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Persona (1966) di Ingmar Bergman

21 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Persona (1966)  di Ingmar Bergman

Persona (1966)

di Ingmar Bergman

Titolo Originale: Persona. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: Bibi Lindström. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh, Tina Johannsson. Musica: Lars Johan Werle, brani da Concerto per violino in E maggiore di Johann Sebastian Bach. Suono: P.O. Pettersson. Effetti Speciali: Evald Andersson. Produzione: Lars-Owe Carlberg per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana. INDIEF. Riprese: 19 luglio - 15 settembre (Isola di Fårö, Studi di Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 18 ottobre 1966. Durata. 84’. Bianco e Nero. Origine: Svezia, 1966.

Interpreti: Bibi Andersson (Alma), Liv Ullmann (Elisabeth Vogler), Margaretha Krook (la dottoressa), Gunnar Björnstrand (il signor Vogler), Jörgen Lindström (il bambino, figlio di Elisabeth).

Persona è un film complesso e originale dotato di una trama scarna e molta introspezione psicologica, interpretato da due attrici ben calate nei rispettivi ruoli che riescono a scavare a fondo nella personalità femminile, dando vita a un confronto che diventa compenetrazione di due anime. Bergman considera Persona - insieme a Sussurri e grida (1973) - uno dei suoi film più avanzati. Si tratta del primo dei quattro film che Bergman ha scritto nell’isolamento dell’Isola di Fårö, insieme a Vergogna, L’ora del lupo e Passione, dopo aver attraversato un lungo periodo di depressione. Bergman riflette sulla condizione dell’artista, quindi anche su se stesso, ricorrendo alle due figure femminili. Persona è il titolo originale svedese, con riferimento al termine latino dramatis persona: personaggio, interprete. La maschera viene indossata -pirandellianamente - da ogni persona vivente, il dualismo che Bergman affronta è quello che viviamo ogni giorno: essere o apparire. Il mutismo in cui si chiude l’attrice, che alla fine pronuncerà soltanto una parola (nulla) è una metafora dell’incomunicabilità umana, anche se Bergman sottolinea la necessità dell’altro per arrivare alla scoperta di noi stessi.

Alma (Andersson) è un’infermiera che deve occuparsi di Elisabeth Vogler (Ullmann), un’attrice di teatro che dopo aver sofferto un episodio di afasia durante un’interpretazione dell’Elettra si è chiusa in un mutismo ostinato e non vuole più uscirne. L’attrice rifiuta il suo mondo, la sua realtà, tutto le appare privo di senso, il confronto tra “quel che è per se stessa” e “quel che deve essere per gli altri” le pare insostenibile. L’infermiera, logorroica e appassionata del suo lavoro, prende a cuore il compito, anche se non si ritiene all’altezza, racconta tutta se stessa alla paziente che la sta a sentire, come se fosse un soggetto da studiare, sorridendo, senza pronunciare una sola parola. Una crisi improvvisa interrompe le confidenze quando l’infermiera scopre che l’attrice rivela per lettera le sue esternazioni alla direttrice della clinica. Le due entità finiscono per assorbirsi l’una nell’altra, in un rapporto che sembra amore ma a volte è odio, forse entrambi i sentimenti si fondono in un gioco di scambi e di sensazioni reciproche. Elisabeth assorbe nella sua personalità silenziosa l’io interiore di Alma e al tempo stesso l’infermiera finisce per condizionare la paziente con i suoi racconti. Bergman spiega bene questa situazione ricorrendo al trucco scenografico di raccontare le ultime fasi della storia da due prospettive diverse, inquadrando prima una protagonista poi l’altra, quindi fondendo le due immagini in un montaggio onirico che dà vita a una persona composta da due volti. Vediamo un rapporto coniugale fantastico tra Alma e il marito di Elisabeth, così come sarà l’infermiera a raccontare il difficile momento vissuto dall’attrice con un figlio non voluto che non le fa esprimere la sua personalità. L’immedesimazione fantastica e psicologica delle due personalità è completa.

L’incipit di Persona è complesso, forse datato, figlio d’una cultura psichedelica anni Sessanta, e di difficile spiegazione, ma è stato lo stesso Bergman ad affermare che ha voluto “mostrare la materia della pellicola” per far capire che non vuole limitarsi alla fiction ma intende “andare oltre i limiti della rappresentazione cinematografica”. Bergman risale alle origini del suo rapporto con il cinema attraverso un caleidoscopio di immagini che scorrono sullo schermo, una serie di inquadrature oniriche che non hanno una funzione narrativa ma vogliono soltanto stupire. Bergman racconta per immagini la storia del cinema con sequenza che scandalizzano (un pene eretto), sconvolgono (le stimmate), disturbano (un ragno) e rappresentano il movimento della pellicola. Il bambino che si sveglia in un ospedale dalle pareti bianche (forse un obitorio) potrebbe essere un’allusione al ricovero del regista, mentre gli squilli di sirena che si odono sono gli impegni teatrali che lo attendono e lo sollecitano. Il bambino accarezza un’immagine femminile costituita da due volti: è la materia stessa del film che sta per cominciare, una donna dalla doppia personalità, o meglio, due personalità di donna che si fondono in una. Bergman stesso - e parte della critica - hanno spiegato questa allusione femminile alla figura di “una madre assente, lontana, indecifrabile e irraggiungibile”. La madre bergmaniana.

