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Rosa

14 Luglio 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

 

 

 

Non ha mai detto a nessuno quando esattamente l’ha scoperto, o meglio, quando le è accaduto di conquistarne una piena consapevolezza che quel gesto costituiva il solo, possibile, rimedio. È certo che per giungere a quella soluzione Rosa ha seguito un estenuante percorso empirico fatto di tentativi innumerevoli che - ora perché complessi, ora perché infruttuosi - l’avevano di volta in volta condotta a disperare di poter definitivamente controllare quella paura di esser inadeguata e incapace di fronteggiare i possibili imprevisti e le contrarietà con cui tutti, prima o poi nella vita, devono fare i conti.

Per Rosa, infatti, anche adesso che mancano pochi giorni al proprio settantatreesimo compleanno e sebbene la vita le abbia regalato un’esistenza tutto sommato felice, un marito che le è ancora accanto, una figliola responsabile e coscienziosa - come lei ama ripetere - e soprattutto Tiziana, la sua unica adorata nipote, vi sono dei momenti nei quali quella strana ansia sembra poter prendere il sopravvento. Ed allora, l’unico espediente serbato intatto negli anni con il quale Rosa può recuperare la calma interiore, consiste ancora nel chiudersi in bagno - non in un bagno qualsiasi, ma proprio quello della sua abitazione. Questo spiega la riluttanza con la quale, per tutta una vita, Rosa ha evitato qualsiasi viaggio che avesse una durata superiore alla settimana, per esser sicura di rintanarsi nella quiete di quello spazio, immergersi per una durata che può variare da un minimo di pochi minuti a fin oltre la mezz’ora, in modo da sottrarsi (momentaneamente) ad ogni altra occupazione e preoccupazione.

A Rosa piace, infatti, restarsene così segretamente confinata tra le pareti maiolicate, egoisticamente abbandonata al benefico effetto liberatorio prodotto dall’adagiarsi con le parti più intime della sua persona in un bagno di acqua calda. Molto calda.

Sì, è proprio il sollevare le proprie vesti, liberarsi della biancheria intima, andarsi a sistemare a cavalcioni del bidet già ripieno di acqua, che le consegna finalmente lo stato di calma e di benessere di cui ha ripetutamente bisogno. Rosa, infatti, non ha mai veramente prestato ascolto ad altri suggerimenti - come quelli delle amiche cui aveva confidato quelle ansie.

Nulla è come quel bagno caldo; né tisane rilassanti, né immersioni dell’intero corpo nella vasca da bagno (magari sciogliendovi del bicarbonato o qualche goccia di oli essenziali), né tantomeno lunghi pediluvi - seguiti da qualche manipolazioni ai plantari con creme o speciali balsami odorosi d’Oriente. O, piuttosto, passeggiate nel verde, esercizi di respirazione, ascolto di qualche brano di musica classica o, ancora, la pratica di piccole prove di manualità come il ricamo, il lavoro ai ferri o all’uncinetto - tutte pratiche nelle quali si è sempre destreggiata con risultati eccellenti - la gastronomia, la lettura o, ancora, l’applicarsi in qualche rompicapo o, infine, alcuni semplici istanti di completo ed assoluto riposo, restandosene distesa sul letto con la mascherina sugli occhi… nulla, proprio nulla, è per Rosa, neanche lontanamente paragonabile allo stato di sollievo che s’accompagna alla pratica del bidet.

E, sebbene tale assoluta consapevolezza sia emersa in età adulta, Rosa doveva averlo però intuito sin da bambina, da quando aveva più o meno l’età che ha ora la sua unica nipotina, Tiziana, con la quale Rosa trascorre quasi tutti i suoi fine settimana. Di quella intuizione, Rosa ricorda d’aver deciso di mantenere un certo riserbo, mettendone a conoscenza solo le persone più care. E le ci erano voluti almeno cinque anni di matrimonio prima di potersi sentire libera di rispondere alle domande ed alla curiosità di Ennio - suo marito - in relazione all’abitudine di sottrarsi improvvisamente alla vita familiare per concedersi quelle soste nella sala da bagno, e più tradi solo al compimento del decimo anno di età di Susanna - sua figlia - aveva confidato anche a lei il suo segreto.

Più tardi, quando era ormai una donna adulta - ispirata, forse, da una gita fatta a Caserta per visitare la Reggia - Rosa ha scoperto (sorridendone intimamente) che la regina Maria Carolina doveva aver nutrito, secoli prima di lei ma probabilmente con la medesima consapevolezza, la sua stessa inclinazione, avendo fatto installare nella stanza reale un bidet, arredo rarissimo all’epoca. A sua volta, proprio per rendere più confortevole e proficua la permanenza in bagno, Rosa ha vi ha introdotto alcuni accorgimenti specifici, non solo il telefono per eventuali urgenze ma, soprattutto, il piccolo tavolino pieghevole che ha sistemato per anni a cavallo del sanitario, così da potersene stare comodamente assisa per dedicarsi - contemporaneamente all’immersione - alla lettura di un libro o della rivista di giardinaggio e, financo (durante gli anni del suo insegnamento di greco e latino) alla correzione dei compiti dei suoi alunni di liceo.

Che fosse mattina tarda, pomeriggio o sera tardi, senza bisogno di dare troppe spiegazioni, Rosa ha sentito sempre il bisogno di quei ricoveri che ha preannunciato ad Ennio o a Susanna utilizzando sempre la stessa frase come mi ritiro per qualche momento oppure, in casi rari, vado a leggere qualcosa di là.

