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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

psicologia

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

12 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

Thorsons, 1993

Dagli anni Settanta ai Novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto-aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri. Non c’è signora che non abbia letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni Settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a Le vostre zone erronee di Wayne Dyer (1977) o a Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Provo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a mio avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungo, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e allo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da comprendere e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato, s'immusonisce. Quando lui torna, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, trova lei arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare a meno di pensare che lei a fa bene a mandarlo a quel paese).

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata, è sufficiente a ritirarla su. Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé. Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai...

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali:

RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!

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La paura ha ali da pipistrello

27 Aprile 2015 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La paura ha ali da pipistrello

Ciao Argonauti! Eccoci pronti per un nuovo viaggio nei meandri dell’ansia sociale. Vi voglio avvertire però: quella di oggi sarà un’esplorazione che a molti di voi potrà sembrare stranamente familiare. Non preoccupatevi se sentirete odore di casa tra le righe del mio discorso, vorrà solo dire che siete umani, non che state imboccando il crinale che vi farà entrare nell’Ansia sociale fan club! Coloro però che sono di animo sensibile e preferiscono aspettarci all’autogrill vicino al bosco in cui stiamo per entrare, facciano pure e ordinino cornetti e cappucci per tutti. Saremo affamati quando torneremo! Ma ora, bando alle ciance ed iniziamo!

Se chiedete ad un ansioso sociale qual è l’emozione che prova più spesso, vi dirà che è l’ansia. Non a caso è parte integrante dell’etichetta che fodera le nostre maglie e ci rende comprensibili. Ma “ansia” è una di quelle classiche parole che non significano niente. E’ una porta chiusa dai contorni sbiaditi e dalla vernice scrostata a furia di passarci sopra le mani. Di solito ci limitiamo a gironzolare intorno a quell'uscio di legno convincendoci che quella targhetta racconti esattamente ciò che sentiamo. Ma se scaviamo più a fondo, noi ansiosi sappiamo benissimo che non è "ansia" la parola che vorremmo dire davvero. E’ solo quella più semplice da pronunciare, quella più vaga e forse più accettabile dalle orecchie che ne sentiranno il suono. Ma la vera parola, quella che sentiamo urlare rabbiosa come un piccolo Hulk dentro il nostro vestito da Bruce Bannister, è PAURA. Sì, proprio lei. Una parola tabù come i peggiori improperi e le più oscene bestemmie. Paura. Un termine che produce più vergogna che essere beccati a conoscere per filo e per segno tutte le vicissitudini amorose dei personaggi di Jersey Shore e dei suoi variopinti spin-off. Una sequenza di lettere alquanto bizzarra poi, se ci si pensa bene. Quasi un ossimoro, oserei dire. Un paradosso incredibile quelle lettere panciute e rotonde, scivolose e morbide se comparate ai pugni nello stomaco che riesce a sganciare con precisione da ninja, lasciandoci con il fiato corto e piegandoci in due come un panino cotto e maionese. La paura, oltre ad avere un posto d’onore negli scaffali vietati ai minori della nostra psiche (i ripiani alti per intenderci) detiene anche il monopolio della nostra mente come lo Stato spadroneggia sui tabagisti più incalliti. E’ innominabile come Voldemort ma costante come un porro sul naso particolarmente affezionato. Io me la immagino come un pipistrello nero che ci accompagna in ogni momento della giornata: ci tiene compagnia durante le notti insonni, ci porge il caffè fumante non appena apriamo gli occhi, ci accompagna mentre cerchiamo di incastrare un minuscolo biscottino nello stomaco improvvisamente della dimensione di una noce pecan e si aggrappa felice alle nostre tasche da canguro sottoculari mentre cerchiamo di scolpirci un'immagine che ci permetta di non essere scambiati per sopravvissuti ad un attentato. Il pipistrello non ha una voce propria, ma questo non significa che sia meno efficace nel suo intento: ci lancia ultrasuoni che interferiscono con i battiti cardiaci, accelerandoli e mandando troppo ossigeno al cervello, iperventilandoci, insomma. E mentre stride inudibile, svolazza allegramente sopra la nostra testa oscurando il sole e marchiando tutto ciò che vediamo con una curiosa ombra a forma di batsegnale, che non fa altro che allarmarci di più perché tutti sanno cos’è un batsegnale, anche chi non si considera un nerd. E’ una richiesta di aiuto, il segno di un pericolo imminente che solo un supereroe potrà sventare. Ma per noi che viviamo nella vita reale, non esiste alcun eroe della Marvel che ci possa aiutare, sappiamo già che non si presenterà nessuno, neanche il più spelacchiato cosplayer con abito comprato al mercato delle pulci. Siamo solo noi in questa trincea chiamata vita. Niente superpoteri contro lo tsunami di realtà che ci circonda, siamo equipaggiati con il peggior impermeabile giallo mangiato dalle tarme ed un ombrellino comprato per strada che si ribalterà al primo tocco di vento. E anche se non fosse così, anche se fossimo alla guida di un transatlantico e avessimo in una mano una ciambella salvavita e nell'altra un diploma di bagnino, il piccolo pipistrello ci svolazzerebbe intorno come un uccello del malaugurio, come uno di quegli avvoltoi che stanno nei paraggi quando la bestia di turno sta per tirare le cuoia, dandoci la sinistra impressione di non avere esattamente la fortuna dalla nostra. Ed è esattamente questo lo scopo del pipistrello: creare il dubbio, mostrarci uno scenario diverso dalla realtà, depotenziarci, renderci deboli come Superman dopo essersi strofinato una roccia di kriptonite per tutto il corpo. E proprio come la kriptonite, il passo successivo sarà l’attacco del villain di turno, che nel nostro caso è il Rimuginio, che ci farà sentire piccoli, insignificanti e con un leggero alito agliato. Il pipistrello è un mago dell’illusionismo, un genio dell’arredamento con una particolare predilezione per il gotico, che non aspetta altro che giocare con le luci per gettare ombre sinistre su tutto ciò che ci circonda, creando ambientazioni alla Edgar Allan Poe, smorzando i colori e slavandoli come dopo un giro di lavatrice particolarmente disastroso.