Persona è uno dei film più teatrali di Bergman, fotografato in un nitido e spettrale bianco e nero - una scelta indovinata, visto il tema - da Sven Nykvist, sia negli interni ospedalieri e casalinghi (Studi di Råsunda, Stoccolma) che sull’Isola di Fårö (tra fiordi e spaccati marini), recitato da manuale da due attrici straordinarie. Liv Ullmann non dice una parola per tutto il film, soltanto un emblematico nulla nell’ultima sequenza, ma interpreta magistralmente un personaggio tormentato ricorrendo a sorrisi, sguardi languidi e gesti teatrali. Bibi Andersson è una logorroica infermiera, una persona comune che si immedesima nella vita della paziente e mette a nudo la sua anima raccontando i suoi amori e la sua esistenza. Molti i monologhi di stampo teatrale, anzi, direi che il film è scritto come un lungo monologo affidato alla recitazione verbale di Bibi Andersson e agli sguardi intensi di Liv Ullmannn. I movimenti di macchina sono minimi, lenti e compassati, molta camera fissa, tanti primissimi piani e piani sequenza, spesso vediamo l’attore che si rivolge alla macchina presa in una sorta di confessione. Il regista ritorna spesso sulle immagini oniriche iniziali interrompendo il film con filmati violenti della guerra in Vietnam e della Seconda Guerra Mondiale che sconvolgono lo spettatore, immedesimato nel dolore e nell’angoscia dell’attrice di fronte a simili spettacoli. La scelta del mutismo praticata dall’attrice è un sorta di riparo dalle intemperie della vita, l’apatia eletta a codice di esistenza, forse un elemento autobiografico che vuole indicare le crisi espressive e i momenti di depressione di cui Bergman ha sofferto. Le due donne si conoscono sempre di più fino a fondere le loro anime nelle rispettive esistenze, tra scenate di odio e sfoghi di rabbia, attenuate da momenti di tenerezza. Il testo è molto letterario (“Odori di sonno e di pianto”) e descrive bene l’esistenza di due donne chiuse nella solitudine in una casa di mare, il loro conflitto esistenziale vissuto in una dimensione onirica.

Persona è stato distribuito in Svezia il 18 ottobre 1966, senza alcun taglio, nonostante la materia trattata. In Italia venne vietato dalla Commissione di Primo Grado ai minori di anni diciotto (visto censura 9/12/966), proibizione ridotta dalla Commissione di Secondo Grado ai minori di anni quattordici (visto censura 17/1/1967), grazie ad alcuni tagli. Il monologo dell’infermiera che racconta il rapporto d’amore sulla spiaggia nella versione italiana non contiene nessuna espressione giudicata sconveniente, scompare ogni riferimento a sperma, seni, scroto, masturbazione, sedere, orgasmo, pube, fellatio, amplesso. La forza del linguaggio e della confessione erotica viene eliminata, così come tutta la materia a rischio è tagliata dall’edizione che circola in Italia, persino il pene eretto nelle sequenze oniriche iniziali. Resta il divieto ai minori di anni quattordici motivato dal tono angoscioso del film, controindicato per individui ancora in formazione. Persona uscì anche in Francia, sei mesi dopo rispetto al nostro paese, il 5 luglio 1967, distribuito in una versione edulcorata ma in maniera meno pesante rispetto a quella italiana. Negli Stati Uniti il dialogo dell’infermiera subì solo alcuni tagli.

Breve rassegna critica. Morandini (quattro stelle): “Due personaggi nella rarefatta cornice di una camera di ospedale e di una spiaggia deserta. Rapporto vampiresco tra un’attrice malata, murata in un mutismo ossessivo, e la sua infermiera che, paziente, aspetta. Stilisticamente è l’opera più sperimentale di Bergman i cui temi tipici (angoscia davanti alla violenza, egoismo, paura della morte e della procreazione) sono calati in un pessimismo radicale”. Mereghetti (tre stelle): “Qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e filmati scioccanti a inizio e metà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman (coadiuvato dal mirabile bianco e nero di Sven Nykvist) è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccezionali”.

Gunnar Björnstrand, storico attore di Bergman che nel film interpreta il ruolo del marito di Elisabeth in una breve sequenza onirica, ha detto in un’intervista rilasciata alla Rai: “Conobbi Bergman in teatro quando entrambi eravamo molto poveri, recitavo Ibsen sotto la sua guida e lui non aveva soldi per pagarmi. Tra di noi non correva buon sangue. Poi lui si mise a fare film seri e io recitavo in commedie popolari, commerciali. Donne in attesa è il primo film che abbiamo fatto insieme, poi mi ha chiamato spesso e io ho sempre lavorato volentieri con lui. Il rapporto tra di noi è migliorato molto. Bergman è un grande regista, un vero psicologo dotato di intuito e immaginazione che sa creare un buon rapporto con gli attori e riesce a tirare fuori da loro il meglio che possono dare. Sulla scena c’è un clima di grande emozione che funge da stimolo per un attore, che a mio parere non deve essere il pappagallo del regista, ma aggiungere il suo contributo al film. Bergman pretende molto dagli attori, ma dopo aver lavorato con lui un attore non è più lo stesso, è migliorato. Definirei Bergman come una giornata d’aprile in Svezia: la mattina splende il sole e la sera arriva la grandine. Ma forse sono troppo duro. No, Bergman è una tersa giornata d’estate. Lui è un uomo eccezionale, nutre affetto per chi ha lavorato con lui e stringe un rapporto che va oltre il film. Liv Ullmann, storica attrice di Bergman, ha affermato: “Bergman è un uomo straordinario, gentile, intelligente, sensibile. Potrebbe fare qualunque altra cosa e la farebbe bene, ma ha scelto di fare il regista per far capire il senso della vita con il cinema”. Non è poco.

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Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"

13 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15

Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Gianni Canova e Duccio Tessari

30 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Gianni Canova e Duccio Tessari

Gianni Canova ne l’Enciclopedia del Cinema Garzanti scrive: “Duccio Tessari nella sua lunga carriera scrive e realizza film di genere diverso. Dopo aver lavorato solo come sceneggiatore, esordisce nel 1961 con un kolossal mitologico scritto insieme a Ennio De Concini, Arrivano i Titani, gustosa rivisitazione del peplum. La sua passione per il cinema di genere lo porta a misurarsi con il western, la commedia, il poliziesco, il melodramma, il thriller, il gangster, il musical, il film d’avventura e di guerra. Si muove a proprio agio quando racconta, non senza ironia, scazzottature e duelli del pistolero Ringo (Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo, 1965) o descrive le indagini di Duca Lamberti nella detective story La morte risale a ieri sera,1970), dal romanzo di Giorgio Scerbanenco, ambientata in una Milano malinconica e brumosa. Il suo film più riuscito e intrigante è certo il noir Tony Arzenta (1973), in cui una sapiente narrazione, sostenuta da una regia intelligente e creativa, accompagna il protagonista Alain Delon in una disperata ricerca di vendetta”.

