carro passerà sul rospo;

c'è più gusto così.

 

Dunque, in attesa,

sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.

Ecco, scendendo per la carreggiata,

dove il mostro attendea d'esser infranto,

l'asino vide il rospo: e triste, curvo

sovra un più tristo, stracco, rotto, morto,

sembrò fiutarlo con la testa bassa.

Il forzato, il dannato, il torturato,

oh! fece grazia! Le sue forze spente

raccolse, e irrigidendo aspre le corde

sugli spellati muscoli, ed alzando

il grave basto, e resistendo ai colpi

del barrocciaio, trasse con un secco

scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,

lasciando vivo dietro lui quel gramo.

Poi riprese la via sotto il randello.

Allor nel cielo azzurro, dove un astro

già pullulava, intesero i fanciulli

Uno che disse: - Siate buoni, o figli.

 

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Emilio Ortiz, "Attraverso i miei piccoli occhi"

3 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #animali

 

 

 

 

Attraverso i miei piccoli occhi

Emilio Ortiz

Traduzione di S. Cavarero

Salani, 2017

 

 

Mi spiace. Non ho potuto leggere Attraverso i miei piccoli occhi, dello spagnolo Emilio Ortiz, da recensore, e nemmeno da lettore comune. L’ho letto da cinofila, da proprietaria di un cane, e ho pianto. Ho pianto e mi sono arrabbiata. Quindi scriverò questa recensione solo di pancia.

Non parlerò della struttura del libro, sbilanciata nella parte centrale, troppo esile a confronto dell’inizio e della fine. Non parlerò del personaggio umano principale, Mario, che non è ben caratterizzato, specialmente nel suo essere non vedente, nelle sue sensazioni, nel suo disagio fisico e psichico. Non parlerò nemmeno del positivo coinvolgimento creato dal punto di vista del narratore cane, dell’indubbia conoscenza di alcuni meccanismi cinofili.

Parlerò, invece, di fiducia tradita. D’ingratitudine. Perché di questo si tratta, questa è la trama, inconfutabile, di una storia di amore e di abbandono, di fiducia e tradimento, di sfruttamento e ingratitudine. E pazienza se lo sguardo del cane riesce a mettere in evidenza certe storture del nostro modo di vivere, non è proprio quello il punto, non lo è stato per me che ho letto col magone e il cuore in mano.

Prendete Cross, un golden retriver maschio, bello, spumeggiante, voglioso di slanciarsi e correre, di giocare con altri cani, di nuotare a perdifiato in ogni pozza d’acqua che incontra. Costringetelo a una vita da oggetto, da strumento di un non vedente che, fino a quel giorno, non ha mai avuto simpatia per gli animali e si prende in casa un cane solo perché gli serve. Obbligate questa forza dirompente della natura a vivere per servire, forzatelo a tediose passeggiate al piede del padrone, a interminabili sedute di noia quando egli studia, lavora, o frequenta gli insipidi amici, tenetelo legato persino di notte vicino al giaciglio, o col guinzaglio sotto il sedere del padrone per timore di fughe. Ascoltate i suoi sospiri e i suoi guaiti di uggia, guardate le sue zampe che scalciano mentre sogna la libertà.

Fate tutto questo quando il cane ha già subito due abbandoni, da parte della famiglia che lo ha cresciuto e lo aveva in stallo, e da parte del suo istruttore. Lasciate che il cane svolga con dedizione il suo compito, lasciate che si affezioni al suo padrone e alla di lui famiglia, che diventi tutt’uno con lui, diventi i suoi occhi, il suo piede, il suo cuore, che segua ogni suo passo e ogni suo respiro, che si assuma il compito di proteggere suo figlio.

Poi abbandonatelo in un rifugio per animali perché è diventato troppo vecchio per guidare ancora  il padrone. Lasciate che gli si spezzi il cuore, che si senta solo e abbandonato.

Lasciate che il lettore sia sconfitto insieme a lui.

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AttraversoIMieiPiccoliOcchi, il nuovo challenge dedicato ai cani

27 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #animali

 

 

 

 

Il cane, si sa, è il migliore amico dell’uomo. Quello che offrono questi compagni di vita a quattro zampe non è solo amore e sostegno, ma anche la possibilità di guardare il mondo da una prospettiva diversa. È da qui che nasce il nuovo challenge di Salani in collaborazione con Ingersitalia e Drepubblica.it e dedicato al romanzo di Emilio Ortiz Attraverso i miei piccoli occhi (in libreria per Salani dal 5 ottobre) che racconta la storia di un non vedente dal punto di vista del suo cane guida. .

