Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #cinema tag

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

21 Agosto 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #vignette e illustrazioni

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

Meñique, la favola di un minuscolo giovane contadino che aspira all'amore di una principessa, ha debuttato il 20 luglio nei cinema cubani della capitale, in occasione della Giornata dei Bambini. Il lungometraggio a cartoni animati di produzione cubano - spagnola riveste grande interesse perché segna una tappa importante nello sviluppo della cinematografia cubana. Meñique è il primo cartone animato girato con tecnica 3D prodotto da ICAIC sull'Isola. Autore Ernesto Padrón, regista e sceneggiatore, che definisce la pellicola "una versione sui generis di Pulgarcito". Padrón disegna anche i personaggi e conferisce l'animazione a una storia che rappresenta bene l'animo ispano - cubano, soffusa di sentori che ricordano la saga di Don Chisciotte e Sancho Panza, ma anche di paesaggi che riproducono la suggestiva Valle de Viñales e permeata di ritmi musicali popolari come il guaguancó.
L'idea di realizzare Meñique comincia farsi largo nel 2008, ma non è facile portare a termine un lavoro complesso che necessita di 200 persone tra disegnatori, programmatori e artisti che si prendono l'incarico di ricreare le immagini animate in tre dimensioni. Una conquista tecnologica e un grande successo per il cinema cubano, anche se 34 operatori tecnici sono spagnoli.

Producono l'opera: Instituto Cubano de Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC), Universidad de Ciencias Informáticas, Ficción Producciones Films (Spagna), Ibermedia e la Fundación Villa del Cine (Venezuela).
Budget alto per il cinema cubano: tre milioni di euro. Padrón considera i costi "molto economici" se paragonati ai budget internazionali di cui godono simili pellicole.
Meñique è un racconto per ragazzi che ho tradotto in italiano, molto noto a Cuba, una libera interpretazione di Pulgarcito (Mignolino) del francese Edouard Laboulaye, pubblicata da José Martí (1853-1895) nel primo numero de L'età d'oro, il libro più letto e amato dai bambini cubani.
Il film narra le avventure del piccolo Meñique che, per tirare fuori la sua famiglia dalla povertà, si reca in città insieme ai due fratelli, dove conosce il re che ha promesso di concedere il titolo di marchese e di dare sua figlia in sposa a chi riuscirà a liberarlo dalla terribile maledizione della strega Barusa. Meñique è la personificazione della furbizia, mentre la morale della fiaba è che "la sapienza conta molto di più della forza". Alla fine l'amore trionfa, come in ogni fiaba.

Il giovane attore cubano Liéter Ledesma presta la sua voce al protagonista, Yoraisy Gómez alla principessa, mentre altri attori molto noti a Cuba come Carlos Ruiz de la Tejera, Corina Mestre, Aramís Delgado, Enrique Molinae Osvaldo Doimeadiós danno vita agli altri personaggi.
Ruiz de la Tejera, che interpreta il figlio della strega malvagia, afferma che "la voce degli attori è stata registrata come se fosse un'opera di teatro, per sottolineare la provenienza cubana".

Il film dura 80 minuti, la colonna sonora è molto importante, contiene quattro canzoni originali del cantautore Silvio Rodríguez, ma anche la musica di fondo composta dal cubano Edesio Alejandro e dallo spagnolo Manuel Riveiro miscela con arte ritmi cubani ed europei.
Centinaia di bambini cubani accompagnati dai familiari hanno preso d'assalto il cinema Charles Chaplin dell'Avana per assistere al debutto di una pellicola importante che ha divertito grandi e piccini.

La pellicola vuole trasmettere un messaggio di amore, amicizia, solidarietà e perseveranza, in un momento storico così povero di valori e sentimenti. Proprio per questo si rivolge anche a un pubblico adulto.

Gordiano Lupi

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D
Mostra altro

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

14 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #storia, #cinema

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

Tutto comincia in un caldo, caldissimo, venerdì pomeriggio di giugno. Per strada la temperatura “percepita” è ben oltre i 30 gradi, e non me la sento di uscire; affondo nel divano e faccio zapping fra i canali televisivi, finchè incappo in un film che ho già visto –forse anche due volte - ma che mi fa lasciare il telecomando, per un grande Alberto Sordi, fratacchione romano che intima a due poveri prigionieri, poco convinti, di pentirsi dei loro peccati prima di andare a morte.

Il film, lo avrete capito, è “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni, del 1969, con un cast – come si direbbe oggi - “stellare”: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein; la storia è quella di Angelo Targhini e Leonida Montanari, due carbonari che, accusati di aver tentato l’omicidio di una spia, vengono ghigliottinati nella Roma papalina del 1825.

Proprio la scena finale, quella dell’esecuzione, mi fa venire in mente qualcosa. Anche se il regista ricorre a immagini “tagliate”, che cancellano i segni della modernità, quando Montanari passa sotto una porta ad arco, a dorso di mulo, con le mani legate, mi pare di riconoscere uno degli ingressi di piazza del Popolo.

E così, una mattina, sabato (quindi niente ZTL), decido di andare a verificare: se quello è il posto, mi pare più che probabile che una traccia ci sia, una lapide, magari una corona appassita, anche solo un ricordo vergato col pennarello.

Parcheggio con comodo e mi avvio a piedi: è presto, eppure la piazza è già piena di turisti che si fanno foto, ne ammirano lo splendore, si infilano nelle due chiese gemelle per un atto di devozione o forse, più probabilmente, per cercare un po’ di fresco.