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L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

27 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

Nel cinema italiano degli anni Quaranta incontriamo storie che fanno grande scalpore come quella relativa all'amore che lega Doris Duranti al gerarca fascista Alessandro Pavolini. Un amore vero, che nasce nel 1942 sotto il fuoco dei bombardamenti e va avanti sino alla fine del fascismo e alla morte del gerarca. Doris Duranti, "l'orchidea nera" del cinema fascista, sta girando Carmela di Flavio Calzavara quando si innamora di Alessandro Pavolini, un fedelissimo di Mussolini. Lei non si interessa di politica, ma è affascinata dal potere di quell'uomo deciso e determinato che è ministro della cultura del fascismo.

Doris Duranti nasce a Livorno nel 1917 in una famiglia benestante composta da un padre anarchico e antifascista e una madre bigotta che insiste per farla studiare dalle suore. Doris ha un fratello più grande di vent'anni che alla morte del padre si occupa della sua educazione e la fa iscrivere a Magistero. Lei è una bella ragazza bruna e sensuale, per i tempi una vera rivoluzionaria, visto che ama il cinema e il teatro, cose per donne perdute e non per ragazze di buona famiglia. Doris odia il mondo borghese e le sue convenzioni ed è per questo che scappa di casa, come lei stessa afferma in un'intervista "per non essere costretta a sposare il solito ufficiale di marina" (1). Doris sogna una vita da modella e da attrice e, quando Josephine Baker si esibisce in teatro a Livorno, ruba i soldi alla madre per assistere al suo spettacolo. Prende un sacco di botte ma esce da teatro convinta che quella del palcoscenico sarà la sua vita, pure se il genere musicale della Baker non la affascina più di tanto. La strada della Duranti è il cinema che incontra per caso grazie all'agente Besozzi che la invita a mandare alcune foto a Cinecittà. Doris non passa inosservata e viene chiamata a Roma per un provino, occasione che non può certo lasciarsi sfuggire. Doris scappa di casa, dopo aver rubato i soldi alla vecchia zia aprendo un cassetto con un ferro da calza e aver detto alla madre che deve andare in chiesa a fare la comunione.

Doris si dirige alla stazione ferroviaria e sale sul primo treno per Roma dove un cugino le dà una mano per trovare una sistemazione. Il giorno dopo si presenta da Besozzi a Cinecittà e comincia la sua avventura di attrice. Doris si specializza in ruoli di donna fatale come la Lola di Cavalleria rusticana di Palermi (1939) ma raggiunge la notorietà con Sentinelle in bronzo di Marcellini (1937). I suoi primi film sono Amazzoni bianche con Ezio D'Errico e Aldebaran con Blasetti che provocano la reazione scandalizzata di casa Duranti. La famiglia si vergogna di avere una figlia attrice e il fratello le manda un telegramma dove le impone di cambiare nome. "Mio padre me l'ha dato e io me lo tengo", risponde decisa e per niente intimorita la bella attrice (2).

Doris Duranti non è la sola attrice ad avere rapporti con i gerarchi fascisti. Basti pensare a Claretta Petacci, la donna di Mussolini, pure se lei - a differenza della sorella Miryam - non fa seriamente cinema ma si limita a poche apparizioni. Le tre attrici simbolo del'epoca sono la Duranti, la Ferida e la Calamai, perché Alida Valli verrà solo in un periodo successivo, e le prime due hanno rapporti tormentati con personaggi legati al fascismo. Doris non ha molti amici nel mondo del cinema, guadagna due milioni a film ma spende molto perché fa una vita da aristocratica a contatto con il bel mondo di Roma. Doris è un'aristocratica che non ama il popolo e i borghesi, per lei l'apparenza è tutto ed è bene tenere le distanza con gli inferiori e con la servitù. "Meglio bere acqua in un bicchiere dorato che champagne in un boccale di stagno", sostiene (3). Doris pensa solo al cinema, non ha un'idea politica ben definita, ma accetta il fascismo come avrebbe accettato qualsiasi altro regime e conosce tra i fascisti persone che frequenta volentieri. Pavolini è un intellettuale, un uomo che lei definisce "intelligente, dolce e disinteressato" (4) che conosce a Livorno durante la lavorazione de Il re si diverte. Doris in quel film gira la famosa scena della danza dei sette veli, per i tempi molto spinta, forse proprio una delle cose che fa innamorare Pavolini. Alessandro e Doris cominciano a frequentare il salotto di casa Ciano, che lei definisce "un uomo raffinato quando dimentica di essere stato un pescivendolo livornese" (5), poi rientrano a Roma e consolidano il loro rapporto. I due innamorati si incontrano tutte le sere a casa di Doris, sul Lungotevere Flaminio, e passano ogni notte insieme. Mussolini è preoccupato di questo amore proibito del gerarca responsabile della cultura e vorrebbe troncare la loro relazione.

"Farei qualsiasi cosa per non rinunciare a lei", risponde Pavolini. E il duce non insiste, pure perché anche lui ha il suo bravo scheletro femminile nell'armadio. Mussolini resta affascinato dalla bellezza di Doris Duranti dopo aver visto la famosa scena dei sette veli e comprende il gerarca. Fatto sta che questo amore tra Doris Duranti e Alessandro Pavolini aiuta a far passare in censura certi film un po' troppo spinti interpretati dalla bella attrice. La Duranti però non sta con Pavolini per interesse, secondo quello che l'attrice sostiene in periodi non sospetti, lui non fa regali perché non è ricco, il solo dono ricorrente sono le orchidee bianche per Natale. Doris è affascinata dalla cultura di Pavolini, che ritiene uomo raffinato e interessante, resta al suo fianco fino in fondo, pure quando sarebbe più comodo mollare tutto e scappare. L'amore tra Doris e Alessandro giunge a un bivio importante alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943. La sera stessa il compagno telefona: "È tutto finito. Ti chiamerò quando posso. Addio", sono le parole preoccupate. Pavolini è in fuga, la Duranti resta sola in balia di chi non le perdona l'amore per un fascista e la polizia perquisisce la sua casa romana. Per giorni i due innamorati non si vedono, poi una signora telefona a Doris per chiedere denaro utile a far espatriare Pavolini in Germania.

