Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

psicologia

Autostima

26 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Autostima

Potrei dirvi che parlare di voi in termini di sfiga è sbagliato, che l’atteggiamento da tenere è l’opposto: porsi come vincente anche quanto non ti si fila mai nessuno, vendersi bene, vendere fumo. Ma io credo nella verità, nell’essere se stessi, che non vuol dire non vedere i propri difetti e non cercare di migliorare, ma piuttosto rendersi conto delle proprie debolezze e dei propri punti di forza. Lì starebbe l’autostima, se uno l’avesse. Voi dovete sforzarvi di averla, oltre e nonostante la fs.
Intanto, se ci fate caso, la maggior parte di noi fobici sociali è intelligente e sensibile. Non che queste qualità siano la causa della malattia, ci sono infiniti altri fattori, come la genetica, l’ambiente in cui si è stati allevati, la fondamentale figura materna, i difetti fisici. Ma chi è sensibile e dotato d’intelletto fine, ha più probabilità di essere colpito da questo disagio di chi è coriaceo e scemo. Come per l’emicrania, d’altronde. Se non hai la testa, non può farti male.
Forse proprio perché in tante cose siamo migliori degli altri, una parte di noi lo riconosce e vorrebbe primeggiare, vorrebbe che le qualità emergessero e prova un’ansia infinita da prestazione, sentendosi giudicata e dando un peso enorme a codesto giudizio, come se fossimo a ogni istante sotto esame. Un esame che non finisce mai, un esame al quale il mondo intero ci sottopone.
Innanzi tutto bisogna ridimensionare il senso d’inadeguatezza, quello che ci fa considerare non all’altezza dei nostri compiti. Mettetevi lì, con pazienza e con calma - non scegliete uno dei giorni peggiori, uno di quelli in cui vi sentite incapaci persino di respirare e avete voglia di scomparire dalla faccia della terra, ma nemmeno uno di quelli in cui qualche piccolo successo vi ha esaltato - mettetevi lì, ripeto, in un giorno neutro e scrivete su un foglio tutto ciò che sapete fare e ciò che non sapete fare. Di quello che sapete fare, valutate poi il grado di capacità: livello medio o alto. Tipo: non so fare i conti a mente (accade a molti di noi) ma so analizzare un testo scritto, non ho senso dell’orientamento ma sono portato per le lingue, sono una schiappa nei giochi di squadra ma so sciare etc etc. In questo modo comincerete a fare una cosa di cui parleremo più avanti, che impareremo insieme a fare, ma che è fondamentale: circoscrivere il problema.
Riconoscete poi quali di queste vostre capacità resiste a tutti gli assalti e quale, invece, soccombe a causa dell’ansia e sotto gli sguardi della gente. Ad esempio io non ho problemi a esprimermi, sono portata per l’italiano e per le lingue, le parole mi vengono con facilità ma, quando entro nella spirale dell’attacco di fs, non ricordo nemmeno i termini più semplici, mi si annebbia la vista, mi si oscura il cervello, mi vanno in tilt i neuroni e, con chi mi conosce poco, faccio la figura dell’ignorante.
Se vi guardate intorno, vedete tonnellate di faccia tosta. Incompetenti semi analfabeti che scrivono romanzi, che nel curriculum mettono “scrittore”, che si ergono a critici, che presentano libri, che aprono salotti letterari, che organizzano incontri ed eventi ai quali arrivano senza nemmeno essersi preparati una scaletta di argomenti o di possibili risposte alle domande. Ma, d’altra parte, basta pensare ai nostri parlamentari. Intervistati, non sanno dire cos’è lo spread, cos’è un’agenzia di rating, a quanto ammonta il debito pubblico e fanno le capriole con i congiuntivi. Provate a immaginarvi al posto di quel parlamentare ignorante e strapagato, pensate alla faccia di bronzo con cui risponde a una domanda che non sa davanti a milioni di telespettatori? Che fareste al suo posto? Senza contare quei letterati e critici che, di fronte a una telecamera, fingono di aver letto e giudicato un testo che poi si rivelerà addirittura inesistente? È successo al Salone del Libro di Torino. Non desiderereste che una buca vi si aprisse sotto i piedi per saltarci dentro e sparire per sempre? Non vi crocifiggereste per tutta la vita con l’infame ricordo di quel momento d’incommensurabile vergogna? Eppure, dopo due giorni, eccoli lì sorridenti a ricevere l’ennesimo incarico con prebenda.
Lo so, non vi raccapezzate, il mondo vi sembra alla rovescia, e il magone cresce. El magun, come diceva Albertone. Ma voi dovete essere forti e onesti con voi stessi, dovete avere il coraggio di riconoscervi anche le qualità che possedete, dovete ritagliarvi il vostro posto in questo mondo di sfacciati, di arroganti, di presuntuosi, di palloni gonfiati.
Pian piano, puntata dopo puntata, vedremo insieme come. Servirà a voi, spero, ma soprattutto a me.

Mostra altro

Claire

23 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Claire

Un giorno ormai lontano, un famoso giornalista mi ha detto che avrebbe volentieri parlato con me e mi sarebbe venuto a trovare nella mia città per organizzare qualcosa di letterario insieme.
Un babbano (ricordatevi che per babbano intendo “persona non affetta da fs”) si sarebbe gonfiato come un pallone all’idea, avrebbe fatto la ruota, avrebbe pensato a dove e come accogliere l’ospite e sfruttare al meglio la potenziale amicizia.
Io mi sono sentita paralizzata come un coniglio davanti ai fari di un’auto che sta per investirlo. Non ho detto più nulla, non ho più risposto ai messaggi, casomai costui insistesse. Inutile dire che non se n’è fatto niente, che cotanto personaggio è venuto nella mia città senza che c’incontrassimo e la nostra amicizia non è mai decollata.
Questo è un esempio di come uno scrittore social fobico non possa attuare quelle comuni strategie di autopromozione che comportano l'interazione e la relazione. Ovviamente, insieme al timor panico e alla voglia di fuggire da una situazione sociale che terrorizza, oltre alla frustrazione per l’ennesima occasione non sfruttata, c’è sempre il senso di colpa per la propria inadeguatezza, per la mancanza di coraggio e di forza, per l’incapacità di fare ciò che per gli altri sarebbe semplice. (E questo, ovviamente, nella vita di un social fobico ha conseguenze ancora più nefaste della non pubblicazione dei suoi libri, si veda l’impossibilità di guidare la macchina, o, come nel mio caso, di mantenermi, ma di questo parleremo più avanti.)
Ecco cosa mi scrive, a proposito dell’episodio col giornalista, l’amica di cui vi ho detto che, d’ora in avanti, chiameremo Claire. Penso che non avrei potuto trovare parole migliori per descrivere quello che si prova e le difficoltà del nostro vivere quotidiano.