Mi guardo intorno: fermo all’ombra del caffè Rosati c’è un omone grande e grosso, con una vistosissima maglietta rossa. È lui, mastro Titta, il boia per eccellenza, che fu anche esecutore di Targhini e Montanari; per il caldo, e in omaggio ai tempi, ha sostituito la palandrana rossa, che era segno del suo mestiere e della sua autorità, con una tshirt, ma la somiglianza con l’Aldo Fabrizi, insuperato interprete del personaggio c’è tutta.

Si guarda intorno, scruta i passanti, con occhio fintamente annoiato, ma in realtà vigile; non gli interessa il loro aspetto, la corporatura, l’altezza e il peso; sa che corda e cappuccio appartengono al passato, guarda piuttosto il loro collo, perché è su quello che ormai interviene, con uno strumento che, ironia della sorte, hanno inventato i rivoluzionari francesi ma è stato adottato subito dalla Curia conservatrice e per tutto il resto ostile alle novità.

Probabilmente ripensa a quello che gli ha detto Montanari (almeno così racconta il film), prima di morire: “l'unica cosa al mondo oggi che non puzza de vecchio, de decrepito, è la ghigliottina. Voi siete l'omo più moderno de Roma. A mastro Ti, l'avvenire è vostro !”

Ha ben ragione di essere fiero delle sue 516 vittime (tra suppliziati e giustiziati) in oltre sessant’anni di attività, e sa di non essere più circondato – come una volta - dall’odio del popolino, che ha trovato addirittura espressione in un modo di dire tramandatosi fino ai nostri giorni “Boia nun passa ponte”, per significare che gli era vietato passare dall’altra parte del Tevere (lui abitava in Borgo), salvo che nelle giornate di lavoro.

Allora la voce correva: “Mastro Titta passa ponte” (e anche questo si continua a dire), per indicare un giorno nel quale è prevista qualche avvenimento eccezionale, anche se oggi fortunatamente non più letale per nessuno.

Frattanto, mi ha preso voglia di un caffè, ma da Rosati non ci entro: mi intimidisce la gigantesca figura di quel simil-mastro Titta sulla porta. E allora vado al bar di fronte, sull’altro lato della piazza, l’altrettanto noto Canova.

Mi siedo ad un tavolino all’ombra e ordino un caffè “al ghiaccio”, dimenticando per un momento di essere a Roma, e non nella mia Bari. Mi tocca spiegare allo stralunato cameriere che desidero un caffè “in vetro” (non nella tazzina, ma in un bicchierino… qui dicono così) con l’aggiunta di due cubetti di ghiaccio, che gli danno una piacevole sensazione di fresco, conservano l’aroma e ne fanno cosa ben diversa dalla sciacquatura di caffè che è il “freddo” conservato in anonime bottiglie.

Mentre sorseggio, mi guardo intorno: la piazza si riempie sempre di più; tra un po’ sarà affollata come in un comizio degli anni settanta o a una esibizione di mastro Titta…mancano solo palco e primattore.

La mia attenzione è attratta da una coppia di adolescenti: si tengono mano nella mano, ogni tre passi si fermano per un bacio, una carezza, indifferenti agli altri intorno a loro. Però, arrivati vicino all’ obelisco che troneggia al centro della piazza, lui, veloce veloce, le lascia la mano e, furtivo, si avvicina alla colonna. Trae di tasca un bigliettino, un pezzo di schotch che stacca con i denti e lo fissa ad uno dei leoni.

Un novello Cornacchia/Pasquino? Uno sberleffo al potere, magari in rima? Una protesta contro l’ultimo aumento delle tasse?

Sono curioso: pago e, non appena i ragazzi sono fuori vista, mi avvicino a leggere. Niente di quel che pensavo: solo un banalissimo “Mirko e Deborah uniti per sempre, Roma 14 giugno 2014”

Che delusione! Non posso non ripensare a Manfredi che sgaiattola per i viottoli di una Roma notturna, inseguito dalle guardie di Enrico Maria Salerno, affiggendo qua e là cartelli di sfida

Non sono più i temp ! Oggi chi vuole protestare, e guadagnarsi i suoi quindici minuti di celebrità (ah, Warhol, quanti danni hai fatto!) un microfono e una telecamera li trova sempre…e poi c’è Youtube, Facebook, Twitter.

Mi avvio, con un po’ di amaro in bocca per la delusione, che però sparisce subito quando vedo venirmi incontro una prorompente bellezza “tutta romana”: oggi si direbbe “alla Sabrina Ferilli”, ieri “alla Giovanna Ralli”. A me che ho ancora in mente il film di Magni, viene in mente Claudia Cardinale, che romana non era, ma giusta nella parte, così come lo fu Lea Massari a teatro e Claudia Mori nelle due versioni dell’altro romanissimo “Rugantino”… insomma ci siamo capiti

Mi dirigo da Feltrinelli per prendere l’ultimo Adelphi con “tutto Maigret”, e, a ben vedere, “resto in tema”: anche il pacioso Jules i cattivi li manda alla ghigliottina…..

PS: la lapide c’era; è quella nella foto, su un muro della Caserma dei Carabinieri (all’epoca dell’esecuzione Caserma delle Guardie papaline, a conferma che a Roma tutto cambia, ma…resta uguale)

Mostra altro

Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
Mostra altro

Lars Von Trier puzza!!!

8 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Lars Von Trier puzza!!!

Allora, care amiche, cari amici,

sono riuscita finalmente a vedere Nynphomaniac vol. 1.

