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cinema

Intervista a Tony Mal

28 Maggio 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #cinema, #le interviste pazze di walter fest


 

 

 

 

Amici lettori della signorasenzafiltri, oggi Walter Fest ha il piacere di presentarvi Tony Mal, un personaggio del fantasioso spettacolo teatrale e cinematografico Internazionale e, dato che i miei consueti appuntamenti si svolgono in luoghi all'aperto, oggi io e Tony Mal andremo a disquisire di cose varie e di cinema, vedendo per voi il film Avengers: Infinity war.
 

- Ciao, Tony.
 

- Ciao, Walter, hai portato qualcosa da sgranocchiare?
 

- Sì, pop corn, patatine e birra.
 

- Birra? Ma almeno è gelata?
 

- Sì, come un gelato.
 

- Ah, cominciamo bene!
 

- Tony Mal, puoi parlarci del tuo personaggio?


- Certamente, ecco, vedi, io sono un tipo timido ma anche un po' sarchio, un tipo sveglio ma anche un po' mollicone, finché non ho incontrato Tatiana.
 

- Un incontro determinante al buio.
 

- Più che altro a luci rosse, la prima volta che ci siamo conosciuti abbiamo fatto il kamasutra del rock and roll ed è stato lì che è nata la scintilla.
 

- E poi?
 

- E poi ho iniziato la mia carriera tutto sesso pazzo a tutte le ore.
 

- Una grande opera comica.
 

- Sì, comica e anche futuristica, ma non posso dire di più senza il consenso dell'editore.
 

- Capisco, senti, Tony, allora puoi parlarci dell'esperienza teatrale?
 

- Ti confesso che in teatro abbiamo avuto qualche problema con le attrici, se, da un lato, la compagnia risparmiava sui costumi perché le attrici erano nude, da un altro esse si lamentavano perché sentivano freddo, io ho provato a riscaldarle con del vero sesso ma non hanno accettato perché si allungavano i tempi di recitazione e così abbiamo risolto tutto con la scenografia.
 

- Io ne so qualcosa.
 

- Eh, già.
 

- Insomma, questo nuovo sesso moderno e innovativo ha funzionato?
 

-Sì, certamente, era ora di dire basta con il solito tran tran sessuale, grazie a Tony Mal con tutto il resto della compagnia scoprirete un nuovo mondo.
 

- Farai un film?
 

- Beh, sì, dopo gli ultimi miei successi "Amore mio non vedo il foro", "All'alba ne avevamo fatte sei" e "Due tette sotto il letto di latta" gireremo "Tony Mal sesso pazzo a tutte l'ore". Con un sovrapprezzo di 100 euro alla cassa potrete avere anche la versione 3d con uno sconto del 10% per comitive, vi consigliamo di prenotare, dopo lo spettacolo pasta e fagioli per tutti... a proposito, Walter, puoi passarmi un po' di pop corn?
 

- Certo... che ne dici di questo film che stiamo vedendo?
 

- Avengers: infinity war, ne saranno felici gli appassionati dei super eroi, bello, ricchissimo di effetti speciali, ho l'impressione che in certe scene si rischi di dormire, alcune per i miei gusti sono troppo buie, influisce anche la colonna sonora un po' retrò, poi di colpo ti risvegli con le azioni super veloci che ti tengono incollato alla poltrona. Leader del film, anche grazie alla sua prestanza fisica, è Thanos, uno dei protagonisti, un falso buono che ti manda apparentemente in confusione perché  ti fa quasi commuovere, ma poi alla fine ammazza tutti e pure mezzo pianeta.
 

- Pure l'Uomo ragno?
 

- Sì, anche lui, anzi, uno alla volta annienta quasi tutti i protagonisti del bene, questo film è un grande alternarsi di azioni, di battaglie, di personaggi che, alla fine, sconfitti usciranno di scena; 149 minuti dopo i quali sembra che per l'umanità non ci sia scampo, ma c'è un colpo di scena e quello che succederà nel futuro lo scopriremo a quanto pare, coming soon nel 2019.
 

- Fiùùùù... meno male!.. Dai, Tony, adesso salutiamo i nostri amici lettori della signorasenzafiltri, vi aspettiamo alla prossima intervista pazza e in teatro... tutti nudi... tutti nudi?... Ma no, scherzavo! Venite pure vestiti di tutto punto ma ricordatevi che con Tony Mal il sesso diventa pazzo a tutte l'ore.