La paura ci mostra tutto in una tonalità meno brillante e più sinistra, dai colori scuri illuminati solo dalla luce della luna; trasforma proposte allettanti in prove di abilità, incontri romantici in valutazioni del nostro fascino e feste con gli amici in campi di battaglia con tanto di zombie e sangue finto ad arredare le pareti. Agisce trasfigurando il mondo, aggiustando i battiti del cuore come degli ingranaggi di un orologio ottocentesco, calibrando i filtri dei nostri occhi scegliendo un antiquato color seppia, fino a trasformare una normale giornata in università in un percorso ad ostacoli tra le tombe della Transilvania in una notte di luna nuova, muniti solo di una matita spuntata. La paura crea ambienti spettrali, proietta ombre e definisce il mood della giornata, seguendo le sue più esaltate tendenze dark. E nel fare ciò riesce ad accomunare ansiosi sociali e non. Perché diciamocelo, la paura non è proprietà esclusiva dell’ansia sociale. Semplicemente, l’ansia ha pensato di dotarsene in grandi quantità, di ingrassare il suo pipistrello fino a renderlo capace di trasportare comodamente una coppia di nutrie con figli e bagagli. Ma in realtà siamo tutti circondati da pipistrelli neri che si salutano reciprocamente dalle nostre spalle e che, di tanto in tanto, spiccano il volo per creare quegli ambienti tetri e lugubri alla famiglia Addams, trasformando edifici in grandi lapidi nere, facendo spuntare un canino vampiro all'angolo della bocca della persona con cui stiamo parlando, allungando il fischio di una teiera fino a diventare l'ululato di un lupo nella notte. Ciò che ci distingue l'uno dall'altro non è la presenza o meno della paura, ma dove il pipistrello proietterà la sua ombra. Per alcuni potrebbe essere una proposta di matrimonio che trasforma il più bel principe azzurro in un rospo butterato che si è rigirato per giorni nella vaselina, per altri potrebbe essere fermarsi in un posto per più di qualche mese, per altri ancora potrebbe essere l'esame di maturità, visto come il tentativo legalizzato di mettere alla gogna dei poveri giovani ad un passo dalla libertà. Per me è tutto ciò che riguarda la socializzazione. Se vivessi in un bosco deserto sarei capace di lasciare il mio pipistrello sul primo ramo di passaggio, con un pacchetto di topini morti e un foglio di raccomandazione per il suo futuro impiego. Ma l'eremitaggio costa e io sono tutt'altro che ricca, quindi mi tocca continuare a tenere il pipistrello a tempo indeterminato, lasciando che giochi con le luci e le ombre così da creare scenari gotici anche in un negozio dell'IKEA. Però ho imparato una cosa in questi anni di convivenza con il pipistrello: la sua ombra ha un confine. Esiste un punto oltre il quale non può più intervenire. La paura funziona a corto raggio, a breve termine. Sui compiti imminenti e più prossimi riesce a dare il meglio di sé, a proporre ambientazioni alla Tim Burton, catapultandoci direttamente in una scena del Sesto senso o in una delle stanze della Casa infestata dal demonio. Ma se guardiamo un po’ più in là, oltre la punta delle nostre dita, potremo vedere un mondo molto più luminoso di quello in cui ci muoviamo, fatto di strade trafficate, tramonti accecanti e persone con le braccia aperte. Un mondo di possibilità eccitanti, di colori sgargianti e di sorrisi assolati, ben lontano dalla lugubre e pericolosa terra di Mordor in cui sembriamo intrappolati. Quello che dobbiamo fare è continuare a guardare oltre la punta delle dita, puntare gli occhi su quel faro dai colori vivi che brilla di libertà, che vibra di energia, che fa prudere la pianta dei piedi e che stuzzica le gambe invitandole a correre libere. Insomma, dobbiamo inscenare con noi stessi la celebre scena del Re Leone ("Guarda Simba, tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro Regno"). Se teniamo gli occhi fissi su quella Terra promessa e ci rigiriamo in bocca le parole di Mufasa, continueremo ad avanzare ignorando il pipistrello e ci ricorderemo che quello che passa sotto le sue ali non è la realtà, ma solo una distorsione della vista, è uno specchio deformante che ci spinge a desistere. E ricordarci che siamo già immersi in quella Terra magica ci potrà aiutare a cercare qua e là punti non oscurati dalle ali del pipistrello: un angolino di marciapiede illuminato dal sole, una ciocca di capelli ricci che ci prende bonariamente in giro dalla testa di uno sconosciuto, un cane che ci fissa altezzoso da sotto la sua barba. E’ tutta una questione di prospettive, tutta una questione di sguardi. E di mani tese in avanti.

Duille

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La convinzione del soffione

23 Ottobre 2014 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La convinzione del soffione

Ciao Argonauti! Eccoci pronti ad un nuovo viaggio nel favoloso mondo dell’Ansia Sociale! Siete pronti? Avete farfallini, vanghe e scarponi comodi? Bene, perché oggi parleremo di un tema scottante per molti ansiosi sociali. Come sapete, ci sono domande a cui universalmente non è facile rispondere. Perché piace tanto il caffè? Cos'è il rosso? Cosa si prova guardando l'oceano per la prima volta? E questo, senza addentrarci nel magico mondo delle domande esistenziali, tipo "Che senso ha la vita?" "Esiste Dio?" "Perché non ci diamo tutti al baratto?" e via discorrendo. Ma gli ansiosi sociali hanno un piccolo corredo personale di domande irrisolvibili che rende loro la vita un po' difficile. Oltre al solito "Perché sono così?", vero evergreen nelle nostre solitarie serate tutte fazzoletti, gelato e telefilm, c'è anche la domanda delle domande, il Santo Graal delle interrogazioni: "Cosa si prova ad essere un ansioso sociale?". Domanda difficile, incognita che tormenta le nostre giornate e che stropiccia migliaia di maglie sotto le nostre nervose mani intente ad assistere il cervello a corto di idee. Come spiegare ad una persona che non ha questo problema cosa significhi vivere in compagnia di questa simpatica burlona convinta che sia Halloween tutto l'anno? E come fare a trovare una definizione che permetta di riassumere in poche parole anni di rabbia, cisterne di lacrime ed un campionario di rinunce da far invidia al più inconcludente degli esseri umani? In fondo, a nostra disposizione abbiamo solo delle minuscole letterine, segni che, in queste circostanze, si ricordano di essere solo scarabocchi sulla carta, movimenti di penna che sembrano aver perso tutta loro capacità espressiva. Parole, dove avete lasciato il vostro pathos? Voi, che siete gli He-men (He-words?) della situazione, di colpo vi riducete a piccoli vermetti neri che si spalmano sulla pagina bianca. E io che me ne faccio di questo pugnetto di vermicelli al nero di seppia? Eh? Qualcuno può venire ad aggiustarli? Come dite? Non si può? Ah. Ho capito. Allora mi tocca arrangiarmi. Mi inventerò qualcosa alla McGiver, o mi improvviserò Doc di Ritorno al Futuro. E nel caso di un blogger, diventare McGiver significa una cosa sola: RICORRERE ALLE IMMAGINI. Quando le parole ti danno il benservito e ti lasciano in mezzo alle sabbie mobili della spiegazione interminabile, la soluzione è mandarle bellamente a quel paese e affidarsi alla forza primordiale delle figure. Loro di certo non dimenticano a casa la borsa contenente l'impatto emotivo! E quindi, ecco qui:

