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Cime Tempestose

16 Febbraio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema, #eros, #amore

 

Cime tempestose al cinema: tradito il romanzo di Emily Bronte

 

Quando ho scritto La pietra in tasca, ho visto tutte le versioni cinematografiche  di Cime tempestose. Per me quella di William Wyler del 1939, con Laurence Olivier e Merle Oberon, resta il capolavoro assoluto, che da bambina mi ha fatto accostare al mondo di Heathcliff e Cathy. Quella di Peter Konsminsky del 1992, con Ralph Fiennes e Juliet Binoche, è romantica e piacevole, quella di Andrea Arnold del 2011, con James Howson (un Heathcliff nero) e Kayia Scodelario, ha un suo brutale perché.

Ma questa, del 2026, di Emerald Fennell, con Jacob Elordi (per altro reduce da un’ottima interpretazione del mostro di Frankenstein) e con  Margot Robbie è brutta. Non c’è altra parola, il film è brutto e sbagliato.

La Emerald ha tagliato mezzo romanzo, e vabbè passi, lo avevano fatto anche gli altri. Come se il polo Wuthering Heights /Thrushcross Grange, e l’intreccio Earnshaw/Linton fosse da liquidare perché inutile. Quando, invece, il riscatto emotivo della seconda generazione, la pacificazione dell’odio, l’inutilità della vendetta, della “pietra in tasca”, è un tema fondamentale. Vi parrà strano ma nel libro c’è un doppio lieto fine, dove Heathcliff si stanca della propria rivalsa e si ricongiunge a Cathy dopo la morte, e dove il figlio di Hindley, Hareton, e la figlia di Cathy, Catherine Linton, i due cugini, riparano il passato, mostrando cosa avrebbe potuto diventare Heathcliff se affiancato e non respinto da Cathy, se l’orgoglio ferito non avesse prevalso sul buon senso e sull’amore, se un po’ della luce dei Linton si fosse riversata sull’oscurità degli Earnshaw.

Questo, dicevamo, era comunque già successo con gli altri film. Ma la Fennel fa di più. Stravolge i personaggi. Fa di Mr Earnshaw, il padre amorevole di Cathy, l’orrido e violento maltrattatore che dovrebbe essere invece suo figlio Hindley, qui sparito dalla storia. Ma lo fa in modo superficiale, disegnando la figura di un ubriacone scialacquatore, non la pura malvagità di Hindley. Trasforma Nelly, la governante dura ma affezionata, in una asiatica e vendicativa dama di compagnia, trasforma Joseph, il servo burbero che opprime i ragazzi con i dogmi della bibbia e la paura dell’inferno, in un praticante sadomaso alla Cinquanta Sfumature di Grigio versione stalla, e gli fa fare sesso bondage, fra selle e finimenti, con una compiacente Zillah. Trasforma persino Isabella Linton, la sorella di Edgar, in una non ben definita “protetta” (chissà quale sia stato il motivo di questo cambiamento), dedita anche lei a pratiche sadomaso, capace di farsi tenere letteralmente a guinzaglio da Heathcliff sbavando per lui. Il tragico racconto dei suoi patimenti come moglie di Heathcliff diventa un gioco perverso di cui lei stessa è complice. Quasi a scagionare, (o esautorare in ottica femminista?) Heathcliff dalla malvagità innata che solo Cathy sa tenere a bada.   

Cathy in questo film non muore di parto, muore di infezione dopo un aborto, muore salassata dalle sanguisughe. Non dà alla luce alcuna bambina, alcuna figlia di Edgar Linton capace di ereditarne la bontà e la compassione, capace in seguito di redimere Hareton. La Cathy della Fennell è disposta ad annullare il matrimonio con Edgar Linton, cosa che la Cathy della Brontë non ha mai nemmeno pensato.

Il film si apre sulla scena di dubbio gusto d’una impiccagione, che non c’entra nulla con la storia e che vorrebbe mostrare solo un po’ della cattiveria di Cathy. Ma Cathy, nell’immaginario attuale che trasforma persino vampiri e lupi mannari in amabili conversatori da salotto, chissà perché non può più essere ambivalente. Deve essere moderna, emancipata e piena di girl power. E così quel personaggio primordiale, tellurico, perverso, quel meraviglioso personaggio che mi ricordava sia la Rossella di Via col Vento sia la regina Nefertiti di I dieci comandamenti, si trasforma in una bambola bionda e pruriginosa.

