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Post con #racconto tag

Morte!

24 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

“Pasta con il tonno. Riso con il tonno. Ecco la prima cosa che mi viene in mente quanto penso a nonna” scribacchiò vagamente mesto sul suo schiacciatasti da letto. Pallida come cera rappresa, con la bocca aperta, contorta. Aveva sentito la voce di suo cugino, quello più giovane, che si crepava in qualche sillaba, mentre fingeva disinvoltura. Quell'esperienza comune cementificava la consanguineità dei presenti, gli ricordava che – finché venivano risparmiati – non avevano null'altro che loro stessi a ricordare e possedere un'origine comune – non avrebbero avuto nessun altro a sostenere con certezza, nella cattiva sorte, fortunati di non esser stati diroccati dalle faide che colpivano altre famiglie.

I figli di nonna avevano completato il loro percorso di orfanitudine iniziato 55 anni prima. Lo zio Solingo se n'era tornato a casa, vuota, senza moglie, senza figli – vuota, ma solcata dagli spettri della morte. L'aveva visto allontanarsi in direzione del parcheggio, opposta a quella degli altri, ed ebbe l'impressione che stesse per rompersi, frantumarsi in pochi, grossi pezzi. O accartocciarsi. Gli era sembrato fragile e vulnerabile come qualcuno che ha perso l'ultima barriera, l'ultima difesa contro la morte. Non c'era più sua madre. Ora era lui, erano loro, ad essere ufficialmente in lizza. Gli era sembrato si allontanasse come indeciso se raccogliersi in sé stesso, appallottolarsi come un riccio, per non essere divorato dalla notte, sotto impassibili lampioni elettrici. Crispin aveva sbirciato la propria madre, a letto, con l'abat-jour accesa, gli occhi socchiusi – come se contemplassero, spossati, amaramente sollevati, la nuova condizione – l'accadimento che era stato annunciato come imminente da almeno un mese, e a cui quel mese – e nessun altro lasso di tempo – poteva preparare. Occhi socchiusi, troppo emotivamente stremati perché l'angoscia fosse dominante, persi nella fine di un'agonia, in cui si è cullati dai flutti dello stordimento, dopo la battaglia, al crepuscolo. Occhi tra il ghermire ricordi e il corteggiare l'incoscienza. Infilanti la testa nel dell'oblìo l'oblò. Almeno per qualche ora.

 

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$$$ - Un funerale per Pyotr

22 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

Quindi, stanca e provata, si era ritirata nel focolare del proprio caminetto domestico, o qualcosa del genere. Quello era il paradiso per lei. Lei in casa, e tutto il mondo fuori. E su questo era d'accordo con suo figlio. Con il quale si stava recando al funerale di Pyotr. Era un funerale in contumacia, ma, dopo un certo tempo dalla sparizione, era obbligatorio celebrarlo. Era un modo con cui lo Stato metteva le mani avanti. Lo trovava di buon auspicio. Così, nel caso lo si trovasse poi effettivamente vivo, per ragioni burocratiche occorreva necessariamente sopprimerlo per non creare problemi formali con le carte e con lo status ormai ufficializzato di deceduto. Naturalmente, allo Stato non spiaceva seppellirlo e cominciare a drenarlo di energie varie ed eventuali. E tanto i costi di tutta la faccenda pompofunebre ricadevano sulle fragili spalle dell'eventuale famiglia.

Quindi erano stati costretti a procedere con un cambiamento di status da vivente a un po' meno vivente. Del resto, non era la prima volta che Pyotr moriva. Non c'era nulla di cui spaventarsi.

Si ricordava, per esempio, che in un'occasione, mentre erano in qualche prato, forse per un pic nic, il cielo era stato squarciato da un temporale, e un improvviso lampo aveva ghermito lo scalpo di suo padre, elettrizzandolo, e rizzandogli sulla testa, saettante, il vistoso riporto.

Pyotr tentava spasmodicamente di sottrarsi al fulmine tirando con forza il ciuffo verso il basso, ci aveva provato ancora e ancora, ma invano – mentre il figlio si agitava alla sua sinistra senza poter intervenire, e la moglie, dall'altro lato, piuttosto seccata esclamava: «Ci mancava solo questo!».

Insomma, apparentemente morì. Ma fortunatamente l'evoluzione della Bioelettronica unita agli sviluppi del Videoludicismo Medico, avevano fornito l'organismo umano di una possibilità di vita in più, prima del definitivo Game Over. Spesero però una davvero ingente quantità di gettoni d'oro - da inserire rigorosamente in vecchi cassoni da bar di Pac Man, Galaga e Space Invaders - per acquisire quella vita in più, difatti la vita era davvero molto cara, ed erano più che altro i Ricchi a potersela permettere – soprattutto in seguito alla totale privatizzazione della Sanità -  per quanto la Lotteria di Fine Anno (chiamata anche Lotteria di Fine Vita) e le Slot Machine negli atri degli ospedali, fruttassero a volte quella felice vincita a qualche fortunato poveraccio. Di certo fruttavano begli introiti statali nel primo caso, e, nel secondo, ulteriori raggruzzolamenti per l'$$$, la $ocietà di $peculazione $anitaria - «Vieni da noi! Speculiamo sulla tua salute!» era il loro famoso slogan, accompagnato da un orecchiabile jingle, a metà strada tra una canzone natalizia e un inno funebre. Erano davvero fortunati a vivere in una società così evoluta. E dire che avrebbero potuto nascere in altre epoche buie, quando la Sanità era ancora pubblica e quindi infima. L'avevano scampata bella!

