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racconto

Otto

3 Settembre 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto, #pittura

Disegno di Costantino Delfo

Disegno di Costantino Delfo

 

Nella vetrina del negozio era esposta la maglia con il numero 88, stampigliato grande e in bianco sul blu di fondo. Mario entrò con passo marziale, agitando le braccia come un soldatino. Aveva quindici anni e non parlava mai con nessuno, solo con la sua mamma formulava qualche semplice frase. Non aveva mai frequentato la scuola: all’asilo aveva strappato ciocche di capelli a un compagno e gli aveva quasi cavato un occhio. Autistico, dissero. Così la madre, insegnante di greco e latino al locale liceo, lo tenne a casa e gli insegnò tutto ciò che sapeva. Aveva superato l’esame di quinta elementare con parecchi mutismi e quello di terza media con risposte non gradite ai professori. Ora frequentava, con grande soddisfazione di sua madre, la prima classe del liceo dove lei insegnava. Con la sua la bicicletta sfrecciava come un fulmine, per lo più vicino a casa, ma talvolta anche per il viale della città e fino in centro, dove c’era il negozio con la maglietta numero 88.

«Otto.» disse alla donna dietro al bancone.

«Che cosa vuoi, tesoro?» chiese la donna.

«Otto!» ribadì, ma lei lo guardò ancora con aria interrogativa, senza capire.

«Otto! Otto! Otto!» gridò Mario. Toc, toc, toc: la scarpa sbatteva sul pavimento, cominciava a innervosirsi.

«Otto che cosa, caro? Dimmi» chiese ancora la donna simulando un sorriso.

“Otto, otto come l’ottavo giorno, ottovolante, ottavo girone dell’inferno. Taciti, soli, sanza compagnia n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo... ” pensava fissandola.

Il suo sguardo volse in fondo vicino alla vetrina, dove stava seduta nel buio una ragazzina che gli sorrideva. Si diresse verso di lei che prese la maglia dalla vetrina e gliela porse. Mario, con l’oggetto ambito tra le mani, tornò indietro e lo posò sul bancone.

«È questa che vuoi, caro?» chiese la donna.

Fece un cenno di assenso con la testa, pagò e uscì di corsa con la sua maglietta.

La ragazzina lo seguì e Mario la fece montare sulla canna della bicicletta e riprese a pedalare come un forsennato. Lei s’aggrappò al manubrio.

“Piano, ho paura!” pensò.

“Sì, scusa, non sono abituato a portare qualcuno, vado sempre da solo” le rispose nel silenzio e subito rallentò. Giunsero all’argine del fiume, che scorreva placido, e si fermarono sotto un salice piangente, sedendosi con la schiena appoggiata al tronco. I lunghi rami penduli dell’albero li nascondevano alla vista, avvolgendoli in un’atmosfera surreale di colore giallo a causa delle strette foglie dorate che erano anche distese intorno come un tappeto. Era infatti la fine dell’estate e il salice lasciava cadere le sue foglie come lacrime. Era una bella e calda giornata, il sole che filtrava tra i rami rendeva anche l’aria che respiravano dello stesso colore giallo oro. Mario disfece il pacchetto con la maglietta, la stese sull’erba per guardarla e infine la indossò.

“Grazie per la maglietta” pensò.

«Oh, di niente, ti sta bene. Come ti chiami? Io mi chiamo Sara» disse lei, e aggiunse: «Puoi anche parlare con la voce, se vuoi, tanto siamo soli, nessuno ci può sentire». La fissò meravigliato e le rispose: «S... sì, va b... bene, io mi chiamo Mario». Non era abituato a parlare, se non sotto minaccia come a scuola, e fu per lui una novità.

«Bello qui, pare di essere al sicuro, protetti... » disse Sara. Gli si avvicinò sfiorandogli la spalla e gli sorrise con quel sorriso enigmatico. Egli non resistette, le mise il braccio attorno alla spalla e le diede un bacio sulla guancia. Sara s’infuocò, divenne tutta rossa e ricambiò quel bacetto. Mario si distese felice, non sapendo che fare o che pensare. Allora Sara lo baciò sulla bocca. Un lungo bacio d’amore e lui l’abbracciò a lungo. Tutti i giorni, ogni pomeriggio alle tre in punto, per quell’intero mese di Settembre, Mario si presentò davanti alla vetrina del negozio ad aspettare Sara, e insieme tornavano al loro rifugio sotto il salice piangente.

Nascosta dietro la vetrina del negozio, la proprietaria stava ad osservare, controllando quello strano ragazzino che, dopo avere acquistato la maglietta, già un paio di volte era di nuovo entrato a chiedere di Sara e poi si era piazzato davanti alla vetrina in sella alla bicicletta. Fu facile per lei informarsi: il ragazzo era conosciuto e aveva una brutta fama, perché era malato e un po’ matto, dicevano. Allora telefonò.

«Buongiorno signora, mi scusi se la disturbo, sono la proprietaria del negozio in via Bixio. Si tratta di Mario». La madre, dall’altro capo del telefono, aveva già il batticuore sentendo parlare del figlio. «Signora, mi dispiace tanto ma devo dirglielo. Chissà quanti pensieri già le dà quel ragazzo.» La madre non seppe che pensare, riuscì solo a dire, già con gli occhi lucidi: «Che cosa è successo?»

«No, no, nulla di grave, non si allarmi, signora,» disse la donna, «suo figlio è venuto a comprare una maglietta un mese fa, però da allora, ogni giorno, quando apro il negozio, si piazza davanti alla vetrina e due o tre volte è anche entrato a chiedere di mia figlia Sara. Ma io non so chi sia questa Sara e non ho figli.»

