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Andrea Camerini e la Grezzo Film

18 Settembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Andrea Camerini e la Grezzo Film

Mi occupo di cinema italiano da quasi vent’anni ma non conoscevo il valore di Andrea Camerini come regista né le sue produzioni targate Grezzo Film, nonostante la stampa (locale e specializzata) spesso le avesse decantate. Conoscevo - da lettore del Vernacoliere - Andrea Camerini autore di vignette satiriche e delle avventure molto sopra le righe di un personaggio come Il Troio. Il nome è tutto un programma. Niente sapevo delle sue vicissitudini televisive (Zelig, Striscia la notizia…) perché frequento poco il piccolo schermo che uso come monitor per vecchi film, ma anche per cercare vecchio cinema italiano su satellitare e digitale terrestre. Devo ringraziare la Festa dell’Unità di Piombino se ho colmato una lacuna della mia cultura cinematografica e ho potuto apprezzare sequenze di Aglien, Draculo, Lezzzioni di Piano, Shining, parodie di Uomini contro donne, pubblicità in versione sarcastica con interprete una volgarissima bimba pisana e via di questo passo. Pare che alcuni di questi brevi film siano sbarcati negli Stati Uniti d’America, i bene informati parlano di Aglien, parodia di Alien che si ricorda per la celebre battuta: “Qualunque cosa sia, è uscito dalle palle!”. Gli interpreti sono seguaci del metodo Stanislavsky, sono calati alla grande nella parte, soprattutto Elisabetta Canalis come bella sciroccata che partecipa a Uomini contro donne ricopre il ruolo della sua vita. Militello non è da meno, mentre ci sorprende Carlo Monni che ha recitato con Benigni e Rossellini, qui impegnato a infilare tasti bianchi e neri nel culo di una pianista che gli disturba il sonno (da qui il titolo Lezioni di piano).

Non sono di palato fine, non sono uno - come diceva Fulci - che se non vedo mondine e partigiani dico che il film non vale niente perché non contiene messaggi politico - sociali. Tutt’altro! Sono uno che rivaluta la commedia sexy, il musicarello, il lacrima movie, persino il barzelletta - movie. Amo la comicità, l’ironia, il sarcasmo, vado pazzo per il grottesco e per l’assurdo, ma devo vederci un minimo di originalità, non solo volgarità spicciola, giustificata da una non ben definita livornesità. Se un regista gira una parodia di Shining con il protagonista butta giù la porta del bagno con l’ascia perché - colto da un attacco di diarrea - deve andare a cacare, non posso gridare al capolavoro. Se Dracula viene ucciso da una ragazza che ha fatto indigestione di cozze condite con l’aglio, non posso applaudire un genio. Sono tutte cose già viste e già dette. Alvaro Vitali docet, basta andare a rivedersi tutta la serie dei Pierini, originali o apocrifi che fossero. Ci sono già stati gli Squallor con Arrapaho, abbiamo già visto Uccelli d’Italia, ci siamo beati a sufficienza del terrunciello interpretato da Diego Abatantuono, insomma ne abbiamo viste di tutti i colori. I filmati della Grezzo Film sono paragonabili ai lavori di Checco Zalone, ripetono vecchi cliché ormai conosciuti a memoria. Però piacciono, proprio come i film di Zalone. Forse avranno ragione gli estimatori, che l’altra sera affollavano lo stand della Grezzo Film, disertando dibattiti politici e presentazioni di libri. Forse siamo noi i vecchi e superati critici della situazione che per ridere vanno a rivedere Pierino contro tutti o - meglio ancora - le parodie cinematografiche interpretate da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Ricordate Don Chisciotte e Sancho Panza di Grimaldi? Lo rivediamo mille volte, lo impariamo a mente, prima di riguardare una sola sequenza di Aglien. Il mondo è bello perché è vario. E a volte è meglio far parte d’una minoranza, come dice il vecchio Nanni Moretti.

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Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

2 Settembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Antonio Tentori, "Voglia di guardare"

Antonio Tentori

Voglia di guardare

L’eros nel cinema di Joe D’Amato

I Ratti di Bloodbuster – Euro 12 – Pag. 160

I Ratti di Bloodbuster sono un’idea geniale. Piccole e agili guide per conoscere il mondo del cinema di genere, scritti senza tanta prosopopea da critici con la puzza sotto il naso, popolari, godibili, interessanti. Per il momento sono usciti: Nudi e crudeli – I mondo movies italiani (Antonio Bruschini e Antonio Tentori), Tutte dentro! - Il cinema della segregazione femminile (Stefano Di Marino e Corrado Artale), Macchie solari – Il cinema di Armando Crispino (Claudio Bartolini), Kiss kiss… Bang bang – Il cinema di Duccio Tessari (Fabio Melelli), Maurizio Merli – Il poliziotto ribelle (Fulvio Fulvi).

"Voglia di guardare – L’eros nel cinema di Joe D’Amato" rappresenta una riedizione, ampliata e aggiornata, di un vecchio lavoro di Tentori uscito per Castelvecchi nel 1999 (Joe D’Amato - L’immagine del piacere). Il libro di Tentori è informativo e divulgativo, senza pretese scientifiche, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, accessibile a tutti, proprio come l’avrebbe voluto Joe D’Amato. Un solo errore, che auspico venga corretto nella seconda edizione, riguarda il film Papaya dei caraibi, desunto (credo) dalla lettura di Stracult dell’ineffabile Marco Giusti. Tentori afferma che Melissa Chimenti - interprete del film - è lo pseudonimo di Annj Goren (Anna Maria Napolitano), ma non è vero: Melissa Chimneti esiste, non è attrice di grande fama, ma ha interpretato una manciata di pellicole. Il testo di Tentori mi dà la possibilità di raccontare in breve la figura di Aristide Massaccesi, un regista definito dai critici superficiali il re del porno, ma che in realtà amava erotismo e orrore, oltre a essere un grande artigiano del nostro cinema di genere.

Aristide Massaccesi nasce a Roma il 15 dicembre 1936 e può essere considerato il regista più prolifico del cinema italiano. Massaccesi viene da una famiglia di persone che lavoravano nel cinema, adesso figlio e nipote ne continuano la tradizione come operatori tecnici. Massaccesi è l’essenza stessa dell’artigianato cinematografico: di quasi tutti i suoi film è anche sceneggiatore, direttore della fotografia, spesso anche produttore, in coppia con la moglie Donatella Donati. Nel cinema ha fatto di tutto, cominciando da operatore, passando a direzione di fotografia, regia e produzione. Non esiste genere che non abbia esperimentato: western, cappa e spada, peplum, decamerotici, kung-fu, guerra, erotico, sexy, hard, mondo movies, fantasy... forse mancano soltanto i musicarelli. In tutti questi film D’Amato porta il suo mestiere, con pochi soldi dà ritmo e spettacolarità a pellicole che si basano su modeste sceneggiature e cast di attori non sempre all’altezza. Tra la sua ricca dotazione di pseudonimi è noto al grande pubblico come Joe D’Amato con il quale firma gran parte dei film di una lunga carriera. D’Amato non è solo il porno italiano di Rocco Siffredi e le avventure erotiche di Tarzan o di Marco Polo, che nel genere hanno una loro dignità. Pure in certe pellicole Massaccesi non dimentica mai sceneggiatura, soggetto e gusto scenografico. Quando gira un film, sia esso porno, horror o hardcore, il rispetto dello spettatore è la prima cosa. Resta uno degli ultimi autori di pellicole hard girati su pellicola (35 mm.) e con struttura narrativa dignitosa.