Dunque, non stupì per nulla Ennio, né tantomeno sua figlia, il contenuto dettagliato della seguente richiesta che - insieme ad una pagina con brevi istruzioni sui pochi beni sottratti alla comunione del patrimonio con suo marito - furono ritrovati nel cassetto del comodino di Rosa circa una settimana dopo la sua scomparsa avvenuta per ischemia cerebrale appena qualche settimana dopo l’improvvisa e terribile morte della sua adorata nipotina.

 

“Caro Ennio, Cara Susanna, - così si poteva, infatti, leggere sul primo capoverso della lettera su quella carta azzurrina, sistemata in modo da sporgere appena dal libro La moderna cura delle bulbose, nel quale Rosa l’aveva riposta forse in attesa che fosse ritrovata e certamente anni addietro, forse prima della nascita di Tiziana poiché non vi era alcun riferimento a sua nipote.

Sono certa che più di una volta vi siate interrogati sul perché della mia particolare abitudine, alludo alla consuetudine di richiudermi in bagno per starmene in ozio… Ebbene, vi ho taciuto, e me ne dolgo, il racconto di quanto occorso nei primi anni della mia vita, sia per desiderio di non creare in voi  - meglio ammetterlo, soprattutto in me - un ulteriore imbarazzo e la necessità di ripercorrere con voi questo doloroso evento, sia perché, lo ammetto, ho finito per dubitarne io stessa della veridicità dell’accaduto non avendo altri testimoni se non i miei ricordi e preferendo - perché meno tragico - reputarlo frutto della mia pura immaginazione.

Il fatto risale ai miei primissimi anni di vita, potevo avere circa due anni. So che non può esser accaduto dopo poiché la persona - Assuntina - la donna cui collego l’episodio, sarebbe scomparsa poco prima del compimento della mio quinto anno di vita, ed io sarei stata affidata alle cure di Celestina, la balia che sarebbe rimasta in casa nostra fino al mio matrimonio. Assuntina, come poi sarebbe stato confermato da mia madre, qualche anno più tardi aveva dovuto far appello alle sue più ancestrali conoscenze in campo di puericultura per frenare il pianto ininterrotto cui mi abbandonavo sin dai primi istanti di vita ogni giorno, all’imbrunire. Io conservo ancora il preciso ricordo di quegli strazianti singhiozzi cui ero preda appena si faceva sera e che parevano non concedermi tregua per tutta la notte, destandomi nel sonno. Qualcuno, raggiunta io la maggiore età, avrebbe ipotizzato che questo sentimento - che io a volte ho interpretato come sopraffazione, altre come agitazione o, ancora, sconforto, e che mi ha accompagnato nel corso dell’intera mia vita fino a questi giorni - sarebbe stato conseguente al trauma subito al momento della nascita per la perdita dell’altra bambina - la mia gemella - morta durante il parto avvenuto proprio di sera. Ciò sarebbe certamente verosimile, perché a questi miei sentimenti si è sempre accompagnato un senso di ineluttabile perdita, distacco, quasi come se la realtà nella quale sono venuta al mondo e in cui ho finora vissuto sia in qualche modo diversa da quella nella quale ho la percezione di esser stata concepita o a cui sarei stata destinata. Ho compreso col tempo anche il dolore dei miei genitori, il rifiuto inconfessato di mia madre di allattarmi affidandomi invece alle cure totali di Assuntina, proprio perché la gioia della nascita della loro primogenita era stata sopraffatta dalla perdita di mia sorella.

 Assuntina riuscì col tempo a trovare un rimedio e a trasmettermi la soluzione. Ogniqualvolta il pianto si faceva convulso, lei immergeva un panno bagnato nell’acqua calda e con questo mi massaggiava le parti intime. Io ho un preciso ricordo del luogo in cui Assuntina utilizzò su di me queste prime, empiriche “cure”. Conservo nella memoria dettagli piuttosto precisi, come la vista dal balcone, il letto della balia accostato alla mia culla, le tende ed il tappeto di quell’appartamento che avremmo lasciato pochi anni dopo e del quale non resta testimonianza neppure nelle immagini fotografiche. Anni più tardi, mia madre mi ha confermato che la stanza nella quale era stata allestita la mia camera da letto aveva le tende a quadri bianchi e rosa come io le rammentavo e che sul letto vi era una coperta ricamata in lana di diverse tonalità di verde, il che mi ha dato certezza della veridicità di quei miei primissimi ricordi. Quando ebbi l’età di camminare, persistendo in me il senso di ansia e le crisi di pianto serali, Assuntina prese a sostituire agli impacchi calmanti delle vere e proprie sedute sul vasino, in cui aveva diligentemente versato acqua tiepida. Fu per me naturale, divenuta autonoma, ricorrere da sola a questa soluzione nei momenti più difficili della giornata, nei quali mi sono sottratta temporaneamente alle occupazioni del momento e alla compagnia dei miei cari. Ecco, dunque, spiegatavi la ragione delle mie ripetute assenze. Non me ne volere Ezio. Non me ne volere Susanna”.

 

Con queste parole Rosa replicò per l’ultima volta al pubblico dei suoi cari il monologo che per una vita aveva perfezionato e recitato a se stessa, sino a persuadersi completamente della sua assoluta veridicità. Non c’era stata, d’altro canto, altra via possibile di fuga per combattere la sofferenza di una violenza impressa nella sua tenera carne di bambina da un padre che, sin dai primi mesi di vita, quasi ogni sera l’aveva morbosamente spogliata ed accarezzata fino ad esplorarle i segreti più intimi dell’animo. Nella versione dei fatti che Rosa aveva provato invano, e per tutta una vita, a raccontarsi e a raccontare quel demone non esisteva più ed al suo posto appariva l’immagine di una balia amorevole ch’aveva lenito i suoi tormenti, l’aveva assistita e coccolata, insegnandole a ripulirsi dalla lordura e dal peso di insostenibili gesti di un padre oscuramente malato.

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