Tacque. La madre si rilassò un poco: «Mi dispiace signora, a volte il mio Mario ha degli atteggiamenti strani, gli parlerò, non la disturberà più. Buongiorno, signora.»

Alle due del pomeriggio Mario era già pronto per recarsi all’appuntamento con Sara. Il tempo era cambiato: grandi nubi grigie, rigonfie di pioggia, spinte da folate di vento, solcavano veloci il cielo. Poi si udì il fragoroso rombo di un tuono e una pioggia scrosciante cadde dal cielo. La madre entrò nella cucina. «Mario, non devi più andare a quel negozio in centro,» disse, «la padrona del negozio non vuole che tu vada là,» e continuò, «dimentica quella storia, Mario, ti prego. Non esiste nessuna Sara, te lo sei inventato! Come fai sempre!» aggiunse. Poi si mise a piangere e singhiozzando disse ancora: «Non ne posso più delle tue bugie… delle tue fantasie!». Mario era incapace di dire una parola, la gamba iniziò a fremergli. Fece un cenno d’intesa, un segno espresso solo con una inflessione dei suoi occhi sbarrati e increduli. Di corsa uscì di casa.

Appena fuori dall’uscio, inforcò la bicicletta e si gettò sotto la pioggia battente.

“Sto arrivando, amore mio” pensava pedalando. Raggiunse il negozio ma era ancora chiuso; si apprestò ad aspettare Sara in sella alla bicicletta. Eccola spuntare dal vicolo adiacente, correva, fuggiva. Dietro c’era sua madre che gridava: «Te ne devi andare! Hai capito?» Sara salì sulla canna della bicicletta. Alcuni passanti si fermarono ad osservare la scena di quella donna che correva dietro al ragazzo gridando. Mario pedalava come un forsennato, credendo che ogni spinta sempre più poderosa data sui pedali avrebbe cancellato le urla della madre di Sara, che gli risuonavano per la testa.

Strinse spasmodicamente le bacchette dei freni appena prima della curva sull’argine del fiume. Poi volarono come angeli, aggrappati al manubrio della bicicletta, che scivolava via. Una frustata di ghiaccio sulla pelle, Sara si aggrappò a Mario ed egli la strinse forte. Precipitarono nel buio e freddo fiume. Ripescarono Mario due chilometri a valle, ancora con le braccia avvinghiate al suo corpo, come se avesse voluto abbracciare qualcuno.

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Sogni proibiti

3 Agosto 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #racconto, #pittura, #costantino delfo

Disegno di Costantino Delfo

Disegno di Costantino Delfo

 

Quel lunedì mattina mia moglie era uscita presto, alle sette. L’acquirente sarebbe arrivato alle otto e si erano dati appuntamento al casello dell’autostrada. Ero contento: finalmente l’avremmo venduta. In due ore sarebbe stato tutto finito, con qualche euro in più e un’automobile in meno. Ma erano già le undici e lei ancora non era tornata. Preparai la tavola e misi a far bollire l’acqua. Venne l’una e ancora non era rientrata.

«Dov’é la mamma?» chiese mio figlio.
«Al PRA, a vendere la macchina» risposi.
«Cos’é il PRA?» chiese ancora.
La prima risposta utile e sincera che sfiorò la mia mente fu: “Il PRA è un casino”, ma in realtà risposi: «È il posto dove il detective Bud White telefona per informazioni», rievocando il sogno che avevo fatto quella notte. 
Cambiai voce e recitai: «Detective Bud White, polizia di Los Angeles. Una Mercury del ’49 targata DG114. Voglio sapere il nome del proprietario e l’indirizzo». Quindi feci la voce femminile della centralinista: «Subito, detective». 
«Capito?» chiesi sorridendo a mio figlio che mi guardò come fossi un marziano.

Le due, eccola finalmente. Mia moglie entra in cucina e lancia la borsa sulla credenza. La guardo curioso. «Zitto!» dice, puntandomi il dito in faccia. Abbasso lo sguardo, perché quando fa così è meglio obbedire. «Stronzi! Ladri! Scansafatiche! Puttana di una bionda!» urla. «Ma cosa è successo?» oso chiedere.

L’indirizzo era West Hollywood 142, il detective White vi si recò di corsa. L’edificio era una palazzina a due piani. Controllò le cassette delle lettere: il nome corrispondeva, era l’unica donna, interno quattro. «Polizia! Aprite!» gridò, impugnando la 38. Stava per sfondare la porta con un calcio, quando si aprì solo una fessura per il blocco di una catenella. «Detective White, omicidi» disse mostrando la patacca. La porta si aprì del tutto: davanti a lui apparve una bionda esplosiva dai lampeggianti occhioni azzurri, fasciata in un baby-doll rosso da cui prorompevano le sinuose curve del seno e il profondo solco fra gli esuberanti, candidi promontori.

Mia moglie mi fissa truce, come se fosse stata colpa mia. Poi inizia a raccontare: «Alle nove c’era già una fila lunga come la muraglia cinese. Faceva un caldo infernale senza aria condizionata. Alle undici il ragazzo ed io siamo finalmente di fronte allo sportello e quella stronza se ne va. Venti minuti è stata via! Torna, lentamente, e finalmente si risiede: bionda occhi azzurri con le tette grosse, che stanno poggiate sul banco. Cazzo, ma questa non suda? penso. Eh no, perché dalla fessura dello sportello esce un’arietta frizzante. La barbie gode di aria condizionata! Le allungo i documenti, infilandoli nel buco. Li guarda e chiede chi è l’acquirente. “Sono io” risponde il ragazzo. “Ma tu hai diciotto anni?” fa la stronza. “Ventitre” risponde lui. Lei gli fa un gran sorriso e si rizza in su gonfiando i pettorali. “Portati bene!” dice e gli strizza l’occhio».