Il pubblico dell’horror ricorda Massaccesi per tre film importanti: Buio omega, Antropophagus e Rosso sangue e per essere stato l’interprete italiano del filone splatter. I tre film sopra citati sono tra gli horror più significativi degli anni Settanta - Ottanta, lavori che resteranno nel tempo come le opere di Fulci, Bava, Margheriti, Deodato, Lenzi, Soavi e Argento. D’Amato realizza piccoli gioielli con poche lire, nella buona tradizione del cinema italiano di genere, rispettando il gusto per il gotico e spingendolo all’eccesso sino a farlo confluire nello splatter.

La carriera di Massaccesi comincia con la scuola di cinema a Roma, subito dopo si impiega come direttore della fotografia, che resta la sua principale occupazione a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Massaccesi mette da parte una grande esperienza prima come aiuto fotografo (con Jean Renoir ne La carrozza d’oro), poi come direttore della fotografia (la sua vera passione) al servizio di registi come Mario Soldati (È l’amore che mi rovina, 1951) e Mario Mattoli (L’inafferrabile, 1951), come operatore per registi come Carlo Lizzani (L’oro di Roma, 1961), Mario Bava (Ercole al centro della terra, 1961) e Umberto Lenzi (Paranoia, 1970). La gavetta di Massaccesi è lunga e tocca tutti i generi possibili: dal poliziesco alla commedia passando per lo storico. Solo nel 1972 decide di mettersi dietro la macchina da presa per film di genere western, storico e commedie erotiche. Pellicole come: Un bounty killer a Trinità, Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti, Fra’ Tazio da Velletri e La rivolta delle gladiatrici. Ma è solo con La morte ha sorriso all'assassino (1973) che comincia a fare sul serio. Non fu un successo, nonostante la presenza di attori come Klaus Kinsky e Giacomo Rossi Stuart. Per questo motivo D’Amato migra verso altri generi come l’erotico soft, anche perché incontra la bella indonesiana Laura Gemser, interprete ideale per una serie di pellicole che dovevano sfruttare il successo internazionale del libro Emmanuelle della Arsan e delle pellicole interpretate dalla intrigante Silvia Kristel. Sono cinque gli episodi che D’Amato dirige con Laura Gemser in questa serie rinominata Emanuelle con una sola emme per evitare la denuncia per plagio. A nostro giudizio Massaccesi ha dato il meglio di sé nel genere erotico e in quello horror, toccando vette irraggiungibili quando riusciva a contaminare entrambi i generi. Ci sono pellicole interessanti che contaminano il porno soft con l’horror sia nella serie Emanuelle (Emanuelle e gli ultimi cannibali e Emanuelle in America), sia fuori (alcuni fine anni Settanta: Sesso nero, Hard sensation, Porno Holocaust e Le notti erotiche dei morti viventi).

Sesso nero è una pellicola cult: è il primo film porno girato in Italia e proiettato nei neonati circuiti a luci rosse. Siamo nel 1980 e D’Amato aveva già girato alcune scene hard in Emanuelle in America (1976), ma erano semplici inserti che nella versione regolare della pellicola vennero tagliati. Emanuelle in America uscì in versione uncut solo a metà anni Ottanta.

Massaccesi si ricorda per aver scritto, diretto, fotografato e prodotto Buio omega (1979), ottimo remake in versione splatter di un vecchio film di Mino Guerrini (Il terzo occhio). La musica dei Goblin (freschi di Profondo Rosso con Argento) contribuì al successo, ma ricordiamo pure l’interpretazione di attori inquietanti e ben calati nella parte. In questo film Massaccesi si lascia andare e affonda lo sguardo nella carne viva, mostrando intestini smembrati e unghie strappate. “Erano soltanto interiora di maiale”, disse D’Amato. Però gli effettacci erano ben realizzati. La fotografia sporca abusava di colori come il giallo e il verde scuro per rendere bene il senso di disgusto e di nausea che raggiunge l’apice nella scena del pasto dopo un massacro.

Massaccesi ha dato vita insieme a Luigi Montefiori (in arte George Eastman), - attore, sceneggiatore ed ex giocatore di basket dalla stazza gigantesca (più di un metro e novanta) -, a un prolifico sodalizio. Il primo lavoro importante dei due autori è Antropopahgus (1980), un film indimenticabile, vera icona del cinema di D’Amato. La pellicola è splatter puro ma con una trama avvincente e una scenografia curata: questa è la vera novità per il genere. Da ricordare: la scena del feto strappato e divorato (un coniglio spellato annegato nel sangue), gole recise, intestini maciullati, cadaveri decomposti e altre prelibatezze. Inutile dire che nel 1980 fece grande scalpore, dato che il pubblico non era avvezzo a vedere certe cose. In Inghilterra passarono alcune scene in televisione spacciandolo per uno snuff movie. Al solito anche in Antropophagus l’atmosfera è malsana e macabra, arricchita da effetti spettacolari. Pochi mesi dopo Luigi Montefiori sceneggia un altro film dove lui stesso interpreta la parte di una specie di mostro immortale che pare la fotocopia splatter di Michael Myers di Halloween. Il film è Rosso sangue (1982) ed è il meno riuscito dei tre horror di D’Amato, pure se è spaventoso al punto giusto per come mostra atrocità e sangue con freddezza. La storia racconta di un serial killer prodotto da un esperimento genetico che si aggira per le strade di un paese e uccide innocenti. Da ricordare la scena del forno e l’accecamento del mostro che come un novello Polifemo rantola e si dimena cercando di far fuori chi l’ha ucciso.

Massaccesi e Montefiori avevano già girato molte pellicole hard nella Repubblica Dominicana, inventando in Italia il genere e dando vita alla più assurda serie di film pornografici che la storia del nostro cinema ricordi. Tra l’altro le pellicole vennero realizzate con uno stesso gruppo di attori che cambiava parte da un film all’altro. Venivano anche utilizzate scene di un film per inserirle in una pellicola successiva. Gli hard dominicani vennero girati tutti nello stesso anno e il materiale fu montato successivamente in studio.

Nel campo dell’erotico D’Amato va ricordato per alcune pellicole raffinate girate nel corso degli anni Ottanta sulla scia del successo di film d’autore come La chiave. Pellicole come L’alcova, La lussuria e Il piacere sono considerate dai critici tra le migliori prodotte in Italia nel campo del cinema erotico.