Patrizia, te lo diranno tutti che devi andare e devi chiamare, perciò io non lo farò… nemmeno io andrei! Sarei felice per te, vorrei che potessi avere le soddisfazioni che meriti; ma se dev’essere solo ansia e malessere, perché sottoporsi a questo stress? Il tuo atteggiamento sarà incomprensibile a molti (come il mio) ma non a me. Io so come ti senti: ansia a mille, che si placa solo quando decidi di dire no. E, subito dopo, senso di colpa per aver rinunciato anche a questo. Come ti ho già detto, assolviamoci; accettiamo di non riuscire a fare la scelta giusta sempre; non possiamo impazzire d’ansia. Se agli altri tutto viene facile, a noi no e non è in nostro potere cambiare atteggiamento, checché ne dicano gli altri (“Perché non vai?” “e dai, buttati, affronta, rilassati, sono solo cose che ti metti in testa tu!”).
Ieri ho avuto un attacco d’ansia; ed ero a casa mia, a tavola, senza niente da fare e in piena vacanza. Non ci mettiamo in testa niente, è la nostra testa che chimicamente funziona così; e anche se stiamo qui ad analizzarci psicologicamente, trovando mille cause del nostro disagio, fatto sta che c’è e ci dobbiamo convive
re. (Claire)

Convivere è la parola magica. Convivere con la fs come si fa con la pressione alta, con l’emicrania, con l’artrite. Convivere con una malattia cronica pronta a riacutizzarsi quando meno te lo aspetti e, soprattutto, quando te lo aspetti eccome! (Vedi crisi di ansia anticipatoria).
Ed è pensando a Claire che ho scritto questo racconto non particolarmente bello e difficile da apprezzare per chi non capisce che l’argomento è la fs. Il racconto è dedicato a Claire e a me, a quanto la fs ci rende gemelle, nonostante la differenza di età e la lontananza.


Io e te

Omozigote gemella mia che hai vent’anni di meno, parli milanese meneghino mentre io sto qua con l’accento de Roma pesante, sei vissuta nell’azoto liquido, ma non sei abituata al freddo, lo odi quanto me. Quando ti hanno scongelata non sono venuti a dirmelo, eppure ti ho sentita, sei una parte di me. Sei me. Tu ed io siamo uguali, ora che ti vedo, che sei qui davanti, lo so. Tocco la tua mano ed è la mia mano di vent’anni fa, piccola, con unghie corte, piccoli peli dorati sul dorso. Oggi le mie unghie sono rigate, mio marito dice che uso troppa candeggina. Tu hai ancora dita rosee da studentessa. I tuoi genitori ti tengono nella bambagia, vivi nell’oro. Si vede dalla borsa fighetta, dagli occhiali firmati. Sei contenta, mi stai dicendo, cresciuta in una camera piena di bambole, di giocattoli che un po’ facevano compagnia e un po’ soffocavano. A te è stato dato quello che a me non era concesso, tu fai tardi la sera, tu spinelli e bevi fino a vomitare.
Due embrioni nati insieme, ci diciamo, uno congelato perché non era il momento opportuno, poi rimandato, quasi dimenticato, infine donato ad una famiglia del nord, mamma e papà dovevano lavorare e desideravano tanto un figlio, sì, ma solo uno.
Io ho sempre saputo di te, perché mamma poi si è pentita. A volte la vedevo che guardava fuori della finestra, come a cercarti sui tetti, gatto perduto che non saresti tornata con un fischio.
Siamo uguali, sorella mia, anche se mia madre e mio padre - nostra madre e nostro padre - erano operai e, a mia volta, ho sposato un metalmeccanico. Siamo uguali anche se tu prenderai la laurea che a me non è toccata.
Lo vedo dal rossore ogni volta che i miei occhi ti fissano, da come volti lo sguardo se ti faccio una domanda e sembra che nelle punte delle tue scarpe stia tutto l’universo. Lo stesso accade a me, se a chiedere sei tu. Genetica o ambiente? Chissà? Certe condanne restano appiccicate anche dopo vent’anni, anche se diventi un’altra persona. Solo io so quello che tu sai, quello che soffri, quando la tua mano trema, come adesso, quando stringi il telefono con dita sbiancate, col palmo sudato, quando ti fai coraggio e provi a raccontare la barzelletta che pareva così facile, così raccontabile, prima che tutti gli occhi ti si appuntassero contro, ti trafiggessero.
Annuisci, ti esce un filo di voce, mi dici: “Sai, l’altro giorno sono passata in mezzo ad un capannello di gente…” poi la voce si strozza, sbatti le palpebre, troppo velocemente come una specie di tic.
“Basta, basta”, mormoro. Non voglio che tu stia male, so cosa si prova, quando sembra di non avere più niente da raccontare e che la tua vita sia una scatola vuota, ma tu insisti, ormai vuoi liberarti, hai capito che ho capito: “Ho perso tutti gli amici così…”
Abbasso gli occhi perché sto arrossendo, ti stringo a me. Se arrossisco non ammazzo nessuno e vorrei dirtelo, anzi vorrei gridartelo, ma non ti conforterebbe. Sei rigida, dura.
“Tu sei ancora in tempo”, dico, “per me è tardi, ma tu non ti arrendere. Mai.”

Mostra altro

Il mio famoso outing

21 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il mio famoso outing

Questa sezione è dedicata a quelli che, come me, soffrono di fobia sociale e, come aggravante, scrivono pure.
Avete presente lo scrittore che si lamenta perché l’editore non gli organizza abbastanza presentazioni? Ecco, la mia categoria, la categoria degli scrittori socialfobici, si dispera per il motivo opposto, perché all’idea di sedersi in una libreria, sorridere alla platea e cominciare a parlare di sé e dei suoi libri con tutti gli occhi puntati addosso, le budella gli si intorcinano a tal punto che diventa difficile districarle.
Se siete socialfobici che cos’è la fobia sociale – d’ora innanzi la chiameremo confidenzialmente FS – lo sapete già, se non lo siete, questa sezione non fa per voi.
Comincerò riproponendovi il mio famoso outing, un pezzo che scrissi anni fa, in un momento di disperazione. A suo tempo fece scalpore e suscitò un putiferio di commenti: gente come me che capiva e simpatizzava ma anche tanti bravi dottori che pretendevano di dare consigli.
Ricordate i “babbani” di Harry Potter, i normali che non s’intendono di magia? Ecco, anche per la FS è lo stesso: non illudetevi, i normali non vi capiranno mai.
Dunque scrissi questo