Ah finalmente questa si è organizzata un’uscita come si deve,

penserete voi. Ma cosa dici maaai, rispondo con la faccia da Topo Gigio… quando

la sfiga ci si mette non c’è organizzazione che tenga.

Io, per la verità la mia uscita come si deve me l’ero in

effetti ben preparata, con tanto di babysitter pagata (con supplemento festivo)

e marito implorato a suon di lamentele per farmi accompagnare… poi, arrivati lì, scopriamo che il cinema aveva

cambiato l’orario della programmazione all’ultimo momento, collocandolo

irrimediabilmente al di fuori della finestra temporale che mi ero faticosamente

ritagliata per l’evento.

A dirla tutta, non l’ho presa molto bene, per di più pioveva a

dirotto e non ho potuto sfruttare l’uscita manco per una passeggiata romantica

magari arricchita da gelato ipercalorico e compensativo. La crisi isterica ha

preso a incombere in modo terribile e quasi irreversibile, dico “quasi” perché

il caso ha voluto che stavolta, più per istinto di sopravvivenza che per reale

affezione, fosse proprio lui, mio marito, l’homo insolitamente sapiens, a

suggerire la soluzione che ha procurato a lui una serata tranquilla e a me l’argomento

di questo post.

- E se lo vedessimo in streaming su internet? – mi ha

proposto con un sorriso spumeggiante, un po’ falso/attendista e un po’

compiaciuto/speranzoso che mi ha tanto ricordato Jim Carrey con la Mask verde attaccata

alla faccia…

Lo so, lo so non è la stessa cosa, per di più è illegale e, a

tal proposito, davanti alla polizia postale, sono disposta a testimoniare che è

tutta colpa sua (è vero che è il padre dei miei figli, ma io sono la madre dei

miei figli… e la mamma è sempre la mamma!).

Insomma, per farla breve, ho accettato ed eccoci qua. (Non rompete, lo dovevo

scrivere questo post volenti o nolenti!!!)

Dunque, veniamo al sodo.

Vi ricordate le mie opinioni sul film pre-visione e del fatto

che volessi impietosirvi sulla cattiva sorte capitata alla piccola Joe?

Ecco, mi sbagliavo, cancellate tutto… e riavvolgiamo il nastro.

Ovvero, la psicologia spicciola della ragazzina priva di

regole e abbandonata a sé dalla madre è esattamente quella che vi avevo

prospettato. Quello che non mi aspettavo è il modo in cui viene raccontato il

disagio di sex addiction della ragazzina… nel senso che non viene raccontato

affatto!

Dapprima vediamo che la pulzella si appassiona alle virtù

dell’autoerotismo sin dalla tenera età, poi si capisce che l’inaridimento dei

sentimenti vero e proprio scaturisce dall’assenza di amore e attenzione da

parte della madre che, per misteriosi motivi, si comporta come una vera stronza

del tutto disinteressata a svolgere nei confronti della figlia alcuna funzione

educativa oltre che affettiva. L’unica figura che si incarica di infondere un

barlume di affetto e di serenità nell’anima della bambina è il padre, tenero,

fragile alcolista col pallino degli alberi (?), per il quale Joe nutre, e

dimostra in punto di morte (del padre), un affetto quasi materno.

Per il resto, numeri di Fibonacci, arte del pescare,

ornitologia e botanica, polifonie di Bach (la famosa parte filosofica del film)

si intersecano a scene di sesso che coinvolgono, oltre alla protagonista,

innumerevoli tizi più o meno anonimi di cui a stento si riesce a conoscere

l’iniziale del nome.

Ora, devo proprio dirlo, se c’è una cosa che assolutamente

manca in tutte queste scene di sesso… è proprio il sesso! Almeno come lo

intendo io… Il tutto è desolatamente privo di eros (oh, ci fosse stata una scena…dico

una… a suscitarmi quel certo languorino… niente, nada, nisba). Al punto che il

nulla angoscioso (angoscioso perché nulla) che mi veniva inflitto dal film ha

avuto su di me effetti inspiegabilmente e bizzarramente allucinogeni: mi è

sembrato di stare vedendo, come dire, avete presente quei vecchi film in bianco

e nero (Charlie Chaplin, Buster Keaton….) in cui i protagonisti si muovono a

una velocità accelerata? Ecco, una cosa del genere, e ad un certo punto c’ero

anch’io dentro la pellicola che scuotevo la testa velocissimamente come Paperino

che si sta svegliando da un sogno e realizza cosa gli sta accadendo. In questo

modo (non vi preoccupate non mi succede spesso) mi sono accorta della trappola architettata dal regista che solo una pollastra incallita come me poteva sgamare.

Il fatto che Joe racconti in modo così distaccato e privo di

emozioni le immagini di sesso vissute e che soprattutto queste immagini siano

rappresentate in maniera così nuda e cruda, e prive di una “storia” propria, mi

puzzava davvero tanto. Era come se le fossero state messe in bocca parole non

sue… o meglio parole che non possono appartenere a una donna che pare consapevole

della sua dipendenza patologica e che ne descrive con compiaciuta accuratezza

gli effetti senza tuttavia mostrare o trasmettere la benché minima sofferenza o

emozione in relazione a ciò che racconta.

E se, oltre che ninfomane, avessi voluto crederla affetta

da depressione, dico, per esperienza più

o meno diretta, che una donna depressa trasuda COSTANTEMENTE angoscia e

sofferenza, anzi tutto il suo essere non fa altro che vomitare, stile Linda

Blair, tutto il dolore che ha in corpo…

Poi ho finalmente realizzato da dove veniva tutta quella puzza:

sei tu Lars che puzzi e pure tanto!!!