L'attrice, per salvare il suo uomo, cede un braccialetto composto da trentadue sterline d'oro e lo fa consegnare a un incaricato che attende presso l'Hotel Ambasciatori. Pavolini parte per la Germania e si mette in salvo solo grazie a lei che un bel giorno sente la sua voce alla radio affermare: "Torneremo presto". A Doris non interessa la sorte del fascismo, tiene solo al suo uomo che ama come il primo giorno. Una mattina in casa sua squilla il telefono e all'altro capo del filo c'è proprio lui, l'amore della sua vita che è tornato a Roma. Pavolini è arrivato nella capitale dopo l'8 settembre grazie all'aiuto dei tedeschi e, come segretario del partito, riprende possesso di Roma a nome della Repubblica Sociale. Pavolini diventa l'uomo più odiato da antifascisti e partigiani, il simbolo del regime che non vuol cadere e che si appoggia sull'invasore tedesco.

Il gerarca va al nord dove il fronte della guerra è più caldo e Doris lo segue prima a Lucca, poi a Firenze infine a Milano dove passa con lui i suoi ultimi giorni. Per la Duranti questo periodo di un anno e mezzo trascorso al nord con Pavolini rappresenta un momento di grandi problemi. Il cognome Duranti è ebreo, pure se l'unico antenato di quella razza risale a molte generazioni prima, ma le SS la arrestano e la fanno spogliare. I tedeschi scambiano tre nei sulla spalla per i segni inequivocabili della sua appartenenza alla religione ebraica. Doris nega e chiede di chiamare Pavolini, ma finisce lo stesso in cella a Santa Verdiana insieme a venti ebrei che piangono come disperati. Per fortuna il suo uomo interviene, risolve l'equivoco e la fa liberare. Successivamente le SS la scortano a Venezia, dove si tenta di far rinascere il cinema fascista, per interpretare una pellicola che non verrà mai ultimata. Doris si sposta da Venezia a Milano, sotto i bombardamenti inclementi, vive uno dei periodi più neri della storia italiana. Pavolini viene ferito a Maderno e lei vuole starle accanto anche durante la fuga in Valtellina. Doris si ritrova a Como con un fucile in braccio che non sa usare e vicino a lei ci sono anche la Ferida e Osvaldo Valenti, due persone che hanno poco a che vedere con il fascismo. Valenti è un drogato, un mitomane avventuriero che fa innamorare la Ferida e si getta in una sconsiderata avventura finale che coinvolge la bella attrice. La droga in quel periodo circola molto a Cinecittà, la Ferida è un'ingenua ragazza di campagna che si fa irretire da Valenti e si perde nei giri di cocaina che consuma in grande quantità. La Duranti invece è un'aristocratica e non cede mai alle lusinghe della droga. Doris si trova a Como quando viene a sapere di essere nella lista nera dei comunisti e che i partigiani la stanno cercando per eliminarla. La bella attrice allora prende contatto con un uomo di cinema svizzero che le organizza la fuga quattro giorni prima della cattura di Mussolini e della sua fucilazione. Pavolini e Mussolini vengono catturati dai partigiani mentre tentano anche loro di fuggire verso la Svizzera, quindi sono fucilati e appesi per i piedi a piazzale Loreto. Doris Duranti vede il suo amante pochi giorni prima che accada l'irreparabile e ottiene un passaporto falso con il nome di Dora Pratesi. Il merito è dello svizzero che per diecimila dollari la fa espatriare e ricoverare in una clinica del suo paese. Sono diciotto ore di marcia per passare il confine insieme a uno zio che subisce pure un attacco di cuore, ma alla fine ce la fanno e alle tre del mattino si trovano a Lugano. La bella orchidea nera viene ricoverata nella clinica Moncucco dove un infermiere la riconosce come la famosa attrice amante del gerarca. La polizia svizzera arresta sia lei che lo zio e per la bella Doris è ancora una volta galera, mentre dall'Italia giungono le notizie delle terribili fucilazioni. La polizia svizzera si prepara a far espatriare l'attrice e allora lei si taglia le vene, non sappiamo se per la disperazione quando apprende della morte di Alessandro oppure per un freddo calcolo. Doris viene internata in manicomio e ha la fortuna che il capitano della polizia svizzera, Luciano Pagani, si innamora di lei.

Insieme organizzano una vera e propria messinscena con una finta estradizione in Italia, ma alla fine la Duranti viene di nuovo accolta in territorio svizzero. Pochi giorni dopo l'attrice si unisce in matrimonio con il capitano Pagani, solo per diventare cittadina svizzera e non avere più fastidi dal nuovo governo italiano. I due si sposano in gran segreto, a Campione d'Italia, con le pubblicazioni affisse solo per poco tempo e la Duranti si presenta in chiesa dopo essersi nascosta nel bagagliaio di un auto e avvolta nei tappeti come Cleopatra. Doris non ama né quel noioso marito svizzero, né quella terra troppo ordinata e precisa che definisce "tutta formaggi e orologi", si diverte a contraddire il marito preciso e conformista persino sull'ora che segna il suo orologio (6). Il matrimonio d'interesse dura solo un anno, pure se lei serba eterna riconoscenza a quell'uomo. Luciano Pagani non vorrebbe concedere il divorzio ma alla fine si piega al volere della bella attrice che gli dice: "Tu nel 1945 mi hai salvato la vita, ma io ho pagato la mia testa con un'altra cosa. Uno come te non avrebbe mai potuto sperare di portare a letto Doris Duranti". L'orchidea nera fugge in America, ha una breve relazione con Mario Ferretti, poi la troviamo in Argentina, Venezuela, Cuba e infine Santo Domingo, dove si lascia andare ai malinconici ricordi di una vita da star. Nel dopoguerra torna sporadicamente sul grande schermo ma non ottiene il successo di un tempo, sostiene di vivere bene ai tropici, pure se di tanto in tanto torna a Roma dove c'è sempre qualcuno che si ricorda di lei. Doris Duranti in una delle sue ultime interviste rilasciate alla stampa italiana sostiene che Roma è troppo cambiata e che lei non ce la farebbe più a vivere in una città così diversa da come l'ha lasciata. Le sue idee politiche sono sempre confuse, giustifica il sanguinario dittatore dominicano Trujillo e sostiene che "la democrazia non esiste perché chi comanda fa fuori i suoi nemici, basta guardare Fidel Castro cosa ha fatto a Cuba". Nel 1995 l'ex orchidea nera si spegne per sempre a Santo Domingo (7).