«Green? Samantha Green?» chiese Bud, riponendo la pistola.
«Sììì» fece lei, meravigliata «posso esserle utile, detective?»
«Lei lavora alla motorizzazione?»
«Sììì» rispose la bionda ancor più meravigliata per la sagace intuizione del detective.

«E poi?» chiedo a mia moglie. «E poi si alza e se ne va, ’sta svampita. Sta via altri venti minuti, tornando poi con la faccia scura: “Manca la copia della patente” dice. Il giovane tira fuori la patente e gliela consegna. “Scusi, ma cosa c’entra la patente? Io gli vendo la macchina. Che la voglia guidare o no sono ca… problemi suoi” dico io, educatamente. La stronza manco mi degna di uno sguardo, sorride al giovanotto e dice: “Oggi hai vinto il primo premio. La fotocopia te la faccio io” e ancora gli ostenta il davanzale, quella puttana!»

“Lei è in arresto!” pensò Bud White, invece disse: «Lei ha vinto il primo premio!».
La bionda, con un sorriso smagliante e le braccia aperte, si avvinghiò al suo collo e lo baciò. «Lo sapevo! Lo sapevo!» disse «che cosa ho vinto?» Bud le prese la mano e si diresse verso la camera da letto. La bionda rideva e, con voce garrula, ripeteva «Lo sapevo! Lo sapevo, ho vinto il primo premio!»

«E poi?» chiedo.
«E poi è tornata». 
La guardo con curiosità per conoscere il seguito. Ma mia moglie tace.
«Allora?» chiedo «l’hai venduta?»
«Sì, sì ma le ho preso il nome! Ce l’aveva stampato sul cartellino. Me lo sono anche scritto, perché è un nome straniero». Rovista nella borsetta e ne estrae un bigliettino.
«Ecco! Si chiama Samantha, Samantha Green. Io la denuncio, quella lì!»

 

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Lezioni americane

24 Giugno 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto

Disegno di Costantino Delfo

Disegno di Costantino Delfo

 

 

Alcuni anni fa avevo venti anni e fui ospite nella casa di un amico di mio padre, a Seattle, nello stato di Washington. Ogni sabato sera comparivano amici di Mark e Helen, sua moglie.

Dopo i convenevoli, i sessi si separavano. Ciascun gruppo maschile o femminile, solitamente formato da sei o sette persone, si appartava in uno dei salotti della grande villa. Erano quattro i salotti dai vari colori e io, quella sera, stavo nel rosa con uomini dai pochi capelli. Le donne erano nell’altro salotto con Helen. Erano stati Mark e Helen a promuovere questi incontri in cui si parlava di tutto: arredamento, politica, moda, musica...

Gli incontri erano registrati, lo seppi dopo. Mark è uno scrittore e insieme a Helen avevano organizzato questi incontri serali da cui Mark avrebbe tratto ispirazione per il suo nuovo romanzo. Sarebbe stato un altro bestseller.

Quella sera, nel salotto rosa, eravamo in sei, seduti su divani e poltrone, ciascuno con il suo bicchiere di whisky. L’argomento della serata era: il sesso e la donna.

«Sex now!» esordì Mark. La risata corale mi stordì.

«John, comincia tu!» disse ancora.

John Harlowe era un prete con il collarino, dal volto smunto, bianco pallido, ma i radi capelli erano di un rosso fulvo a cui tutto il suo viso si uniformò, quando John lo incitò a parlare. 

“Irlandese” pensai.

«Bene, (gli anglosassoni cominciano sempre così i loro discorsi) non ne so molto. Tutti risero ma lui continuò: «Per me le donne sono il diavolo tentatore. Dio le punì per avere mangiato la mela. Full stop». 

Seguì un’altra fragorosa risata e molti dissentirono col capo.

«Arnold?» disse Mark, chiedendo l’opinione all’uomo seduto accanto a me sul divano. Arnold Buckner era grasso, occupava due delle quattro piazze del divano rosa, ma era di un grasso fresco in quella torrida estate, forse per via dell’aria condizionata. La pelle rosea del suo viso era glabra come quella di un neonato ed emanava un buon profumo di lavanda, pungente al punto giusto. Un profumo di gelsomino con un pizzico di peperoncino, che credo gli venisse dalla lozione dopo barba che usava. Era rigorosamente pelato e dava l’impressione di un pascià o di un eunuco.

«Sono belle, sono belle» sentenziò con una voce argentea, l’eunuco.

«Levin?»

Levin era assorto, ma si risvegliò al richiamo di Mark. Portava una papalina nera sul cocuzzolo che gli copriva in parte la pelata. Le folte basette che si congiungevano in una barbetta caprina, confondevano la sua calvizie. “Ebreo.” pensai.

Levin alzò il capo e la sua espressione dolente fu una certezza: naso adunco, occhi socchiusi, labbra fini.

«Ne ho un vago ricordo,» esordì, «ma è chiaramente scritto.»

Si alzò in piedi e iniziò a recitare con gli occhi spenti e con un ritmico dondolare la testa e il busto. Stava pregando: «Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione. Parola di Dio».

Rimasi stupefatto dalla sua teatralità e, del resto, rimasi stupefatto da tutte le sue parole e, dopo tutti quei discorsi sulla prostituzione della donna, alla fine anche io fremevo per dire la mia.

«A me piacciono le tette grosse» dissi e atteggiai le mani in una mimica indicativa. Nessuno rise, alcuni sorrisero, ma di quel sorriso compassionevole che ne fa capire il lato dispregiativo.

«Tu Johan?»

«Sììì,» rispose Johan, «ma gli uomini sono uomini.»

Così disse con una mossetta.

“Chiaramente gay” pensai.

Mark si alzò. «Cari amici, grazie per essere intervenuti a questa piacevole serata.»