Joe D’Amato termina la carriera girando quasi esclusivamente hardcore, genere al tempo molto redditizio. In questo campo il sodalizio con Luca Damiano ha prodotto alcuni lavori di pregio che vengono ancora ricercati dagli amanti del genere.

Ricordiamo Aristide Massaccesi ottimo produttore di horror italiano. Insieme a Luigi Montefiori e altri amici apre la casa di produzione Filmirage che lancia registi come Michele Soavi e Claudio Fragasso. Citiamo tra i film prodotti: Deliria (1987) di Michele Soavi, Killing Birds (1987) di Claudio Lattanzi (in realtà pare lo abbia diretto D’Amato o che abbia aiutato molto il giovane regista), La casa 3 (1988) di Umberto Lenzi, La Casa 4 (1989) di Fabrizio Laurenti, DNA – Formula letale (1990) di Luigi Montefiori e La Casa 5 (1990) di Claudio Fragasso, la miniserie Troll (cap. 2 e 3 nel 1990) e persino il bergmaniano Le porte del silenzio (1991) di Lucio Fulci.

Massaccesi rientra alla regia horror con un buon prodotto come Frankenstein 2000 - Ritorno dalla morte (1992) film poco distribuito e di scarso successo, scritto e sceneggiato da Antonio Tentori. Il suo ultimo film importante è il thriller erotico La jena (1997). Massaccesi era un uomo gentile e riservato, sempre pronto alla battuta: pare quasi impossibile che abbia realizzato film pornografici espliciti e tanti horror sanguinolenti. Con il passare del tempo si è costruito una grande fama in tutto il mondo ma non ha mai rinunciato a fare artigianato cinematografico, realizzando anche quindici film per stagione. Ha sempre lavorato nel cinema low cost, imitando i grandi successi: usciva Caligola, lui si precipitava a girare Caligola la storia mai raccontata, aveva successo La chiave lui proponeva L’alcova e Voglia di guardare, era buono l’esito commerciale di Fuga da New York lui girava Bronx lotta finale, e così via. Le sue regie dovrebbero aver superato le duecento, ma non è possibile essere precisi. Di sicuro la sua fama è paragonabile a quella che aveva Ed Wood a Hollywood: uno che fa i film in fretta e furia, ma mettendoci sempre un tocco di folle genialità.

Massaccesi è morto improvvisamente a Roma il 23 gennaio 1999 all’età di 63 anni, tra l’indifferenza quasi totale della stampa di settore e dei quotidiani nazionali.

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Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

21 Agosto 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #vignette e illustrazioni

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

Meñique, la favola di un minuscolo giovane contadino che aspira all'amore di una principessa, ha debuttato il 20 luglio nei cinema cubani della capitale, in occasione della Giornata dei Bambini. Il lungometraggio a cartoni animati di produzione cubano - spagnola riveste grande interesse perché segna una tappa importante nello sviluppo della cinematografia cubana. Meñique è il primo cartone animato girato con tecnica 3D prodotto da ICAIC sull'Isola. Autore Ernesto Padrón, regista e sceneggiatore, che definisce la pellicola "una versione sui generis di Pulgarcito". Padrón disegna anche i personaggi e conferisce l'animazione a una storia che rappresenta bene l'animo ispano - cubano, soffusa di sentori che ricordano la saga di Don Chisciotte e Sancho Panza, ma anche di paesaggi che riproducono la suggestiva Valle de Viñales e permeata di ritmi musicali popolari come il guaguancó.
L'idea di realizzare Meñique comincia farsi largo nel 2008, ma non è facile portare a termine un lavoro complesso che necessita di 200 persone tra disegnatori, programmatori e artisti che si prendono l'incarico di ricreare le immagini animate in tre dimensioni. Una conquista tecnologica e un grande successo per il cinema cubano, anche se 34 operatori tecnici sono spagnoli.

Producono l'opera: Instituto Cubano de Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC), Universidad de Ciencias Informáticas, Ficción Producciones Films (Spagna), Ibermedia e la Fundación Villa del Cine (Venezuela).
Budget alto per il cinema cubano: tre milioni di euro. Padrón considera i costi "molto economici" se paragonati ai budget internazionali di cui godono simili pellicole.
Meñique è un racconto per ragazzi che ho tradotto in italiano, molto noto a Cuba, una libera interpretazione di Pulgarcito (Mignolino) del francese Edouard Laboulaye, pubblicata da José Martí (1853-1895) nel primo numero de L'età d'oro, il libro più letto e amato dai bambini cubani.
Il film narra le avventure del piccolo Meñique che, per tirare fuori la sua famiglia dalla povertà, si reca in città insieme ai due fratelli, dove conosce il re che ha promesso di concedere il titolo di marchese e di dare sua figlia in sposa a chi riuscirà a liberarlo dalla terribile maledizione della strega Barusa. Meñique è la personificazione della furbizia, mentre la morale della fiaba è che "la sapienza conta molto di più della forza". Alla fine l'amore trionfa, come in ogni fiaba.

Il giovane attore cubano Liéter Ledesma presta la sua voce al protagonista, Yoraisy Gómez alla principessa, mentre altri attori molto noti a Cuba come Carlos Ruiz de la Tejera, Corina Mestre, Aramís Delgado, Enrique Molinae Osvaldo Doimeadiós danno vita agli altri personaggi.
Ruiz de la Tejera, che interpreta il figlio della strega malvagia, afferma che "la voce degli attori è stata registrata come se fosse un'opera di teatro, per sottolineare la provenienza cubana".

Il film dura 80 minuti, la colonna sonora è molto importante, contiene quattro canzoni originali del cantautore Silvio Rodríguez, ma anche la musica di fondo composta dal cubano Edesio Alejandro e dallo spagnolo Manuel Riveiro miscela con arte ritmi cubani ed europei.
Centinaia di bambini cubani accompagnati dai familiari hanno preso d'assalto il cinema Charles Chaplin dell'Avana per assistere al debutto di una pellicola importante che ha divertito grandi e piccini.

La pellicola vuole trasmettere un messaggio di amore, amicizia, solidarietà e perseveranza, in un momento storico così povero di valori e sentimenti. Proprio per questo si rivolge anche a un pubblico adulto.

Gordiano Lupi

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D
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ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

14 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #storia, #cinema

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

Tutto comincia in un caldo, caldissimo, venerdì pomeriggio di giugno. Per strada la temperatura “percepita” è ben oltre i 30 gradi, e non me la sento di uscire; affondo nel divano e faccio zapping fra i canali televisivi, finchè incappo in un film che ho già visto –forse anche due volte - ma che mi fa lasciare il telecomando, per un grande Alberto Sordi, fratacchione romano che intima a due poveri prigionieri, poco convinti, di pentirsi dei loro peccati prima di andare a morte.

Il film, lo avrete capito, è “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni, del 1969, con un cast – come si direbbe oggi - “stellare”: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein; la storia è quella di Angelo Targhini e Leonida Montanari, due carbonari che, accusati di aver tentato l’omicidio di una spia, vengono ghigliottinati nella Roma papalina del 1825.

