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Ortensia

12 Marzo 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto, #psicologia

 

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

Ortensia ha diciassette anni, capelli lunghi, lisci e biondi ma spenti, proprio come i suoi occhi grigi che hanno deciso di incrociare di rado quelli di un’altra persona. Come un animale impaurito, Ortensia non si fida più o, forse, non si è mai fidata, neanche di chi le sta accanto e, adesso, ha iniziato a dubitare anche di se stessa. In realtà, sono già quasi due anni che l’intero corpo di Ortensia, da sempre esile e spigoloso, non somiglia più a quello di una di quelle antilopi graffite sulle pareti delle caverne nel Sud della Francia che tanto l’avevano impressionata da bambina e nelle quali si era subito riconosciuta. Persino i maschi della sua classe non si sorprendono più della magrezza di Ortensia come facevano all’inizio, quando la sua bellezza di fanciulla ad un passo dall’adolescenza aveva iniziato a sbocciare, attraendone le attenzioni. Inizialmente, anche loro - i ragazzini che le giravano intorno - erano stati sopraffatti, sebbene non riuscissero a comprenderne l’essenza, da quella tensione verso il sublime che albergava in Ortensia e che era capace di farsi strada anche a dispetto delle piccole mortificazioni che lei, in segreto, aveva iniziato a sperimentare su se stessa. 
Prima atti quasi impercettibili, come un’insolita trascuratezza nell’acconciarsi i capelli o nel vestire, un’unghia sanguinante, un piccolo graffio sul dorso della mano o sulla guancia, poi addirittura qualche livido e ancora un taglio più profondo sull’avambraccio che lei sembrava voler mantenere sensibile ripercorrendone la lunghezza con le dita. 
In seguito, quell’inquietudine si era fatta palese e mentre i maschi della sua classe avevano preferito orientare i propri interessi verso le altre più fulgide compagne, quelle stesse femmine avevano cominciato a bisbigliarsi strane cose su Ortensia: gradualmente aveva cominciato a girare sempre con più insistenza la voce che i pantaloni che Ortensia indossava così mollemente sulle gambe o le felpe che sembravano diventare più grandi settimana dopo settimana, fossero le prime evidenti tracce della sua difficoltà a mangiare con regolarità. Ortensia - dicono queste stesse voci - non si vuole bene o, piuttosto (come aveva spiegato l’insegnante di latino e greco in uno dei tanti giorni d’assenza che avevano cominciato a riempire il calendario scolastico) Ortensia si vede grassa. 
Quelle frasi sono arrivate anche alle orecchie di Ortensia e ora lei non può fare a meno che convenirne, perché - sebbene le curve intorno ai suoi giovani fianchi siano da tempo sparite e, persino, i suoi capezzoli paiano rimpiccioliti ed avviarsi ad una forma che somiglia sempre più a due mirtilli abbandonati su di un petto che ha perduto ogni morbidezza - preferisce trascorrere interi pomeriggi da sola, restandosene chiusa in camera sua, dove l’unica cosa che riesce a fare sollevandosi dal letto, è guardarsi per lunghe, interminabili sessioni, allo specchio. Sempre lì dentro, chiusa tra le pareti della sua camera, Ortensia si pesa, almeno cinque volte al giorno, provando a misurare l’effetto che le fa uno dei suoi pasti che oramai ha ridotto ad una mezza confezione di mais, una barretta di cioccolato, due fette biscottate col the o quattro mandorle sgusciate. 
Questi cibi Ortensia li consuma quasi sempre da sola e li preferisce a quei pochi pasti cui è oramai obbligata in compagnia dei genitori. In queste occasioni, lei si mette a tavola con una sensazione di sopraffazione, come di chi sia stata obbligata a commettere un peccato, e con l’immane sfinimento derivante dal dover ripetere ciò che da tempo le appare come un’inutile messinscena. Una recita in cui Ortensia - figlia unica di due persone che non hanno mai parlato molto tra di loro, salvo quando sono in presenza di estranei, e che da subito han deciso di non tacere ad Ortensia la sua adozione - interpreta la parte di una ragazza timida e silenziosa. 
Per la verità, circa un anno fa sua madre s’è accorta che qualcosa non va ed ha intuito che per Ortensia mangiare sta diventando insopportabile. Perciò, dopo i primi digiuni e le fughe in bagno di sua figlia, la mamma ha deciso di far sparire le chiavi di tutti e due i bagni. Ortensia ha però escogitato una strategia alternativa: lei si libera del cibo direttamente in camera da letto e lo fa infilandosi un lembo del lenzuolo in bocca, provando a spingerselo fin dentro la gola e, se trattiene per qualche istante il respiro, le viene poi naturale deglutire fino al momento in cui il cibo, che Ortensia controvoglia ha dovuto ingoiare a tavola, comincia finalmente a ripercorrere il tragitto inverso risalendo su per l’esofago per riaccumularsi di nuovo in bocca, pronto ad esser espulso. Lei, quel cibo lo vomita in una busta che l’indomani, lungo il tragitto verso scuola, può eliminare. 