O muoio qui, ora e per sempre o devo comunque vivere ed andare avanti.
L'unica possibilità è venire allo scoperto. Che chi porta alla luce la propria omosessualità, chi l'anoressia, chi la bulimia, chi la droga. Io sono una socialfobica.
Chi non conosce questa malattia, chi non la sperimenta sulla propria pelle, non sa quanto si soffre. In giro non se ne parla, solo io so quanto patisco.
Quelli che per gli altri sono normali gesti della vita quotidiana, gesti inconsapevoli, meccanici, per me sono ostacoli sovrumani: firmare sotto gli occhi degli altri mentre la mia mano trema, lavorare se qualcuno mi osserva, telefonare, parlare con due persone insieme, raccontare una stupida barzelletta, salutare una amica per strada, chiacchierare con qualcuno che viene a trovarmi sul posto di lavoro, passare in mezzo ad un capannello di gente sul marciapiede, si trasforma in un tormento indicibile.
Entro in una spirale d'ansia, mi si scatena un terremoto neurovegetativo, sudo freddo, tremo, mi riempio di chiazze, mi si seccano le fauci, mi si abbaglia la vista, mi monta il mal di testa, non riesco più ad articolare le parole, a pensare con lucidità, a ricordarmi quello che volevo dire. Vedo tutto nero e perdo il filo del discorso. Mi sembra di non aver niente d'interessante da raccontare e che la mia vita sia una scatola vuota. L'unica cosa alla quale riesco ancora a pensare è che non voglio che gli altri se ne accorgano. Non lo voglio con tutta me stessa. Sono disposta a sparire, a sprofondare, a morire all'istante, a perdere per sempre quelle persone. Pazienza se mi sono care, pazienza se le amo, se ne ho bisogno per vivere.
E, più ci penso, più si vede. Arrossisco violentemente, mi muovo goffamente, a scatti. L'impaccio e l'imbarazzo trasudano da tutti i pori, inciampo, faccio cadere gli oggetti intorno a me, appaio rannuvolata e scura in volto. Divento antipatica, sembro arrabbiata mentre sono solo spaventata ed infelice. Do il peggio di me.
Il mio disagio è così palpabile, così evidente, che si comunica agli altri, li mette in ansia, li fa scappare. Perdo tutti gli amici in questo modo. E, più sono amici, più tengo a loro, più mi sento distrutta dal loro giudizio.
Eppure, senza falsa modestia, so di essere una persona intelligente, colta, con una discreta parlantina, ironica e spiritosa. Non sono nemmeno timida. Il fobico sociale non è timido, ma ha terrore del giudizio degli altri, soffre di ansia da prestazione. Se mi rilasso sono allegra, vulcanica, chiacchierona, persino esibizionista. Ma le occasioni per essere rilassata sono sempre di meno. Sto peggiorando.
Per rilassarmi devo essere profondamente immersa e concentrata in ciò che sto facendo, tanto da dimenticarmi chi ho intorno. Oppure devo bere un bicchiere di vino.
Capisco chi non ce la fa più e s'impasticca per non impazzire. Io non m'impasticco e così soffro tanto da ammalarmi, da non riuscire a più lavorare, da non vedere più nessuno.
Non serve a niente dirsi che i veri problemi sono altri, che la gente sopporta con coraggio e dignità lutti, malattie e povertà. Serve solo a stimarsi di meno.
Non serve a niente dirmi che, se arrossisco, non ammazzo nessuno, serve solo a rimpiangere
le occasioni perdute.

Da allora è passato molto tempo e con la FS ho imparato a convivere, grazie anche a un’amica che ha lo stesso problema e con la quale interagisco in rete.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

Mostra altro

Quando sei nella merda, tira la catena

16 Maggio 2014 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

Quando sei nella merda, tira la catena

Dopotutto, a cosa serve essere ottimisti quando va tutto bene? Non ci vuol nulla ad essere motivati quando stiamo ottenendo dei successi. Il trucco sta nel rimanerlo anche quando le cose non vanno “bene” (cioè come vogliamo noi).

I guru consigliano, quando attraversiamo un periodo difficile, di “essere grati” di qualsiasi cosa abbiamo, anche piccola. Ma che fare quando non c’è neanche questa piccola cosa? Quando proprio sentiamo che non ce n’è più, che stiamo a fine corsa, che non potremo mai più essere felici?

Tutto sta in questa semplice voce verbale: “sentiamo”. Il fatto che sentiamo qualcosa non significa che sia vera. Lo so che a qualcuno questo concetto può sembrare pesante, ma vi assicuro che è proprio così. La sensazione di essere finiti è appunto questo, una sensazione. Fortissima, coinvolgente, ma nonostante questo è un’idea che ci siamo fatti della situazione, niente di più.

La soluzione ai nostri problemi potrebbe essere a un centimetro, a un millimetro dal nostro naso, e noi potremmo non vederla perché siamo immersi, scusate il termine, nella merda. Quante occasioni ci perdiamo per questo atteggiamento?

Allora, propongo una metafora un po’ forte. Se siamo nella merda, immaginiamo di tirare la catena, lasciando che un po’ di quella merda se ne vada, scivoli via, lasciando sgombra una parte della nostra mente.

Non vi sto parlando di astruse teorie psicologiche. Qui si tratta proprio di sgomberare il cervello, rendendo disponibili risorse per soluzioni che escono dal campo delle nostre abitudini. come diceva un genio:

I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati (Albert Einstein)

Mostra altro

Fai un passo avanti

5 Maggio 2014 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

E’ successo una mattina di primavera. Sedevo nella hall di un albergo, dove mi trovavo per una convention aziendale. Non era una delle mie giornate più brillanti. Anzi, sentivo che era probabilmente la peggiore della mia vita. Nonostante fossi lì per essere motivato, mi sentivo un rottame.

Il perché, difficile dirlo. Non ero particolarmente ammalato, né avevo problemi economici. Qualche guaietto sentimentale, ma niente che potesse turbare un essere umano medio. Eppure, sentivo di odiare tutto e tutti, me compreso.

Ero arrivato alla soglia della mezza età senza grandi realizzazioni. Il lavoro era una serie di collaborazioni messe insieme alla bell’e meglio. Vivevo coi miei, e non osavo nemmeno più sognare una vita mia, indipendente. Uscivo da una mezza storia dove una tipa che aveva vent’anni meno di me mi aveva dato segni di benevolenza salvo poi scomparire nel nulla. Era arrivata proprio quando avevo lasciato perdere l’idea di poter suscitare amore in qualcuna, e forse per questo la delusione era stata anche più cocente.

Certo, col tempo avrei dimenticato. Ma in quel momento era la ciliegina sulla torta. Così, ecco che quella mattina stavo seduto in una poltrona color aragosta, chiedendomi quanto valesse ancora la pena vivere, se l’impegno era così gravoso e i risultati tanto scarsi.

Ora, io credo che la razza umana non sarebbe sopravvissuta all’evoluzione se non avesse avuto “qualcosa” che gli consentisse di trovare soluzioni anche ai problemi più intricati. Si chiama creatività. Usandola, si può uscire dal nostro stato attuale e sviluppare nuove situazioni. Si tratta di qualcosa che agisce al di là della nostra coscienza, e spesso si presenta in forma di visione, di rivelazione, come se venisse dall’esterno, da qualcosa di superiore a noi.

E fu esattamente così. Mi parve di sentire una voce che diceva: Fai un passo avanti. Fai un passo avanti! FAI-UN PASSO-AVANTI!!!