Note

(1) Intervista di Enzo Magrì a Doris Duranti - "Doris Duranti - il primo seno nudo del cinema italiano" da "L'Europeo" del 22 novembre 1973

(2) Ibidem - intervista citata

(3) Ibidem - intervista citata

(4) Ibidem - intervista citata

(5) Ibidem - intervista citata

(6) Ibidem - intervista citata

(7) Ibidem - intervista citata

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Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

26 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

Abbiamo avvicinato lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi per avere un’opinione su Duccio Tessari, il parere di un uomo che ha lavorato spesso con il regista genovese.

“L’ultima volta che ho lavorato con Tessari fu sul finire del 1985 per la serie TV Caccia al ladro d’autore, per l’episodio Il ratto di Proserpina. C’era una scena dove un elicottero rubava il famoso gruppo marmoreo dalla galleria Borghese e lo portava attraverso il cielo di Roma. La copia era fatta bene, in gesso, leggera, ma il passaggio sollevò denunce ai carabinieri e allarme. Molti credettero che fosse il vero gruppo del Bernini a volar via da Roma. Ridemmo molto e fu l’ultima volta che risi con Duccio. L’avevo incontrato per la prima volta verso la metà degli anni Sessanta, scapolo e bohemien. Era un uomo scanzonato e affascinante. Come mi strinse la mano mi confessò che, anni addietro, per bisogni alimentari, aveva venduto un copione intitolato Semiramide dopo aver strappato la prima pagina su cui c’era scritto il mio nome. Io non ricordavo neppure di averlo scritto quel copione, probabilmente un reperto degli anni in cui scrivevo scrivevo scrivevo nella speranza, di solito vana, di vendere qualcosa per vivere. Mi disse che gli avevano dato cinque milioni, di lire ovviamente. Mi congratulai con lui. Duccio aveva un senso ironico della vita e un’intelligenza acuta. Amava vestirsi da dandy e ordinava dozzine di vestiti da grandi sarti che poi non poteva pagare. Una volta ebbi la fortuna di assistere a una scena davvero divertente. Un sarto creditore si era fatto petulante ed esigeva di essere pagato. Duccio lo guardò come un nobile può guardare un misero plebeo e gli rispose: Vede, signore - calcando ironico sulla parola - io ogni anno a Natale metto i nomi dei miei creditori in un cappello e ne estraggo uno a sorte che pago. Lei quest’anno non sarà nel cappello. Nel 1974, su istigazione di Luciano Martino, scrissi per lui, e solo con lui, (spesso spuntano strani nomi di collaboratori mai visti!) un film dal titolo L’uomo senza memoria (nel mondo anglosassone distribuito col titolo Puzzle). Ora quell’uomo sono io perché non ricordo quasi nulla di quella storia. Mi vengono in mente alcune scene, come quella dei fiammiferi lanciati contro una Senta Berger inzuppata di benzina, sempre lei con una sega elettrica che affetta qualcuno e uno splendido Luc Merenda nel pieno delle sue attrattive fisiche. Ho incontrato pochi giorni fa Luc Merenda a Stracult la trasmissione di Marco Giusti e l’ho trovato ancora in splendida forma: anche lui ha un buon ricordo di Duccio Tessari, uno dei tanti nostri registi troppo intelligente per prendersi davvero sul serio e impegnarsi in grandi film. Chiunque abbia avuto la fortuna di lavorare con Duccio ne ha un vivo divertente ricordo. Forse tranne i suoi sarti”.

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Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"

25 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"

L'inviato dalla rete

Alessandro Ticozzi

Sensoinverso edizioni

pp 320

17,00

Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un'intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l'attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all'italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e - in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d'autore, ma anche di musica popolare.

Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L'autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L'Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.

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Giuliano Gemma e Duccio Tessari

24 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma e Duccio Tessari

Giuliano Gemma è l’attore che meglio rappresenta Duccio Tessari, un vero e proprio feticcio, icona del peplum ironico e del western all’italiana, più o meno classico.

“Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, il mio debutto come attore, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà.Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringoresta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”

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Tessari: Zorro, Tex e le ultime pellicole fallimentari

23 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: Zorro, Tex e le ultime pellicole fallimentari

Zorro (1975) è uno dei tanti film che vedono protagonista il bandito mascherato, vendicatore degli oppressi, ma questa versione di Tessari avrebbe l’ambizione (non riuscita) di essere definitiva Zorro - Don Diego de la Vega è niente meno che Alain Delon, mentre la sua bella è Ottavia Piccolo, gli altri interpreti sono Stanley Baker, Adriana Asti, Moustache, Giampiero Albertini, Enzo Cerusico. Un tentativo di riportare in voga i vecchi e gloriosi film di cappa e spada che hanno fatto il loro tempo, portato sul grande schermo da un valido artigiano, esperto nelle scene d’azione e abile con le convenzioni dei generi. Il film va bene solo per un pubblico di ragazzini che affolla le sale, decretandone un successo popolare sottolineato dalla parodia Il sogno diZorro (1975) di Mariano Laurenti, interpretato da Franco Franchi orfano di Ciccio Ingrassia. La storia è trita e risaputa, ma Tessari è bravo nella ricostruzione d’epoca e nella scelta degli interpreti. Girato in Spagna, non convince la critica, ma incanta il pubblico infantile.

La madama (1975) segna una caduta verticale di Duccio Tessari che concede un ruolo da protagonista a Christian De Sica, imbranato agente di polizia che indaga sulla morte di un pregiudicato e si trova alle prese con una banda di contrabbandieri internazionali. Lo tira fuori dai guai niente meno che la CIA. Altri interpreti: Oreste Lionello, Carole André, Tom Skerritt, Ettore Manni, Ines Pellegrini, Gigi Ballista, Nello Pazzafini. Il soggetto deriva dal romanzo omonimo di Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, basato sui personaggi della serie televisiva Qui squadra mobile, già portati al cinema con A tutte le auto della polizia. La sceneggiatura - scritta dal regista insieme a Felisatti, Pittorru e Fabio Veruicci - trasforma il poliziesco in una sorta di commedia noir che elimina ogni riferimento sociopolitico e non soddisfa neppure i palati di bocca buona. Tentativo non riuscito di lanciare Christian De Sica come nuova stella comica. Musiche di Manuel De Sica. Regia alimentare di Tessari.