Proprio la scena finale, quella dell’esecuzione, mi fa venire in mente qualcosa. Anche se il regista ricorre a immagini “tagliate”, che cancellano i segni della modernità, quando Montanari passa sotto una porta ad arco, a dorso di mulo, con le mani legate, mi pare di riconoscere uno degli ingressi di piazza del Popolo.

E così, una mattina, sabato (quindi niente ZTL), decido di andare a verificare: se quello è il posto, mi pare più che probabile che una traccia ci sia, una lapide, magari una corona appassita, anche solo un ricordo vergato col pennarello.

Parcheggio con comodo e mi avvio a piedi: è presto, eppure la piazza è già piena di turisti che si fanno foto, ne ammirano lo splendore, si infilano nelle due chiese gemelle per un atto di devozione o forse, più probabilmente, per cercare un po’ di fresco.

Mi guardo intorno: fermo all’ombra del caffè Rosati c’è un omone grande e grosso, con una vistosissima maglietta rossa. È lui, mastro Titta, il boia per eccellenza, che fu anche esecutore di Targhini e Montanari; per il caldo, e in omaggio ai tempi, ha sostituito la palandrana rossa, che era segno del suo mestiere e della sua autorità, con una tshirt, ma la somiglianza con l’Aldo Fabrizi, insuperato interprete del personaggio c’è tutta.

Si guarda intorno, scruta i passanti, con occhio fintamente annoiato, ma in realtà vigile; non gli interessa il loro aspetto, la corporatura, l’altezza e il peso; sa che corda e cappuccio appartengono al passato, guarda piuttosto il loro collo, perché è su quello che ormai interviene, con uno strumento che, ironia della sorte, hanno inventato i rivoluzionari francesi ma è stato adottato subito dalla Curia conservatrice e per tutto il resto ostile alle novità.

Probabilmente ripensa a quello che gli ha detto Montanari (almeno così racconta il film), prima di morire: “l'unica cosa al mondo oggi che non puzza de vecchio, de decrepito, è la ghigliottina. Voi siete l'omo più moderno de Roma. A mastro Ti, l'avvenire è vostro !”

Ha ben ragione di essere fiero delle sue 516 vittime (tra suppliziati e giustiziati) in oltre sessant’anni di attività, e sa di non essere più circondato – come una volta - dall’odio del popolino, che ha trovato addirittura espressione in un modo di dire tramandatosi fino ai nostri giorni “Boia nun passa ponte”, per significare che gli era vietato passare dall’altra parte del Tevere (lui abitava in Borgo), salvo che nelle giornate di lavoro.

Allora la voce correva: “Mastro Titta passa ponte” (e anche questo si continua a dire), per indicare un giorno nel quale è prevista qualche avvenimento eccezionale, anche se oggi fortunatamente non più letale per nessuno.

Frattanto, mi ha preso voglia di un caffè, ma da Rosati non ci entro: mi intimidisce la gigantesca figura di quel simil-mastro Titta sulla porta. E allora vado al bar di fronte, sull’altro lato della piazza, l’altrettanto noto Canova.

Mi siedo ad un tavolino all’ombra e ordino un caffè “al ghiaccio”, dimenticando per un momento di essere a Roma, e non nella mia Bari. Mi tocca spiegare allo stralunato cameriere che desidero un caffè “in vetro” (non nella tazzina, ma in un bicchierino… qui dicono così) con l’aggiunta di due cubetti di ghiaccio, che gli danno una piacevole sensazione di fresco, conservano l’aroma e ne fanno cosa ben diversa dalla sciacquatura di caffè che è il “freddo” conservato in anonime bottiglie.

Mentre sorseggio, mi guardo intorno: la piazza si riempie sempre di più; tra un po’ sarà affollata come in un comizio degli anni settanta o a una esibizione di mastro Titta…mancano solo palco e primattore.

La mia attenzione è attratta da una coppia di adolescenti: si tengono mano nella mano, ogni tre passi si fermano per un bacio, una carezza, indifferenti agli altri intorno a loro. Però, arrivati vicino all’ obelisco che troneggia al centro della piazza, lui, veloce veloce, le lascia la mano e, furtivo, si avvicina alla colonna. Trae di tasca un bigliettino, un pezzo di schotch che stacca con i denti e lo fissa ad uno dei leoni.

Un novello Cornacchia/Pasquino? Uno sberleffo al potere, magari in rima? Una protesta contro l’ultimo aumento delle tasse?

Sono curioso: pago e, non appena i ragazzi sono fuori vista, mi avvicino a leggere. Niente di quel che pensavo: solo un banalissimo “Mirko e Deborah uniti per sempre, Roma 14 giugno 2014”

Che delusione! Non posso non ripensare a Manfredi che sgaiattola per i viottoli di una Roma notturna, inseguito dalle guardie di Enrico Maria Salerno, affiggendo qua e là cartelli di sfida

Non sono più i temp ! Oggi chi vuole protestare, e guadagnarsi i suoi quindici minuti di celebrità (ah, Warhol, quanti danni hai fatto!) un microfono e una telecamera li trova sempre…e poi c’è Youtube, Facebook, Twitter.

Mi avvio, con un po’ di amaro in bocca per la delusione, che però sparisce subito quando vedo venirmi incontro una prorompente bellezza “tutta romana”: oggi si direbbe “alla Sabrina Ferilli”, ieri “alla Giovanna Ralli”. A me che ho ancora in mente il film di Magni, viene in mente Claudia Cardinale, che romana non era, ma giusta nella parte, così come lo fu Lea Massari a teatro e Claudia Mori nelle due versioni dell’altro romanissimo “Rugantino”… insomma ci siamo capiti

Mi dirigo da Feltrinelli per prendere l’ultimo Adelphi con “tutto Maigret”, e, a ben vedere, “resto in tema”: anche il pacioso Jules i cattivi li manda alla ghigliottina…..

PS: la lapide c’era; è quella nella foto, su un muro della Caserma dei Carabinieri (all’epoca dell’esecuzione Caserma delle Guardie papaline, a conferma che a Roma tutto cambia, ma…resta uguale)

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Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
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Lars Von Trier puzza!!!

8 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Lars Von Trier puzza!!!

Allora, care amiche, cari amici,

sono riuscita finalmente a vedere Nynphomaniac vol. 1.

Ah finalmente questa si è organizzata un’uscita come si deve,

penserete voi. Ma cosa dici maaai, rispondo con la faccia da Topo Gigio… quando

la sfiga ci si mette non c’è organizzazione che tenga.

Io, per la verità la mia uscita come si deve me l’ero in

effetti ben preparata, con tanto di babysitter pagata (con supplemento festivo)

e marito implorato a suon di lamentele per farmi accompagnare… poi, arrivati lì, scopriamo che il cinema aveva

cambiato l’orario della programmazione all’ultimo momento, collocandolo

irrimediabilmente al di fuori della finestra temporale che mi ero faticosamente

ritagliata per l’evento.