Sebbene non lo ammetta apertamente a se stessa, Ortensia ha cominciato a desiderare di vedere assottigliare sempre più il suo corpo proprio per poter sembrare ancor più uguale ad una di quelle gazzelle stilizzate sui muri delle caverne. Ma altre volte, lei si immagina come un solo filo d’erba: lungo, liscio e senza sporgenze, indifferente persino alla siccità e all’assenza totale di nutrimento e di luce. Ed è proprio questa immagine del filo d’erba che Ortensia ha scelto per descriversi con lo psichiatra, Esperto di disturbi del comportamento alimentare, come ha letto sulla targa d’ottone dello studio dal quale, da circa due mesi, ha accettato di andare. Ma se Ortensia l’ha fatto è proprio col preciso e lucido intento di far rientrare quell’improvvisa attenzione che alcuni professori, e in seconda battuta sua madre, hanno cominciato a riversare su di lei. La cosa, infatti, che maggiormente la disturba è avvertire quel preoccupato, a volte morboso interesse concentrato proprio su quel che mangia o ha smesso di mangiare. Per quale motivo - si chiede ormai retoricamente Ortensia - non può essere libera di ingoiare quello che desidera e, soprattutto, di stabilire da sola cosa e quanto sia sufficiente al proprio organismo? 
Perciò, pur di far cessare quella fastidiosa apprensione esterna, due volte a settimana - ogni lunedì e giovedì pomeriggio - Ortensia ha acconsentito a lasciarsi ispezionare e, in molti casi, a farsi martoriare l’anima, in quello studio medico dove ha negoziato di poter essere condotta e riportata a casa da sola a bordo dell’auto di servizio del padre. 
Già dal secondo incontro con il medico, quando lui ha spiegato ad Ortensia che il suo problema dipenderebbe da un bisogno di attenzione, divenuto viscerale sin dalla sua prima infanzia, lei ha realizzato che quell’uomo dal profumo di colonia così invadente non sarebbe stato in grado di capire un bel niente. E a nulla è servito ad Ortensia provare ad obiettare a quella sentenza il fatto che lei non provi alcun bisogno di attenzione ma, al contrario, desideri esser lasciata in pace e per conto proprio, in quanto del cibo - come  dell’amicizia e dell’amore - lei non sente al momento alcuna necessità. 
In cuor suo, Ortensia ha anche pensato dal secondo incontro con quel medico che, forse, avrebbe potuto rendere quelle sedute meno estenuanti se avesse confidato di aver provato attrazione e interesse in passato per qualcuno, invece di continuare a ripetere di non aver alcun interesse né per ragazzi, né per ragazze. Le è accaduto - ha narrato perciò - che, quando era poco più che una bambina, si era invaghita di un amico incontrato il primo anno delle sue vacanze-studio in Inghilterra. Se ben ci pensa un interesse simile le si era riproposto almeno altre due volte con un altro ragazzo, di qualche anno più grande di lei, figlio del benzinaio della pompa sotto casa. Ma poi è capitato che Ortensia abbia pensato di non esser lei la persona giusta o, viceversa, che quel ragazzo abbia fatto o detto qualcosa di sbagliato capace di farla immediatamente ravvedere.  
Oltre ad incontrare lo psicologo e, sempre per esser lasciata in pace, Ortensia ha accettato di sottoporsi ad un programma di alimentazione controllata, secondo il quale lei è libera di scegliere da sola il cibo senza dover ascoltare le suppliche e le prescrizioni della madre. Adesso è qualcun altro che pesa gli alimenti al suo posto e soprattutto (circostanza inizialmente sottovalutata da Ortensia), i suoi pasti li deve consumare in presenza non più dei genitori, ma di una giovane donna, una dottoressa, Daniela, che appunto fa la nutrizionista di mestiere. È Daniela ad esser stata incaricata di assicurare la rieducazione alimentare di Ortensia. Ma dopo le prime volte in cui i pranzi con la dottoressa si sono rivelati se non interessanti, almeno sopportabili, Ortensia ha avuto la sensazione che quell’estranea la stesse trattando come un animale d’allevamento destinato al macello ed obbligato ad ingurgitare razioni alimentari al limite della sopportazione. Perciò, pur sforzandosi in sua presenza di consumare tutto il cibo proposto, Ortensia ha iniziato a percepire la presenza di Daniela una volta al giorno come una nuova tortura, anch’essa intollerabile, al punto da sentirsi impazzire e da dover inscenare malesseri che la costringono a letto. 