Ma soprattutto chi vuoi imbrogliare?

Credi che non abbia capito che quelle immagini fossero tutte

frutto della tua testa?

Bella scoperta, mi direte voi, lui è il regista…

Sì certo, ma il punto è che, da un po’ di film a questa

parte, il buon Lars si è messo in testa di raccontarci la SUA depressione,

quella che l’ha colpito (e quasi affondato) pochi anni fa.

Ma in questo film caro Lars, a parer mio, dimostri di avere due

grossi gap:

a) tu racconti al mondo la depressione come la vede un

depresso, cercando cioè di rappresentare quel patologico senso di distacco e di

fatalismo, quella sensazione di abitare un piano esistenziale mollemente

adagiato su un livello di piatta mediocrità che chi è stato depresso ben conosce

(ma solitamente quando il mondo si prende la briga di osservare un depresso

vede soltanto un poveraccio che soffre come un cane e appesta il circostante di

mortifera negatività).

b) non sei una donna! (Sei a conoscenza che la fantomatica

parte femminile di un uomo, anche quella dell’artista più sensibile, non è

altro che “un pezzo” di maschio?)

In più passi per essere un genio per cui godi tra i tuoi fan

di un credito quasi illimitato, ma a me sembra proprio che mettere su pellicola

il repertorio di immagini di sesso (chissà di quanti anni!!!) come le pensi tu

in quanto maschio (per di più depresso) e cercare di ammantarle con un’aura di intellettualismo,

oltretutto millantando un punto di vista femminile, sia in definitiva una bella

presa per il culo…

è come se un giorno di questi, approfittando dell’attenzione

e della fiducia che voi, miei devoti lettori/trici, generosamente mi accordate,

vi propinassi, come mio, un post scritto da mio marito!

La notereste subito la differenza, no?

Vero che la notereste?

… anche non subito…ma sì, vero? VERO?

(mmh… mi sa che uno di questi giorni faccio un esperimento…)

P.S. cara Joe mi dispiace, avevi un grosso potenziale per

entrare a far parte del pollaio ma il tuo gallo cedrone ha ben pensato di prendere

il tuo posto…

E questo mi fa pensare… a Lars ma non è che sotto sotto…???

Mostra altro

Precisazioni

1 Giugno 2014 , Scritto da Redazione Con tag #cinema

In merito ai due articoli pubblicati su questo blog riguardanti la figura dell'attrice livornese Doris Duranti

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini (Gordiano Lupi)

Doris Duranti (Patrizia Poli)

un gentile lettore ha rilevato un paio di inesattezze, inviandoci alcune interessanti precisazioni, di cui lo ringraziamo.

Quindi riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

"Molti potrebbero pensare che si chiamasse Dora. Ma in realtà il suo vero nome è sempre stato Doris! Non appartiene alla schiera delle dive che ha dovuto rendere "esotico" il proprio nome come la moda dell'epoca imponeva. O almeno questo era ciò di cui lei sempre si vantava. Crebbe in un ambiente cattolico, detestò il bigottismo della madre, ma mantenne salda la sua fede cattolica fino alla fine.Tant'è che fu proprio con la scusa di andare in chiesa a prendere la comunione che un giorno uscì di casa, si recò alla stazione di Livorno per prendere il treno per Roma e iniziare col cinema nel 1934 che ancora doveva compiere 17 anni! Suo cugino, Lorenzo Duranti, la attendeva alla stazione di Roma.

Da una lettera di Doris:"E' venuto a prendermi alla stazione con il bambino più piccolo, Francesco, occhi grandi, come i miei, sguardo fiero, un Duranti a soli 10 anni, come del resto anche gli altri! Gli altri che stanno tutti al capezzale della madre morente... Povera donna!"

Fu lui in realtà a procurarle il biglietto per venire nella Capitale e magari farle realizzare questo suo sogno e non rubò da nessuna cassetta di nessuna zia come erroneamente riportano talune biografie. La famiglia di suo padre, infatti, era originaria della Sabina, vicino Roma, appartenente ad una antica famiglia nobiliare del posto. Il loro nonno difatti era barone, appartenne all'XI legislatura del Regno d'Italia e fu presidente della provincia di Roma subito dopo l'unità d'Italia. Il titolo baronale passò però ad un ramo collaterale della famiglia ma non a loro e quindi i due cugini non avevano alcun titolo. Alla feroce contraposizione della sua famiglia di origine faceva da contraltare la benevolenza di suo cugino Lorenzo che la fece ospitare in casa di sua figlia Margherita in un quartiere borghese di Roma.

"Margherita è una donna bellissima -dirà Doris in una sua lettera- è una mamma affettuosa e vive in un appartamento elegante e bello! E' una donna adorabile ed elegante".