A dirla tutta, non l’ho presa molto bene, per di più pioveva a

dirotto e non ho potuto sfruttare l’uscita manco per una passeggiata romantica

magari arricchita da gelato ipercalorico e compensativo. La crisi isterica ha

preso a incombere in modo terribile e quasi irreversibile, dico “quasi” perché

il caso ha voluto che stavolta, più per istinto di sopravvivenza che per reale

affezione, fosse proprio lui, mio marito, l’homo insolitamente sapiens, a

suggerire la soluzione che ha procurato a lui una serata tranquilla e a me l’argomento

di questo post.

- E se lo vedessimo in streaming su internet? – mi ha

proposto con un sorriso spumeggiante, un po’ falso/attendista e un po’

compiaciuto/speranzoso che mi ha tanto ricordato Jim Carrey con la Mask verde attaccata

alla faccia…

Lo so, lo so non è la stessa cosa, per di più è illegale e, a

tal proposito, davanti alla polizia postale, sono disposta a testimoniare che è

tutta colpa sua (è vero che è il padre dei miei figli, ma io sono la madre dei

miei figli… e la mamma è sempre la mamma!).

Insomma, per farla breve, ho accettato ed eccoci qua. (Non rompete, lo dovevo

scrivere questo post volenti o nolenti!!!)

Dunque, veniamo al sodo.

Vi ricordate le mie opinioni sul film pre-visione e del fatto

che volessi impietosirvi sulla cattiva sorte capitata alla piccola Joe?

Ecco, mi sbagliavo, cancellate tutto… e riavvolgiamo il nastro.

Ovvero, la psicologia spicciola della ragazzina priva di

regole e abbandonata a sé dalla madre è esattamente quella che vi avevo

prospettato. Quello che non mi aspettavo è il modo in cui viene raccontato il

disagio di sex addiction della ragazzina… nel senso che non viene raccontato

affatto!

Dapprima vediamo che la pulzella si appassiona alle virtù

dell’autoerotismo sin dalla tenera età, poi si capisce che l’inaridimento dei

sentimenti vero e proprio scaturisce dall’assenza di amore e attenzione da

parte della madre che, per misteriosi motivi, si comporta come una vera stronza

del tutto disinteressata a svolgere nei confronti della figlia alcuna funzione

educativa oltre che affettiva. L’unica figura che si incarica di infondere un

barlume di affetto e di serenità nell’anima della bambina è il padre, tenero,

fragile alcolista col pallino degli alberi (?), per il quale Joe nutre, e

dimostra in punto di morte (del padre), un affetto quasi materno.

Per il resto, numeri di Fibonacci, arte del pescare,

ornitologia e botanica, polifonie di Bach (la famosa parte filosofica del film)

si intersecano a scene di sesso che coinvolgono, oltre alla protagonista,

innumerevoli tizi più o meno anonimi di cui a stento si riesce a conoscere

l’iniziale del nome.

Ora, devo proprio dirlo, se c’è una cosa che assolutamente

manca in tutte queste scene di sesso… è proprio il sesso! Almeno come lo

intendo io… Il tutto è desolatamente privo di eros (oh, ci fosse stata una scena…dico

una… a suscitarmi quel certo languorino… niente, nada, nisba). Al punto che il

nulla angoscioso (angoscioso perché nulla) che mi veniva inflitto dal film ha

avuto su di me effetti inspiegabilmente e bizzarramente allucinogeni: mi è

sembrato di stare vedendo, come dire, avete presente quei vecchi film in bianco

e nero (Charlie Chaplin, Buster Keaton….) in cui i protagonisti si muovono a

una velocità accelerata? Ecco, una cosa del genere, e ad un certo punto c’ero

anch’io dentro la pellicola che scuotevo la testa velocissimamente come Paperino

che si sta svegliando da un sogno e realizza cosa gli sta accadendo. In questo

modo (non vi preoccupate non mi succede spesso) mi sono accorta della trappola architettata dal regista che solo una pollastra incallita come me poteva sgamare.

Il fatto che Joe racconti in modo così distaccato e privo di

emozioni le immagini di sesso vissute e che soprattutto queste immagini siano

rappresentate in maniera così nuda e cruda, e prive di una “storia” propria, mi

puzzava davvero tanto. Era come se le fossero state messe in bocca parole non

sue… o meglio parole che non possono appartenere a una donna che pare consapevole

della sua dipendenza patologica e che ne descrive con compiaciuta accuratezza

gli effetti senza tuttavia mostrare o trasmettere la benché minima sofferenza o

emozione in relazione a ciò che racconta.

E se, oltre che ninfomane, avessi voluto crederla affetta

da depressione, dico, per esperienza più

o meno diretta, che una donna depressa trasuda COSTANTEMENTE angoscia e

sofferenza, anzi tutto il suo essere non fa altro che vomitare, stile Linda

Blair, tutto il dolore che ha in corpo…

Poi ho finalmente realizzato da dove veniva tutta quella puzza:

sei tu Lars che puzzi e pure tanto!!!

Ma soprattutto chi vuoi imbrogliare?

Credi che non abbia capito che quelle immagini fossero tutte

frutto della tua testa?

Bella scoperta, mi direte voi, lui è il regista…

Sì certo, ma il punto è che, da un po’ di film a questa

parte, il buon Lars si è messo in testa di raccontarci la SUA depressione,

quella che l’ha colpito (e quasi affondato) pochi anni fa.

Ma in questo film caro Lars, a parer mio, dimostri di avere due

grossi gap:

a) tu racconti al mondo la depressione come la vede un

depresso, cercando cioè di rappresentare quel patologico senso di distacco e di

fatalismo, quella sensazione di abitare un piano esistenziale mollemente

adagiato su un livello di piatta mediocrità che chi è stato depresso ben conosce

(ma solitamente quando il mondo si prende la briga di osservare un depresso

vede soltanto un poveraccio che soffre come un cane e appesta il circostante di

mortifera negatività).

b) non sei una donna! (Sei a conoscenza che la fantomatica

parte femminile di un uomo, anche quella dell’artista più sensibile, non è

altro che “un pezzo” di maschio?)

In più passi per essere un genio per cui godi tra i tuoi fan

di un credito quasi illimitato, ma a me sembra proprio che mettere su pellicola

il repertorio di immagini di sesso (chissà di quanti anni!!!) come le pensi tu

in quanto maschio (per di più depresso) e cercare di ammantarle con un’aura di intellettualismo,

oltretutto millantando un punto di vista femminile, sia in definitiva una bella

presa per il culo…

è come se un giorno di questi, approfittando dell’attenzione

e della fiducia che voi, miei devoti lettori/trici, generosamente mi accordate,

vi propinassi, come mio, un post scritto da mio marito!

La notereste subito la differenza, no?

Vero che la notereste?

… anche non subito…ma sì, vero? VERO?

(mmh… mi sa che uno di questi giorni faccio un esperimento…)

P.S. cara Joe mi dispiace, avevi un grosso potenziale per

entrare a far parte del pollaio ma il tuo gallo cedrone ha ben pensato di prendere

il tuo posto…

E questo mi fa pensare… a Lars ma non è che sotto sotto…???