Li vedete quelli della foto? Sono Soffioni. Soffici, delicati soffioni. Tanto belli quanto fragili. Bisogna avere una laurea in delicatezza per poterli cogliere. Si devono avere mani di nuvola per sfiorarli, perché anche le carezze possono farli sciogliere in pulviscoli volatili. Quante volte, da bambini, presi dall'entusiasmo, li abbiamo afferrati con energico amore, con "intenso trasporto", come direbbe la buona Carmen, ritrovandoci con un mucchietto di ciuffi bianchi in una mano ed un stelo tutto spelacchiato ancora attaccato al suolo? E questo perché i soffioni sono fiori tremendamente sensibili, si stressano con un niente. Vanno protetti dal vento di maggio che fa il solletico ai prati, ma anche dal soffio gentile di chi li protegge. I soffioni vanno colti lentamente, facendo attenzione che non si accorgano di noi, e vanno guardati un po' di sottecchi, per evitare che il nostro respiro li spogli della loro bella chioma di sogni. Possiamo avvicinarci, ma non toccarli davvero, se non con la punta delle dita, affidando a quei piccoli polpastrelli tutta la nostra energia cuoriciosa. Questi fiori sono una prova di autocontrollo, di disciplina. Ci impongono un limite alla passione. Possono essere amati a distanza, toccati solo da nebbia di amore, rugiada di affetto, polvere di sguardo.

E la cosa più inspiegabile è che loro, così inadatti a questo mondo di vichinghi, esistono e vivono. Veri misteri che popolano i prati, all’ombra di margherite, rose e primule.

Ed in fondo, è questo che un ansioso sociale sente di essere: un soffione al vento, sempre intento a trattenere i suoi semi, moderno coniglio bianco floreale. Naturalmente un ansioso sociale DOC (e DOP) non si paragonerebbe mai ad un soffione. Si sentirebbe più affine ad un tubero. Una patata per esempio, oppure lo zenzero. Avete mai visto lo zenzero? E' piuttosto bruttino, poverino. O magari, se proprio si sentisse in vena di complimenti, si sentirebbe un po' lumaca. Di certo non un tenero e delicato fiorellino che accende i sogni e la fantasia. Ma io ho all'attivo 5 anni di terapia e sono stata contagiata da un germe di autostima che mi fa scegliere immagini un po' meno viscide di una lumaca! E quindi, lasciate che raccatti con il cucchiaino tutto l'amor proprio che ho (poco e ben nascosto per i momenti di vera necessità) e vi racconti cosa significhi sentirsi fragile come un soffione. E attenzione, ho detto proprio sentirsi. Perché la verità è che siamo più forti di quanto pensiamo. Nella realtà abbiamo una corazza di ferro battuto che, di fronte al peggiore degli starnuti naneschi, non ci smuoverebbe neanche un capello. Ma la convinzione è tutto in questi casi. Sapete come si dice, no? Se ti senti bella e attraente, avrai la fila degli uomini dietro la porta, anche se sei la sorella brutta di Maga Magò. E questo vale anche al rovescio naturalmente. Quindi, anche se avrai la corazza di Iron man fatta in Mithril appositamente per te, se non crederai nel potere di quella armatura sarai davvero solo un soffione al vento tra le mani di un bambino troppo entusiasta. E noi siamo proprio questo: gente convinta nel non essere convinta della durezza della propria corazza. O, per essere più chiari, persone certe di essere fatte di carta velina, di vetro soffiato, come quelle terrificanti palline di Natale che i genitori si ostinano a comprare ma che tu, povero figlio, non devi assolutamente far cadere/rompere/scheggiare, pena lo stordimento eterno a suon di predicozzi sul costo della suddetta opera d'arte dicembrina. Siamo davvero convinti che una parola un po' più spinosa o uno sguardo un po' più duro potrà mandarci in pezzi. La conseguenza è che finiamo coll'andare davvero in frantumi di fronte alle persone. Pur non essendolo, diventiamo soffioni (o lumache, scegliete voi). E per questo, se mai vorrete toccarci, dovrete farlo come si fa con un soffione: dolcemente, teneramente, rinunciando a tutto, se non al tocco di due dita sulla corolla. Considerateci come quei pacchi contenenti le porcellane della trisnonna defunta e seguite le sagge indicazioni sul nostro scatolone corporeo: FRAGILE. MANEGGIARE CON CURA. E con amore, aggiungo io.

Duille

La convinzione del soffione
La convinzione del soffione
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#lapostadisibilla

21 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla, #psicologia

#lapostadisibilla

Cara Sibilla,

ultimamente ho notato che la mia migliore amica non si comporta come al solito.

In un primo momento ho pensato che si trattasse di una cosa passeggera, quando ho visto, però, la sua reazione ripetersi, sono rimasta male e ora non so se posso definirla più migliore amica.

Ti spiego:ho da poco trovato lavoro in una pasticceria importante del mio paese. Sono appassionata di cake design e dopo svariati corsi, sto finalmente coronando il mio sogno per quanto riguarda il lavoro. Inoltre, presi dall’entusiasmo di questa novità, io e il mio ragazzo abbiamo deciso di sposarci.

Quando ho raccontato del lavoro a Rosanna, questo è il nome della mia amica, ho notato che mi guardava a malapena in faccia e ascoltando a fatica quello che le stavo dicendo continuava a chattare col cellulare senza mostrare alcun segnale di contentezza per quello che mi stava succedendo. Ci sono rimasta male ma ho comunque pensato che qualcosa in quel momento la stesse infastidendo e volendo approfondire la cosa mi sono dovuta accontentare come risposta di scuse generiche, inventate al momento.

Ora, non mi sarebbe più tornato in mente questo episodio se non si fosse ripetuto quando ha saputo della decisione mia e del mio ragazzo di sposarci.

Mi affligge abbastanza non poter condividere con lei gli avvenimenti felici come facevamo quando eravamo ragazzine… aiutami ti prego!

Nicla

Gentile Nicla,

proprio in questi giorni leggevo un articolo su un’importante testata giornalistica che racconta di come è difficile oggi comunicare agli altri i nostri momenti di felicità. Non so se in altri tempi la mente funzionasse diversamente ma oggi sembra che quando racconti agli altri, specie se persone amiche o care, gli eventi straordinari che ci possono capitare, questi rimangono alquanto esterrefatti perché si sentono esclusi e distanti.