Safari Express (1976) si ricorda per il ritorno di Giuliano Gemma in un cast di Tessari e come un buon comico - avventuroso girato in Africa. Interpreti: Giuliano Gemma, Ursula Andress, Jack Palance, Biba, Nello Pazzafini. Gemma è un avventuriero che insieme a una finta suora (la procace Andress) sventa il tentativo di alcuni speculatori che vogliono arraffare importanti risorse naturali africane. Ursula Andress è una bella e misteriosa ragazza senza memoria che diventa amica di un affascinante Giuliano Gemma, impiegato di un’agenzia turistica africana. Jack Palance è il classico cattivo, un perfido olandese che vuole appropriarsi di un giacimento di uranio e tenta di uccidere la ragazza. Quando la Andress ritrova la memoria il gioco è fatto, perché è stata testimone di tutte le malefatte di Palance. Il film non ha pretese e si rivolge a un pubblico di ragazzini. Tessari fa il verso a Barboni, basando il film sulla coppia improbabile alla Spencer - Hill, corretta al maschile - femminile e composta da due miti del cinema avventuroso. Palese l’ispirazione al precedente Africa Express (1975) di Michele Lupo, interpretato da identico cast, con totale replica della formula: scazzottate, personaggi da fumetto, acrobazie…

L'alba dei falsi dèi (1978) è un film sul nazismo che potrebbe rappresentare una riabilitazione di Tessari verso un cinema di impegno civile. Non è così, perché il regista cade nella caricatura fumettistica e semplifica troppo la vicenda per renderla davvero drammatica. Il film è ambientato nella Germania degli anni Venti e racconta le vicissitudini di due ragazzini coinvolti in una serie di delitti da un fanatico nazista. Bernie e Leo sono due adolescenti dediti al furto, cacciati di casa dal padre, che si rifugiano da uno zio. Quando il padre muore i ragazzi tornano a casa. Bernie trascina Leo in una serie di delitti commissionati da un loro ex compagno di scuola plagiato da un ufficiale delle SS. Una pellicola drammatica troppo convenzionale che vorrebbe essere il romanzo di formazione di un’adolescenza perduta. Pino Farinotti è il solo critico italiano ad apprezzare la pellicola, concedendo addirittura tre stelle. Interpreti ottimi: Helmut Berger, Peter Hooten, Umberto Orsini, Lorella De Luca, Kurt Zips, Udo Kier.

Un centesimo di secondo (1981) è uno dei momenti più bassi della carriera di Tessari, un film sportivo con protagonista Gustavo Thoeni, interpretato dallo stesso sciatore e da Mario Cotelli, Antonella Interlenghi, Saverio Vallone, Renato Antonili, Cesare Anzi. Scritto dal regista con Massimo De Rita, fotografia di Cristiano Pogany, musiche di Stelvio Cipriani. Ispirato al grave incidente subito dallo sciatore Leo David. Non l’ha visto nessuno, per fortuna. Patetico e retorico come un lacrima movie uscito fuori tempo massimo. Alcuni discesisti della nazionale si stanno allenando su un percorso molto difficile, quando uno di loro esce di pista e subisce una grave menomazione. Gustavo (Thoeni), nei panni di se stesso, come atleta importante e campione carismatico, tira su il morale dei compagni e li convince ad allenarsi ancora. “Vinceremo e dedicheremo la vittoria al nostro compagno!”, dice. Un centesimo di secondo non sembra neppure un film di Tessari, regista ironico specializzato in western e noir, ma anche in cinema avventuroso dotato di grande ritmo. Il film ufficialmente non esiste, i più noti dizionari non lo citano, non figura nei repertori dell’ANICA di Aldo Bernardini e neppure nelle Segnalazioni del Centro Cattolico cinematografico, anche se schedato nel Filmario dello sport di Bertieri-Casiraghi. Marco Giusti su Stracult ne parla come un “totale disastro mélo sportivo costruito sulle non grandi capacità recitative di Gustavo Thoeni”. Giovanni Buttafava su Il patalogo scrive: “Ovvero l’impossibilità di confezionare un normale film d’azione italiano, specialmente se condito col lievito di una presenza divistica autentica (Gustavo Thoeni), specialmente se girato con questa fretta, con questi attori, con questo gusto cinico del melodramma”. E pensare che il produttore lo lanciava come: “Un film spettacolare, romantico, allegro. Due ore di assoluto divertimento”.

Tex e il signore degli abissi (1985) arriva quattro anni dopo ed è un’occasione perduta per rivitalizzare lo spaghetti-western e per rendere omaggio a un personaggio importante del fumetto italiano come Tex. Torna Giuliano Gemma, icona del Tessari-movie, nei panni di un improbabile Tex, coadiuvato da William Berger (Kit Carson), Carlo Mucari (Tiger Jack), Isabel Russinova, Peter Berling, Flavio Bucci, Gian Luigi Bonelli (il papà del fumetto nei panni dello stregone indiano), José Luis de Villalonga (il dottor Warton). Il film è tratto da una delle storie più belle di Tex, dal taglio fantasy avventuroso, uscita nel 1948 sui fascicoli 101, 102 e 103 del fumetto, scritta da Gianluigi Bonelli e illustrata dal grande Aurelio Galleppini. Sceneggiatura di Gianfranco Clerici, Marcello Coscia, Duccio Tessari e Giorgio Bonelli. Tex sta indagando su un traffico d’armi al confine tra Stati Uniti e Messico quando scopre che una tribù indiana sta progettando una rivolta contro i bianchi. Gli indiani possiedono una pietra fantastica quanto letale che mummifica istantaneamente i corpi. La parte soprannaturale che spesso leggiamo nelle avventure Tex è salva, ma non la suggestione del personaggio che nella trasposizione filmica perde molto del suo fascino. Giuliano Gemma non si cala al meglio nella parte e Tessari non pare consapevole del compito storico di portare al cinema un’icona del fumetto italiano. Il film è un esperimento pilota di una serie che muore sul nascere. Marco Giusti su Stracult lo rivaluta dopo una visione televisiva: “Rivisto oggi è divertente. Funziona anche bene come audience in tv”. Il film viene presentato a Venezia come la risposta italiana a Indiana Jones.