Durante la cerimonia, a cui presenziarono solo loro, forse perché non avevano diffuso l'evento, tennero entrambi un breve discorso, con l'oratore di turno sul pulpito e l'ascoltatore esattamente di fronte, qualche gradino più in basso, ma a un passo, per poi scambiarsi. La Madre ricordò il romanticismo di Pyotr richiamando l'occasione in cui egli la approcciò e la intrattenne parlando delle spazionavi belliche marziane che s'eran ancorate appena fuori alla stratosfera nonché della delicata situazione cosmopolitica universale in generale. Crispin volle ricordare quando, invece, Pyotr aveva dimostrato il proprio patriottismo, durante il servizio militare, non unendosi agli altri soldati che correvano a festeggiare il comandante con grida di giubilo, presso il cannone laser, com'era appropriato uso gerarchico dopo un botto ben riuscito, ma indugiando invece presso l'arma fumante per orinarci sopra con profusione abbondante.

A casa Crispin trovò il coraggio di tentare di sottrarre il ferro da stiro alla madre, la quale reagì esclamando: «Ehi, non sono ancora invalida!» mentre si massaggiava una mano dolorante e si appoggiava alla parete perché una delle gambe le cedeva. Vide anche una rotula passare. E il radio del suo polso sembrava trasmettere qualcosa, sfrigolando. Sembrava una canzone. E il ritornello diceva: “Mandateci in pensione”.

Ma il periodo lugubre non era ancora finito.

 

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Robot Inc

20 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Erano irrigiditi e funestati dal freddo. Il sole non filtrava nell'abituale coltre nera. Madre da sotto gli strati di intirizzimento, si lamentava con un lamento. Doleva in svariate parti del corpo in virtù del suo lavoro, alla mano, alle scapole, ai calli, al naso, al fegato – a causa della frustrazione apensionistica. Era inoltre ipertensiva, non riusciva a dormire la notte, e quando ci riusciva, gli inquilini di sopra provvedevano a sventare il suo sonno con qualche tempestivo intervento acustico.

«Il mio cuore si ribella a un altro dolore» aveva appuntato in gioventù sul proprio diario, durante i tormenti sentimentali, durante qualche distacco del marito, perso nelle sue fantasie intellettuali.

«Il mio orecchio si ribella a un altro rumore» scriveva ora, ispirata da altra questione.

Lo spirito vagamente ribelle o avventuroso – per i suoi canoni – della gioventù si era immarmottito e impigrito dopo i vari rovesci dell'esistenza, in seguito agli sberloni del fato, ai buffetti del destino  - consegnati come un'improvvida porta in piena faccia. Ora – quando poteva - preferiva starsene a casa a cullare l'abitudine, a coccolare il prevedibile. C'erano già sufficienti imprevisti all'Istituto.

Quando il personale umano aveva cominciato a esser progressivamente sostituito da androidi, si era rallegrata: finalmente qualcuno che avrebbe effettivamente svolto i lavori, invece che ciondolare e lasciare come al solito tutto a lei, troppo ligia per permettere che l'Istituto si esponesse a causa delle loro negligenze. La casa produttrice degli androidi, però, si vantava di averli costruiti e programmati in modo così VEROSIMILE e UMANO, per facilitare l'interazione, da renderli quasi indistinguibili. Purtroppo, non si trattava di esagerazione pubblicitaria: avevano fin troppo ragione. Questi robot eran tutti troppo presi da piccole rivalità, gelosie, sospetti, permalosità, crisi di affetto e accidie – per operare efficacemente. E tutto era praticamente rimasto come prima: la gran parte del lavoro toccava a lei. E in aggiunta doveva sopire le loro diatribe.

I robot ci tenevano a non fare un minuto di lavoro o di spostamento di oggetti in più degli altri, e se veniva loro richiesto, s'impuntavano. Cominciavano a puntare il metallico dito contro altri chiamandoli “sfaccendati” e insistendo che dovevano essere loro a svolgere la nuova mansione. In aggiunta, disturbavano anche le lezioni cominciando a litigare nei corridoi, se non nelle classi. A volte si strappavano reciprocamente un braccio o una gamba e li usavano per duellare, o si ruotavano direttamente la testa di 360° tentando di svitarla. Si danneggiavano se non distruggevano a vicenda. E lo stato doveva spendere in continuazione quantità immani di denaro pubblico per ripararli o sostituirli con nuovi modelli. Qualche folle complottista aveva il sospetto che fosse tutto calcolato sottobanco per far guadagnare soldoni alla Robot Inc. Che persone sospettose!

 

Nella scuola avevano persino cominciato a verificarsi strani accadimenti. Per esempio, l'oliatore di uno dei robot era sparito dall'armadietto. La capra per le pulizie, in dotazione a uno di loro, aveva cominciato a belare. In sintesi, gli androidi si facevano i dispetti. In un'occasione, il distributore di caffè aveva persino spruzzato dell'acido corrosivo contro uno di essi. Poco dopo, il distributore di caffè e il robot dovettero essere separati mentre s'intrecciavano in un violento corpo a corpo. La Polizia Androide era addirittura intervenuta per indagare sull'accaduto. Non solo. Erano cominciati a sparire utensili dal laboratorio. Con una videocamera nascosta avevano immortalato uno dei robot allungare il braccio idraulico sopra la porta, attraversare il sopraluce e spostarsi a raccattare oggetti vari probabilmente per rivenderli sottobanco, cosa piuttosto facile data la quantità di banchi presenti nell'Istituto. Il soggetto, confrontato, aveva confessato, giustificandosi disperatamente, piangendo lubrificante, di non avere abbastanza cacciaviti per riavvitarsi.

Era un ambiente molto difficile.

 

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Verità e leggi della giungla

18 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Parlò ancora anche con Babbo Naziale.  «Ecco ciò che ti dico» gli disse dicendoglielo, sempre saltando di mobile in mobile nel suo tutù. «Le teorie contro le istituzioni, contro la porzione di società dominante, contro le forze superiori, contro il mondo, sono l'espressione mitologica della sfiducia e del rancore verso di essi.