Finì lì. Dopo i saluti notai Mark che sussurrava all’orecchio di una bionda vistosa, poi mi si avvicinò e mi chiese se potevo accompagnarla a casa. 

«Certo, sì» risposi.

Durante il tragitto, le raccontai della mia figuraccia durante la riunione, così, per farla ridere un poco. Non rise, né disse nulla, solo qualche: Yeah o Aye. Quando arrivammo mi invitò a salire: «Would you like a drink?» mi chiese. Come avrei potuto rifiutare. Era pur sempre una donna: alta, bionda, ben fatta, sui quaranta, le cui forme esuberanti ricordavano un aspetto giunonico ma non era brutta, solo un po’ rotonda, però a guardarla bene, aveva più dei quarant’anni che le avevo assegnato e somigliava un po’ a mia madre, da giovane. Ma aveva una bella facciona simpatica e delle tette semplicemente stupende. Arrivati in casa, mi disse di chiamarsi Jane e di accomodarmi e servirmi pure, indicandomi il carrello dei liquori, lei sarebbe tornata subito. Mi versai un bourbon e mi sedetti sul divano, sorseggiando il whisky. Arrivò e, senza una parola, ritta in piedi in mezzo alla stanza, gettò la parrucca bionda e si tolse il vestito. Sotto era nuda, senza un pelo o capello; con i ballonzolanti, grossi seni e le cosce più che piene. 

«Allora? Come è andata ieri sera?» mi chiese Mark, a colazione. 

«Be… huh, auh, …ne» risposi, m’era andata di traverso, la pancetta. 

«Jane è una cara amica da molto tempo,» continuò, «cara e brava, solo trecento…» disse. «Non preoccuparti, è stato il mio regalo per il suo compleanno. Ieri ne faceva sessanta, il tempo passa.»

 

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Fine della fine, inizio dell'inizio

10 Giugno 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Gli amici che avevano abbattuto l'Impero ora stavano festeggiando nella foresta di Endor, tra canti e falò – nella cittadina lignea e sospesa degli Ewoks.

Gli Ewoks cantavano la canzone finale de L'Impero Perisce Ancora, uno dei famosi film fantastorici che formavano l'immaginario del Sistema Solare. C'era Babbo Naziale, trovato penzolante come un salume in una delle Sale del Supplizio. C'erano tanti Animaletti. C'era nonna. C'era Cagnolo. C'erano i genitori di Deia. La madre con una sciarpa fatta di alghe, forse rimastagli dal tempo del suo annegamento, e il padre un po' abbrustolito. C'erano molteplici bidelle, lavoratori, operai, sottomondisti – che bevevano, ballavano, cantavano. Bambini e bambinalieni che giocavano insieme. Pyotr che si grattava la testa, a braccetto con Madre Arlanovich. Crispin che osservava tutta la scena, appoggiato ad un albero. Deia si avvicinò e gli scivolò nella mano la propria mano.

I morti si dimenavano allegramente e scherzavano.

«Come hai fatto a fare la Torre Mobile? E la Cantina Cangiante? E a svegliare i morti?» chiese il figlio.

«Beh, è facile, individuavo le onde di probabilità quantistiche e le indirizzavo nella possibilità che mi serviva. Che ci serviva. Gli alieni in fondo al mare erano vivi o morti? Come si poteva sapere, se non eran stati osservati. Io li ho osservati come Schroedinger avrebbe osservato il proprio gatto nella scatola. Mica l'avrebbe voluto morto. E ho originato quella realtà: da Endor, pulsante della purezza della sua energia verde smeraldo»

«Scusa, ma tu non hai mai creduto alla fisica quantistica»

«Infatti. Io no. Ma loro sì.»

Crispin si girò e guardò il lettore, fuori dal libro, con espressione alquanto perplessa.

E vissero per sempre felici e contenti. Per quanto ci sia dato di sapere. Considerando inoltre che “sempre” è un'approssimazione un po' esagerata. In ogni caso, qualcosa del genere.

L'Impero del Bene era crollato.

La salute e il lavoro non erano più merce.

Lo stato non era più il comitato d'affari della classe dominante.

Il popolo non avrebbe più avuto dubbi sui fini delle sue politiche.

Il denaro era destinato a estinguersi.

La produzione sarebbe stata messa al servizio delle necessità umane.

I robot a lavorare per noi, e non contro di noi.

Gli alieni non avrebbero più dovuto scappare dai loro pianeti.

Perché non sarebbero più stati colpiti e sfruttati dall'Impero.

Una nuova era, piena di nuove premesse e antiche promesse, cominciava.

 

                                                                               

                                                                                         FINE

 

 

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Il Gigante di Smeraldo

8 Giugno 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

 

Tutto quel verde immacolato, quelle gocce pure di Endor – avevano trovato convergenza attorno a quel corpo. Endor era rimasta vergine, una sorta di riserva naturale del Sistema Solare, l'ultima rimasta. Se c'era ancora qualcosa di buono, era lì. Se c'era ancora qualcosa di genuino, era lì.

Se c'era ancora qualcosa che non era ancora stato contaminato dalla bugia della civiltà, era lì.

Se c'era ancora qualcosa che non era stato compromesso dall'Impero, era lì. Quella linfa era ricca di significati e di poteri che non esistevano più altrove. Quei significati e quei poteri si erano raccolti e amalgamati attorno a una figura, erano cresciuti su di essa, e l'avevano compenetrata, giacché pronta ad accoglierli e nutrirsene. Era cresciuta, era prosperata, si era espansa – quella fusione aveva dato nascita ad un essere nuovo – rigoglioso di verde smeraldo. La purezza di cui si era nutrito l'aveva reso incongruente con un ambiente che non avesse quelle stesse caratteristiche. E quel foraggio sano l'aveva reso così forte da essere in grado di non subire e piegarsi a un ambiente differente: ma di cambiare quell'ambiente perché raggiungesse quella condizione. Quell'impasto sovrumano di forza e incontaminatezza aveva trovato un cervello a cui aggregarsi – e che sapeva avrebbe fatto un buon utilizzo di questi doni: che li avrebbe fatti sbocciare e fruttare.