Non essendo ovviamente Giovanna D’Arco, mi resi conto che il mio inconscio si era rotto le scatole di galleggiare nella sfighite acuta, e mi aveva comunicato questa informazione, che trovai potentissima, tanto da farmi immediatamente cambiare il mio stato d’animo. Alzai la testa, e mi resi conto che l’ambiente intorno a me pareva completamente diverso. Sentivo che, certo, i miei problemi c’erano ancora, ma potevo affrontarli, un passo alla volta.

E mi venne da pensare: quante occasioni ci sfuggono nella vita perché crediamo che sia troppo difficile ottenere qualcosa? Eppure, spesso qualsiasi traguardo si può raggiungere facendo un passo avanti, poi un altro, poi un altro ancora. Fino a quando ti volti indietro, e ti stupisci di quanta strada hai fatto. Tutto per aver deciso a suo tempo di fare un piccolo, piccolissimo passo avanti.

Mostra altro

Goldoni

13 Marzo 2014 , Scritto da David di Luca Con tag #david di luca, #teatro, #psicologia

Goldoni

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell'agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L'ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra. Per esempio, s'apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de' cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell'onestà, della buona fama; oppure se questi non s'incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d'abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s'apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch'io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de' pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch'io t'insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch'io sono innamoratissima di Paolino, ch'ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d'affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell'amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell'occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L'ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l'ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l'autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano "infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri". A questo punto " la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.". Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

Mostra altro

Vedersi da fuori

23 Settembre 2013 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

Vedersi da fuori per me è molto efficace. Per dire, se quando ho il giramento di scatole provo a immaginarmi come mi vedrei se mi guardassi dall'esterno, capisco immediatamente quanto non mi piaccio con la faccia ingrugnata. Subito, da qualche parte, non importa dove, si sviluppa una reazione potentemente costruttiva. Sì, perché in definitiva so che non mi merito di stare male. Mai. Neanche se ho fatto la cazzata più enorme possibile. Ci sono molti buoni motivi per non stare male. Il primo, a mio modo di vedere, è che il tempo passato a provare malessere è tempo in cui uno avrebbe potuto benissimo esser morto. Invece, se esco il prima possibile dallo stato di sfiga, ecco che quel tempo può essere usato per costruire. Che cosa? Mi pare ovvio, qualsiasi cosa.

Mostra altro

COSA FARE PER ESSERE INFELICI? Adriana Pedicini presenta Biagio O. Severini

13 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #filosofia, #psicologia, #biagio osvaldo severini

Paul Watzlawick

Manuale per la ricerca dell’infelicità. Infelicità, mente e creatività. Rigidità mentale, caparbietà e coerenza. Il peso del passato. Autosuggestione. Tasse ed evasione fiscale. Effetto dopo sbornia. La felicità sta nella partenza, non nella meta. Il piacere umano è futuro. Le illusioni delle alternative e la pazzia. Il pessimismo moralistico. Comunicazione e infelicità: Amore e spontaneità. Schopenhauer, l’amore e la compassione. La sublimazione della libìdo. Donne facili, prostitute e omosex. La collusione. Il latin lover.

Professor Watzlawick, lei ha voluto sottolineare l’importanza della conoscenza delle istruzioni per rendersi infelici. Come se gli uomini avessero bisogno di un aiuto o di una consulenza psicologica per diventare degli esseri infelici, per vivere una vita all’insegna dell’infelicità. Già naturalmente noi uomini siamo infelici. Il nostro scopo, le nostre energie psichiche dovremmo utilizzarle, invece, per combattere l’infelicità, o per attenuarla e, quindi, migliorare il nostro modo di vivere, durante l’arco di tempo, più o meno lungo, che intercorre tra la nascita e la morte. Lei, invece, ci vuole fornire un manuale, del tipo di quelli scolastici, con i precetti da seguire per diventare bravi ricercatori delle occasioni più succulenti per riempirci di infelicità. Non è strana la sua tesi? Eppure, psicologi e psichiatri si affannano a farci arrivare pubblicazioni di ogni tipo per orientare il nostro comportamento verso la felicità.

Guardi che nel corso della vita effettivamente tutti possono essere infelici per disgrazie varie. Quello che va imparato è, invece, il rendersi infelici. Per rendersi infelici non basta una sventura personale. E’ necessario impegnarsi a fondo. Purtroppo, in questa direzione non ci aiuta la letteratura psicologica e psichiatrica, perché pochi autori e studiosi si sono dedicati a fornirci delle indicazioni o delle informazioni utili e pertinenti su tale questione. Questi autori, anche se pochi, sono eccellenti. Io voglio solo aggiungere una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità.

D’altra parte, l’infelicità ci è dolorosamente necessaria. L’infelicità, se ben si riflette, è la materia delle grandi creazioni artistiche. La letteratura mondiale si nutre di catastrofi, crimini, colpe, follie, tragedie, disgrazie. Si pensi all’ “Inferno” di Dante che è di gran lunga più geniale del suo “Paradiso”; al “Paradiso riconquistato” di Milton che è del tutto insipido nei confronti del “Paradiso perduto” ; del “Faust I” di Goethe che ci commuove fino alle lacrime, mentre il “Faust II” fa sbadigliare.

Mi scusi, ma per secoli ci hanno fatto credere che lo scopo della vita doveva essere la felicità. Certo, sotto specie diverse, di volta in volta la vita etica, la vita contemplativa, l’assenza di turbamenti e di passioni, la vita ultraterrena, il nirvana o altre cose simili. Ma sempre alla ricerca della felicità. Ora, ci domandiamo, a costo di sembrare ingenui, che cosa è la felicità?

Le rispondo subito che il concetto di felicità non è definibile. Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni sulla vita felice e così anche Agostino.

Quindi, l’uomo è condannato ad essere infelice, a non avere un attimo di respiro in questa infelicità quotidiana, predeterminata, definitiva?

A tal proposito voglio ricordare le parole tratte dai “Demoni” di Dostoevskij: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.

In sostanza, dobbiamo capire che “noi” siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura della nostra felicità.

Ma come si fa ad accusare l’uomo, gli uomini di essere gli autori della propria infelicità? Essa non dipende dal destino, da una forza superiore, misteriosa, imperscrutabile, o dalla convivenza con gli altri? Come facciamo a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?

La strada per l’infelicità ce la mostrano continuamente le massime del buon senso, della sensibilità popolare o, addirittura, ci viene indicata dall’istinto. D’altra parte, ricordiamoci che prima di tutto l’infelicità ce la possiamo creare nel chiuso della nostra mente.

Un esempio concreto?

Si pensi alla massima fondamentale della vita di ciascuno di noi: c’è un unico punto di vista valido e questo è il mio. Chi è convinto di ciò rimane fedele a se stesso, ai suoi principi e non è disposto a nessun compromesso; rifiuta continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso; il duro e puro in questo senso rifiuta anche un consiglio che oggettivamente sarebbe vantaggioso per lui. Egli, in nome di una coerenza eroica, rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione, in quanto raccomandazione fatta a se stesso. Chi agisce alla luce di questa convinzione, conclude che il mondo sta andando in rovina.

In questo caso che fare?

