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TERMINATOR- DESTINO OSCURO

6 Novembre 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema, #fantascienza

 

 

 

 

Con questo ultimo capitolo dovrebbe essere finita la finta esalogia di Terminator. La definisco finta perché questo sesto film scombicchera tutte le carte in tavola, ripartendo dal mitico sequel che riuscì a superare in grandezza il primo (cosa di solito rara al cinema). La storia, a cui in parte ha rimesso mano Cameron, riprende dal 1992, con una Sarah Connor trentenne e l’adolescente Edward Furlong in un bar su una spiaggia centroamericana. Un modello T-800 con le fattezze di un giovane Schwarzenegger fredda il ragazzo sotto gli occhi della madre. Completata finalmente la missione per cui era stato programmato, il cyborg si allontana, chiudendo un prologo che spazza via l’inutile terzo capitolo, il macchinoso quarto e il ridicolo quinto, francamente parodia più che sequel. John Connor, il vero motivo dell’esistenza dei Terminator viaggiatori nel tempo, non esiste più.

Per chi è tornato indietro dal futuro il Rev-9, con i suoi tratti da maschio latino, con la sua insidiosa capacità di usare il proprio esoscheletro come arma grazie alle sue caratteristiche di nanomorfo? Per Dani, giovane messicana, a cui è stata inviata come protezione una umana del futuro potenziata, che non poteva che chiamarsi Grace, perché se non è la grazia a salvarci chi potrebbe mai farlo? E se non fossero chiari i riferimenti alla mitologia cristiana fin dal primo film, Linda Hamilton ce li chiarisce con una frase quando afferma che Dani è “la nuova Vergine Maria” al suo posto.

In realtà le cose non stanno proprio così. In un film che fa del genderswap il suo punto di forza, con tre donne ad affrontare la minaccia del futuro di Legion, il sistema che ha preso il posto di Skynet, è palese come gli uomini siano relegati al ruolo comunque secondario di antagonista (Gabriel Luna come Rev-9) e supporto (Schwarzy come Terminator che ha acquisito una parziale coscienza umana). La stessa triade femminile è composta in maniera interessante: un’anziana, una latina (minoranza spesso associata a fenomeni come povertà e migrazione) e Mackenzie Davis, una donna potenziata quasi come un cyborg e con una carica erotica da far sussultare persino una eterosessuale convinta come la sottoscritta.

C’è quindi spazio per affrontare altri temi: alcuni più visibili, come l’ambientazione messicana, il muro che le nostre eroine dovranno tentare di attraversare per raggiungere il Texas, il controllo esercitato dalla tecnologia e che consente al Rev-9 di rintracciare letteralmente ovunque le donne. Altri sono più sottotraccia (e giustamente, direi, vista la natura e gli scopi del film): la maternità, certo, ma anche la vita, intesa come una serie continua di obiettivi da raggiungere, anche quando il principale viene meno. La morte prematura di John Connor ha comprensibilmente tolto ogni ragione di vita alla madre Sarah ma ha reso inutile anche la “vita” del T-800, impossibilitato a tornare nel suo futuro e senza una missione da compiere. Come si sopravvive “dopo”? Con la razionalità della macchina, che, sviluppando una consapevolezza simil-umana, sceglie un altro scopo, e ne crea uno ulteriore per la madre che vive di ricordi sbiaditi e saltuario alcolismo, rivelando tutta l’umana debolezza che in questi frangenti ci contraddistingue.

Per il resto il film ha i suoi momenti di pantoclastia orgiastica con incidenti mozzafiato, esplosioni, incendi, risse di massa. Non manca una scena claustrofobica e di estrema azione con un combattimento in una fusoliera di un aereo che precipita in fiamme e che risulta davvero notevole. Rispetto ai tre sequel sottotono che qui vengono elusi, il Terminator Schwarzenegger ha molti meno spazi ironici, più sommessi, sempre corredati dalla sua monolitica e rocciosa espressione. Molti meno anche i colpi di scena a cui siamo stati abituati negli anni in cui occorreva diffidare della comparsa di ogni personaggio “buono” in quanto poteva rivelarsi una copia del Terminator più tecnologico. Si è puntato più sulla storia che sugli effetti, diciamo.

Una pecca che trovo assurda dopo 6 episodi è l’ostinazione del doppiaggio italiano a non volere trovare un’unica traduzione per l’ormai leggendario “I’ll be back” che è un marchio di fabbrica! All’inizio la stessa Sarah Connor afferma qualcosa come “torno presto” in italiano. E no! La frase sarebbe “Tornerò” e va pronunciata così perché deve stupire che a dirla sia proprio lei, la prima terminatrice di Cyborg! Lo stesso T-800, quando parte con l’insolito manipolo di donne guerriere, dice “Forse stavolta non tornerò”. E lo stesso orrore di doppiaggio lo commisero nel primo film. Dubito si gireranno altri film della serie, in quanto questo mette più o meno un punto fermo, ci saranno forse altri spin-off o reboot, per spremere quanto più possibile da un’icona del cinema anni ’80, nel caso spero se lo segnino da qualche parte. È solo una piccola frase, ma per noi fan è praticamente la chiave ad un mondo. 

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