E ora era pronto. Era formato. E il momento era arrivato.

Aveva aperto gli occhi con un fremito. Si era scosso e alzato lentamente. E gli erano giunte vibrazioni lontane. I suoni di una lotta. Alcune figure famigliari. Circondate dai volti e dalle forze della sopraffazione. Ora toccava a lui.

Con un balzò si elevò al di sopra di boschi, foreste, fiumi, montagne, picchi, nuvole, cieli.

Quello stesso balzo gli permise di forare l'atmosfera di Endor – e conquistare lo spazio, spaventare le stelle. Con la mera propulsione di un sogno, i meccanismi della sua corteccia cerebrale, con l'algebra di un'astrofisica impossibile – saettò attraverso spazi siderali, proiettato come un fulmine verso il proprio obiettivo finale. Stelle scorrevano attorno come cartellonistica infuocata di una strada spaziale, pianeti rotolavano dietro di lui che era una scossa elettrica attraverso il circuito dell'universo, una cometa fragorosa che divorava le distanze, una freccia feroce scagliata dal futuro e mirata al petto ansimante del passato. E ora vedeva la Terra. Da un punto grigio-azzurro lontano sorse all'improvviso un geoide di spirali e vortici, circondato di stracci di nuvole scure che egli traforò ineluttabilmente accendendole di un bagliore, e non c'era il tempo di battere ciglia o alzare lo sguardo che quel dardo verde dagli abissi dello spaziotempo si schiantò contro il cuore pulsante dell'Impero devastando un'intera ala del Palazzo Arancione con un boato immenso e un fragoroso crollo di colonne e mattoni, il Gigante di Smeraldo si erse in mezzo ad allarmi sonanti, torri di fumo, urla, terrore, in mezzo a Forze della Sopraffazione pietrificate e incredule, a Ribelli che sapevano che il loro momento era arrivato e percepivano la bellezza e la vibrazione di giustizia che emanava e si propagava da quel titano – e bidelle, lontre radioattive, morti sfruttati e sfruttati a morte, alieni bruciati e annegati nel nome del caos, sirene, nonne, renne, inzaccherati, schiacciati, squassati, demoliti, frastornati, squadroni di generazioni drenate dei loro sogni e delle loro energie dagli Avvoltoi dello Sfruttamento, dalle Iene del Profitto, dai Cannibali dell'Universo si riversarono nella Casa del Potere che li aveva oppressi fino ad allora, per prenderne finalmente possesso – mentre il Gigante di Smeraldo si faceva strada fino alle Sale del Supplizio, scoperchiandone i soffitti, fino a scoprire l'Imperatore.

«ARRENDITI – NON HAI SCAMPO!» gli gridò all'unisono Grumpama con tutte le sue facce.

 

SPLAT!

 

rispose il Gigante di Smeraldo calando il macigno del suo pugno sull'uomo più potente del Sistema Solare. E sotto il pugno si spanse un colloso liquido arancione.

Con lui si dissolse l'intero Consiglio degli Imperatori. Clintush, Bushama, e tutti gli altri – si sciolsero come investiti da un bagno d'acido, e a loro volta divennero liquido vischioso fumante che corrodeva il pavimento con l'orrore della storia che fino ad allora avevano scritto. I robot accorsi in difesa dell'Impero si congelarono all'improvviso nel bel mezzo di una lotta o di un combattimento.

Le Milizie Imperiali caddero come fantocci, come sacchi vuoti, come tessere di un domino che aveva finito di dominare il Sistema Solare.

«Penso sia ora di uno spuntino» disse Crispin, ancora ingabbiato e ammanettato, la faccia circondata da Animaletti.

 

Continua...

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Rino

7 Giugno 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto, #vignette e illustrazioni

Disegno di Costantino Delfo

Disegno di Costantino Delfo

 

Al mattino non c’era anima viva e il fiume scorreva lento.

Al mattino raramente qualcuno entrava nel negozio, e se vi entrava ne usciva dopo un po’ in tutta fretta, quasi a non farsi scorgere, e la strada tornava immobile sotto il tremolio dell’aria torrida. Rino non usciva mai dal suo negozio: si faceva vedere solo al tramonto quando la via si animava, e si piazzava all’angolo dove il fiume faceva una pozza.

Era una bestia enorme, tutta muscoli e quell’angolo di fiume era suo. Gli altri animali bevevano un poco più in là, ma sempre con l’occhio attento.

Bello era bello, Rino, con i capelli neri e ricci che gli scendevano sulle spalle. Gli occhi non si vedevano, perché li teneva sempre socchiusi. Aveva un gran nasone, una bocca sensuale e due metri di fisico prestante, che spesso faceva vedere sotto il gilet indossato aperto sul petto. La pelle degli avambracci si gonfiava ad ogni movimento dei suoi muscoli.

Al tramonto, quando scendeva al fiume, sbirciava con gli occhi socchiusi le gazzelle che gli stavano attorno, ma anche qualche giraffa che passava con passo sinuoso e gli lanciava languidi sguardi.