Sai, ti confesso che mi sono ritrovata nelle tue parole e ho rivisto scene passate della mia vita simili a quelle capitate a te per cui la faccia che ha fatto la tua amica non mi era nuova … e di sicuro non sapevo dare un nome a tutto questo. A dargli un nome invece ci ha pensato uno studio pubblicato sulla rivista "Psychological Science", per il
quale, più sono sensazionali le nostre novità, e più allontaniamo chi ci sta a
cuore.

Una vera e propria maledizione la definirei … difficile da annullare persino per le tavole
sibilline, anche perché non solo il nostro interlocutore si allontana ma anche noi che raccontiamo ci rimaniamo malissimo se tutta la felicità che vogliamo trasmettere svanisce quando chi la dovrebbe condividere se ne frega.

Probabilmente, come mi suggeriscono le tavole, il nodo cruciale sta proprio nelle tue parole, quando dici “come facevamo quando eravamo ragazzine”…

Dopo una certa età probabilmente sono tante le strutture e i complessi mentali che
ci creiamo che, per un istinto di sopravvivenza primordiale, un attaccamento morboso a quello che siamo o vorremmo essere, non riusciamo più a riconoscere la naturalezza e la purezza di certi sentimenti di apertura all’ascolto e alla condivisione.

Lo studio c’avrà pure ragione ma non dice che rosicare è un’abitudine che nuoce gravemente alla salute. La tua amica si sarà pure allontanata a sentire te che stavi al settimo cielo ma forse perché lei (per ragioni che stanno solo nella sua testa) nel momento in cui tu glielo raccontavi si sentiva al terzo di cielo e come molti di noi sanno, il terzo cielo non è poi tutto sto granché…

Mi fanno poi notare le tavole che, Rosanna, se appartiene alla schiera delle amiche“vere”, non tarderà ad accorgersene e a tornare quella di prima.

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Un diario può aiutare

10 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un diario può aiutare

Mi scrive una di noi che pensa di non avere una vita sua e invidia persino il dolore degli altri. L’ho esortata a oggettivarsi in un diario, a prendere distanza dalle proprie emozioni, circoscrivendole.

Narrando noi stessi, scopriamo di avere una trama e, rileggendoci, persino ci appassioniamo alla nostra storia. Ognuno ha la sua vita, quella che gli è toccata, fatta anche di vuoti e di attese. Pur sempre qualcosa da raccontare.
Ecco cosa mi scrive dunque:

Sei mesi.
Da quando abito qui, non avevo mai fatto il giro dell'isolato dalla destra.
Mi sono trovata senza sigarette. Lo sapevo che le avrei finite. La testa mi fa male e ho la nausea.
Sto sulla pista ciclabile; mi passa accanto una famiglia che pedala, mi sposto ma la strada è larga, ci passavano. Una donna è a piedi e ha la borsa a tracolla. Avrà sessant'anni. Penso che ci vorrei parlare, magari è zitella. Se mi chiede come sto, magari le dico che sto male. Ci incrociamo; non so se mi abbia guardata, ha gli occhiali da sole anche lei.
Un vecchio col bastone cammina piano, ha i piedi molto gonfi. Anzi no, non è mica tanto vecchio, di faccia. Strappa dei rametti di rosmarino che escono in strada dalla rete di un giardino privato.
Da quando abito qui, penso che devo andare a rubare il rosmarino quando mi serve, non l'ho ancora fatto. Oggi no, l'odore m’intensifica la nausea. E poi, quanto mi dura? Tanto in questi giorni non cucino. Si seccherebbe.
Sono vestita malissimo, e di proposito. I lacci delle scarpe sono troppo lunghi, mi chino a sistemarli e mi gira la testa. Ho il sole di fronte adesso, vedo le lucette.
Ah, è qui che si sbuca, è vero. L'orientamento non è il mio forte, non so mai dove mi trovo.
La trattoria è dall'altra parte della strada, sull'incrocio, mi si para davanti prima di girare l'angolo.
L'hanno ridipinta di rosso, l'insegna è uguale.
Una pasta con la panna e lo speck. O era pancetta? Qualcosa di buono che riempiva. Era di grano saraceno.
Non c'era nessuno, solo noi mi pare, e poca luce. O c'era uno seduto da solo?
Era ora di pranzo di un giorno infrasettimanale. Si tornava da non so dove. Era l'altra mia vita.
Era la vita.
Nel parcheggio c'è una coppia. Non so se siano una coppia. Fumano in piedi appoggiati alla macchina, non parlano. Miei coetanei pressappoco. Sembrano stanchi.
Faccio il bonifico al padrone di ca
sa. Anche se è domenica, è il primo del mese.
Ho mal di testa.”

Da notare quel “mi sposto ma la strada è larga ci passavano”. Noi ci spostiamo sempre, noi siamo sempre quelli che disturbano. Ecco, un’altra cosa che mi viene in mente di dirvi: imparate ad ascoltare i vostri desideri. Abituati a farvi da parte, abituati a considerare il sacrificio come l’unica via, avete dimenticato cosa volete. Magari non fatelo, magari sacrificatevi e rimandate anche stavolta ma, almeno, capite cosa vi farebbe contenti. #capitelo, è già tanto.

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Mi scrivono

8 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Mi scrivono

Uno di voi, un gentile lettore, “babbano ma non troppo” mi ha scritto esprimendo i suoi dubbi circa la futura convivenza con una persona socialfobica di cui è innamorato.

Le fobie che ha” mi ha spiegato, “le paure, sono piuttosto invalidanti come fosse un mix, un cocktail, ed io ho paura che, pur amandola follemente, ecco, alla lunga, da sposati possano pesare e mi duole ammetterlo pesano un po' già adesso e sarà strano ma un po' me le ha già trasmesse.

Questa è stata la mia risposta.

“Che dirle? Capisco i suoi dubbi. La sua fidanzata è sicuramente una persona molto intelligente e sensibile, ha doti che, per emergere, devono esprimersi in tempi e modi che non sono quelli ordinari. Può lavorare ma senza pressioni, senza stress, senza qualcuno che la osserva, la giudica, la fa sentire in imbarazzo, la va a trovare sul posto di lavoro. Non potrà mai parlare in pubblico, tenere conferenze, forse nemmeno telefonare. Ma potrà viaggiare con lei, andare al cinema, fare il bagno al mare, sciare, sbrigare commissioni. Consideri però che ogni gesto, anche il più banale, come recarsi dal parrucchiere, dal veterinario, dall'oculista, mangiare una pizza con gli amici, ricevere i parenti, salutare un'amica per strada, sarà sempre faticoso per la sua donna, comporterà un grande spreco di energie, con il bisogno disperato "che passi presto", che finisca e si arrivi a sera. Laddove lei si divertirà, la sua compagna si starà solo facendo violenza per essere normale e starle vicino nei momenti mondani.
Sia rispettoso dell'impegno e della fatica che la sua donna metterà nel vivere e non lo reputi roba da poco. Lei dovrà essere un compagno che non le mette pressioni ma la sostiene.