Ben presto, già nel 1935, Doris andrà a vivere in un suo appartamento dove le sarà più comodo ricevere visite di amici e colleghi di quel mondo, quello del cinema, che già a partire dal 1935, era per lei avviato. Sono false le affermazioni che la vogliono già amante del gerarca Pavolini a partire da quest'anno. Lei si dedicherà esclusivamente al cinema e andrà molto orgogliosa soprattutto di un suo film "Carmela" per il quale dichiarerà sempre "il mio fu il primo seno nudo ripreso all'impiedi, apparve eretto com'era di natura, orgoglioso, senza trucchi, invece la Calamai si fece riprendere sdraiata, che non è una differenza da poco". La relazione con Pavolini nasce sul set del film "Il re si diverte" del 1941.
Doris amò follemente la sua Livorno della sua infanzia e la sua Roma, tant'è che a Santo Domingo il ristorante che aprì in vecchiaia si chiamava "Vecchia Roma"! Proprio perchè originario della sua Livornò trovò molto piacevole l'incontro con il conte Galeazzo Ciano di cui scriverà "un uomo elegante, raffinato, bello, loquace e soprattutto distrugge la noia che creano tutti questi maggiordomi in nero e vecchi impagliati che ci stanno intorno! Il suo pregio migliore? La moglie Edda! Adorabile! Estroversa! Materna! Moderna! Ma non posso espormi troppo o corro il rischio di passare per ruffiana! Un giorno quando le cose saranno tutte più semplici potrò dire ad Edda quanta stima nutro per lei!"

Soffrì molto per la dura sorte che ebbe Livorno durante la guerra e dopo un furibondo litigio con Pavolini si recò personalmente nella sua città natale per vedere cosa era diventata a seguito della furia del conflitto. Perse fiducia nel partito ma non aveva coraggio a dirlo al suo amato... Sfiduciata dal fascismo seguì Pavolini per amore fino alla frontiera svizzera ma capì che le cose non sarebbero andate nel verso giusto... La comitiva composta dai gerarchi, dal Duce e dalla Petacci avrebbe costeggiato il lago di Como. Lei dopo l'ennesima lite con Pavolini, testarda come quando una livornese si impone contro un fiorentino, scavalca DA SOLA il confine svizzero armata con una Beretta M34 e raggiunge Lugano il 28 aprile 1945! Sapeva che le stavano dando la caccia i partigiani! Gli altri furono tutti fucilati a Dongo, lei la ebbe vinta, la sua amica Luisa Ferida e Osvaldo Valente furono fucilati a Milano 2 giorni dopo con grande dolore di Doris! Luisa era estranea ai fatti, in realtà era Osvaldo che appoggiava la RSI. Doris rimase dunque antifascista dopo aver visto prima Roma e poi la sua Livorno, la sua gente, così ridotti in rovina ma inorridì al vilipendio di cadavere che si fece al corpo del suo compagno a Piazzale Loreto! L'unico suo peccato? Aver amato uomini sbagliati e aver avuto sempre Livorno nel cuore tanto da non riuscire a vederla più dopo le distruzioni della guerra! Roma? Troppo diversa da quella che lei aveva vissuto, troppo invivibile oramai! Di Livorno dopo la guerra dirà "É come vedere i tuoi genitori sfregiati". Morirà a Santo Domingo nel 1995 senza rivedere nemmeno uno dei protagonisti della sua vita lontana dal suo amato mare etrusco di Calafuria.

Autori: Luisa Cantarelli, Francesco Pietrantuono. Testi: collezioni private, raccolte epistolari autografe di Doris Duranti.

Mostra altro

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

28 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

Stefano Simone (1986) è un giovane regista nativo di Manfredonia (FG), che scrive sceneggiature e gira cortometraggi sin da adolescente (il primo all’età di 13 anni), dopo gli studi liceali si trasferisce a Torino per studiare cinema all’istituto Fellini e ottiene il diploma di Operatore della Comunicazione Visiva. Nel 2009 gira a Manfredonia il suo lungometraggio d’esordio Una vita nel mistero (2010), un film ispirato agli eventi soprannaturali che hanno segnato la vita di un devoto di Padre Pio. Prima c’era stato il promettente corto fantastico - splatter Cappuccetto Rosso, ispirato a una controfiaba di Gianni Rodari e a un racconto contemporaneo, girato nei boschi piemontesi. L’attività del regista prosegue febbrile. Ricordiamo lo sperimentale Unfacebook (2011) - ancora inedito - cinema fantastico sui danni che può produrre un eccesso di comunicazione a base di social-network. Sophia (2012) è un cortometraggio interessante girato in Svizzera per conto della Scuola Media Acquarossa, interpretato da attori giovanissimi. Weekend tra amici (2013) è il suo ultimo lavoro, il più maturo, minimalista ma dal taglio splatter e crudele, finalmente distribuito da un circuito televisivo.

Incontriamo Stefano Simone sul set del nuovo film: Gli scacchi della vita, un dramma fantastico ispirato a Il settimo sigillo e a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Siamo andati a fargli visita per porre alcune domande.

Stefano Simone è un regista di genere o un autore? Come ti presenteresti a un pubblico che vuole conoscere la tua attività?

Non mi considero né un regista di genere, né tantomeno un autore: credo che molto spesso si usi questa parola in maniera impropria. Diciamo che sono un filmmaker a cui piace raccontare storie che, in qualche modo, parlano sempre della condizione di un essere umano. Non ho un genere di riferimento, cerco sempre di spaziare il più possibile, adattandomi al tipo di film che sto girando.

Qual è il tuo metodo di realizzazione di un film?

Preciso subito che realizzo i miei film nella più totale indipendenza. La troupe è composta da pochissime persone e sono sempre io - tranne rarissimi casi - a occuparmi sia della fotografia che delle riprese. Ho sempre il film in testa e, quando la sceneggiatura definitiva è pronta, scrivo lo shooting script, con tutte le inquadrature, i movimenti di macchina, ecc. Posso affermare che i miei film sono montati ancor prima di girarli. Chiaro che, alcune volte, modifico un po’ la scena in base alla location, senza comunque variare il linguaggio e, di conseguenza, ciò che si vuol comunicare in quel momento.