Ma ciò non prova che esse siano di per sé false: provano che c'è una motivazione emotiva nel sostenerle, e affermo che in fin dei conti la realtà è che, sostanzialmente, questa motivazione è fondata: le istituzioni e le forze dominanti non sono di per sé affidabili. Non agiscono per il bene di tutti. Il meccanismo alla base della struttura economica è iniquo, e così, di conseguenza, i rapporti di forza tra i Pochi che hanno e i Molti che non hanno o hanno poco. Ciò si riflette anche nella gestione della cosa pubblica. I Pochi sono la vera classe dirigente dell'Impero. Le leggi dell'economia li ha eletti tali: e sono leggi della giungla cosmica, rivestite di modi garbati e civiltà. Come un alligatore in frac. Un barracuda in smoking. Di conseguenza, le teorie complottiste sono veritiere anche quando non veridiche: esprimono una verità nella forma di una leggenda. Sono un modo per contrastare il ruolo di detentori della narrativa da parte dei Pochi. È una comunicazione collettiva che significa: noi non possiamo fidarci di voi, e non ci fidiamo. Il pubblico deve delegare la propria coscienza e conoscenza ad un'elite specializzata, per ogni campo, per ogni scienza, per ogni disciplina. Può quindi affidarsi ad essa, razionalmente adducendo un sapere superiore a chi dedica il proprio intelletto a quegli specifici argomenti e attività. Ma può anche diffidare di essa, sulla base di ciò: non conoscendo tecnicamente quegli argomenti, noi non sappiamo. Non sappiamo se possiamo fidarci, perché sappiamo invece questo: che anche la conoscenza è corruttibile e plasmabile a seconda degli interessi in gioco. Gli interessi dei Pochi. E questi interessi spesso vengono in superficie, e chi è attento riesce ad osservarli – e a leggerne quando brevemente vengono menzionati i delitti e i crimini ad essi legati, prima che spariscano in mezzo al resto del flusso di notizie e di disinformazione. Quindi, in realtà, non sappiamo esattamente quando e in che circostanza, ma noi sappiamo che non ci possiamo fidare acriticamente. Quindi non ci fidiamo in generale. Cessare di fidarsi, e nutrire una completa sfiducia nelle idee dominanti, e nelle sue istituzioni, è il primo passo verso la rivoluzione: è non accettare che sia ragionevole che le cose siano semplicemente così – è non accettare la normalità. È non accettare che la descrizione della realtà sia comandata dall'alto.»

 

«Sciocchezze» rispose sinteticamente Crispin, il figlio di Pyotr, ritraendosi in un cappuccio.

 

«Eppure» intervenne Deia «È fattuale che la CSK sia stata in precedenza condannata per aver contribuito al decesso di pazienti, a cui eran stati nascosti gli effetti collaterali. È ufficiale che quelli della CSK abbiano corrotto funzionari pubblici per far passare i propri farmaci. E ora, costoro, sono gli stessi che forniscono gli Inoculi e gli Inoculi contro gli Inoculi all'Impero, con cui inoculare l'intera popolazione. Quindi, perché dovremmo fidarci?»

 

Crispin la scrutò da sotto il cappuccio, scuro in volto.

 

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Il punto della situazione

16 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ma quanto accaduto continuava a riaffiorare nella mente del figlio di Pyotr e nei suoi sogni.

Avevano portato Deia in uno dei palazzoni sotterranei, dove l'avevano nascosta. In seguito sarebbe stata spostata per allontanarsi ulteriormente dal luogo della sparizione, dalla zona dello stradio.

Finalmente gli era stato spiegato quel che era accaduto e perché si doveva nascondere. Lui era dubbioso. Ma c'era un'altra questione che abbisognava di spiegazioni. La Torre Mobile. Era qualcosa che aveva fantasticato da piccolo. E ora era realtà, una realtà pressoché identica a quella visualizzata dalla sua fantasia infantile. Interrogò Naziale al riguardo. Naziale lo guardava furbescamente, dicendogli, davvero non lo sai? Davvero non lo capisci? È opera di Pyotr, è opera di tuo padre. È una sua invenzione. Stupore. Naziale e suo padre erano piuttosto amici, nonostante ciò che si gli attribuiva politicamente, che era agli antipodi delle posizioni Condivisioniste di Pyotr. I due infatti usavano scherzare al riguardo dicendo che erano la dimostrazione che, come si diceva, gli opposti estremismi si incontravano, e facevano pure amicizia.

L'intera rivelazione lo aveva esterrefatto. Quelle che aveva considerato fantasie, dunque, erano forse ricordi reali – e lui aveva già viaggiato in quelle confortevoli e occulte stanzette verticali – in uno spazio materialmente rimosso dalla realtà immediata – uno spazio che nascondeva e proteggeva.

Quali altri segreti si nascondevano tra le sue memorie?

Aveva parlato anche con Miss Inoculo, per quanto fosse una distrazione guardarla. Ella odiava le farmaceutiche interplanetarie. E non aveva fiducia nelle Inoculazioni coercitive. Le definiva frutto di interessi e compromessi economici. Gli fece vedere e ascoltare il filmato del suo exploit sul palco del Gran Ballo, registrato con la sua videocamera cerebrale – che, notoriamente, immortalava ciò che il soggetto percepiva direttamente attraverso i propri sensi.

Lei e Babbo erano aiutati da una clandestina organizzazione di ribelli. Probabilmente i notiziari avrebbero censurato le sue critiche alla CSK, e l'avrebbero trasformata in una folle terrorista, tagliando e cucendo a piacimento l'intervento. Ma le persone connesse durante la diretta, e quelle presenti, avevano sentito tutto. Le altre sarebbero state raggiunte attraverso la messa in rete del filmato, innestandosi direttamente nel circuito delle informazioni video-oculari. Dovevano fomentare e compattare una massa critica che avrebbe potuto ribellarsi al Fascismo Farmaceutico.

Forti del motto “la scienza non è democratica” le autorità avevano messo a tacere qualsiasi tipo di dissenso: non solo quelle del cittadino comune, ma anche le critiche e i quesiti argomentati da membri della comunità scientifica. La risposta a una osservazione tecnica non diventava una replica ragionata: si manifestava attraverso lo screditare e il radiare scienziati e medici non allineati supinamente.