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Precisazioni

1 Giugno 2014 , Scritto da Redazione Con tag #cinema

In merito ai due articoli pubblicati su questo blog riguardanti la figura dell'attrice livornese Doris Duranti

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini (Gordiano Lupi)

Doris Duranti (Patrizia Poli)

un gentile lettore ha rilevato un paio di inesattezze, inviandoci alcune interessanti precisazioni, di cui lo ringraziamo.

Quindi riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

"Molti potrebbero pensare che si chiamasse Dora. Ma in realtà il suo vero nome è sempre stato Doris! Non appartiene alla schiera delle dive che ha dovuto rendere "esotico" il proprio nome come la moda dell'epoca imponeva. O almeno questo era ciò di cui lei sempre si vantava. Crebbe in un ambiente cattolico, detestò il bigottismo della madre, ma mantenne salda la sua fede cattolica fino alla fine.Tant'è che fu proprio con la scusa di andare in chiesa a prendere la comunione che un giorno uscì di casa, si recò alla stazione di Livorno per prendere il treno per Roma e iniziare col cinema nel 1934 che ancora doveva compiere 17 anni! Suo cugino, Lorenzo Duranti, la attendeva alla stazione di Roma.

Da una lettera di Doris:"E' venuto a prendermi alla stazione con il bambino più piccolo, Francesco, occhi grandi, come i miei, sguardo fiero, un Duranti a soli 10 anni, come del resto anche gli altri! Gli altri che stanno tutti al capezzale della madre morente... Povera donna!"

Fu lui in realtà a procurarle il biglietto per venire nella Capitale e magari farle realizzare questo suo sogno e non rubò da nessuna cassetta di nessuna zia come erroneamente riportano talune biografie. La famiglia di suo padre, infatti, era originaria della Sabina, vicino Roma, appartenente ad una antica famiglia nobiliare del posto. Il loro nonno difatti era barone, appartenne all'XI legislatura del Regno d'Italia e fu presidente della provincia di Roma subito dopo l'unità d'Italia. Il titolo baronale passò però ad un ramo collaterale della famiglia ma non a loro e quindi i due cugini non avevano alcun titolo. Alla feroce contraposizione della sua famiglia di origine faceva da contraltare la benevolenza di suo cugino Lorenzo che la fece ospitare in casa di sua figlia Margherita in un quartiere borghese di Roma.

"Margherita è una donna bellissima -dirà Doris in una sua lettera- è una mamma affettuosa e vive in un appartamento elegante e bello! E' una donna adorabile ed elegante".

Ben presto, già nel 1935, Doris andrà a vivere in un suo appartamento dove le sarà più comodo ricevere visite di amici e colleghi di quel mondo, quello del cinema, che già a partire dal 1935, era per lei avviato. Sono false le affermazioni che la vogliono già amante del gerarca Pavolini a partire da quest'anno. Lei si dedicherà esclusivamente al cinema e andrà molto orgogliosa soprattutto di un suo film "Carmela" per il quale dichiarerà sempre "il mio fu il primo seno nudo ripreso all'impiedi, apparve eretto com'era di natura, orgoglioso, senza trucchi, invece la Calamai si fece riprendere sdraiata, che non è una differenza da poco". La relazione con Pavolini nasce sul set del film "Il re si diverte" del 1941.
Doris amò follemente la sua Livorno della sua infanzia e la sua Roma, tant'è che a Santo Domingo il ristorante che aprì in vecchiaia si chiamava "Vecchia Roma"! Proprio perchè originario della sua Livornò trovò molto piacevole l'incontro con il conte Galeazzo Ciano di cui scriverà "un uomo elegante, raffinato, bello, loquace e soprattutto distrugge la noia che creano tutti questi maggiordomi in nero e vecchi impagliati che ci stanno intorno! Il suo pregio migliore? La moglie Edda! Adorabile! Estroversa! Materna! Moderna! Ma non posso espormi troppo o corro il rischio di passare per ruffiana! Un giorno quando le cose saranno tutte più semplici potrò dire ad Edda quanta stima nutro per lei!"

Soffrì molto per la dura sorte che ebbe Livorno durante la guerra e dopo un furibondo litigio con Pavolini si recò personalmente nella sua città natale per vedere cosa era diventata a seguito della furia del conflitto. Perse fiducia nel partito ma non aveva coraggio a dirlo al suo amato... Sfiduciata dal fascismo seguì Pavolini per amore fino alla frontiera svizzera ma capì che le cose non sarebbero andate nel verso giusto... La comitiva composta dai gerarchi, dal Duce e dalla Petacci avrebbe costeggiato il lago di Como. Lei dopo l'ennesima lite con Pavolini, testarda come quando una livornese si impone contro un fiorentino, scavalca DA SOLA il confine svizzero armata con una Beretta M34 e raggiunge Lugano il 28 aprile 1945! Sapeva che le stavano dando la caccia i partigiani! Gli altri furono tutti fucilati a Dongo, lei la ebbe vinta, la sua amica Luisa Ferida e Osvaldo Valente furono fucilati a Milano 2 giorni dopo con grande dolore di Doris! Luisa era estranea ai fatti, in realtà era Osvaldo che appoggiava la RSI. Doris rimase dunque antifascista dopo aver visto prima Roma e poi la sua Livorno, la sua gente, così ridotti in rovina ma inorridì al vilipendio di cadavere che si fece al corpo del suo compagno a Piazzale Loreto! L'unico suo peccato? Aver amato uomini sbagliati e aver avuto sempre Livorno nel cuore tanto da non riuscire a vederla più dopo le distruzioni della guerra! Roma? Troppo diversa da quella che lei aveva vissuto, troppo invivibile oramai! Di Livorno dopo la guerra dirà "É come vedere i tuoi genitori sfregiati". Morirà a Santo Domingo nel 1995 senza rivedere nemmeno uno dei protagonisti della sua vita lontana dal suo amato mare etrusco di Calafuria.

Autori: Luisa Cantarelli, Francesco Pietrantuono. Testi: collezioni private, raccolte epistolari autografe di Doris Duranti.

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Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

28 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

Stefano Simone (1986) è un giovane regista nativo di Manfredonia (FG), che scrive sceneggiature e gira cortometraggi sin da adolescente (il primo all’età di 13 anni), dopo gli studi liceali si trasferisce a Torino per studiare cinema all’istituto Fellini e ottiene il diploma di Operatore della Comunicazione Visiva. Nel 2009 gira a Manfredonia il suo lungometraggio d’esordio Una vita nel mistero (2010), un film ispirato agli eventi soprannaturali che hanno segnato la vita di un devoto di Padre Pio. Prima c’era stato il promettente corto fantastico - splatter Cappuccetto Rosso, ispirato a una controfiaba di Gianni Rodari e a un racconto contemporaneo, girato nei boschi piemontesi. L’attività del regista prosegue febbrile. Ricordiamo lo sperimentale Unfacebook (2011) - ancora inedito - cinema fantastico sui danni che può produrre un eccesso di comunicazione a base di social-network. Sophia (2012) è un cortometraggio interessante girato in Svizzera per conto della Scuola Media Acquarossa, interpretato da attori giovanissimi. Weekend tra amici (2013) è il suo ultimo lavoro, il più maturo, minimalista ma dal taglio splatter e crudele, finalmente distribuito da un circuito televisivo.