Come dirigi gli attori?

Non ho un metodo preciso, dipende dal film. In linea di massima, fornisco delle indicazioni base sui rispettivi personaggi e sul relativo cambiamento - se c’è - poi, scena per scena, mi limito a dare istruzioni del tipo “fai una pausa di qualche secondo”, oppure “dì la battuta più veloce”. Insomma, sul set, lavoro sul tono di recitazione.

Uno dei tuoi primi lavori è un horror - splatter fantastico, un corto intitolato Cappuccetto Rosso. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta di una favola horror - splatter tratta da un racconto contemporaneo che omaggia il cinema di genere italiano, in particolare il gotico anni Sessanta: Mario Bava, Riccardo Freda, Antonio Margheriti. Ci sono comunque anche contaminazioni di Lucio Fulci e Joe D’Amato.

Il primo lungometraggio, Una vita nel mistero, è un mix di suggestioni autoriali e cinema fantastico.

Si, ma preferisco dire che si tratta semplicemente di un film mistico-religioso che racconta la vera storia di un devoto di Padre Pio a cui sono successi eventi straordinari. Ho comunque cercato di mantenere un certo distacco e di raccontare la storia in maniera neutrale, in modo che ogni spettatore possa interpretare gli eventi in maniera soggettiva.

Il tuo film più riuscito resta Weekend tra amici, un lavoro complesso, minimalista e filosofico, ma ricco di eccessi gore e splatter. Un lavoro che ha ottenuto consensi critici e anche una minima distribuzione.

Si, è il mio miglior lavoro sotto tutti i punti di vista. La critica ne ha parlato generalmente in maniera positiva e il film otterrà una distribuzione in tv, dvd e home video grazie a Running Tv International. Direi che posso ritenermi molto soddisfatto del risultato raggiunto fino a questo momento.

Altri lavori minori sono Sophia e Unfacebok

Sophia è un corto di stampo thriller-fantasy girato in Svizzera per la Scuola Media Acquarossa: è stata una bellissima esperienza lavorare con ragazzi di 13-14 anni pieni di volontà. La storia rievoca certe atmosfere di Howard Phillips Lovecraft, anche se il tono del film è decisamente più soft. Unfacebook è il mio secondo lungo, sicuramente il meno riuscito della breve filmografia.

Stai preparando un progetto interessante, un vero e proprio omaggio al cinema di Ingmar Bergman. Dicci qualcosa di più...

Si tratta di una storia drammatica di formazione. Una partita a scacchi che il protagonista gioca - forse - con se stesso, una competizione interiore per superare cattivi ricordi adolescenziali. Direi che ho detto abbastanza...

Abbiamo l’impressione che sentiremo ancora parlare di questo giovane filmmaker pieno di speranze, talento e grande buona volontà. Se il suo maestro è Ingmar Bergman, può essere il giovane Lars von Trier del cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema
Mostra altro

Femminilità (in)corporea (2013) di Roger A. Fratter

15 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Femminilità (in)corporea (2013)  di Roger A. Fratter

Femminilità (in)corporea (2013)

di Roger A. Fratter

Sottotitolo: Preferisco suoni lontani. Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter, Lauro Certaldo. Montaggio: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali: Beat Records (Roma). Brani Musicali: Dammi Tempo, Capitan Coraggio di Michael Vegini; pezzi al piano di Alessandro Fabiani; Touch Me di Malinowska, Puglisi, Toso, interpretrato da Monique. Dipinti: Oliviero Passera. Direttore di Produzione: Lauro Certaldo. Produzione e Distribuzione: Beat Records Company. Durata: 90’. Genere: Introspettivo. Interpreti: Roger A. Fratter (Raffaele), Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta), Giulia Marzulli (Gianna), Anthony Paul (Enzo), Valerio Ragazzini (Vanni), Matteo Maffeis (Michele), Rachel Rose Wood, Pietro Mosca (Saggezza).

Roger A. Fratter è un regista indipendente controtendenza. Abbiamo cominciato ad apprezzare la sua opera con Sete da vampira (1998), Anabolyzer (2000), Abraxas (2001), Flesh Evil (2002), Innamorata della morte (2004), quando erano tempi magri per il cinema horror nostrano. Adesso che molti indipendenti sono tornati a fare cinema di genere lui si dedica a pellicole introspettive, commedie erotiche e cinema d’autore. Due film interessanti come Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) - una sorta di personale Otto e mezzo - e Tutte le donne di un uomo da nulla (2010) - storia di un nullafacente mantenuto da una moglie ricca - anticipano il sofferto e introspettivo Femminilità incorporea, che presenta il suggestivo sottotitolo Preferisco suoni lontani.

Vediamo la trama. Raffaele, scrittore insoddisfatto della vita materiale e sentimentale che conduce, decide di scappare da moglie, figlia e amante per ricercare il suo mondo interiore, la donna ideale e il senso vero dell’esistenza. Raffaele acquista un quadro che raffigura una figura femminile, sparisce dalla realtà, vive in un mondo onirico dove tutto è possibile e le regole della realtà non esistono. “Quando il nostro microcosmo comincia a diventare incerto è in quel momento che udiamo una voce chiamarci da lontano”, dice il regista nella didascalia iniziale. Il protagonista precipita in un abisso di incomunicabilità, perdendo ogni riferimento con la realtà dopo la rottura di un duplice rapporto con moglie e amante. Scappa dalle sue donne, persino dalla figlia (complice della fuga), si libera da ogni vincolo, anche del suo editore, per intraprendere un viaggio mistico alla ricerca di se stesso e di un donna ideale che è destinato a non trovare.