Tenere presente l’aurea massima degli antichi romani: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” , il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.

Mi permetta di aggiungere che la coerenza come fedeltà ad una teoria o una visione del mondo non deve trasformarsi in cocciutaggine, caparbietà, cecità mentale fino alla negazione di qualsiasi evidenza. Ma bisogna essere capaci di valutare razionalmente sia gli obiettivi, sia i mezzi, sia i principi alla luce del nuovo, se il nuovo è più consono alla vita socio-ambientale.

Certo.

Si dice che il fluire del tempo effettivamente guarisce le ferite psichiche, lenisce il dolore per la perdita di una persona cara, per l’abbandono di un’ innamorata o di un innamorato, perché subentra l’oblio che avvolge tutto il passato nella nebbia della dimenticanza. Eppure c’è chi si ostina a voler ricordare tutti gli avvenimenti più dolorosi degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, quasi a voler far rivivere le sofferenze, dimenticando di proposito qualche avvenimento bello.

Purtroppo, è così. C’è chi si ostina a ricordare la propria infanzia e pubertà con crudo realismo, come periodo dell’insicurezza, del dolore del mondo e dell’ansia per il futuro e non rimpiange di quei lunghi anni neppure un giorno di felicità.

Anche in amore l’aspirante all’infelicità per eccellenza non si convince e non si lascia convincere che in fondo quella relazione fosse da tempo mortalmente malata, anzi che troppo spesso si era chiesto in qual modo avesse potuto fuggire da quell’inferno. No, per lui la separazione non è il male peggiore. Allora si isola dalla vita sociale e aspetta al telefono che l’amata perduta gli comunichi il suo ritorno, cosa che non avverrà mai.

Questo guardare al passato, questo camminare con la testa rivolta all’indietro, ci impedisce, quindi, di dedicarci al presente e di constatare che, se ci soffermiamo sui particolari attuali, possiamo anche scorgere qualche occasionale non-infelicità. Ma questa probabilità deve essere assolutamente esclusa dalla mente del votato all’infelicità: il passato è sempre presente e condiziona giornalmente la sua vita! Non è così?

Sicuro. Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter forse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità...

Mi perdoni, se l’interrompo, ma teorie, tecniche e terapie psicologiche famose – si pensi alla psicoanalisi – sostengono che la personalità presente è frutto del vissuto, del passato di ognuno di noi.

Qualsiasi testo di psicologia ci dice, infatti, quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accaduta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà ( e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche.

A questo punto, le domando: se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria, si potrebbe non dico rompere, ma almeno scalfire questo legame con il passato e aprirsi al presente e al futuro?

La persona esperta di infelicità, in caso di una gioia non voluta e improvvisa, direbbe : “ora è troppo tardi, ora non la voglio più”, oppure renderebbe il passato responsabile anche del “bene”, a tutto vantaggio della presente infelicità.

Ricordo la frase pronunciata da un lavoratore del porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciarono questa città: “ Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!”

Oltre alla forza maggiore, esistono, quindi, anche adattamenti e comportamenti ai quali gli individui votati all’infelicità sono attaccati saldamente come la cozza allo scoglio. E questo è segno di rigidità mentale, di incapacità di flessibilità logica, di mancanza di ristrutturazione del campo visivo e di “insight”, di illuminazione geniale innovativa.

Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare gli adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Per cui si continua a utilizzare la stessa soluzione del passato, con il risultato di non trovare “ora” la via di uscita dalla situazione problematica, il che genera disagio.

Non si capisce che le situazioni mutano con il passare del tempo. Anzi, l’aspirante all’infelicità è convinto che esista un’unica soluzione e che questa, in quanto unica, non può mai essere messa in discussione.

Allora, ognuno di noi è autore della propria infelicità, e questa infelicità se la crea rifiutando l’evidenza della ragione e dell’esperienza, che gli farebbero trovare una luce di ottimismo nel mare magnum del pessimismo. E’ così che ci creiamo l’infelicità, con l’autosuggestione?

Prendiamo ad esempio, un innamorato che sia convinto di amare follemente una donna, ma che non abbia mai fatto capire a questa di ardere di passione per lei. Poi, all’improvviso chiede alla donna, inconsapevole, di sposarlo. La donna manifesta sorpresa, e quasi sconcerto. L’innamorato autosuggestionato, allora, di fronte a queste reazioni, conclude che aveva ragione lui, che aveva accordato la sua benevolenza a chi non se la meritava.

Altri esempi molto comuni. Ogni semaforo, in luoghi diversi, diventa rosso ogni volta che voi vi avvicinate. La fila che scegliete è sempre la più lunga. La ragione vi porterebbe a pensare che la frequenza con cui trovate il verde o il rosso è quasi la stessa. Ma voi, incalliti pessimisti, respingete questa probabilità. Vi convincete, invece, che oscure potenze superiori si accaniscono contro di voi. Questa consapevolezza vi rende possibili ulteriori, importanti scoperte, perché ora il vostro sguardo è pronto a cogliere connessioni sorprendenti, che sfuggono invece alle ottuse e inesperte intelligenze normali! Gli uomini comuni tendono a minimizzare le situazioni. Voi no, voi notate dappertutto le insolite e misteriose connessioni della vita quotidiana! E gli amici che si sforzano di dimostrarvi che non ogni cosa è dannosa per voi, ebbene questi amici sono ipocriti!

Ogni cittadino può riuscire, attraverso questo speciale “training” mentale, a crearsi una situazione penosa e soffrirne, senza sapere di esserne l’autore.

Come si può uscire da questa situazione?

Bisogna affrontare il problema non solo mentalmente, ma facendo ricorso anche alla verifica pratica.

Molti adottano un’altra soluzione: rifiutano o scansano una situazione temuta. Essi, ad esempio, fanno il calcolo dei rischi a cui si va incontro, compiendo una determinata azione, ed evitano quella o quelle azioni. Ma quante e quali sono le situazioni pericolose che si devono evitare o accettare? Andare in aereo? Andare in auto? Andare a piedi? Rimanere in casa? Non alzarsi dal letto? Non mangiare i cibi provenienti da terreni inquinati? Non mangiare cibi grassi? Ognuna di questi comportamenti presenta, però, dei rischi. Allora, che fare?

Bisogna abituarsi ad applicare il sano buon senso a un problema settoriale e accontentarci di successi parziali.

Se ho ben capito, significa evitare gli eccessi, ricorrendo a soluzioni razionali, come mangiare per nutrirsi, senza “abboffarsi”, rimpinzarsi (se si tratta di bulimia, allora è una situazione patologica), ma anche senza rifiutare del tutto il cibo (in tal caso si tratta di anoressia, altro aspetto patologico); o valutare, in generale, il rapporto costo-benefici di ogni azione. L’uso della ragione ci deve tenere anche lontani dall’astrologia. Ma quando l’oroscopo ci predice un incidente, un incontro amoroso, una vincita al lotto e l’evento si avvera, noi ci convinciamo che l’astrologia è credibile. Allora, la profezia che si avvera fa parte del mondo culturale dell’aspirante all’infelicità?