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PRATO FILM FESTIVAL

30 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi

 


 

 

 

Si tiene a Prato dal 20 al 23 maggio 2018 la sesta edizione del PFF - Prato Film Festival, fondato e diretto da Romeo Conte e realizzato in collaborazione con il Comune di Prato - Assessorato alla Cultura e Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Prato, Confcommercio Pistoia e Prato, Lions Club Prato Datini, Convitto Nazionale Statale Cicognini e con il patrocinio della Regione Toscana e della Provincia di Prato. Due le location del festival, le proiezioni di apertura del 20 maggio nello storico Teatro Gabriele D’Annunzio all’interno del Convitto Nazionale Statale Cicognini e il resto del festival presso il Cinema Eden
 

Evento di apertura del festival, il 20 maggio, l'omaggio allo scrittore e giornalista pratese Curzio Malaparte, con la proiezione, in versione restaurata, del film La Pelle di Liliana Cavani. Per tale occasione l’attore Maurizio Donadoni interpreterà alcuni passaggi del libro di Malaparte Maledetti toscani. Cuore centrale del festival il concorso di cortometraggi con le sue sezioni tematiche Mondo Corto, Diritti Umani e Corto Italia. Un festival che si apre alle scuole con i matinee e le proiezioni di lungometraggi fuori concorso quali Il più grande sognodi Michele Vannucci con Mirko Frezza, Alessandro Borghi, Ivana Lotito e Milena Mancini e Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano e Donatella Finocchiaro. Proiezione serale per il lungometraggio Veleno di Diego Olivares con Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Salvatore Esposito e Nando Paone. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2017, il film racconta la storia vera del dramma dei rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi nel casertano.


In occasione della giornata finale del festival, mercoledì 23 maggio, presso la Saletta Campolmi, inaugurazione della mostra dedicata al film Il postino diretto da Michael Radford e Massimo Troisi e interpretato dallo stesso Troisi con Maria Grazia Cucinotta, Philippe Noiret, Renato Scarpa e Anna Bonaiuto. Saranno esposti – fino al 4 giugno - i bozzetti e gli schizzi con cui venivano immaginate le scene e i costumi dei due curatori della mostra, lo scenografo Lorenzo Baraldi e la costumista Gianna Gissi. Esposte anche le foto da set del film realizzate da Angelo Frontoni e tratte dalla collezione digitale “Angelo Frontoni, il fotografo delle dive” del portale internetculturale.it del Mibact. L’intero Archivio di Angelo Frontoni è conservato presso la Fototeca del Museo Nazionale del Cinema di Torino e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale di Roma.

 

Tra gli eventi speciali, la proiezione dello spot “Fratelli Conforti - Una storia Pratese”, dal 1948, in occasione dei 70 anni di attività di una nota azienda del territorio. Quattro i conduttori che si alterneranno sul palco durante il festival: Giovanni Bogani, Nicola Pecci, Miriam Candurro e Paolo Calcagno. I premi sono stati creati da Camilla Bacherini e saranno realizzati dalla Fonderia Artistica “Il Cesello”.

 

Partner del Prato Film Festival 2018: BiAuto Lexus Firenze, Eleonora Lastrucci, Bimitex, Fratelli Conforti, Alma Carpets, Avanglion by designer Bruno Palmegiani, Carlo Bay, Pointex, VKA vodka, Zeta Casa, Ristorante la Limonaia di Villa Rospigliosi, Il Decanter, Gioielleria Cerbai. Media partner: Italia7, TVR Teleitalia 7Gold, Radio Canale7, White Radio, Pratosfera, CineClandestino, Red Carpet Magazine, Easyweb. Le foto del filmfestival saranno realizzate dallo Studio Fotografico Bolognini.

 

Per maggiori informazioni

www.pratofilmfestival.it

info@pratofilmfestival.it

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Una storia milanese (1962) di Eriprando Visconti

28 Febbraio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #personaggi da conoscere

 

 

 

Regia: Eriprando Visconti. Soggetto e Sceneggiatura: Renzo Rosso, Vittorio Sermonti, Eriprando Visconti. Fotografia: Lamberto Caimi. Montaggio: Mario Serandrei. Musiche: John Lewis. Paesi di Produzione: Italia / Francia. Casa di Produzione: 22 Dicembre di Ermanno Olmi. Durata: 80’. Genere: Sentimentale. Formato: 1.33 – Bianco e Nero – 35 mm. Interpreti: Daniéle Gaubert (Valeria), Enrico Thibault (Giampiero), Romolo Valli (padre di Giampiero), Lucilla Morlacchi (Francesca, sorella di Giampiero), Regina Bianchi (madre di Valeria), Rosanna Armani (Vicky), Anna Gael (amica di Valeria), Giancarlo Dettori (Dario), Ermanno Olmi (sig. Turchi).

 