Ma lei si era convinta quando era molto, molto più giovane. Quando era bambina, solo una sirenetta. Durante un'epidemia, la CSK era intervenuta fornendo degli Inoculi. Quegli Inoculi erano sperimentali. Quattordici piccoli non solo non furono curati dalla loro inoculazione: ma ne furono uccisi. Furono usati come animali da laboratorio. Uno di loro era il suo migliore amico.

 

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Panoramiche e Indugi temporali: nonna verso il buco nero

14 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La Città Sotterranea si era sviluppata per rispondere alle esigenze di accasamento della sovrappopolazione, fattesi progressivamente più pressanti, fino a diventare insostenibili attorno al Qualche Tempo Dopo Skywalker – quando iniziarono gli scavi per i nuovi alloggi inviscerati nelle tenebre. Tanto era più o meno buio anche in superficie. Quindi furono creati questi formicai umani, e le persone vi furono sepolte come insetti. Inoltre, essendo i grattacieli scavati nelle profondità della crosta, non potevano crollare a terra. Erano già a terra. O meglio, sotto.

I vantaggi erano innegabili.

Si era quindi esteso questo intreccio di ramificazioni, tunnel, arterie, gallerie che costituivano un sistema circolatorio inabissato, che collegavano gli agglomerati abitativi o si aprivano in zone più vaste, delle specie di piazze coperte. Tutto era stato colorato a strisce vivide per rendere più allegra la claustrofobia. Ma i colori sbiadivano. Qua e là si potevano incontrare bambini che giocavano a palla. La facevano rimbalzare contro le pareti dei tunnel e la riprendevano al volo, meccanicamente, con sguardo spento, sotto le luci ipnotiche. Sembravano spettri. Alcuni indossavano delle t shirt con la scritta: “Sono ricco dentro, ed è questo l'importante!” e l'immagine di Oliver Twist vestito di stracci, ma stracci molto colorati. Ogni tanto si rompevano le tubature fognarie della Città di Sopra, e piovevano feci.

 

Era passato del tempo da quel giorno. Erano state fatte e dette cose. Era rimasto distratto

da altre circostanze. Era un periodo particolarmente lugubre, insidiato da presagi oscuri.

La nonna, colei che preparava pic nic nello spazio, non era più lei. Ora era ospite fissa di una Stazione Orbitante Geriatrica, fuori dall'atmosfera terrestre, affinché i residenti non venissero urtati dalla Vita Reale.

Era stato da lei, con Madre, proprio oggi. A quanto pare era definitivamente peggiorata, non era solo un momento dovuto al rovesciamento tra sonno e veglia.

Pigolava, squittiva, neniava, lamentava con un ululato acuto e lontano come quello di una banshee persa nella nebbia, in un bosco lontano, molto lontano e triste. Fissava prevalentemente per terra, e non aveva luce negli occhi, solo una quasi secolare stanchezza e sonnolenza. La Madre aveva iniziato a piangere lì, in mezzo al corridoio, tentando subito di ricomporsi – mentre lui teneva le mani alla nonna, lasciando che la madre si proteggesse dietro l'infermiera. Nonna aveva fatto un altro passo lontano da loro, e prima o poi sarebbe sparita del tutto. Un'altra si apprestava a mordere la polvere, come diceva qualcuno, in una traduzione forse troppo letterale di una nota canzone dell'antichità. In un certo senso era rimasto presso la nonna perché il motivo della afflizione materna era il suo stato. Quindi, se lui rimaneva vicino a nonna, anche madre stava meglio. Pensava a cosa servisse tenere la mano o le mani di qualcuno – lo si faceva perché non si sapeva che altro fare. Ma aveva un senso, a ben vedere, come per un bambino che ha paura ad attraversare la strada, e sente il conforto di una presenza. Sua nonna stava sempre più per camminare dove non si tocca, e loro erano una presenza in quell'esperienza, esperienza che affrontava con una mente già degenerata, ma il suo nucleo emotivo non era distrutto, sentiva ancora – per quanto oggi quasi non reagisse a loro, con quello sguardo che sembrava gravato dall'intero peso della fatica di una vita, costretto e impilato sulla di lei schiena, sul di lei cervello, sulle palpebre – solo ogni tanto riconosceva con gli occhi il loro esistere. Tentava anche di dire qualcosa. Raramente si discerneva un vocabolo comprensibile. Sorprendentemente, sottoponendole il solito libretto elettronico di proverbi plutoniani scritti in grande, accompagnati da colorate e umoristiche illustrazioni, la si sentiva effettivamente, nel garbuglio degli strani suoni che emetteva, strascicare brandelli di frasi corrispondenti a quanto scritto – ciò quantomeno la distraeva per un po'. Il pupazzetto festivo di un pulcino di lana che le porsero, le ispirò il portarlo ripetutamente alle labbra per baciarlo. La portarono presso la vetrata della camera, affinché guardasse un po' fuori. Si aprirono spiragli di luce artificiale. Si chiedevano quale fosse, quel palazzo là in fondo, imponente e rovinato. Non riuscivano ad orientarsi. Straordinariamente, attraverso la solita coltre di fuliggine, uno spiraglio di sole giunse, filtrato, fino a loro. Una flebile striscia illuminava le mani di sua madre strette a quelle di nonna, sul grembo di quest'ultima.

 

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Transizione verso Mondi Sotterranei

12 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«Presto, se tenete a voi!» incalzò Babbo Naziale, e li indusse a seguirlo, trafelatamente.

Sui pavimenti si notavano lunghe strisce colorate. Vi era un mezzo variopinto.

Salirono a bordo, e il vecchio avviò a tutta velocità, nel contempo premendo un pulsante che aprì una botola sul tettuccio. La botola aveva scoperto un quadrato buio, insondabile.

«Infilatevi lì – e niente lamentele: o devo prendervi a calci per farvi entrare?».

«Perché dovrei andare nel tettuccio, e per di più mentre stai andando a tutta velocità? Mi sa che le ultime rotelle rimaste ti sono finalmente rotolate via. E in ogni caso, cosa stiamo facendo?».