Un film che inserisce scene di sesso senza darti il minimo brivido erotico. Un film che parla di sentimenti come fossero una patina elegante da spalmare sopra agli eventi e non, piuttosto, da sentire dentro, nelle viscere. Un film che non ti spreme una lacrima nemmeno nei momenti clou, quelli del “Nelly, I am Heathcliff” e del “Non posso vivere senza la mia anima”.

Un film imbevuto di un espressionismo tutto visivo, simbolico solo nell’intento, che a me ha comunicato fastidio e basta. L’iconica, fumosa, ventosa, Wuthering Heights, dove cani e persone si ringhiano contro l’un l’altro, diventa un blocco di mattoni Lego in stile ucronia fantascientifica. I vestiti sembrano usciti da un Bridgerton  cui sia stata tolta l’ironia e la grazia per trasformarlo in neogotico kitsch. La Robbie si veste come Queen Charlotte in una delle sue peggiori caricature ma, almeno, la regina reggente è autoironica. A tratti la Robbie sembra Grimilde di Biancaneve o la Barbie sposa, forse in richiamo al suo film precedente di successo. Oppure si incappuccia di rosso come Little Red Riding Hood ma Elordi/Heathcliff non è il lupo cattivo, è meno espressivo e ha meno allure di uno dei fratelli Bridgerton.

Qui si è, volutamente come dicevo, dato spazio all’idea dell’emancipazione femminile. Dimenticando una cosa. Che nel libro della Brontë Cathy e Heathcliff sono in realtà la stessa persona. Sono l’eroe byronico satanico scisso in due. Sono il male e la passione che si attraggono perché divisi alla nascita. Sono la cattiveria e il freno che solo l’uno sa imporre all’altro.

La Fennell riduce ogni emozione, ogni commozione, ogni più profondo e oscuro moto dell’anima a una masturbazione definita “niente di grave “, a un fascio di notevoli muscoli intravisto di passaggio, al sangue di un maiale sgozzato, a qualche scena rovente solo negli intenti.

Manca tutto il resto. Manca l’incesto sottinteso, manca la dannazione eterna, manca l’odio, manca il sadomasochismo non sessuale ma emozionale, trattenuto a mala pena, ancestrale. Manca la necrofilia, lo scavo della tomba, la riesumazione del cadavere, la promessa di essere seppelliti accanto, ossa contro ossa in un amplesso senza fine.

Manca, soprattutto, quello che è il personaggio principale del romanzo: la brughiera. Non si sente l’amore sviscerato di Cathy per sue lande tormentate dal vento, è travisato il sogno del paradiso, che non è solo la perdita dell’amato ma piuttosto quella della libertà, del camminare col vento nei capelli e i piedi nella torba, come faceva Emilly Brontë stessa.

Tutto è esplicitato in questo film, come se lo spettatore fosse un demente al quale si deve far capire il  sottinteso del romanzo inculcandoglielo a forza, colmando le lacune. Heathcliff fa una lezione a Isabella su chi è lui, perché la sposa, come la tratterà e come la farà sentire dopo il matrimonio, una sorta di “contratto” fra sottomessa e dominante che ricorda quello di Fifty Shades o Gray. Ridicolo per la povera Isabella e umiliante per lo spettatore che non dovrà fare nemmeno la fatica di scoprire da sé quello che accadrà perché non lo vedrà accadere ma se lo sentirà raccontare. 

Dopo la scena in cui Elordi stringe fra le braccia il cadavere della Robbie, c’è una dissolvenza e tutti ci aspettiamo un seguito, un ritorno sovrannaturale di lei, una pazzia di lui, un tormento fino alla morte. Nulla. Lei è morta e loro due non faranno più sesso in carrozza o dietro i muri, questa è l’unica conclusione che possiamo trarre.

Dov’è Catherine che annusa il vento e sogna di essere nel suo letto a Wuthering Heights? Dov’è Heathcliff che cerca il profumo di erica nei capelli di Isabella senza trovarlo? Dov’è l’atmosfera “haunted e ghosted” del romanzo? Dove sono la neve, la bufera, la mano che picchia sulla finestra, la voce spettrale, la rupe di Penistone?

Per favore, ridateci la voce nella tempesta.

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