Un libro interessante e utile come Prandino – L’altro Visconti, scritto da Corrado Colombo (aiuto regista del Visconti meno noto) e da Mario Gerosa (esperto di cinema  a tutto tondo), edito in questi giorni da Edizioni Il Foglio, mi ha convinto a riscoprire la scarna filmografia del talentuoso regista milanese. Nove lungometraggi, in fondo, quasi tutti accomunati da un unico tema: dimostrare l’incomunicabilità tra uomo e donna (sulla scia di Antonioni) e la fragilità del rapporto sentimentale (seguendo Bergman). Eriprando Visconti (1932 - 1995) viene avvicinato dalla critica più attenta a registi come Alberto Cavallone e Cesare Canevari, per tematiche affrontate e modo di sperimentarle da un punto di vista cinematografico, esibendo anche il non mostrabile, per scelta professionale e onestà intellettuale. Eriprando Visconti, detto Prandino, sin dal primo film, pur rispettando le convenzioni cinematografiche dei primi anni Sessanta, cerca di andare oltre, mettendo in primo piano il personaggio di una donna libera, indipendente, insoddisfatta, che non si accontenta del matrimonio e di un figlio, ma che vuole essere interprete della sua vita. Valeria - che ha il volto della giovanissima quanto brava Gaubert - è una donna che lascia gli uomini, che decide la fine di un rapporto, che perde la verginità, aspetta un figlio e va ad abortire in Svizzera per non essere costretta a sposarsi, è una donna che non cerca il matrimonio come scopo di vita ma vuole essere libera da condizionamenti. Bravo anche Enrico Thibault nel ruolo maschile da borghese innamorato, uomo del suo tempo che non comprende una donna così diversa da come dovrebbe essere secondo un ruolo assegnato dalla tradizione. I due attori principali sono giovani e alle prime esperienze ma vengono guidati con mano ferma da un regista che pretende molto da loro, soprattutto una recitazione teatrale ricca di dialoghi e di primi piani, molto impostata ma naturale, secondo regole che provengono dalla lezione neorealista. Una storia milanese è un film originale, girato in maniera perfetta, fotografato in un nebbioso e languido bianco e nero dal bravo Caimi, impaginato da Serandrei tra piani sequenze e primissimi piani, intensi campi e controcampi, ricco di dialoghi verbosi e complessi, sempre ben impostati. Visconti espone la sua idea di cinema e dimostra di avere le idee chiare sin dalla prima opera, anche se la gigantesca ombra dello zio peserà non poco sulla produzione futura, relegandolo ai margini del sogno. Ermanno Olmi produce e interpreta un piccolo ruolo che prevede tre lunghe sequenze insieme all’attrice principale, quasi un viatico di un grande regista a un giovane autore che descrive con sapienza la Milano del boom, le contraddizioni di una famiglia borghese, il rapporto tra padre e figlio, l’affetto complice per la sorella e la frequentazione di amici della stessa classe sociale con i quali trascorre serate sempre uguali e va a caccia in palude. Colonna sonora straordinaria di John Lewis, che comprende brani di Enzo Jannacci e di musica popolare, per una pellicola che passa dal mito americano all’esaltazione della tecnica, polemizza con la cultura classica imperante, mostra il traffico di una Milano attiva e moderna, i navigli, la campagna fredda e nebbiosa. Alcune sequenze d’amore si spingono oltre il lecito per la rigida censura del periodo storico, cosa che costa un divieto ai minori per una pellicola in ogni caso adatta a un pubblico adulto e preparato. Una storia milanese è un film coraggioso, per niente convenzionale, una piccola storia d’amore descritta con rapide pennellate, iniziata e finita per volontà di una donna che vuole essere libera e indipendente. Un film risolto, teatrale, intenso, a tratti persino poetico, sceneggiato con cura e senza sbavature, che analizza in maniera approfondita la psicologia dei personaggi. Visconti  mette sul piatto della bilancia i temi futuri della contestazione giovanile e dell’emancipazione femminile, anticipando la lotta femminista che condurrà l’Italia ad accettare la modernità, divorzio e aborto compresi. Da rivedere, consapevoli che per essere apprezzati certi film devono essere storicizzati e lo spettatore deve calarsi nella temperie culturale che li ha prodotti.

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Cinema e Malattie Rare

10 Febbraio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi, #concorsi

 

 

 


 

 

Alla Casa del Cinema di Roma, sabato 10 e domenica 11 febbraio, la terza edizione di “Uno Sguardo Raro”, Presidente di Giuria la regista Cinzia TH Torrini.

Primo festival cinematografico internazionale dedicato alle malattie rare. 
Mille i film ricevuti, di cui 158 dall'Iran e 140 dall'Italia.

 

Si tiene a Roma, presso la Casa del Cinema, oggi sabato 10 e domenica 11 febbraio 2018, ingresso gratuito fino a esaurimento posti, la terza edizione di “Uno sguardo raro”, primo festival di cinema dedicato alle malattie rare descritto da varie angolazioni in cortometraggi, cortometraggi Under 30, documentari, spot e cortissimi, realizzati con smartphone e tablet. Un festival 'portatore sano di emozioni', fatto di storie che raccontano quanto si possano superare i propri limiti fisici e non solo. Quasi mille i film – 18 quelli selezionati per la fase finale - tra corti e documentari ricevuti, di cui 158 dall'Iran, 140 dall'Italia, 97 dall'India, 52 dalla Turchia, 48 dalla Spagna e 43 dagli Stati Uniti. Tra i selezionati dalla Giuria di Qualità - presieduta dalla regista Cinzia TH Torrini - oltre a film italiani, opere da Indonesia, Spagna, Stati Uniti, Sud America e Nord Africa.

 

Durante la serata di premiazione sarà proiettato lo spot #limitizero, progetto dedicato a ragazzi e giovani adulti con emofilia realizzato dall'Osservatorio Malattie Rare in collaborazione con l'Istituto Europeo di Design di Milano, con la collaborazione di Fondazione Paracelso, FedEmo e Aice. L’obiettivo era quello di costruire, insieme ai ragazzi, una nuova immagine della malattia così poco conosciuta dalle nuove generazioni ed è stato reso possibile grazie al contributo non condizionato di Sobi Italia, azienda biofarmaceutica dedicata allo sviluppo di terapie innovative per le malattie rare che sostiene in maniera non condizionata anche il Festival.