Partecipare è semplicissimo: scattate una foto di un cane nel suo mondo o che rappresenti il mondo visto attraverso gli occhi di un cane.

Pubblicate la foto su Instagram con il tag #AttraversoIMieiPiccoliOcchi e menzionate Salani, Drepubblica.it e Igersitalia.

Potete usare il tag anche con foto già scattate.

Avete tempo fino al 23 ottobre incluso.

Le 20 immagini più rappresentative, scelte e commentate singolarmente con una breve didascalia da Salani, saranno inserite in una gallery pubblicata su D.repubblica.it. Gli autori dei 20 scatti scelti saranno contattati da Salani per la firma di una liberatoria volta all’inserimento della foto (con indicazione del credits) nella gallery.

 

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Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

2 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #animali

Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

Il cane secondo me

Roberto Marchesini

Edizioni Sonda, 2016

pp 180

14,00

“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)

Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.

Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.

Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)

La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.

“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)

Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.

Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.

Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.

In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)

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Auguri alla rovescia

1 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi, #unasettimanamagica, #animali

Auguri alla rovescia

A tutti i lettori, la REDAZIONE AUGURA BUON ANNO!!!!!!

Poi... io... avrei da fare degli auguri solo miei. Sì, Voglio fare gli auguri alla rovescia. Voglio augurare un pessimo anno a quelli che abbandonano i cani perché sono vecchi, malati, perché puzzano, pisciano e sfigurerebbero in salotto con gli amici.

In particolare a quelli che, quando il cane anziano è scappato dal canile per tornare dalla sua famiglia, poi ce lo hanno riportato.
E a quelli che hanno lasciato una povera bestia in un punto dove adesso, lei, anche se piove a dirotto, vuol rimanere ad aspettarli fino a morire.
E a quel cacciatore che ha sparato in bocca a un bastardo, strappandogli mezzo muso e lasciando che la colpa se la prendessero dei ragazzini.
E a quello che ha ridotto il suo cucciolo uno scheletro che respira.
Tutte storie che, quando vedi le foto in rete, puoi solo oscurarle per non sentirti male. E ti chiedi di cosa sono capaci queste persone, cosa hanno dentro e cosa farebbero anche ai loro simili, se potessero.
Ecco, con parecchia simpatia per quel signore che ha impallinato uno che stava picchiando la sua bestia, auguro a tutta questa gente un anno di sofferenze, di stenti, di malattia, d’indigenza e, soprattutto, di fiducia tradita. Perché di questo si parla.
Gli animali non sono perfetti, hanno i loro caratteri e danno problemi. Gli animali possono mordere, graffiare, uccidere (come noi) per legge di natura e per istinto di conservazione della specie. Gli animali non sono angeli, puzzano, vomitano, spelano e pisciano sul divano. Ma sono eterni bambini, esseri innocenti persino mentre sbagliano, esseri che ci amano, amano tutto quello che siamo senza giudicarci mai e hanno fiducia in noi fino alla morte.
Noi non siamo bestie, non abbiamo le dure leggi del branco, possiamo scegliere di non tradire, di accompagnare nell’estremo viaggio un amico che ci ha amato tutta la vita, guardandolo negli occhi sino all’ultimo istante, possiamo scegliere di dargli una coperta, una zuppa e una carezza anche quando è brutto, spelacchiato e fetido.
Ecco, davvero, auguro un pessimo anno a tutte queste persone cattive. Non ci sono altre parole per definirle: cattive, disumane, insensibili. Anche se vestono bene, anche se vanno in chiesa, anche se fanno l’elemosina, anche se viziano i figli. Sono malvagie, non provano pietà e compassione e non credo possano provarla nemmeno per gli altri esseri umani.
E a quelli che mi dicono che devo amare anche le persone non auguro un anno brutto, no, ma solo la capacità di comprendere che dove c’è compassione, c’è anche quell’umanità che loro invocano e che, spesso, nel loro caso, non va oltre la condivisione di un post su un social, mentre per me ha sempre significato prendermi cura, quotidianamente e con sacrificio, di un altro essere con zampe e coda.
Quelle persone dal cuore nero, quando si svegliano, devono fare i conti con la loro coscienza, se ne hanno una. Io, invece, incontro gli occhi del mio cane e riesco ancora ad alzarmi.

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