«Metti dentro la testa e fammi sapere» ghignò lui ridacchiando sconnessamente.

Perplesso, esitante, ma incuriosito, il figlio di Pyotr eseguì, mentre Miss Inoculo li guardava ancora  ansimante.

Da sopra il tettuccio, la sua bocca, inserita nell'apposita testa, esclamò cose confuse.

Nel quadrato cieco sparirono le mani, le quali issarono il resto del corpo, a sua volta inghiottito da quel nero lucido da cui non trapelavano forme o luce. Infine una mano esitante perforò quel buio in direzione di Miss Inoculo.

«Accontentiamo il vecchio. Vieni su, è piuttosto interessante qui sopra» le gridò, reso audace dall'adrenalina. Lei si aggrappò, e si spinse su, mentre Naziale guidava per vie sotterranee dai pavimenti lucidi e psichedelici.

Era un angolino confortevole. Una stanzetta dotata di moquette, poltroncine con cuscini, mobiletti con oggetti. Vi erano arrivati percorrendo una breve rampa di scala, sul cui pianerottolo d'intermezzo era posto un portaombrelli di ottone. Tutto ciò era inconcepibilmente sopra il mezzo su cui stavano viaggiando, invisibile dall'esterno, materialmente inesistente per ogni ostacolo.

Miss Inoculo si sedette e lo guardò in silenzio con aria stanca e grave. Poi proferì un «grazie».

«Non c'è di che, non c'è di che» rispose il figlio di Pyotr. Rifletté un momento.

«Quindi, non ti abbiamo rapito? Bene. È già una buona cosa. Mi sento un po' sollevato. Stavo sospettando di essermi messo nei guai, per colpa del vecchio demente».

«No, non mi avete rapito» sorrise lei. «Mi avete sottratto alle grinfie imperiali. E ora cominceranno a cercarci ovunque».

In quel momento, i corridoi sotterranei cominciarono a pulsare di una luce rossa, accompagnata da una sirena d'allarme.

«Oh, tutto qui» rispose Crispin, deglutendo rumorosamente.

E, in effetti, sentirono il rombo del bolide sottovolante sfumare, il movimento cessare, le sirene aumentare. Babbo Naziale era stato fermato da qualche pattuglia della Città Sotterranea.

«STOP. Fornisca documento d'identità, patente, libretto di circolazione, passaporto, certificato Inoculare, diploma di maturità e licenza elementare» intimò lo Psicopoliziotto.

«Ma certo, certo, mi lasci il tempo di cercarli, sa, son vecchio, non ricordo dove metto le cose» gli sorrise paffutamente il rubicondo e anziano negazionista. Si frugò attentamente addosso, svuotò svariati cruscotti, e infine consegnò al rappresentante delle forze dell'ordine una catasta di carte, papiri e documenti.

«Ecco, ecco qui. Per completezza ho aggiunto anche delle lastre intestinali e la mia autobiografia non autorizzata» spiegò il vecchietto ammiccando festivamente.

«Noto, noto. Lei ha dei bellissimi intestini» concesse il tutore della legge, grattandosi pensosamente il mento, ammirato. «Chi è il suo intestinologo di fiducia? Per caso il dottor Crasso? Sa è da anni che cerco di risolvere i miei problemi di colon irritabile con diverticolosi incrociata. Ah, ma che dico, lei mi distrae»

«Oh, mi scusi, mi scusi» proferì Naziale, tenendosi le guance con le mani, fingendo costernazione.

«Beh, nel Bolide Sottovolante c'è senz'altro solo lei» continuò l'altro, infilando nel contempo la testa attraverso il finestrino con notevole invadenza. «Sa, è successa una cosa grave. Una bella ragazza è fuggita»

«È terribile!» reagì il signore biancobarbuto al volante. «Se le belle ragazze fuggono, rimangono solo le brutte. Ciò non va bene.»

«È quello che dico anch'io, caro cittadino nell'ultimo segmento della sua esistenza. Ma in questo caso la situazione è ancora più grave. Ha insultato pubblicamente i Fondamenti della nostra Civiltà. Ed è pure famosa. Ma potrà vedere tutto all'Ipnogiornale, che le inculcherà i concetti base a cui dovrà attenersi per essere a norma di legge. Vedrà che scandalo. Sicuro di non aver visto nessuna? Sospettano sia scappata qui sotto.»

«No, mi spiace, agente» si contrì l'interlocutore nell'abitacolo.

«Tenga gli occhi aperti, e non esiti ad avvertirci» rispose l'essere in divisa, accennando un saluto con la testa, mentre le mani erano impegnate a riversare nel Bolide le tonnellate di documenti fornitigli da Naziale. Che sgommò via.

Il poliziotto lo seguì con lo sguardo. Non vedeva alcuna persona sul tettuccio.

 

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Il viaggio di Marta

11 Aprile 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto

 

 

 

 

La busta della lettera, di un colore marrone, è sgualcita. Le immagini dei tre francobolli rappresentano un Buddha seduto, una montagna innevata e un serpente. Il mio nome e l’indirizzo sono scritti con la sua calligrafia. È di Marta. Marta era sparita.

Katmandu, 18 Maggio 1968

Caro Mario,

ti sarai chiesto dov’ero finita. Non ci crederai sono in Nepal! A Katmandu! Scusami se non ti ho reso partecipe della mia decisione. È stato tutto improvviso come un fulmine e sono partita. Da tempo volevo farlo e gli ultimi avvenimenti della mia vita hanno risolto il problema. Il viaggio è stato davvero bello. Avventuroso! Ma ce l’abbiamo fatta. Siamo in tanti, tutti giovani. Lui si chiama Karl, è un crucco. È il mio amore. Non capisce un cazzo ma ora sta migliorando. Lo amo! Stiamo davvero bene insieme. Qui però le scarpe è meglio tenerle su. Se no te le rubano. Quei pochi, qui molti, soldi li ho cuciti nell’orlo della sottana. Ma anche lì è poco sicuro. Bisognerebbe girare nudi. Alcuni lo fanno. Li ho visti! Le donne no. Girano avvolte in drappi colorati. Va be’. Comunque qui la vita costa davvero poco. Con un po’ di rupie ti compri la felicità e l’erba te la tirano dietro! E tu come stai? Non ho telefono. Scrivimi! L’indirizzo è quello sulla busta. Un bacio.