Altro titolo in programma nella serata finale è il corto “Tess is Not Alone, diretto da Bo Bigelow, papà di Tess, protagonista del corto, una bimba che soffre della mutazione USP7, malattia rara che causa disturbi dello sviluppo neurologico, anomalie della sostanza bianca, disturbi del linguaggio e dello spettro autistico. Bo ha dato vita a Boston al Festival Disorders – festival di film e cortometraggi sulle malattie raro, evento di grande successo gemellato con Uno Sguardo Raro.

Il festival prevede una Giuria Popolare, che coinvolge il pubblico: per farne parte è sufficiente scrivere alla mail info@unosguardoraro.org. Vi verrà riservato un posto in platea.

 

Uno Sguardo Raro, che anticipa la celebrazione della Giornata delle Malattie Rare del 28 febbraio prossimo, vede la direzione artistica dell'attrice e autrice Claudia Crisafio,presidente della Nove Produzioni, che produce il festival. Nato da un'idea della stessa Crisafio e di Serena Bartezzati, da tempo attiva nel mondo delle malattie rare e responsabile della comunicazione di Uniamo Fimr onlus, Federazione che raccoglie oltre 100 associazioni pazienti di malattia rara in Italia. Uno Sguardo Raro, che vanta diversi patrocini, è gemellato con lo storico concorso letterario, artistico e musicale “Il Volo di Pegaso”, dedicato a chi soffre di queste patologie, prodotto dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità.

 

Raccontare cosa significa vivere in modo diverso, accompagnati da difficoltà e, spesso, dal dolore è sempre difficile. I malati rari e le associazioni pazienti che li affiancano nel loro percorso quotidiano, fatto di piccole e grandi conquiste, hanno raccolto la sfida e negli anni hanno prodotto delle opere in cui aprono il loro complesso universo al pubblico. Il festival “Uno Sguardo Raro” nasce per dare spazio a queste narrazioni e stimolare una riflessione su come si stia evolvendo il registro di comunicazione di questo particolare tema. Shire, l’azienda biotech leader nelle malattie rare che a Boston promuove Disorder - The Rare Disease International Film Festival - ha deciso di sostenere il festival e presentare, nella serata di apertura, la webserie video dedicata alla Sindrome dell’Intestino Corto (SBS-IF film series), una condizione rara ancor oggi priva di riconoscimento nonostante il suo grande impatto sulla vita di chi ne soffre.

 

L'obiettivo - sottolinea la direzione artistica - è quello di promuovere le migliori opere video sulle malattie rare per creare un punto d'incontro solidale tra il mondo del cinema e questo mondo e dare un impulso alla produzione di nuovi registri di comunicazione visiva sul tema. Un punto di partenza per raccontare come l'esperienza di chi ha già lottato e magari raggiunto qualche vittoria, sia una ricchezza da condividere. La nostra missione diventa quindi trasformare l’invisibilità dei malati rari in visibilità”.

Uno Sguardo Raro 2018 è organizzato da Nove Produzioni, patrocinato da Roma CapitaleUniamo Fimr onlus, Istituto Superiore di SanitàRai Segretariato SocialeBiblioteche di Roma, Agiscuola, Associazione 100 autori, Anac, Ferpi - Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, Roma Lazio Film Commissionin collaborazione con Casa del Cinema e Zétemasostenuto dal contributo non condizionato di Sobi Swedish Orphan Biovitrum e Shire Italia
Media PartnerOmar - Osservatorio malattie rareFestival PartnerIl Volo di Pegaso, Perugia Social Photo Fest, Disorder - The Rare Disease International Film Festival.

 

Le malattie rare

In Europa una malattia è definita rara quando colpisce meno 1 persona ogni 5mila, ma il numero delle patologie è di circa 8mila. Si calcola che in Europa gli affetti da una patologia rara siano circa 30 milioni. In Italia sono 670mila le persone ufficialmente registrate come 'malate rare', ma si stima che siano circa un milione e mezzo, un numero che aumenta molto considerando i familiari coinvolti nell'assistenza. Molte sono malattie complesse, gravi, degenerative e invalidanti, fattori che possono portare all'impoverimento della famiglia, al suo isolamento e al suo sfaldamento. Alcune patologie, però, con una diagnosi precoce e adeguati trattamenti, consentono una buona qualità di vita.

 

Per informazioni
www.unosguardoraro.org
info@unosguardoraro.org
www.facebook.com/unosguardoraro/

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Southpaw, L’ultima sfida: l’amore, il dolore, la morte in un film strappalacrime

26 Gennaio 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #cinema

 

 

 

 

Southpaw, l'ultima sfida

Antoine Fuqua

2015 

 

Billy Hope è un campione della boxe. Batte tutti, vince sempre. Certo, torna sempre a casa con il viso malconcio, tumefatto, con i begli occhi chiari circondati dal viola del livido; tuttavia, gli piace quella vita.

È cresciuto in un orfanotrofio, ora ha una grande casa con una piscina dall’acqua limpida. E con grandi stanze eleganti. E un giardino enorme.