C’era un castello con 40 cani (1990) è l’ultimo film di Tessari uscito sul grande schermo. Interpreti: Peter Ustinov, Roberto Alpi, Salvatore Cascio, Gina Rovere, Delphine Forest, Jean.Claude Brialy. Non si ricorda come un film indimenticabile. Favoletta ecologica che narra la scelta di un manager che si ritira in una villa di campagna dove vive circondato da cani difendendo la natura. Ustinov è un veterinario saggio ed ecologista, Alpi è il manager pentito che lotta contro le speculazioni edilizie. Tratto da un romanzo di Remo Forlani, “un film solo per cinofili”, ironizza Mereghetti. Non sappiamo dargli torto. Pino Farinotti è il solo a rivalutare il film come “una favola moderna di taglio ecologico, ambientata in una Toscana da cartolina”.

Gli ultimi lavori di Tesari sono per la televisione: Il principe del deserto (1990) e Il Gorilla – Bomba nell’oasi (1992).

Il principe del deserto è uno sceneggiato che va in onda ogni martedì dal 19 marzo 1991 su Canale 5, scritto e sceneggiato da Adriano Bolzoni. Tra gli interpreti si ricordano la fascinosa Carol Alt e Kabir Bedi (il Sandokan di Sollima), ma ci sono anche Omar Sharif, Elliot Gould, Peter Sands, Brett Halsey, Stewart Jan Bick, David Flosi, Dilum Nanayakkara, Larry Dolgin, Lee Moore, Ahmed Marey. Il lavoro televisivo gode di ottime scenografie e costumi curate da Luciano Sagoni, ma soprattutto della colonna sonora di Ennio Morricone. Si tratta di una favola esotica in tre puntate ambientata nel deserto marocchino dove l’affascinante Carol Alt si reca alla ricerca del figlio adolescente, rapito dal padre (Bedi) che vuole farlo diventare principe del deserto. Il cast è eccellente ma il discorso che il regista tenta di fare (contrasto tra occidente e mondo arabo) trasuda retorica da ogni fotogramma. Il Gorilla – Bomba nell’oasi è il secondo lavoro televisivo di Tessari, sempre di ambientazione esotica, ma puramente alimentare.

Beyond Justice (1992) è l’ultimo film diretto da Duccio Tessari, scritto da Sergio Donati e Adriano Bolzoni, girato da New York e il deserto marocchino. Non è mai uscito sugli schermi italiani. Possiamo reperire in rete il trailer in lingua inglese di un film avventuroso che ricrea identica ambientazione del televisivo Il principe del deserto. Persino il cast è quasi lo stesso: Rutger Hauer, Carol Alt, Omar Sharif, Elliott Gould, Kabir Bedi, Stewart Bick, David Flosi, Brett Halsey, Peter Sands. Ottime le scene d’azione, perfetta la ricostruzione ambientale, eccellenti le scenografie. Il cast è internazionale.

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Tessari: Tony Arzenta e il noir alla Melville

21 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: Tony Arzenta e il noir alla Melville

Tony Arzenta - Big Guns (1973) è un altro film per cui viene ricordato Duccio Tessari, un’opera importante che convince persino Paolo Mereghetti a concedere tre stelle. Cast di altissimo livello: Alain Delon, Carla Gravina, Richard Conte, Anton Diffring, Roger Hamin, Umberto Orsini, Marc Porel, Giancarlo Sbragia, Lino Troisi, Guido Alberti, Corrado Gaipa, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Nicoletta Machiavelli, Erioka Blanc, Rosalba Neri. Un film duro, un noir moderno epretarantiniano, sullo stile di molti lavori girati da Fernando di Leo. Soggetto e sceneggiatura di Ugo Liberatore, Franco Verucci e Roberto Gandus. Tony Arzenta (Delon) è un killer affascinante che vorrebbe ritirarsi dall’ambiente e vivere in pace, ma i suoi datori di lavoro non sono d’accordo. Per questo motivo gli fanno saltare in aria la macchina e per errore non uccidono lui, ma la moglie e il figlio. La vendetta del killer è spietata. Non è facile trovare la versione integrale di questo film che in televisione passa spesso ma tagliato dalle scene più crude. Tony Arzenta è la storia amara e truce di una vendetta, un rape & ravenge duro e spietato, più che “un ibrido tra poliziesco all’italiana e polar”, come scrisse la critica del tempo. Un film che resta nell’immaginario di chi lo guarda per la cura nella ricostruzione storica e per la profondità del carattere dei personaggi. Alla base del film c’è il tradimento, un mondo corrotto dove non ci si può fidare di nessuno. Duccio Tessari - come Fernando di Leo - ama Melville e si vede dalle scelte di regia, dalla violenza estrema e imprevedibile, dalle inquadrature psichedeliche e dai tempi dilatati. Lo stile originale si nota. Tessari realizza il suo capolavoro conclamato. Alain Delon è coproduttore. Gianni Ferrio compone una colonna sonora indimenticabile.

L'uomo senza memoria (1974) è un noir meno ambizioso diTony Arzenta, ma viene girato con stile identico e non è invecchiato male. Interpreti: Luc Merenda, Senta Berger, Umberto Orsini, Bruno Corazzari, Anita Strindberg, Duilio Cruciani e Manfred Freyberger. Il film è ambientato a Portofino, dove il protagonista - un ottimo Luc Merenda - interpreta un uomo in preda a un’amnesia che torna dalla moglie (Berger) e viene perseguitato da un tipo losco (Corazzari). Il film comincia con Luc Merenda ritrovato accanto a un cadavere, privo di memoria, con la polizia che approfitta del fatto e gli fa credere di essere un’altra persona. L’uomo senza memoria avrebbe nascosto da qualche parte una partita di eroina ed è sul possesso di questo bottino che si scatena la guerra tra bande. Sceneggiatura del regista, Bruno Di Geronimo ed Ernesto Gastaldi, che nonostante alcune carenze strutturali funziona, soprattutto per il finale con rasoio e motosega. Film girato in una Liguria piovosa e cupa, fotografia suggestiva, azione a buoni livelli.