La più bella frase che il mio uomo mi ha detto una volta è stato: "affronteremo questa cosa insieme". Si trattava, banalmente, di entrare da un fornitore sconosciuto per acquistare prodotti per il mio negozio. Sì, perché, nonostante la fobia sociale, per ventitré anni ho gestito un negozio che ora è chiuso. "Come stare in mezzo ai ragni per un aracnofobico", è la definizione azzeccata di una amica. Se ama la sua donna, l'accompagni e la sostenga, senza umiliarla per quello che non può fare, ma alimentando la sua autostima, incoraggiandola per i piccoli successi, minimizzando la sua impressione di aver fatto figuracce imbarazzanti, di essere goffa o antipatica.”

Se, però, desidera una vita sociale brillante, aggiungo ora, può anche scappare a gambe levate.

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La resa dei conti

11 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

La resa dei conti

Rieccomi qui per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti anni come a cinquanta.

Nonostante la segnalazione dell'anno passato al XXVI premio Calvino, con il mio ultimo romanzo "L'uomo del sorriso" , non arrivo a niente sempre e solo per come sono fatta, per le paure, gli handicap e i limiti che ho.

C'è un editore abbastanza conosciuto al quale i miei racconti piacciono. Ho trovato il coraggio di proporglieli, anche se mi è costato in termini di orgoglio e pudore.

La sua risposta è stata questa:

"Patrizia, tu scrivi molto bene e per me sarebbe motivo di onore e di orgoglio pubblicare i tuoi racconti. Ma per vendere una raccolta di racconti l'autore deve darsi molto da fare. Ti prendo come esempio XXX che ha già venduto 150 copie di un libro molto ben scritto, ma soprattutto ben pubblicizzato. Mercoledì, lo presentiamo per la terza volta. A ogni serata abbiamo venduto 20 copie. Lei è sempre con noi al banco quando vendiamo. Infine, sta organizzando un tour di presentazioni italiano per andare a parlare del libro ovunque. Tu faresti questo?"

Sa benissimo che non lo farei, sa benissimo che è una domanda retorica, sa benissimo che l'idea di vendere il libro sul banchetto mi fa anche un po' senso.

Quando l'anno scorso mi è arrivata la notizia della segnalazione al Calvino, ho pensato subito due cose:

1. che qualcuno mi avesse raccomandato a mia insaputa

2. che avessi fatto pena ai giurati del premio

L'idea che il mio potesse essere davvero un buon testo non mi ha nemmeno sfiorata.

Questa è la sinossi. Per la solita vergogna, il solito pudore e il solito blocco a parlare delle cose scritte da me, io che passo la vita a recensire roba altrui, ho dovuto farmi aiutare a buttarla giù dalla mia amica Ida Verrei.

"Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea, Maria è anche la donna che di notte, nel silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare, ma alla quale non sa più se credere o meno. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Li spia di nascosto, li osserva, ascolta le loro parole; avida di conoscenza, cerca risposte che non trova, e si chiede se il Dio di cui parlano gli uomini vestiti di bianco, quello del Tempio, ed Ashera, non siano in fondo un’unica entità. Neanche le risposte di Giovanni, tenero amico d’infanzia, sembrano placare la sua voglia di sapere; la sua esistenza miserevole non l’appaga, sente di essere la più reietta delle creature, quella a cui la vita ha negato tutto: famiglia, amore, maternità. Sua unica compagnia, Astaroth, lo scemo del villaggio, il figlio che non crescerà, il bambino vecchio che ha per lei una fedeltà canina.

Il giorno che Giovanni abbandona gli Esseni per ritirarsi nel deserto a battezzare la gente nel Giordano, Maria trema, sa che questo lo condurrà alla morte, le sue invettive contro i vizi di Erode sono ormai di dominio pubblico. Vorrebbe fermarlo, avvertirlo di essere prudente, ma Giovanni sembra invasato, non ascolta nessuno; occhi e orecchie sono soltanto per Yeshua, il profeta, “L’Agnello di Dio”.

Quando vede l’uomo del destino immerso nelle acque del Giordano, Maria riconosce in lui il figlio del falegname di Nazareth, e stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il Messia.

Questa è la storia del loro incontro, che porterà alla decisione finale di trafugare il corpo di Yeshua’ e dare inizio alla voce di una resurrezione. Questa è anche la storia di tanti altri personaggi, di Maria di Nazareth e del suo amore bruciante per il figlio, di Giovanni, il discepolo più amato, di Kefa, di Bar Abba, di Ponzio Pilato, di Bar Kayafa, di Yosef il falegname. È uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della morte."

E questo è un assaggio tratto dal capitolo 9:

Dopo aver percorso tutto il giorno strade secondarie e sentieri, Maria di Migdal si dispose a trascorrere una notte inquieta fuori dalla tenda. Aveva rifiutato la compagnia delle altre donne, si era accoccolata vicino al corpulento Astaroth, per assorbirne il calore.

Non riusciva a uscire da se stessa, dalla prigione della sua mente, per raggiungere gli altri, per unirsi a loro. Solo il cane dell’indemoniato si era accucciato ai suoi piedi, leccandoli debolmente ma con insistenza. Quel contatto non la infastidiva ma, anzi, la confortava. Il cane aveva sollevato il suo muso intelligente, l’aveva fissata. Sembrava capire che, adesso, era lei ad aver bisogno di aiuto, più del suo antico padrone. Maria affondò una mano nel pelo ispido, ne tenne stretto un ciuffo fra le dita, quasi a volerlo strappare. Aspirò l’odore di bestia misto al sudore di Astaroth e al proprio sentore acuto. Le sue mani erano sporche, le vesti impolverate, i capelli aggrovigliati dal troppo camminare nel vento, il cane aveva la cute gonfia di zecche, il pelo pungente, pulcioso. Era la vita, pensò, come era vita ciò che gli uomini le facevano, ciò che lei faceva a loro, il grido che emettevano alla fine, liberatorio, vittorioso, quando li portava là dove solo lei era capace di condurli.