Le profezie che si realizzano da sé fanno parte anche del contesto sociale. Si pensi alla questione dell’aumento delle tasse. Quanto più in un paese vengono aumentate le tasse per compensare l’evasione fiscale dei contribuenti, ritenuti ovviamente disonesti, tanto più vengono indotti a questo reato anche i cittadini onesti e, quindi, aumenta l’evasione fiscale.

La mia personale opinione, a tal proposito, è che bisogna, di conseguenza, non aumentare le tasse dei contribuenti onesti, ma combattere l’evasione fiscale con mezzi efficienti e radicali. E si può fare. Il problema è che non lo si vuol fare politicamente.

Concordo pienamente!

Lei parla di un effetto “doposbornia”. Ci vuole chiarire il significato di questo fenomeno?

L’esperto in infelicità conosce bene l’effetto “doposbornia”. Ossia, lo scopo non ancora raggiunto è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Nella partenza sta la felicità, non nella meta. Ogni realtà annienta il sogno. Il “Seduttore” di Hermann Hesse dice: “Resisti, bella donna, rendi più severe le tue vesti! Incanta, tormenta, ma non concederti a me!” Anche la “vendetta è amara”, come scrive George Orwell. L’isola della felicità di Thomas More si chiama “Utopia” che, guarda caso, significa “in nessun luogo”.

A proposito di felicità che sta nell’attesa, mi permetta di ricordare il nostro grande Giacomo Leopardi che, nello “Zibaldone”, sostiene: “Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà”. Ed esprime poeticamente questa riflessione nel “Sabato del villaggio”(l’attesa del dì di festa). Fino ad ora, comunque, ci siamo occupati solo dell’infelicità autosufficiente. Vogliamo, ora, affrontarla anche nel campo dei rapporti sociali?

Bene. Diciamo subito che gli aspiranti all’infelicità usano la tecnica delle “illusioni delle alternative” per complicare i rapporti umani. Questo meccanismo consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra. Lo schema è questo: se egli fa A, avrebbe dovuto fare B; se fa B, avrebbe dovuto fare A. Regaliamo a nostro figlio due camicie sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardandolo con aria avvilita, diciamo:”L’altra non ti piace?”

E’ un meccanismo usato molto bene dai giovani nei confronti dei genitori!

Certo. Nel vago periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta, riesce loro facile esigere dai genitori quel riconoscimento e quelle libertà che spettano a un giovane. Ma quando si tratta di doveri sanno sempre nascondersi dietro il pretesto di essere giovani. E quando il padre o la madre ammettono a denti stretti che era meglio non avere figli, passano facilmente per dei genitori snaturati.

Negli istituti psichiatrici, ad esempio, si lascia libero il paziente di partecipare o no alle sedute di gruppo. Se rifiuta, è manifestazione di resistenza, come tale patologica. Se partecipa “spontaneamente” riconosce di essere ammalato e di aver bisogno della terapia. Inoltre, se chiede chiarimenti su quello che gli altri pensano della sua pazzia, gli viene risposto :“ Se tu non fossi pazzo, sapresti che cosa pensiamo”. Se mette in discussione la sua malattia, viene giudicato ancora più pazzo. Se accetta la sua condizione in silenzio, dimostra di essere pazzo e gli altri hanno ragione a definirlo tale.

Con questa tecnica non solo si dimostra la propria normalità, ma si spinge l’altro in una disperazione estrema.

Lei parla di una felicità con significato negativo. Ci vuole spiegare questo aspetto?

I sostenitori del pessimismo moralistico, appartenenti all’ordine dei puritani, sostengono:”Puoi fare quello che vuoi, basta che non sia piacevole.” Per loro, anche se un giorno scoppiasse la felicità nel mondo intero, ci sarebbe sempre da tener presente che “Cristo è morto sulla croce!”

Anche la comunicazione tra persone, siano pure intimamente in rapporto tra loro, può causare incomprensione e, quindi, infelicità. Tra marito e moglie, genitori e figli, innamorati, amici, parenti. Riprendendo riflessioni di Bertrand Russel e di Gregory Bateson, lei sottolinea che ogni comunicazione presenta sia un livello oggettivo che un livello relazionale. La proposizione “questa rosa è rossa” indica oggettività; “questa rosa è più rossa dell’altra” indica relazione. La moglie chiede al marito: “Ti piace questa minestra nuova preparata appositamente per te?”Il marito può rispondere “No” se la trova disgustosa (livello oggettivo); o rispondere “Sì”, per non offendere la moglie (livello relazionale). In quest’ultimo caso, però, il marito corre il rischio di vedersi preparare quella minestra per decenni. Come rispondere in questo caso, per salvare capra e cavoli?

I puristi della comunicazione sostengono che la risposta giusta dovrebbe essere:”La minestra non mi piace, ma ti sono molto grato per la fatica che hai fatto”. La moglie sarebbe contentissima? Provare per credere.

Un’altra difficoltà nella comunicazione è rappresentata dal paradosso dell’esortazione: “Sii spontaneo!”. Come giustamente fa notare anche lei, per la logica formale – di aristotelica memoria – costrizione e spontaneità si escludono: o si agisce spontaneamente di propria iniziativa, o si esegue un ordine. “A o è B o è non-B. Tertium non datur”.

Ma che ci importa della logica? Se posso scrivere “Sii spontaneo”, posso anche dirlo, che sia logico o no. Il problema nasce quando il destinatario dell’esortazione deve eseguire il comando. Compie l’azione, perché la desidera lui, o compie l’azione contro voglia, solo per accontentare l’esortatore? Lo stesso ragionamento vale per l’esortazione “Sii felice”, o per “Mi devi amare spontaneamente”, e per tante altre paradossali sofisticherie.

A proposito del sentimento dell’amore, a prima vista sembra una cosa semplice, facilmente comprensibile, dolce nei momenti di profonda intimità, quando non si ragiona, anzi non si parla, ma si agisce solo. Quando s’incomincia a ragionare e a parlare sul significato del rapporto, le cose si complicano, per via della comunicazione nel suo livello relazionale. Ossia, quando il partner si pone le domande “Perché mi ama?”, “Perché mi si dona?”, “Perché non chiede di sposarmi?” e simili , allora l’armonia dei corpi e degli spiriti incomincia ad incrinarsi, perché elementi razionali penetrano nell’unione psicofisica spontanea e la trasformano in relazione doverosa, in cui i partner devono assumersi responsabilità, impegni per il futuro, facendo progetti e programmando la vita. E si perde, quindi, la spontaneità dell’amore. Che fare?

In primo luogo, non cercate mai di sapere troppo dal partner sul perché vi ama, ma chiedetelo a voi stessi. Il partner potrebbe non saper rispondere o dirvi un motivo per voi insignificante; inoltre, egli avrà pure un secondo fine che certamente non rivelerà a voi.

C’è un aspetto particolare che voglio discutere con lei. Molti, o alcuni uomini – intendo maschi – hanno, avevano la concezione che la donna che si concede, proprio per questo, non merita più la loro stima.