Uomini duri (1974) è il terzo noir consecutivo girato da Tessari che questa volta ambienta l’azione a Chicago, dove un prete manesco italo - americano (Ventura) e un ex poliziotto nero (Hayes) si mettono insieme per indagare sulla morte di un agente assicurativo che cercava un bottino scomparso. Interpreti: Lino Ventura, Isac Hayes, Willaim Berger, Paula Kelly, Lorella De Luca, Luciano Salce. Soggetto e sceneggiatura di Luciano Vincenzoni e Nicola Badalucco, che vorrebbero scrivere un poliziesco, ma i protagonisti sono così sopra le righe che ne viene fuori un film indefinibile. Isac Hayes è un sassofonista nordamericano che realizza anche la colonna sonora, così come Lino Ventura è più musicista che attore. Una coppia strana, singolare, ma tutto il cast è improbabile, con Luciano Salce impiegato addirittura in una parte da gangster. Molto mestiere e un film artigianale che non va oltre le convenzioni di un genere che Tessari conosce a memoria.

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Tessari: Thriller all’italiana, regie alimentari e spaghetti-western

20 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: Thriller all’italiana, regie alimentari e spaghetti-western

La morte risale a ieri sera (1970) è uno dei migliori film di Tessari che insieme a Biagio Proietti adatta il quarto e ultimo romanzo di Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano il sabato, subito dopo che Boisset (Il caso Venere privata) e Fernando di Leo (I ragazzi del massacro) avevano condotto analoghe operazioni. Un bel noir ambientato a Milano con protagonista l’ispettore Duca Lamberti (Wolff) che cerca di chi ha rapito una ragazza handicappata (Bray) per farla prostituire, sfigurarla e infine ucciderla. Una prostituta lo aiuta nella non facile impresa e lo porta a conoscere un mondo notturno ricco di perversione. Il padre (Vallone), un onesto operaio, scopre i colpevoli prima di lui e si fa giustizia da solo. Interpreti: Frank Wolff, Raf Vallone, Gabriele Tinti, Eva Renzi, Beryl Cunningham, Gill Bray, Gigi Rizzi, Checco Rissone, Wilma Casagrande, Jack la Cayenne. I toni del film sono quasi da inchiesta quando il regista cerca di mettere in evidenza la corruzione di una città vittima del benessere. Uscito in dvd come I milanesi ammazzano il sabato, bella colonna sonora jazz di Gianni Ferrio con canzoni di Mina, ottima fotografia di una Milano cupa e spettrale, autunnale e nebbiosa, di Lamberto Caimi.

Forza “G” (1970) è una regia alimentare che non resterà nella storia della produzione di Tessari. Un film sul volo, con protagonista un ragazzo appassionato di aereonautica, arruolato in aviazione, che riesce a diventare pilota della squadriglia acrobatica. Tutti diffidano di lui e della sua eccessiva passione, ma il ragazzo saprà farsi valere. Ottime immagini di volo, bella fotografia aerea, notevoli le sequenze di gara durante le quali il protagonista sperimenta pericolose evoluzioni e vince contro gli inglesi le gare internazionali di Rivolto. Si tratta di una commedia convenzionale con personaggi stereotipati e privi di spessore, salvata da un minimo di umorismo e ironia. Da recuperare solo per le sequenze acrobatiche. Ottimo il cast femminile. Interpreti: Pino Colizzi, Mico Cundari, Riccardo Salvino, Barbara Bouchet, Magda Konopka e Dori Ghezzi.

Una farfalla con le ali insanguinate (1970) è uno dei film di Tessari che vale la pena rivedere. Il cast è ottimo: Helmut Berger, Giancarlo Sbragia, Silvano Tranquilli, Evelyn Stewart (Ida Galli), Günther Stoll, Wendy D’Olive, Lorella de Luca, Carole André, Wolfang Preiss. Sceneggiatura di Gianfranco Clerici - uno specialista del thriller - con la collaborazione del regista, molto curata e ricca di colpi di scena, piena di finte piste e di possibili soluzioni a un giallo che si guarda ancora con piacere. Interessanti i personaggi che vogliono essere una caricatura della corrotta borghesia milanese e dei giovani figli sessantottini. Lo stile di Tessari è perfetto, tra flashback e inquadrature psichedeliche, molto secondo la moda del tempo. Ottima colonna sonora di Gianni Ferrio. Un giornalista televisivo è accusato di aver ucciso una studentessa, ma mentre lui è in galera l’assassino colpisce ancora. Viene liberato poco prima di essere processato, visto che due delitti molto simili al precedente sono stati commessi da un’altra mano. Il fidanzato di sua figlia gli farà una confessione sconcertante.
Viva la muerte... tua! (1971) è un nuovo spaghetti-western, versione tortilla, perché ambientato in Messico, interpretato da Franco Nero, Eli Wallach, Lynn Redgrave, Horst Janson, Marilù Tolo, Eduardo Fajardo. Una tantum manca Giuliano Gemma, ma i protagonisti sono due colonne del genere e non lo fanno rimpiangere interpretando due banditi evasi di galera grazie a una giornalista che li credeva rivoluzionari. Siamo ai tempi della rivoluzione messicana, uno sceriffo corrotto aiuta a evadere un bandito e il suo compare, che si spaccia per principe russo. Nero (famoso per Django) e Wallach (il brutto di Sergio Leone) si impadroniscono di un tesoro che finisce nelle mani dell’esercito, per questo si uniscono a un gruppo di rivoltosi messicani, recuperano il bottino e lo spartiscono con loro. I due banditi prendono coscienza della bontà della causa e restano con i peones a lottare per la libertà. La pellicola - con tutti i limiti di un cinema ironico e avventuroso - può essere inserita tra i cosiddetti western rivoluzionari. Tessari accentua i toni grotteschi e paradossali, come suo stile, alternando scene di azione ad altissimi livelli a momenti di pura farsa che anticipa le commedie western di Enzo Barboni. Bravissimi Nero e Wallach, coppia ben assortita.

Gli eroi (1973) è un film di guerra girato come un western, interpretato da Rod Steiger, Rosanna Schiaffino, Rod Taylor, Calude Brasseur e Gianni Garko. L’azione si svolge nell’Africa del Nord durante la seconda guerra mondiale e vede protagonista un’avventuriera senza scrupoli (la sensuale Rosanna Schiaffino) che tenta di impadronirsi di un tesoro destinato agli arabi. Dopo alcune peripezie, la ragazza ha la meglio, ma l’intervento dell’Intelligence Service è provvidenziale. La tematica è tipica dello spaghetti - western: una caccia al bottino alla quale partecipano anche soldati degli eserciti in guerra.

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