Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Di buon'ora

16 Luglio 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

 

Da oltre quaranta anni Gianni si alza di buon’ora. Negli ultimi anni poi, proprio quando la notte cede il passo alla prima luce del mattino, lui ha preso l’abitudine di indossare abiti comodi, ficcare i piedi nelle scarpe lasciate all’ingresso e far scattare un paio di volte il gancio del guinzaglio di Full, quel tanto che serve a svegliare il suo cane, per uscire di casa.

Giù in strada, lui e Full fanno quasi sempre lo stesso percorso: marciapiede di Via Ricasoli, portici intorno a Piazza Vittorio e, a meno che non piova al punto d’accorciare la passeggiata, arrivano a Via dello Statuto e, da lì, attraversando Via Merulana, raggiungono il Colle Oppio.

Sia all’andata che al ritorno, Gianni e Full si muovono in completa e silenziosa armonia. Nella passeggiata di mezzogiorno o in quella della sera, loro due conservano la propria, distinta, identità al punto che, sebbene si dirigano verso la stessa meta e da questa, ugualmente insieme, facciano ritorno, ciascuno pare animato da pensieri e movimenti che non sempre coincidono. Di buon’ora, invece, l’uomo e il cane si aggirano per le vie del quartiere come parti di uno stesso corpo: rallentano, si fermano e riprendono a camminare, senza che l’uno contrasti, neanche marginalmente, con l’altro. Gianni modera il passo come anch’egli desideroso d’annusare qualche ruota, un angolo di marciapiede o un avanzo di cibo e Full riduce la propria andatura, alcune volte scodinzolando, altre volte mettendosi seduto ad aspettare che Gianni abbia scattato, come ha preso l’abitudine di fare da qualche tempo, una fotografia ad uno dei tanti barboni che dormono sotto i portici della piazza o, quando la stagione è più calda, tra i giardini del Colle Oppio.

Gianni ha iniziato ad alzarsi di buon’ora al tempo in cui s’è trasferito a Roma, da quando, per evitare il traffico e la calura che ingabbiavano l’ultimo piano della casa di Largo Preneste, ha cominciato a puntare la sveglia alle cinque del mattino; qualche volta addirittura prima. È a quel periodo che risale la scoperta di un piacere di cui Gianni non si è più voluto privare. Anche negli anni seguenti, quando è diventato ricercatore dell’università e, più tardi, professore, Gianni ha rinunciato a questa abitudine solo in casi eccezionali. Negli ultimi anni, poi, alzarsi anche solo un’ora più tardi ma avere intorno a sé voci, rumori, immagini, tutto già nitido, gli è diventato insopportabile: è come se il suo cervello per mettersi in funzione, per esser in grado d’affrontare la giornata, il traffico, la metro, gli studenti e ogni altra quotidiana attività, avesse bisogno di far succedere al sonno una serie di istanti vuoti, uno spazio che, pur non rimanendo completamente astratto come nel sonno, venga a popolarsi a poco a poco.

Anche quando la sua casa si è andata progressivamente riempiendo di altre presenze, Gianni ha usato quelle prime ore del mattino per prolungare la dimensione ovattata in cui, mollemente e in solitudine, si è dedicato ad attività apparentemente inutili, come starsene seduto qualche tempo fuori sul terrazzino ascoltando i primi rumori della città mentre si fa giorno, oppure restare immobile contro lo stipite della porta, davanti ai letti dei suoi due figli, ancora addormentati. È stato proprio nei loro primi anni di vita che Gianni ha iniziato a osservare quelle creature così uguali immerse nel sonno e a domandarsi se potessero esser animati pure da sogni identici.

Molti anni più tardi, quando Lucia e i gemelli se ne sono andati, Gianni s’è disfatto definitivamente dell’orologio sul comodino, proprio come se tale gesto suggellasse la conquista di un piacere antico da cui, adesso, nessuno più avrebbe potuto distoglierlo: da quel momento è stato lui il signore assoluto di quello spazio e di quel tempo che iniziano quando non puoi dire se è ancora notte oppure è già mattino, e che vorresti prolungare all’infinito.

Di buon’ora, attraverso gesti lenti, articolando pensieri corti, Gianni è divenuto sempre più capace di assaporare ogni istante di tale dimensione: adesso sa riconoscere e assecondare i percorsi liquidi che la sua mente fa passando gradualmente dalla formulazione di idee pure, primo abbozzo di logica, ad un’articolazione appena più complessa, in cui la sintassi scivola da un’idea principale, nutrita al più da una dipendente, verso nuovi e inaspettati legami di coordinazione. In questa condizione, Gianni avverte sempre lo stesso stupore che s’accompagna al venire a galla dei propri sensi, uno ad uno senza fretta: a volte è il fruscio delle lenzuola sul pigiama, altre lo stridere di un motore giù per strada da una distanza che non puoi ancora definire, altre ancora è il rumore di un treno che inizia il proprio viaggio. E benché le immagini dalla finestra della sua camera gli appaiano sempre uguali, tutto questo scorgere, annusare, ascoltare la città, è per lui parte di un rito che ha bisogno di pochissime parole dette o ascoltate. Di buon’ora, infatti, le frasi che Gianni pronuncia sono brevi, al limite dell’essenzialità: sono esortazioni al suo cane, come un “andiamo” o un “si torna”, un augurare “buongiorno” con un sorriso colmo di gentilezza ad un barbone lungo la strada o un “come va?” domandato a Habib, il giornalaio che, per un tempo, Gianni ha ospitato in casa sua.

Ma stamani Gianni sa d’essere pronto: Asunción, la nuova donna peruviana che da circa un mese lo aiuta in casa, pare in grado di poter finalmente badare anche a Full e pure il cane non sembra avere più paura di lei.

Di buon’ora, come sempre, Gianni ha aperto gli occhi, ha scostato il lenzuolo da sé, si è alzato per avviarsi lungo il corridoio; supera il bagno, mollemente oltrepassa pure la cucina ed arriva al terrazzino. Lì fuori è sempre così bello assaporare quei primi brividi che ti salgono appena lungo le gambe e, stamani, giù in strada non s’avverte alcun rumore, pure i furgoni del mercato paiono silenziosi. E tutto intorno c’è la brina: è lì, proprio sulla tovaglia di plastica del tavolo e la si riesce a vedere sulle piante, ferma sulle foglie del limone che a quest’ora paiono brillare quasi fossero pezzetti di lamiera appena illuminati dalla luce.

Gianni si siede, di nuovo immobile qualche istante, appena il tempo di tirare un paio di lunghi e profondi respiri. Poi, lentamente, si alza, avvicina il tavolo alla ringhiera e con un movimento in due tempi, decide di salirci sopra: che spettacolo da quell’altezza! Si possono vedere i binari fin giù all’acquedotto e, più lontano, l’intero profilo disegnato delle montagne che sembrano illuminate da un neon. Se poi si volge a destra, oltre la prima fila di palazzi, riesce a distinguere persino i tavoli e le sedie ancora impilate sulla terrazza del Radisson. Se gira, invece, la testa verso sinistra, in-travede addirittura le chiome delle palme e dei platani più alti di Piazza Vittorio. Se poi guarda in basso, Gianni può, finalmente, lasciarsi cadere. E lo fa.

Condividi post

Repost 0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:

Commenta il post