Non potendo dormire, guardava le stelle, che erano vive, ammassate nel cielo nero. Certe tremavano fino a confondersi, altre sembravano ferme, indifferenti. Aveva tanti pensieri, Maria, quante erano le stelle in cielo. Alcuni simili a una stella tremula, altri duri come pietre spente. Si chiedeva cosa fosse il livore che la rodeva. Dopo tutta la predicazione di Yeshua’ sull’amore - la sua continua richiesta che tutti loro fossero disposti a dare senza aspettarsi nulla in cambio, ad amare oltre l’ostinazione di chi non li amava - lei non riusciva che a trovare sentimenti aspri dentro di sé. Si guardava intorno chiedendosi a chi riuscisse davvero a volere bene. La risposta era a nessuno, neppure, e meno che mai, a se stessa. Ogni volta che qualcuno si avvicinava a lei, mostrandole affetto, come facevano Marta e Giovanni, lei provava un moto di rifiuto. Era una mano che la stringeva alla gola, che la soffocava. Non voleva che le persone si accostassero troppo, che la vedessero per quello che era, che scoprissero le sue debolezze. Aveva dimestichezza solo con i toni bruschi che le riservava Kefa, a quelli era abituata e non la intimorivano. Vivere in comunità la turbava, la faceva sentire più nuda di quando si spogliava, allargava le cosce e si offriva alle mani, alle bocche, agli umori acri degli uomini.

Pur tenendosi ai margini e parlando poco, intuiva molte cose dei compagni. Non provava amicizia per la madre di Yeshua’, solo il grande rispetto dovuto a una donna fragile, aggraziata ma forte come una radice profonda. Osservandola, le erano venute in mente le parole della propria madre, quando modellava con mani screpolate figurine d’argilla dal ventre gonfio e la testa rotonda: “Questa è la dea Madre. È fatta con la terra ed è Terra.” Maria di Nazareth era della stessa pasta, era il vaso che aveva concepito la vita, sacra di per sé, ma ancor più sacra perché suo figlio era Yeshua’. Anche quando era sola, la madre di Yeshua’ manteneva un legame col figlio, lo seguiva con gli occhi, lo ricordava nelle movenze, ne ripeteva le parole. Aveva capelli e occhi scuri, mani arrossate, piedi svelti, voce tenue e gentile. Era come protetta, avvolta da un alone di deferenza che si guadagnava allo stesso modo del figlio, senza protervia, senza grida, solo con la sua presenza, la fermezza dello sguardo.

Pensò anche a Lazzaro e al ruvido Kefa, pensò a Marta, sorella di Lazzaro, la persona più vicina a un’amica che avesse mai avuto nella vita. Marta era laboriosa e sbrigativa. Forse, fra tutti loro, era quella che più aveva confidenza col maestro, che lo trattava come se fosse un parente. Esprimeva la sua ammirazione cucinandogli i cibi che amava, scacciando gli insetti dal suo giaciglio, spazzando la polvere dove lui posava i piedi. Sua sorella, la piccola Maria, si stava innamorando di Yeshua’ in modo infantile, gli girava intorno, gli sorrideva, si accoccolava ai suoi piedi. Un giorno si era impadronita della sua veste per lavarla, ma lei gliela aveva strappata di mano, senza una spiegazione, senza curarsi se le gote della ragazza erano diventate rosse, se gli occhi si erano assottigliati per la rabbia, aveva stretto a sé la veste e l’aveva portata al fiume, si era inginocchiata e l’aveva distesa per terra, osservandone la tela grezza, ricercandovi l’odore, l’impronta del corpo dentro le pieghe, nelle macchie. Poi una vertigine l’aveva colta, come la prima volta al pozzo, le era parso che quella che teneva fra le mani non fosse una veste ma un sudario, che ci fosse impresso il volto di Yeshua’, il suo corpo piagato.

Distesa sul nudo terreno, ricordava ogni gesto di Yeshua’, lo ricreava, lo riassaporava: come quel giorno aveva parlato all’indemoniato, come si era rivolto a loro col tono pacato ma fermo cui nessuno osava disubbidire. Yeshua’ amava il lavoro che compivano insieme, era felice quando poteva guarire gli ammalati o alleviare i loro patimenti. “La sofferenza”, diceva, “mi spaventa perché non so come arginarla, come confortarla, come prenderla su di me e condividerla. È difficile, Maria, è così difficile! Non pensare che due parole di benevolenza o un sorriso distratto siano sufficienti per amare gli altri. Mi struggo perché non vi so amare come vorrei, con quell’amore privilegiato che ciascuno di voi pretende e merita.” Poi abbassava lo sguardo, si torceva le mani, lei vedeva le unghie spezzate, e il suo cuore si crepava, si schiantava come quelle unghie, perché amare è impossibile, perché lei, che aveva avuto tutti gli uomini che non voleva, non poteva avere l’unico che desiderava. Pensava a tutti, Maria, quella notte, e sentiva di non amare nessuno, al di fuori di Yeshua’, che non sarebbe mai stato suo. (P.P.)

Eccolo qui, è del tutto inedito, se qualcuno fosse interessato a pubblicarlo senza poi costringere la sottoscritta a venderselo sul banchetto.