Marta

 

Marta la matta. Marta la hippy. Era vestita quasi sempre con ampie, lunghe gonne tutte colorate. Ricordo i suoi folti capelli castani e gli occhi pareva sempre che ti scrutassero, curiosi. Faceva il terzo anno di Medicina ed io Lettere. Quell’ultimo giorno mi accarezzò la guancia. «Ciao», sussurrò e quella fu l’ultima volta che la vidi. Per quei lunghi mesi Marta continuò a essere scomparsa e non potevo farci niente. Non sapevo nulla di lei. Ma la lettera mi riempì di ammirazione per lei,  per il suo viaggio. Marta ce l’aveva fatta. Arrivò poi un’altra lettera di Marta.

Katmandu, 28 Dicembre 1969

Caro Mario,

Karl è morto. Adesso sono sola. Sono stata lasciata alla deriva. Sono così prostrata che non riesco nemmeno a piangere. Karl era andato con gli amici a comprare un podi erba in un villaggio vicino. «Dai, proviamo la bianca», avevano detto. Morti, lui e Giò. Li hanno portati a casa su un carretto e li abbiamo bruciati. Parto. Se sto qui mi sembra di impazzire. Ho ancora un podi soldi. Vado. Mi chiuderò in un monastero. Ritroverò me stessa. Scrivimi.

Marta

 

Le scrissi. Le dissi che sarei andato. Sarei anch’io partito per il grande viaggio. Non era vero, cercavo scuse. Mi mancava l’energia d’afferrare quella occasione, quel viaggio che sembrava a portata di mano. Arrivò il 1972. Arrivò la terza lettera di Marta.

Lhasa, 15 Maggio 1972

Caro Mario,

sono in Tibet! Vicino a Lhasa. Da non crederci. Sto bene. Al monastero, qui a Lhasa, non mi hanno voluta, le donne non sono ammesse. Ho trovato un posto bellissimo tra queste montagne. Dista un giorno da Lhasa. È la pace che avevo sempre cercato. La casa è incredibile! Sono solo quattro pietre addossate alla roccia della montagna con una lamiera per tetto. Tumur viene ogni settimana a portami viveri, carbone e anche legna. Gli ho comprato un mulo. Tumur è un uomo molto gentile e ci capiamo, a segni. Di giorno, col sole, vago tra le montagne. La sera fa freddo, accendo il fuoco tra le pietre, scaldo il cibo, mangio e poi mi rifugio nella montagna, in una piccola grotta. Un bacio, caro Mario.

Tua Marta

 

Quella lettera mi procurò sollievo. Avevo ormai rinunciato al viaggio e sapere che lei stava bene era un balsamo, alleviava la mia codardia. Insegnavo l’italiano e il latino al liceo, mi chiamavano professore. Immaginavo Marta in una grotta tra le montagne dell’Himalaya. A Dicembre del ’73 arrivò l’ultima lettera di Marta.

Lhasa, 7 Dicembre 1973

Caro Mario,

se e quando riceverai questa lettera io non ci sarò più. Tumur mi aiuta e voleva portarmi a Lhasa con il mulo. Ho detto di no. Preferisco stare qui racchiusa dentro la mia montagna, ora però non manca molto. Quando succederà Tumur chiuderà per sempre la grotta e ti spedirà questa mia ultima lettera. Non ho più paura. Un bagliore immenso illumina la via di quest’ultimo mio viaggio. A Dio, Mario.

Tua Marta Temprandi

 

La pioggia picchiava sui vetri, lavava il dolore. Baciai la sua lettera. Quell’ultima lettera conteneva il suo cognome. Andai alla segreteria della Università. Giuseppe, il vecchio segretario, era ancora lì, dietro il vetro separatore. «Ohè, professore! Allora?» disse. «Ciao Giuseppe. Ho bisogno di un favore.» Gli allungai il biglietto su cui avevo scritto nome, cognome, facoltà e anno. «Dove abita?» gli chiesi. «Maaario, medicina è di sopra, su per le scale!» Feci la faccia implorante. Uscì e si avviò per la scalinata. Tornò dopo dieci minuti. «Marta Temprandi. Sette, dodici, millenovecentoquarantasette. Terzo anno. Via Ghisleri 28. Mi devi una birra.» Ero già alla porta quando mi gridò: «Fuori corso. Tutti trenta!» Era un vecchio palazzo,  sulla destra c’era una porta a vetri col portiere nel mezzo. «Scusi abita qui la famiglia Temprandi?» chiesi. «Chi è lei?» mi interrogò. «Sono un amico di Marta, studiavamo insieme.» risposi. «Ah, la Marta, brava ragazza! Sempre allegra, mi salutava sempre. Me la ricordo. Son passati più di cinque anni, ormai. Pensi che ha accudito la madre fino alla fine. Un brutto male! Poi se n’è andata, non l’ho più vista».

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La torre mobile

10 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Un buco. Un bel buco. In cui sopprimersi. In cui comprimersi. In cui deprimersi.