La prima cosa che salta agli occhi è l’amore che nutre per sua moglie.

Maureen, che lui ha incontrato quando erano poco più che bambini in orfanotrofio, gli è stata vicina sempre, anche quando le acque delle loro vite erano torbide e un po’ tumultuose. Adesso, si gode l’agiatezza con lui. Il loro è un amore forte, travolgente, senza confini. Si nutrono l’uno degli occhi dell’altra. È preoccupata, la vista del viso gonfio e dolorante dell’uomo che ama le spezza il cuore.

Leila, la loro bambina, è un bocciolo d’amore, l’orgoglio dei due genitori.

Billy non si è dimenticato nemmeno dei suoi amici, gli amici che resero la sua permanenza all’Istituto meno dura. È circondato dagli amici di una volta, gli stessi che lo amano e che gli stanno vicini per orgoglio e per affetto.

Un giorno, però, il destino di Billy complotta alle sue spalle, lo butta al tappeto.

Durante un party per beneficenza, Escobar – astro nascente della boxe – lo provoca. Vorrebbe un incontro, non perde occasione per dirglielo. Questa volta, esagera.

La bella Maureen rimane vittima di uno sparo. Il sangue è dappertutto, la donna prova a parlare ma è grave, troppo grave. Chiede all’uomo, stravolta dal dolore e dalla paura, di essere portata a casa. Lui la esorta a tenere gli occhi aperti. La ama, le lacrime che scendono sono solo il preludio di un futuro senza di lei. Di un futuro senza la sua luce. Di un futuro cupo e buio senza l’amore della sua vita.

Poi Maureen – prima che Billy sia pronto a dirle addio – chiude gli occhi. Si abbandona alla morte che, inesorabile, la sta strappando a quella vita finalmente buona, finalmente ricca, finalmente giusta.

E a Billy non rimane altro che rimettere a posto i cocci. Nel giro di poco tempo, devastato dal dolore, si lascia andare alla depressione e inizia un percorso fatto di alcol, di droga, di armi. Perde tutti i suoi averi, compresa la casa. Inoltre, in poco tempo Leila viene portata via dai servizi sociali.

Ora non rimane che riprendere in mano la propria vita. C’è solo un modo: battere Escobar, la causa di tutti i suoi mali.

Un film che si guarda con le lacrime agli occhi. Che fa pensare. Che fa commuovere.

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I segreti di Brokeback mountain

23 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema

 

 

 

I segreti di Brokeback mountain

Ang Lee

2005

 

Mi è capitato di vedere I segreti di Brokeback mountain, del 2005. Il regista, Ang Lee, è di Taiwan e gli orientali, si sa, trattengono i sentimenti. Ang Lee aveva già dato prova di questa caratteristica in Ragione e sentimento, che mi era piaciuto. Ho trovato I segreti di Brokeback mountain bellissimo e struggente, di quei film che quando vai a letto ci pensi, quando ti svegli ci pensi, e per tutto il giorno successivo alla visione ti resta in mente ogni fotogramma, perché toccano qualcosa dentro di te. Nel caso di questo film ciò avviene senza che capiamo il motivo, senza enfasi né ridondanza. È tutto asciutto, essenziale, scarno e perciò stesso travolgente, è romanticismo allo stato puro.

L’amore dei due cowboy non è bello perché omosessuale ma perché impossibile, e quindi destinato a durare, a rimanere trascendente, a non scontrarsi con l'immanenza, la noia e la meschinità della realtà di tutti i giorni. Vent’anni di sentimento travolgente, consumato solo qualche volta, un legame profondo e sotterraneo che va oltre tutto il resto, che, come il vero amore, non è nemmeno geloso di tutto il resto.

Jack Twist ed Ennis del Mar hanno vite personali, hanno mogli e figli ma non rendono l’altro partecipe di queste loro esistenze. Forse neppure si telefonano. Affidano il loro rapporto a dei biglietti che si spediscono poche volte all’anno per darsi appuntamento a Brokeback Mountain, il luogo magico dove si sono incontrati per motivi di lavoro e dove è nata la loro passione senza scampo e senza futuro. Anche il paesaggio rientra nel discorso del sentimento trattenuto: è sottotono come i gesti, come i dialoghi, come la narrazione stessa, è bello ma non spettacolare, più che altro è vero. Jack ed Ennis si amano in montagna, dove fingono di recarsi a pescare, i loro incontri e il luogo che li favorisce sono isolati, staccati da tutto, ma la cattiveria riesce comunque a spiarli e raggiungerli anche lì, a loro insaputa. La montagna è un luogo dell’anima, dove si mangia attorno al fuoco, ci si bagna nei fiumi gelidi, si fanno cameratesche cose da uomini, ma con tenerezza, con un legame indissolubile di corpo e spirito. La montagna rimane immutata, anche quando fuori il mondo cambia e si modernizza ma non fino al punto di accettare la loro relazione. Quando sono a Brokeback, Jack ed Ennis ringiovaniscono anche nell’aspetto, sono gli stessi di quella prima indimenticabile estate del 1963. Mentre sono insieme ricreano il mondo, sono essi stessi il mondo e non c'è posto per nient'altro.