Il film è girato in una Bergamo luminosa e spettrale, raffigurata da tersi cieli invernali e cupe giornate cosparse di nuvole intrise di pioggia. La pellicola gode di una fotografia solare, lucida, colorata, ed è girata con movimenti di macchina decisi, soggettive intense, piani sequenza introspettivi. Il messaggio subliminale fa capire che l’arte è sempre una via d’uscita, perché trasforma la realtà, contribuisce a far accettare il mondo interiore, riveste una funzione terapeutica, aiuta a capire se stessi. Il regista calca la mano sul cinema surreale per dimostrare la relatività dell’esistenza e il diverso modo di vedere le cose. Un filmino amatoriale (girato con tecnica da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato) cambia il contenuto alla seconda visione: prima mostra una famiglia felice, subito dopo la cruda realtà dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Il ritorno del marito, infine, non sappiamo quanto sia reale o quanto una costruzione fantastica della moglie, mentre il regista ci fa capire che l’uomo si è perduto dentro un quadro, cercando una donna che forse non troverà mai. Femminilità (in)corporea insiste molto sulle sequenze erotiche, mai così audaci, intense e credibili in un film di Fratter. Il discorso più importante del regista segue la tematica pirandelliana de Il fu Mattia Pascal, tra soggettive nervose e lunghi piani sequenza: la fuga di un uomo dalle donne della sua vita, ma soprattutto da se stesso, alla ricerca di qualcosa che non troverà. “Le due metà non si uniranno mai perfettamente”, dice la didascalia finale, subito dopo i titoli di coda. La donna perfetta non esiste, resterà un sogno impalpabile di un uomo in fuga. Roger Fratter gira con eleganza e sapienza tecnica un film difficile, ben recitato da lui stesso (nei panni del protagonista) e dalle tre donne Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta) e Giulia Marzulli (Gianna). Da recuperare nei circuiti Home Video, perché non è un prodotto destinato al cinema.

Mostra altro

Nynphomaniac previsione

14 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nericumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Nynphomaniac previsione

Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell’ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier.

Il piano è quello di sottrarci per un pomeriggio alle assedianti incombenze genitoriali e spararci questo filmone (nel senso della durata) che arriva in Italia col crisma dell’opera porno-filosofica (?!). Ovviamente l’attuazione del nostro progetto sta richiedendo una dose di pianificazione, coraggio e spregiudicatezza che manco Clint Eastwood in “Fuga da Alcatraz”… (sembra che non sia MAI il momento giusto per prendersi una pausa dai figli!)

Quindi, aspettando di uscire a riveder le stelle, mi sono sbirciata un po’ di critiche e recensioni varie pubblicate in rete sulla pollastrella (?) più controversa del momento. Qualcuno potrebbe obiettare che la Joe del filmazzo in questione abbia poco a che spartire con le pollastrelle dei nostri libri preferiti, e invece no, o almeno così credo io.

Fatta la tara del salto di linguaggio (tra letteratura e cinema), del modo di raccontare la storia, nel senso della sensibilità e della tecnica dell’autore, quelli che rimangono sono sempre gli stessi interrogativi sulla femminilità, sull’amore, sulla vita e bla bla bla… Per questo ho deciso di parlare del film ancor prima di averlo visto.

La narrazione procede all’indietro: la protagonista, Joe, dopo una vita impegnata a sperimentare ogni sorta di trasgressioni sessuali, si trova a raccontarle, seduta su un divano a mo’ di seduta psicoterapica, ad un uomo dai buoni sentimenti, un po’ in là con gli anni, e “verginello” di corpo e di spirito, che l’ha trovata sanguinante in un vicolo e l’ha portata a casa sua per meglio soccorrerla.

Dalle immagini viste in anteprima e dalla pubblicità un po’ denigratoria sentita in giro parrebbe quasi che il film debba attirare in sala torme di pervertiti con la fantozziana lingua di fuori e le mani impegnate a ravanare … altro che i pop corn!

La mia impressione “prefilm” invece è del tutto diversa.

Premetto che solitamente alla visione di immagini hot, la mia parte maschile esce prepotentemente per “darsi da fare” con quella femminile, per cui si può dire che io risulti parecchio “impressionabile” da questo punto di vista, ma quello che desidero fare oggi è suggerirvi che la Joe di Lars Von Trier non sia poi troppo diversa dalle nostre beniamine…

Non so se riuscirò a convincervi, perché quella “impressionabile” sono io, ma almeno ci provo.

In effetti l’idea che mi sono fatta (ovviamente a ragione e film non veduti) è che le immagini di questo film, per quanto sopra le righe, finiscano per raccontarci un’altra delle storie a cui siamo tanto affezionate…

Be’, forse sto azzardando una connessione un po’ acrobatica, ma credo che la distanza tra questi, che appaiono come due universi narrativi davvero inconciliabili, sia esagerata dal linguaggio cinematografico, potente e spaventoso.

Mentre, quando leggiamo, si crea più facilmente una naturale familiarità con le immagini che creiamo noi nella nostra testa… no?

In realtà, a me la cara Joe sembra proprio una pollastra da manuale, anzichenò.

Intanto la tipa non si è fatta mancare una madre gelida e anaffettiva che durante la sua infanzia non l’ha mai degnata di attenzione alcuna per cui, seguendo lo sbarellato istinto di sopravvivenza tipico dell’età adolescenziale, si ritrova a compensare col sesso compulsivo il senso di inadeguatezza che accusa nei confronti del suo stesso essere al mondo. (Melissa P.?)