Infatti, quello che sempre più snerva Ortensia è che qualcun’altro - sua madre, suo padre, il suo psicanalista e adesso Daniela - abbia comunque il potere di imporle quantità di alimenti che lei non considera affatto necessarie alla propria sopravvivenza. Perciò, sebbene abbia acconsentito a sedersi di nuovo a tavola almeno una volta al giorno, ad orari prestabiliti, in compagnia di Daniela e per un tempo non inferiore a venti minuti (tempo che lei stessa cronometra azionando il timer del microonde), ogni volta che ritorna in camera sua non può evitare di infilarsi l’angolo del guanciale in bocca per provocare il vomito e liberarsi di quella piccola massa melmosa, riversandola dentro un’altra busta di plastica che butterà in seguito. 
Negli ultimi giorni Ortensia non può smettere d’immaginare con sempre maggiore orrore l’ago della bilancia che si avvicina di nuovo, pericolosamente, ai quarantasette chilogrammi e ciò che la ossessiona di più è l’idea che il proprio stomaco sia stato di nuovo riempito di alimenti pronti a trasformarsi in altro grasso. Perciò, tutto quel cibo lei non può tenerlo dentro di sé, non può aspettarne la digestione e quindi l’assimilazione. Occorre disfarsene come lei ha imparato a fare, oppure bere subito moltissima acqua, così da dilatare un poco lo stomaco, quel tanto che può arrestarle il vomito in presenza di Daniela. Dopo, in camera sua, quando il pianto l’avrà calmata ed avrà recuperato il coraggio e il controllo di sé, il vomito arriverà da solo, senza bisogno di usare le mani o la stoffa del cuscino. E non le importa che lo psicologo non creda che lei ami sentire la propria pancia brontolare, vedere la lancetta della bilancia girare in senso antiorario restando al di sotto dei quarantasette chili, né quanto sia importante per lei vedere e poter tastare le proprie ossa o ascoltare il sangue fluire nelle proprie vene
Per Ortensia, tutti quelli sono desideri legittimi. Poco le importa se qualcuno li considera sintomi di una malattia o altro. Lei soltanto è in grado di capire ciò che può farla sentire a posto. È per questo che lo scorso ottobre si è iscritta in palestra e da allora ci sta andando ogni volta che se la sente. Spesso il sabato quando non deve andare a scuola. 
Anche oggi, proprio come la scorsa settimana, Ortensia ha già fatto la prima ora di spinning e da meno di dieci minuti è ritornata nuovamente nella Sala Bike e sta montando sul sellino per una seconda lezione. Sebbene Mario - l’istruttore che Ortensia preferisce perché sa accompagnare la lezione con la musica Disco o R & B che più le piacciano – le abbia raccomandato nell’allenamento precedente di non sforzare troppo, lei è di nuovo salita in bicicletta. 
Lì seduta, mentre il cardiofrequenzimetro inizia a segnare una media di battiti superiore a centocinquanta e con la musica anni Settanta pompata nelle orecchie, Ortensia prova l’eccitazione che le sale dalle gambe mentre ha ripreso a pedalare senza mostrare alcun segno di cedimento, anzi sollevandosi appena dal sellino per assecondare con le pedalate il ritmo che risuona nelle casse. 
La sua capacità di pedalare senza sforzo dopo un’ora di lezione è la dimostrazione di quello che lei sostiene da sempre: tutto è comandato solo dalla mente e, se è la mente che lo desidera, non vi è stanchezza fisica o cedimento che il corpo non possa tollerare. 
Ed è una sensazione talmente bella quella che prova Ortensia in questi momenti, una sensazione che l’avvicina ad uno stato di quiete senza tempo - una condizione nella quale lei non deve più curarsi di dare risposte e di fornire spiegazioni su quello che fa e non fa. Per questo, anche quando le pare che il fiato si stia appena spegnendo e che i contorni della sala oscillino intorno a lei, prima in una direzione e poi nell’altra, Ortensia continua imperterrita la sua scalata lungo la pendenza immaginata e scandita dalle esortazioni del nuovo allenatore. 
Non importa che sotto i pedali non avverta più alcuna resistenza, né che le braccia non si sforzino più di sorreggere il busto tutto proteso in avanti o che le mani abbiano allentato la presa sui manubri e, sotto le tempie, il sangue abbia iniziato a pulsare sempre più potente e ad una velocità sconosciuta fino ad allora. Né importa che dopo qualche minuto dalla ripresa della corsa, il suo cuore è attraversato dalla corrente di un fulmine che la squarcia da capo a piedi, e qualcuno si sia già chinato su di lei. Non le importa di sbarrare quegli occhi grigi e dischiudere la bocca in una smorfia di disgusto. Lei ha preso le distanze da tutti. Soprattutto da quelli che continuavano a dirle cosa è bene per Ortensia e cosa non lo è come se fossero dei giardinieri esperti ed avessero a che fare con una delle piante di cui porta il nome e non con un essere umano. 

 

Il disegno a china è di Clara Garesio

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