E’ vero. Questa concezione, nobile soltanto in apparenza, è molto diffusa in un paese dell’Europa meridionale. L’innamorato disprezza la donna che gli si concede, perché una donna onorata non avrebbe fatto “questo”. In questo stesso paese esiste il detto secondo cui “tutte le donne sono puttane, tranne mia madre: lei è una santa”.

Questo per il figlio. Per amore di completezza, professore Watzlawick, ci sarebbe da aggiungere che il ruolo di fratello e di marito porta a precisare:”Tranne mia sorella e mia moglie!”

Ma c’è anche chi non ha nessuna stima di sé e si ritiene non degno di essere amato.

E’ questo il caso di chi non si ritiene meritevole di amore ed è portato a gettare discredito sulla persona che lo ama. Ella ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore: sarà masochista, sarà nevrotica, sarà morbosamente attratta per ciò che è abietto, sarà, insomma, una persona, di sicuro, patologicamente disturbata.

L’irriducibile sostenitore dell’infelicità troverà, dunque, di che alimentarsi in queste singolari e insolubili complicazioni dell’amore. Egli – come lei afferma - troverà aspetti miserevoli nel comportamento delle persone innamorate: “si dice innamorata di me, perché vuole che io la sposi!”; sia nell’amore in quanto tale. A proposito di quest’ultimo aspetto, mi permetta di ricordare la concezione pessimistica che dell’amore aveva Arthur Schopenhauer:“l’amore è nient’altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara…Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale…Se la passione del Petrarca ( per Laura) fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito…” Che cosa possiamo, dunque, consigliare a questo eroe dell’infelicità?

Egli dovrà innamorarsi disperatamente di una persona sposata, di un prete, di una stella del cinema o di una cantante d’opera. In questo modo viaggerà fiducioso e lieto, senza mai arrivare, e, inoltre, si risparmierà il disinganno nel dover constatare che l’altro è eventualmente del tutto disponibile a iniziare una relazione – cosa questa che gli farebbe perdere subito ogni attrattiva.

Lo stesso Schopenhauer, però, afferma che esiste un amore da elogiare ed è quello della pietà, della compassione. L’eros, essendo egoistico e interessato, è un falso amore; ogni puro e sincero amore è pietà, è agàpe, che è disinteressato. Anche lei afferma che l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e trova in se stesso la propria ricompensa. Che cosa può obiettare sulla nobiltà della compassione, dell’amore disinteressato per gli altri l’incallito votato all’infelicità?

La forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo. Egli pensa: “Mi comporto così perché voglio meritarmi il paradiso, perché voglio essere ammirato ed elogiato, per curare eventuali disinganni? E’ così semplice smascherare il marciume del mondo!

Certo che la letteratura psicoanalitica dà un notevole contributo al pessimista ad ogni costo, allorquando parla di “sublimazione della libìdo”. I casi li ricorda perfettamente lei: il ginecologo è un voyer; il chirurgo è un sadico mascherato; lo psichiatra vuol fare la parte di Dio; il coraggioso pompiere è in realtà un piromane represso; l’eroico soldato sfoga il suo inconscio impulso suicida, il suo istinto di morte; il poliziotto si occupa dei delitti degli altri per non diventare egli stesso un criminale; il famoso detective ha un malcelato atteggiamento paranoide. E si possono aggiungere i casi del figlio o della figlia che non si sposa per accudire la madre o il padre e che sotto l’amore filiale nasconde il complesso di Edipo o di Elettra, ossia l’amore inconscio per la madre o per il padre; o di chi si vota alla castità per il timore, sempre inconscio, di essere castrato; per l’ignoranza dell’anatomia e fisiologia femminile ( la convinzione della donna bambola, senza sesso) o di quella maschile ( la convinzione dell’uomo bambolotto, senza sesso); o per l’ossessione di commettere atti immondi.

Anche la persona soccorrevole può con il suo comportamento far naufragare un rapporto?

Certo. Immaginiamoci soltanto un rapporto a due fondato principalmente sull’aiuto che uno dei partner dà all’altro. Questo rapporto può fallire o riuscire (anche qui “tertium non datur”). Se fallisce, alla fine la delusione porterà il soccorritore ad abbandonare. Se riesce, il soccorritore abbandonerà lo stesso, perché non è più necessario il suo aiuto . Il rapporto comunque si spezzerà.

Mi pare che soprattutto nelle donne si riscontra questa tendenza a convertire i reietti in modelli di virtù!

Ci sono donne, infatti, che per potersi sacrificare hanno bisogno di uomini problematici e deboli: bevitori, criminali, giocatori. Per realizzare il loro potenziale di infelicità, esse si impegnano a fondo con amore e soccorrevolezza, incuranti dei comportamenti sempre uguali degli uomini. Per questo tipo di donna non va bene un uomo relativamente indipendente, perché egli non avrebbe bisogno di aiuto costante. Per lei non va bene il principio che una mano lava l’altra. L’uomo deve essere sempre debole e bisognoso di essere redento.

E, quindi, non si dovrà mai arrivare alla redenzione, altrimenti lo scopo finisce e il rapporto si rompe. Viaggiare, dunque, ma mai arrivare alla meta!

Lei afferma che nella teoria della comunicazione questo modello si chiama “collusione”. Ce ne vuole spiegare il significato?

Immaginiamoci una madre senza figlio, un medico senza ammalati, un capo senza Stato. Sarebbero soltanto ombre, uomini provvisori. Ognuno di noi ha un’immagine di se stesso e nel rapporto con il partner tendiamo a farci confermare e ratificare tale immagine. Solo attraverso quel partner che svolge nei nostri confronti un tale ruolo, noi siamo “veramente”; senza di lui siamo abbandonati ai nostri sogni, e i sogni, si sa, sono bolle di sapone.

Per semplificare, il masochista ha bisogno del sadico. Ma anche il giudice ha bisogno dei delinquenti, così come lo psichiatra ha bisogno dei pazzi, lo psicologo dei disturbati psichici, e così via.

E’ così. Anche l’altro partner si adatta al ruolo, proprio perché egli stesso per esistere “veramente” vuole svolgere quel ruolo. Ogni rapporto di collusione finisce immancabilmente nell’assurdità del “Sii spontaneo!”

Possiamo pensare al rapporto di un cliente con una prostituta!

Il cliente desidera naturalmente che la donna gli si dia non soltanto per i soldi, ma anche perché lo vuole “veramente”. La cortigiana di talento riesce benissimo a suscitare e a mantenere questa illusione. Praticanti dotate di meno abilità falliscono, perché portano il cliente al disinganno, al “doposbornia”. Anche nelle relazioni omosessuali esiste il pericolo del disinganno, perché il desiderio è quello di avere un rapporto con un uomo “vero”, ma purtroppo si constata che l’altro, a sua volta, è “soltanto” un omosessuale.

Il disinganno può verificarsi anche nel comportamento del “latin lover”?