Incontriamo Stefano Simone sul set del nuovo film: Gli scacchi della vita, un dramma fantastico ispirato a Il settimo sigillo e a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Siamo andati a fargli visita per porre alcune domande.

Stefano Simone è un regista di genere o un autore? Come ti presenteresti a un pubblico che vuole conoscere la tua attività?

Non mi considero né un regista di genere, né tantomeno un autore: credo che molto spesso si usi questa parola in maniera impropria. Diciamo che sono un filmmaker a cui piace raccontare storie che, in qualche modo, parlano sempre della condizione di un essere umano. Non ho un genere di riferimento, cerco sempre di spaziare il più possibile, adattandomi al tipo di film che sto girando.

Qual è il tuo metodo di realizzazione di un film?

Preciso subito che realizzo i miei film nella più totale indipendenza. La troupe è composta da pochissime persone e sono sempre io - tranne rarissimi casi - a occuparmi sia della fotografia che delle riprese. Ho sempre il film in testa e, quando la sceneggiatura definitiva è pronta, scrivo lo shooting script, con tutte le inquadrature, i movimenti di macchina, ecc. Posso affermare che i miei film sono montati ancor prima di girarli. Chiaro che, alcune volte, modifico un po’ la scena in base alla location, senza comunque variare il linguaggio e, di conseguenza, ciò che si vuol comunicare in quel momento.

Come dirigi gli attori?

Non ho un metodo preciso, dipende dal film. In linea di massima, fornisco delle indicazioni base sui rispettivi personaggi e sul relativo cambiamento - se c’è - poi, scena per scena, mi limito a dare istruzioni del tipo “fai una pausa di qualche secondo”, oppure “dì la battuta più veloce”. Insomma, sul set, lavoro sul tono di recitazione.

Uno dei tuoi primi lavori è un horror - splatter fantastico, un corto intitolato Cappuccetto Rosso. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta di una favola horror - splatter tratta da un racconto contemporaneo che omaggia il cinema di genere italiano, in particolare il gotico anni Sessanta: Mario Bava, Riccardo Freda, Antonio Margheriti. Ci sono comunque anche contaminazioni di Lucio Fulci e Joe D’Amato.

Il primo lungometraggio, Una vita nel mistero, è un mix di suggestioni autoriali e cinema fantastico.

Si, ma preferisco dire che si tratta semplicemente di un film mistico-religioso che racconta la vera storia di un devoto di Padre Pio a cui sono successi eventi straordinari. Ho comunque cercato di mantenere un certo distacco e di raccontare la storia in maniera neutrale, in modo che ogni spettatore possa interpretare gli eventi in maniera soggettiva.

Il tuo film più riuscito resta Weekend tra amici, un lavoro complesso, minimalista e filosofico, ma ricco di eccessi gore e splatter. Un lavoro che ha ottenuto consensi critici e anche una minima distribuzione.

Si, è il mio miglior lavoro sotto tutti i punti di vista. La critica ne ha parlato generalmente in maniera positiva e il film otterrà una distribuzione in tv, dvd e home video grazie a Running Tv International. Direi che posso ritenermi molto soddisfatto del risultato raggiunto fino a questo momento.

Altri lavori minori sono Sophia e Unfacebok

Sophia è un corto di stampo thriller-fantasy girato in Svizzera per la Scuola Media Acquarossa: è stata una bellissima esperienza lavorare con ragazzi di 13-14 anni pieni di volontà. La storia rievoca certe atmosfere di Howard Phillips Lovecraft, anche se il tono del film è decisamente più soft. Unfacebook è il mio secondo lungo, sicuramente il meno riuscito della breve filmografia.

Stai preparando un progetto interessante, un vero e proprio omaggio al cinema di Ingmar Bergman. Dicci qualcosa di più...

Si tratta di una storia drammatica di formazione. Una partita a scacchi che il protagonista gioca - forse - con se stesso, una competizione interiore per superare cattivi ricordi adolescenziali. Direi che ho detto abbastanza...

Abbiamo l’impressione che sentiremo ancora parlare di questo giovane filmmaker pieno di speranze, talento e grande buona volontà. Se il suo maestro è Ingmar Bergman, può essere il giovane Lars von Trier del cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema
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Femminilità (in)corporea (2013) di Roger A. Fratter

15 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Femminilità (in)corporea (2013)  di Roger A. Fratter

Femminilità (in)corporea (2013)

di Roger A. Fratter

Sottotitolo: Preferisco suoni lontani. Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter, Lauro Certaldo. Montaggio: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali: Beat Records (Roma). Brani Musicali: Dammi Tempo, Capitan Coraggio di Michael Vegini; pezzi al piano di Alessandro Fabiani; Touch Me di Malinowska, Puglisi, Toso, interpretrato da Monique. Dipinti: Oliviero Passera. Direttore di Produzione: Lauro Certaldo. Produzione e Distribuzione: Beat Records Company. Durata: 90’. Genere: Introspettivo. Interpreti: Roger A. Fratter (Raffaele), Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta), Giulia Marzulli (Gianna), Anthony Paul (Enzo), Valerio Ragazzini (Vanni), Matteo Maffeis (Michele), Rachel Rose Wood, Pietro Mosca (Saggezza).

Roger A. Fratter è un regista indipendente controtendenza. Abbiamo cominciato ad apprezzare la sua opera con Sete da vampira (1998), Anabolyzer (2000), Abraxas (2001), Flesh Evil (2002), Innamorata della morte (2004), quando erano tempi magri per il cinema horror nostrano. Adesso che molti indipendenti sono tornati a fare cinema di genere lui si dedica a pellicole introspettive, commedie erotiche e cinema d’autore. Due film interessanti come Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) - una sorta di personale Otto e mezzo - e Tutte le donne di un uomo da nulla (2010) - storia di un nullafacente mantenuto da una moglie ricca - anticipano il sofferto e introspettivo Femminilità incorporea, che presenta il suggestivo sottotitolo Preferisco suoni lontani.

Vediamo la trama. Raffaele, scrittore insoddisfatto della vita materiale e sentimentale che conduce, decide di scappare da moglie, figlia e amante per ricercare il suo mondo interiore, la donna ideale e il senso vero dell’esistenza. Raffaele acquista un quadro che raffigura una figura femminile, sparisce dalla realtà, vive in un mondo onirico dove tutto è possibile e le regole della realtà non esistono. “Quando il nostro microcosmo comincia a diventare incerto è in quel momento che udiamo una voce chiamarci da lontano”, dice il regista nella didascalia iniziale. Il protagonista precipita in un abisso di incomunicabilità, perdendo ogni riferimento con la realtà dopo la rottura di un duplice rapporto con moglie e amante. Scappa dalle sue donne, persino dalla figlia (complice della fuga), si libera da ogni vincolo, anche del suo editore, per intraprendere un viaggio mistico alla ricerca di se stesso e di un donna ideale che è destinato a non trovare.