Parafrasando gli Elio e le storie tese, potremmo dire che la tipa si cura col pene che le toglie le pene, o, più seriosamente, potremmo fare riferimento a una sorta di affidamento carnale che compensa la mancanza di quello affettivo.

Insomma, si inocula (ha ha!!!) massicce dosi di piacere sessuale per lenire il dolore celato, inconfessato dell’anima… (quanto bene le avrebbe fatto “una botta” a Bridget Jones, fin dall’inizio!)

Esiste uno studio (esiste seeempre uno studio) sul fatto che nelle donne, durante l’orgasmo, si attiva la parte del cervello che controlla la predisposizione alla lotta o alla fuga.

Non può essere che in Joe la ricerca dell’orgasmo corrisponda direttamente alla sua lotta contro le insicurezze e alla sua perenne fuga da dolorose, indicibili verità su se stessa?

Ok, basta. Penso sia il caso di andarlo a vedere quanto prima ‘sto film perché sto cominciando a sproloquiare.

Io, durante l’orgasmo, lotto solo con mio marito, nel senso che lo prendo a pugni e lui incassa, poi fuggo in bagno: un’incipriata al naso e poi a nanna…

…Finché i figli dormono ancora.

Mostra altro

Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

1 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

Batton Story - Le impiegate stradali (1976)

di Mario Landi

Trash fin dal titolo questa commedia sexy di Mario Landi, che comincia come uno scolastico, prosegue come un mondo movie all'interno della prostituzione, per finire in pochade alla Feydeau con tanto di bagarre. La pellicola - modesta e girata con poco brio - presenta anche momenti da blando prison movie, o meglio da women in prison, durante il soggiorno in guardina delle prostitute che devono vedersela con perquisizioni eseguite da secondine lesbiche. Tutto è lasciato all'intuizione del pubblico, comunque. Batton Story è una commedia (meglio dire farsa) sexy molto casta, sceneggiata con poche idee e con ancor meno scene di nudo. Femi Benussi stupisce tutti perché è vestita per l'intera pellicola, nei panni di una professoressa che si prende a cuore i problemi delle prostitute e vuol fondare un sindacato a tutela dei loro diritti. La Benussi si presenta come professoressa perbenista che intrattiene gli scolari su quanto sia disdicevole esercitare il mestiere più vecchio del mondo. Cambia idea quando viene arrestata per sbaglio durante una retata di lucciole e deve passare una notte in guardina con le compagne di sventura. A quel punto decide di mettersi alla guida di una lotta grottesca contro i papponi, stringendo una forte amicizia con Marisa Merlini - la veterana del gruppo - e Mariangela Giordano, la più nuda delle prostitute. Toni Ucci è il capo dei magnaccia, il suo personaggio si caratterizza per l'impotenza, perché non riesce a congiungersi carnalmente con la Giordano neppure recitando, travestito da Sandokan, Antonio, Tarzan e altri personaggi famosi. La Benussi ha un fidanzato (Gianni Dei) figlio di un ministro potente (Cajafa) e punta su di lui per rivendicare diritti e regole a favore delle protette. Una delle sequenze più trash vede una riunione di battone che brandiscono cartelli con sopra scritto: "Puttane di tutto il mondo, unitevi!", "Papponi go home", "Basta pappare, papponi!"... infine chiedono un referendum per abolire i protettori. Pure la riunione sindacale dei papponi non è meno ridicola, divisi come sono tra meridionali (vorrebbero fare un cappottino di cemento alle battone) e veneti (propongono la serrata del sesso). Lo scontro tra puttane e papponi giunge a vie di fatto, con sganassoni mollati a tempo di tango, secondo regole da farsa western, e alla fine sono i papponi ad avere la peggio. Landi cita Roma a mano armata di Umberto Lenzi, nei flani che campeggiano in una manifesto murale, non sappiamo quanto volutamente. Il film vorrebbe essere un'accusa al perbenismo borghese, ma è troppo fiacco per lasciare il segno, tra liti artefatte e dialoghi posticci che vedono protagonista la coppia Benussi - Dei. La parte finale a casa del ministro è da farsa sexy, grottesca e carente di tempi comici, infarcita di battute qualunquiste sul governo e sulla politica italiana. Spunta fuori anche un arabo che risolverà i problemi del governo solo se potrà disporre di duemila puttane italiane ogni anno. Film di fantapolitica, se si vuole, perché le ultime sequenze presentano un telegiornale dove si dichiara abolita la Legge Merlin e legalizzate le prostitute come "impiegate del sesso", alle dipendenze dello stato. Mario Landi è uno dei rari casi di regista che ha dato il meglio di sé in televisione. Batton Story segna il punto più basso della della sua mediocre produzione.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

26 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

Porca vacca (1982)

di Pasquale Festa Campanile

Pasquale Festa Campanile è uno dei nostri registi meno considerati dalla critica contemporanea e attende ancora la giusta rivalutazione. Scrittore prestato al cinema, racconta le sue storie con garbo e umorismo, costruendo commedie sofisticate, interpretate da attori popolari. Porca vacca porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un'interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l'attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l'Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d'amore e d'amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l'ultima guerra d'indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all'ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell'arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all'autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all'italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: "Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta", "Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore...". Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassi, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: "Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due". Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora - dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L'arrotino - composta niente meno che da Riz Ortolani.

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>