Un buco che contenesse la sua voragine. Un buco nel battiscopa per scappare dalle stanze del mondo, in cui si sentiva rincorso dalla realtà, con una scopa in mano. Un portale, un varco, un tunnel sotto il campo di concentramento dell'ordine e della disciplina, dell'implacabile, del riflesso, del compromesso. Ricordava quando da piccolo, durante lunghi, noiosi e interminabili viaggi in macchina, sognava che si aprisse una botola sul tettuccio dell'auto, da cui potesse evadere in una torre, disposta su innumerevoli piani, invisibile e intangibile per il resto del mondo, che quindi permettesse comunque al mezzo di passare sotto a ponti, attraverso gallerie, di lasciare fili elettrici e telefonici intatti. Visualizzava come saliva le scale, incrociava un portaombrelli su una sorta di pianerottolo, sbucava in una stretta stanzetta dotata di comfort, moquette e passatempi, quando si stancava si arrampicava alla successiva – e il viaggio continuava senza di lui, svagato nella sua torre mobile, fin ad arrivare alla meta, senza accorgersene. Era una sua fantasticheria. Volume e forma interni che non corrispondevano a quelli esterni. Sarebbe stata una grande innovazione. Aveva questa immagine di un covo scavato dentro un cartellone pubblicitario, dotato di stanze e ampiezze impensabilmente, impossibilmente contenute in quel modesto spessore. Un labirinto in una scatola, un castello in un cassetto. Un altro progetto poteva essere svitare il collo, alzare le ancore, ritirare le scalette, e soffiare aria calda nella testa fino a sollevarla come un pallone aerostatico, lontana dal corpo, lontana dal mondo.

Babbo Naziale l'aveva arruolato per mettere in ordine il suo orrido e polveroso appartamento.

Vi si recò. Incontrò i soliti drappelli di gente dal viso appeso ai lampioni, sotto alla fuliggine del cielo. Uno, bocca spalancata e sguardo verso l'alto, sembrava perdere una bava lungo il mento.

La banda di luce li informava delle solite cose: che il leader della Seul del Nord era pazzo, una minaccia per l'universo, e doveva essere bombardato. La settimana dopo sarebbe toccato di nuovo a quello della NovoVodka. Quella successiva a quello della NeoPersia. E così via, passando in rassegna psicopatologica tutti gli avversari, a seconda del momento, o agglomerandoli in un'unica e alleata minaccia che prima o poi sarebbe occorso contrastare, giacché l'universalcrazia e l'incolumità dell'innocente cittadino eran senz'altro sotto minaccia a causa loro. Erano storie che venivano utilizzate e riciclate nel tempo, senza troppa fantasia e indubbiamente senza vergogna. Erano già state sfruttate in precedenza per invadere e attaccare l'Urik, il Talebanistan e innumerevoli altri nazioni, mondi, pianeti e galassie. Ma non importava, ogni volta la gente ci cadeva smemoratamente, perché stavolta era senz'altro vero, avevamo imparato dagli errori del passato e dai falsi pretesti, gli stessi Divulgatori Informativi si erano corretti, ora eravamo più consapevoli della differenza tra propaganda e realtà, ed eravamo realmente minacciati, e conseguentemente realmente caricati della responsabilità di confrontare il Male. Qualche anno dopo, come al solito, avrebbero cominciato a trapelare le infondatezze, le bugie, le distorsioni, le macchinazioni. Ma, ogni volta, il martellare informativo era così insistente, urgente e convinto, che gli accadimenti e le ombre che si addensavano sulla civiltà stavolta dovevano per forza essere reali, e dovevano per forza essere affrontate, combattute – neutralizzate con conquiste e invasioni. In luoghi usualmente, quanto coincidentalmente, ricchi di materie prime e preziosi.

Stava spolverando un alambicco incastrato in un grammofono collegato con un lettore DVD connesso con un vetusto tostapane, reperti di un mondo ormai dimenticato, dagli usi confusi – quando irruppe nella stanza Babbo Naziale, concitato e agitato agitato agitato agitato agitato agitato, in breve esa-gitato, che lo ghermì per il braccio esclamando:

«Ah bene, sei qui, dunque, sbrigati, dobbiamo andare!»

«Sei stato morso dal ragno della demenza? Voglio dire, di nuovo? Ho appena iniziato a pulire.»

«Pulire, chi se ne importa, gli acari sono i miei animali da compagnia – vieni via, non sei qui per questo.»

Si lasciò stancamente trascinare dal vecchio misteriosamente ringalluzzito. Forse aveva trovato qualche aliena di Phobos pronta ad offrirgli qualcosa di molto privato in cambio di un matrimonio di convenienza. Babbo Naziale lo strattonò in una specie di buio garage, gli infilò un casco rotto sulla testa, dalla cinghia penzolante, lo spinse in una cabina e gridò “ho ho!”: subitaneamente un portone si aprì come un sipario e l'abitacolo venne trascinato fuori, prendendolo di sprovvista e facendogli sbattere la testa, tanto da fargli dubitare di quel che vedeva: sei renne robot tiravano la slitta passeggeri a tutta velocità verso destinazione ignota, tra la nebbia fumigante e il cupo asfissiante, sinistramente illuminato di fiotti arancioni.

«Non ti sei calato un po' troppo nella parte?» chiese Pyotr jr, persino più istupidto del solito.

«Non voglio certo deludere il mio pubblico!» eruppe l'immondo vecchietto.

Grattacieli d'acciaio, che continuavano per chilometri sotto la superficie, si facevano slalomare spericolatamente, mentre il volto del disorientato Crispin sbiancava, e l'anziano panciuto ridacchiava seminando il traffico della sera irto di robot che tornavano a casa dal lavoro.

Parcheggiò in un parcheggio per disabili mentali, per cui aveva un tesserino, legò le renne di metallo a qualche lampione, prendendo a calci gli pseudo-zombie che lo attorniavano, e saltellando smaniosamente rutilò “muoviti, muoviti!” all'aiutante riluttante che lo seguiva meccanicamente, indeciso, come al solito, se essere morto o vivo. Lo seguì.

S'infilarono in un tunnel, oltre il quale si percepiva un gran boato, un costante clamore.

Alzò un tombino clandestino che dava nel dedalo sottocittadino, corsicchiarono lungo svariate passerelle e piattaforme, poi si fermarono, sotto un'altra botola.

«Shhhh!» gli intimò il vegliardo.

«Chi dice nulla» bofonchiò l'altro.

Ricevette uno schiaffo sulla faccia.

Il rumore aumentava.