Al calar della sera iniziava il lavoro vero e Rino non si distraeva più di tanto, continuando a sbuffare fumo dal sigaro che gli pendeva dalle labbra. C’era la fila lungo il marciapiede e Rino intascava i soldi, faceva un cenno alla ragazza più vicina, la quale prendeva a braccetto il cliente e insieme entravano nel negozio. Al bancone si trovava il vecchio, un cinese col codino e il pizzetto, che nonostante l’età avanzata provvedeva alla consegna della chiave. La coppia saliva per la stretta scala, che portava ad un corridoio ai cui lati si aprivano le porte della felicità.

Un’ombra scura si stava avvicinando alla pozza del fiume, era Oran, lo vide avanzare goffamente sulle quattro zampe. Quando il corpo si alzò eretto sulle zampe posteriori, apparve enorme. Rino lo riconobbe, Oran non doveva stare lì: viveva lontano dal fiume, dove la vegetazione era più folta, e aveva sconfinato. Quel tratto di fiume non era il suo territorio. Abbassò il capo e, ne era sicuro, il suo corno avrebbe infilzato l’intruso mentre sbatteva impavido i pugni sul torace. Attaccò e fu una sforbiciata del corno aguzzo a procurare il taglio all’arto del malcapitato, che si rimise sulle quattro zampe e scappò.

Era un nero grande e grosso quello che s’era avvicinato alla ragazza. “Guai in vista” pensò Rino “quello è Oran ed è improbabile che non sappia che questa è la mia zona e nessuno può introdursi qui.” Si avvicinò, scostando la ragazza: «Che fai qui negro? Sei un po’ lontano da casa tua» esordì. «Vaffanculo, bianco di merda» rispose il nero: non era una risposta gradita, ma Rino non si scompose e come per magia fece apparire la lama del serramanico tra le mani. Oran fece un passo avanti e si beccò uno squarcio sul braccio. Gli bastò e scappò via a gambe levate.

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Fuori dal Palazzo

6 Giugno 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Intanto la battaglia fuori impazzava. Stuoli di bidelle armate fino ai denti di detersivi, spugne e scope stavano devastando le Milizie Imperiali, i morti si buttavano come pesi morti sulle Guardie che cadevano e venivano rotolate fino a tombe e fosse, gli ex-operai, resi disoccupati dall'automazione, avevano rispolverato i loro strumenti e stavano sconfiggendo i robot smontandoli pezzo a pezzo con cacciaviti e chiavi inglesi, i sottomondisti ex-proletari e immigrati mettevano in fuga le orde dell'esercito, dotati di laser nucleari e armature in titanio, con il mero fetore del loro inzaccheramento o scrollandosi come gatti dopo un bagno indesiderato, e schizzandoli di indicibile materia organica, che loro rifuggivano urlando angosciati, e piangendo che le loro corazze erano fatte solo per essere sporcate del sangue, DEL SANGUE, dei loro nemici, non di altro – e infatti a contatto con la perniciosa materia cominciavano a fondere e bruciare inesorabilmente – il che la diceva molto sull'acidità digestiva delle classi superiori. E non era tutto, perché chi stava guidando alla carica le lontre radioattive del Fiume della Morte? Ovvio, cari amici, era proprio lei, Deia, che con il suo canto di sirena le aveva conquistate – salvandosi - e arruolate per un blitzkrieg di rara ferocia roditrice: balzavano sui Rullastrade e conficcavano le loro estremità odontoiatriche in ogni dove, scardinandole in mille pezzetti, saltando in faccia ai piloti e dirottandole fuori strada o su qualche malcapitato drappello imperiale, se non contro lo stesso Palazzo Arancione, che bisognava ormai penetrare, quando – proprio mentre un tale passava in mutande accompagnato da alcune guardie -

 

BUM

 

si udì un boato dirompente, come un fulmine dallo spazio

 

e

 

 

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La Tecnica della Mutanda

4 Giugno 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

In ritardo rispetto agli altri Animaletti comparve, rallentata dal lento procedere su mini-stampelle, anche Mamma Ingorda, colei che si era suicidata durante il cambio di gabbia tempo prima gettandosi dalla finestra. Arrivò davanti alla faccia di Crispin ancora ingabbiata e gli diede uno schiaffo con la zampa.

Questo fu il massimo della tortura.

Dopo aver assistito a questo massacro del concetto di supplizio per tutto il tempo da dietro una parete a specchio, irruppe spalancando una porta nientemeno che il presidente imperatore Grump esclamando con disgusto, protervia, scandalo, sgomento e lapilli di saliva sparsi ovunque ma comunque con molta grazia: «Ma che straporcodiamine sta accadendo qui

Un funzionario, scartabellando una cartella tecnologica touchscreen, rispose: «Oh, uh, pare ci sia stato un errore... gli Animaletti erano l'incubo preferito di un altro ostaggio, un certo signor Smith, Winston Smith... Ci dev'essere stato uno scambio...»

Il solenne governatore del sistema solare si diede una pacca incredula sulla fronte.

«La paura dominante del signor Arlanovich è quella di uscire di casa e accorgersi, una volta arrivato in centro città, di essere effettivamente in mutande. Su ciò avremmo dovuto agire»

«Va bene. Sarò calmo. Sarò comprensivo. Sarò riflessivo, pacato ed equilibrato – come mi ha consigliato lo Psicoanalista Imperiale. GUARDIE, PORTATE L'EQUIPE DI QUESTA SALA AL DISINTEGRATORE E RIDUCETELI AI MICROBI CHE SONO!»

Il Nondottore fu così colpito da quelle parole che gli cascò la mascherina di faccia e bofonchiò «Ma... ma... ma... Mio Signore, ci dia qualche attimo, possiamo passare alla Tecnica della Mutanda il più veloc...»

In quel momento si udì un gigantesco boato.

 

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La Camera del Supplizio

2 Giugno 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Fu malamente depositato su un freddo e scomodo sgabello in una stanza neutra, algida, clinica – circondato da Guardie Imperiali e da un funzionario di cui si intravedevano solo gli occhi, il resto del volto era occultato da una mascherina medicale e la fronte chiusa da una cuffia che circuiva la testa. Era a pois.