Il film è girato in una Bergamo luminosa e spettrale, raffigurata da tersi cieli invernali e cupe giornate cosparse di nuvole intrise di pioggia. La pellicola gode di una fotografia solare, lucida, colorata, ed è girata con movimenti di macchina decisi, soggettive intense, piani sequenza introspettivi. Il messaggio subliminale fa capire che l’arte è sempre una via d’uscita, perché trasforma la realtà, contribuisce a far accettare il mondo interiore, riveste una funzione terapeutica, aiuta a capire se stessi. Il regista calca la mano sul cinema surreale per dimostrare la relatività dell’esistenza e il diverso modo di vedere le cose. Un filmino amatoriale (girato con tecnica da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato) cambia il contenuto alla seconda visione: prima mostra una famiglia felice, subito dopo la cruda realtà dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Il ritorno del marito, infine, non sappiamo quanto sia reale o quanto una costruzione fantastica della moglie, mentre il regista ci fa capire che l’uomo si è perduto dentro un quadro, cercando una donna che forse non troverà mai. Femminilità (in)corporea insiste molto sulle sequenze erotiche, mai così audaci, intense e credibili in un film di Fratter. Il discorso più importante del regista segue la tematica pirandelliana de Il fu Mattia Pascal, tra soggettive nervose e lunghi piani sequenza: la fuga di un uomo dalle donne della sua vita, ma soprattutto da se stesso, alla ricerca di qualcosa che non troverà. “Le due metà non si uniranno mai perfettamente”, dice la didascalia finale, subito dopo i titoli di coda. La donna perfetta non esiste, resterà un sogno impalpabile di un uomo in fuga. Roger Fratter gira con eleganza e sapienza tecnica un film difficile, ben recitato da lui stesso (nei panni del protagonista) e dalle tre donne Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta) e Giulia Marzulli (Gianna). Da recuperare nei circuiti Home Video, perché non è un prodotto destinato al cinema.

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Nynphomaniac previsione

14 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nericumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Nynphomaniac previsione

Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell’ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier.

Il piano è quello di sottrarci per un pomeriggio alle assedianti incombenze genitoriali e spararci questo filmone (nel senso della durata) che arriva in Italia col crisma dell’opera porno-filosofica (?!). Ovviamente l’attuazione del nostro progetto sta richiedendo una dose di pianificazione, coraggio e spregiudicatezza che manco Clint Eastwood in “Fuga da Alcatraz”… (sembra che non sia MAI il momento giusto per prendersi una pausa dai figli!)

Quindi, aspettando di uscire a riveder le stelle, mi sono sbirciata un po’ di critiche e recensioni varie pubblicate in rete sulla pollastrella (?) più controversa del momento. Qualcuno potrebbe obiettare che la Joe del filmazzo in questione abbia poco a che spartire con le pollastrelle dei nostri libri preferiti, e invece no, o almeno così credo io.

Fatta la tara del salto di linguaggio (tra letteratura e cinema), del modo di raccontare la storia, nel senso della sensibilità e della tecnica dell’autore, quelli che rimangono sono sempre gli stessi interrogativi sulla femminilità, sull’amore, sulla vita e bla bla bla… Per questo ho deciso di parlare del film ancor prima di averlo visto.

La narrazione procede all’indietro: la protagonista, Joe, dopo una vita impegnata a sperimentare ogni sorta di trasgressioni sessuali, si trova a raccontarle, seduta su un divano a mo’ di seduta psicoterapica, ad un uomo dai buoni sentimenti, un po’ in là con gli anni, e “verginello” di corpo e di spirito, che l’ha trovata sanguinante in un vicolo e l’ha portata a casa sua per meglio soccorrerla.

Dalle immagini viste in anteprima e dalla pubblicità un po’ denigratoria sentita in giro parrebbe quasi che il film debba attirare in sala torme di pervertiti con la fantozziana lingua di fuori e le mani impegnate a ravanare … altro che i pop corn!

La mia impressione “prefilm” invece è del tutto diversa.

Premetto che solitamente alla visione di immagini hot, la mia parte maschile esce prepotentemente per “darsi da fare” con quella femminile, per cui si può dire che io risulti parecchio “impressionabile” da questo punto di vista, ma quello che desidero fare oggi è suggerirvi che la Joe di Lars Von Trier non sia poi troppo diversa dalle nostre beniamine…

Non so se riuscirò a convincervi, perché quella “impressionabile” sono io, ma almeno ci provo.

In effetti l’idea che mi sono fatta (ovviamente a ragione e film non veduti) è che le immagini di questo film, per quanto sopra le righe, finiscano per raccontarci un’altra delle storie a cui siamo tanto affezionate…

Be’, forse sto azzardando una connessione un po’ acrobatica, ma credo che la distanza tra questi, che appaiono come due universi narrativi davvero inconciliabili, sia esagerata dal linguaggio cinematografico, potente e spaventoso.

Mentre, quando leggiamo, si crea più facilmente una naturale familiarità con le immagini che creiamo noi nella nostra testa… no?

In realtà, a me la cara Joe sembra proprio una pollastra da manuale, anzichenò.

Intanto la tipa non si è fatta mancare una madre gelida e anaffettiva che durante la sua infanzia non l’ha mai degnata di attenzione alcuna per cui, seguendo lo sbarellato istinto di sopravvivenza tipico dell’età adolescenziale, si ritrova a compensare col sesso compulsivo il senso di inadeguatezza che accusa nei confronti del suo stesso essere al mondo. (Melissa P.?)

Parafrasando gli Elio e le storie tese, potremmo dire che la tipa si cura col pene che le toglie le pene, o, più seriosamente, potremmo fare riferimento a una sorta di affidamento carnale che compensa la mancanza di quello affettivo.

Insomma, si inocula (ha ha!!!) massicce dosi di piacere sessuale per lenire il dolore celato, inconfessato dell’anima… (quanto bene le avrebbe fatto “una botta” a Bridget Jones, fin dall’inizio!)

Esiste uno studio (esiste seeempre uno studio) sul fatto che nelle donne, durante l’orgasmo, si attiva la parte del cervello che controlla la predisposizione alla lotta o alla fuga.

Non può essere che in Joe la ricerca dell’orgasmo corrisponda direttamente alla sua lotta contro le insicurezze e alla sua perenne fuga da dolorose, indicibili verità su se stessa?

Ok, basta. Penso sia il caso di andarlo a vedere quanto prima ‘sto film perché sto cominciando a sproloquiare.

Io, durante l’orgasmo, lotto solo con mio marito, nel senso che lo prendo a pugni e lui incassa, poi fuggo in bagno: un’incipriata al naso e poi a nanna…

…Finché i figli dormono ancora.

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