Certo, se si pensa che i comportamenti delle donne in America latina, negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Europa sono diversi e sono cambiati nel corso dei decenni. Il “latin lover” che fosse convinto di ottenere sempre successo con lo stesso comportamento, si troverebbe ben presto a fare i conti con il disinganno, perché non troverebbe sempre la donna giusta pronta ad adattarsi alle sue esigenze.

Questa considerazione si può estendere anche al comportamento nostro nei confronti degli stranieri e degli stranieri nei confronti del paese ospitante. Nessuno può lasciarsi guidare dai pregiudizi, perché, se lo fa, cade in comportamenti insensati, stupidi.

Quasi tutti noi ci comportiamo, lasciandoci guidare dal presupposto che il nostro mondo “è” il vero mondo; insensati, falsi, illusori, stravaganti sono i mondi degli altri. Se siamo ostinatamente convinti che noi abbiamo ragione e gli altri sempre torto, le tensioni tra locali e stranieri non si attenueranno mai, anzi aumenteranno di intensità. Anche nel rapporto tra partner bisogna smettere di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non essere battuti. In questo modo si può vincere insieme e si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, che è la vita.

Come possiamo chiudere questa conversazione?

Con le stesse parole dell’inizio. Un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij dice: “Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Soltanto per questo…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Grazie per la cortesia.

Biagio Osvaldo Severini

( Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, Feltrinelli. Il professore è morto nel 2007 all’età di 85 anni)

Mostra altro

L'arte di sopravvivere al trauma

12 Marzo 2013 , Scritto da Michelle Wilmot Con tag #michelle wilmot, #psicologia

The Art of Surviving Trauma

By Michelle Wilmot

L’arte é uno strumento molto potente per contrastare traumi fisici e psicologici e permettere che continui la comunicazione per chi li ha subiti.

Il mio trauma è stato l’esperienza in guerra.

Sono una veterana, ed è stato per me molto difficile il ritorno a casa negli Stati Uniti, dopo aver trascorso un anno nella città di Ramadi, capitale della regione Al Anbar, il luogo più pericoloso di tutto l’Iraq. Al mio rientro in Patria, dopo aver vissuto l’inferno di questa cruenta guerra, mi sono sentita giudicata e sono stata insultata da molti per quello di cui, nella loro immaginazione, un soldato e per di più di sesso femminile, si macchia. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse stata la mia reale esperienza di donna combattente, appartenente, inoltre, ad una minoranza etnica.

La pressione psicologica in quegli anni è stata durissima. Mi pagavo gli studi universitari lavorando part-time, ma sentivo crescere dentro di me un malessere che mi avrebbe portato ad un punto di rottura. Nonostante ciò, sono stata fortunata; in quel periodo ho trovato una valvola di sfogo: l’arte.

Fin da bambina, disegnare, dipingere e creare sculture è sempre stata la mia passione. Crescendo, sentendomi sempre ripetere che gli artisti non guadagnano abbastanza per vivere, ho pensato fosse più utile iscrivermi alla facoltà di Psicologia. Successivamente, non potendo permettermi di pagare gli studi, ho deciso di arruolarmi nell’Esercito Americano che mi prometteva una borsa di studio. Logicamente dimenticarono di dirmi che avrei dovuto lavorare 60 ore alla settimana, e che per lo studio avrei avuto solo i ritagli di tempo!

Quando ricevetti la notizia del mio imminente servizio in Iraq, ero a metà dei miei studi e, al mio ritorno, ho cambiato indirizzo: da Psicologia sono passata a Scienze delle Politiche Internazionali.

Dopo tutto quel che avevo vissuto, pensavo: “come si può pretendere di aiutare a cambiare il Medio Oriente quando la maggioranza di noi Americani non è mai stata al di fuori dei propri confini?” Avevo solo 22 anni, e trascorrevo quasi tutto il mo tempo ad ascoltare dibattiti politici; molte parole riempivano la mia testa, ma dentro il mio animo era vuoto.

Cercavo una via di scampo, ed è stato così che ho deciso di ritornare al mio primo amore, la pittura.

Dopo aver vissuto un' esperienza tanto traumatica, avevo perduto ogni interesse per l’arte e per tutte le mie altre passioni e desideri. Mi sentivo morta dentro, ma nel cuore sapevo che l’arte mi avrebbe aiutato a riscoprire emozioni ed idee al momento sopite. All’inizio è stato molto doloroso perché la pittura era per me catartica, ma riportava anche in vita molti dei traumi vissuti in guerra.

Una certa serenità sono riuscita a raggiungerla anche grazie ad un nuovo hobby, la danza del ventre.

Lentamente ho iniziato a rivivere, ho sentito la creatività scorrere nelle mie vene. Mi sentivo come se avessi ricevuto una “trasfusione” di arte.

Sono riuscita infine a completare il mio percorso di rinascita e ho realizzato uno dei miei sogni: mi sono trasferita nel Sud Est Americano, prima in Arizona ed ora in Nevada, dove la mia vena artistica ha finalmente potuto avere libero sfogo.

In maniera quasi inconsapevole e d’istinto, ho iniziato a raffigurare i miei più intimi e dolorosi ricordi di guerra. Il mio fervore artistico aumentava di giorno in giorno e, al contempo la mia anima si andava placando. Lentamente, i soggetti dei miei quadri si sono tramutati da ricordi di guerra a personaggi e situazioni dello stato politico attuale, ma rappresentati con senso dell’umorismo, attraverso una satira pungente e una critica sprezzante.

Molti miei amici veterani in quegli anni si rifugiavano nelle medicine prescritte dal Ministero della Difesa per curare patologie psicotiche con narcotici ed antidolorifici. Con gioia io invece posso ora affermare di essere riuscita, sebbene attraverso un lungo e duro cammino, a “curare” e ad alleviare le mie ferite solo seguendo la mia passione, facendo parlare per me le matite, i pennelli, i colori e la creta che plasmavo.

Oggi, che ho raggiunto uno stato di totale serenità posso dire senza tema di sbagliare: l’arte ha salvato la mia vita.

Ho incominciato ad insegnare materie artistiche in un centro di recupero per persone affette da malattie mentali. Un nuovo approccio scientifico, usando l’arte come terapia, invece dei soliti barbiturici prescritti troppo facilmente in molti casi. I miei studenti sono affetti da seri disturbi mentali, dovuti sia ad esperienze di guerra che a patologie genetiche. Ho iniziato ad incoraggiarli ad esprimere se stessi attraverso la pittura, la letteratura, la cucina, la musica ed altre forme artistiche; sono stata testimone di molte trasformazioni drammatiche ma positive dei loro comportamenti; Ciò non sarebbe accaduto solo col supporto delle medicine, che in molti casi assopiscono le passioni invece di legittimarle.

Come risultato, continuando sulla strada dell’arte, ho ricominciato a vivere anch’ io: un piccolo passo artistico alla volta, trovando la mia strada per uscire dall’incubo di essere stata io stessa vittima del trauma.

Ora sono un’Artista che una volta è stata vittima.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4