«Salve!» gli disse il funzionario. «Benvenuto nella Sala del Supplizio!».

Crispin immaginava stesse sorridendo, entusiasta e gioviale, sotto alla mascherina, ma non poteva esserne certo. Di certo era evidente che gli piacesse il suo lavoro. Qualunque esso fosse.

Un urlo quasi squarciò la parete, da una stanza a fianco.

«Non si preoccupi, è solo il mio collega impegnato con un altro 'paziente'» lo rassicurò, poi fece una pausa, finalmente lo guardò e con voce confidenziale gli chiese: «Allora come ci sentiamo oggi? Non c'è niente di meglio che un 'paziente' in forma per trarre soddisfazione dal proprio lavoro. Probabilmente avrà avuto l'impressione che io sia un dottore. Ma non è proprio così. Vede... possiamo darci del tu? Vedi, in realtà io sono, diciamo, l'esatto contrario di un dottore» e mentre offriva questa autodefinizione professionale, armeggiava con strumenti tintinnanti e affilati, con rotelle che sembravano in grado di tagliare facilmente, non so, per esempio anche della pelle, e altri che potevano essere, non so, trinciacapre, sgozzacammelli o strozzapapere. Museruole a forma di faccia, pinze, schiaccianoci inquietanti, spremiagrumi luccicanti. La pinza, notava mettendola maggiormente a fuoco, aveva a dire il vero qualcosa di scuro, scuro ma tendente al rossastro. Forse ruggine?

Crispin era confuso, e, ammettiamolo, anche un po' allarmato. Gli pulsava terribilmente la testa, e respirava in modo vagamente asmatico.

«Allora, piccolo Crispin?»

«Piccolo?»

«Non sei il figlio di Pyotr?»

«Sì, ma sono adulto.»

«Va bene. Non perdiamoci in pignolerie. Allora, adulto Crispin,» e fece una pausa riempita da un lungo respiro «ti devo chiedere di essere molto gentile con me. Sai, ho avuto una giornata difficile. Vorrei mi venissi incontro.»

«Non posso. Sono legato.»

Il Non Dottore accolse l'obiezione chiudendo gli occhi, assorbendo il fastidio e l'impazienza causati dall'acuta obiezione.

«Crispin. Non intendevo in senso fisico. Non interrompermi. Dicevo. Sii gentile. E non interrompermi. Perché ho avuto UNA GIORNATA PIUTTOSTO DIFFICILE» e pronunciò l'ultima frase in un crescendo vocale, alzando il volume e la presenza, e la larghezza, e la pesantezza della voce fino a raggiungere un grido rauco nelle ultime sillabe. Crispin deglutì con gli occhi sbarrati. Non osava batter ciglio. Ora si sentiva bagnato in faccia. Ok. Stava sudando. O forse aveva iniziato a piangere. Non si sentiva particolarmente lucido. Ma, lucidamente, sperava di non bagnarsi anche altrove. Il Non Dottore fece un altro respiro complicato e, gli parve tornò a sorridere.

«Sai, il tuo amico? Come si chiama, Santo Adolf? Beh, gli ho fatto delle domande. E proprio non vuole rispondere. Non lo trovi sgarbato? Non lo trovi poco educato? Io sì. E quindi abbiamo dovuto fargli qualche trattamento, sai, qualche trattamento per sciogliergli la lingua, perché, abbiamo pensato, forse ha solo il muscolo della lingua un po' indolenzito, un po' bloccato, e dobbiamo aiutarlo» si fermò e guardò il pavimento pensoso, annuendo.

«E quindi, abbiamo proceduto. Hai sentito l'urlo di poco fa? Probabilmente era il mio assistente che finiva di aiutarlo». Percepì la mascherina frusciare come se fosse stata increspata dall'interno. Un sorriso più largo, pensò il piccolo Crispin.

«E ora tocca a te». Gli mise le mani sulle spalle sporgendosi su di lui.

«Crispin. Non fare il difficile. Perché ho avuto una giornata difficile. Quindi non mettermi in difficoltà. Crispin. Dov'è Pyotr?»

Crispin deglutì di nuovo.

«Non lo so?»

«Crispin. Allora sei un po' stronzo. Ok? Un po' stronzo. Chi meglio del figlio può sapere l'ubicazione del padre?»

«Il Ministero delle Tasse?»

Il Nondottore sembrò colpito. Si girò verso un assistente. «Tu, chiedi informazioni al Ministero delle Tasse, non si sa mai» e quello scattò fuori dalla stanza.

«Intanto, noi continuiamo, caro Crispin. Crispin. Non mi sembri molto intenzionato a collaborare – hm? La verità è che non vuoi rispondere. Puoi ammetterlo. Non cambia nulla.»

«Ma no, è proprio che... Insomma, non ho...»

Come capita spesso nelle conversazioni stereotipate, l'interrogatore spense la risposta con un gesto della mano.

«Non importa, non importa – non mi interessa. Io credo che tu abbia bisogno di aiuto».

Schioccò le dita. Il prigioniero venne prelevato con l'usuale grazia imperiale, sbattuto su una sorta di poltrona dura e spigolosa, i polsi fermati da strisce di metallo fuoriuscite automaticamente dai braccioli. Una cintura toracica della stessa materia lo strinse allo schienale. Altre costrizioni fisiche gli legarono le gambe e la vita. Una sorta di passerella gli fu infilata sotto il mento e si chiuse sulla nuca.