Jack è estroverso, sognatore, immagina un futuro che lo porterà, però, solo alla morte. Ennis è chiuso nel suo dolore, attaccato all’immagine normale che vuol dare di sé, fino a macerarsi e annullarsi in questo inutile sforzo, perché snaturarsi porta alla reificazione e all’alienazione.

Magistrali l’inizio e la fine, entrambi all’insegna del non detto. Al principio c’è un’intera sequenza girata in silenzio, quella in cui i due uomini si vedono per la prima volta, si squadrano senza darlo a vedere, apparentemente non interessati l’uno all’altro. Nel finale, invece, c’è una frase sola, smozzicata: “Jack, io ti giuro”, mentre gli occhi del protagonista fissano la cartolina che raffigura la montagna dell’amore. Il resto è lasciato allo spettatore. “Io ti giuro che sfiderò il mondo per portare lassù le tue ceneri”, pensiamo, “io ti giuro che ti amerò sempre e non ti dimenticherò mai”, "io ti giuro che sarò all’altezza del tuo amore e di ciò che volevi da me”, di quel sentimento nascosto ma  violentissimo che ha spinto Jack a rubare e conservare per sempre i vestiti dell’altro, di una passione proibita che non si estingue mai, va oltre la famiglia, i figli e persino la morte.

In mezzo c’è una storia raccontata in modo asciutto e lineare, senza annoiare ma senza mai lasciarsi andare a eccessi. I due uomini si comportano normalmente, sembrano solo colleghi o amici, ma dietro al non detto c’è un tumulto feroce, un’onda irresistibile che travolge e sconvolge, che lacera il tessuto della normalità, della “non vita” spacciata per vita, e affiora prepotente durante le scene di passione, soprattutto il bacio nel retro della casa, a cui assiste la moglie di Ennis. Anche le mogli partecipano del non detto, del trattenuto, dell’andare avanti facendo finta che la cosa non esista perché conviene, perché parlare spalancherebbe l’abisso. Lo stesso dicasi della morte di Jack.  Anche qui c’è una bugia sottintesa. È Ennis a capire che l’amico è stato ucciso perché omosessuale, sebbene la cosa non sia mai esplicitata da nessuno.

Un film fatto di parole, gesti e cose che vengono nascoste eppure deflagrano; un amore romantico, appassionato e meraviglioso che mi ha fatto piangere e mi ha lasciato dentro qualcosa di dolce, amaro e tristissimo.

I happened to see Brokeback mountain, from 2005. The director, Ang Lee, is from Taiwan and the Orientals, you know, hold back the feelings. Ang Lee had already demonstrated this characteristic in Sense and Sensibility, which I liked. I found Brokeback mountain beautiful and poignant, one of those films that when you go to bed you think about them, when you wake up you think about them, and for the whole day after the vision every frame remains in your mind, because they touch something inside you. In the case of this film, this happens without reason, without emphasis or redundancy. Everything is dry, essential, lean and therefore overwhelming, it is pure romance.

The love of the two cowboys is not beautiful because it is homosexual but because it is impossible, and therefore destined to last, to remain transcendent, not to clash with the immanence, boredom and meanness of everyday reality. Twenty years of overwhelming feeling, consumed only a few times, a deep and underground bond that goes beyond everything else, which, like true love, is not even jealous of everything else.

Jack Twist and Ennis del Mar have personal lives, have wives and children but do not make the other share in their lives. Maybe they don't even call. They entrust their relationship to tickets that are sent a few times a year to meet at Brokeback Mountain, the magical place where they met for work and where their passion was born with no escape and no future. Even the landscape is part of the discourse of the sentiment: it is subdued as the gestures, like the dialogues, like the narration itself, it is beautiful but not spectacular, more than anything else it is true. Jack and Ennis love each other in the mountains, where they pretend to go fishing, their encounters and the place that favors them are isolated, detached from everything, but malice still manages to spy on them and reach them even there, without their knowledge. The mountain is a place of the soul, where you can eat around the fire, bathe in the icy rivers, do camaraderie for men, but with tenderness, with an indissoluble bond of body and spirit. The mountain remains unchanged, even when outside the world changes and modernizes but not to the point of accepting their relationship. When they are in Brokeback, Jack and Ennis also rejuvenate their appearance, they are the same as in that first unforgettable summer of 1963. While they are together they recreate the world, they are the world themselves and there is no place for anything else.

Jack is an extrovert, dreamer, he imagines a future that will lead him, however, only to death. Ennis is closed in his pain, attached to the normal image he wants to give himself, to the point of macerating and canceling himself out in this useless effort, because distortion leads to reification and alienation.

The beginning and the end are a masterful, both under the banner of the unsaid. At the beginning there is an entire sequence shot in silence, the one in which the two men see each other for the first time, they watch each other without showing it, apparently not interested. In the finale, however, there is only one broken sentence: "Jack, I swear to you", while the protagonist's eyes stare at the postcard that represents the mountain of love. The rest is left to the viewer. "I swear to you that I will challenge the world to bring your ashes up there", we think, "I swear to you that I will always love you and I will never forget you", "I swear to you that I will live up to your love and what you wanted from me ”, of that hidden but violent feeling that pushed Jack to steal and keep forever the other's clothes, a forbidden passion that never extinguishes, goes beyond family, children and even death.