Babbo scostò il tombino, e qualcuno cadde in testa a Crispin.

Naziale richiuse il tombino con un grugnito.

Crispin si strusciava la faccia e la testa lamentandosi, esclamando cose poco graziose.

Guardò davanti a sé, e vide una creatura spaventata e ansimante, nonché certamente più graziosa delle sue esclamazioni.

Era Miss Inoculo.

 

Continua...

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Palingenesi di una mitopoiesi

8 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Salì sul palco. Era il palco della vita. Da quando l'Inoculo era stato eletto Principio Fondante della Civiltà, non vi era esposizione più prestigiosa e brillante, occasione dalla visibilità maggiore, per qualsiasi aspirante modella, che l'incoronazione a Miss Inoculo e il conseguente Gran Galà degli Inoculi, qualche settimana dopo – su cui si focalizzavano ritualmente i riflettori, rimbalzandone le immagini ovunque, facendo vibrare la ragnatela di satelliti del cosmo. Era la serata che aveva aspettato per tutto questo tempo. Calici d'argento, brillanti, diamanti, vestiti eleganti, platea delle grandi occasioni, ricchi signori, rappresentanti delle istituzioni, le massime cariche della CSK, e centinaia di videocamere spianate. Tra una canzone e un balletto, un tuffo nei coriandoli, una parata e una battuta ingessata, fu evocata alla ribalta, circonfusa di clamore e musica lussureggiante. Ora era un simbolo. Simbolo del Principio Fondante della Civiltà, della Sacra Scienza, delle Benigne Verità dell'Impero del Bene Assoluto, della Salute e della Bellezza inestricabilmente legate a questi concetti.

Si presentò al microfono, radiosa, irraggiante luccichii nel suo vestito di Diamanti di Eidos – il suo viso riflesso e rifratto in miliardi di schermi, in infiniti occhi e menti. Fu accolta da un applauso fragoroso e prolungato, che lasciò spazio a un silenzio trepidante. Miss occupò quello spazio con il proprio sguardo, proiettandolo attorno, rivolgendolo lentamente a tutte le latitudini e longitudini, adagiandolo su tutti loro.

 

«Mi spiace dirvi quel che devo dirvi. Ma non lo sta dicendo nessun altro. Ci sono informazioni che non vengono divulgate. E che provano che tutta questa è una fantasia, una buffonata, una mascherata. Dieci anni fa le principali riviste medico-scientifiche del mondo si unirono in un editoriale condiviso in cui denunciavano l'ingerenza delle multinplanetarie del farmaco nella ricerca scientifica. Descrivevano come i ricercatori, anche quelli all'interno delle università, con la minaccia della rimozione dei finanziamenti, venivano legati con contratti che impedivano loro di riportare fedelmente e liberamente i risultati delle sperimentazioni e dei test clinici. L'ultima parola su quali dati dovevano essere diffusi, e su come dovevano essere diffusi, spettava ai finanziatori stessi.»

 

Ovali agghiacciati osservavano dalle balconate, in un'espressione congelata di terrore. I dirigenti della CSK non credevano stesse davvero accadendo. Erano ancora nei loro letti. E stavano avendo il peggior incubo.

 

«Avete mai sentito parlare di tutto questo? Solo un paio di anni fa la rinomata rivista Scientific Empire ha confermato queste pratiche, chiedendosi: possiamo davvero fidarci dei dati di queste ricerche? La scienza a cui ci appelliamo per combattere l'oscurantismo è davvero scienza, o è una nuova forma di fede, riposta nella falsificazione del metodo sperimentale a scopo di profitto?

Come possiamo quindi fidarci della reale efficacia e sicurezza di ciò che ci obbligano a inocularci? Come possiamo fidarci delle modalità e delle quantità che ci impongono? È un processo a cui ci sottopongono per una reale necessità sanitaria, o per una gretta ingordigia monetaria?»

 

Alcune delle massime cariche istituzional-industriali si stavano risvegliando dal torpore incredulo dello shock e cominciavano ad agitarsi, a contattarsi, a coordinarsi e a ordinare ordine. Altri stramazzavano a terra ansimando, o si tenevano il petto, o cominciavano a perdere sangue dal naso. Porchinstein, con ammirevole snodatezza, si stava mordendo un piede.

 

«La stessa CSK è stata diverse volte colta sul fatto: nell'atto di corrompere funzionari pubblici affinché agevolassero i propri farmaci. Nell'atto di immettere e mantenere sul mercato prodotti con gravi effetti collaterali, talvolta mortali, per anni, nonostante fosse provatamente fin dal principio consapevole di questi. Quindi, ripeto, come possiamo fidarci, e perché dovremmo farlo?»

 

Si tolse la corona che le cingeva la testa, e la posò per terra, facendovi scivolare sopra anche la fascia recante l'acronimo farmaceutico.

 

«Per quel che mi riguarda, questi orpelli, queste cariche, non significano più niente: niente di bello, niente di civile e niente in cui credere. Rappresentano solo menzogna, sfruttamento della credulità, bramosia insana e pericolosa»

 

Agenti si stavano accalcando ai lati del palcoscenico, pronti a fermarla, ma lei scese frontalmente, verso il pubblico attonito e ronzante. Il pubblico casalingo era costernato, metà critico, metà giubilante, affascinato dall'eccitazione della novità, dalla sensazione del dramma incipiente, del fatto che qualcosa di sensazionale era successo.

 

Lei si era tolta le scarpe col tacco e aveva cominciato a correre, mentre le Forze dell'Ordine con sempre minor timidezza sciamavano dietro di lei.

 

Dall'alto i droni inquadravano Miss entrare nel tunnel d'uscita del teatradio, un misto tra uno stadio e un teatro, e la ciurma di Poliziotti Inoculari infilarvicisi dopo di lei.

Poi si vide la mandria di tutori precipitarsi fuori di esso, dall'altra parte, all'esterno. Ma lei non era uscita. Determinati e confusi, erano all'inseguimento di un fantasma. Giacché lei sembrava sparita.

 

 

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