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Un pesce fuor d'acqua

30 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un pesce fuor d'acqua

Grigliata a casa di parenti stretti. Non ho mai partecipato ma insistono e mi dispiace dire di no. Mia madre e mio fratello, anche se dicono che io “sono imbarazzante”, vogliono che vada. Mio marito ama questo genere di vita sociale.
Ansia anticipatoria da giorni, paura che tutto non sia in ordine. Passo ore e ore a pulire per non far fare brutta figura alla nostra famiglia, ma sto in ambascia per ogni granello di polvere, ogni ragnatela, ogni filo d’erba troppo cresciuto. Se vivessi in un palazzo, mi vergognerei degli affreschi sbiaditi.
La sera prima prendo un tranquillante, sperando di cavarmela. Arrivo sul luogo del delitto e sto sempre peggio a ogni istante che passa. Poi sento suonare il campanello e capisco che stanno arrivando i primi ospiti (in tutto sono ventuno persone). Mi bagno di sudore, le ginocchia tremano, lo stomaco fa un tonfo come sulle montagne russe. Mia madre dice: “Ma non vuoi nemmeno che ti presenti?”
No, non voglio nulla, non voglio vedere quelle facce di gente “normale”, non voglio parlare con nessuno, non voglio fare complimenti a bambini sconosciuti, non voglio invischiarmi in discorsi di circostanza e convenevoli. Mentre le persone entrano io sfuggo, giro da una stanza all’altra per evitarle, per non dover nemmeno salutare. Se c’è un ospite in soggiorno, io svicolo in cucina, se intravedo qualcuno nel portico, mi ficco in bagno. Cerco qualcosa per tenere le mani occupate, sbuccio l’aglio, salo il pesce a testa bassa.
Poi arriva il momento di mangiare, nella confusione della grigliata dove ognuno cucina quello che si è portato da casa, non trovo una collocazione, non so dove sedermi, ho lo stomaco chiuso, la nausea, mi gira la testa, butto giù bicchieri di vino per placare un’ansia che non si placa, che ingigantisce. Non ho rotto il ghiaccio subito e quindi non lo rompo più, non mi sono introdotta nel gruppo, nella conversazione, e quindi non riesco più a farlo quando ormai tutti sono lì che scherzano e mangiano dolci che per me sanno di cartone. Metto su una faccia da sfottò, da antipatica, prendo per il culo tutto e tutti, apertamente, parlotto con mio marito rendendomi odiosa. È quello che so fare meglio, è l’unica cosa che mi viene bene. Non sopporto il vocio, i rumori, le giovani mamme che parlano dei loro bambini, tutto mi si confonde nella mente come un’onda di marea che mi travolge. Fuggire fuggire fuggire.
Sgattaiolo in una camera al piano di sopra e ci rimango tutto il giorno, fino al momento di salutare, raggomitolata sul letto a dormire, a lasciare che le voci si allontanino, non invadano il mio spazio vitale, non mi blocchino il respiro sul diaframma. Che si accorgano della mia assenza o meno, non m’interessa.
Provo un senso di sconfitta e una rabbia violenta, verso tutti quelli che sono giù, e ai quali cose come queste, le grigliate, gli inviti, il ritrovarsi a tavola fra amici, sembrano normali. Li odio tutti, dal primo all’ultimo, perché non capiscono e non capiranno mai, perché per loro è facile. È sempre stato tutto facile: lavorare, frequentare, vivere. E odio mia madre che mi intima: “Vai da uno psichiatra”, quando è lei ad avermi plasmata così, quando era proibito aprire la porta al suono del campanello o portare a casa un’amichetta, e ora, invece, da mio fratello accetta tutto e si fa in quattro per aiutarlo con le sue feste. E odio mio fratello che dice: "Tu non hai una vita sociale”, e grazie al cazzo, e sai che scoperta, ci vuole Freud per capirlo. E lo odio ancor più quando mi dice: “Anche quando c’è soltanto una persona in più, si vede che stai lì e non sai cosa dire.” Ecco, meno male me lo ha detto, così ora mi sentirò più a mio agio.
Beato te, vorrei dirgli, beati tutti quelli che sanno sempre cosa dire. Beati i giusti, quelli che hanno un indirizzo, uno scopo, un ruolo nella società. Beati quelli che camminano e sanno dove andare.
Risbuco fuori solo al momento di accomiatarsi, mi guardano un po’ straniti, come a dire: “E questa dov’è stata tutto il giorno, da dove salta fuori?” Li saluto come niente fosse, come se ci avessi parlato tutto il giorno, invece di starmene rintanata al piano di sopra.
L’unico pensiero che mi tiene a galla in quei momenti siete voi, sapere che esistete, che anche voi, ovunque siate, vi state sentendo esattamente come me: pesci fuor d’acqua.
Certi giorni proprio non me la sento di elargire consigli da guru della fs, non me la sento di riderci su. Capita che tutto imploda dentro, collassi come un buco nero.

Poi passa, poi si respira, si rialza la testa, si riparte controvento.

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Kalinka

28 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Kalinka

Crociera, corsetto di ballo e canto in lingua straniera cui partecipo tanto per divertirmi e passare il tempo. All'ultimo momento sbuca fuori che dobbiamo esibirci la sera finale davanti a un pubblico di 150 persone. (Aaargghhhh)

Allora... io sono stonatissima, ho una vocetta tipo cartone animato e mi muovo come Gollum, però il mio sogno, fin dai temi dell'Antoniano, è sempre stato cantare in un coro. In un coro, si badi bene, non certo in assolo, dove la voce nemmeno mi uscirebbe. Quindi la seconda opzione, cantare con gli altri, non mi spaventa perché abbiamo tempo per provare, teniamo in mano il foglio con le parole straniere, siamo un gruppetto e, mi dico, se qualcosa non va, posso sempre muovere la bocca e fingere di essere in playback.

L'altra prova, invece, mi angoscia, anche se si tratta di una stupidaggine fatta per ridere fra noi, anche se i movimenti sono facilissimi e i compagni babbani goffi e imbranati quanto me. Io temo molte cose: dimenticare i passi, andare in senso contrario, far ridere i polli. Cerco di convincermi che il fine è divertirsi e divertire e, quindi, più si sbaglia più si raggiunge lo scopo, cerco di convincermi che quelle persone non le conosco, non m'importa di loro e non le rivedrò più, ma serve a poco. Inoltre temo che partecipare a due esibizioni nella stessa mi renda una scemotta che si crede la Cuccarini di turno. Come ben sapete non facciamo mai nulla senza chiederci che cosa penserà di noi la gente.

Man mano che passano i giorni e si avvicina quello dell'esibizione, la mia ansia cresce e vorrei districarmi dal ballo per concentrarmi solo sul canto. Provo timidamente a chiedere all'insegnante se mi posso esimere ma mi dice di no, sorridendo, piena di fiducia e di allegria, e non me la sento più di insistere. Per amor suo farò l'agnello sacrificale. Con me c'è una signora anziana, di quelle ciarliere che cantano, ballano, si godono la vita, rompono i coglioni allegramente a tutti fregandosene delle critiche. Insomma la vecchia che non sarò mai. Scherziamo insieme sulla serata che ci aspetta ed io, per la prima volta, dopo tutti questi post, me ne esco con: "Si figuri che io sono affetta da fobia sociale."

Lei mi guarda incerta: "Che cos'è?"

Ecco, io mi sento, tutto insieme, scema, malata, handicappata, ridicola. Mi faccio coraggio e le spiego, con parole comprensibili per una babbana estroversona, che è una forma di timidezza estrema. Sembra rassicurata.

L'ultimo giorno delle prove sono ormai rassegnata alla gogna, quando lei, proprio lei, senza dirmi niente, si rivolge all'insegnante e le chiede se io posso essere esentata e sostituita perché non me la sento.

Vi elenco qui sotto il profluvio di emozioni:

1. ENORME SMISURATO GIGANTESCO SOLLIEVO.

2. Nervosismo all'idea che lei, senza avvisarmi, si sia permessa di scegliere per me.

3. Rammarico al pensiero della cosa non fatta e della piccola occasione perduta.

4. Senso di colpa per aver rifiutato, per essermi sottratta all'ultimo minuto creando difficoltà agli altri, e per non aver saputo farlo da sola ma dovendo ricorrere ad un aiuto esterno.