In the middle there is a story told in a dry and linear way, without boring but without ever letting go of excess. The two men behave normally, they seem only colleagues or friends, but behind the unspoken there is a ferocious turmoil, an irresistible wave that overwhelms and upsets, which tears the fabric of normalcy, of "non-life" passed off for life, and overbearingly emerges during the scenes of passion, especially the kiss in the back of the house, witnessed by Ennis' wife. Wives also participate in the unspoken, withheld, by moving forward pretending that the thing doesn't exist because it is convenient, because talking would open up the abyss. The same applies to Jack's death. Here too there is an underlying lie. It is Ennis who understands that the friend was killed because he was homosexual, although it is never explained by anyone.

 

A film made of words, gestures and things that are hidden yet explode; a romantic, passionate and wonderful love that made me cry and left me with something sweet, bitter and very sad.

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Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

9 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Pierino contro tutti

Gordiano Lupi

 

Edizioni Sensoinverso, 2017

pp 60

12,00

 

Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.

Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.

Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.

Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare  il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.

Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.

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Cinema e malattie rare: festival "Uno sguardo raro"

7 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #concorsi, #eventi, #medicina


 

 

 

 

Primo festival cinematografico internazionale dedicato alle malattie rare, che si terrà a Roma il 10 e 11 febbraio 2018, con presidente di giuria la regista Cinzia TH Torrini

 

Prorogato al 18 novembre 2017 il bando di concorso per “Uno sguardo raro”, il festival di cinema dedicato alle malattie rare, alla sua terza edizione, che si terrà a Roma, presso la Casa del Cinema, il 10 e 11 febbraio 2018, a ingresso gratuito.

Il bando, a iscrizione gratuita, ha come tema quello del mondo delle malattie rare, descritto da varie angolazioni ed è aperto a professionisti e non professionisti per cortometraggi, cortometraggi Under 30, documentari, spot e cortissimi realizzati con smartphone e tablet, che saranno giudicati e premiati da una giuria di prestigio presieduta dalla regista Cinzia TH Torrini. Tutte le informazioni sul bando e sul festival al link www.unosguardoraro.org mentre per iscrivere la propria opera: https://filmfreeway.com/festival/Unosguardoraro

Il festival, che anticipa la celebrazione della Giornata delle Malattie Rare del 28 febbraio prossimo, vede la direzione artistica dell'attrice e sceneggiatrice Claudia Crisafio, presidente della Nove Produzioni, che produce il festival. Nato da un'idea della stessa Crisafio e di Serena Bartezzati, da tempo attiva nel mondo delle malattie rare, Uno Sguardo Raro è gemellato con lo storico concorso letterario, artistico e musicale “Il Volo di Pegaso”, dedicato a chi soffre di queste patologie, prodotto dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e in scadenza il prossimo 15 novembre (www.iss.it/pega/). Collabora con l'iniziativa la UNIAMO FIMR onlus, Federazione che raccoglie oltre 100 associazioni pazienti di malattia rara in Italia. Raccontare cosa significa vivere in modo diverso, accompagnati da difficoltà e, spesso, dal dolore è sempre difficile. I malati rari e le associazioni pazienti che li affiancano nel loro percorso quotidiano, fatto di piccole e grandi conquiste, hanno raccolto la sfida e negli anni hanno prodotto delle opere in cui aprono il loro complesso universo al pubblico. Il festival internazionale “Uno Sguardo Raro” nasce per dare spazio a queste narrazioni e stimolare una riflessione su come si stia evolvendo il registro di comunicazione di questo particolare tema.

L'obiettivo – sottolinea la direzione artistica è quello di promuovere le migliori opere video sulle malattie rare per creare un punto d'incontro solidale tra il mondo del cinema e questo mondo e dare un impulso alla produzione di nuovi registri di comunicazione visiva sul tema. Un punto di partenza per raccontare come l'esperienza di chi ha già lottato e magari raggiunto qualche vittoria, sia una ricchezza da condividere. La nostra missione diventa quindi trasformare l’invisibilità dei malati rari in visibilità”. 'Uno Sguardo Raro 2018' ha il patrocinio dell'Istituto Superiore di Sanità, di Ferpi, 100 Autori, Anac e Agiscuola e collabora con la Casa del Cinema di Roma e il Perugia Social Photo Fest.

Le malattie rare

In Europa una malattia è definita rara quando colpisce meno 1 persona ogni 5mila, ma il numero delle patologie è di circa 8mila. Si calcola che in Europa gli affetti da una patologia rara siano circa 30 milioni. In Italia sono 670mila le persone ufficialmente registrate come 'malate rare', ma si stima che siano circa un milione e mezzo, un numero che aumenta molto considerando i familiari coinvolti nell'assistenza. Molte sono malattie complesse, gravi, degenerative e invalidanti, fattori che possono portare all'impoverimento della famiglia, al suo isolamento e al suo sfaldamento. Alcune patologie, però, con una diagnosi precoce e adeguati trattamenti, consentono una buona qualità di vita.