«Crispin. Caro Crispin» ricominciò il Nondottore, camminando avanti e indietro per la stanza. «Ti abbiamo studiato. Ti abbiamo osservato. Analizzato. Ti abbiamo compreso. Non c'è nulla di te che ci sfugge. Sappiamo le tue inclinazioni. Le tue reazioni. Conosciamo le tue paure»

Si fermò a guardarlo. «Benvenuto nella Sala del Supplizio».

Una sorta di condotto trasparente gli fu applicato e forzato sulla faccia.

«Crispin, dov'è Pyotr?». Il condotto fu agganciato alla passerella.

Crispin era ipnotizzato da quelle manovre, e osservava il tutto come se fosse fuori da sé stesso, e sé stesso fosse qualcun altro.

«Crispin, dov'è Pyotr?»

«Beh... io... non lo so...» si sentì balbettare.

«Non è la risposta che voglio sentire.»

L'altra estremità del condotto fu agganciato ad una nicchia sulla parete, chiuso da un doppio sportello.

«Crispin, puoi ancora salvarti, se mi dici dov'è Pyotr».

Cominciò a sentire grattare dietro quello sportello. Cominciò a sentire strani versi non umani.

«Lo sai cosa c'è là dietro, Crispin?» fece una pausa.

«C'è il tuo peggiore incubo. Che ti strapperà la faccia. Ti scalzerà i bulbi oculari. Ti scaverà le orbite. Dov'è Pyotr, Crispin?»

Ma egli era imbambolato, raggelato, pietrificato, privo di risposte e di vie di fuga.

«Crispin. Ora voglio sentirti urlare. Urlare può far bene. Hai avuto la tua chance»

Fece un cenno ad un sottoposto in grembiule medicale. Il sottoposto agì su un interruttore.

L'interruttore agì sul doppio sportello. Si alzò il primo. Dietro c'era il secondo, diviso in due metà metalliche.

«E così sia» disse il Nondottore.

Le due metà spalancarono all'improvviso la nicchia spostandosi subitaneamente di lato.

Ne seguì un frullare di orde di zampe, un luccicare di piccole, ma acuminate, micidiali zanne, una rincorsa di esseri nervosi e affamati che si lanciavano verso un potenziale, succulento pasto a placare la loro feroce fame divorante. Si calpestavano e intrecciavano correndo follemente lungo il condotto trasparente, verso la faccia di Crispin.

Sempre più vicine alla faccia di Crispin.

Vicine alla faccia di Crispin.

Sulla faccia di Crispin.

«Timbuctù, Antanarive, Kuala Lumpur!» urlava Crispin a occhi serrati, vedendo la propria faccia che cominciava a staccarsi a pezzi, scampoli e veli di carne sotto l'assalto delle bestie, percependo l'umido del sangue scorrergli addosso.

Ma lo vedeva solo nella propria testa. E quell'umido...

Lo stavano leccando. Non lo stavano sbranando. Non gli stavano scavando gallerie in faccia, nei bulbi oculari, nel naso, nella bocca, nella gola. Lo stavano leccando.

Aprì gli occhi, e si mise a ridere sconnessamente.

«Ma che diamine...» imprecò il Nondottore stupefatto, attonito, confuso e deluso.

Erano gli Animaletti. I suoi amici Animaletti. Avevano ritrovato l'amico che li nutriva a casa.

Sembrava indelicato accingersi a divorargli la faccia.

 

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La Morte Rossa

31 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Intanto le Flotte Spazzapianeti spedite dal Consiglio degli Imperatori si avvicinavano a Marte, sede della NovoVodka, della Seul del Nord, della NeoPersia, della Repubblica dei Ming, in sintesi – e per fare prima - di un po' tutti i nemici che avevano scacciato dalla Terra. Anche loro avevano sintetizzato ribattezzandola per l'occasione La Morte Rossa, giacché intendevano far esplodere il malvagio pianeta proprio come era stato fatto esplodere la Morte Nera in Guerre Stellari. Nella loro fantasia credevano davvero che il nomignolo autoaffibbiatosi di Impero del Bene corrispondesse a qualcosa di reale. Ora, l'unico problema è che la NovoVodka aveva dei sistemi di controllo molto affinati. Si rischiava che registrassero l'arrivo dei Missili Spazzapianeti e ricambiassero la cortesia, col il potenziale risultato finale della mutua distruzione. Oppure sarebbero riusciti a intercettarli e distruggerli in volo. Il tutto, invece di risolversi in una veloce esplosione planetaria come tante, ovvero come tante volte avevano portato a termine nei confronti di pianeti sgraditi ma scarsamente dotati di difese e tantomeno di Missili Spazzapianeti, poteva invece diventare una lunga e tragica guerra interplanetaria, la vera e propria Terza Guerra Interplanetaria. Ma, del resto, il Consiglio degli Imperatori sentiva la mancanza di un po' di movimento, di sfida e di brivido, di sgranchimento di falangi nello schiacciamento di pulsanti nucleari – anche loro dovevano pur divertirsi in qualche modo. Il fatto che ciò potesse determinare lo sterminio di qualche miliardina di abitanti rientrava nelle regole del gioco, era parte dello spasso.

Ad ogni modo Flotte e Squadriglie Imperiali schiacciarono improvvisamente il naso contro un ostacolo invisibile. A quanto pare la NovoVodka aveva attivato un qualche scudo spaziale attorno al pianeta rosso. Una vera scocciatura. I Paladini del Giustezza, gli Aggressori per il Bene di Tutti, erano ora costretti organizzare un gruppo di lavoro per perforare, trapanare, trapassare lo scudo e ciò richiedeva un po' di tempo. Sbuffando, si misero all'opera. La Distruzione Totale – per quanto non fosse ancora perfettamente chiaro di chi – era solo rimandata di poco.

Nel frattempo, il Gigante di Smeraldo si svegliava su Endor.

 

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