4. Una sensazione brutta, sgradevole, riguardo a questo outing. Non è, mi dico, che a furia di parlarne, la mia cara, vecchia fs, se ne sta andando ed io sono qui con voi a ragionare sul niente? Poi mi ricordo dell'altro giorno, quando una conoscente che non vedevo da tempo mi ha chiesto notizie ed io sono andata nel pallone e non sapevo più dove guardare, cosa fare, come sottrarmi. Perché la fs è così, ti azzanna alle spalle quando meno te lo aspetti, con chi non te lo aspetti, nelle situazioni più banali e innocenti. C'è stato un periodo, ricordo, in cui non riuscivo nemmmeno a guardare in faccia mia madre e, per parlarle, mi nascondevo dietro un oggetto.

5. Disagio per averne discusso apertamente con una sconosciuta. Mi sembra di aver sfondato quel guscio di pudore che mi proteggeva - mettendo in piazza un sentimento che forse dovrebbe rimanere dov'è, chiuso, custodito - svilendolo, ostentandolo come una bandiera. Che è poi quello che vi esorto sempre a fare ma, ora che l'ho fatto io, mi sento come se fossi uscita di casa con indosso solo un paio di mutande volgari.

Detto tutto questo, invito chi mi ha detto che appaio "spensierata e non certo tormentata dalla fobia sociale" a soffermarsi sui punti dall'1 al 5.

(Ah... comunque, per chi fosse interessato, l'esibizione è andata, ci siamo divertiti e tutte quelle facce che ci fissavano sorridendo e battendo le mani non mi hanno spaventato. Anzi, quando è finita, mi è pure dispiaciuto.)

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Qualcosa si muove

18 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Qualcosa si muove

Su un blog ho trovato questa frase:

Mi piace tenere le persone a distanza. Perché sono socialfobica”.

Non l’avevo mai messa in questi termini ma penso che sia la più bella definizione di fs che ho sentito: sta tutta lì, la fobia sociale, nel tenere la gente a distanza. Ci rimanevo male quando le amiche, verso le quali provavo affetto, con le quali mi pareva di essere premurosa, e alle quali m’illudevo di risultare simpatica, mi definivano poi “scostante”. Bene, ora lo sanno tutti che sono scostante: guai a chi si avvicina!

Ricordate il tizio dell’Associazione Tal dei Tali? Eravamo rimasti che dovevo chiamarlo. Trovare una scusa per posporre, come ben sapete, aiuta a rilassarsi e per qualche giorno ho spinto il problema nel retrobottega della mia mente incasinata. Alla fine mi costringo a fissare sull’agenda una data per telefonare.
Dimenticavo di dirvi che, oltre che socialfobica, sono anche ossessivo-complusiva, pianifico tutto, m’impongo doveri e faccio ogni cosa secondo schemi da me stabiliti e regole autoimposte. Questo mi aiuta a essere metodica, a concludere, a portare avanti gli impegni fino allo sfinimento, ma limita molto l’inventiva e rende inattuabile e ansiogena l’improvvisazione.
Giunto il giorno per telefonare, capitolo, vengo sconfitta da me stessa, e delego ad un amico l’impegno, il quale, però, dimentica di farlo. Allora prendo il coraggio a quattro mani e chiamo io. Fissiamo un appuntamento per la settimana dopo nella sede dell’associazione. Altro rinvio, altro momentaneo rasserenamento: chi sa, capisce.
Man mano che il fatidico giorno si avvicina, nondimeno, l’ansia anticipatoria monta. Mi sforzo di pensare a tutto quello che, da mesi, consiglio a voi. Mi dico che è il tizio che vuole vedere me, non io lui, che è lui che deve sentirsi a disagio, non io. La paura del panico, tuttavia - la paura della paura - è sempre in agguato. Il giorno dell’incontro mi sveglio agitata, come se andassi a un esame, con un filo d’emicrania che minaccia di deflagrare, e non vedo l’ora di togliermi il dente. Vorrei farmi accompagnare ma decido che devo affrontare la cosa da sola, che sono adulta e vaccinata, che avere sempre uno chaperon è limitante e non mi fa fare certo bella figura.
Il tizio, compassionevole, ha davvero “allestito un confessionale” per me. Mi riceve in una stanzetta, siamo a tu per tu, e questo per me va bene, interagire con una sola persona non è troppo difficile, non sopporterei, al contrario, che ci fosse qualcun altro a osservare mentre parlo con lui. Nella stanza accanto è in corso una riunione di soci e ho il terrore che voglia portarmi di là e presentarmi, ma ha il buon senso di non farlo.
In breve vi dico che sono soddisfatta di come ho gestito la situazione. Alla sua gentile richiesta di farmi partecipare alle conferenze, rispondo con tutta la decisione che mi concede la mia voce malferma: non è una cosa che rientra nelle mie possibilità o capacità. Lui insiste che la timidezza si supera con l’età. Sto per ribattere che la mia non è timidezza ma fobia sociale, poi scelgo di tacere. Non è un amico, non gli devo spiegazioni, si accontenti di sapere che non mi va e basta. Mi dice che ci sono altri che partecipano solo per scritto e hanno delle remore a presentarsi in pubblico. Le mie non le definirei esattamente “remore” ma sorrido e cambio argomento.
Anche se non sono sciolta, riesco per tutta la mezz’ora a parlar in modo abbastanza chiaro e fermo, tengo in mano io il gioco, stabilisco con risolutezza ciò che voglio e non voglio fare: interverrò alle conferenze più interessanti, gli dico, ma solo come spettatrice e, a casa, scriverò qualcosa in proposito. Leggerò i suoi libri e li recensirò. Non mi paga, penso, perciò se gli va, è così, altrimenti è così lo stesso. Al momento di congedarmi – momento tragico di cui parleremo in un’altra puntata - deve leggermi l’imbarazzo in faccia perché è lui a interrompere bruscamente e salutare. Esco abbastanza soddisfatta: questa volta è andata bene. Altre volte l’ansia aveva superato le aspettative, qui, per fortuna, è stata inferiore.
Ma se non avessi parlato con voi, se non avessi a sostegno questa specie di blog confessione, non avrei saputo affrontare la cosa nel modo giusto e sarei caduta nell’angoscia da prestazione, con la paura di non sapermi rifiutare e il senso di colpa per aver perso, al contempo, una occasione stimolante.
Per finire, vi lascio con una massima: non cercate l’approvazione altrui - l’approvazione di vostra madre o di vostro padre, di vostra sorella, del vostro ragazzo, dei professori, dell’amica. Non l’avrete mai. Ognuno di noi critica ed è, a sua volta, criticato. È una legge di natura, è nell’ordine delle cose. Quindi, nei limiti del consentito, fate ciò che sentite giusto per voi. Non piacere per non piacere, meglio che siate disapprovati perché avete fatto qualcosa che vi gratifica.

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