Per informazioni, per il bando completo e iscrizioni al festival
www.unosguardoraro.org
info@unosguardoraro.org
www.facebook.com/unosguardoraro/

Cinema e malattie rare: festival "Uno sguardo raro"
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2 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 
 

 

 
 
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Andres Muschietti, 2017
 
 
 
Premessa numero 1: mi è piaciuto 
Premessa numero 2: lessi il libro 24 anni fa e ricordo molto bene che, oltre alla mia solita paura del mostro sotto il letto (sì, a 16 anni come oggi controllo sempre sotto il letto e se dormo in uno di quei letti senza i piedi controllo nell'armadio, ché mica sono fessa, lo so che si va a nascondere lì di ripiego), per un mesetto ebbi la fobia degli scarichi e prima di appoggiare i glutei su una tazza di gabinetto esploravo per interminabili minuti che nulla uscisse per azzannare le mie rosee rotondità. Questo per dire che non potrei fare un confronto col libro nemmeno sotto ipnosi. Me lo sono gustata come un film che speravo mi spaventasse e non sono delusa, i colpi di scena sono pochi ma fatti bene, la tecnologia ha permesso a IT di potersi trasformare fluidamente nelle diverse incarnazioni, anche se il pagliaccio in sé non l'ho trovato così inquietante. Bravi i piccoli attori, Bev pare uscita da un quadro di Rossetti e anche gli altri sono fisicamente azzeccati. Hanno reso bene i bulli e soprattutto quello più squilibrato, non sono mancati i cenni alla storia di Derry con le sue "disgrazie", ma ci sono anche dei difetti, come chi ha giustamente notato che se soffri di asma  ti attacchi al Ventolin anche nel primo tempo e non solo nella seconda metà del film. Forse troppo abbozzata la figura di Mike che si spera acquisti spessore nella seconda parte "adulta". Sì, perch, se non ricordo male, il libro procedeva per flashback, qui invece si è saggiamente deciso di narrare la storia in maniera cronologica: lo scontro da bambini e, immagino, quello da adulti nella seconda parte. Tutto sommato una discreta trasposizione che ovviamente non eguaglierà mai il libro. Una nota infantile: capisco che la stessa frase sia presente nel libro ma a sentire una voce che dalle fogne dice "NOI QUI GALLEGGIAMO TUTTI, VIENI A GALLEGGIARE ANCHE TU?", io mi sono messa a sghignazzare per il doppio senso. Abbiate pietà. Il film invece ha come effetto far (ri)prendere in mano il tomo di King. Buona visione!
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"L'uomo di Neve"

25 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

L'uomo di neve

Tomas Alfredson, 2017

 

Trarre un film da un libro di un autore che vende milioni di copie in tutto il mondo pensando che automaticamente sia un bel film è come pensare di diventare gnocca semplicemente indossando un abito da pret-á-porter. Non funziona. Al netto della solita premessa dei linguaggi differenti utilizzati da cinema e letteratura e anzi, proprio per quello, un regista dovrebbe capire cosa funziona su carta di quella storia, e cosa su celluloide. Nesbø è un gran prestigiatore, infila personaggi, sottotrame spesso incompiute da continuare nel romanzo successivo, cadaveri da morte truculenta, sesso esplicito e quasi mai romantico, spostando l'attenzione e i sospetti da uno all'altro, in modo che anche il lettore più scafato e gradasso alzi le mani in segno di resa al momento fatidico del disvelamento. In questo film, fatto di un cast tutto americano e europeo, abbiamo solo un guazzabuglio di attori bravi ma prigionieri di una sceneggiatura e di dialoghi al limite del ridicolo che gestiscono come possono. Il protagonista Hole si dovrebbe capire che è un alcolista cronico da due svenimenti sulla neve e dal fatto che indossi per tutto il film un parka più economico di quello che ho preso io da Zara, visto che beve a stento un goccio durante tutto il film. La Gainsbourg con l'età ha perso il morso inverso e per tutto il film è costretta a queste faccine tra disperazione e stupore che non le rendono giustizia. Val Kilmer se non avessi letto il suo nome nei titoli di testa mai lo avrei associato alla faccia vistosamente deformata da una plastica chirurgica finita male per eccesso di botox o cortisone. J. K. Simmons ha una parte piccolissima e vergognosamente non approfondita per la sua bravura. Il regista butta tutto nella trama senza un minimo di spessore, delitti collegati a pene di segugio, colpevoli che hanno ammazzato in mezza Norvegia non si sa bene né come né quando, tutto resta appiccicato alla bell'e meglio. Oslo, che fa sui 650.000 abitanti e che è una capitale che non offre poi tante attrazioni da visitare, pare scintillante quanto Manhattan, inoltre sembra che tutti i norvegesi per andare a casa o a fare la spesa usino la spettacolare strada atlantica, come dire, piazziamo scenari da cartolina gratuiti così non si accorgono che il film fa acqua (anzi, neve) da tutte le parti. Pietoso il finale con Hole ferito in maglione sulla neve che psicanalizza in 10 secondi 10 il colpevole, il quale muore nella maniera più idiota e scontata che si potesse immaginare. E c'è di peggio: dal finale si teme un sequel. Prepariamoci.

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